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domenica 14 febbraio 2016

Nel fondo a sinistra

Più ci penso e più mi convinco che per un corpo consunto dalla serialità della sconfitta, e spesso adagiato su comodi scranni istituzionale, sia impossibile escogitare alchimie politiche che diano il senso della rinascita o quantomeno della novità. Sinistra Italiana non convince, troppi veti incrociati, troppi distinguo, troppi corpi morti e poca vitalità. Il filo rosso che ci lega alla stagione delle "ontologie" e delle teologie mascherate si è spezzato (e meno male). Cosa rimane? Non possiamo replicare vecchi schemi e affidare la nostra prassi al buon vecchio Marx e ai suoi Grundrisse. Non possiamo riprendere l'idea dell'antagonismo di classe come ontologia antimetafisica e sperare l'assalto al cielo. Non ha funzionato e francamente risulta incompresibile e poco adeguato a un mondo che a causa di un mutamento cognitivo radicale, sempre di più ragiona in termini semplici e fluttuanti.
Per restare con i piedi per terra, credo sia ora di pensare a un patto con tutti i soggetti sociali in campo che ci dia tempo di riassestarci e individuare il punto di mediazione più alto in grado di rispondere alla guerra e all'emergenza economica e ambientale. Questo significa individuare alcuni punti di programma prioritari e agire di conseguenza. Disorientare quelli che fino a ieri erano avversari di classe e proporgli un terreno comune di intervento. Forse alla fine ti fregheranno, ma tu avrai conquistato delle posizioni e stabilito un perimetro concettuale dal quale non potranno svicolare tanto facilmente. 
Al capitalista e al piccolo impresario proporre piani di riconversione industriale dentro la cornice di una riconquistata sovranità nazionale, con l'idea di una cooperazione fra "lavoro vivo" e capitale, a patto di aumentare diritti e salari e diminuire le ore di lavoro? Se non è questo, che detto così appare cosa da rinnegati, cos'altro visto che abbiamo capito ormai che il salario non è propriamente una "variabile indipendente"? Cosa fare di fronte alla massiccia richiesta di legalità e di "meritocrazia" da parte di masse giovanili sempre più spoliticizzate, che riducono i termini dell'equazione politica ad elementi neutri e spogliati di qualsiasi valenza di classe? Non esistono categorie come il "cognitariato" o se preferite il classico del "General Intellect" o la moltitudine solo perchè abbiamo bisogno di esse per far quadrare la nostra filosofia e avere un alibi per una prassi spesso caotica e poco credibile. Se  tali categorie esistono non si può certo affermare con troppa disinvoltura che non sono omologabili alle logiche del capitale. Le categorie rappresentano alla meglio persone e basta, corpi che seguono i loro bisogni senza per questo essere una classe o uno sciame  e senza per questo desiderare la rivoluzione. 
Questo è riformismo cinico dei più biechi? Non lo so e solo un constatare senza per questo rinunciare a priori all'idea di una società solidale fondata sul bene comune. 
E' evidente che non è questione di quello che si desidera o si ritiene più giusto, ma semplicemente di visione della realtà e di lettura di questa. Io riesco a vedere una realtà complessa che richiede risposte semplici e immediate e per questo occorre un bagaglio di forti conoscenze tecniche, altri rimangono inchiodati all'idea che la prassi si costruisce da premesse ontologiche che rifiutino qualsiasi tipo di dialettica e di tecnicismo basato sulle compatibilità del capitalismo, salvo poi incredibilemnte militare in partiti di sinistra sbiaditi che fungono da stampella a questo sistema politico e rifiutano di ragionare di semplice economia.
Riflessioni e domande. Non sono certo di niente, ma quello che vedo a sinistra non mi convince per niente e mi vedo sempre più sprofondare.