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martedì 24 luglio 2018

L'Europa e le false credenze della Sinistra


di Alessandro Somma da Micromega
 

Tragedia greca

L’Unione europea ha finalmente dichiarato la conclusione del programma di assistenza finanziaria imposto alla Grecia nel maggio del 2010. In questi otto anni il Paese ha ricevuto prestiti per 243 miliardi di Euro dal fondi Salva-Stati, e per 32 miliardi di Euro dal Fondo monetario internazionale. In cambio ha realizzato centinaia di riforme strutturali con le quali ha tagliato la spesa sociale per l’istruzione, la sanità e le pensioni, ridimensionato la pubblica amministrazione, privatizzato i beni pubblici e le principali infrastrutture, liberalizzato i servizi, precarizzato il lavoro e indebolito il sindacato.

La dimensione della macelleria sociale provocata da queste misure si coglie dai dati che documentano l’esplosione della povertà, la compressione dei salari e delle pensioni, la crescita della disoccupazione soprattutto giovanile, la perdita dei posti di lavoro nel settore pubblico, la condizione miserevole in cui è ridotta la sanità e il sistema della sicurezza sociale nel suo complesso. Anche i parametri economici documentano in modo incontrovertibile l’insuccesso della cura imposta dall’Europa: il deficit è stato annullato e anzi il Paese è ora in surplus, ma al prezzo di un rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo passato dal 146% dell’anno in cui la Troika è giunta ad Atene, al 178,6% di adesso. Sono cresciuti anche la pressione fiscale e l’ammontare dei prestiti in sofferenza delle banche, mentre sono calati la competitività e il potere di acquisto.

Vi sono dunque riscontri notevoli di quanto l’assistenza finanziaria fornita alla Grecia sia stata fallimentare se non criminale, tenuto conto che il 90% delle somme prese a prestito hanno beneficiato le banche francesi e tedesche espostesi per aver tentato di lucrare sui titoli del debito greco. Ciò nonostante Atene sarà costretta a proseguire lungo la strada imposta da Bruxelles come contropartita per l’assistenza, e continuerà a essere sorvegliata da Commissione, Banca centrale e Fondo monetario internazionale. Il Paese sarà infatti sottoposto alla “sorveglianza rafforzata” prevista per i casi in cui si temono “gravi difficoltà per quanto riguarda la sua stabilità finanziaria, con probabili ripercussioni negative su altri Stati membri nella zona euro”[1]. Sebbene il programma di assistenza finanziaria sia formalmente concluso, di fatto esso prosegue, così come la cessione di sovranità politica ed economica alla Troika, presumibilmente sino al 2022.

Nel documento della Commissione europea con il quale si è attivata la sorveglianza si lodano le autorità greche perché il bilancio dell’anno in corso si chiuderà probabilmente con un surplus del 3,5%. E tuttavia si stigmatizzano l’entità del debito e gli altri parametri negativi appena elencati: ad essi la Grecia dovrà rimediare attuando un programma di riforme concordato con la Commissione europea come contropartita per la formale conclusione del programma di assistenza finanziaria[2].

La Commissione europea ha voluto sottolineare che il programma di riforme non costituisce una sorta di nuovo piano di assistenza condizionata, ma è chiaro che si tratta di una scusa non richiesta, equivalente a un’accusa manifesta. E difatti Atene si è impegnata a mantenere un surplus del 3,5% per il futuro, ovvero, inevitabilmente, a “modernizzare il welfare” e dunque a tagliare ulteriormente la spesa sociale soprattutto per le pensioni e la sanità. Dovrà poi rilanciare il programma di dismissione del patrimonio pubblico, privatizzando quanto di appetibile è rimasto ancora nelle mani dello Stato. Non mancano poi impegni a intervenire ulteriormente nel mercato del lavoro per “salvaguardare la competitività” e dunque renderlo sempre più flessibile e sottopagato, nel settore privato come nel settore pubblico: si dovranno realizzare “riforme per modernizzare la gestione delle risorse umane nella Pubblica amministrazione”[3].

La resa dei conti

Alla luce di queste vicende si capisce lo scontro in atto entro la Sinistra europea, che comprende oramai forze collocate su fronti davvero inconciliabili. Da una lato Syriza, il partito di Tsipras che si è arreso alla Troika, divenendo il fedele esecutore materiale dei programmi che questa ha riservato per la Grecia. Dall’altro lato il Partie de Gauche di Mélenchon, che ha recentemente lasciato la Sinistra europea in polemica contro la decisione di non espellere Syriza: forza politica che “sta spingendo la sua logica austeritaria sino a limitare il diritto di sciopero, così accogliendo in modo sempre più servile i diktat della Commissione europea”[4]. In mezzo l’indecisione delle altre formazioni aderenti alla Sinistra europea, in qualche modo alimentata dalla posizione della Linke, che giustifica le politiche di Atene: “è ricattata dalla Troika” e dunque non ha scelta[5].

Peraltro la Linke non è compatta, e i suoi orientamenti sono sempre meno rappresentativi di quanto avviene nella sinistra radicale, dove non regge più il mantra che fa da sfondo alla posizione ufficiale sulla sinistra greca: l’Europa dei mercati può essere riformata e divenire un’Europa del lavoro e dei diritti. È oramai diffusa la convinzione opposta, ovvero che questa Europa è irriformabile perché l’Unione economica e monetaria è un dispositivo neoliberale concepito per cancellare le tracce del compromesso keynesiano che resistono qua e là, e soprattutto per impedire che questo possa tornare. Il tutto presidiato da una sorta di mercato delle riforme: la vita della costruzione europea nel suo complesso viene scandita da forme di assistenza finanziaria condizionata all’adozione di riforme di chiara matrice neoliberale. Lo abbiamo riscontrato in occasione degli allargamenti a sud e ad est, e lo sperimentiamo con il modo scelto per affrontare la crisi del debito sovrano e persino con la gestione dei fondi strutturali: inizialmente concepiti come strumento di redistribuzione delle risorse dai Paesi ricchi ai Paesi poveri, poi trasformati anch’essi in dispositivi volti a presidiare l’ortodossia neoliberale[6].

Insomma, l’Europa della moneta unica si regge sulla spoliticizzazione del mercato e sulla sterilizzazione del conflitto sociale. Per cambiarla occorre contrastare la prima riattivando il secondo: occorre tornare alla dimensione nazionale per ripristinare la dialettica democratica e rifondare le basi di una comunità di popoli. E a monte si devono combattere i luoghi comuni che impediscono di vedere in questo percorso l’unica via di uscita, che continuano cioè a illudere circa la possibilità di percorrere scorciatoie. Primo fra tutti la credenza secondo cui l’europeismo coincide con l’internazionalismo, e deve pertanto essere difeso, e poi la confusione tra identità nazionale e nazionalismo, che deve pertanto essere combattuta senza esitazione.

Cosmopolitismo

La confusione tra internazionalismo e cosmopolitismo o europeismo è alla base della convinzione che il favore per i processi di denazionalizzazione appartiene alla storia e alle idealità della sinistra.

Questi processi sono stati avviati a partire dagli anni Ottanta, ma la loro teorizzazione è molto più risalente: la troviamo in uno scritto di Friedrich von Hayek pubblicato sul finire degli anni Trenta[7]. Il punto di partenza è la costruzione di un ordine internazionale incentrato sulla pace, raggiungibile unicamente attraverso una “federazione interstatale” fondata sulla libera circolazione dei fattori produttivi. Solo abolendo le barriere economiche si eliminano le occasioni di conflitto, in quanto i membri della federazione possono disporre di un “meccanismo efficace per la risoluzione di ogni controversia”, e inoltre la federazione nel suo complesso è “tanto forte da eliminare qualsiasi rischio di attacco dall’esterno”. Se invece ci si limita a realizzare “l’unità politica”, ovvero si rinuncia a “una politica fiscale e monetaria comune”, allora si produce in ciascuno Stato “una solidarietà di interessi tra tutti i suoi abitanti, e conflitti” con gli interessi degli “abitanti di altri Stati”.

Hayek parla insomma del vincolo esterno rappresentato dalla forza condizionante di un “mercato unico”, che rende agli Stati “chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti”, e dunque ostacolare il mercato concorrenziale: tanto che “sarà difficile produrre persino le discipline concernenti i limiti al lavoro dei fanciulli o all’orario di lavoro”. Il tutto mentre occorre ovviamente evitare che la stessa possibilità sia accordata al sistema delle relazioni industriali, o peggio trasferita a una qualche autorità federale. Del resto, a quest’ultimo livello, incidono contrasti tra operatori economici sconosciuti a livello statale, tanto da rendere estremamente difficile, se non impossibile, la conclusione di accordi di matrice protezionista o comunque di intralcio per il funzionamento del mercato. Se non altro perché “la diversità di condizioni e i diversi gradi di sviluppo economico raggiunti dai diversi membri della federazione faranno sorgere seri ostacoli alla produzione di regole federali”.

Che il vincolo esterno si traduca inevitabilmente in una diminuzione degli spazi assicurati alla decisione democratica, è dunque un risvolto ineliminabile e anzi voluto della costruzione federale. Per Hayek il livello statale era oramai espressione inemendabile della volontà di redistribuire risorse con modalità alternative a quelle assicurate dal mercato. Questo era dipeso dall’invadenza delle istituzioni democratiche, sicché solo alimentando il livello sovrastatale si poteva ovviare all’inconveniente: “se il prezzo da pagare per lo sviluppo di un ordine democratico internazionale è la restrizione del potere e delle funzioni del governo, è comunque un prezzo non troppo alto”.

Internazionalismo

Come abbiamo detto, se il fascino del cosmopolitismo miete vittime a sinistra, è perché viene identificato con l’internazionalismo, nonostante vi siano insormontabili differenze di fondo: innanzi tutto in ordine alla libera circolazione dei fattori produttivi. Quest’ultima è l’essenza dell’ordine neoliberale, per cui gli Stati sono meri contenitori di risorse che possono e anzi devono circolare senza vincoli alcuni, anche per mettere in moto il meccanismo attraverso cui rendere il pensiero unico irreversibile: quello per cui gli Stati devono fare di tutto per attirare investitori, ovvero abbattere i salari e la pressione fiscale sulle imprese, con ciò impedendo il funzionamento del compromesso keynesiano. L’internazionalismo valorizza invece la frizione tra l’estrema volatilità dei “flussi di segni di valore, merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano” e l’irrimediabile radicamento dei “corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività”[8]. E in tale prospettiva rigetta quanto si potrebbe chiamare l’internazionalismo delle élites: il cosmopolitismo buono solo a presidiare il mercato autoregolato, a spoliticizzarlo in quanto arena nella quale sviluppare il conflitto redistributivo.

Altrimenti detto, il cosmopolitismo alimenta l’immagine dell’individuo come cittadino del mondo, privo di radicamento territoriale e dunque in balìa delle forze del mercato autoregolato, e nel fare questo ridefinisce i compiti dei pubblici poteri: non più relativi alla gestione del conflitto redistributivo, bensì concernenti tutti il presidio della concorrenza e la sterilizzazione del conflitto sociale. L’esatto opposto dell’internazionalismo, che infatti mira a ribaltare questo schema, ovvero a consentire alle classi subalterne di conquistare lo Stato attraverso l’esercizio della sovranità popolare: finalità per la quale occorre valorizzare la dimensione nazionale e dunque la sovranità statale.

