di Fulvio Grimaldi da facebook
Le parti in commedia dei russi. La fiction splatter di Amnesty
Se vi infastidiscono le elucubrazioni su media e Virginia Raggi, potete
saltare subito al capoverso: Dal Campidoglio in coma vigile alla Siria,
viva o morta.
Cani fatti killer, uomini fatti giornalisti
Da
quando avevamo raccolto nei boschi di Teuteburgo quel bassottino
selvatico di nome Lumpi (monello) e insieme a lui, nel paese di Dresda,
avevamo scansato le mitraglie degli Spitfire britannici, dribblato le
bombe dei Mustang statunitensi, mentre magari stavamo raccogliendo
ortica lungo i fossi per una cena tra il 1944 e il 1945, ho sempre
vissuto con cani, della nobilissima specie dei bassotti a pelo ruvido,
specialisti della lotta contro gli altotti, fino a entrarci in simbiosi
affettiva e intellettuale, dunque politica. Posso perciò affermare con
una certa competenza che tutti i cani, per natura nascendo di branco,
cioè inseriti in un collettivo, sono buoni, sociali e socievoli,
collaborativi, rispettosi dell’armonia e dell’utile comunitari. Il che
li rende la specie animale più vicina a quella umana. Quanto meno a
quella umana prima del degrado subito da una sua limitata, ma decisiva,
quota.
Addestrati, violentati nella loro identità originaria,
educati male, i cani diventano strumenti di umani degenerati che li
pretendono delittuosamente, come dio con gli uomini, a loro immagine e
somiglianza. E arriviamo ai rottweiler aggressivi, ai pitbull da
combattimento, perfino ai jack russell mordaci, interfaccia di
poliziotti che picchiano, forze speciali che torturano, energumeni da
rissa che inseguono modelli di videogiochi, politici che sterminano,
padroni che ingrassano sul dimagrimento dei dipendenti. Succede così a
varie categorie umane. Ne prendo in esame quella che conosco meglio
perchè ne faccio parte: i giornalisti. Quello che succede ai cani, di
loro natura buoni, ma resi aggressivi a forza di violenze, sofferenze e
ricatti affettivi, succede ai giornalisti quando, usciti dai banchi di
scuola e di università con il degno e generoso desiderio di sollevare le
sorti del genere attraverso una corretta ed eticamente finalizzata
informazione sulle cose e le persone del mondo, entrano in una
redazione. Quello che vien fatto ai cani con la frusta e il biscotto, a
loro viene comminato con la carota della carriera e il bastone della
disoccupazione.
Per cui molti, quelli che non fuggono in nicchie
cartacee o di rete, si fanno pitbull, rottweiler, jack russell di
servizio e d’attacco. Da noi il 99%, come ci dice chi compila la
classifica mondiale delle peggiore stampa e come ci evidenziano i fatti
di questi giorni attinenti vuoi a Virginia Raggi, vuoi a DonaldTrump, al
cospetto dei quali la categoria ringhia, azzanna, prova a uccidere.
Cosa, o chi, hanno in comune Virginia e Donald
L’accostamento della delicata sindaco di Roma al bombastico
neopresidente Usa è del tutto improprio. Se non per quanto accomuna fra
loro le belve che gli si avventano contro: un curriculum infinitamente
peggiore di quello delle prede puntate. Di Trump, che si crede uno Zeus
dipinto dai cartoonisti giapponesi mentre lancia fulmini e saette su
bersagli a proposito e, sempre più, a sproposito, potremo occuparci
un’altra volta. Quello che impressiona è il patto d’acciaio che unisce
in un unico branco, all’attacco della stessa vittima, i sedicenti
leftisti sorosiani del “manifesto” e i palazzinari suolofagi del
“Messaggero”, la crème dell’intellettualità gauchista e il guano dei
revanscisti cripto-nazisti, la borghesia liberale arteriosclerotica e il
pimpante bifolchismo renzista, l’aristocrazia pennivendola in livrea di
“Corriere”, “Stampubblica” e il sottoproletariato da Curva Sud
coltivato dai gazzettieri dei padroni del calcio, gli schermi unificati
Raiset, compreso l’insopportabile borgataro narcisista, ironico di
corte, Zoro (Diego Bianchi), fino ai parzialmente eterodossi
dall’eschimo di raso del “Fatto Quotidiano”, con i suoi cavalli di razza
talmudisti Colombo, Coen e Disegni (quest’ultimo, chihuahua da caccia e
reperto del sofriano “Cuore”, esibisce una desolante assenza di talento
figurativo con ossessivi scarabocchi anti-Raggi nella penultima del
quotidiano, in livorosa polemica con le arguzie e i dati di fatto con
cui il suo direttore, invece, sbertuccia e affonda i colleghi in
missione anti-Raggi).
Sussurri e grida
Rivelatrice, più di
molte altre loro nefandezze, tipo, tanto per dire, quelle dello Stato
biscazziere e baro che apre mini-casinò in tutti i quartieri per la
migliore salute mentale e contabile degli italiani, è la corrispettiva
discrezione assoluta nei confronti di un ministro come Lotti, indagato
per aver spiffero ai de cuius, insieme al comandante supremo dell’Arma
nei Secoli Fedele, che, rasentando il papà di Renzi, si stava indagando
su una gigantesca corruzione relativa al più grande appalto pubblico
europeo in carico alla Consip, da 2,7miliardi. E analogamente tutto tace
sulle indagini, di ben altro peso, che concernono il sindaco Sala di
Milano, il personaggetto De Luca della Campania Infelix, la catena di
Sant’antonio di sindaci, parlamentari e amministratori vari PD e NCD
sotto la ferula di magistrati fuori dalla nebbia romana.
La
similitudine che balza alla mente e quella della caccia alla volpe, non
per caso cara alle elisabette Prima e Seconda: la muta dei cani
addestrati a lacerare la gola e sbranare le carni perché le cavallerizze
possano poi esibirsi in società, ornate delle vaporose code della
creatura ammazzata. Giornalisti come cani da riporto. E sono quelli che,
ricevuta e capita la scudisciata dalla Boldrini, uggiolano, guaiscono,
latrano e ringhiano, a seconda della stazza, contro quelli delle fake
news: sublimazione di una pratica divenuta di questi tempi il vero
spirito del tempo negli ambienti della criminalità organizzata di
palazzo: da buoi, con piramidali strutture in testa, dare del cornuto
all’asino.
Negli incubi notturni del signorotto a caccia di
volpi, a dispetto dei suoi paramilitari a quattro zampe e del destriero
che gli assicurano immunità dalle bestie feroci, non può non
materializzarsi un contrappasso: l’assalto alla gola di una torma
sconfinata di volpi. Per cui, con maggiore furia, la mattina dopo si
avventerà a fare della strage la cancellazione del sogno. E, similmente,
cosa credete, che a scatenare la caccia non sia il terrore di un domani
in cui Roma, strappata alle fogne palazzinare e mafiocapitaliste e alle
pantegane che ci sguazzavano, e l’Italia tutta, sottratta
all’oligarchia mafio-massonico-vaticana, e magari anche l’Unione Europea
decapitata, monetizzata e populistizzata, cadano in mano a chi non
ruba, truffa, turlupina, impastocchia, o non capisce un cazzo?
Cazzate vere e panna montata: far fuori la volpe
Inutile entrare nei particolari dell’opera della giunta 5 Stelle, tra
cazzate fatte e iniquità attribuite. Tuffiamoci nella panna montata e
avvelenata di una magistratura romana di cui, fin dai tempi di Gallucci,
Carnevale, Capaldo, del famigerato “porto delle nebbie”, si pensa
andreottianamente male, più che mai quando sa combinare, in perfetto
sincronismo (un messaggio? Una garanzia?), l’archiviazione per 113
personaggi di mafiacapitale, tra cui le eccellenze Alemanno e Zingaretti
(avvalsosi della facoltà di non rispondere, roba per cui dai 5 Stelle
si viene cacciati), con l’ennesimo abuso d’ufficio alla Raggi. Corredato
da interrogatori che per forzature ambientali e temporali sarebbero
degne di un Totò Riina. Qui la sintonia tra Procura e media è quasi
commovente, da parenti stretti a Natale. Sul piano generale c’è quella
paura ghiaccia di chi teme di vedersi abbassata la saracinesca della
pasticceria. La stessa che pervade gli anti-Trump. Ma se, nel primo
caso, la pasticceria, con i Cinque Stelle, promette di restare chiusa,
nel secondo si prevede già la sostituzione dei produttori e
consumatori).
Nello specifico, è la vendetta ex-post per
l’abbuffata delle Olimpiadi negata e quella ex-ante per i 700mila metri
cubi di cemento che gli speculatori di passo Goldman Sachs, Rothschild,
Fiat, Unicredit e quant’altro, noti benefattori dell’umanità,
vorrebbero, tramite il palazzinaro Parnasi, aggiungere ai 100mila del
nuovo stadio senza la quale la Roma dei maestri urbanisti Totti e
Spalletti e l’Italia delle frane e alluvioni e dei 35 ettari di suolo
cementificati ogni giorno, non potrebbero sopravvivere. Per me, Raggi e
compagnia per ora alla capitale non hanno fatto nulla di male. Quello
che hanno fatto di scombiccherato è noto. Quanto di buono, è finito nei
cestini di redazione. E, comunque, quello che sono riusciti a fare
(vedi l’elenco di Grillo), l’hanno fatto aggirandosi per i caveau
svuotati dai predecessori (dalla Procura romana archiviati) a trovare
tra le fessure qualche decino smarrito da tapparci le buche. Ora stanno
all’hic Rhodus hic saltus: sotto una pressione da mille megapascal della
canea di regime, lasciare che i predatori di sempre incistino in quel
che resta dell’agro romano grattacieli, centri commerciali, residenze e
uffici per quasi un milione di metri cubi, lasciando andare tutto il
resto in malora, per far contento il tentacolo italiano della piovra
necrofora Rothschild-Goldman Sachs e i suoi botoli da guardia, o
resistere, resistere, resistere.
Avevamo pensato di accendere un
cero a San Paolo Berdini, urbanista integro e cosciente, ma con quello
che è successo tra la sindaco e il suo assessore, con quest’ultimo che
si fa estrarre da un manigoldo della “Stampa” palle di fuoco incatenate
contro la sua capa, alla vigilia della battaglia finale sul carcinoma
speculativo di Tor di Valle, pare che in Campidoglio stanno a sbrocca’
un po’ tutti. Non resta che l’esorcista.
Dal Campidoglio alla Siria, viva o morta.
Allunghiamo lo sguardo, superiamo il canale di Sicilia, viriamo a
destra, non perdiamo d’occhio ciò che appare all’estrema destra, tra
Libano e Gaza (vedi dopo), e arriviamo in Siria. Lì le cose, per Amnesty
International, non vanno per niente bene. Il “manifesto” che, oltre ad
avere setole sullo stomaco, è comunque in sintonia con questa dependance
CIA, facilitatrice di guerre del Pentagono, ne ha recensito il più
recente rapporto, limitandosi a una lieve meraviglia per l’enormità
delle cifre vantate, giusto per non sconcertare quel che resta del suo
pubblico, boccalone, ma di sinistra. Trattasi invece dell’ennesima
mostruosa bufala al curaro contro Damasco, dopo quelle in cui si
delirava su decine di migliaia di detenuti torturati a morte, dei
270mila di cui 100mila bambini (sic) ad Aleppo Est bombardati e affamati
a morte da Assad (erano 60mila e i terroristi li mitragliavano se
tentavano di uscire). In Libia ci aveva deliziato con la storia della
donna di Bengasi che aveva saputo di migliaia di stupri compiuti dai
soldati di Gheddafi, ma poi non aveva saputo indicare neanche una
vittima agli investigatori onesti. Solo per dirne una delle nefandezze
di questa banda governata da emissari del Dipartimento di Stato. E
finanziata da Soros e affini.
Un’organizzazione umanitaria ansiosa di sfracelli
Anche stavolta la certezza di essere sostenuta dall’universo delle
presstitute, l’enormità dell’accusa è inferiore solo alla faciloneria
con cui vorrebbe essere corroborata. Dal 2011 al 2015 nella sola
prigione militare di Saydnava sarebbero stati impiccati e/o strangolati
tra i 5000 e i 13.000 detenuti (che per le zoccole più volenterose, tipo
l’Associated Press, diventano “oltre 13mila”). Già la distanza tra
l’ipotetica cifra minima e l’ipotetica massima dà la misura della
precisione scientifica. Le fonti? Anonime e rastrellate tra disertori e
oppositori in campi profughi turchi, o tramite telefono ed email in giro
per il mondo. Le vittime? Anch’esse anonime, tranne ben 36. Le prove?
Qualche compagno prigioniero, posando l’orecchio sul cemento della sua
cella, ha sentito “gorgogliare”. Vi risparmio le altre stronzate del
rapporto. Divertitevi e raccapricciate a leggerlo: è intitolato,
autentica fiction splatter, “Il mattatoio umano” (The Human
Slaughterhouse).
Il parallelo tra la caccia alla volpe scatenata
contro la quanto meno sprovveduta Virginia Raggi e la sua giunta, ma
anche contro l’inqualificabileTrump, e quella contro Assad e il suo
paese, vi sembrerà blasfemo, ma ha la sua valenza tecnica: capocaccia,
cacciatori e cani espropriati della propria identità e funzione e
addestrati al killeraggio da e per il padrone, sono gli stessi in tutte
queste battute. E il corno per il via alla battuta suonato dalla Procura
romana con gli evanescenti abusi d’ufficio, equivale, si parva licet…, a
quello di Amnesty col suo rapporto farlocco. Si punta a radere al suolo
chi blocca ruspe e appalti e a far risorgere gli antichi appaltanti e
appaltati. Non solo a Roma. Con il benefico effetto collaterale di un
trambusto intorno al topolino del Campidoglio che distolga dai ratti che
infestano il paese. Così si punta a finire il lavoro sulla Siria, prima
che l’imprevedibile nuovo presidente ne pensi e faccia una strana. Come
insisto a dire a chi mi rimprovera di occuparmi di orizzonti lontani:
tout se tien.
