di Fulvio Grimaldi da facebook
Le parti in commedia dei russi. La fiction splatter di Amnesty
Se vi infastidiscono le elucubrazioni su media e Virginia Raggi, potete
saltare subito al capoverso: Dal Campidoglio in coma vigile alla Siria,
viva o morta.
Cani fatti killer, uomini fatti giornalisti
Da
quando avevamo raccolto nei boschi di Teuteburgo quel bassottino
selvatico di nome Lumpi (monello) e insieme a lui, nel paese di Dresda,
avevamo scansato le mitraglie degli Spitfire britannici, dribblato le
bombe dei Mustang statunitensi, mentre magari stavamo raccogliendo
ortica lungo i fossi per una cena tra il 1944 e il 1945, ho sempre
vissuto con cani, della nobilissima specie dei bassotti a pelo ruvido,
specialisti della lotta contro gli altotti, fino a entrarci in simbiosi
affettiva e intellettuale, dunque politica. Posso perciò affermare con
una certa competenza che tutti i cani, per natura nascendo di branco,
cioè inseriti in un collettivo, sono buoni, sociali e socievoli,
collaborativi, rispettosi dell’armonia e dell’utile comunitari. Il che
li rende la specie animale più vicina a quella umana. Quanto meno a
quella umana prima del degrado subito da una sua limitata, ma decisiva,
quota.
Addestrati, violentati nella loro identità originaria,
educati male, i cani diventano strumenti di umani degenerati che li
pretendono delittuosamente, come dio con gli uomini, a loro immagine e
somiglianza. E arriviamo ai rottweiler aggressivi, ai pitbull da
combattimento, perfino ai jack russell mordaci, interfaccia di
poliziotti che picchiano, forze speciali che torturano, energumeni da
rissa che inseguono modelli di videogiochi, politici che sterminano,
padroni che ingrassano sul dimagrimento dei dipendenti. Succede così a
varie categorie umane. Ne prendo in esame quella che conosco meglio
perchè ne faccio parte: i giornalisti. Quello che succede ai cani, di
loro natura buoni, ma resi aggressivi a forza di violenze, sofferenze e
ricatti affettivi, succede ai giornalisti quando, usciti dai banchi di
scuola e di università con il degno e generoso desiderio di sollevare le
sorti del genere attraverso una corretta ed eticamente finalizzata
informazione sulle cose e le persone del mondo, entrano in una
redazione. Quello che vien fatto ai cani con la frusta e il biscotto, a
loro viene comminato con la carota della carriera e il bastone della
disoccupazione.
Per cui molti, quelli che non fuggono in nicchie
cartacee o di rete, si fanno pitbull, rottweiler, jack russell di
servizio e d’attacco. Da noi il 99%, come ci dice chi compila la
classifica mondiale delle peggiore stampa e come ci evidenziano i fatti
di questi giorni attinenti vuoi a Virginia Raggi, vuoi a DonaldTrump, al
cospetto dei quali la categoria ringhia, azzanna, prova a uccidere.
Cosa, o chi, hanno in comune Virginia e Donald
L’accostamento della delicata sindaco di Roma al bombastico
neopresidente Usa è del tutto improprio. Se non per quanto accomuna fra
loro le belve che gli si avventano contro: un curriculum infinitamente
peggiore di quello delle prede puntate. Di Trump, che si crede uno Zeus
dipinto dai cartoonisti giapponesi mentre lancia fulmini e saette su
bersagli a proposito e, sempre più, a sproposito, potremo occuparci
un’altra volta. Quello che impressiona è il patto d’acciaio che unisce
in un unico branco, all’attacco della stessa vittima, i sedicenti
leftisti sorosiani del “manifesto” e i palazzinari suolofagi del
“Messaggero”, la crème dell’intellettualità gauchista e il guano dei
revanscisti cripto-nazisti, la borghesia liberale arteriosclerotica e il
pimpante bifolchismo renzista, l’aristocrazia pennivendola in livrea di
“Corriere”, “Stampubblica” e il sottoproletariato da Curva Sud
coltivato dai gazzettieri dei padroni del calcio, gli schermi unificati
Raiset, compreso l’insopportabile borgataro narcisista, ironico di
corte, Zoro (Diego Bianchi), fino ai parzialmente eterodossi
dall’eschimo di raso del “Fatto Quotidiano”, con i suoi cavalli di razza
talmudisti Colombo, Coen e Disegni (quest’ultimo, chihuahua da caccia e
reperto del sofriano “Cuore”, esibisce una desolante assenza di talento
figurativo con ossessivi scarabocchi anti-Raggi nella penultima del
quotidiano, in livorosa polemica con le arguzie e i dati di fatto con
cui il suo direttore, invece, sbertuccia e affonda i colleghi in
missione anti-Raggi).