La contrapposizione tra cosmopolitismo e internazionalismo veniva riconosciuta e tematizzata all’epoca in cui l’ortodossia neoliberale non era ancora divenuta l’orizzonte fisso per la costruzione e lo sviluppo dell’ordine economico. Lo vediamo considerando i passaggi parlamentari che hanno accompagnato l’adesione dell’Italia prima al Consiglio d’Europa, poi alla Comunità economica europea, e infine al Sistema monetario europeo.

Il Consiglio d’Europa nasce sul finire degli anni Quaranta per rafforzare la pace nella giustizia e nella cooperazione internazionale. Allora in particolare Lelio Basso ebbe a stigmatizzare il comportamento della borghesia, storicamente espressiva di una “coscienza nazionale”, che aveva abbandonato il “vecchio esasperato nazionalismo” e assunto come sua bandiera il “cosmopolitismo”. E che lo aveva fatto per motivi non certo nobili: voleva resistere alla “pressione di classi che hanno acquistato la coscienza dei propri diritti e che, non potendoli soddisfare nel quadro delle antiquate strutture, minacciano di farle saltare”[9].

Probabilmente Basso non conosceva le tesi di von Hayek in materia di federazione statale, e tuttavia le riflessioni del primo ben possono costituire la traccia per una puntuale reazione critica alle proposte del secondo. Il deputato socialista chiarisce che l’emancipazione delle classi subalterne passa dalla loro capacità di togliere “alla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominate”, ma non anche di abbandonarla come terreno di lotta politica. E ciò equivale a dire che il proletariato deve acquisire “contemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale, ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi”.

La distinzione tra cosmopolitismo e internazionalismo, speculare a quella tra nazionalismo delle classi dominanti e sentimento nazionale delle classi subalterne, ricorre anche nelle discussioni che hanno accompagnato la nascita della Comunità economica europea.

La Relazione al disegno di legge di ratifica dei Trattati di Roma aveva fatto chiari riferimenti al senso della denazionalizzazione che la costruzione europea avrebbe provocato: “la tecnica moderna non può applicarsi completamente che nei grandi spazi e nei grandi mercati”, motivo per cui gli Stati nazionali dovevano trasmettere la certezza che la loro azione “ispirata a motivi più o meno giustificati non può in alcun caso limitare le dimensioni del mercato”. Si sarebbe in tal modo realizzata l’utopia neoliberale: il “diffondersi della domanda verso i prodotti migliori ed a miglior prezzo”, l’espansione “dell’offerta verso zone di potenziali acquirenti oggi artificialmente tenuti esclusi dalla protezione doganale e quantitativa”, e la dissoluzione delle “posizioni monopolistiche createsi all’interno dei più asfittici mercati nazionali”[10].

Proprio la contestazione di questi automatismi ispira la reazione dell’opposizione di allora. Il deputato comunista Giuseppe Berti li stigmatizza, precisando che in un mercato comune incentrato sulla libera circolazione dei fattori produttivi “la lotta di classe all’interno può attenuare le caratteristiche più negative… ma non può certo mutarne il carattere, poiché questo è fissato, è irreversibile, è immutabile”. Non si potrà cioè incidere sulla circostanza per cui il mercato comune favorirà i “grandi monopoli industriali”, in particolare i tedeschi in quanto “grandi beneficiari dei Trattati”, mentre impedirà “l’affermazione delle classi lavoratrici” e comprimerà “la forza contrattuale dei sindacati”[11]. Anche per questo occorreva ribadire, con Gian Carlo Pajetta, l’utilità di preservare la dimensione statuale in quanto terreno di conflitti sociali capaci di emancipare le classi subalterne: occorreva “comprendere… quale valore grande, decisivo sia quello dell’indipendenza nazionale”[12].

L’opposizione all’internazionalismo delle élites viene ribadita dalla sinistra storica anche sul finire del 1978, in occasione del varo del Sistema monetario europeo: un sistema di limiti alla fluttuazione dei cambi concepito come avvio di un’unione monetaria fondata sul controllo dell’inflazione e dunque della spesa pubblica. Luigi Spaventa, all’epoca deputato della Sinistra indipendente, non utilizza il linguaggio dei suoi predecessori, bensì quello dell’economista intento ad avvertire circa le dinamiche di un’area monetaria in cui non vi sono obblighi per “i Paesi che accumulano riserve ad adottare politiche interne più espansive”. Le conclusioni sono però le stesse: a queste condizioni “la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito”. Il tutto provocato in particolare dalla Germania, che vuole “evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accetta di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna”[13].

Maastricht come religione

Le cose sarebbero però cambiate in occasione della ratifica del Trattato di Maastricht. Guido Carli, Ministro del tesoro tra il 1989 e il 1992, era consapevole che avrebbe condotto ad “allargare all’Europa la Costituzione monetaria della Repubblica federale di Germania”. E lo apprezzava proprio per questo, perché avrebbe implicato “la concezione dello Stato minimo” e dunque un “mutamento di carattere costituzionale”, per cui si sarebbero ristrette le libertà politiche e riformate quelle economiche: realizzando in particolare “una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi”, e un ripensamento complessivo delle “leggi con le quali si è realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale”[14].

L’elogio del vincolo esterno compare anche in occasione del dibattito parlamentare per la ratifica del Trattato di Maastricht. Il liberale Paolo Battistuzzi riconosce che esso impone agli Stati una “stretta disciplina economica finanziaria”, per l’Italia “un compito quasi sovrumano” i cui “effetti recessivi saranno particolarmente forti”, e tuttavia lo considera un condizionamento positivo: “quell’accordo significa rigore economico, trasparenza politica, risanamento anche delle istituzioni”[15]. Nel dibattito non emerge invece la contrarietà della sinistra storica alla costruzione europea, dimentica della distinzione tra cosmopolitismo e internazionalismo rivendicata fino a qualche anno prima.

L’allora Partito democratico della sinistra, per bocca di Claudio Petruccioli, decide di “confermare e rafforzare la scelta strategica dell’unità dell’Europa”, sulla quale “convergono le ragioni della democrazia, del lavoro, della pace e dell’internazionalismo”. E se prima si dicevano cose diverse, era solo a causa della Guerra fredda, che impediva di riconoscere apertamente come “l’idea di Europa” fosse “implicita non solo nelle origini internazionaliste, ma anche nella coscienza dell’antifascismo e della Resistenza”[16]: una ricostruzione molto approssimativa e con il senno di poi, da cui trae conferma la sensazione che l’europeismo di oggi costituisca il rimpiazzo, davvero poco meditato sebbene rassicurante come solo sanno essere le religioni, dell’internazionalismo di ieri e più in generale della crisi delle idealità ereditate dal passato.

Nonostante fosse evidente che l’idea di Europa cui si riferiva Petruccioli non ha nulla a che spartire con l’Europa di Maastricht, la bandiera dell’opposizione a quest’ultima, e nel contempo alle chiusure nazionaliste, viene raccolta solo da Rifondazione comunista. È Giovanni Russo Spena a soffermarsi sul contrasto tra Costituzione italiana e Trattato di Maastricht, innanzi tutto dal punto di vista della disposizione che ammette limitazioni della sovranità solo se volte a promuovere, in condizioni di parità, la pace e la giustizia tra le nazioni (art. 11). Peraltro la costruzione europea comporta trasferimenti e non semplici limitazioni di sovranità, il che è insito nella sua natura di organismo sovranazionale: capace di esercitare porzioni più o meno ampie di sovranità autonoma e concorrente con quella degli Stati. Con il risultato che si finisce per intaccare in modo irrimediabile il carattere unitario e non divisibile della sovranità[17].

Si realizza cioè uno scenario molto diverso rispetto alla partecipazione ad organismi internazionali che trovano il loro fondamento e il loro limite nella sovranità degli Stati, e che infatti non possono produrre regole direttamente rivolte ai loro cittadini. E i Costituenti avevano in mente quest’ultima situazione, giacché disposero in materia di limitazioni della sovranità pensando alle Nazioni Unite: tipica organizzazione internazionale la cui Carta codifica non a caso il “principio della sovrana eguaglianza di tutti i suoi Membri” (art. 2).

Identità nazionale

Peraltro anche nella sinistra radicale si sarebbe in qualche modo digerita l’equazione che identifica l’europeismo con l’internazionalismo. Con le conseguenze da cui abbiamo preso le mosse: un dibattito paralizzante sui massimi sistemi, proprio mentre i dati di realtà offrono spunti incontrovertibili per rigettare l’opzione europeista.

A questa situazione concorre probabilmente l’ambiguità dei riferimenti all’identità nazionale in quanto vicenda screditata dal cosmopolitismo neoliberale e dalla sua ostilità nei confronti delle identità collettive in genere[18]. Quei riferimenti si prestano infatti ad alimentare discorsi attorno a sedicenti tratti naturali o essenziali di una comunità nazionale coesa, ricostruita attorno a valori non negoziabili e magari premoderni, buoni solo a sterilizzare i conflitti prodotti dalla modernità: a spoliticizzare il mercato e a rendere storicamente possibile il funzionamento del capitalismo.

C’è però un modo diverso di intendere l’identità nazionale, che discende dall’equazione che identifica la nazione con il popolo, nel solco di quanto ha fatto la Costituzione. E che soprattutto trae fondamento dall’essere il popolo un concetto che ha perso il significato di “discendenza” per assumere quello di “assemblea che decide”, di “insieme dei cittadini” accomunati dalla condivisione di diritti e doveri[19]. Di qui la connotazione dell’identità nazionale in termini alternativi a quelli ricavati da ontologie di varia natura, che rileva nella sua contingenza anche quando è relativa a sedimentazioni storiche di lungo periodo. E che in quanto tale evita la confusione tra nazione e nazionalismo, destinata invece a manifestarsi nel momento in cui si passa da una concezione volontaristica di nazione a un modo di intenderla in senso naturalistico[20].

Più precisamente, il riferimento all’identità nazionale rinvia alla cittadinanza come condivisione di un “progetto comune in un determinato territorio”, o meglio come appartenenza “a una comunità solidale che stabilisce come distribuire la ricchezza prodotta in quel territorio”, a prescindere dalla riconduzione al medesimo “gruppo etnico o religioso”[21]. Con ciò evidenziando gli stessi tratti cui rinvia “l’indole di un popolo” intesa come “l’insieme delle regole del gioco private e pubbliche di una certa società sedimentate in secoli di storia”[22]: regole concernenti in ultima analisi la conduzione del conflitto redistributivo e la possibilità di recepirne l’esito.

Se così stanno le cose, l’identità nazionale contribuisce a valorizzare la democrazia in quanto pratica saldamente legata alla dimensione statuale[23]: la dimensione del conflitto democratico, con cui collegare al circuito della rappresentanza le decisioni di fondo sul modo di essere dell’ordine economico, oltre che dell’ordine politico. Il riferimento all’identità rinvia all’esistenza di una cornice comune entro cui sviluppare il conflitto, equiparandolo a un confronto tra avversari piuttosto che tra nemici: a un agonismo piuttosto che a un antagonismo. Nel contempo consente però una convivenza della “lealtà comune ai principi di libertà e uguaglianza per tutti” con un “disaccordo sulla loro interpretazione”[24].

