Quando mi chiamano quelli dei call center, ragazzi pagati quattro soldi per rompere i santissimi alle persone, con grazia e senza lasciar trapelare la loro ansia canina di affibiarti un contratto e segnare una tacca, ho un sentimento duplice: comprensione (compassione) e rabbia. Comprensione e quasi ammirazione per tanto eroismo della volontà (e della necessità). E rabbia. Anche questa va dissezionata.
Da una parte irritazione per essere stato importunato, magari in quei pochi attimi in cui ti sembra di aver trovato la pietra filosofale della politica, e di scorgere la via per rimettere a posto l'Italia, bonificando un ambiente intossicato dai Renzi di turno, o mentre stai semplicemente addentando un piatto di pastasciutta, e dall'altro lato la rabbia per il mimetismo lasco di questi ragazzi, per il loro fare virtù di un lavoro di merda, portato avanti senza entusiasmo, per svangare l'euro. Mah! D'accordo la necessità, l'idea che sia una fase di passaggio, e del non tutti possono andare a Londra a fare i camerieri e non tutti hanno un cervello da mandare in fuga, ma insomma ci sarà pure un'alternativa migliore. C'è sempre un'alternativa direbbe Marlowe. Poi mi dispiace perché dopo tanti si, ma, non so, mi ci faccia pensare, ho preso a riattaccare il telefono troncando elegantemente la discussione con la chiosa: non mi telefoni più per cortesia, faccia un favore a se stesso e a me.
Ecco non telefonatemi più per favore, la vostra sfiga potrebbe essere la mia.
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martedì 26 gennaio 2016
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