Sussurri e grida
Rivelatrice, più di
molte altre loro nefandezze, tipo, tanto per dire, quelle dello Stato
biscazziere e baro che apre mini-casinò in tutti i quartieri per la
migliore salute mentale e contabile degli italiani, è la corrispettiva
discrezione assoluta nei confronti di un ministro come Lotti, indagato
per aver spiffero ai de cuius, insieme al comandante supremo dell’Arma
nei Secoli Fedele, che, rasentando il papà di Renzi, si stava indagando
su una gigantesca corruzione relativa al più grande appalto pubblico
europeo in carico alla Consip, da 2,7miliardi. E analogamente tutto tace
sulle indagini, di ben altro peso, che concernono il sindaco Sala di
Milano, il personaggetto De Luca della Campania Infelix, la catena di
Sant’antonio di sindaci, parlamentari e amministratori vari PD e NCD
sotto la ferula di magistrati fuori dalla nebbia romana.
La
similitudine che balza alla mente e quella della caccia alla volpe, non
per caso cara alle elisabette Prima e Seconda: la muta dei cani
addestrati a lacerare la gola e sbranare le carni perché le cavallerizze
possano poi esibirsi in società, ornate delle vaporose code della
creatura ammazzata. Giornalisti come cani da riporto. E sono quelli che,
ricevuta e capita la scudisciata dalla Boldrini, uggiolano, guaiscono,
latrano e ringhiano, a seconda della stazza, contro quelli delle fake
news: sublimazione di una pratica divenuta di questi tempi il vero
spirito del tempo negli ambienti della criminalità organizzata di
palazzo: da buoi, con piramidali strutture in testa, dare del cornuto
all’asino.
Negli incubi notturni del signorotto a caccia di
volpi, a dispetto dei suoi paramilitari a quattro zampe e del destriero
che gli assicurano immunità dalle bestie feroci, non può non
materializzarsi un contrappasso: l’assalto alla gola di una torma
sconfinata di volpi. Per cui, con maggiore furia, la mattina dopo si
avventerà a fare della strage la cancellazione del sogno. E, similmente,
cosa credete, che a scatenare la caccia non sia il terrore di un domani
in cui Roma, strappata alle fogne palazzinare e mafiocapitaliste e alle
pantegane che ci sguazzavano, e l’Italia tutta, sottratta
all’oligarchia mafio-massonico-vaticana, e magari anche l’Unione Europea
decapitata, monetizzata e populistizzata, cadano in mano a chi non
ruba, truffa, turlupina, impastocchia, o non capisce un cazzo?
Cazzate vere e panna montata: far fuori la volpe
Inutile entrare nei particolari dell’opera della giunta 5 Stelle, tra
cazzate fatte e iniquità attribuite. Tuffiamoci nella panna montata e
avvelenata di una magistratura romana di cui, fin dai tempi di Gallucci,
Carnevale, Capaldo, del famigerato “porto delle nebbie”, si pensa
andreottianamente male, più che mai quando sa combinare, in perfetto
sincronismo (un messaggio? Una garanzia?), l’archiviazione per 113
personaggi di mafiacapitale, tra cui le eccellenze Alemanno e Zingaretti
(avvalsosi della facoltà di non rispondere, roba per cui dai 5 Stelle
si viene cacciati), con l’ennesimo abuso d’ufficio alla Raggi. Corredato
da interrogatori che per forzature ambientali e temporali sarebbero
degne di un Totò Riina. Qui la sintonia tra Procura e media è quasi
commovente, da parenti stretti a Natale. Sul piano generale c’è quella
paura ghiaccia di chi teme di vedersi abbassata la saracinesca della
pasticceria. La stessa che pervade gli anti-Trump. Ma se, nel primo
caso, la pasticceria, con i Cinque Stelle, promette di restare chiusa,
nel secondo si prevede già la sostituzione dei produttori e
consumatori).
Nello specifico, è la vendetta ex-post per
l’abbuffata delle Olimpiadi negata e quella ex-ante per i 700mila metri
cubi di cemento che gli speculatori di passo Goldman Sachs, Rothschild,
Fiat, Unicredit e quant’altro, noti benefattori dell’umanità,
vorrebbero, tramite il palazzinaro Parnasi, aggiungere ai 100mila del
nuovo stadio senza la quale la Roma dei maestri urbanisti Totti e
Spalletti e l’Italia delle frane e alluvioni e dei 35 ettari di suolo
cementificati ogni giorno, non potrebbero sopravvivere. Per me, Raggi e
compagnia per ora alla capitale non hanno fatto nulla di male. Quello
che hanno fatto di scombiccherato è noto. Quanto di buono, è finito nei
cestini di redazione. E, comunque, quello che sono riusciti a fare
(vedi l’elenco di Grillo), l’hanno fatto aggirandosi per i caveau
svuotati dai predecessori (dalla Procura romana archiviati) a trovare
tra le fessure qualche decino smarrito da tapparci le buche. Ora stanno
all’hic Rhodus hic saltus: sotto una pressione da mille megapascal della
canea di regime, lasciare che i predatori di sempre incistino in quel
che resta dell’agro romano grattacieli, centri commerciali, residenze e
uffici per quasi un milione di metri cubi, lasciando andare tutto il
resto in malora, per far contento il tentacolo italiano della piovra
necrofora Rothschild-Goldman Sachs e i suoi botoli da guardia, o
resistere, resistere, resistere.