Il momento Polanyi

Se la sinistra è in crisi, come si usa dire con un eufemismo, è anche perché si avvita attorno a dibattiti appesantiti dalla resistenza di luoghi comuni come quelli di cui ci siamo occupati. Se lo si riconoscesse, ci si potrebbe finalmente concentrare sul modo corretto di interpretare la realtà, magari a partire da quanto è stato efficacemente descritto in termini di momento Polanyi[25].

Il riferimento è a Karl Polanyi, il fondatore dell’antropologia economica che decenni or sono analizzò l’avvento del fascismo come reazione a quanto aveva caratterizzato l’Ottocento: la dissociazione tra economica e società provocata dall’avvento dei mercati autoregolati[26]. Le società governate dai mercati autoregolati sono infatti votate all’autodistruzione, e per questo prima o poi reagiscono e premono per la risocializzazione dell’economia. Questo si accompagna necessariamente a un recupero della dimensione nazionale, che può avvenire nel rispetto della partecipazione democratica, come accadde con il New Deal statunitense, ma anche in un tutt’uno con l’edificazione di un ordine autoritario o totalitario: il fascismo.

L’epoca attuale è indubbiamente caratterizzata dal rigetto del mercato autoregolato e dal processo di denazionalizzazione che ha accompagnato la sua affermazione, nel solco di quanto auspicato da von Hayek decenni or sono e incarnato ora dall’Unione europea. Il tutto sta però avvenendo a destra, secondo lo schema del nazionalismo economico: si sta profilando una lotta tra Stati per la conquista dei mercati, unita allo sviluppo di un sistema di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. E si stanno diffondendo valori premoderni, escludenti e non negoziabili, buoni solo a occultare la violenza della modernità capitalistica.

Ci sarebbe invece bisogno di una lotta degli Stati contro i mercati, che tuttavia non prende corpo anche per le colpe della sinistra: prigioniera degli stessi luoghi comuni che a partire dagli anni Ottanta l’hanno trasformata in un fedele custode dell’ortodossia neoliberale. Incapace di riconoscere che gli attuali processi di denazionalizzazioni sono inarrestabili, che occorre pertanto evitare di lasciare alla destra il compito di interpretarli.


NOTE

[1] Art. 2 Regolamento 21 maggio 2013 n. 472 “sul rafforzamento della sorveglianza economica e di bilancio degli Stati membri nella Zona Euro che si trovano o rischiano di trovarsi in gravi difficoltà per quanto riguarda la loro stabilità finanziaria”. [2] Commission implementing decision on the activation of enhanced surveillance for Greece dell’11 luglio 2018, C/2018/4495 fin. [3] Specific commitments to ensure the continuity and completion of reforms adopted under the ESM programme (22 giugno 2018), www.consilium.europa.eu/media/35749/z-councils-council-configurations-ecofin-eurogroup-2018-180621-specific-commitments-to-ensure-the-continuity-and-completion-of-reforms-adopted-under-the-esm-programme_2.pdf. La vastità del piano di privatizzazioni si ricava dalla tabella di marcia predisposta dall’Hellenic Republic Asset Development Fund: v. da ultimo l’Asset development plan del 5 giugno 2018, www.hradf.com/storage/files/uploads/adp-en05062018.pdf [4] Dichiarazione del 30 gennaio 2018, www.lepartidegauche.fr/le-parti-de-gauche-sadresse-au-pge. [5] U. Satter, Französische Genossen nehmen Syriza ins Visier (1. febbraio 2018), https://www.neues-deutschland.de/artikel/1078183.streit-bei-der-europaeischen-linken-franzoesische-genossen-nehmen-syriza-ins-visier.html. [6] A. Somma, Europa a due velocità. Postpolitica dell’Unione europea, Reggo Emilia, 2018, p. 145 ss. [7] F. von Hayek, The Economic Conditions of Interstate Federalism, in 5 New Commonwealth Quarterly, 1939, p. 131 ss. [8] C. Formenti, La variante populista, Roma, 2016, p. 256. [9] AC 13 luglio 1949, 10292 ss. [10] La Relazione è riportata in Senato della Repubblica, L’autorizzazione alla ratifica dei Trattati di Roma, Roma, 2007, p. 12. [11] AC 25 luglio 1957, 34736 ss. [12] Ivi, 34518 ss. [13] AC 12 dicembre 1978, 24892 ss. [14] G. Carli, Cinquant’anni di vita italiana (1993), Roma e Bari, 1996, p. 432 ss. [15] AC 28 ottobre 1992, 5261. [16] Ivi, 5251 ss. [17] A. Guazzarotti, Sovranità e integrazione europea, in Rivista AIC, 2017, 3, p. 8 ss. [18] G. Preterossi, Residui, persistenze, illusioni: il fallimento politico del globalismo, in Scienza e politica, 2017, p. 113. [19] A. Tedde, Conflitto di classe e forma istituzionale repubblicana, in Democrazia e diritto, 2016, p. 107 s. [20] D. Moro, La gabbia dell’Euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Reggio Emilia, 2018, p. 35 ss. [21] C. Formenti, Quelle sinistre che odiano il popolo (29 gennaio 2018), http://temi.repubblica.it/micromega-online/quelle-sinistre-che-odiano-il-popolo-contro-lideologia-del-politicamente-corretto. [22] S. Cesaratto, Chi non rispetta le regole? La Germania e le doppie morali dell’Euro, Reggio Emilia, 2018, p. 9. [23] Ad es. E.J. Hobsbawm, La fine dello Stato, Milano, 2007, p. 46 s. [24] C. Mouffe, Il conflitto democratico (2013), Milano, 2015, pp. 25 ss. e 73 ss. [25] S. Cesaratto, Polanyi moment (22 settembre 2017), http://sollevazione.blogspot.com/2016/09/polany-moment-quale-strategia-di.html. [26] K. Polanyi, La grande trasformazione (1944), Torino, 1974.

(23 luglio 2018)

martedì 3 luglio 2018

Von Hayek, il neoliberalismo e lo smottamento della sinistra

 di Olimpia Malatesta da Senso-Comune

 
La cosiddetta “sinistra” non si è semplicemente spostata dalla difesa dei diritti sociali a quella dei diritti civili. Questa è un’oziosa semplificazione del più devastante terremoto che ha distrutto la sua stessa essenza, ossia la ragione per cui essa rappresentava il polo opposto all’ideologia liberale. La sinistra non ha volto il suo sguardo verso un oggetto diverso, né ha soltanto ridefinito la presunta gerarchia (se mai dovesse esistere) tra diritti sociali e diritti civili. Essa si è gettata a corpo morto nel campo tradizionalmente occupato dal liberalismo perché è passata dalla volontà di realizzare un ordine materiale alla strenua difesa di un ordine astratto. Senza ricostruire tutte le complesse ragioni storiche ed economiche che hanno generato la sua sconfitta, ci limiteremo qui a prendere in considerazione l’orizzonte teorico abbracciato (spesso inconsapevolmente) dalle sue maggiori correnti intellettuali socialdemocratiche e spesso anche radicali. Talvolta sono i nostri peggiori nemici a spiegarci il mondo in cui viviamo molto meglio di quanto non facciano i nostri amici (forse proprio perché sono loro ad averlo ideato): le riflessioni del filosofo politico ed economista Friedrich August von Hayek sono illuminanti in questo senso.
Hayek distingue tra un ordine teleocratico e uno nomocratico. Il primo appartiene a quello che possiamo definire “il campo della socialdemocrazia o del socialismo” (1): si tratta di un ordine in cui il diritto deve garantire la realizzazione di obiettivi di natura collettiva e dal contenuto determinato (il loro contenuto può essere sociale, culturale, di classe ed è per questo che Hayek parla di ordine materiale). L’ordine teleocratico fissa degli obiettivi collettivi uniformi (nel senso che lo stesso obiettivo deve valere per tutti), poiché discendono da una più generale visione di ciò che si ritiene essere giusto per tutti gli individui di una determinata società. Ciò che quindi deve garantire il diritto sono delle finalità che traggono la loro ragion d’essere dall’esistenza di un ordine collettivo. Questo ordine collettivo presuppone la determinazione di specifici obiettivi sociali da realizzare e segnala contemporaneamente la possibilità stessa di costruire o disegnare una società secondo un ideale preciso.
Al contrario, l’ordine nomocratico o liberale pone una cornice giuridica il cui contenuto non è concreto (come nel caso dell’ordine teleocratico), ma astratto. Hayek parla di ordine astratto proprio perché la cornice giuridica posta dallo Stato di diritto deve garantire l’astratta libertà negativa del singolo individuo. In altre parole, scopo del diritto non è più quello di realizzare degli obiettivi specifici e concreti che valgano per la società nella sua interezza (come per esempio la giustizia sociale che Hayek disdegnava), ma quello di garantire ai singoli individui la sola possibilità di realizzare i loro scopi personali, il cui contenuto non viene determinato da nessuno, ad esclusione del singolo che agisce. Questo “ripiegamento” del diritto sulla difesa della possibilità della realizzazione personale, che prescinde da qualsiasi tipo di visione politica positiva (“positiva” nel senso di “dotata di contenuto concreto”), è motivata da quelli che Hayek definisce i limiti posti alla conoscenza umana: soltanto l’individuo può sapere cosa è bene per se stesso, mentre in nessun caso può sapere cosa è bene per una società nel suo complesso. Da questo “deficit gnoseologico” consegue che è impossibile disegnare, costruire una società ponendo degli ideali forti alla sua base. Non solo è impossibile, ma è anche frutto di un atteggiamento totalitario, secondo Hayek: nessuno può “imporre” all’individuo un modello di società. La libertà negativa del singolo consiste nell’assenza totale di impedimenti nel perseguimento dei suoi fini individuali. 
Ecco, pur non sapendo probabilmente nulla della teoria hayekiana dello Stato, oggi gran parte della sinistra sembra aver adottato il secondo modello di ordine, quello che difende l’astratta libertà negativa, proprio perché ha abdicato alla sua tradizionale capacità di disegnare la società, di immaginare un mondo in cui ciò che conta è innanzitutto la visione d’insieme, la determinazione di obiettivi sociali dal contenuto specifico che valgano per il corpo collettivo nella sua interezza. Oggi  questa sinistra si prodiga nella difesa di un ordine astratto, perorando il concetto di meritocrazia, sventolando la retorica dell’eccellenzastartuppara” come suo inalienabile vessillo. Il suo è un pensiero debole proprio perché finge di non difendere nessuna ideologia, quando a ben vedere fa spudoratamente il gioco di quello che dovrebbe essere il suo nemico: un diritto che difende soltanto la causa di un individuo tanto astratto quanto inesistente, la sua capacità di autorealizzazione, prescindendo totalmente dalla concretezza del contesto reale in cui questa realizzazione dovrebbe darsi (e solitamente non si dà, se le condizioni di partenza non sono quelle di un/a figlio/figlia di papà con tanti dindini) .
Il grottesco fronte anti-sovranista “calendiano” – ultimo parto mal riuscito della retorica della fine della storia – è il secondo riflesso di questa impostazione “anti-costruttivistica”. L’insostenibile distorsione del concetto di sovranità popolare (che di per sé non significa altro che “autodeterminazione di un popolo”), trasformata in “difesa del primato nazionale, della razza o dell’etnia”, è una menzogna figlia della rinuncia a qualsiasi desiderio di progettazione collettiva. Questa sinistra ha sacrificato se stessa sull’altare di un determinismo storico che postulava l’impossibilità di imprimere una direzione alle vicende umane dopo il fatidico 1989. Se la modernità – come argomenta magistralmente il filosofo tedesco Reinhart Koselleck – è stata inaugurata con l’entrata delle classi subalterne sulla scena politica, attraverso la conquista della loro autodeterminazione durante la Rivoluzione francese, allora la sinistra è deliberatamente contro-moderna, più che post-moderna: essa esclude a priori, come un dato incontrovertibile, che le classi subalterne possano ancora aprire un orizzonte d’aspettativa in cui far valere la loro capacità di plasmare la realtà. È precisamente questa occlusione del futuro ad aver fatto precipitare la sinistra nel baratro dell’irrilevanza storica. Così rimane schiacciata su un asfissiante ed eterno presente, incatenata com’è all’iperrealismo disfunzionale del vincolo esterno e del pareggio di bilancio. 
Insomma, la sinistra o è “costruttivista” o non è. O è capace di aprire un orizzonte d’aspettativa, ponendosi degli obiettivi collettivi, oppure non è politica, perché rimane inchiodata all’individualismo liberale, ci suggerirebbe Carl Schmitt (un altro “nemico” che non possiamo di certo definire un campione di democrazia). E dato che questi obiettivi non se li pone, perché, come ebbe a dire la Iron Lady “there is no such thing as society: there are individual men and women”, la sinistra non è solamente condannata ad essere “impolitica”. Semplicemente non esiste. 
(1) È bene precisare che con “stato teleocratico” Hayek non intendeva soltanto quello socialdemocratico, ma, più in generale, qualsiasi ordine che si ponesse dei fini che fossero di natura religiosa, etnica, di classe, culturale o nazionale. Dato che però l’obiettivo principale della sua polemica era precisamente lo stato sociale, ci limiteremo qui a prendere in considerazione soltanto questo significato.

