sabato 30 novembre 2019

La sinistra e l’economia: da Sraffa e Keynes alla riforma del MES

Alba Vastano intervista Sergio Cesaratto da sinistrainrete.info

Incubo o Lincubo Johann Heinrich Füssli 1“Ora si rischia di allarmare nuovamente i mercati. Le banche italiane e straniere ci penserebbero due volte ad acquistare titoli di un Paese che potrebbe essere assoggettato a ristrutturazione del debito. Di qui i timori del governatore di Bankitalia Ignazio Visco, di Patuelli e dell’on. Giampaolo Galli e di tanti altri. Una ristrutturazione del debito colpirebbe duramente le banche e i risparmiatori. Ѐ una strategia folle” (Sergio Cesaratto)
Un mese e la riforma del MES, il fondo salva Stati, verrà attuata. Vorremmo così non fosse, ma ci sono tutti i presupposti che lasciano pensare ad un amarissimo dono di Natale che l’Europa sta per propinarci. Per comprendere i meccanismi della riforma e le conseguenze che piomberanno come una mannaia sull’economia italiana, già compromessa da un enorme debito, ne parliamo con Sergio Cesaratto, fra i più noti economisti critici internazionali. Tanto umile ed empatico nel privato, quanto serio e rigoroso nella professione. A lui, all’economista eterodosso, appellativo con cui ama definirsi, alla sua militanza universitaria, al suo sentirsi uomo di sinistra, pur criticandone le inadempienze, rivolgo le domande seguenti in questa lunga intervista. Concludendo con quelle più ‘mordaci’, sapendo che chi risponde, lo fa mantenendo la modestia e l’allure elegante del valente professionista. Grazie professor Cesaratto.
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Professor Cesaratto, entriamo subito nel vivo, ovvero l’attuale questione del MES , il fondo salva Stati. Anzitutto, per i profani in materia di economia, può spiegare cos’è il MES e come funziona questo meccanismo applicato all’economia europea?
Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche fondo salva-Stati, fu creato nel 2011. Interviene a finanziare uno Stato quando per quest’ultimo non ha più senso finanziarsi sui mercati a causa di tassi di interesse troppo alti. Semplificando, quando i sottoscrittori del debito pubblico non rinnovano i prestiti, non trovando altri acquirenti a tassi ragionevoli, il Paese non può restituire i prestiti in scadenza ed è in default.
Il MES interverrebbe prestando quattrini al Paese, probabilmente in combinazione con la BCE che a sua volta comprerebbe titoli di Stato sotto il cappello dell’OMT (Outright Monetary Transactions), il programma annunciato da Draghi nel luglio 2012 nel famoso discorso in cui disse che la BCE avrebbe fatto tutto quanto necessario (“whatever it takes”) per preservare l’euro. L’aiuto di Draghi era subordinato a prestiti MES, e questi ultimi a un “memorandum of understanding”, un impegno del Paese a perseguire politiche di aggiustamento fiscale (leggi: austerità). Il MES ha un capitale fornito dai Paesi dell’eurozona (80 miliardi), e in caso di prestiti si può finanziare emettendo titoli.

La riforma del Mes dovrebbe avvenire entro fine anno. Nel sistema economico italiano sale la preoccupazione per questa riforma. Se, come prevedibile, verrà attuata,come prima risposta le banche italiane smetterebbero di acquistare titoli nazionali?
Il presidente dell’Associazione bancaria italiana (ABI) Patuelli ha detto di sì.

Per quale ragione?
Nel nuovo-MES si allude alla “ristrutturazione del debito” nel caso lo staff del MES non reputi il debito di quel Paese sostenibile. Ristrutturazione significa che i detentori dei titoli di Stato potrebbero vederne allungate le scadenze, o abbassato il rendimento, o infine addirittura vedere tagliato parte del loro credito (haircut).

Se si arrivasse a questo, quali saranno le conseguenze più pesanti sull’economia nazionale?
Tutti ricordano cosa accadde quando Merkel e Sarkozy, nell’autunno 2010 annunciarono che da quel momento i prestatori agli Stati in default avrebbero subito perdite – tanto nel maggio le banche tedesche e francesi che avevano prestato quattrini alla Grecia erano state già messe in sicurezza (anche coi nostri soldi) quindi al riparo da un haircut. Secondo molti osservatori, fu proprio questo annuncio a innescare la crisi di sfiducia verso i titoli italiani e spagnoli, ciò che ci costrinse all’emissioni di titoli a tassi esorbitanti, che ancora paghiamo. Ora si rischia di allarmare nuovamente i mercati. Le banche italiane e straniere ci penserebbero due volte ad acquistare titoli di un Paese che potrebbe essere assoggettato a ristrutturazione del debito. Di qui i timori del governatore di Bankitalia Ignazio Visco, di Patuelli e dell’on. Giampaolo Galli e di tanti altri. Una ristrutturazione del debito colpirebbe duramente le banche e i risparmiatori. E’ una strategia folle.