Il falso e il vero di Amnesty
A cosa serve
la tromba di Amnesty? Cosa deve coprire, compensare, da cosa deve
sviare? 1) Il succedersi, dopo il trionfo di Damasco che ha capovolto
l’intera vicenda, di vittorie dell’esercito siriano, con i suoi alleati
hezbollah, iraniani e russi, ora alle porte di Idlib e Al Bab, grandi e
strategici centri nel nord-ovest, e in avvicinamento a Palmyra e Deir
Ezzor, che promettono di essere liberate. Dopodichè ai terroristi di
ogni denominazione, compresi quelli curdi e turchi, non resta che il
deserto a est e la cosiddetta “safe zone” al confine turco. 2) La
violazione degli accordi di pace di Minsk e il rinnovato assalto degli
ucronazisti alle repubbliche liberate del Donbas, con relativi eccidi di
civili nei centri abitati, lanciato per incastrare Trump in una
situazione di non ritorno. Su questa strategia viaggiano uniti i neocon,
McCain, Soros e Amnesty. 3) il criminale disastro dell’incursione
diretta USA in Yemen, prima operazione bellica del neopresidente
“distensivo”, culminato nella la strage di una trentina di civili tra
cui almeno 9 bambini e i contemporanei successi dei patrioti Huthi che,
non sopraffatti dopo due anni di bombe, jihadisti e blocco alimentare,
con missili hanno colpito la base militare accanto a Riad e la nave
ammiraglia saudita nel Mar Rosso.
4) Il tentativo degli ultrà di
Netaniahu, analogo a quello dei loro camerati di Kiev, di mettere Trump
davanti al fatto compiuto, aumentando ed accelerando a livelli
parossistici lo spezzettamento della Cisgiordania con l’incistamento su
terre private palestinesi, garantite dagli accordi di Oslo, di migliaia
di nuove abitazioni, anche in Gerusalemme Est e con nuove colonie, tutte
da affidare a 4000 nuove SA di Lieberman che ossessivamente ripete il
dogma divino:”Tutta questa terra è nostra perché ci è stata data da
dio”. E mentre quanto la criminalità sionista e internazionale ha
lasciato ai palestinesi si sbriciola e scompare, Mahmud Abbas, e i suoi
soci in raccolta di briciole, promette di mantenere la “sicurezza
congiunta” con la Gestapo israeliana. E la lobby, cosa fa la lobby?
Quella che anatemizza i muri e perora l’accoglienza di tutti i
“rifugiati”, fossero anche milioni, per la gloria del
“multiculturalismo” e del “meticciato”? Nella sua Terra Promessa
proclama lo stato etnico dei soli ebrei ed erige muri di 8 metri sia
contro gli autoctoni, sia contro i “rifugiati” dal Sinai.
5)
Last but not least, le atrocità inventate dai facilitatori imperialisti
di Amnesty servono a coprire le voci soffocate provenienti da temerarie
Ong dei diritti umani (tipo B’Tselem, Addameer, Defence for Children
International) e da giornali come Haaretz della stessa Israele, sulle
torture istituzionali, vere e provate, che da decenni subiscono, insieme
ai padri, i figli minorenni del popolo derubato. E qui, invece, si
tratta di soggetti con facce, corpi, nomi e date dei quali a una
magistratura non dissimile da quella di Roma sono stati esibite la
prove dei metodi di interrogatorio: bastonate sugli organi sensibili,
corpi con piedi e polsi ammanettati piegati sullo schienale della sedia o
costretti in piedi al muro per ore, privazione del sonno, violenze
sessuali, minacce di morte ai famigliari, strangolamenti, isolamento
perpetuo. Oggi 6000 palestinesi sono chiusi in carcere, di cui 200
bambini e 25 donne (per le quali nessuna marcia mondiale delle donne).
Il 20% degli abitanti dei territori occupati sono passati per il
carcere. 207 ne sono usciti morti. Questo in aggiunta all’aberrazione
giuridica che è la detenzione amministrativa, in Irlanda del Nord detta
Campi d’Internamento. Vi finiscono circa un migliaio di palestinesi,
anche minori ogni anno, sena imputazione, difesa, processo, sentenza. Ma
è della fittizia esecuzione extragiudiziale di tra 5000 e oltre 13mila
detenuti siriani che si occupa Amnesty International.
Piedi russi in tutte le staffe?
Mi rimane da dire di un tormentoso dubbio che alita sul mio sostegno
alla Russia e a Putin per la favolosa svolta storica che ha imposto in
Medioriente e nel mondo. Su Al Bab stanno convergendo, in evidente gara
di chi arriva primo, siriani lealisti e turchi accompagnati da “ribelli”
siriani filoturchi (un animale nuovo, probabilmente virtuale, un
ircocervo come i siriani che i curdi dicono inseriti nelle loro “Syrian
Democratic Forces”). I primi per restituire alla patria il maltolto da
Isis e Al Qaida (rinominata Al Nusra e Fateh Al Sham), i secondi per
impedire ai cantoni curdi di congiungersi e per consolidare la striscia
occupata detta “zona di sicurezza” turca che probabilmente pensano di
annettere definitivamente. E i russi? Operano verso Al Bab insieme agli
alleati siriani tradizionali in vista del recupero di territori
sottratti. E operano con i nuovi alleati turchi nelle incursioni su Al
Bab? Stupefacente? Contradditorio? E se un Sukhoi in compagnia degli F15
turchi incontra un Sukhoi affiancato da Mig siriani? Non solo, hanno
proposto a Damasco una nuova Costituzione Federale, con dentro una
“entità” curda per i cazzi suoi. Proposta ovviamente respinta al
mittente con un buon grado di mimetizzata indignazione. Aleggia sulla
Siria lo spettro della spartizione programmata dai suoi nemici storici. E
la Russia che fa, asseconda?
Captatio benevolentiae nei
confronti di chi? Di Trump che promette dialogo ed equilibrio, forse
ferma Kiev, ma minaccia morte e distruzione a Tehran? Dei curdi da
sottrarre al mercenariato Usa? Di Erdogan che ha appena siglato
l’accordo per il Turkish Stream con tubo sottomarino che si divarica poi
per portare gas nella Tracia turca e inoltrarlo agli europei?
Aspettiamoci una chiarificazione rassicurante. Siamo fiduciosi.
Un saluto alla volpe.
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venerdì 10 febbraio 2017
domenica 29 novembre 2015
La melma del Grillo
Si può attribuire alla melma virtù feconde? Può esistere una melma di coltura, incubatrice di nuovi organismi sociali, capaci di ripopolare l’esangue ecosistema politico attuale? “Sasso che rotola non fa muschio”, una frase famosa che gioca sull’ambiguità dell’attribuzione di qualità negative o positive del muschio a seconda della prospettiva e degli schemi mentali di ciascuno.
Bene, non voglio dare per scontato che l’attributo melma abbia una valenza negativa, sebbene appaia ovvio che melma esprime anche un giudizio morale. Di sicuro la melma è al momento tutto ciò che abbiamo. Abbiamo sognato ampie praterie lambite da acque cristalline e irradiate dal sol dell’avvenire, ma appunto erano sogni. La realtà è un’altra e si manifesta chiaramente sotto forma di sostanza opaca e vischiosa, somma e commistione di umori neri e bianchi. Umori di un’umanità composita, non filtrati adeguatamente da culture universali.
Ebbene il grillismo è melma. Non suoni come un insulto, ma chi come me frequenta la rete e fruga nei forum e nei social network, si accorge facilmente che il grillismo è un insieme di rivendicazioni sociali e politiche giuste, frammiste a razzismo, xenofobia, fervore securitario, legalitarismo spiccio e una buona spruzzata di irrazionalismo antiscientista. Come ho avuto modo di dire più di un’occasione, è il popolo. Il popolo è tutto ciò, tutto e il contrario di tutto: solidarietà ed egoismo, razzismo e multiculturalismo, clericalismo e anticlericalismo, razionalismo e irrazionalismo. Ragione e oscurantismo, reazione e progresso. Il popolo è melma? Si, ma facciamocene una ragione, in quella melma sguazziamo tutti e noi stessi siamo melma.
Piaccia o non piaccia è con questo che dobbiamo fare i conti, ed è nella melma che dobbiamo immergerci per trovare risposte e compromessi nell’agire.
Per quanto una canaglia spocchiosa e saccente come me possa trovarsi a disagio laddove non c’è purezza di spirito e nobiltà di pensiero, è in nelle pieghe annerite e maleodoranti della società che si trova la gran massa degli individui, persone che al bon ton e alla cultura borghese, raffinata quanto ipocrita, preferiscono l’orrido nazionalpopolare, vero emblema di ribellione delle classi più umili, ed è con quegli individui che devo dialogare per trovare una accordo che migliori la vita di tutti.
Bene, non voglio dare per scontato che l’attributo melma abbia una valenza negativa, sebbene appaia ovvio che melma esprime anche un giudizio morale. Di sicuro la melma è al momento tutto ciò che abbiamo. Abbiamo sognato ampie praterie lambite da acque cristalline e irradiate dal sol dell’avvenire, ma appunto erano sogni. La realtà è un’altra e si manifesta chiaramente sotto forma di sostanza opaca e vischiosa, somma e commistione di umori neri e bianchi. Umori di un’umanità composita, non filtrati adeguatamente da culture universali.
Ebbene il grillismo è melma. Non suoni come un insulto, ma chi come me frequenta la rete e fruga nei forum e nei social network, si accorge facilmente che il grillismo è un insieme di rivendicazioni sociali e politiche giuste, frammiste a razzismo, xenofobia, fervore securitario, legalitarismo spiccio e una buona spruzzata di irrazionalismo antiscientista. Come ho avuto modo di dire più di un’occasione, è il popolo. Il popolo è tutto ciò, tutto e il contrario di tutto: solidarietà ed egoismo, razzismo e multiculturalismo, clericalismo e anticlericalismo, razionalismo e irrazionalismo. Ragione e oscurantismo, reazione e progresso. Il popolo è melma? Si, ma facciamocene una ragione, in quella melma sguazziamo tutti e noi stessi siamo melma.
Piaccia o non piaccia è con questo che dobbiamo fare i conti, ed è nella melma che dobbiamo immergerci per trovare risposte e compromessi nell’agire.
Per quanto una canaglia spocchiosa e saccente come me possa trovarsi a disagio laddove non c’è purezza di spirito e nobiltà di pensiero, è in nelle pieghe annerite e maleodoranti della società che si trova la gran massa degli individui, persone che al bon ton e alla cultura borghese, raffinata quanto ipocrita, preferiscono l’orrido nazionalpopolare, vero emblema di ribellione delle classi più umili, ed è con quegli individui che devo dialogare per trovare una accordo che migliori la vita di tutti.
venerdì 12 giugno 2015
Resuscitare la sinistra italiana
di David Broder da Popoff via Jacobin
Per decenni la sinistra italiana è stata tra le più militanti in Europa. Può tornare di nuovo rilevante?
Il mese scorso, a circa un anno dalle elezioni europee, la «Lista Tsipras», la coalizione di sinistra radicale ispirata a Syriza, si è dissolta. Il partito aveva raccolto la rispettabile cifra di un milione e centomila voti (che gli hanno dato tre deputati al Parlamento Europeo), ma la situazione si è presto deteriorata.
Due settimane fa Barbara Spinelli, cofondatrice e deputato europeo della «Lista Tsipras», ha lasciato la coalizione dichiarando che non vuole contribuire all’ennesima atomizzazione della sinistra.
Tra i fondatori del quotidiano «la Repubblica», la Spinelli faceva parte dell’ala liberal-ecologista della «Lista Tsipras», che raccoglie forze politiche provenienti da frammenti dell’ormai disciolto Pci, il Partito Comunista Italiano. A molti non è dispiaciuto l’addio della Spinelli, che aveva promesso prima delle elezioni del 2014 che non si sarebbe seduta al Parlamento Europeo, mentre lo ha fatto comunque, ed ora, dopo aver abbandonato il fronte politico con cui è stata eletta, resta attaccata alla sua carica di Deputato Europeo e ai centomila euro annui di salario che ne derivano.
Lasciando da parte l’arroganza che traspira dal comportamento della Spinelli, le sue dure parole d’addio hanno toccato un nervo scoperto, evidenziando il fallimento della «Lista Tsipras» nel raccogliere consensi al di fuori di un elettorato tradizionalmente di estrema sinistra. Questa è stata la grande debolezza di vari progetti di coalizione tentati in italia, a partire dagli anni novanta del secolo scorso fino ad oggi, e rappresenta una palese contraddizione rispetto alla situazione greca.
In qualche modo questo esito era scritto nel DNA della «Lista Tsipras»: per quanto le classi lavoratrici greca ed italiana abbiano interessi comuni rispetto alla crisi dell’eurozona, chiamare un partito con il nome di un leader politico straniero difficilmente può essere considerata una strategia vincente. Ma la proposta della Spinelli per una forza politica di centro sinistra, in qualche modo “liquida” è una strategia destinata a replicare - senza per altro rappresentare di per se stessa un’alternativa - la perdita di direzione politica che ha caratterizzato la sinistra radicale nell’ultimo ventennio.
Il collasso di Rifondazione è esemplare dello stato confusionale della sinistra radicale italiana e della sua incapacità di mobilitare lo stesso tipo sentimenti anti-sistema e contro i poteri forti come sono stati capaci di fare Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e perfino la destra populista nella stessa Italia.
La sinistra radicale è ancora disorientata dal disastroso coinvolgimento di Rifondazione nei governi di centrosinistra degli anni 2000. Concentrata sull’obiettivo di tenere Berlusconi all’opposizione, Rifondazione ha in effetti esercitato una scarsissima influenza nella coalizione di cui era parte ed ha continuamente diluito i suoi stessi capisaldi politici fino al punto di votare a favore della guerra in Afghanistan per mantenere al potere il liberal-sociale Romano Prodi e la sua coalizione di centro sinistra. Il risultato furono le elezioni del 2008, con il trionfo di Berlusconi e, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nessun parlamentare comunista eletto, che provocarono una diffusa demoralizzazione tra la sinistra radicale.