giovedì 30 novembre 2017

La sinistra Subbuteo e la vera partita del paese

Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta da socialismo2017


Il Brancaccio è fallito. Meno male. Forse qualcuno la smetterà di tentare di aggregare gli sconfitti usando le stesse parole d’ordine che hanno causato la sconfitta stessa. Forse qualcuno la smetterà di credere che la proposta dell’unità della sinistra sia il sostituto efficace di una vera strategia politica, quando per la maggior parte del popolo italiano “sinistra” significa per lo più delusione e liberismo. Il Brancaccio è fallito e questo, nel piccolo mondo della sinistra radicale, può essere un piccolo evento salutare perché impedisce che tutta quella sinistra si attacchi da subito al carro dei D’Alema e dei Bersani, e si presti perciò a fare la forza di complemento per i vari governi d’emergenza che dovranno garantire l’ “europeismo” del paese, e quindi la sua subordinazione al liberismo. E perché dopo il fallimento qualcuno ha pensato di reagire. Cosicché, dall’assemblea romana di Je so’pazz’, da Rifondazione, dal Partito Comunista, da diverse realtà di base e singoli militanti è emersa l’esigenza di formare una lista popolare per le prossime elezioni. La reazione è comprensibile e positiva, e addirittura, in qualcuno degli interventi in cui si è espressa, è accompagnata da qualche sortita dal linguaggio abituale e da qualche significativo spostamento in direzione anti Ue. Tanto che Eurostop, l’organizzazione di sinistra che con maggior impegno ed efficacia lavora per una rottura dei vincoli europei, ha accettato l’invito a discutere della fattibilità politica e tecnica della lista elettorale.
Ora, noi siamo da sempre sostenitori della necessità di presentare una lista (ed ancor prima un progetto) di lealtà costituzionale e recupero della sovranità in funzione e condizione di una rottura con le politiche neoliberiste, e crediamo che se qualcuno oggi volesse eludere il problema delle elezioni invocando la necessità di partire dal basso, dal “sociale”, indicherebbe una strada sbagliata, perché l’assenza di mobilitazione sociale è oggi in buona misura spiegabile proprio con l’assenza di prospettiva politica. E perché lo stesso lavoro di radicamento di massa richiede un impegno talmente grande (dovendo essere fatto nelle forme del mutualismo, del “partito sociale” e così via) da poter essere gestito soltanto da gruppi politici di una certa forza e di una certa dimensione: forza e dimensione che potrebbero aumentare a seguito di una prima vittoria politica dopo decenni di sconfitte.
Ciononostante crediamo che la proposta di costruire oggi, in funzione delle elezioni di domani, una simile lista, arrivi davvero troppo tardi perché c’è pochissimo tempo e bisogna superare moltissimi ostacoli, che si riassumono semplicemente nella presenza diffusa di un sinistrismo che condannerebbe la lista al famoso Zero Virgola rendendo molto più difficile ogni mossa successiva. Un sinistrismo che consiste nel parlare di democrazia partecipata a chi non ha tempo e risorse per partecipare, di parlare di conflitto a chi non si trova nella posizione per farlo, nel parlare solo di accoglienza e di apertura a chi ha legittimamente paura che il mondo gli sia completamente ostile, nel parlare di classe quando la gran parte dei lavoratori occupati ed organizzati è al momento conservatrice, e la gran parte delle masse del quasi-lavoro si percepisce, se va bene, soltanto come popolo. Un sinistrismo che finirebbe in realtà solo per parlare a se stesso: come sempre. Un sinistrismo che riesce anche ad annacquare il riferimento alla Costituzione insistendo sull’aspetto della sovranità popolare per nascondere quello della sovranità nazionale, che è invece condizione di possibilità del primo. Un sinistrismo, infine che inchioda numerosi e validi militanti all’impotenza perché li costringe a ristagnare in un linguaggio che è una variante estremista del discorso delle élite globaliste: meno stato, niente nazione, poca politica e tanto progresso; nessuna rottura puntuale e localizzata del potere, nessuna riconquista della possibilità della politica nell’unico spazio possibile, quello nazionale. Con questo linguaggio una lista di presunta “vera sinistra” si condannerebbe a dire cose che agli elettori parrebbero uguali a quelle dei D’Alema e dei Fratoianni, solo dette in maniera più incazzosa. Un misto di estremismo verbale e moderatismo nei contenuti che spiega gran parte della triste irrilevanza politica di quest’area.
Ora questo sinistrismo comincia a scricchiolare, qualcuno comincia a parlare a ragion veduta di popolo, qualcuno si decide a fare il passo anti Ue, e tutto ciò, in un’ottica di medio periodo, è da considerarsi assolutamente positivo. Ma la partita oggi si gioca nel breve periodo, che diventa brevissimo se si considera che il lavoro da farsi è soprattutto di carattere culturale, e si riassume nella necessità di accettare pienamente la dimensione nazionale dell’azione (se Mélenchon e Corbyn hanno avuto qualche successo è anche grazie a questa scelta) vedendola non soltanto come una dura necessità ma come un’opportunità. Non è certo con artificiosi e verbosi compromessi sulla questione dell’ ”Unione dei Trattati” che si risolve il problema di cambiare l’impostazione rispetto alle esperienze precedenti: ultima la lista Tsipras. In questo cono d’ombra il programma diventa inevitabilmente la solita lista della spesa a cui manca proprio la condizione sine qua non per attuarla. E non serve a molto risolvere il problema con frasi scarlatte inneggianti ad un vago potere al popolo. Nel mondo degli imperialismi nazionali novecenteschi era giusto essere antinazionali –anche in quell’epoca, però, il discorso mutava quando si trattava di nazioni oppresse. Ma quando, come oggi, l’imperialismo della “triade” occidentale agisce attraverso la distruzione delle nazioni (delle nazioni subalterne, ovviamente); quando il sud d’Europa è posto in una condizione – inedita in Occidente – di dipendenza strutturale e permanente nei confronti del Nord; quando tale dipendenza rende inevitabile la compressione dei salari e del welfare; quando tutto questo accade l’autonomia di classe si lega strettamente all’autonomia nazionale. E la rivendicazione della sovranità nazionale diviene condizione necessaria, pur se insufficiente, sia della ripresa di un efficace conflitto di classe, sia del progresso civile del paese. Ma anche di contrasto al crescere della destre ed alle giravolte del M5S.
La dimensione nazionale della nostra iniziativa deve quindi divenire un nostro tratto distintivo, deve essere valorizzata nella battaglia culturale e nello scontro elettorale. E non soltanto perché questo ci consente di costruire più facilmente una vasta rete di alleanze sociali col pulviscolo delle partite Iva, coi piccoli e medi imprenditori, ecc.. Prima ancora, e soprattutto, c’è il fatto che la stessa unificazione dei lavoratori, data la dispersione sociale e culturale della classe, non può avvenire che attraverso il richiamo all’appartenenza comune ad un paese che è retto da una Costituzione lavorista e tendenzialmente socialista, possibile argine contro il liberismo dell’Unione. Insomma: nei nostri comizi dovremmo mescolare bandiere rosse e bandiere tricolori (e questa è ancora una proposta moderata: guardate i video dei comizi di Mélenchon…). Siamo capaci di farlo, oggi? A nostro parere no. Anzi, il trasformismo di alcuni propone di nascondersi dietro la foglia di fico di Mélenchon e Podemos fingendo di non capire, o non capendo davvero, che la cifra del loro successo è proprio la dimensione nazionale, il patriottismo democratico!
Allora, se non siamo ancora in grado di raggiungere queste consapevolezze, diamo tempo al tempo. Iniziamo già da oggi il lavoro, ma avendo in mente soprattutto la scadenza delle elezioni europee (2019) e considerando che dopo le esose richieste che la Commissione europea ci presenterà a primavera, sarà più facile stracciare gli ultimi residui di europeismo e lavorare per convergenze unitarie. Dunque, si apra subito il confronto, valorizzando al massimo le novità del momento. Ma lo si finalizzi alle elezione europee e, soprattutto, lo si basi su precise direttrici di metodo e di contenuto.
Quanto al metodo deve trattarsi di un confronto a tutto campo e coinvolgere, oltre ai già noti, i compagni della Confederazione di Liberazione Nazionale e l’area nella quale agiscono, la Lista di Popolo di Chiesa ed Ingroia, l’interessante esperienza di Senso Comune, le variegate componenti del sovranismo costituzionale, lo stesso composito movimento di De Magistris. La gran parte di queste forze può e deve convergere in una prospettiva nazional-democratica, e soltanto da questa convergenza può nascere una proposta politico-elettorale credibile: ma è chiaro che più largo è lo spettro delle forze interessate, più lungo è il processo di mediazione.
Quanto ai contenuti, per avere una minima possibilità di successo e per costituire il punto di partenza di una più ampia aggregazione una lista dovrebbe darsi almeno i seguenti punti programmatici:
  1. Dignità del lavoro/ dignità del paese. Il problema del lavoro si risolve soltanto con un programma di piena occupazione sostenuto da un intervento pubblico e da imprese e banche pubbliche (con la retorica dei beni comuni non si crea piena occupazione). Ma un tale programma è incompatibile con la sottomissione del paese ai vincoli dell’Unione europea e nell’Unione monetaria.
  2. Sovranità popolare/sovranità nazionale. Il rafforzamento del settore pubblico rappresenta un importante momento di attuazione della sovranità popolare perché funge da contrappeso al potere dei mercati. Una tale sovranità deve attuarsi anche nei confronti dello stesso settore pubblico, prevedendo forme di intervento diretto delle associazioni popolari nella definizione dei suoi indirizzi e nel controllo del suo funzionamento. Ma la riaffermazione della sovranità popolare è frase vuota se non si coniuga con la riaffermazione della sovranità nazionale, che è il presupposto dell’efficacia delle decisioni popolari, e quindi con la rottura dell’Unione europea.
  3. Rifinanziamento e ripubblicizzazione del welfare. Non è sufficiente superare la scarsità di mezzi a cui il liberismo condanna il welfare pubblico, bisogna anche ridurre tutte le forme di erogazione privata dei servizi sociali e tutte le forme di precarizzazione del lavoro che esse comportano. Anche se tutto ciò urta contro gli interessi materiali di una parte non piccola della sinistra che ha cogestito la privatizzazione scambiandola per socializzazione della sfera pubblica.
  4. Sicurezza. Ebbene sì: sicurezza per tutte e tutti, per bianchi e per neri. E’ un tema vissuto come decisivo dai ceti popolari e dunque deve essere decisivo anche per noi. Non si tratta di “inseguire la destra sul suo terreno”, ma di riprenderci un terreno che deve essere nostro. Sicurezza contro le turbolenze guerreggiate mondiali, sviluppando una politica internazionale di pace. Sicurezza contro la miseria, puntando su lavoro e welfare. Sicurezza contro la criminalità ed il degrado, sia facendola gestire direttamente dagli abitanti dei quartieri attraverso la riconquista e la cura degli spazi pubblici, sia ampliando e riqualificando gli organici delle forze di polizia, utilizzandoli con funzione di mediazione sociale invece che di ordine pubblico.
  5. Regolarizzazione e regolazione dell’immigrazione. Dobbiamo renderci conto che la giusta e necessaria regolarizzazione degli immigrati (fondamentale anche per una positiva gestione del mercato del lavoro) implica una regolazione del flusso dell’immigrazione senza la quale (se, come tutti prevediamo, questo flusso assumerà necessariamente dimensioni sempre crescenti) verranno a mancare le risorse economiche, sociali e politiche per la regolarizzazione stessa. Anche in questo caso non si tratta di inseguire la destra sul suo terreno. Si tratta di dire la verità: nessun paese, tantomeno un paese come il nostro, può pensare di non regolare in alcun modo i flussi. Nessun governo, nemmeno un nostro governo, potrebbe evitare di farlo. Non si tratta di imitare Minniti, si tratta quanto meno di porsi il problema. Parlando solamente di accoglienza perderemmo il contatto con la gran parte della nostra gente, e lo perderemmo per non aver detto cose… che saremmo poi costretti a fare se fossimo al governo. Un vero paradosso che può essere superato con la proposta convinta della coppia regolarizzazione/regolazione.
  6. Nuova collocazione internazionale dell’Italia. Tutto quanto sopra ha un senso ed è possibile soltanto se l’Italia esce dalla propria collocazione euroatlantista e partecipa alla costruzione di un’area di cooperazione economica e di pace (iniziando ad eliminare le atomiche dal proprio territorio) che possa costituire una terza forza nello scontro tra Occidente e Oriente. La rottura con l’Ue deve essere accompagnata da subito con una proposta di nuova alleanza fra gli stati del continente fondata questa volta su un patto politico che espressamente rifiuti una soluzione bellicista e la prosecuzione del mercantilismo che ha accresciuto le diseguaglianze, gli squilibri e la tendenza alla guerra. Rapporti con la Russia, la Cina e col complesso dei Brics devono divenire asse normale dello sviluppo del paese. Così è, ovviamente, per il ruolo nel Mediterraneo. L’obiettivo non può essere tanto, o immediatamente, quello della collaborazione con stati orientati al socialismo, quanto quello della collaborazione con stati che intendano sottoporre a controllo politico i movimenti del capitale e intendano accettare una regolazione degli scambi che non si traduca nella deflazione competitiva a danno dell’occupazione e dei salari.
Siamo sicuri che intorno a questo asse si possa costruire non soltanto una lista, ma, progressivamente, quella vera e propria coalizione costituzionale di cui questo paese ha bisogno (e che potrebbe anche essere lo spazio migliore per far crescere una autonoma presenza comunista). Siamo sicuri che dicendo queste verità si possa ottenere un buon consenso, quantomeno il consenso necessario a porsi ulteriori obiettivi di crescita politica. Così come siamo sicuri che la ripetizione del nostro solito frasario umilierebbe le nostre migliori idee e ci condannerebbe ad arrestare sul nascere un cammino che potrebbe invece portarci molto lontano. Servirebbe solo a regolare i conti nel nostro piccolo cortile, quando il campo della nostra azione potrebbe e dovrebbe essere molto più vasto. Sarebbe come restare a casa a giocare a Subbuteo fra amici quando si potrebbe giocare una partita vera.