Avevamo pensato di accendere un
cero a San Paolo Berdini, urbanista integro e cosciente, ma con quello
che è successo tra la sindaco e il suo assessore, con quest’ultimo che
si fa estrarre da un manigoldo della “Stampa” palle di fuoco incatenate
contro la sua capa, alla vigilia della battaglia finale sul carcinoma
speculativo di Tor di Valle, pare che in Campidoglio stanno a sbrocca’
un po’ tutti. Non resta che l’esorcista.
Dal Campidoglio alla Siria, viva o morta.
Allunghiamo lo sguardo, superiamo il canale di Sicilia, viriamo a
destra, non perdiamo d’occhio ciò che appare all’estrema destra, tra
Libano e Gaza (vedi dopo), e arriviamo in Siria. Lì le cose, per Amnesty
International, non vanno per niente bene. Il “manifesto” che, oltre ad
avere setole sullo stomaco, è comunque in sintonia con questa dependance
CIA, facilitatrice di guerre del Pentagono, ne ha recensito il più
recente rapporto, limitandosi a una lieve meraviglia per l’enormità
delle cifre vantate, giusto per non sconcertare quel che resta del suo
pubblico, boccalone, ma di sinistra. Trattasi invece dell’ennesima
mostruosa bufala al curaro contro Damasco, dopo quelle in cui si
delirava su decine di migliaia di detenuti torturati a morte, dei
270mila di cui 100mila bambini (sic) ad Aleppo Est bombardati e affamati
a morte da Assad (erano 60mila e i terroristi li mitragliavano se
tentavano di uscire). In Libia ci aveva deliziato con la storia della
donna di Bengasi che aveva saputo di migliaia di stupri compiuti dai
soldati di Gheddafi, ma poi non aveva saputo indicare neanche una
vittima agli investigatori onesti. Solo per dirne una delle nefandezze
di questa banda governata da emissari del Dipartimento di Stato. E
finanziata da Soros e affini.
Un’organizzazione umanitaria ansiosa di sfracelli
Anche stavolta la certezza di essere sostenuta dall’universo delle
presstitute, l’enormità dell’accusa è inferiore solo alla faciloneria
con cui vorrebbe essere corroborata. Dal 2011 al 2015 nella sola
prigione militare di Saydnava sarebbero stati impiccati e/o strangolati
tra i 5000 e i 13.000 detenuti (che per le zoccole più volenterose, tipo
l’Associated Press, diventano “oltre 13mila”). Già la distanza tra
l’ipotetica cifra minima e l’ipotetica massima dà la misura della
precisione scientifica. Le fonti? Anonime e rastrellate tra disertori e
oppositori in campi profughi turchi, o tramite telefono ed email in giro
per il mondo. Le vittime? Anch’esse anonime, tranne ben 36. Le prove?
Qualche compagno prigioniero, posando l’orecchio sul cemento della sua
cella, ha sentito “gorgogliare”. Vi risparmio le altre stronzate del
rapporto. Divertitevi e raccapricciate a leggerlo: è intitolato,
autentica fiction splatter, “Il mattatoio umano” (The Human
Slaughterhouse).
Il parallelo tra la caccia alla volpe scatenata
contro la quanto meno sprovveduta Virginia Raggi e la sua giunta, ma
anche contro l’inqualificabileTrump, e quella contro Assad e il suo
paese, vi sembrerà blasfemo, ma ha la sua valenza tecnica: capocaccia,
cacciatori e cani espropriati della propria identità e funzione e
addestrati al killeraggio da e per il padrone, sono gli stessi in tutte
queste battute. E il corno per il via alla battuta suonato dalla Procura
romana con gli evanescenti abusi d’ufficio, equivale, si parva licet…, a
quello di Amnesty col suo rapporto farlocco. Si punta a radere al suolo
chi blocca ruspe e appalti e a far risorgere gli antichi appaltanti e
appaltati. Non solo a Roma. Con il benefico effetto collaterale di un
trambusto intorno al topolino del Campidoglio che distolga dai ratti che
infestano il paese. Così si punta a finire il lavoro sulla Siria, prima
che l’imprevedibile nuovo presidente ne pensi e faccia una strana. Come
insisto a dire a chi mi rimprovera di occuparmi di orizzonti lontani:
tout se tien.