Nonostante Berlusconi arrivi al potere per la prima volta nel 1994, nel bel mezzo della crisi del sistema democratico italiano – con l’auto-immolazione del Pci nel 1991 si era anche sciolto il collante anticomunista che teneva insieme i suoi grandi rivali democratici cristiani – la sinistra italiana sembra oggi incapace di smentire il mito secondo cui l’Italia è governata da un governo liberale cui si contrappongono dei populisti di destra.
Generalmente invocando la necessità di “difendere la Costituzione” che è nata dalla resistenza antifascista o denunciando che Berlusconi o la destra infrangono il mistici “valori etici repubblicani“, buona parte di quello che un tempo era il movimento comunista italiano sembra incapace di rompere con preoccupazioni retoriche del Pci vecchie di decenni, oltretutto mettendole in relazione con lo stagnante sistema repubblicano italiano.
Se Rifondazione o Sel guardano oggi a Syriza per ispirarsi, il Pd che governa l’Italia sembra un consapevole tentativo di scimmiottare il liberalismo americano: ha adottato il nome “Partito Democratico” durante la competizione elettorale nazionale del 2008 nel tentativo d’intercettare il clamore intorno alla figura di Barack Obama, come del resto più sfacciatamente evocato del “grido di guerra“, incautamente pronunciato e rapidamente smentito, del suo allora leader Walter Veltroni: “Yes we can”.
Da parte sua, Renzi è un dichiarato discepolo di Tony Blair ed ha fatto sua la tattica del suo mentore di confrontarsi aggressivamente con la sua base per dimostrare le sue credenziali per la leadership. Tra le sue iniziative legislative chiave, il liberaleggiante “Jobs Act” e l’abolizione dell’articolo 18, entrambe le quali rendono, da una parte, più deboli i sindacati e, dall’altra, per le imprese più facile licenziare i lavoratori.
In un certo senso, il leader del Pd è andato abbastanza oltre rispetto a Blair nel manifestare apertamente il suo disprezzo nei confronti di quelli che sono il “partner sociali” storici del suo partito. In risposta alle sue provocazioni, Susanna Camusso, leader della Cigl, una federazione sindacale forte di 5 milioni d’iscritti, ha recentemente dichiarato che non voterà per il suo partito.
Comunque, sebbene partiti come il tedesco Spd e il greco Pasok abbiano malamente compromesso il consenso della propria base, sostenendo al governo politiche conservatrici, il principale partito di centro-sinistra italiano sta operando uno spostamento ancor più radicale, abbandonando ogni riferimento alla democrazia sociale e propagandando apertamente il suo approccio manageriale e la sua agenda neoliberista. Si tratta di un’invasione del territorio politico della destra largamente conosciuto come “Berlusconismo senza Berlusconi“.
Indubbiamente il partito di Renzi sta conservando una posizione elettoralmente più forte rispetto alla socialdemocrazia europea più in generale, almeno nel senso che le grottesche azioni politiche di Berlusconi hanno frammentato la destra tradizionale in talmente tante schegge che i democratici beneficiano di un un governo solido con solo il 35 per cento dei voti.
Il primo ministro Renzi ha ora tentato di consolidare il proprio vantaggio con l’introduzione di una nuova legge elettorale. Essa propone un nuovo sistema antidemocratico che assegna un larga maggioranza parlamentare al partito che ottiene più voti anche se il suo il risultato è ben al di sotto della metà dei votanti. I cambiamenti previsti dalla nuova legge elettorale renderanno ancora più difficile per i piccoli partiti riuscire ad eleggere rappresentanti in parlamento, ponendo ulteriori ostacoli alla discesa sul terreno elettorale della sinistra radicale.
Ci sono alcuni segnali di speranza. Un recente sviluppo particolarmente significativo è stata l’opposizione alla riforma dell’istruzione primaria e secondaria di Renzi, “La buona scuola“, con molta attenzione rivolta dai media allo sciopero degli insegnanti, che in marcia attraverso Roma dichiarano senza remora o fatica “non voteremo mai più il Pd“.
Tra le altre cose, la legge appena passata alla Camera dei Deputati obbliga gli studenti delle superiori a stage gratuiti in azienda, prendendo di mira soprattutto gli studenti poveri e della classe operaia. Infatti, se gli allievi del liceo – un tipo di scuola superiore che si rivolge prevalentemente ai figli della classe media – devono lavorare almeno 200 ore ogni anno, i loro omologhi delle scuole tecniche e professionali devono dedicare a questa attività come minimo 400 ore.
La mobilitazione per cambiare la legge è stata una delle più importanti lotte negli anni recenti, perché è più un movimento per difendere, in prima istanza, l’educazione stessa piuttosto che solo una mera questione di categoria legata agli interessi degli insegnanti.
La resistenza ha unito sia i sindacati ufficiali che quelli di base ed è stata sostenuta da una vasta mobilitazione di studenti e genitori. Attraverso l’uso di scioperi ufficiali e non autorizzati, con le sue manifestazioni ed occupazioni, questa controffensiva ha anche incoraggiato i partigiani dello “sciopero sociale“, un popolare slogan dell’area dell’autonomia che immagina un movimento che va oltre il luogo di lavoro per coinvolgere più ampiamente precari, disoccupati ed utenti dei servizi.
Un’ulteriore, benché nascente, iniziativa per portare il movimento sindacale fuori dai cancelli delle fabbriche è la “coalizione sociale” messa in piedi da Maurizio Landini, leader della Fiom, sindacato dei metalmeccanici forte di 350mila iscritti. Landini ha descritto il suo nuovo movimento come “uno strumento di partecipazione politica fuori dai partiti“, con iniziative per il momento rivolte a temi come l’opposizione all’austerità, la difesa dei migranti e la lotta al controllo delle imprese da parte del crimine organizzato. Benché la Camusso abbia fortemente criticato Landini per il suo “uso improprio del sindacato per finalità politiche“, in effetti il leader Fiom ha finora dato una definizione poco precisa della sua strategia.
Questo fenomeno è chiaramente visibile nella resurrezione della Lega, un partito di destra che una volta propugnava l’indipendenza del nord d’Italia ed abitualmente scherniva chiunque vivesse a sud di Firenze con accuse ed insulti razzisti legati a presunte pigrizia e corruzione abituali.
Sebbene solo pochi anni fa il consenso della Lega Nord fosse crollato al 5 per cento, il partito oggi viaggia ormai regolarmente intorno al 15 per cento e gode di un forte seguito persino nei capisaldi storici del Pci nelle città industriali di Torino, Milano e Genova. Recentemente la Lega Nord ha messo su un partito del sud ideato per raccogliere il malcontento di romani e siciliani verso albanesi e “marocchini” ( “marocchino” è un epiteto dispregiativo utilizzato nei confronti degli immigranti provenienti dall’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente e di lì fino all’intero subcontinente indiano). A febbraio ha manifestato a Roma dopo aver ricevuto un video messaggio di auguri da parte di Marine Le Pen, leader del Front National, il partito di estrema destra francese.
Questo incanalamento di sentimenti anti-sistema nel populismo di estrema destra è espresso, almeno in parte, anche nella forza del Movimento Cinque Stelle, M5S, che, per quanto estremamente eclettico nella sua cosmesi ideologica, raccoglie esponenzialmente consenso intorno alle idee politiche anti migranti, anti Unione Europea e anti sindacali del suo leader Beppe Grillo. Anche se caotico dal punto di vista organizzativo – ha espulso non meno di 34 dei suoi 168 deputati e senatori in meno di 2 anni – il M5S è oggi il secondo partito italiano e raccoglie regolarmente non meno del 20 per cento dei voti.
Grillo ha chiesto la “cancellazione” dei sindacati e contestato l’introduzione della cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia. Comunque il M5S non ha la classica base conservatrice o di destra, e gode, in particolare, di un forte sostegno tra i giovani ed i disoccupati. Il suo successo è da addebitarsi ai suoi sforzi zelanti nel mettere a nudo la corruzione del sistema, che hanno fortemente attratto gli italiani non in grado di accedere alle reti di raccomandazioni e favoritismi così prevalenti nei partiti tradizionali.
Il basso livello di conflittualità dei sindacati e la crescente assenza di “classe” da parte dei politici di sinistra hanno aperto la strada a quella che alla fine sembra un’illusione senza speranza, l’idea che disfarsi in qualche modo della “casta“, o del sistema – che nella visione di Beppe Grillo include anche in grandi sindacati – offrirà una bacchetta magica per risolvere in numerosi problemi del Paese. Questi includono infrastrutture terribili, basso tasso di crescita ed una crisi demografica in cui una popolazione attiva in declino paga per una massa sempre crescente di pensionati, senza dimenticare che la metà dei giovani sono costretti a scegliere tra emigrazione e disoccupazione.
In questo senso una fortunata conseguenza del colpo di Blairite di Renzi nel Partito Democratico è stato che ha gettato una secchiata di acqua gelata sui recenti sforzi – il più evidente con Sel durante la campagna elettorale per le elezioni del 2013 – per creare un “gruppo rossiccio” alleato con il Pd che sia accessorio ad un governo e ad una maggioranza nominalmente di centro sinistra. In ogni caso, nelle elezioni regionali del 31 maggio scorso Sel ha sostenuto un certo numero di candidati del Pd, in alcuni casi favorendo questo partito rispetto ai candidati che si presentavano con la «Lista Tsipras» ed altri cartelli politici analoghi.
La difesa di retroguardia dei “valori etici repubblicani” o della “costituzione” da parte della sinistra radicale vecchio stampo ha poco da dire agli espropriati e ai marginalizzati, a coloro che non hanno un posto stabile nella società o anche la solo la speranza di averne uno. Le pie lamentazioni per il passato o i tentativi di raggranellare i voti dei vecchi elettori del Pci sono vie sicure verso la morte politica.
La speranza è sempre l’ultima a morire ed il futuro deve essere ancora costruito, ma la sinistra radicale in Italia (ed altrove) non può semplicemente copiare l’esempio greco. Il successo di Syriza, nonostante la sua precarietà, affonda le sue radici in un attivismo capillare e paziente che inizia prima della caduta del regime dei colonnelli, nel 1974, che continua durante la luminosa stagione della socialdemocrazia ellenica, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ed ha avuto la sua affermazione con la crisi del Pasok degli ultimi 5 anni.
In Italia, di converso, questo intero periodo è stato caratterizzato dalla rappresentazione al rallentatore del precipitare senza scampo della sinistra radicale verso il suo disastro, gradualmente ridotta a una sorta di subcultura del “popolo della sinistra”, che pecca nell’assenza di una chiara visione esaustiva del futuro dell’Italia.
In questo senso né il resuscitare la tradizione del Pci e tanto meno l’imitare Syriza sono in grado di offrire una risposta alla sua crisi. Se si deve essere la “Syriza italiana“, bisogna partire dal dare voce agli sfiduciati e ai senza speranza, giudicando con franchezza i fallimenti degli ultimi dieci anni e rompendo con chiarezza con ogni tipo di identificazione con la “famiglia della sinistra” ispirata a tradizioni repubblicane in sfumature di rosa.
Per decenni la sinistra italiana è stata tra le più militanti in Europa. Può tornare di nuovo rilevante?
Il mese scorso, a circa un anno dalle elezioni europee, la «Lista Tsipras», la coalizione di sinistra radicale ispirata a Syriza, si è dissolta. Il partito aveva raccolto la rispettabile cifra di un milione e centomila voti (che gli hanno dato tre deputati al Parlamento Europeo), ma la situazione si è presto deteriorata.
Due settimane fa Barbara Spinelli, cofondatrice e deputato europeo della «Lista Tsipras», ha lasciato la coalizione dichiarando che non vuole contribuire all’ennesima atomizzazione della sinistra.
Tra i fondatori del quotidiano «la Repubblica», la Spinelli faceva parte dell’ala liberal-ecologista della «Lista Tsipras», che raccoglie forze politiche provenienti da frammenti dell’ormai disciolto Pci, il Partito Comunista Italiano. A molti non è dispiaciuto l’addio della Spinelli, che aveva promesso prima delle elezioni del 2014 che non si sarebbe seduta al Parlamento Europeo, mentre lo ha fatto comunque, ed ora, dopo aver abbandonato il fronte politico con cui è stata eletta, resta attaccata alla sua carica di Deputato Europeo e ai centomila euro annui di salario che ne derivano.
Lasciando da parte l’arroganza che traspira dal comportamento della Spinelli, le sue dure parole d’addio hanno toccato un nervo scoperto, evidenziando il fallimento della «Lista Tsipras» nel raccogliere consensi al di fuori di un elettorato tradizionalmente di estrema sinistra. Questa è stata la grande debolezza di vari progetti di coalizione tentati in italia, a partire dagli anni novanta del secolo scorso fino ad oggi, e rappresenta una palese contraddizione rispetto alla situazione greca.
In qualche modo questo esito era scritto nel DNA della «Lista Tsipras»: per quanto le classi lavoratrici greca ed italiana abbiano interessi comuni rispetto alla crisi dell’eurozona, chiamare un partito con il nome di un leader politico straniero difficilmente può essere considerata una strategia vincente. Ma la proposta della Spinelli per una forza politica di centro sinistra, in qualche modo “liquida” è una strategia destinata a replicare - senza per altro rappresentare di per se stessa un’alternativa - la perdita di direzione politica che ha caratterizzato la sinistra radicale nell’ultimo ventennio.
Barbara Spinelli, giornalista, fondatrice di “la Repubblica”,
pasionaria della “Lista per Tsipras” ed eurodeputata, ha lasciato le
rosse acque dell’Egeo per cercare la formula magica di una “sinistra”
liquida
Un movimento in stato confusionale
La tragedia è che 15 anni fa uno dei componenti principali della «Lista Tsipras», Rifondazione Comunista – l’altro, Sel, Sinistra Ecologia e Libertà, è nato nel 2008 proprio da una scissione in Rifondazione – ha rappresentato esso stesso una grande speranza della sinistra europea. Rifondazione ha raccolto oltre due milioni e mezzo di voti in più competizioni politiche nazionali ed europee ed ammirazione come partito con la presenza più forte nei movimenti anti-capitalisti post Seattle. Ancora oggi, benché conservi ancora venticinquemila tessere, Rifondazione ha poche sezioni funzionanti, non ha un giornale ed ha una minima visibilità pubblica residua.Il collasso di Rifondazione è esemplare dello stato confusionale della sinistra radicale italiana e della sua incapacità di mobilitare lo stesso tipo sentimenti anti-sistema e contro i poteri forti come sono stati capaci di fare Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e perfino la destra populista nella stessa Italia.