sabato 23 settembre 2017

Per una Sinistra di Nuovo Grande

di William Mitchell e Thomas Fazi (da American Affairs)
traduzione di Domenico D'Amico



Attualmente l'Occidente si trova nel bel mezzo di una ribellione contro l'establishment, una ribellione di proporzioni storiche. Il voto sulla Brexit nel Regno Unito, l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il rifiuto della riforma costituzionale neoliberista di Matteo enzi in Italia, l'inopinata crisi di legittimità dell'Unione Europea – per quanto questi fenomeni, pur correlati, differiscano quanto a fini e motivazioni ideologiche, rappresentano tutti il rifiuto dell'ordine (neo)liberista che ha dominato il mondo, particolarmente l'Occidente, negli ultimi trent'anni.
Anche se il sistema si è dimostrato capace (per lo più) di assorbire e neutralizzare simili agitazioni elettorali, nell'immediato non ci sono segni che questa rivolta contro l'establishment possa placarsi. (1) Nel mondo industrializzato il consenso per i partiti anti-establishmant è al suo massimo dagli anni 30, e continua a crescere. (2) Contemporaneamente, il sostegno per i partiti maggiori, inclusi quelli di tradizione socialdemocratica, è crollato. Le cause immediate di questa reazione avversa sono piuttosto ovvie. La crisi finanziaria del 2007-2009 ha posto sotto gli occhi di tutti la terra bruciata che il neoliberismo lascia dietro di sé, per nascondere la quale le élite hanno fatto grandi sforzi, sia materialmente (tramite la finanziarizzazione) sia ideologicamente (tramite i richiami alla “fine della Storia”). Mentre il credito si esauriva, diventava evidente che per anni l'economia aveva continuato a crescere perché le banche stavano distribuendo, per mezzo del debito, il potere di acquisto che l'impresa non forniva col salario. Per parafrasare Warren Buffett, l'abbassamento della marea sollevata dal debito ha rivelato che quasi tutti, di fatto, stavano nuotando nudi.
La situazione, ieri come oggi, si è aggravata ulteriormente a causa delle politiche di austerità e di deflazione salariale perseguite dopo la crisi da molti governi occidentali, particolarmente quelli europei. Questi governi hanno visto nella crisi l'opportunità di imporre un regime neoliberista ancora più drastico, e di perseguire politiche delineate per compiacere il settore finanziario e le classi abbienti, a spese di chiunque altro. Per cui il progetto (ancora da portare a termine) a base di privatizzazioni, deregolamentazioni e tagli allo stato sociale, è stato rilanciato con rinnovato rigore.
In un contesto di crescente insoddisfazione popolare, disordini sociali e disoccupazione di massa in molti paesi europei, le élite politiche di entrambe le sponde dell'Atlantico hanno risposto con argomentazioni e politiche in continuità col passato. Come risultato, il contratto sociale che lega i cittadini ai tradizionali partiti di governo è più a rischio oggi di quanto lo sia mai stato dai tempi della II Guerra Mondiale – e in alcuni paesi è probabilmente già saltato.

Il Declino della Sinistra
Anche limitando il raggio della nostra analisi al periodo postbellico, movimenti e partiti anti-sistema non sono una novità in Occidente. Almeno fino agli anni 80, l'anticapitalismo rimaneva una forza rilevante con cui si doveva fare i conti. La novità è che oggi – a differenza di venti, trenta o quaranta anni fa – sono movimenti e partiti di destra ed estrema destra (insieme a nuove formazioni del neoliberista “estremo centro”, come il partito La République en Marche del neo-presidente francese Emmanuel Macron) a guidare la rivolta. Messi insieme, destra ed “estremo centro” sopravanzano di gran lunga movimenti e partiti di sinistra, sia in termini di forza elettorale sia in termini di influenza sull'opinione pubblica. A parte poche eccezioni, nella maggior parte dei paesi i partiti di sinistra – vale a dire quelli a sinistra dei tradizionali partiti socialdemocratici – sono relegati ai margini dello spettro politico. Contemporaneamente, paese europeo dopo paese europeo, le tradizionali forze socialdemocratiche vengono “pasokizzate” - cioè ridotte all'irrilevanza parlamentare, alla pari di molte delle loro controparti di centro-destra, per via della loro adesione al neoliberismo e all'incapacità di offrire credibili alternative allo status quo. (Il termine “pasokizzato” si riferisce al partito socialdemocratico greco PASOK, praticamente spazzato via nel 2014 come conseguenza della sua inetta gestione della crisi debitoria della Grecia, dopo aver dominato la scena politica per più di trent'anni). Un destino analogo si è abbattuto su molti ex giganti dell'establishment socialdemocratico, quali il Partito Socialista francese e il Partito Laburista olandese (PvdA). Il consenso dei partiti socialdemocratici è oggi al livello più basso degli ultimi settant'anni – e la discesa continua. (3)
Come dovremmo spiegarci il declino della Sinistra – non soltanto il declino elettorale di quei partiti che sono comunemente associati all'ala sinistra dello spettro politico, a prescindere dal loro effettivo orientamento politico, ma anche il declino dei valori fondamentali della Sinistra sia nei partiti sia nella società in generale? Come mai la Sinistra anti-establishment si è finora dimostrata incapace di riempire il vuoto provocato dal crollo della Sinistra di potere [establishment Left]? Più in generale, com'è giunta la Sinistra a contare così poco nella politica globale? È possibile per la Sinistra, sia culturalmente sia politicamente, tornare a essere una forza di primo piano nella nostra società? E nel caso, in qual modo?
In questi ultimi anni la Sinistra ha fatto qualche progresso in alcuni paesi. Esempi significativi includono Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito Podemos in Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia, così come l'ascesa al potere di Syriza in Grecia (prima che venisse rapidamente rimessa in riga dall'establishment europeo). Tuttavia è innegabile che, per lo più, i movimenti e partiti di estrema destra siano stati più efficaci di quelli di sinistra o progressisti nell'attingere al malcontento di masse diseredate, marginalizzate, impoverite ed espropriate dalla quarantennale lotta di classe scatenata dalle classi dominanti. In particolare, queste sono le sole forze capaci di fornire una risposta (più o meno) coerente alla diffusa – e crescente – aspirazione a una maggiore sovranità territoriale o nazionale. Questa esigenza viene vista sempre di più come l'unico modo, in mancanza di un reale meccanismo rappresentativo sovranazionale, per riconquistare un qualche grado di controllo collettivo su politica e società, e in particolare sui flussi di capitale, sugli scambi e sulle persone che formano il nucleo della globalizzazione neoliberista.
Data la guerra che il neoliberismo ha condotto contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci che “la sovranità [sia] diventata lo schema dominante [master frame] [1] della politica contemporanea,” come nota Paolo Gerbaudo. (4) Dopotutto, lo svuotamento della sovranità nazionale e le restrizioni al meccanismo della democrazia popolare – ciò che si è definito come depoliticizzazione – è stato un elemento essenziale del progetto neoliberista, mirante a proteggere le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare, e a rimuovere qualsiasi ostacolo si opponesse agli scambi economici e ai flussi finanziari. Dati gli effetti nefasti della depoliticizzazione, è del tutto naturale che la rivolta contro il neoliberismo debba primariamente e principalmente assumere la forma di una richiesta impellente di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali.
Il fatto che alcune visioni della sovranità nazionale si configurino per linee etniche, esclusiviste e autoritarie, non dovrebbe essere visto come incriminante per la sovranità nazionale in se stessa. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono intrinsecamente concetti reazionari e sciovinisti – di fatto, essi sono stati il grido di battaglia di innumerevoli movimenti di liberazione, socialisti e di sinistra, nel XIX e XX Secolo.
Anche limitando la nostra analisi ai maggiori paesi capitalisti, è evidente che in pratica tutti i maggiori progressi sociali, economici e politici dei secoli passati sono stati ottenuti tramite le istituzioni dello stato-nazione democratico, e non per mezzo di istituzioni multilaterali, internazionali o sovranazionali. Anzi, le istituzioni globali sono state variamente utilizzate per far regredire quelle medesime conquiste, come abbiamo visto nel contesto della crisi dell'Euro, durante la quale istituzioni sovranazionali (che non rispondono a nessuno) come la Commissione Europea, l'Eurogruppo e la Banca Centrale Europea hanno usato il loro potere e la loro autorità per imporre una rovinosa austerità a paesi in difficoltà. Il problema, per farla breve, non è la sovranità in quanto tale, ma il fatto che questo concetto sia stato abbandonato nelle mani di chi cerca di imporre un progetto xenofobico e identitario. Sarebbe perciò un grave errore liquidare la seduzione del “Trumpenproletariat” da parte dell'Estrema Destra come un caso di falsa coscienza, come osserva Marc Saxer. (5) Le classi lavoratrici si stanno semplicemente rivolgendo agli unici (finora) movimenti e partiti che promettono loro un minimo di riparo dai venti brutali della globalizzazione neoliberista. Che intendano davvero mantenere simili promesse, questo è un altro discorso. A ogni modo, ciò fa sorgere un interrogativo ancora più grande: perché la Sinistra non è stata capace di offrire alle classi lavoratrici e alle classi medie sempre più proletarizzate un'alternativa credibile al neoliberismo e alla globalizzazione neoliberista? Più di preciso, perché non è stata capace di sviluppare una visione progressista della sovranità nazionale? Come diciamo nel nostro libro di imminente uscita, Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World (Pluto, Settembre 2017), le ragioni sono tante e intrecciate tra loro. Per cominciare, è importante comprendere che l'attuale crisi esistenziale della Sinistra ha profonde radici storiche, risalenti almeno fino a anni 60. Se vogliamo capire lo sbandamento della Sinistra, è da qui che la nostra analisi deve iniziare.