Il falso e il vero di Amnesty
A cosa serve
la tromba di Amnesty? Cosa deve coprire, compensare, da cosa deve
sviare? 1) Il succedersi, dopo il trionfo di Damasco che ha capovolto
l’intera vicenda, di vittorie dell’esercito siriano, con i suoi alleati
hezbollah, iraniani e russi, ora alle porte di Idlib e Al Bab, grandi e
strategici centri nel nord-ovest, e in avvicinamento a Palmyra e Deir
Ezzor, che promettono di essere liberate. Dopodichè ai terroristi di
ogni denominazione, compresi quelli curdi e turchi, non resta che il
deserto a est e la cosiddetta “safe zone” al confine turco. 2) La
violazione degli accordi di pace di Minsk e il rinnovato assalto degli
ucronazisti alle repubbliche liberate del Donbas, con relativi eccidi di
civili nei centri abitati, lanciato per incastrare Trump in una
situazione di non ritorno. Su questa strategia viaggiano uniti i neocon,
McCain, Soros e Amnesty. 3) il criminale disastro dell’incursione
diretta USA in Yemen, prima operazione bellica del neopresidente
“distensivo”, culminato nella la strage di una trentina di civili tra
cui almeno 9 bambini e i contemporanei successi dei patrioti Huthi che,
non sopraffatti dopo due anni di bombe, jihadisti e blocco alimentare,
con missili hanno colpito la base militare accanto a Riad e la nave
ammiraglia saudita nel Mar Rosso.
4) Il tentativo degli ultrà di
Netaniahu, analogo a quello dei loro camerati di Kiev, di mettere Trump
davanti al fatto compiuto, aumentando ed accelerando a livelli
parossistici lo spezzettamento della Cisgiordania con l’incistamento su
terre private palestinesi, garantite dagli accordi di Oslo, di migliaia
di nuove abitazioni, anche in Gerusalemme Est e con nuove colonie, tutte
da affidare a 4000 nuove SA di Lieberman che ossessivamente ripete il
dogma divino:”Tutta questa terra è nostra perché ci è stata data da
dio”. E mentre quanto la criminalità sionista e internazionale ha
lasciato ai palestinesi si sbriciola e scompare, Mahmud Abbas, e i suoi
soci in raccolta di briciole, promette di mantenere la “sicurezza
congiunta” con la Gestapo israeliana. E la lobby, cosa fa la lobby?
Quella che anatemizza i muri e perora l’accoglienza di tutti i
“rifugiati”, fossero anche milioni, per la gloria del
“multiculturalismo” e del “meticciato”? Nella sua Terra Promessa
proclama lo stato etnico dei soli ebrei ed erige muri di 8 metri sia
contro gli autoctoni, sia contro i “rifugiati” dal Sinai.
5)
Last but not least, le atrocità inventate dai facilitatori imperialisti
di Amnesty servono a coprire le voci soffocate provenienti da temerarie
Ong dei diritti umani (tipo B’Tselem, Addameer, Defence for Children
International) e da giornali come Haaretz della stessa Israele, sulle
torture istituzionali, vere e provate, che da decenni subiscono, insieme
ai padri, i figli minorenni del popolo derubato. E qui, invece, si
tratta di soggetti con facce, corpi, nomi e date dei quali a una
magistratura non dissimile da quella di Roma sono stati esibite la
prove dei metodi di interrogatorio: bastonate sugli organi sensibili,
corpi con piedi e polsi ammanettati piegati sullo schienale della sedia o
costretti in piedi al muro per ore, privazione del sonno, violenze
sessuali, minacce di morte ai famigliari, strangolamenti, isolamento
perpetuo. Oggi 6000 palestinesi sono chiusi in carcere, di cui 200
bambini e 25 donne (per le quali nessuna marcia mondiale delle donne).
Il 20% degli abitanti dei territori occupati sono passati per il
carcere. 207 ne sono usciti morti. Questo in aggiunta all’aberrazione
giuridica che è la detenzione amministrativa, in Irlanda del Nord detta
Campi d’Internamento. Vi finiscono circa un migliaio di palestinesi,
anche minori ogni anno, sena imputazione, difesa, processo, sentenza. Ma
è della fittizia esecuzione extragiudiziale di tra 5000 e oltre 13mila
detenuti siriani che si occupa Amnesty International.
Piedi russi in tutte le staffe?