Ma qual è il giudizio politico?
Da tempo la Germania vuole sottrarre il giudizio sul rispetto delle regole fiscali alla giurisdizione della Commissione, essendo quest’ultima troppo sensibile agli equilibri politici (per esempio, non giudicando troppo severamente governi italiani considerati “amici”). Al MES verrebbero attribuito poteri molto forti. Sotto mentite spoglie è il Fondo monetario europeo desiderato da tempo dalla Germania. Insomma l’Europa, invece di trasmettere fiducia sui conti pubblici aiutando i Paesi a sostenerli attraverso bassi tassi di interesse, diffonde inquietudine e rischia di spingerli nel baratro. È una strategia che mira a mettere i Paesi ad alto debito alle corde per costringerli a “risanare” a colpi di austerità. Sappiamo benissimo quanto tale “risanamento” sia controproducente. Ma c’è in Europa, e specialmente in Germania ed Olanda, chi pensa che il mancato risanamento sia frutto della poca severità verso i Paesi debitori.

I filo-europeisti governativi hanno però negato che nel nuovo Trattato si parli di “ristrutturazione del debito”.
In una sorta di preambolo al Trattato si dice: “(12B) in circostanze eccezionali una forma adeguata e proporzionata di coinvolgimento dei privati, in linea con le pratiche del Fondo Monetario Internazionale, verrà presa in considerazione nei casi in cui il sostegno alla stabilità [del debito] è concesso accompagnato da condizionalità nella forma di programmi di aggiustamento macroeconomico”). Per coinvolgimento del settore privato (Private sector involvement) si intende ristrutturazione del debito. Quest’ultimo non è automatico, questo va riconosciuto, ma è fra le opzioni possibili. Nell’articolato poi il punto non viene ripreso, ma nell’Annesso III dove si specificano le condizioni di accesso agli aiuti si menziona la clausola della sostenibilità del debito (senza entrare nei dettagli).

Pierre Moscovici, al termine del suo mandato come responsabile dell’economia in Ue, manda due messaggi importanti all’Italia. Se la riforma si blocca salta il sostegno alle banche. La frontiera è l’euro e il sovranismo deve arretrare. Che ne pensa?
Il nuovo-MES contempla la possibilità per questa agenzia europea di fungere da garanzia di ultima istanza nel caso di ristrutturazione delle banche europee. Ma ad essere nei guai sono soprattutto le banche tedesche, e il messaggio è a Berlino che dovrebbe essere indirizzato. C’è in verità una seconda discussione in corso e che riguarda l’assicurazione europea sui depositi bancari sotto i 100 mila euro. Questi sono oggi assicurati a livello nazionale, ma una vera sicurezza può solo provenire da una assicurazione europea (come negli Stati Uniti). L’Italia sta bloccando un accordo in questa direzione in quanto la Germania la subordina a un’altra misura destabilizzante per il nostro debito pubblico, ovvero che le banche italiane si liberino di buona parte dei 400 miliardi di titoli di Stato che hanno in pancia. Anche in questo caso l’Europa proibisce e non costruisce, come si è espresso il governatore Visco a proposito del MES. Circa euro e sovranismo, beh forse il quesito lo dovrei porre io a lei! Sarebbe bene che la sinistra si chiarisse le idee sull’Europa decidendo se davvero la considera la nuova frontiera dell’internazionalismo, oppure se intende privilegiare i problemi delle nostre masse popolari. Per gente come Moscovici l’Europa è la frontiera del liberismo, e la rivendicazione di spazi nazionali ne è la negazione. La sinistra italiana da che parte sta?

Philip Lane, economista Bce, afferma “ l’economia cresce meno velocemente di quanto sperassimo”. Assicurando però che nell’Eurozona non sono previste recessioni Lei come vede e prevede la situazione odierna e per il 2020?
La fase di rallentamento dell’economia mondiale sta già aggravando le nostre prospettive, e l’Europa a guida tedesca non sta facendo nulla per prepararsi. Con la fine del mandato di Draghi non c’è più la certezza di una guida adeguata alla BCE – Christine Lagarde ha dichiarato una continuità, ma chissà! La Germania prosegue sul cammino del rigore fiscale per sé e per gli altri. Una politica industriale europea non c’è (se non accordi franco-tedeschi che lasciano da parte gli altri). Se a questo aggiungiamo il disastro della nostra classe politica, inclusa l’assenza di una sinistra all’altezza dei problemi del nostro paese, le prospettive sono preoccupanti.