La sinistra radicale è ancora disorientata dal disastroso coinvolgimento di Rifondazione nei governi di centrosinistra degli anni 2000. Concentrata sull’obiettivo di tenere Berlusconi all’opposizione, Rifondazione ha in effetti esercitato una scarsissima influenza nella coalizione di cui era parte ed ha continuamente diluito i suoi stessi capisaldi politici fino al punto di votare a favore della guerra in Afghanistan per mantenere al potere il liberal-sociale Romano Prodi e la sua coalizione di centro sinistra. Il risultato furono le elezioni del 2008, con il trionfo di Berlusconi e, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, nessun parlamentare comunista eletto, che provocarono una diffusa demoralizzazione tra la sinistra radicale.
Nonostante Berlusconi arrivi al potere per la prima volta nel 1994, nel bel mezzo della crisi del sistema democratico italiano – con l’auto-immolazione del Pci nel 1991 si era anche sciolto il collante anticomunista che teneva insieme i suoi grandi rivali democratici cristiani – la sinistra italiana sembra oggi incapace di smentire il mito secondo cui l’Italia è governata da un governo liberale cui si contrappongono dei populisti di destra.
Generalmente invocando la necessità di “difendere la Costituzione” che è nata dalla resistenza antifascista o denunciando che Berlusconi o la destra infrangono il mistici “valori etici repubblicani“, buona parte di quello che un tempo era il movimento comunista italiano sembra incapace di rompere con preoccupazioni retoriche del Pci vecchie di decenni, oltretutto mettendole in relazione con lo stagnante sistema repubblicano italiano.
Rifondazione Comunista, da giovane speranza a campione del declino della sinistra
Riciclare retorica
Questa paralisi politica arriva nonostante un significativo spostamento a destra in entrambi gli opposti schieramenti ed il governo record del Partito Democratico di Matteo Renzi, il Pd, che oggi governa l’Italia in coalizione con piccole forze centriste e di centro-destra. Il partito del primo ministro Renzi include il grosso del vecchio Pci, insieme a varie forze liberali e democristiane che si sono fuse a più riprese successive con esso a partire dagli anni ’90 del secolo scorso.Se Rifondazione o Sel guardano oggi a Syriza per ispirarsi, il Pd che governa l’Italia sembra un consapevole tentativo di scimmiottare il liberalismo americano: ha adottato il nome “Partito Democratico” durante la competizione elettorale nazionale del 2008 nel tentativo d’intercettare il clamore intorno alla figura di Barack Obama, come del resto più sfacciatamente evocato del “grido di guerra“, incautamente pronunciato e rapidamente smentito, del suo allora leader Walter Veltroni: “Yes we can”.
Da parte sua, Renzi è un dichiarato discepolo di Tony Blair ed ha fatto sua la tattica del suo mentore di confrontarsi aggressivamente con la sua base per dimostrare le sue credenziali per la leadership. Tra le sue iniziative legislative chiave, il liberaleggiante “Jobs Act” e l’abolizione dell’articolo 18, entrambe le quali rendono, da una parte, più deboli i sindacati e, dall’altra, per le imprese più facile licenziare i lavoratori.
In un certo senso, il leader del Pd è andato abbastanza oltre rispetto a Blair nel manifestare apertamente il suo disprezzo nei confronti di quelli che sono il “partner sociali” storici del suo partito. In risposta alle sue provocazioni, Susanna Camusso, leader della Cigl, una federazione sindacale forte di 5 milioni d’iscritti, ha recentemente dichiarato che non voterà per il suo partito.
Comunque, sebbene partiti come il tedesco Spd e il greco Pasok abbiano malamente compromesso il consenso della propria base, sostenendo al governo politiche conservatrici, il principale partito di centro-sinistra italiano sta operando uno spostamento ancor più radicale, abbandonando ogni riferimento alla democrazia sociale e propagandando apertamente il suo approccio manageriale e la sua agenda neoliberista. Si tratta di un’invasione del territorio politico della destra largamente conosciuto come “Berlusconismo senza Berlusconi“.
Indubbiamente il partito di Renzi sta conservando una posizione elettoralmente più forte rispetto alla socialdemocrazia europea più in generale, almeno nel senso che le grottesche azioni politiche di Berlusconi hanno frammentato la destra tradizionale in talmente tante schegge che i democratici beneficiano di un un governo solido con solo il 35 per cento dei voti.
Il primo ministro Renzi ha ora tentato di consolidare il proprio vantaggio con l’introduzione di una nuova legge elettorale. Essa propone un nuovo sistema antidemocratico che assegna un larga maggioranza parlamentare al partito che ottiene più voti anche se il suo il risultato è ben al di sotto della metà dei votanti. I cambiamenti previsti dalla nuova legge elettorale renderanno ancora più difficile per i piccoli partiti riuscire ad eleggere rappresentanti in parlamento, ponendo ulteriori ostacoli alla discesa sul terreno elettorale della sinistra radicale.
Ci sono alcuni segnali di speranza. Un recente sviluppo particolarmente significativo è stata l’opposizione alla riforma dell’istruzione primaria e secondaria di Renzi, “La buona scuola“, con molta attenzione rivolta dai media allo sciopero degli insegnanti, che in marcia attraverso Roma dichiarano senza remora o fatica “non voteremo mai più il Pd“.
Tra le altre cose, la legge appena passata alla Camera dei Deputati obbliga gli studenti delle superiori a stage gratuiti in azienda, prendendo di mira soprattutto gli studenti poveri e della classe operaia. Infatti, se gli allievi del liceo – un tipo di scuola superiore che si rivolge prevalentemente ai figli della classe media – devono lavorare almeno 200 ore ogni anno, i loro omologhi delle scuole tecniche e professionali devono dedicare a questa attività come minimo 400 ore.
La mobilitazione per cambiare la legge è stata una delle più importanti lotte negli anni recenti, perché è più un movimento per difendere, in prima istanza, l’educazione stessa piuttosto che solo una mera questione di categoria legata agli interessi degli insegnanti.
La resistenza ha unito sia i sindacati ufficiali che quelli di base ed è stata sostenuta da una vasta mobilitazione di studenti e genitori. Attraverso l’uso di scioperi ufficiali e non autorizzati, con le sue manifestazioni ed occupazioni, questa controffensiva ha anche incoraggiato i partigiani dello “sciopero sociale“, un popolare slogan dell’area dell’autonomia che immagina un movimento che va oltre il luogo di lavoro per coinvolgere più ampiamente precari, disoccupati ed utenti dei servizi.
Un’ulteriore, benché nascente, iniziativa per portare il movimento sindacale fuori dai cancelli delle fabbriche è la “coalizione sociale” messa in piedi da Maurizio Landini, leader della Fiom, sindacato dei metalmeccanici forte di 350mila iscritti. Landini ha descritto il suo nuovo movimento come “uno strumento di partecipazione politica fuori dai partiti“, con iniziative per il momento rivolte a temi come l’opposizione all’austerità, la difesa dei migranti e la lotta al controllo delle imprese da parte del crimine organizzato. Benché la Camusso abbia fortemente criticato Landini per il suo “uso improprio del sindacato per finalità politiche“, in effetti il leader Fiom ha finora dato una definizione poco precisa della sua strategia.
Matteo Renzi incarna da una parte il disincanto degli italiani rispetto
alla politica e dall’altra la loro intima aspirazione per l’uomo solo
al potere aspirazione
Una destra emergente
Nonostante questi sviluppi positivi, oggi la caratteristica più impressionante della vita politica italiana è che il consenso, perso sia dai partiti socialdemocratici centristi, come il PD, che dalle forze prima aggregate intorno a Berlusconi, si sia spostato, per la maggior parte, ad alimentare il rafforzamento della destra populista.Questo fenomeno è chiaramente visibile nella resurrezione della Lega, un partito di destra che una volta propugnava l’indipendenza del nord d’Italia ed abitualmente scherniva chiunque vivesse a sud di Firenze con accuse ed insulti razzisti legati a presunte pigrizia e corruzione abituali.
Sebbene solo pochi anni fa il consenso della Lega Nord fosse crollato al 5 per cento, il partito oggi viaggia ormai regolarmente intorno al 15 per cento e gode di un forte seguito persino nei capisaldi storici del Pci nelle città industriali di Torino, Milano e Genova. Recentemente la Lega Nord ha messo su un partito del sud ideato per raccogliere il malcontento di romani e siciliani verso albanesi e “marocchini” ( “marocchino” è un epiteto dispregiativo utilizzato nei confronti degli immigranti provenienti dall’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente e di lì fino all’intero subcontinente indiano). A febbraio ha manifestato a Roma dopo aver ricevuto un video messaggio di auguri da parte di Marine Le Pen, leader del Front National, il partito di estrema destra francese.
Questo incanalamento di sentimenti anti-sistema nel populismo di estrema destra è espresso, almeno in parte, anche nella forza del Movimento Cinque Stelle, M5S, che, per quanto estremamente eclettico nella sua cosmesi ideologica, raccoglie esponenzialmente consenso intorno alle idee politiche anti migranti, anti Unione Europea e anti sindacali del suo leader Beppe Grillo. Anche se caotico dal punto di vista organizzativo – ha espulso non meno di 34 dei suoi 168 deputati e senatori in meno di 2 anni – il M5S è oggi il secondo partito italiano e raccoglie regolarmente non meno del 20 per cento dei voti.
Grillo ha chiesto la “cancellazione” dei sindacati e contestato l’introduzione della cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia. Comunque il M5S non ha la classica base conservatrice o di destra, e gode, in particolare, di un forte sostegno tra i giovani ed i disoccupati. Il suo successo è da addebitarsi ai suoi sforzi zelanti nel mettere a nudo la corruzione del sistema, che hanno fortemente attratto gli italiani non in grado di accedere alle reti di raccomandazioni e favoritismi così prevalenti nei partiti tradizionali.
Il basso livello di conflittualità dei sindacati e la crescente assenza di “classe” da parte dei politici di sinistra hanno aperto la strada a quella che alla fine sembra un’illusione senza speranza, l’idea che disfarsi in qualche modo della “casta“, o del sistema – che nella visione di Beppe Grillo include anche in grandi sindacati – offrirà una bacchetta magica per risolvere in numerosi problemi del Paese. Questi includono infrastrutture terribili, basso tasso di crescita ed una crisi demografica in cui una popolazione attiva in declino paga per una massa sempre crescente di pensionati, senza dimenticare che la metà dei giovani sono costretti a scegliere tra emigrazione e disoccupazione.
In questo senso una fortunata conseguenza del colpo di Blairite di Renzi nel Partito Democratico è stato che ha gettato una secchiata di acqua gelata sui recenti sforzi – il più evidente con Sel durante la campagna elettorale per le elezioni del 2013 – per creare un “gruppo rossiccio” alleato con il Pd che sia accessorio ad un governo e ad una maggioranza nominalmente di centro sinistra. In ogni caso, nelle elezioni regionali del 31 maggio scorso Sel ha sostenuto un certo numero di candidati del Pd, in alcuni casi favorendo questo partito rispetto ai candidati che si presentavano con la «Lista Tsipras» ed altri cartelli politici analoghi.
Beppe grillo ha portato il M5S ad essere il secondo partito cavalcando
il peggio del peggio dei vezzi inconfessabili dell’italietta
Oltre la subcultura
La Costituzione italiana stabilisce che l’Italia è una “repubblica democratica fondata sul lavoro” ed i funzionari sindacali sembrano non essere mai stanchi di recitare questo mantra. Però, oltre al fatto che il capitalismo italiano ha sicuramente costruito le proprie fortune attraverso salari bassi, fatica massacrante e la trasformazione della vita umana in capitale, questa frase romantica è sempre stata una finzione. E due decenni dopo la scomparsa dei partiti che scrissero queste parole, questa carta fondativa è lettera morta.La difesa di retroguardia dei “valori etici repubblicani” o della “costituzione” da parte della sinistra radicale vecchio stampo ha poco da dire agli espropriati e ai marginalizzati, a coloro che non hanno un posto stabile nella società o anche la solo la speranza di averne uno. Le pie lamentazioni per il passato o i tentativi di raggranellare i voti dei vecchi elettori del Pci sono vie sicure verso la morte politica.
La speranza è sempre l’ultima a morire ed il futuro deve essere ancora costruito, ma la sinistra radicale in Italia (ed altrove) non può semplicemente copiare l’esempio greco. Il successo di Syriza, nonostante la sua precarietà, affonda le sue radici in un attivismo capillare e paziente che inizia prima della caduta del regime dei colonnelli, nel 1974, che continua durante la luminosa stagione della socialdemocrazia ellenica, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ed ha avuto la sua affermazione con la crisi del Pasok degli ultimi 5 anni.
In Italia, di converso, questo intero periodo è stato caratterizzato dalla rappresentazione al rallentatore del precipitare senza scampo della sinistra radicale verso il suo disastro, gradualmente ridotta a una sorta di subcultura del “popolo della sinistra”, che pecca nell’assenza di una chiara visione esaustiva del futuro dell’Italia.
In questo senso né il resuscitare la tradizione del Pci e tanto meno l’imitare Syriza sono in grado di offrire una risposta alla sua crisi. Se si deve essere la “Syriza italiana“, bisogna partire dal dare voce agli sfiduciati e ai senza speranza, giudicando con franchezza i fallimenti degli ultimi dieci anni e rompendo con chiarezza con ogni tipo di identificazione con la “famiglia della sinistra” ispirata a tradizioni repubblicane in sfumature di rosa.