Mi rimane da dire di un tormentoso dubbio che alita sul mio sostegno
alla Russia e a Putin per la favolosa svolta storica che ha imposto in
Medioriente e nel mondo. Su Al Bab stanno convergendo, in evidente gara
di chi arriva primo, siriani lealisti e turchi accompagnati da “ribelli”
siriani filoturchi (un animale nuovo, probabilmente virtuale, un
ircocervo come i siriani che i curdi dicono inseriti nelle loro “Syrian
Democratic Forces”). I primi per restituire alla patria il maltolto da
Isis e Al Qaida (rinominata Al Nusra e Fateh Al Sham), i secondi per
impedire ai cantoni curdi di congiungersi e per consolidare la striscia
occupata detta “zona di sicurezza” turca che probabilmente pensano di
annettere definitivamente. E i russi? Operano verso Al Bab insieme agli
alleati siriani tradizionali in vista del recupero di territori
sottratti. E operano con i nuovi alleati turchi nelle incursioni su Al
Bab? Stupefacente? Contradditorio? E se un Sukhoi in compagnia degli F15
turchi incontra un Sukhoi affiancato da Mig siriani? Non solo, hanno
proposto a Damasco una nuova Costituzione Federale, con dentro una
“entità” curda per i cazzi suoi. Proposta ovviamente respinta al
mittente con un buon grado di mimetizzata indignazione. Aleggia sulla
Siria lo spettro della spartizione programmata dai suoi nemici storici. E
la Russia che fa, asseconda?
Captatio benevolentiae nei
confronti di chi? Di Trump che promette dialogo ed equilibrio, forse
ferma Kiev, ma minaccia morte e distruzione a Tehran? Dei curdi da
sottrarre al mercenariato Usa? Di Erdogan che ha appena siglato
l’accordo per il Turkish Stream con tubo sottomarino che si divarica poi
per portare gas nella Tracia turca e inoltrarlo agli europei?
Aspettiamoci una chiarificazione rassicurante. Siamo fiduciosi.
Un saluto alla volpe.
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venerdì 10 febbraio 2017
giovedì 15 settembre 2016
Montanari: “Basta con i grandi eventi. Il M5S? Meglio del Pd”
Dal NO alle Olimpiadi alla trasparenza nella ricostruzione del post terremoto passando per la politica culturale disastrosa del governo Renzi. Parla lo storico dell’arte: “Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la Boschi, in questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd”.
intervista a Tomaso Montanari di Giacomo Russo Spena
“Ma quali Olimpiadi, governare la normalità è la vera sfida: il resto è distrazione di massa e carne da macello per la corruzione”. Tomaso Montanari, storico dell’arte e professore universitario, si schiera con la scelta della sindaca Virginia Raggi di ritirare la candidatura per Roma 2024. Nello stesso momento, non risparmia critiche al M5S per la sua condotta nella Capitale: “La nomina della Muraro va sicuramente rivista”.
Professore, partiamo dal terribile terremoto dello scorso 24 agosto. Ad Amatrice molti cittadini non vogliono abbandonare le proprie case e chiedono di essere ascoltati nei progetti di ricostruzione. Teme si possano ripetere gli stessi errori commessi all’Aquila dove è sta edificata una new town senza ascoltare le richieste della popolazione?
Renzi e Del Rio, in modo condivisibile, hanno detto che Amatrice ed Accumoli risorgeranno com’erano e dov’erano. Come Venzone in Friuli, per capirsi. All’Aquila è avvenuto qualcosa di atroce, che ancora non si è ben capito: si è distrutta a tavolino una città, forse per sempre. Il tessuto sociale difficilmente si rimarginerà, e l’Aquila che c’era prima del 2009 è volata via per sempre. Certo, il rischio c’è anche ad Amatrice: bisogna dare alloggi decenti subito e partire con la ricostruzione. Di corsa.
L'emergenza – come è risaputo – è diventata un enorme business, come evitare che questa nuova tragedia diventi la solita mangiatoia per avvoltoi e speculatori?
L’unico modo è la totale trasparenza. Sembreranno concetti estranei al terremoto ma invece sono collegati: bisogna depenalizzare la diffamazione a mezzo stampa e togliere gli strumenti civilistici con cui viene strangolata la libertà di cronaca. La battaglia per la ricostruzione pulita è la stessa di una democrazia trasparente e si vince con una stampa senza bavagli oltre che con una magistratura che dispone di mezzi adeguati.
Oltre che un discorso di civiltà, molti ne fanno anche una questione meramente economica: i costi per la ricostruzione post terremoto sono elevatissimi, quelle cifre non potrebbero essere utilizzate in prevenzione?
A noi purtroppo manca totalmente la cultura della prevenzione. L’unica grande opera necessaria di cui avremmo bisogno è la messa in sicurezza del territorio mentre il governo insiste su progetti come il Ponte sullo Stretto. Prossimamente il premier Renzi andrà ad inaugurare il Crescent di Salerno, uno scempio paesaggistico e urbanistico del suo amico De Luca. Finché la cultura della politica è quella dei palazzinari, nulla verrà messo in sicurezza. Ricordo che per il 2016 abbiamo in bilancio per la prevenzione antisismica di tutta Italia 44 milioni di euro. Solo l’arena del Colosseo – progetto del ministro Franceschini (che è una boiata pazzesca) – ne costa 18. Ecco le nostre priorità.