In questa ottica le scelte dei governi dovranno puntare alla flessibilità sul deficit o maggiormente a riforme strutturali ?
Riforme strutturali significa più laissez-faire. Non siamo più ai tempi del PCI quando aveva un altro significato. Flessibilità fiscale significa poco per l’Italia (a parte gli “zero virgola”) in quanto la leva fiscale dovrebbe essere impiegata in primo luogo dai Paesi che hanno spazio per espandere la spesa pubblica, Germania in primis – che ha conti in ordine non tanto per proprie virtù, ma per le disgrazie altrui per cui gli investitori si sono buttati sui titoli di Stato tedeschi sicché Berlino paga da anni tassi negativi. Un’espansione fiscale in un Paese solo è impossibile, non tanto per i parametri di Maastricht, ma soprattutto perché i mercati ci farebbero a pezzi. In ambito europeo, se Germania che espandesse, se la BCE che continuasse nella politica di acquisto dei titoli pubblici e, soprattutto, se si adottassero forme di europeizzazione del debito, uno spazio fiscale si aprirebbe anche per noi. Se, se , se…

Professore, un’ultima domanda sulla riforma del Mes. Per quali motivi si dovrebbero accettare ipotetici strumenti di sostegno che in realtà sembrano penalizzare ancor di più le economie degli Stati. Lo Stato spende per gli interessi del debito il doppio di quanto spende per investimenti pubblici. Il Mes non sembra essere un meccanismo che facilita il rientro del debito, ma al contrario questi strumenti di assistenza finanziaria potrebbero facilitare invece una nuova crisi del debito.
L’abbiamo detto: l’Europa, invece di trasmettere fiducia sui conti pubblici aiutando i Paesi attraverso bassi tassi di interesse, diffonde inquietudine e rischia di spingerci nel baratro. È una strategia che mira a mettere i Paesi ad alto debito alle corde per costringerli a “risanare” a colpi di austerità. Sappiamo benissimo come tale “risanamento” sia controproducente. Ma c’è in Europa, e specialmente in Germania, chi pensa che il mancato risanamento sia frutto della poca severità verso i Paesi debitori.
Nel caso di un’effettiva ristrutturazione del debito, questo colpirebbe le banche, in particolare quelle italiane che sono forti detentrici di nostri titoli di Stato. Cosa accadrebbe nel caso di una ristrutturazione del debito italiano? Interverrebbe lo stesso nuovo-MES dotato ora di potere diretto di prestare quattrini alle banche? Ma che pasticcio è?
Il debito pubblico italiano sarebbe perfettamente sostenibile con bassi tassi di interesse e una politica fiscale europea che sostenesse la crescita. Come ha proposto il prof. Paolo Savona, il MES dovrebbe essere utilizzato per “europeizzare” una parte del debito pubblico dei paesi europei. Il MES lo potrebbe fare emettendo titoli a tassi bassissimi (dato che ha una garanzia europea) e finanziando così l’acquisto di titoli di Stato Europei. I titoli emessi dal MES costituirebbero quel safe asset, quel titolo europeo ritenuto sicuro, molto gradito agli investitori internazionali e alle banche europee. Invece di riformare la propria assurda costituzione economica, l’Europa ne accentua invece i tratti più oppressivi. Il governo italiano farebbe bene a non firmare per il nuovo-MES, chiedendo un periodo di riflessione su tutto l’impianto economico dell’Eurozona. A proposito: chi lo spiega alle “sardine”?