La Fine dell'Era Keynesiana
Oggi molti a Sinistra magnificano l'era “keynesiana” del secondo dopoguerra come un'età dell'oro in cui i lavoratori organizzati, insieme a pensatori e politici illuminati (come lo stesso Keynes) furono capaci di imporre ai capitalisti recalcitranti un “compromesso di classe” portatore di un progresso sociale mai visto prima – che però è stato in seguito rintuzzato dalla cosiddetta controrivoluzione neoliberista. Se ne è dedotto, quindi, che per sconfiggere il neoliberismo basterebbe che un numero sufficiente di appartenenti all'establishment adottasse un ordine di idee alternativo [al loro]. Tuttavia, l'ascesa e declino del keynesismo non si può spiegare semplicemente considerando il potere della classe lavoratrice o la vittoria di un'ideologia sull'altra, ma dovrebbe essere vista come il risultato della convergenza fortuita, nel secondo dopoguerra, di una serie di condizioni sociali, ideologiche, politiche, economiche, tecniche e istituzionali.
Non facendolo, si commetterebbe lo stesso errore che in molti, a Sinistra, commisero nell'immediato dopoguerra. Non riuscendo a valutare fino a che punto il compromesso di classe alla base del sistema fordista-keynesiano fosse, di fatto, elemento fondamentale di quello specifico (storicamente) regime di accumulazione, molti socialisti di quel periodo si convinsero “di aver fatto più del dovuto nel modificare l'equilibrio del potere di classe e la relazione tra stato e mercato”. (6) In linea con questo ragionamento, ignorarono il fatto che la classe capitalista aveva attivamente sostenuto il compromesso di classe solo nella misura in cui era funzionale al profitto, e che perciò, una volta cessata la sua utilità, l'avrebbe rigettato. Alcuni affermavano perfino che il mondo industrializzato fosse già entrato in una fase postcapitalista, nella quale tutti gli aspetti caratteristici del capitalismo erano scomparsi per sempre, grazie a una fondamentale traslazione di potere a favore del lavoro e a svantaggio del capitale, e dello stato a svantaggio del mercato. Inutile dirlo, le cose non stavano affatto così. In aggiunta, il monetarismo – precursore ideologico del neoliberismo – aveva cominciato a diffondersi nelle concezioni politiche della Sinistra sin dai tardi anni 60.
In tal modo, nella Sinistra furono in molti a trovarsi sprovvisti degli strumenti teorici necessari per comprendere contrastare adeguatamente la crisi capitalistica che negli anni travolse il modello keynesiano. Si convinsero invece che la lotta distributiva sorta a quell'epoca si potesse risolvere all'interno dei limiti angusti del sistema socialdemocratico. La verità era che il conflitto capitale-lavoro riemerso negli anni 70 si sarebbe potuto risolvere solo in due modi: dalla parte del capitale, attraverso una riduzione del potere contrattuale del lavoro, o dalla parte del lavoro, attraverso un estensione del controllo dello stato su produzione e investimenti. Come mostriamo in Reclaiming the State, riguardo l'esperienza dei governi socialdemocratici britannici e francesi degli anni 70 e 80, la Sinistra non ebbe la volontà di percorrere questa strada. L'unica scelta rimasta fu quella di “gestire la crisi del capitale per conto del capitale”, come scriveva Stuart Hall, legittimando ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione per la sopravvivenza del capitalismo. (7)
Da questo punto di vista, il governo britannico del laburista James Callaghan (1976-1979) reca gravi responsabilità. In un famoso (o famigerato) discorso del 1976 Callaghan giustificava il programma governativo di tagli alla spesa e moderazione salariale dichiarando che il keynesismo era morto, legittimando indirettamente l'emergente dogma monetarista (neoliberista) e creando di fatto le condizioni perché l'“austerity lite” [austerità moderata] del Partito Laburista venisse rimodulata da Margarett Tatcher in un assalto totale alla classe lavoratrice. Forse ancora peggio, Callaghan rese popolare il concetto che l'austerity fosse l'unica soluzione per la crisi degli anni 70, anticipando il mantra “non ci sono alternative” [there is no alternative (TINA)] di Tatcher, sebbene al tempo alternative radicali esistessero, come quelle proposte da Tony Benn e altri. Ma queste, tuttavia, “nella comune percezione non esistevano più” [no longer perceived to exist]. (8)
In questo senso, lo smantellamento del sistema keynesiano postbellico non può essere spiegato semplicemente come la vittoria di un'ideologia (“neoliberismo”) su un'altra (“keynesismo”), ma interpretato come la risultanza di numerosi, e intrecciati, fattori ideologici, economici e politici: la risposta dei capitalisti al calo dei profitti e alle implicazioni politiche delle strategie per la piena occupazione, i difetti strutturali del “keynesismo reale” [actually existing keynesism]; e la significativa incapacità della Sinistra di proporre una risposta coerente alla crisi del sistema keynesiano, men che meno un'alternativa radicale.