Al di là dei facili slogan è possibile mettere in sicurezza il nostro territorio e allontanarlo dal pericolo di distruzione insito nei terremoti? L'Italia non è un Paese dal punto di vista paesaggistico estremamente diverso, ad esempio, dal Giappone?
È possibile limitare al minimo i morti e le distruzioni. Il rischio zero non esiste, e l’Italia non è il Giappone. Ma chi non vorrebbe aver avuto solo il 5 per cento di questi morti. È un risultato tecnicamente possibile. Ci vogliono soldi. Ma quando si approverà la prossima Legge di Stabilità quanti politici e quanti direttori di giornale si ricorderanno delle bare di Amatrice? È in quei giorni che tutto si deciderà.
Il governo ha designato Vasco Errani commissario straordinario alla ricostruzione delle aree colpite dal terremoto. Alle spalle ha un’esperienza maturata quale Commissario delegato per l’attuazione degli interventi sui territori emiliani colpiti dal sisma del 20 e 29 maggio 2012. Eppure c’è chi critica la sua nomina per le sue vicende giudiziarie – dove recentemente è stato assolto – e per i finanziamenti in Emilia Romagna alla coop del fratello. Lei che idea si è fatto, Errani è l’uomo giusto?
Non un’idea felicissima. Il partito della nazione sembra trasformarsi nella nazione del partito: il Pd si prende tutto, anche quando bisognerebbe essere lontanissimi da logiche di partito. E la ricostruzione in Emilia non è esente da zone d’ombra, sia per la tutela del patrimonio artistico, sia per le infiltrazioni malavitose. Prendiamo il buono: Errani ha l’occasione di dimostrare che si è imparato dagli errori.
Passiamo alle Olimpiadi 2024. Lei è d'accordo con la candidatura di Roma?
Sono radicalmente contrario. Lo dissi a suo tempo personalmente a Virginia Raggi e sono tornato a scriverlo, insieme ad altri, in questi giorni.
Non trova che, se fatte con trasparenza e sotto l'attenta vigilanza dei Corti dei Conti, possano essere un’immensa risorsa per rilanciare l'immagine della Capitale? Faccio presente che Paolo Berdini, l'assessore all'urbanistica della giunta Raggi e ostile ai poteri forti, è possibilista all’ipotesi di Olimpiadi.
Basta fare politica con l’immagine e con il grande evento! Me lo faccia dire male: la sindrome della «grande occasione», questo miserabile anelito alla vincita della lotteria, è una delle cose che fottono l’Italia. Basta. Abbiamo bisogno di normalità.
Virginia Raggi sembra in serie difficoltà. Il M5S, a Roma, vive una faida interna e, tre mesi dopo le elezioni, la città non ha ancora un assessore al Bilancio. Col senno di poi, gongola per la sua scelta di non aver accettato un ruolo nella giunta Raggi?
Non gongolo affatto. Non ho accettato per questioni che riguardavano la mia vita, non la qualità di Raggi. E sarebbe irresponsabile gongolare per i guai di Roma, così come è irresponsabile gongolare per i guai dell’Italia in mano a Renzi (che non sono minori). Credo che a Roma il Movimento 5 Stelle stia dando una pessima prova, per ora: lacerazioni, carrierismi, inettitudine, improvvisazione. Scelte sbagliate: la nomina dell’assessore Paola Muraro va rivista. Invece, quelle di Bergamo e Berdini sono davvero ottime. E più a sinistra che in qualunque giunta Pd. Se pensiamo all’inettitudine di Matteo Orfini, alla corruzione del Pd e alla farsa in cui è stata trasformata l’esperienza a sindaco di Ignazio Marino…
Proprio ieri su Repubblica Michela Serra ha scritto che “dopo una vita a tifare per l’opposizione e a diffidare dei governanti, il livello della presente opposizione italiana mi fa sentire pericolosamente incline a sorvolare sulle colpe del governo (che sono tante). Piuttosto che essere governato da uno come Di Maio, che non sa niente ma se la tira come se sapesse tutto, sopporto, anche se non la supporto, Maria Elena Boschi”. È in disaccordo?
Il senso critico non può andare a corrente alternata. Questa sfiducia generale che rasenta il cinismo è parte del problema, la sindrome di un Paese che non vede alternative. Di Maio non è la soluzione ma a maggior ragione non lo è la ministra Boschi. In questo momento il pericolo concreto di uno scadimento oligarchico della democrazia italiana sta nella riforma costituzionale scritta dal Pd, mentre i 5 Stelle sostengono le ragioni del No. Credo che non dovremmo dimenticarlo.
Lo scorso 7 maggio è stato tra i promotori della manifestazione “E’ emergenza cultura” e aveva denunciato che “il paesaggio e il patrimonio storico e artistico sono in grave pericolo”. Cosa è successo da allora?