Passiamo alla sua ultima opera, di cui è disponibile da pochi giorni la seconda edizione. Parliamo di “Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne)” (Diarkos). Perché leggerlo?
La prima edizione delle Sei lezioni ha avuto un ottimo riscontro (e la nuova edizione è già in ristampa mentre le edizioni in spagnolo ed inglese sono in preparazione, quest’ultima col colosso Springer) perché mostra come esistano diverse teorie economiche le quali ci portano a diverse visioni di come funziona il sistema economico e di come possa dunque essere migliorato. Semplificando, le prime tre lezioni del libro confrontano due teorie, quella “classico-keynesiana” che si rifà ai grandi economisti classici (come Smith, Ricardo e Marx) e alla lezione di John Maynard Keynes (1883-1946), il grande economista inglese dello scorso secolo, e quella “marginalista” (o “neoclassica”) che domina il pensiero economico dalla fine del XIX° secolo. Tale dominio è stato in taluni periodi indebolito dalla critica Keynesiana, ma anche da quella del grande economista italiano Piero Sraffa (1898-1983) che ha riscoperto la visione degli economisti classici. La figura di Sraffa è ignota alla maggioranza degli italiani, persino a quelli colti. Eppure è una figura essenziale per il percorso intellettuale di studiosi come Wittgenstein e Antonio Gramsci. Keynes offrì rifugio a Sraffa, personalmente inviso a Mussolini, accogliendolo nel suo circolo più ristretto a Cambridge. Ed a Sraffa dobbiamo l’innesto di una clamorosa controversia che negli anni sessanta e settanta dello scorso secolo scosse le fondamenta della teoria dominante. Sraffa dimostrò infatti i gravi errori concettuali del marginalismo che lo rendono una teoria analiticamente sbagliata. La controversia è nota come la “controversia fra le due Cambridge”, quella inglese e quella americana (sede del celebre MIT vicino a Boston). Ma protagonisti della Cambridge inglese erano dei giovani italiani, in particolare Pierangelo Garegnani (1930-2011) e Luigi Pasinetti. Garegnani fu l’allievo prediletto di Sraffa ed è stato il mio maestro. A lui devo la chiarezza concettuale delle Sei lezioni che credo sia ciò che ha colpito di più i lettori.
Semplificando molto, la teoria classica aveva al suo centro il concetto di sovrappiù sociale. Questo è definito come ciò che rimane del prodotto sociale una volta tolte le sussistenze per i lavoratori. Questo semplice concetto ci dà la chiave per ricostruire il funzionamento delle diverse “formazioni economiche” pre-capitalistiche, dall’economia neolitica alle civiltà antiche e successivamente al feudalesimo. A seconda delle diverse condizioni geografiche e storico-istituzionali diverse sono infatti state le modalità con cui le classi dominanti si sono appropriate de sovrappiù sociale. Non è un caso che tale concetto sia ampiamente utilizzato negli studi archeologici delle civiltà antiche e nell’antropologia.
La teoria economica marginalista ha invece al suo centro l’idea che il laissez faire conduca a una distribuzione del reddito fra i “fattori produttivi” (come lavoro, capitale e terra) in cui ciascuno ottiene una fetta di torta commisurata all’apporto di quel fattore alla produzione sociale. A ciascuno il suo, insomma. Il punto è che, come Sraffa dimostra, nella dimostrazione analitica di tali conclusioni essa compie gravi errori che ne inficiano i risultati. In aggiunta, Keynes dimostra come non sia vero come preteso da questa teoria che tutto ciò che si produce è venduto, ma che il capitalismo soffre di carenza di domanda aggregata. Tale carenza è da porsi in relazione proprio con la diseguale distribuzione del reddito che caratterizza anche il capitalismo. Chi ha i denti non ha il pane… come si usa dire.
L’economia è alla portata di tutti, con un po’ di sforzo. Purtroppo anche a sinistra prevale la pigrizia mentale. Altri temi che si prestano a più facili passioni prevalgono nel sentire comune. Basti guardare al fenomeno delle “sardine” dove prevale il generico, o addirittura si fa di quella europea la propria bandiera. Dunque si sventola uno dei simboli del liberismo. Oppure si guardi a Pancho Pardi, il nonno delle “sardine”, che in una trasmissione Rai a cui partecipavo ha detto che lui di economia non capisce nulla. Ma allora come ha fatto a fare politica? Questi sono i nostri leader e leaderini? Beh, le “Sei lezioni” sono state scritte anche per voi, soprattutto per voi. Ma c’è da mettere assieme Vangelo e Gramsci: serve la buona volontà.

Lei sostiene, nella prefazione del saggio, che la crisi europea e le motivazioni, che descrive ampliamente, hanno stimolato l’interesse di molti giovani che si sono avvicinati alle teorie economiche per capirne le ragioni. Sostiene anche che c’è stata una riscoperta di massa del pensiero di Keynes, di cui lei sembra essere grande fautore. E’ così?
Sì, moltissima gente, giovani in particolare, si sono avvicinati all’economia per capire ciò che stava accadendo. Ma le “Sei lezioni” hanno aperto la mente anche a tanti giovani che studiano economia in università dove il pluralismo delle idee è scomparso. Dopo i capitoli più “teorici” dedicati, rispettivamente, ai classici e Marx, ai marginalisti e a Keynes, il libro scivola verso i problemi della politica economica per arrivare a spiegare la crisi europea e, soprattutto, i misteri della politica monetaria (nella nuova edizione ho aggiornato l’esposizione e corretto qualche errore). Prevale naturalmente un pessimismo circa la riformabilità dell’Europa. Un pessimismo motivato, naturalmente, e con il quale non mi risulta che la sinistra abbia fatto i conti sino in fondo. (A mitigare il pessimismo, il libro cerca di essere anche divertente, e anche questo è stato apprezzato).