Podemos in Spagna e Syriza in Spagna sono modelli cui si può ispirare
la sinistra in Italia a patto di fare i conti con il passato e di non
usarli come simbolo
domenica 12 aprile 2015
Grillo, Rousseau e la volontà popolare
da Blasting News
Gianroberto Casaleggio, il cosiddetto "guru" del M5S ha annunciato che a breve farà il suo esordio la nuova piattaforma del movimento denominata Rousseau, una piattaforma web che avrebbe il compito di mettere insieme proposte, dibattiti su argomenti salienti e votazioni di mozioni e di rappresentanti del movimento. Un calderone fluido che dovrebbe ribollire di istinti e intelligenze sparse, capaci di coagularsi in una sorta di prototipo di organismo di autogoverno, nell'attesa di materializzarsi in un futuro non troppo remoto, nel mondo reale, dove le decisioni dei singoli influiscono per davvero sulla politica degli stati. Un'utopia insomma, ma portata avanti con molto senso pratico.
Il nome Rousseau, in omaggio al filosofo francese autore del "Contratto Sociale" non è scelto a caso.
Neanche a dirlo si tratta di un'operazione di marketing basata sul presupposto del mito fondativo, che dalla politica all'arte, passando per le arti marziali, sembra un requisito essenziale per chiunque voglia fondare un movimento nuovo. Nessun fenomeno epocale può immaginarsi privo di quell'evento fondante che ne costituisce le radici e la legittimazione storica e culturale. Pur tuttavia considerarlo solo un espediente propagandistico sarebbe fare un torto all'impegno fattivo del M5S e alla sua capacità di porsi come unica e vera opposizione ai vari regimi, benedetti dai mercati e dai suoi rappresentanti, che si sono succeduti negli ultimi 20 anni in Italia.
Il significato di volontà popolare si cala perfettamente dentro un vuoto e uno smarrimento culturale, costellato di icone esauste e ormai inservibili, che rappresentano ancora categorie ritenute superate o inutilizzabili come quelle di destra/sinistra.
Cosa rimane dopo la fine della rappresentazione epica dello scontro di classe? Cosa rimane dopo che la più grande religione laica degli ultimi due secoli, il marxismo, appare anch'essa secolarizzata e non più in grado di dare fede e speranza o fornire strumenti concettuali utili a costruire un nuovo futuro e una nuova visione della società? A ben guardare questo sarebbe il classico passo indietro leniniano per farne due avanti, un passo sostenuto da principi solidi e forze genuine che non assomiglia per niente ad altri tentativi patetici come quello di Craxi, che andò a ripescare un pallido Proudhon nell'empireo dei santi socialisti utopistici, mettendolo insieme a Garibaldi, per darsi una parvenza di sostanza e ardimento che facesse sbiadire il più prosaico aspetto delle ruberie e degli scandali. Rousseau è un vecchio arnese, superato dalla scienza marxista e dalla dialettica, ma visto il fallimento di quest'ultime, torna in auge.
A questo punto cosa c'è di meglio, superato il concetto di classe, inadatto a dare risposte e a risolvere aporie fastidiose, che non la volontà popolare? Un concetto che mette insieme pulsioni diverse, visioni spesso contrastanti e profili sociali non omologati a principi statici come quelli della classe. Il popolo è tutto e niente allo stesso tempo, siamo noi, ma anche qualcosa di diverso da noi, il popolo, l'unico soggetto generalista dal quale è possibile distillare una sapienza e una prassi decisionale legittimata dalla maggioranza.
Tralascio le aporie che lo stesso Rousseau aveva messo in evidenza quando si tratta di passare dalla cessione di sovranità dell'uno per consentire il bene di tutti, al governo vero e proprio di uno stato, che prevede ruoli e funzioni, almeno per motivi pratici, non direttamente riconducibili al volere generale (vi immaginate decidere sulla politica estera?). A tal proposito la funzione di un "direttorio" è imprescindibile, finendo per sminuire il potere di un'assemblea rappresentativa della volontà di tutti. Contraddizioni che non sono risolvibili, ma non importa, Rousseau ora è lo spirito dei tempi, ed è perfettamente fungibile in un contesto che richiede innovazione di prassi e linguaggi senza vincolare troppo ad un credo.
Certo il popolo rischia di inquinare con la sua maleducazione e la sua ingnoranza plebea la purezza del principio, ma in fondo Grillo e Casaleggio non sono dei fanatici della purezza né dei principi, loro sono oltre, sono al di là e forse anche un po' al di qua di tutti noi.
Gianroberto Casaleggio, il cosiddetto "guru" del M5S ha annunciato che a breve farà il suo esordio la nuova piattaforma del movimento denominata Rousseau, una piattaforma web che avrebbe il compito di mettere insieme proposte, dibattiti su argomenti salienti e votazioni di mozioni e di rappresentanti del movimento. Un calderone fluido che dovrebbe ribollire di istinti e intelligenze sparse, capaci di coagularsi in una sorta di prototipo di organismo di autogoverno, nell'attesa di materializzarsi in un futuro non troppo remoto, nel mondo reale, dove le decisioni dei singoli influiscono per davvero sulla politica degli stati. Un'utopia insomma, ma portata avanti con molto senso pratico.
Il nome Rousseau, in omaggio al filosofo francese autore del "Contratto Sociale" non è scelto a caso.
Neanche a dirlo si tratta di un'operazione di marketing basata sul presupposto del mito fondativo, che dalla politica all'arte, passando per le arti marziali, sembra un requisito essenziale per chiunque voglia fondare un movimento nuovo. Nessun fenomeno epocale può immaginarsi privo di quell'evento fondante che ne costituisce le radici e la legittimazione storica e culturale. Pur tuttavia considerarlo solo un espediente propagandistico sarebbe fare un torto all'impegno fattivo del M5S e alla sua capacità di porsi come unica e vera opposizione ai vari regimi, benedetti dai mercati e dai suoi rappresentanti, che si sono succeduti negli ultimi 20 anni in Italia.
Il significato di volontà popolare si cala perfettamente dentro un vuoto e uno smarrimento culturale, costellato di icone esauste e ormai inservibili, che rappresentano ancora categorie ritenute superate o inutilizzabili come quelle di destra/sinistra.
Cosa rimane dopo la fine della rappresentazione epica dello scontro di classe? Cosa rimane dopo che la più grande religione laica degli ultimi due secoli, il marxismo, appare anch'essa secolarizzata e non più in grado di dare fede e speranza o fornire strumenti concettuali utili a costruire un nuovo futuro e una nuova visione della società? A ben guardare questo sarebbe il classico passo indietro leniniano per farne due avanti, un passo sostenuto da principi solidi e forze genuine che non assomiglia per niente ad altri tentativi patetici come quello di Craxi, che andò a ripescare un pallido Proudhon nell'empireo dei santi socialisti utopistici, mettendolo insieme a Garibaldi, per darsi una parvenza di sostanza e ardimento che facesse sbiadire il più prosaico aspetto delle ruberie e degli scandali. Rousseau è un vecchio arnese, superato dalla scienza marxista e dalla dialettica, ma visto il fallimento di quest'ultime, torna in auge.
A questo punto cosa c'è di meglio, superato il concetto di classe, inadatto a dare risposte e a risolvere aporie fastidiose, che non la volontà popolare? Un concetto che mette insieme pulsioni diverse, visioni spesso contrastanti e profili sociali non omologati a principi statici come quelli della classe. Il popolo è tutto e niente allo stesso tempo, siamo noi, ma anche qualcosa di diverso da noi, il popolo, l'unico soggetto generalista dal quale è possibile distillare una sapienza e una prassi decisionale legittimata dalla maggioranza.
Tralascio le aporie che lo stesso Rousseau aveva messo in evidenza quando si tratta di passare dalla cessione di sovranità dell'uno per consentire il bene di tutti, al governo vero e proprio di uno stato, che prevede ruoli e funzioni, almeno per motivi pratici, non direttamente riconducibili al volere generale (vi immaginate decidere sulla politica estera?). A tal proposito la funzione di un "direttorio" è imprescindibile, finendo per sminuire il potere di un'assemblea rappresentativa della volontà di tutti. Contraddizioni che non sono risolvibili, ma non importa, Rousseau ora è lo spirito dei tempi, ed è perfettamente fungibile in un contesto che richiede innovazione di prassi e linguaggi senza vincolare troppo ad un credo.
Certo il popolo rischia di inquinare con la sua maleducazione e la sua ingnoranza plebea la purezza del principio, ma in fondo Grillo e Casaleggio non sono dei fanatici della purezza né dei principi, loro sono oltre, sono al di là e forse anche un po' al di qua di tutti noi.
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M5S,
Rousseau,
volontà popolare
venerdì 24 ottobre 2014
L'aporia del Grillo
di Franco Cilli
Da secoli a mio modesto parere ci
troviamo di fronte ad un'aporia che ci paralizza: come battere il
potere senza diventare un potere da battere.
La sinistra (chiamiamo così per
comodità una categoria derivata da una cultura egualitarista) è
l'incarnazione di questa aporia, ma essendo figlia, come il marxismo,
dell'idealismo ottocentesco è profondamente attaccata al nominalismo
e alla concordanza degli oggetti con le idee. Ergo per la sinistra
assolvere alla sua funzione ha sempre significato sostituire la
realtà (quella del capitalismo) con un'altra realtà pensata con supposta coerenza logica e perseguita con forza, una realtà che, si badi bene
non è una realtà mediata, ma è quella realtà e nessun altra. Di
qui l'errore di fondo: la realtà come così come l'ho pensata necessita solo di essere attuata. La
realtà, quella vera però se ne infischia dei modi in cui viene
rappresentata e non si piega nemmeno ai presupposti etici che allo
svolgere “naturale”delle cose si vorrebbero associare. La realtà
se ne infischia anche dello storicismo, potendosi volgere in un
verso o in un altro per fattori imponderabili e non razionalmente
definibili.
Marx in fondo aveva tentato di farcelo
capire, quando ci diceva che è il ruolo sociale che determina
l'essere, intendeva dire che ciò determina una frammentazione del
soggetto sociale e il risultato è una riaggregazione in base ad
interessi della propria classe sociale di appartenenza, ognuna
disposta a lottare contro le altre per accaparrarsi lo spazio vitale.
Facile per il capitalismo, categoria profondamente individualista,
creare l'arena del gioco e dettare le regole. Anche se una parte dei
giocatori non accetta le regole difficilmente potrà mettere
d'accordo tutti gli altri competitors, fra l'altro ben foraggiati dal
padrone di casa. In parole povere questo significa che se vuoi un
mondo più giusto devi fare i conti con molteplici generatori di
senso, spesso opposti al tuo.
Come piegare la realtà al senso di
giustizia in presenza di interessi materiali e di mille soggetti
sociali fra di loro difficilmente omologabili? Marx ha inventato la
classe di tutte le la classi, che è una scommessa, una forma di
riduzionismo ontologico e al tempo stesso un idealismo alla rovescia.
Il proletariato doveva rappresentare l'elemento unificatore di una
realtà virtualmente non ricomponibile. Questo ha prodotto cose
buone, ma anche molti disastri, e ha convinto parecchia gente che non
esiste modo di uscire da questa eterna aporia, perché come in Matrix
finisce un ciclo per poi per poi ricominciare tutto daccapo con lo
stesso procedimento dialettico. Da qui il nichilismo, niente vale la
pena, niente ha senso.
Grillo è l'unico che a modo suo sta
cercando di rompere questa spirale terrificante, rispolverando il
vecchio, ma sempre valido populismo, che significa affidarsi ad una
categoria capace di rappresentare un insieme indistinto, e proprio
per questo in grado di sfuggire alla trappola della dialettica. Se
abbraccio la generalità dei soggetti, l'unico ostacolo sarà quel il
vecchio mondo ancora legato ai capricci della dialettica. Per
nobilitarlo si potrebbe dire un rimasticatura della volontà generale
di quel pazzo psicopatico di Rousseau. È
per questo che lui mette insieme razzistoidi paraleghisti, casalinghe
xenofobe, proletari delle periferie incazzati, imprenditori piccoli e meno piccoli anch'essi incazzati, esuli della sinistra con propensioni ecologiste ed
ecumeniche, ultralegalitari, critici dei metodi del potere e
complottisti di vario colore.
Grillo
ha dismesso ogni intenzione pedagogica, ogni coerenza etica e ogni
purezza teorica. Quello che conta è fare da specchio alla volontà
generale ed agire di conseguenza, perché la volontà generale in
fondo è il riflesso di ciò che io sono e di ciò che io voglio.
Insomma
se la sinistra non riesce a sfuggire alle aporie, piaccia o non
piaccia questa resterà l'unica alternativa in campo.
lunedì 23 giugno 2014
La mossa del Grillo (repost)
Queste cose le dicevo l'11 Giugno del 2013
A Grillo non rimane che la mossa del cavallo: fare un accordo con il pd e governare questo cazzo di paese. Come stratega Grillo non vale un fico secco, avrebbe dovuto pensarci prima e inchiodare il pd con delle proposte che non poteva rifiutare invece che dare l'idea di agire di rimessa confidando nel tanto peggio tanto meglio. Assurdo poi l'estenuante balletto delle diarie e degli scontrini, imperdonabile non aver fatto chiaramente un nome per il presidente della repubblica. Personalmente non perdonerò mai Grillo per avermi costretto ad assistere alle tragicomiche di Stanlia e Ollio alias Lombardi e Crimi, che sedevano davanti a un Bersani che aveva l'aria di chi spiegava l'alfabeto ai due figli tonti. Per non parlare della figura che anno fatto i nostri eroi con Letta, apparso come un santone ligneo dallo sguardo sornione nell'atto di benedire gli scemi del villaggio accorsi in udienza.
Grillo può credermi, al di là di scommettere sulla rovina dell'Italia non gli rimane altra scelta, prenda in mano l'iniziativa, alcuni punti del suo programma sono spendibili, occorre però, fesserie sugli scontrini e sui finanziamenti ai partiti a parte, che sono solo spiccioli, dare il senso di una svolta profonda in economia, in una visione chiaramente keynesiana e portare con forza questa visione in Europa. La smetta Grillo con il ritornello del M5S che non si mischia con nessuno, qui non stiamo parlando di inciuci o di perdere la verginità , stiamo parlando di accordi chiari e di compromesso nel senso più nobile del termine. Che diamine quando c'è una guerra si fanno anche armistizi col nemico per il bene di tutti, perché mai non fare accordi con una forza concorrente?