Nessuna risposta dal governo Renzi, se non un’escalation di imbarbarimento del governo del patrimonio culturale. Ad Amatrice, Franceschini ha detto di aver subito mandato i caschi blu della cultura: cosa mai sarebbero, se non miserabile propaganda? La riforma della dirigenza dello Stato, con il suo ruolo unico, è la mazzata finale al sistema di tutela, che di fatto non esiste più. Siamo tornati a prima del 1939, con una regressione secolare. E il concorsone per i 500 funzionari del Mibact si sta celebrando in modo farsesco, per molto meno avremmo chiesto la testa dell’ex ministro Bondi a furor di popolo. Il sito di Emergenza cultura è uno dei pochissimi luoghi che accolgono le mille voci che denunciano, dall’interno, l’agonia del patrimonio culturale della nazione italiana. E non smetterà di farlo.
Ultima questione: recentemente è stato siglato presso l’ambasciata italiana a Mosca, un accordo – fortemente voluto dal premier Matteo Renzi – tra le Gallerie degli Uffizi e il Museo Puškin di Mosca. Un segnale di distensione e collaborazione con la Russia di Vladimir Putin. Ne gioveranno l'arte e la cultura italiana o siamo alla spreco di denaro pubblico?
Solo nei regimi, sono i governi a usare il patrimonio artistico come ostaggio delle relazioni diplomatiche. E noi non siamo un regime. Lo faceva Mussolini, ma Renzi non è il Duce. In Occidente le mostre si fanno per ragioni scientifiche, con un progetto culturale. Da noi le opere d’arte famose seguono i politici in catene, come i prigionieri seguivano gli imperatori romani durante i trionfi. È una regressione barbara. Il direttore degli Uffizi ha fatto un grave errore, che speriamo non abbia conseguenze: si è piegato al volere del governo che l’ha nominato, e che dovrà confermarlo, e ha spedito a Mosca opere il cui viaggio era stato definito letteralmente “molto rischioso” dall’Opificio delle Pietre dure, massima istanza italiana per il restauro. Una scelta molto miope anche perché, si sa, i ministri cambiano.
domenica 19 giugno 2016
Ecco perché ho accettato la proposta di Raggi
di Paolo Berdini da ilmanifesto
Urbanistica. C'è una maturazione politica e culturale, sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. La candidata romana con me e Chiara Appendino con Guido Montanari hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando il diritto sociale alla città e ai beni comuni
Roma è una città fallita. Ai 13,5 miliardi certificati dal Commissario governativo ne vanno aggiunti due degli anni del sindaco Marino e un numero finora imprecisato che proviene dall’accensione di titoli derivati. Roma supera dunque i parametri di legge che regolano l’indebitamento degli enti locali e se il Governo volesse – e non è detto che non giocherà questa carta – potrebbe sciogliere il governo municipale. Dei candidati sindaci che si sono presentati al primo turno solo Raggi e Fassina hanno posto con chiarezza la questione proponendo l’apertura della rinegoziazione del debito. Silenzio da tutti gli altri, compreso quello di Giachetti.
La causa strutturale del debito sta nell’anarchia urbanistica. Negli ultimi 20 anni si è costruito dappertutto al di fuori di ogni regola sicuri che la mano pubblica avrebbe portato i servizi indispensabili. L’ultimo scandalo riguarda ad esempio un intero quartiere nato in aperta campagna a tre chilometri dall’ultima periferia, Pian Saccoccia, a cui il comune deve garantire trasporti e raccolta dei rifiuti. A fronte di pochissimi che hanno intascato una rendita immobiliare enorme, la collettività accumula debito mentre Atac e Ama sono sull’orlo del fallimento.
Il manifesto ha denunciato sistematicamente in questi anni gli effetti dell’urbanistica derogatoria e il risultato di questo prezioso lavoro sta nel volume di recente pubblicazione Viaggio in Italia che raccoglie i ragionamenti collettivi provocati da una intuizione di Piero Bevilacqua e curato con Ilaria Agostini. Il quadro che emerge è la crisi irreversibile delle città, come noto amministrate in larga parte dal «centro sinistra». È dunque evidente che sussiste ancora una difficoltà culturale nella sinistra a fare i conti con gli errori del recente passato, quando sono stati sacrificati gli interessi dei cittadini per privilegiare quelli economici e finanziari dominanti. L’effetto di questa scelta di campo è resa evidente dal voto del 5 giugno scorso: in tutte le periferie urbane la sinistra non intercetta più il malessere delle famiglie impoverite da una crisi senza fine e dalla cancellazione del welfare. Questa parte di società ha invece scelto di premiare a Torino e Roma il movimento 5stelle e dobbiamo chiederci i motivi di fondo di questo orientamento.