Lei vede quindi il pensiero e le teorie keynesiane più utili e applicabili di quelle marxiste, ad esempio riguardo la legge basata sul valore/lavoro che lei considera sbagliata?
Assolutamente no. Nel libro più che Keynes è centrale la teoria del sovrappiù che Marx riprende dagli economisti classici. La teoria del valore-lavoro è una particolare formulazione della teoria del sovrappiù che Ricardo e poi Marx adottarono per affrontare alcuni problemi analitici ben spiegati nel libro. Purtroppo entrambi si avvidero che tale soluzione non funzionava. Marx si indirizzò lungo un percorso che poi Sraffa, in grande misura autonomamente, portò a compimento. La teoria di Keynes è complementare a quella del sovrappiù. Essa va però liberata dai retaggi marginalisti, e anche qui l’opera di Sraffa-Garegnani ci è essenziale. Nella nuova edizione ne parlo con un po’ più di dettaglio.
In quanto a Keynes, è un personaggio che non è mai stato troppo popolare in Italia, tanto meno a sinistra. Il PCI non è mai stato né Keynesiano, né Sraffiano. Ma sul PCI e l’economia credo abbia detto già tutto Leonardo Paggi (I comunisti italiani e il riformismo, Einaudi 1986, scritto con M. D’Angelillo). Lo considero una bibbia. Anche da una seria riflessione sugli errori economici del PCI si dovrebbe ripartire (errori che sono poi errori politici di fondo).

Concluderei con una domanda che le può risultare provocatoria, ma utile a capire una definita posizione che ha preso il suo collega Bagnai, addirittura nelle fila della Lega. Posizione che più sovranista non si può. Lei scrive che “la sinistra se l’è lasciato sfuggire”. A cosa è dovuto questo suo ‘j’accuse’ verso la sinistra radicale che già è in sofferenza di suo. Non le sembra un tantino ingenerosa questa sua affermazione?
La sinistra radicale è in crisi precisamente perché si lascia sfuggire economisti dello spessore di Alberto Bagnai. Non sembra che, peraltro, presti grande ascolto a voci ben ferme a sinistra come Antonella Stirati, Massimo D’Antoni, Vladimiro Giacché o Sergio Cesaratto, si parva licet. Naturalmente la crisi della sinistra ha radici profondissime che io vedo nel fallimento del socialismo reale e nel conseguente scatenamento del capitalismo globale. Quest’ultimo ha comportato sia il decentramento del capitale in zone periferiche, ma anche l’incremento dei flussi migratori. Questi fenomeni hanno comportato un enorme allargamento dell’esercito industriale di riserva a livello globale che ha annichilito la forza contrattuale del movimento operaio. La socialdemocrazia, a sua volta, non ha saputo o voluto opporsi. Ripartire è drammaticamente difficile. Serve uno sforzo intellettuale formidabile. Non ne vedo segni, o ne vedo di opposti, come nel manifesto delle “sardine”. Ma tutti noi, economisti di sinistra, saremmo felicissimi di aprire un dialogo con questo movimento. Dalla mia esperienza universitaria ho però l’impressione che con i giovani cosmopoliti ed europeisti non ci sia grande dialogo, molto più facile aprirlo con giovani più semplici, che magari non han fatto mai politica e non sono andati in Erasmus, ma che scoprono un mondo ascoltando le mie lezioni o studiando le “Sei lezioni” (e mi ringraziano). Le “sardine” appaiono come una aspirante élite, come quest’ultima disturbata dal populismo, dalla rabbia del popolo vero a cui guardano con disprezzo e che lasciano così alla destra. Se non è così, la mia mail è pubblica.

Si può dedurre che ‘ci’ diventerà sovranista anche lei?
Cosa intende dire? Che essere per il proprio Paese è un valore di destra?

Fonte: Sergio Cesaratto, Sei lezioni di economia – Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), 2da edizione, Diarkos, Reggio Emilia, 2019.

Sergio Cesaratto insegna Politica monetaria e fiscale europea ed Economia internazionale presso l’Università di Siena. E’ uno dei più noti economisti “eterodossi” internazionali. Si è occupato fra l’altro di crescita economica, pensioni, innovazione e, ultimamente, della relazione fra teoria del sovrappiù, Polanyi e archeologia e antropologia economica. I suoi contributi sono stati pubblicati dalle principali riviste scientifiche eterodosse internazionali. Ѐ uno dei più noti partecipanti al dibattito pubblico italiano ed europeo sul tema della crisi dell’eurozona.

martedì 19 novembre 2019

Ilva, il liberismo duro e puro dell'Unione Europea ha causato deindustrializzazione