Grillo prendi in mano l'iniziativa o presto sarai il secondo uomo qualunque di una storia desolata.
A Grillo non rimane che la mossa del cavallo: fare un accordo con il pd e governare questo cazzo di paese. Come stratega Grillo non vale un fico secco, avrebbe dovuto pensarci prima e inchiodare il pd con delle proposte che non poteva rifiutare invece che dare l'idea di agire di rimessa confidando nel tanto peggio tanto meglio. Assurdo poi l'estenuante balletto delle diarie e degli scontrini, imperdonabile non aver fatto chiaramente un nome per il presidente della repubblica. Personalmente non perdonerò mai Grillo per avermi costretto ad assistere alle tragicomiche di Stanlia e Ollio alias Lombardi e Crimi, che sedevano davanti a un Bersani che aveva l'aria di chi spiegava l'alfabeto ai due figli tonti. Per non parlare della figura che anno fatto i nostri eroi con Letta, apparso come un santone ligneo dallo sguardo sornione nell'atto di benedire gli scemi del villaggio accorsi in udienza.
Grillo può credermi, al di là di scommettere sulla rovina dell'Italia non gli rimane altra scelta, prenda in mano l'iniziativa, alcuni punti del suo programma sono spendibili, occorre però, fesserie sugli scontrini e sui finanziamenti ai partiti a parte, che sono solo spiccioli, dare il senso di una svolta profonda in economia, in una visione chiaramente keynesiana e portare con forza questa visione in Europa. La smetta Grillo con il ritornello del M5S che non si mischia con nessuno, qui non stiamo parlando di inciuci o di perdere la verginità , stiamo parlando di accordi chiari e di compromesso nel senso più nobile del termine. Che diamine quando c'è una guerra si fanno anche armistizi col nemico per il bene di tutti, perché mai non fare accordi con una forza concorrente?
Grillo prendi in mano l'iniziativa o presto sarai il secondo uomo qualunque di una storia desolata.
lunedì 3 febbraio 2014
Grillo, fascista a sua insaputa
Dopo aver visto la trasmissione di Daria Bignardi "Le
Invasioni Barbariche" e aver assistito alle varie comparsate della
Presidente Boldrini in TV, Fazio compreso, posso dire molto
serenamente che quello che ho sentito erano davvero gli squilli di
tromba di un regime fetente in via di dissoluzione e quello che ho visto all'opera
era un esercito di corifei, corazzieri, fanti, armigeri e guardie
repubblicane che accorreva in suo soccorso.
A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.
A questo punto Grillo prenderà il 51% o più dei voti e diventerà fascista suo malgrado, a causa della rabbia e della frustrazione che l'ipocrisia e la malafede di tanta bella gente è riuscita a infondere in lui e in milioni di italiani.
lunedì 7 ottobre 2013
La scienza del Grillo
Sulla
sperimentazione animale e gli xenotrapianti viene fuori l'aspetto più
pericoloso dei 5S: l'irrazionalità. Si può accettare tutto come parte
di una contraddizione che appartiene al popolo, e su molte questioni Grillo ha ragione da vendere, ma non si può accettare la esiziale
stupidità di chi scambia l'irrazionalità con il buon vivere.
Quella degli xenotrapianti è l'ultima puntata di una serie grottesca di affermazioni e opinioni che arricchiscono la galleria delle bufale grilline.
L'Aids non esiste, il Prof Di Bella cura il cancro da 30 anni, i vaccini fanno male, il pomodoro geneticamente modificato che ha ucciso 60 ragazzi e per ultimo le bizzarrie del biowashball, la palla che cancella le macchie. Un mare di idiozie, ma nienteaffatto benevole. Posso farmi quattro risate su chi pretende di curare usando i pendolini o dandoti dei fiori magici, tanto alla fine sono inoffensivi, ma non posso accettare che si facciano leggi potenzialmente stragiste come quelle sulla proibizione dei vaccini (mi dicono che in Lombardia ci hanno provato) o sulla sperimentazione animale e gli xenotrapianti.
Tutto l'universo grillino è impregnato di irrazionalismo e di ammiccamenti a compagni di strada come Simoncini o Mazzucco, nomi ben conosciuti nell'universo cospirazionista che non meritano commenti. Fatevi un giro per i vari meetup e vi renderete conto.
La politica italiana ci sta mettendo alle strette e l'ultima delle sue vigliaccate è quella di costringerci ad ingoiare il boccone amaro di un'alternativa rappresentata da questo genere di persone.
Quella degli xenotrapianti è l'ultima puntata di una serie grottesca di affermazioni e opinioni che arricchiscono la galleria delle bufale grilline.
L'Aids non esiste, il Prof Di Bella cura il cancro da 30 anni, i vaccini fanno male, il pomodoro geneticamente modificato che ha ucciso 60 ragazzi e per ultimo le bizzarrie del biowashball, la palla che cancella le macchie. Un mare di idiozie, ma nienteaffatto benevole. Posso farmi quattro risate su chi pretende di curare usando i pendolini o dandoti dei fiori magici, tanto alla fine sono inoffensivi, ma non posso accettare che si facciano leggi potenzialmente stragiste come quelle sulla proibizione dei vaccini (mi dicono che in Lombardia ci hanno provato) o sulla sperimentazione animale e gli xenotrapianti.
Tutto l'universo grillino è impregnato di irrazionalismo e di ammiccamenti a compagni di strada come Simoncini o Mazzucco, nomi ben conosciuti nell'universo cospirazionista che non meritano commenti. Fatevi un giro per i vari meetup e vi renderete conto.
La politica italiana ci sta mettendo alle strette e l'ultima delle sue vigliaccate è quella di costringerci ad ingoiare il boccone amaro di un'alternativa rappresentata da questo genere di persone.
venerdì 4 ottobre 2013
W il debito pubblico
La sinistra è afasica e Grillo ha preso il pallottoliere per contare i debiti.
Non sono i debiti caro Grillo è il fatto di non poterne fare.
mercoledì 19 giugno 2013
L'avvento del Grillo
Lo confesso per alcuni istanti la parte
rettiliana del mio cervello, quella per intenderci più arcaica e
legata agli istinti, ha fatto il tifo per Grillo, considerato come un
strumento di scasso dell’attuale sistema politico, in conflitto con
la parte nobile e più recente del cervello stesso, quella
notoriamente sede della razionalità, che rivendicava una politica
meno confusionaria ed ambigua. Man mano che passano i giorni però
avverto una riappacificazione delle due aree, e sono finalmente
incline a considerare il fenomeno Grillo come un incidente necessario
della ragione. Trovo stucchevole il reato di lesa maestà di cui
viene accusata la Gambaro e ancor più il furore fanatico del comico
genovese con i suoi toni da Savonarola buono per tutte le stagioni,
nei riguardi di tutti quelli che osano ragionare o accennare a
critiche, bollati ora come spie, ora come approfittatori attaccati al
soldo, ora come “sfigati”. Non si pretende da Grillo l’osservanza
dell’etichetta, ma almeno un po’ di buon senso si.
Nella migliore delle ipotesi, come ho
già avuto modo di dire, Grillo gioca d’azzardo, puntando tutto
sullo sfacelo della società, nell’ipotesi peggiore invece si
tratta di uno storicismo malandato o ancora peggio di un avventismo
da fuori di testa, con le follie su Gaia di Casaleggio. Grillo si era
aggiudicato fino ad ora, non senza ragioni, il monopolio della
speranza, un monopolio che man mano che passa il tempo sta perdendo
ignominiosamente. Il problema però è che al monopolio di Grillo non
si sostituisce una pluralità di offerte che sia minimamente in
grado di soddisfare le richieste di un popolo ansimante e a corto di
prospettive.
Si ritorna a parlare di partito, riscoprendo le virtù
di una forma politica considerata obsoleta, consci del fatto che un
contenitore con un perimetro delimitato può mantenere la dialettica
politica entro confini controllabili, e al tempo stesso contenere
al massimo il rischio di dispersione delle singole soggettività,
evitare deflagrazioni e frammentazioni (non sempre) e infine
consentire una adeguata trasmissione di saperi e di competenze. Per
quanto mi riguarda non ho nulla contro la forma partito, non credo in
un’evoluzione scontata delle forme delle politica e non credo che
la loro morte si inevitabile. Ma di quale partito parliamo oggi? Non
certo il Pd o di una sinistra dell'% come perno di un'alternativa.
Credo che in questo momento storico siano più importanti i
paradigmi di riferimento che i singoli schieramenti in campo. Ancora
oggi Draghi afferma che gli scarsi successi in materia economica sono
dovuti all’incompleta realizzazione delle “riforme” (leggasi
demolizione dei diritti del lavoro).Gli fanno eco i vari Saccomanni,
Giovannini e non ultimo Letta che parlano di assoluta necessità di
rispettare gli accordi (capestro) con l’Europa. Un ritornello che
abbiamo già sentito in passato quando gli alunni migliori del FMI
come l'Argentina, venivano continuamente spronate a implementare le
“riforme”, perché per quanto facessero non era mai abbastanza
secondo i cervelloni della Banca Mondiale e del FMI, i quali
giustificavano il loro palese fallimento e il disastro dell'economia
con una non totale aderenza ai loro dettati da parte dei governi.
Quando non c'era più nulla da privatizzare e compiti da svolgere
(privatizzarono anche le fogne), l'Argentina andò in default e prima
che invertisse la rotta dell'economia dovette riscoprire l'antica
usanza del baratto. Oggi più che mai il prerequisito essenziale per
salvarci sta nella scelta degli indirizzi da dare all’economia,
sebbene questo non significhi lasciar fuori un discorso sui modelli
di sviluppo, né che ci possa illudere possa che con il cambio di
passo sull’economia verso sponde keynesiane si risolvano tutti i
problemi della società. Sconfiggere il liberismo e la visione di un
Europa dei banchieri e della partita doppia, foriera di un’iniqua
distribuzione delle risorse e di un’accentuazione delle
diseguaglianze, è una premessa indispensabile per qualsiasi visione
del mondo di ampio respiro, mancando il quale ogni altro progetto di
società diversa da quella che abbiamo non è praticabile.
Se Grillo un dì riuscirà a fare un
discorso chiaro su questi punti e continuerà a rappresentare l’unica
alternativa a questo stato di cose, riconsidererò la mia scelta, ma
preferirei di gran lunga affidarmi a persone, movimenti o partiti che
siano, un po’ più seri e con minore ieratico furore.
martedì 11 giugno 2013
La mossa del Grillo
A Grillo non rimane che la mossa del cavallo: fare un accordo con il pd e governare questo cazzo di paese. Come stratega Grillo non vale un fico secco, avrebbe dovuto pensarci prima e inchiodare il pd con delle proposte che non poteva rifiutare invece che dare l'idea di agire di rimessa confidando nel tanto peggio tanto meglio. Assurdo poi l'estenuante balletto delle diarie e degli scontrini, imperdonabile non aver fatto chiaramente un nome per il presidente della repubblica. Personalmente non perdonerò mai Grillo per avermi costretto ad assistere alle tragicomiche di Stanlia e Ollio alias Lombardi e Crimi, che sedevano davanti a un Bersani che aveva l'aria di chi spiegava l'alfabeto ai due figli tonti. Per non parlare della figura che anno fatto i nostri eroi con Letta, apparso come un santone ligneo dallo sguardo sornione nell'atto di benedire gli scemi del villaggio accorsi in udienza.
Grillo può credermi, al di là di scommettere sulla rovina dell'Italia non gli rimane altra scelta, prenda in mano l'iniziativa, alcuni punti del suo programma sono spendibili, occorre però, fesserie sugli scontrini e sui finanziamenti ai partiti a parte, che sono solo spiccioli, dare il senso di una svolta profonda in economia, in una visione chiaramente keynesiana e portare con forza questa visione in Europa. La smetta Grillo con il ritornello del M5S che non si mischia con nessuno, qui non stiamo parlando di inciuci o di perdere la verginità , stiamo parlando di accordi chiari e di compromesso nel senso più nobile del termine. Che diamine quando c'è una guerra si fanno anche armistizi col nemico per il bene di tutti, perché mai non fare accordi con una forza concorrente?
Grillo prendi in mano l'iniziativa o presto sarai il secondo uomo qualunque di una storia desolata.
Grillo può credermi, al di là di scommettere sulla rovina dell'Italia non gli rimane altra scelta, prenda in mano l'iniziativa, alcuni punti del suo programma sono spendibili, occorre però, fesserie sugli scontrini e sui finanziamenti ai partiti a parte, che sono solo spiccioli, dare il senso di una svolta profonda in economia, in una visione chiaramente keynesiana e portare con forza questa visione in Europa. La smetta Grillo con il ritornello del M5S che non si mischia con nessuno, qui non stiamo parlando di inciuci o di perdere la verginità , stiamo parlando di accordi chiari e di compromesso nel senso più nobile del termine. Che diamine quando c'è una guerra si fanno anche armistizi col nemico per il bene di tutti, perché mai non fare accordi con una forza concorrente?
Grillo prendi in mano l'iniziativa o presto sarai il secondo uomo qualunque di una storia desolata.
mercoledì 5 giugno 2013
La scommessa del Grillo
Grillo ha fatto a mio parere un
scommessa con se stesso: ha scommesso nello sfacelo della società
italiana e nella mancanza di alternative al disastro. Adesso tutti si
affannano a dargli lezioni, a dettargli tattiche e strategie, a
insegnare a lui e Casaleggio come si fa la comunicazione, a fargli
capire che sta sbagliando tutto, che il suo consenso si è
ridimensionato, che non ci si può comportare come un ducetto
berciante ecc, ma lui non si da per inteso e continua dritto per la
sua strada.
Ha ragione Travaglio nei suoi editoriali: Grillo ladro,
Grillo ambiguo, Grillo antidemocratico populista. Se le inventano di
tutte, l'ultima quella dei soldi a nero guadagnati dai suoi tour in
giro per l'Italia, accuse da parte di gente che drena soldi a go go
da cooperative, banche, finanziamenti pubblici. Senza ritegno.