I gruppi parlamentari 5stelle hanno contrastato con forza lo «Sbocca Italia» imposto per decreto dal governo Renzi che ripropone l’ennesima e sempre più accentuata stagione derogatoria così come si sono battuti contro quella che viene vergognosamente chiamata la legge contro il consumo di suolo e che contiene invece altri meccanismi che lo incentivano. In buona sostanza, quella complessa galassia piena di contraddizioni lucidamente sollevate da Alberto Asor Rosa su queste pagine, si è però saldamente impadronita della cultura urbana che era il vanto della sinistra.
Da questa maturazione politica e culturale sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. Virginia Raggi con me e Chiara Appendino con un’altra figura di rilievo dell’urbanistica democratica, Guido Montanari, hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando invece il diritto sociale alla città e ai beni comuni. È lo stesso percorso scelto, come notava ieri Norma Rangeri, a Napoli da Luigi De Magistris sia nella sfida per l’acqua pubblica sia nel rispetto del piano urbanistico di Vezio De Lucia. È per questo motivo che ho ritenuto di accettare la proposta offertami da Virginia Raggi di guidare l’urbanistica di una città fallita a causa della mala urbanistica.
Urbanistica. C'è una maturazione politica e culturale, sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. La candidata romana con me e Chiara Appendino con Guido Montanari hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando il diritto sociale alla città e ai beni comuni
Roma è una città fallita. Ai 13,5 miliardi certificati dal Commissario governativo ne vanno aggiunti due degli anni del sindaco Marino e un numero finora imprecisato che proviene dall’accensione di titoli derivati. Roma supera dunque i parametri di legge che regolano l’indebitamento degli enti locali e se il Governo volesse – e non è detto che non giocherà questa carta – potrebbe sciogliere il governo municipale. Dei candidati sindaci che si sono presentati al primo turno solo Raggi e Fassina hanno posto con chiarezza la questione proponendo l’apertura della rinegoziazione del debito. Silenzio da tutti gli altri, compreso quello di Giachetti.
La causa strutturale del debito sta nell’anarchia urbanistica. Negli ultimi 20 anni si è costruito dappertutto al di fuori di ogni regola sicuri che la mano pubblica avrebbe portato i servizi indispensabili. L’ultimo scandalo riguarda ad esempio un intero quartiere nato in aperta campagna a tre chilometri dall’ultima periferia, Pian Saccoccia, a cui il comune deve garantire trasporti e raccolta dei rifiuti. A fronte di pochissimi che hanno intascato una rendita immobiliare enorme, la collettività accumula debito mentre Atac e Ama sono sull’orlo del fallimento.
Il manifesto ha denunciato sistematicamente in questi anni gli effetti dell’urbanistica derogatoria e il risultato di questo prezioso lavoro sta nel volume di recente pubblicazione Viaggio in Italia che raccoglie i ragionamenti collettivi provocati da una intuizione di Piero Bevilacqua e curato con Ilaria Agostini. Il quadro che emerge è la crisi irreversibile delle città, come noto amministrate in larga parte dal «centro sinistra». È dunque evidente che sussiste ancora una difficoltà culturale nella sinistra a fare i conti con gli errori del recente passato, quando sono stati sacrificati gli interessi dei cittadini per privilegiare quelli economici e finanziari dominanti. L’effetto di questa scelta di campo è resa evidente dal voto del 5 giugno scorso: in tutte le periferie urbane la sinistra non intercetta più il malessere delle famiglie impoverite da una crisi senza fine e dalla cancellazione del welfare. Questa parte di società ha invece scelto di premiare a Torino e Roma il movimento 5stelle e dobbiamo chiederci i motivi di fondo di questo orientamento.
I gruppi parlamentari 5stelle hanno contrastato con forza lo «Sbocca Italia» imposto per decreto dal governo Renzi che ripropone l’ennesima e sempre più accentuata stagione derogatoria così come si sono battuti contro quella che viene vergognosamente chiamata la legge contro il consumo di suolo e che contiene invece altri meccanismi che lo incentivano. In buona sostanza, quella complessa galassia piena di contraddizioni lucidamente sollevate da Alberto Asor Rosa su queste pagine, si è però saldamente impadronita della cultura urbana che era il vanto della sinistra.
Da questa maturazione politica e culturale sono arrivate due proposte di lavoro coraggiose. Virginia Raggi con me e Chiara Appendino con un’altra figura di rilievo dell’urbanistica democratica, Guido Montanari, hanno scelto di ricostruire il profilo della legalità mettendo in soffitta la cultura delle deroghe e privilegiando invece il diritto sociale alla città e ai beni comuni. È lo stesso percorso scelto, come notava ieri Norma Rangeri, a Napoli da Luigi De Magistris sia nella sfida per l’acqua pubblica sia nel rispetto del piano urbanistico di Vezio De Lucia. È per questo motivo che ho ritenuto di accettare la proposta offertami da Virginia Raggi di guidare l’urbanistica di una città fallita a causa della mala urbanistica.
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