La Globalizzazione e lo Stato
Oltretutto, lungo gli anni 70 e 80, un nuovo (ed errato) concetto condiviso a sinistra cominciò a concretizzarsi nel contesto dell'internazionalizzazione economica e finanziaria – quella che oggi chiamiamo “globalizzazione” - e rese lo stato sempre più impotente rispetto alle “forze del mercato”. Ne conseguiva, questo il ragionamento, che le nazioni non avevano quasi altra scelta che abbandonare le strategie economiche nazionali e qualsiasi strumento tradizionale di intervento nell'economia – imposte e altre barriere commerciali, controllo del capitale, manipolazione di valute e tassi di scambio, politiche fiscali e politiche legate alle banche centrali. Al massimo, avrebbero potuto solo sperare in forme di gestione economica transnazionali o sovranazionali. In altre parole, l'intervento dei governi nell'economia veniva visto non solo come inefficace ma, sempre di più, come del tutto impossibile. Tale processo – generalmente (ed erroneamente) descritto come passaggio dallo stato al mercato – era accompagnato da un attacco feroce contro la stessa idea di sovranità nazionale, sempre più denigrata come reliquia del passato. Come scriviamo in Reclaiming the State, la Sinistra – in particolare la Sinistra europea – in queste vicende ha giocato anch'essa un ruolo essenziale, rafforzando la migrazione ideologica verso una visione del mondo post-nazionale e post-sovranità, spesso in anticipo sulla Destra. Al riguardo, uno dei punti di svolta più consequenziali fu, nel 1983, la svolta verso l'austerità di François Mitterrand – il cosiddetto tournant de la rigueur – appena due anni dopo la storica vitoria elettorale socialista del 1981. L'elezione di Mitterand fece credere a molti che una rottura radicale col capitalismo – almeno con la sua forma estrema affermatasi nei paesi anglosassoni – fosse ancora possibile. Giunti al 1983, comunque, i socialisti francesi erano riusciti a “dimostrare” l'esatto contrario: che la globalizzazione neoliberista era una realtà inevitabile e ineluttabile. Secondo le parole di Mitterand: “Ormai la sovranità nazionale non significa più granché, né possiede un ruolo apprezzabile nella moderna economia globale. (…) È indispensabile un alto grado di sovranazionalità”. (9)
Le ripercussioni del voltafaccia di Mitterand sono percepibili tutt'oggi. Intellettuali progressisti e di sinistra insistono spesso che quella svolta fosse prova del fatto che la globalizzazione e l'internazionalizzazione della finanza avesse posto fine all'era dello stato-nazione e alla sua capacità di perseguire politiche che non siano in consonanza coi diktat del capitale globale. Il concetto è questo: se un governo cerca autonomamente di perseguire la piena occupazione e un piano progressista e redistributivo, inevitabilmente verrà punito dalle forze anonime del capitale globale. Si pretende che Mitterand non avesse altra scelta che abbandonare i suoi progetti di riforme radicali. Per molti sinistrorsi di oggi, Mitterand rappresenta quindi un politico pragmatico consapevole delle forze capitalistiche globali cui doveva far fronte, e abbastanza responsabile da fare quel che era giusto per la Francia.
In realtà, uno stato sovrano che emetta moneta – come la Francia degli anni 80 – lungi dall'essere inerme dinanzi al capitale globale, possiede ancora la capacità di fornire ai propri cittadini piena occupazione e giustizia sociale. Quindi, com'è riuscita l'idea della “morte dello stato” a mettere radici così profonde nella coscienza collettiva? A questa visione postnazionale del mondo era (è) sottesa l'incapacità da parte del personale intellettuale e politico della Sinistra di comprendere – e in qualche caso il tentativo di nascondere – che la “globalizzazione” non era (non è) il risultato di cambiamenti economici e tecnologici inesorabili, ma in gran parte il prodotto di processi gestiti dallo stato. Tutti gli elementi che associamo alla globalizzazione neoliberista – delocalizzazione, deindustrializzazione, libero flusso di merci e capitali eccetera – sono stati (e sono), nella maggior parte dei casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nel promuovere, garantire e sostenere la struttura neoliberista internazionale (per quanto le cose sembrino in via di cambiamento) e insieme creare le condizioni interne che permettono all'accumulazione globale di prosperare.
La medesima cosa si può affermare per il neoliberismo tout court. È convinzione diffusa – particolarmente a sinistra – che il neoliberismo abbia implicato (anche oggi) una “marcia indietro”, uno “svuotamento” o “esaurimento” dello stato, il che a sua volta ha rafforzato il concetto che attualmente lo stato sia stato “sopraffatto” dal mercato. Tuttavia, uno sguardo più attento noterà che il neoliberismo non ha comportato un'uscita di scena dello stato quanto piuttosto una sua riconfigurazione, mirata a porre il timone della politica economica “nelle mani del capitale, e principalmente degli interessi finanziari”, come scrive Stephen Gill. (10)
È lapalissiano, dopotutto, che il processo neoliberista non sarebbe stato possibile se i governi – e in particolare quelli socialdemocratici – non fossero ricorsi a tutta una panoplia di strumenti per promuoverlo: la liberalizzazione di merci e flussi di capitale; la privatizzazione di risorse e servizi sociali; la deregolamentazione delle attività d'impresa, e dei mercati finanziari in particolare; la riduzione dei diritti dei lavoratori (primo e più importante, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell'attivismo sindacale; la riduzione delle tasse sulla ricchezza e sul capitale, a spese dei lavoratori e della classe media; la decimazione dei programmi sociali, e via e via. Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l'Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con inedita determinazione, e col sostegno di tutte le maggiori istituzioni internazionali e dei principali partiti politici.
Perfino la perdita di sovranità nazionale invocata nel passato, come lo è tuttora, per giustificare le politiche neoliberiste, è in gran parte il risultato di una volontaria e cosciente limitazione dei diritti sovrani degli stati da parte delle varie élite nazionali. A questo scopo, le svariate politiche adottate dai paesi occidentali includono: (1) ridurre il potere dei parlamenti, a fronte di quella delle burocrazie di governo; (2) rendere le banche centrali indipendenti dai governi, col fine dichiarato di sottomettere questi ultimi a una “disciplina basata sul mercato”; adottare una politica focalizzata sull'inflazione come strategia principale delle banche centrali – un approccio che mette in primo piano una bassa inflazione come principale obbiettivo della politica monetaria, escludendo altri obbiettivi quali, ad esempio, la piena occupazione; adottare regole limitatrici dell'azione politica – sulla spesa pubblica, sulla proporzione debito-PIL, sulla concorrenza eccetera – in modo da limitare quello che i politici possono fare su mandato dei loro elettori; (5) subordinare i settori di spesa al controllo delle tesorerie; (6) riadottare tassi di scambio fissi, che limitano gravemente la capacità dei governi di esercitare il controllo sulla politica economica; e infine, cosa forse più importante, (7) cedere prerogative nazionali nelle mani di istituzioni sovranazionali e burocrazie interstatali quali l'Unione Europea.
La ragione per cui i governi sceglievano volontariamente di “legarsi le mani” è fin troppo chiara: come esemplifica il caso europeo, la creazione di “vincoli esterni” autoimposti ha permesso alle classi politiche nazionali di ridurre il costo politico della transizione neoliberista – che implicava ovviamente politiche impopolari – dando la colpa a regole prestabilite e a istituzioni internazionali “indipendenti”, che a loro volta venivano presentate come il risultato inevitabile delle nuove, crude realtà della globalizzazione.

Lo Statalismo del Neoliberismo
Inoltre, il neoliberismo è stato (ed è) associato a varie forme di autoritarismo di stato – quindi il contrario dello stato minimo invocato dai neoliberisti – dato che gli stati hanno rinforzato il settore securitario e poliziesco, componente di una generale militarizzazione della gestione delle manifestazioni di protesta. In altre parole, non solo la politica economica neoliberista richiede la presenza di uno stato forte, ma addirittura di uno stato autoritario sia a livello nazionale sia internazionale, in particolar modo quando si tratta di forme estreme di neoliberismo, come quelle sperimentate dai paesi periferici. In questo senso, l'ideologia neoliberista, almeno nelle sue vesti antistataliste, dovrebbe essere considerata come un mero, conveniente alibi per quello che è stato, ed è, un progetto essenzialmente politico e statale. Il capitale rimane dipendente dallo stato tanto oggi quanto al tempo del keynesismo – per tenere sotto controllo le classi lavoratrici, salvare grandi imprese che altrimenti finirebbero in bancarotta, aprire mercati in altri paesi (utilizzando a volte l'intervento militare) eccetera. L'ironia suprema, o chiamiamola indecenza, è che i partiti della Sinistra tradizionale, sia al governo sia all'opposizione, sono diventati i portabandiera del neoliberismo.
Nei mesi e anni seguenti al crollo finanziario del 2007-2009, la perenne dipendenza del capitale – e del capitalismo – la dipendenza dallo stato in un'era neoliberista è diventata vistosamente evidente, visto che i governi degli Stati Uniti, Europa e altrove hanno tratto in salvo le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di bilioni di dollari. Eppure a quel tempo nessun importante opinionista ha strillato “E i soldi da dove si prendono?” Ben presto, comunque, quegli stessi soggetti, alcuni dei quali diretti beneficiari dei provvedimenti di salvataggio, sono tornati al solito ritornello, ammonendoci che i governi sono in bancarotta, che i nostri nipoti saranno stritolati dal crescente peso del debito pubblico, e che l'iperinflazione è in agguato. Successivamente alla cosiddetta crisi dell'euro del 2010, in Europa tutto questo è stato accompagnato da un assalto su tutti i fronti contro il modello socioeconomico europeo del dopoguerra, con l'obbiettivo di ristrutturare e riprogettare le società e le politiche europee secondo linee maggiormente favorevoli al capitale. Una tale riconfigurazione radicale delle società europee – che, lo ripetiamo, ha visto in prima linea i governi socialdemocratici – non si basa su un arretramento dello stato rispetto al mercato, ma piuttosto da una ri-intensificazione dell'intervento statale a favore del capitale. (11)
Nondimeno, l'idea erronea del declino dello stato-nazione è diventata ormai elemento integrante [entrenched fixture] della Sinistra. Visto quanto sopra, non sorprende affatto che le maggiori formazioni di sinistra siano oggi del tutto incapaci di offrire una concezione positiva della sovranità nazionale che si contrapponga alla globalizzazione neoliberista. A peggiorare ulteriormente la situazione, molti a sinistra si sono bevuti le favole macroeconomiche che l'establishmant utilizza per scoraggiare qualsiasi uso alternativo delle misure fiscali dello stato. Ad esempio, hanno accettato senza fare domande la cosiddetta analogia del “bilancio familiare”, che sostiene che i governi emittenti valuta, come un nucleo familiare, hanno limiti finanziari ineludibili [are financially constrained], e che un deficit fiscale diventa un carico rovinoso per le future generazioni.

Dall'Emancipazione alla Ratificazione dello Status Quo
Tutto ciò procede di pari passo con un altro, parimenti tragico, sviluppo. Dopo la sua storica sconfitta, la tradizionale attenzione anticapitalista della Sinistra verso il concetto di classe ha lasciato il campo a una versione liberal-individualista dell'emancipazione. Soggiogati dalle teorie postmoderniste e poststrutturaliste, gli intellettuali della Sinistra hanno abbandonato le categorie marxiane di classe per concentrarsi invece su elementi del potere politico sull'uso di linguaggio e narrazioni come mezzo per consolidare i significati. Questo cambio di rotta ha anche delineato nuove aree di lotta politica che sono diametralmente opposte a quelle descritte da Marx. Negli ultimi trent'anni l'attenzione della Sinistra si è spostata dal “capitalismo” a questioni come il razzismo, la politica di genere, l'omofobia, il multiculturalismo eccetera. La marginalità non viene più descritta in termini di classe ma in termini di identità. La lotta contro l'illegittima egemonia della classe capitalista ha lasciato il campo alle lotte di una varietà di gruppi e minoranze (più o meno) oppresse e marginalizzate: donne, neri, LGBTQ eccetera. Il risultato è che la lotta di classe ormai non viene più vista come la via per la liberazione.
In questo mondo postmodernista, solo le categorie che trascendono i confini tra le classi vengono considerate rilevanti. In aggiunta, le istituzioni sviluppatesi per difendere i lavoratori contro il capitale – come sindacati e partiti socialdemocratici – sono ormai succubi di questi obbiettivi estranei alla lotta di classe [non-class struggle foci]. Come osserva Nancy Fraser, il risultato che è emerso, praticamente in tutti i paesi occidentali, è una perversa consonanza politica tra “le correnti principali dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo e diritti LGBTQ) da una parte, e dall'altra i settori imprenditoriali di servizi 'simbolici' e di fascia alta (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”. (12) Il risultato è un progressismo neoliberista “che mette insieme ideali ridimensionati di emancipazione e forme letali di finanziarizzazione,” con i primi che prestano il loro carisma a queste ultime.
Man mano che la società si è andata dividendo sempre di più tra una classe urbanizzata, socialmente progressista, cosmopolita, ben educata, altamente mobile e specializzata, e una classe periferica, a bassa specializzazione, di bassa cultura, che lavora di rado all'estero e che affronta la concorrenza degli immigrati, la Sinistra di governo ha costantemente preso le parti della prima. In effetti, il divorzio tra le classi lavoratrici e la Sinistra intellettuale e culturale può essere considerato uno dei principali motivi dietro la ribellione di destra che investe attualmente l'Occidente. Come ha affermato Jonathan Haidt, il modo in cui le élite urbane globaliste parlano e agiscono innesca involontariamente le tendenze autoritarie di una frangia di nazionalisti. (13) In quest'orribile circolo vizioso, tuttavia, più le classi lavoratrici si volgono verso populismi e nazionalismo di destra, più la Sinistra intellettual-culturale moltiplica le sue fantasie liberali e cosmopolite, esacerbando ancora di più l'etnonazionalismo del proletariato.
Ciò è particolarmente evidente nel dibattito politico europeo in cui, nonostante gli effetti disastrosi di Unione Europea e unione monetaria, la Sinistra di governo – appellandosi spesso ai medesimi argomenti utilizzati più di una generazione addietro da Callaghan e Mitterand – resta aggrappata a simili istituzioni. A dispetto di ogni prova del contrario, la Sinistra di governo afferma che queste istituzioni possono essere riformate in chiave progressista, e rifiuta ogni argomentazione a favore di una nuova agenda progressista basata su una ritrovata sovranità nazionale, bollandola come un “arretramento su posizioni nazionaliste”, destinate inevitabilmente a far precipitare il continente in un fascismo stile anni 30. (14) Una tale posizione, per irrazionale che sia, non desta sorpresa, considerando che, dopotutto, l'unione monetaria europea è un'idea partorita dalla Sinistra europea. Tuttavia, questa posizione presenta numerosi problemi, che in definitiva hanno la loro radice nell'incapacità di comprendere l'autentica natura dell'Unione Europea e dell'unione monetaria. Per prima cosa, si ignora il fatto che la costituzione politica e l'economia dell'UE sono strutturate proprio per ottenere i risultati che abbiamo sotto gli occhi: l'erosione della sovranità popolare, il massiccio trasferimento della ricchezza dalle classi medie e basse a quelle dominanti, l'indebolimento della classe lavoratrice, e più in generale l'arretramento delle conquiste democratiche e socioeconomiche ottenute nel passato dalle classi subordinate. L'UE è progettata appositamente per impedire quel tipo di riforme radicali a cui aspirano i progressisti integrazionisti e federalisti.
Ancora più importante è il fatto che queste posizioni riducono la Sinistra al ruolo di difensore dello status quo, permettendo in tal modo alla Destra politica di monopolizzare le legittime rimostranze anti-sistema (e specificamente anti-UE) dei cittadini. Questo significa cedere alla Destra e all'estrema Destra la lotta discorsiva e politica per l'egemonia post-neoliberismo. Non è arduo accorgersi che se un cambiamento in chiave progressista si può attivare solo al livello globale o europeo – in altri termini, se l'alternativa offerta all'elettorato è tra un nazionalismo reazionario e un progressismo globalista – allora per la Sinistra la battaglia è persa in partenza.