Mi
costringono per amore di verità a prendere le difese di uno che non
mi è simpatico per nulla. Spero che Grillo non vinca la sua
scommessa, ma dalle fabbriche che chiudono, dagli operai bastonati
(gli ultimi di una lunga serie sono gli operai della Thyssenkrupp di
Terni) ed espulsi dal mondo del lavoro, dalle scuole e dagli ospedali
agonizzanti, si leva un grido di dolore che alza ogni giorno la posta in gioco e che può tradursi in un
cupo ritiro melancolico o in una rabbia
cieca, la quale se non incanalata esploderà seminando
detriti tossici in ogni dove e in ogni direzione. Su questa rabbia
scommette Grillo, sulla possibilità di una sua sublimazione feconda,
mostrando la faccia presentabile di un'alternativa che rifiuta il sangue e offre un'uscita dalla crisi in
fondo benevola. Ecco perché Grillo ha bisogno di falangi di fedeli
fortemente coese, pronti a tutto e
senza esitazione, ed ecco perché se ne infischia di apparire
sgarbato o di fare passi falsi, quando ci sarà la resa dei conti e saremo sommersi dalle macerie e avvinti
dalla disperazione, l'unica cosa che conterà sarà quel ve lo avevo
detto, il mantra del Grillo. Siamo in guerra ripete l'ex comico, e in
guerra non ci si possono permettere esitazioni né divisioni, bisogna agire compatti.
Se avrà ragione i suoi detrattori
pagheranno un conto salato, ma tutti noi saremo nelle peste e non avremo altri dispensatori di
speranza che lui.
Se la sinistra, o come vorrà chiamarsi
c'è, batta un colpo, prima che sia troppo tardi.
martedì 23 aprile 2013
‘Questi politici hanno perso la testa’, intervista a Stefano Rodotà
di Daniela Preziosi da soggettopoliticonuovo
«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.
E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.
Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.
Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?
A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.
Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.
Che idea si è fatto si Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?
A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?
Fonte: Il Manifesto
«In questi giorni ho cercato di fare con discrezione, ma con decisione, quello che si doveva fare. A quelli che dicevano ‘Rodotà non si pronuncia?’, dico che le cose non si fanno in trenta secondi. E a giudicare dalle reazioni, mi pare di esserci riuscito». Il professor Stefano Rodotà, l’«altro» candidato alla presidenza della Repubblica, quello delle forze contrarie alle larghe intese, ha ascoltato Napolitano in tv.
Cosa pensa delle parole di Napolitano?
La prima osservazione è una conferma: l’irresponsabilità o l’interesse dei partiti hanno trascinato il presidente nella crisi che loro stessi hanno creato. Hanno messo il presidente con le spalle al muro: siamo incapaci, pensaci tu. Un passaggio di enorme gravità politica. La seconda: Napolitano è stato indotto a un discorso da presidente del consiglio. E poi c’è una terza. Sono scandalizzato: mentre Napolitano diceva dell’irresponsabilità dei partiti, quellli applaudivano invece di stare zitti e vergognarsi. Hanno perso la testa.
Piazza e parlamento non si possono contrapporre, ha detto.
Vanno riaperti i canali di comunicazione fra istituzioni e società, soprattutto dopo il governo Monti, con il parlamento ridotto a passacarte. Posso ricordare che nel pacchetto della Costituente dei beni comuni ho predisposto un testo per l’obbligo di presa in considerazione da parte del parlamento dell’iniziativa popolare. Basterebbe una modifica dei regolamenti parlamentari.
E nella crisi, cosa pensa del Pd?
Da tutta questa vicenda è uscito vittorioso Berlusconi, che sta imponendo le sue condizioni, e il Pd è andato a raccomandarsi al Colle, e poi ha dato di nuovo spettacolo.
Napolitano indica la strada delle larghe intese. Secondo lei è l’unica?
Non posso mettere fra parentesi il fatto che la larga intesa si fa con il responsabile dello sfascio e della regressione culturale e politica di questo paese. Si faranno interventi economici, si utilizzeranno i modestissimi documenti dei saggi, ma non potrà essere affrontata nessuna della questioni che possono restituire alla politica e al parlamento una qualità di interlocutore della società. Larghe intese? Il protagonista è Berlusconi.
Lei dice: resto un uomo di sinistra. Ora guarda a Vendola?
Sono contento, ma anche molto sorpreso, di questo senso di identificazione emerso nei miei confronti. Io ho una lunga storia personale nella sinistra, di lavoro teorico ma non solo: le forze politiche non hanno capito niente del referendum sull’acqua votato da 27 milioni di persone, e io ho invano cercato di far ricevere i promotori dal vertice del Pd. Ho letto microvolgarità su di me. Come: Rodotà non prende mai un autobus. Non ho preso l’autobus in questi giorni perché per me era imbarazzante. Sull’aereo si sono messi ad applaudire. Hanno riesumato Carraro per fargli dire che Rodotà sta nei salotti. L’unico salotto a cielo aperto in cui sono stato si chiama Pomigliano. Lì, alla manifestazione della Fiom, ho portato lo striscione con il mitico Ciro. Sarò alla manifestazione della Fiom del 18 maggio. Io non ho niente di carismatico. Semplicemente, testimonio che si può lavorare sulle cose: beni comuni, acqua, le discriminazioni. Certo, questa vicenda mi carica di responsabilità. Però, prima voglio vedere con chiarezza le cose. Proprio sul manifesto, appena nata Alba avvertivo di fare attenzione a mettere in piedi un soggettino pronto a sfasciarsi alla prima occasione. Quale cultura politica possiamo mettere in campo?
A proposito di futuro, cosa vede nel futuro del Pd?
In questo momento temo un vero rischio per la democrazia. Il Pd sembra inconsapevole del fatto che la sua frammentazione apre una grande questione democratica, un vuoto. Se viene meno un soggetto forte della sinistra e ci sarà un puzzle impazzito, avremo il confronto Berlusconi-Grillo. Una specie di livello finale.
Lei ha scritto sulla democrazia elettronica come il populismo del terzo millennio. Poi è diventato la bandiera dell’M5S, che professa la democrazia elettronica.
La democrazia elettronica e la tecnopolitica ha vari modi di manifestarsi. Ma certo che c’è una differenza fra chi ritiene che tutto si risolve nella rete e chi ritiene che la rete ha un ruolo crescente. Grillo ha operato in rete, ma quando è venuto il momnento elettorale ha riempito le piazze. Basta pensare a No bavaglio, Se non ora quando: qualcosa che prima era consentito soltanto alle grandi organizzazioni strutturate, partiti sindacati e Chiesa. Le piazze erano state svuotate dalla tv, la rete le ha ririempite. Oggi dobbiamo lavorare su questo. Non siamo al duello finale fra democrazia di rete e democrazia rappresentativa. Piuttosto, vedo un obbligo: nella Costituzione c’è un filo sottile fra referendum e iniziativa popolare che dev’essere rafforzato non come una via alternativa. Nel Trattato di Lisbona c’è un’apertura importante in questo senso. I sindacati europei stanno promuovendo un’iniziativa per chiedere alla Commissione di stabilire le regole sulla non privatizzabilità del servizio pubblico. Sa quante firme sono state raccolte finora? Un milione e 600mila in tutta Europa. È il momento di lavorare su questo. Faccio un’aggiunta personale: Rodotà non è stato inventato da Grillo. Il mio nome circola da mesi sulla rete. Insieme ad altri: la rete ha selezionato tutte persone di sinistra, ci metto con qualche fatica anche Emma Bonino, ma certamente anche Romano Prodi. Questo punto dovrebbe farci riflettere. Ci sono delle oscurità? Grillo e Casaleggio avranno fatto un complotto per tirare fuori solo nomi di sinistra per mettere in difficoltà la sinistra? Il fantasma della rete si aggira. E la politica sa fare solo tweet.
Che idea si è fatto si Grillo?
Posso dire le cose su cui sto riflettendo. La parlamentarizzazione del 5 stelle è ormai un dato di fatto. Quando l’altra sera Grillo ha parlato di golpe, ed io poi ho dichiarato di rispettare la legalità parlamentare e di essere contrario alle marce su Roma, alcuni del 5 stelle mi hanno detto che questo ha aiutato a evitare una bagarre. Io non so quale sarà il futuro del 5 stelle. Stanno in parlamento, vedremo come utilizzeranno lo strumento parlamentare. Hanno insistito perché si cominciasse a lavorare nelle istituzioni, non mi pare che siano andati in parlamento con la dinamite. Come si fa a dire che il Movimento 5 stelle è incostituzionale, quando anche su Repubblica con tanti abbiamo riflettuto sull’incostituzionalità del berlusconismo?
A proposito, Scalfari le ha detto che bisogna fare la politica con cuore, e anche con il cervello.
Non è una bella maniera, in molti mi hanno spesso rimproverato di aver messo sempre in campo troppi elementi di ragione. E però: la cultura illuminista, cara a Scalfari, ha rilanciato tre valori. Libertà, uguaglianza e fraternità. Perché la fraternità è stata la figlia minore della triade rivoluzionaria?
Fonte: Il Manifesto
venerdì 12 aprile 2013
La sostanza del Grillo
Che facciamo? C'è lo stallo, che si fa
quando c'è uno stallo? Semplice si gioca un'altra partita. Non credo
valga la pena di sprecare troppo parole: i grillini sono
inaffidabili, anche se hanno ragione su molti punti, e su uno in
particolare, l'irriformabilità di un sistema dove le varie
componenti sono parti di un unica sostanza.
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona.
Bersani biascica, non parla, allude, dice mezze frasi, lasciando il discorso in sospeso, esprime concetti generici e mai niente di specifico e di concreto. Perché Bersani è un così pessimo comunicatore? Perché la frase più graffiante che è stato in grado di dire è : “ ti conosco mascherina” riferendosi a Berlusconi? Colpa sicuramente di una forma mentis modellata dalle geometrie piatte della pianura padana e dalla nebbia appiccicosa che la avvolge, ma non solo. Persino un bambino saprebbe cantargliele ai berlusconiani, basterebbe evocare costantemente i Dell'Utri, i Mangano, i Previti, i soldi di provenienza dubbia, le leggi ad personam e infinite altre porcate e si potrebbero zittire per sempre, è solo una questione di modi e tempi nel pronunciare la battuta, ma i politici navigati queste cose dovrebbero conoscerle. Invece niente, mai niente, anzi addirittura spesso si fanno dare lezioni di morale dai pidiellini che di par loro non si fanno sfuggire un'occasione per suonargliele al Pd, fosse un Penati o qualche oscuro burocrate sorpreso con le mani in pasta. Perché tutto ciò? Semplice, perché cane non morde cane, o se preferite la metafora spinoziana, la sostanza ha mille attributi ma è sempre unitaria, ed è questa in poche parola l'essenza del pensiero grilliano, non si può fare accordi con un parte sapendo che tale parte non si può separare dal tutto. Il Pd non può fare opposizione al Pdl perché dovrebbe farla anche a se stesso e quindi non si può permettere di essere troppo incisivo nella sua azione, dovessero scoprirsi altarini e saltare puntelli fondamentali del sistema. Grillo ha ragione da vendere su questo, se non fosse che la politica è di per sé imperfetta e compromissoria, ed è per questo che la ragione anche se giusta come in questo caso, non funziona.
Risolvere questo vecchio dilemma, è cosa difficile. Pare che
la democrazia diretta l'abbiamo scoperta adesso, quando già Rousseau si è posto
gli stessi nostri problemi duecento anni or sono, senza riuscire a venire
fuori da un'aporia fondamentale, quello del non dover delegare le
decisioni per non smentire il principio della “volontà generale”,
senza poter evitare di doverlo fare in un contesto in cui le
istituzioni risultano un elemento inaggirabile, per la necessità di
un'azione rapida e l'impossibilità di mediare con ogni singola
testa.
Vorrei avere un'idea più pratica per
risolvere questo impasse, ma l'unica cosa che mi viene in mente è
l'augurio che il Pd si scinda, nasca una sinistra in grado di
governare e permetta a Grillo di fare un'opposizione seria. Augurio che presuppone una condizione ancora più utopistica della capacità dei grillini di governare.
venerdì 5 aprile 2013
Niente comici e froci al Governo
dal blog di Beppe Grillo
Dialogo fra Dario Fo e Giuseppina Manin. Anticipazione del libro che uscirà tra qualche settimana. “NIENTE COMICI E FROCI AL GOVERNO”.
Il giorno 2 aprile 2013 arriva al Tribunale di Palermo una lettera di minaccia rivolta al PM Di Matteo tanto esplicita che la Questura si preoccupa subito di raddoppiare la scorta e le difese a protezione dei giudici del capoluogo di Sicilia cercando di bloccare i mafiosi che, con quell’avvisata, vogliono mettere l’accento sulla crisi politica e condizionarne gli esiti.
Ci risiamo con il clima di stragi o è soltanto una minaccia generica?
Ad ogni buon conto il 3 aprile 2013, su Il Fatto Quotidiano si può leggere proprio in prima pagina il testo di un messaggio intimidatorio spedito a firma di Cosa Nostra ai giudici antimafia di Palermo. L’avviso centrale inviato da un personaggio che si firma “un uomo d’onore della famiglia trapanese” è esattamente questo: “Niente comici e froci al governo”.
I commentatori più accorti dei comportamenti della criminalità mafiosa temono che si voglia ripristinare il clima del 1992 quando ebbe inizio una serie di stragi per tutta l’Italia da Roma a Firenze fino a Milano. E soprattutto i criminali misero a segno il massacro di Falcone e della sua scorta e qualche tempo appresso fecero saltare in aria una macchina con un enorme carico di tritolo che uccise Paolo Borsellino e gli uomini che lo accompagnavano.
Anche allora, quelle stragi ebbero inizio proprio durante il crollo della Prima Repubblica “sotto i colpi della crisi finanziaria, di Mani Pulite e della Lega Nord”.
Come oggi, la popolazione viveva in una situazione di vuoto di potere che allarmò la criminalità organizzata di Cosa Nostra. Marco Travaglio sottolinea che la malavita rischiava di perdere il controllo del sistema e quindi reagì con inaudita violenza, “con un mix di stragi e trattative che miravano a ‘destabilizzare per stabilizzare’ secondo l’ormai risaputo sistema della strategia della tensione”.