di Guido Salerno Aletta - Milano Finanza da l'Antidiplomatico
 

La questione dell’Ilva di Taranto, tornata prepotentemente alla ribalta, è l’occasione buona per costringere i tanti predicatori dell’europeismo “senza se e senza ma” a tirare finalmente la testa dal secchio: per metterli di fronte alla realtà, per dimostrare come stanno tradendo tutti, ma proprio tutti, i principi che portarono alla creazione della Comunità Europea, iniziando con quella del carbone e dell’acciaio che risale al 1951. Di quei valori e di quegli strumenti non c’è più traccia.
Anche nel settore della siderurgia, altro che telecomunicazioni di quinta generazione ed intelligenza artificiale, l’Europa viene stritolata: se da una parte ci sono le pretese americane e dall’altra c’è lo strapotere produttivo cinese, l’Unione chiude gli occhi e lascia che i più deboli soccombano. Uno dopo l’altro, nel disinteresse più completo. Gli Stati, d’altra parte, non hanno più poteri: sono stati trasferiti a Bruxelles. I governi annaspano, mentre monta il livore.
La vicenda dell’ILVA di Taranto è di cruciale importanza per l’Italia: se per un verso la sua straordinaria complessità deriva dal porsi all’intersezione di molteplici e contrastanti dinamiche internazionali, per l’altro ci obbliga ad affrontare il tema dell’insicurezza giuridica, che penalizza chiunque abbia interessi in Italia, tra il volteggiare delle normative che si susseguono senza sosta in ogni settore e la sistematica sostituzione della Magistratura ai mancati controlli ed alle omesse determinazioni della Pubblica amministrazione.
In primo luogo, però, si deve chiarire quale è il contesto concorrenziale dell’acciaio, in un assetto caratterizzato da ben quattro fattori critici: una contrazione generalizzata della domanda a fronte di un eccesso di capacità produttiva, laddove la Cina da sola ne ha installata per la metà del mondo intero; un restringimento del mercato di sbocco negli Usa, visto che l’Amministrazione Trump ha imposto, a tutela della sicurezza nazionale, un dazio generalizzato del 10% sulle importazioni, elevandolo nei confronti della Turchia per via della svalutazione della lira e minacciando di portare la tariffa al 50% dopo l’ingresso delle truppe di Ankara in Siria; una differenziazione enorme dei fattori di costo negli stabilimenti dei diversi Paesi, per via delle molteplici cautele imposte alla produzione per la tutela ambientale, la salvaguardia della salute umana e la sicurezza dei lavoratori; le fusioni industriali tra operatori europei ed indiani, come Arcelor/ Mittal e TyssenKrupp/TataSteel, che non militano a favore di una decisa azione della Unione europea nella trattazione del dumping ambientale. E’ una sorta di colonizzazione a parti invertite.
Siamo di fronte ad una situazione di insostenibile disparità di costi rispetto a cui i Protocolli di Kioto e le roboanti promesse di un New Green Deal non pongono alcun rimedio concreto. Nella operatività quotidiana degli operatori multinazionali, in un contesto di eccesso di offerta, ad essere sacrificati sono gli investimenti di rinnovo degli impianti e quelli volti all’adeguamento a fini di tutela ambientale e del lavoro. Tutto ciò che è arrivato a fine ciclo va dismesso.
Abbattere i salari, anche azzerandoli, non basta. Si ferma la produzione di acciaio a Rothbury ed a Indiana Harbour negli Usa; non riprenderà più a Florange, in Francia, dove era già ferma dal 2012. A Trieste si spegne la ferriera, e così pure a Cracovia in Polonia ed a Baia Saldanha in Sudafrica. Cronache si questi giorni.
Si misura qui, ed è il punto di crisi ulteriore, la assoluta inconsistenza della politica monetaria cosiddetta espansiva, in particolare quella della Bce che ha imposto tassi negativi sui depositi bancari ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria, che sarebbe stata volta ad indurre la erogazione di credito piuttosto che trattenere inoperosamente la liquidità e quella dei rifinanziamenti (L-tro) a tre anni. In un periodo così breve si rimborsano a malapena i finanziamenti erogati per comprare uno smartphone.
Tutto, nell’Unione Europa, ha ormai tradito l’eredità della CECA. Tutto è stato fatto all’insegna del liberismo puro e duro: anche le quote sulle importazioni di prodotti siderurgici da taluni Paesi terzi, che pure sono state introdotte da poco più di un anno, non riescono affatto a colmare i baratri tra i costi di produzione. La stessa Carbon Tax sui prodotti siderurgici, che pure è stata ipotizzata per penalizzare le produzioni dei Paesi che non adottano livelli restrittivi in tema di inquinamento, è appena una nuvola che appare e scompare sui cieli di Bruxelles.
I prezzi internazionali dell’acciaio, come quelli di tanti altri prodotti, non tengono conto del differenziale dei maggiori costi di produzione nei Paesi che meglio cercano di tutelare maggiormente l’ambiente e la salute umana.
In Europa, sparita la Ceca, sono finite pure le linee di credito funzionali a questi investimenti.