Rivendicare lo Stato
Non dev'essere così per forza, tuttavia. Come spieghiamo in Reclaiming the State, una visione progressista, emancipazionista della sovranità nazionale radicalmente alternativa a quelle della Destra e dei neoliberisti – una visione basata sulla sovranità popolare, sul controllo democratico dell'economia, sul pieno impiego, la giustizia sociale, una redistribuzione dai ricchi verso i poveri, una politica di inclusione, e più in generale la trasformazione socio-ecologica della società e della produzione – una tale visione è possibile. È anzi indispensabile. Come scrive J. W. Mason:
“Qualsiasi ordinamento [sovranazionale] si possa immaginare in linea di principio, l'applicazione concreta degli apparati di sicurezza sociale, delle leggi sul lavoro, della protezione dell'ambiente e della redistribuzione della ricchezza avviene a livello nazionale, ed è perseguita da governi nazionali. Per definizione, ogni lotta mirante alla conservazione la democrazia sociale di oggi è una lotta per difendere le istituzioni nazionali.” (15)
In modo analogo, la lotta per difendere la sovranità democratica contro l'offensiva della globalizzazione neoliberista è l'unica base su cui si possa rifondare la Sinistra, sfidare la Destra nazionalista e ricucire lo strappo tra la Sinistra e la sua “naturale” base sociale – i diseredati. A questo fine, la Sinistra deve anche abbandonare la sua ossessione per le politiche identitarie e recuperare un “concetto di emancipazione più allargato, antigerarchico, egualitario, di classe e anticapitalistico” che un tempo era il suo marchio di fabbrica. Simili priorità, ovviamente, non sono in contraddizione con le lotte contro il razzismo, il patriarcato, la xenofobia e altre forme di oppressione e discriminazione. (16) Abbracciare una concezione progressista della sovranità significa anche lasciarsi alle spalle i tanti falsi miti macroeconomici che affliggono i pensatori progressisti e di sinistra. Come abbiamo già affermato, uno dei miti più diffusi e persistenti è il presupposto che i governi siano schiavi delle loro entrate. Dando credito a simili miti, la Sinistra è diventata incapace di concepire alternative radicali. E tuttavia, è proprio di alternative radicali che c'è bisogno. Come ha osservato di recente Perry Anderson: “Per i movimenti anti-sistema della Sinistra in Europa” - come altrove, del resto - “la lezione di questi ultimi anni è chiara. Se non vogliono farsi sorpassare dai movimenti di destra, non possono permettersi di essere meno radicali nell'attaccare il sistema, e in questa opposizione devono essere coerenti.” (17) In altre parole, la Sinistra deve tornare a essere radicale. In Reclaiming the State illustriamo quelli che riteniamo i requisiti necessari – in termini teorici, politici e istituzionali – per la creazione di una concezione all'interno della quale il perseguimento di un progetto socialmente ed economicamente progressista sia tecnicamente possibile. Questo è ciò che è necessario:

  1. Una concezione corretta delle capacità dei governi monetariamente sovrani (o comunque emittenti valuta), e più specificamente la consapevolezza che simili governi non sono mai vincolati alle entrate e alla solvibilità, dato che emettono la loro moneta con un atto legislativo e di conseguenza non possono “finire i soldi” o diventare insolventi. Questi governi hanno sempre una capacità illimitata di spendere la loro stessa valuta: cioè possono acquistare tutto ciò che vogliono, finché esistono beni e servizi acquistabili con la valuta da loro emessa, e possono utilizzare il loro potere di emettere moneta per finanziare massicci investimenti in infrastrutture sociali e materiali. Come minimo, possono reclutare i disoccupati e riutilizzarli produttivamente (ad esempio, con un Programma di Lavoro Garantito [job guarantee] [2] Questo, naturalmente, non si può applicare a paesi che facciano parte dell'Unione Monetaria Europea. La comprensione della realtà operativa delle moderne economie di emissione valutaria diviene quindi una conditio sine qua non per prefigurare una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale.
  2. Una drastica espansione del ruolo dello Stato – e un pari ridimensionamento del ruolo del settore privato – nel sistema di investimenti, produzione e distribuzione. Un progetto progressista per il XXI Secolo deve quindi di necessità comportare una larga ri-nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia – incluso, cosa più importante, il settore finanziario – e un nuovo e aggiornato concetto di pianificazione, mirato a porre le leve della politica economica sotto controllo democratico.

Questi due elementi, a nostro avviso, forniscono la base su cui costruire un'alternativa progressista e radicale al neoliberismo, i cui dettagli dovrebbero risultare da un ampio dibattito tra pensatori progressisti, movimenti sociali e pariti politici, a livello nazionale e internazionali.
Per finire, è chiaro che il possesso di un programma socioeconomico convincente non basta per conquistare il cuore e la testa della gente. A parte la centralità dello Stato dal punto di vista politico-economico, la Sinistra deve farsi una ragione del fatto che la gran maggioranza della gente che non appartiene – e mai apparterrà – all'élite internazionale e giramondo, la loro idea di cittadinanza, di identità collettiva e di bene comune sono inestricabilmente legati al concetto di nazionalità. Alla fine dei conti, essere un cittadino vuol dire dibattere con altri cittadini all'interno di una comunità politica condivisa, e far sì che la classe dirigente risponda delle proprie decisioni [hold decision-makers accountable]. Oggi la Destra è vittoriosa perché è in grado di intessere un'efficace narrazione dell'identità collettiva in cui la sovranità nazionale viene sviluppata in chiave nativista o addirittura razzista. I progressisti quindi devono essere in grado di produrre narrazioni e miti altrettanto potenti, che riconoscano il bisogno di appartenenza e interconnessione degli esseri umani. In questo senso, una visione progressista della sovranità nazionale dovrebbe mirare alla ricostruzione e ridefinizione dello stato-nazione come luogo in cui i cittadini possano trovare rifugio nella “sicurezza nella democrazia [democratic protection], la legalità popolare, l'autonomia locale, i beni collettivi e le tradizioni egualitariste” piuttosto che in una società culturalmente ed etnicamente omogeneizzata, come dice Wolfgang Streeck. (18) Questo è anche il requisito indispensabile per la costruzione di un nuovo ordine internazionale, basato sull'interdipendenza, e tuttavia indipendenza degli stati nazionali.

Articolo apparso in origine su American Affairs, Volume I, Numero 3 (Autunno 2017), pagg. 75-91

Note
1 See Perry Anderson, “Why the System Will Still Win,” Le Monde diplomatique, Marzo 2017.
2 Ray Dalio et al., Populism: The Phenomenon, Bridgewater, 22 marzo 2017.
3 “Rose Thou Art Sick,” Economist, 2 aprile 2016.
4 Paolo Gerbaudo, “Post-Neoliberalism and the Politics of Sovereignty,” openDemocracy, 4 novembre 2016.
5 Marc Saxer, “In Search of a Progressive Patriotism,” Medium, 15 aprile 2017.
6 Adaner Usmani, “The Left in Europe: From Social Democracy to the Crisis in the Euro Zone: An Interview with Leo Panitch,” New Politics 14, no. 54 (Inverno 2013), http://newpol.org/content/left-europe-social-democracy-crisis-euro-zone-interview-leo-panitch.
7 Stuart Hall, “The Great Moving Right Show,” Marxism Today (Gennaio 1979): 18.
8 Colin Hay, “Globalisation, Welfare Retrenchment and ‘the Logic of No Alternative’: Why Second-Best Won’t Do,” Journal of Social Policy 27, no. 4 (Ottobre 1998): 529.
9 John Ardagh, France in the New Century: Portrait of a Changing Society (London: Penguin, 2000), 687–88.
10 Stephen Gill, “The Geopolitics of Global Organic Crisis,” Analyze Greece!, 5 giugno 2015, http://www.analyzegreece.gr/topics/greece-europe/item/231-stephen-gill-the-geopolitics-of-global-organic-crisis.
11 Richard Peet, “Contradictions of Finance Capitalism,” Monthly Review 63, no. 7 (Dicembre 2011), https://monthlyreview.org/2011/12/01/contradictions-of-finance-capitalism/.
12 Nancy Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism,” Dissent, January 2, 2017, https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionary-populism-nancy-fraser.
13 Jonathan Haidt, “When and Why Nationalism Beats Globalism,” American Interest 12, no. 1 (Luglio 2016), https://www.the-american-interest.com/2016/07/10/when-and-why-nationalism-beats-globalism/.
14 Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili, “Varoufakis: ‘A un anno dall’Oxi, non rifugiamoci nei nazionalismi. Un’Europa democratica è possibile,’” La Repubblica, July 8, 2016, http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/08/news/varoufakis_a_un_anno_dall_oxi_non_rifugiamoci_nei_nazionalismi_un_ europa_democratica_e_possibile_-143703316/.
15 J. W. Mason, “A Cautious Case for Economic Nationalism,” Dissent (Primavera 2017), https://www.dissentmagazine.org/article/cautious-case-economic-nationalism-global-capitalism.
16 Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism.”
17 Anderson, “Why the System Will Still Win.”
18 Wolfgang Streeck et al., “Where Are We Now? Responses to the Referendum,” London Review of Books 38, no. 14 (14 luglio 2016), https://www.lrb.co.uk/v38/n14/on-brexit/where-are-we-now.


note del traduttore
[1] Master frame: cfr. (a cura di) Nicola Montagna, I movimenti Sociali e le Mobilitazioni Globali, Franco Angeli 2007, pagg. 28 e sgg.
[2] Crf. qui.