GIUSEPPINA: Ma con chi ce l’ha Cosa Nostra quando minaccia “guai a voi se eleggete froci e comici al governo?”.
DARIO: Beh, il comico evidentemente è Grillo, non certo Berlusconi, che ha un altro rapporto, ben diverso, con la criminalità organizzata della Sicilia. Un rapporto molto più affettuoso grazie all’intercessione dell’amico fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, che giustamente si può vantare per le sue relazioni davvero pericolose con la mafia testimoniate da una condanna a 7 anni ribadita nell’ultimo processo.
GIUSEPPINA: Ho capito, ma l’altro veto, diciamo così, contro gli omosessuali a cui accenna la missiva minatoria a chi si rivolge? A Vendola forse?
DARIO: Ma no, per carità! E’ un personaggio siciliano naturalmente, rappresentante del Partito Democratico, si chiama Rosario Crocetta, che ha assunto il ruolo di Presidente della Regione Sicilia e che, oltretutto, in compagnia e grazie alle sollecitazioni dei consiglieri eletti fra i Cinque Stelle sta ottenendo un successo mai raggiunto da nessun altra amministrazione nella storia d’Italia.
GIUSEPPINA: Evidentemente quel successo è qualcosa che irrita terribilmente Cosa Nostra, soprattutto perché è di esempio nefasto verso la popolazione, che così può rendersi conto che anche in una regione manovrata dalla criminalità più potente d’Europa, se si posseggono le volontà e gli adeguati progetti si può addirittura gestire la vita di un’isola così vasta e difficile.
DARIO: Sì sì, certo è straordinario che il successo elettorale dei grillini abbia addirittura mosso l’attenzione della mafia. A parte il segnale deleterio di fondo che esprime: con un po’ di cinismo questa attenzione si può anche leggere come una manifestazione di stima.
GIUSEPPINA: Già, lo stesso compiacimento che sicuramente prova un agnello vedendosi ammirato da un branco di lupi che lo osservano con la bava alla bocca... Nonostante tutto quello che è successo, continuano a considerarlo un despota.
DARIO: Beh, speriamo che Beppe non si monti la testa. D’altra parte ad attenzioni del genere lui c’è abbastanza abituato. Basta leggere i commenti di quasi tutti i giornali della penisola ogni volta che esprime un giudizio o dichiara il proprio programma.
GIUSEPPINA: E’ vero, il complimento più comune è sempre quello di essere un despota, un tiranno, il capo supremo di una confraternita di semplici che della politica sanno solo per sentito dire.
DARIO: Poi, soprattutto ci sono i maître à penser che tracciano elogi davvero magniloquenti sull’intelligenza e sulla cultura dei due associati Casaleggio e Grillo da produrre subito un attacco di dissenteria spernacchiosa aritmica.
GIUSEPPINA: Dobbiamo però ammettere che Grillo ha fatto l’impossibile per far levitare un interesse addirittura morboso verso il suo personaggio e il movimento tutto. Quel rifiutare la presenza delle televisioni nazionali durante i suoi comizi, il nascondersi durante le visite delle troupe della RAI e di Mediaset, il negare la partecipazione ai talk show ai suoi seguaci e, soprattutto, gli insulti elargiti in una smoderata sequenza alla volta di giornalisti, uomini politici, commentatori e opinionisti vari di gran fama...
DARIO: Adesso poi che anche la mafia si interessa a lui, chi può più arrestare la sua popolarità? Sarebbe esaltante vederlo protetto da truppe armate dello Stato arrivare sistemato dentro un carro armato dal quale spunta solo la sua testa coperta da un casco guerresco.
GIUSEPPINA: Ci manca solo che il Papa in persona da San Pietro mandi un saluto affettuoso al caro fratello Beppe il genovese.
DARIO: No, meglio ancora, sarebbe di maggior valore se Papa Francesco lo paragonasse al Santo di Assisi dicendo: “Non io son degno di portare quel nome, ma Beppe, solo lui, il nostro giullare più amato. Anzi, mi rivolgo a voi miei fedeli per indicarvelo come l’unico degno di salire al Colle del Quirinale per assumere l’incarico di Presidente della Repubblica del nostro paese!”
GIUSEPPINA: Beh mi pare che qui si stia un po’ esagerando...
DARIO: E allora eleggiamolo almeno Presidente del Consiglio, è il minimo che possiamo accettare.
A proposito di mafia: fra tutti i giornali usciti in Italia in questi giorni le minacce di morte ai giudici, agli omosessuali nonché ai comici – leggi Grillo – sono state riportate solo da tre giornali: il Fatto Quotidiano, il Corriere e La Repubblica in testa. Per quanto riguarda invece i telegiornali ben pochi hanno dato la notizia e sempre accennandola a malapena. Siamo arrivati proprio alla barbarie informativa più smaccata.
Infatti nessun’autorità di Stato e di governo pronuncia un monosillabo per dare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino, “non parliamo ai froci e ai comici”. Come commenta giustamente Travaglio: “Immaginate se la lettera [mafiosa] dicesse ‘non vogliamo al governo il PD’ o ‘Monti’ o ‘Berlusconi’, sarebbe il titolo di apertura di tutti i giornali e tg”. Ma nel nostro caso la regola è il silenzio.
GIUSEPPINA: In compenso quasi tutti i giornali hanno riportato la notizia che il PG della Cassazione Gianfranco Ciani ha appena promosso un’azione disciplinare contro Di Matteo - proprio il giudice che ha ricevuto la minaccia di morte da Cosa Nostra - e la Ministra della Giustizia Paola Severino ha inviato al Procuratore Generale un elogio per l’azione prodotta, per altre ragioni ma legate all’insabbiamento della trattativa Stato-mafia.
DARIO: Ad ogni modo fa impressione il tempismo con cui ci si getta contro personaggi caduti sotto le attenzioni della mafia. Ha quasi il sapore di un biglietto di condoglianze in anticipo. Se succedesse il disastro se la caverebbero tutti a tempo debito con una bella corona di fiori di Stato e Amen.
Dialogo fra Dario Fo e Giuseppina Manin. Anticipazione del libro che uscirà tra qualche settimana. “NIENTE COMICI E FROCI AL GOVERNO”.
Il giorno 2 aprile 2013 arriva al Tribunale di Palermo una lettera di minaccia rivolta al PM Di Matteo tanto esplicita che la Questura si preoccupa subito di raddoppiare la scorta e le difese a protezione dei giudici del capoluogo di Sicilia cercando di bloccare i mafiosi che, con quell’avvisata, vogliono mettere l’accento sulla crisi politica e condizionarne gli esiti.
Ci risiamo con il clima di stragi o è soltanto una minaccia generica?
Ad ogni buon conto il 3 aprile 2013, su Il Fatto Quotidiano si può leggere proprio in prima pagina il testo di un messaggio intimidatorio spedito a firma di Cosa Nostra ai giudici antimafia di Palermo. L’avviso centrale inviato da un personaggio che si firma “un uomo d’onore della famiglia trapanese” è esattamente questo: “Niente comici e froci al governo”.
I commentatori più accorti dei comportamenti della criminalità mafiosa temono che si voglia ripristinare il clima del 1992 quando ebbe inizio una serie di stragi per tutta l’Italia da Roma a Firenze fino a Milano. E soprattutto i criminali misero a segno il massacro di Falcone e della sua scorta e qualche tempo appresso fecero saltare in aria una macchina con un enorme carico di tritolo che uccise Paolo Borsellino e gli uomini che lo accompagnavano.
Anche allora, quelle stragi ebbero inizio proprio durante il crollo della Prima Repubblica “sotto i colpi della crisi finanziaria, di Mani Pulite e della Lega Nord”.
Come oggi, la popolazione viveva in una situazione di vuoto di potere che allarmò la criminalità organizzata di Cosa Nostra. Marco Travaglio sottolinea che la malavita rischiava di perdere il controllo del sistema e quindi reagì con inaudita violenza, “con un mix di stragi e trattative che miravano a ‘destabilizzare per stabilizzare’ secondo l’ormai risaputo sistema della strategia della tensione”.
GIUSEPPINA: Ma con chi ce l’ha Cosa Nostra quando minaccia “guai a voi se eleggete froci e comici al governo?”.
DARIO: Beh, il comico evidentemente è Grillo, non certo Berlusconi, che ha un altro rapporto, ben diverso, con la criminalità organizzata della Sicilia. Un rapporto molto più affettuoso grazie all’intercessione dell’amico fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, che giustamente si può vantare per le sue relazioni davvero pericolose con la mafia testimoniate da una condanna a 7 anni ribadita nell’ultimo processo.
GIUSEPPINA: Ho capito, ma l’altro veto, diciamo così, contro gli omosessuali a cui accenna la missiva minatoria a chi si rivolge? A Vendola forse?
DARIO: Ma no, per carità! E’ un personaggio siciliano naturalmente, rappresentante del Partito Democratico, si chiama Rosario Crocetta, che ha assunto il ruolo di Presidente della Regione Sicilia e che, oltretutto, in compagnia e grazie alle sollecitazioni dei consiglieri eletti fra i Cinque Stelle sta ottenendo un successo mai raggiunto da nessun altra amministrazione nella storia d’Italia.
GIUSEPPINA: Evidentemente quel successo è qualcosa che irrita terribilmente Cosa Nostra, soprattutto perché è di esempio nefasto verso la popolazione, che così può rendersi conto che anche in una regione manovrata dalla criminalità più potente d’Europa, se si posseggono le volontà e gli adeguati progetti si può addirittura gestire la vita di un’isola così vasta e difficile.
DARIO: Sì sì, certo è straordinario che il successo elettorale dei grillini abbia addirittura mosso l’attenzione della mafia. A parte il segnale deleterio di fondo che esprime: con un po’ di cinismo questa attenzione si può anche leggere come una manifestazione di stima.
GIUSEPPINA: Già, lo stesso compiacimento che sicuramente prova un agnello vedendosi ammirato da un branco di lupi che lo osservano con la bava alla bocca... Nonostante tutto quello che è successo, continuano a considerarlo un despota.
DARIO: Beh, speriamo che Beppe non si monti la testa. D’altra parte ad attenzioni del genere lui c’è abbastanza abituato. Basta leggere i commenti di quasi tutti i giornali della penisola ogni volta che esprime un giudizio o dichiara il proprio programma.
GIUSEPPINA: E’ vero, il complimento più comune è sempre quello di essere un despota, un tiranno, il capo supremo di una confraternita di semplici che della politica sanno solo per sentito dire.
DARIO: Poi, soprattutto ci sono i maître à penser che tracciano elogi davvero magniloquenti sull’intelligenza e sulla cultura dei due associati Casaleggio e Grillo da produrre subito un attacco di dissenteria spernacchiosa aritmica.
GIUSEPPINA: Dobbiamo però ammettere che Grillo ha fatto l’impossibile per far levitare un interesse addirittura morboso verso il suo personaggio e il movimento tutto. Quel rifiutare la presenza delle televisioni nazionali durante i suoi comizi, il nascondersi durante le visite delle troupe della RAI e di Mediaset, il negare la partecipazione ai talk show ai suoi seguaci e, soprattutto, gli insulti elargiti in una smoderata sequenza alla volta di giornalisti, uomini politici, commentatori e opinionisti vari di gran fama...
DARIO: Adesso poi che anche la mafia si interessa a lui, chi può più arrestare la sua popolarità? Sarebbe esaltante vederlo protetto da truppe armate dello Stato arrivare sistemato dentro un carro armato dal quale spunta solo la sua testa coperta da un casco guerresco.
GIUSEPPINA: Ci manca solo che il Papa in persona da San Pietro mandi un saluto affettuoso al caro fratello Beppe il genovese.
DARIO: No, meglio ancora, sarebbe di maggior valore se Papa Francesco lo paragonasse al Santo di Assisi dicendo: “Non io son degno di portare quel nome, ma Beppe, solo lui, il nostro giullare più amato. Anzi, mi rivolgo a voi miei fedeli per indicarvelo come l’unico degno di salire al Colle del Quirinale per assumere l’incarico di Presidente della Repubblica del nostro paese!”
GIUSEPPINA: Beh mi pare che qui si stia un po’ esagerando...
DARIO: E allora eleggiamolo almeno Presidente del Consiglio, è il minimo che possiamo accettare.
A proposito di mafia: fra tutti i giornali usciti in Italia in questi giorni le minacce di morte ai giudici, agli omosessuali nonché ai comici – leggi Grillo – sono state riportate solo da tre giornali: il Fatto Quotidiano, il Corriere e La Repubblica in testa. Per quanto riguarda invece i telegiornali ben pochi hanno dato la notizia e sempre accennandola a malapena. Siamo arrivati proprio alla barbarie informativa più smaccata.
Infatti nessun’autorità di Stato e di governo pronuncia un monosillabo per dare solidarietà e sostegno ai magistrati nel mirino, “non parliamo ai froci e ai comici”. Come commenta giustamente Travaglio: “Immaginate se la lettera [mafiosa] dicesse ‘non vogliamo al governo il PD’ o ‘Monti’ o ‘Berlusconi’, sarebbe il titolo di apertura di tutti i giornali e tg”. Ma nel nostro caso la regola è il silenzio.
GIUSEPPINA: In compenso quasi tutti i giornali hanno riportato la notizia che il PG della Cassazione Gianfranco Ciani ha appena promosso un’azione disciplinare contro Di Matteo - proprio il giudice che ha ricevuto la minaccia di morte da Cosa Nostra - e la Ministra della Giustizia Paola Severino ha inviato al Procuratore Generale un elogio per l’azione prodotta, per altre ragioni ma legate all’insabbiamento della trattativa Stato-mafia.
DARIO: Ad ogni modo fa impressione il tempismo con cui ci si getta contro personaggi caduti sotto le attenzioni della mafia. Ha quasi il sapore di un biglietto di condoglianze in anticipo. Se succedesse il disastro se la caverebbero tutti a tempo debito con una bella corona di fiori di Stato e Amen.
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