Suonano irridenti le parole del suo Trattato istitutivo: Art. 53 -” L'Alta Autorità può facilitare la realizzazione di programmi di investimento accordando prestiti alle imprese o dando la propria garanzia ad altri prestiti che esse contraggano”. Ed ancora, art.55 – “… deve incoraggiare le ricerche tecniche ed economiche concernenti…la sicurezza del lavoro in dette industrie”.
Basta scorrere, poi, i poteri che erano stati attribuiti alla Ceca in materia di quote di produzione nazionale nel caso di una contrazione della domanda, e addirittura quelli di compensazione economica a favore dei lavoratori nel caso di un abbassamento dei salari a fini concorrenziali: “Quando l'Alta Autorità constata che un ribasso dei salari, mentre provoca un abbassamento del tenore di vita della mano d'opera, è anche impiegato come mezzo di adeguamento economico permanente delle imprese o di concorrenza fra imprese, essa rivolge all'impresa, o al Governo interessato, sentito il parere del Comitato Consultivo, una raccomandazione al fine di assicurare alla mano d'opera, a carico delle imprese, dei benefici che compensino tale ribasso”. La deflazione salariale, che da anni viene imposta dalla Commissione come strumento volto ad assicurare la competitività mercantilista, è una politica diametralmente opposta rispetto ai valori su cui si fondava alle origini la Comunità europea. All’Art 1, si stabiliva che fosse suo compito “promuovere il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della mano d'opera, consentendone la parificazione verso l'alto”. Testuale.
Il mondo, si sa, corre. In un anno, gli effetti dei dazi americani sulle importazioni di acciaio sono stati consistenti, nell’ordine del 13,5%: nei dodici mesi terminati a settembre scorso, sono scese a 20,5 milioni di tonnellate, rispetto ai 23,7 milioni del periodo precedente; in valore, si sono contratte da 22,7 a 19 miliardi di dollari. Per alcuni prodotti, come le lamiere, l’import americano è crollato del 24,3%. Ci sono retroazioni: l’export di acciaio della Turchia, che si è più che dimezzato verso gli Usa nel corso dell’anno, si è ridiretto verso l’UE, ed in particolare verso l’Italia che ne è diventata la principale acquirente. Ciò anche per una sorta di triangolazione dei rottami di ferro che, in uscita dall’Unione per essere rigenerati negli impianti turchi, vengono reimportati in Italia a prezzi vantaggiosi, visti i minori oneri ambientali in quel Paese.
L’America, a modo suo, con i dazi sull’acciaio e l’alluminio sta cercando di proteggere quel poco di Old Economy che le è rimasta. Recede formalmente anche dalla partecipazione agli Accordi di Parigi sul clima, pur di non aumentare ancora i costi interni di produzione che già la penalizzano nel commercio internazionale.
Anche qui, tornano le lezioni del passato: fu la violenta stretta monetaria della Fed all’inizio degli anni Ottanta a determinare la prima ondata di deindustrializzazione americana, con gli impianti delocalizzati in Messico, appena oltre la frontiera, dove i costi del lavoro e di ogni altro fattore normativo erano enormemente più bassi. Il ribaltamento di segno dei tassi di interesse reale, che passarono repentinamente da negativi a positivi, colpì in modo ancora più drammatico l’Italia: saltò per aria l’equilibrio finanziario dei colossali piani di investimento a lungo termine delle Partecipazioni statali, tra cui quelli del polo siderurgico di Bagnoli. Il nuovo treno di laminazione a caldo, appena installato, fu smontato per cederlo agli indiani: roba di quasi quarant’anni fa.
Con i nuovi tassi, il debito era divenuto, per ciò solo, incontrollabile. Da lì, la china inarrestabile che portò agli accordi Andreatta-Van Miert sul divieto di sostegni da parte dello Stato e poi alla liquidazione dell’azionariato pubblico. Si congelarono anche gli investimenti produttivi dei privati a favore degli impieghi in titoli di Stato, che rendevano alle aziende assai più di ogni roseo profitto operativo. Il cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia portò alla esplosione del debito pubblico.
Oggi sono ancora una volta i differenziali di costo che bloccano gli investimenti a lungo termine, e che portano alla chiusura degli impianti: non sono più gli oneri finanziari che fecero sballare i conti negli anni Ottanta, ma quelli derivanti dalla maggior tutela ambientale della vita umana e del lavoro. La precarizzazione e la svalutazione salariale, pure insieme alla contrazione delle tutele sociali, non bastano a colmare il divario dei costi: se dal piano industriale dell’Ilva di Taranto se ne scorporassero quelli relativi all’adeguamento ambientale e quelli imposti direttamente dalla magistratura per la sicurezza del lavoro, forse ci troveremmo di fronte ad una revoca del recesso.
A nessuno mai verrebbe in mente una ipotesi così balzana. Ma, se i prezzi dei beni prodotti inquinando liberamente sono comparati sul mercato a quelli dei prodotti che vengono realizzati rispettando vincoli severi, davvero non c’è partita. Se si chiude a Taranto, sarà un altro deserto, come a Bagnoli. Non basta piangere, né pregare: l’Amazzonia che brucia è qui, siamo noi. 

venerdì 15 novembre 2019

Bolivia: golpe o (contro) rivoluzione?

Un punto di vista




Di Fernando Molina da nuso.org

  Come interpretare ciò che è successo in Bolivia? Il movimento culminato con la rinuncia di Evo Morales e la polemica proclamazione di Jeanine Añez come presidente ad interim, è stato il prodotto di dinamiche diverse e preannuncia un capovolgimento politico-ideologico sostenuto da una torsione in senso conservatore. Nonostante tutto però, lo scenario boliviano è ancora aperto

Il presidente boliviano Evo Morales è stato spodestato. Secondo diversi paesi, migliaia di osservatori stranieri e molti boliviani, ciò è stato il frutto di un colpo di stato. I motivi a sostegno di questa tesi sono diversi, fra questi risalta la sequenza di eventi dello scorso 10 Novembre. Poco prima che Morales leggesse la sua rinuncia nella rete televisiva di stato, davanti alla stampa si è presentato l’alto comando militare, e il suo comandante in capo, il generale William Kaliman, “ha suggerito” al presidente di dimettersi- “ Post hoc ergo propter hoc”: quando un fatto succede a un altro, si suppone sia stato causato da questo. Tutto ciò non considera, fra le altre cose, che anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), guidata da un dirigente vicino al partito di governo, il Movimento per il Socialismo (MAS), il minatore Juan Huarachi, ha chiesto a Morales di rinunciare. Perché Huarachi, certo al di sopra di ogni sospetto di simpatie imperialiste ha fatto una richiesta del genere? Perché nella mobilitazione contro Morales si sono mossi i minatori di Potosì, una regione che fino al 2015 è stata un bastione del MAS e che poi gli si è rivoltata contro, tanto che i suoi dirigenti lo hanno nominato “il nessuno” della regione

D’altro canto, molti altri boliviani ritengono che il processo che ha portato allo spodestamento di Morales sia una rivoluzione liberatrice contro “ un dittatore”. Un’idea che non tiene conto dei seguenti fattori: perché questa “ dittatura” non ha tentato di affidarsi ai militari per difendere il suo potere? Perché non ha tentato di zittire i mezzi di comunicazione, per mezzo dei quali, i dirigenti dei comitati civici hanno invocato insistentemente la messa al bando del presidente? E le domande seguono.

La verità non sta nelle interpretazioni ideologiche. Ciò nonostante, le dispute dottrinarie sui fatti boliviani -golpe o rivoluzione liberatrice- saranno tanto interminabile quanto inconciliabili. Quest’articolo, lungi dal tentare di chiudere la discussione, intende aprirla, dando il giusto peso a nuove prospettive. Vediamo.

La prima causa della caduta di Morales è sta la sollevazione di settori sociali urbani e della classe media della popolazione, che ha paralizzato tutte le città del paese. Questa sollevazione è cominciata dopo che il Tribunale Elettorale aveva annunciato che il risultato delle elezioni del 20 Ottobre aveva visto la vittoria alla prima tornata di Morales – risultato che la giunta delle elezioni dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), ha considerato a posteriori illegittimo. Malgrado ciò le motivazioni che hanno spinto la gente a mobilitarsi vanno al di là “ dell’indignazione per la frode”.

La classe media “tradizionale” non ha mai accettato del tutto Morales. Le ragioni sono diverse, dalla sua condizione di indio, che è sempre stato un fattore di rifiuto, fino alla svalutazione, nel suo governo, del capitale educativo umano rispetto a un altro genere di”capitali” (essere dirigente sociale era più importante per ottenere una carica pubblica che possedere un dottorato), tutti motivi che pregiudicavano le sue aspirazioni.

Bene, questa opposizione più o meno costante di una classe a un governo, che le ha sottratto potere simbolico e politico, si è radicalizzata e si allargata alle classi popolari per due motivi: a) l’inganno generale per la manovra che Morales ha messo in atto per essere rieletto ancora una volta, malgrado avesse perso il referendum del 2016, convocato per rimuovere gli ostacoli istituzionali che lo impedivano; b) le irregolarità multiple e la contraddizione del processo elettorale del 20 Ottobre del 2019 e l’inettitudine della giunta del Tribunale Elettorale.

La complicata e travagliata applicazione istituzionale del primo motivo ha privato il Tribunale Elettorale di capacità tecnica e di attendibilità sociale. Allo stesso tempo ha generato nei boliviani di diverse classi sociali la convinzione che il governo era capace di ogni genere di triquiñuelas (cioè di comportarsi alla maniera della vernacolare “vivacità creola”) pur di restare al potere.

Per queste ragioni, non solo le opposizioni erano già predisposte a denunciare la frode prima ancora dello stesso espletamento delle elezioni, come ha denunciato il MAS, ma la denuncia ha avuto una tale presa da essere creduta da ampi strati della popolazione. La diffidenza della gente nei confronti del governo è stata determinante nella dinamica di radicalizzazione della protesta, malgrado le concessioni del presidente, ed è stata al tempo stesso la chiave di volta dell’adesione di certi settori popolari e indigeni alle dimostrazioni nelle aree del paese e delle classi più fortemente antieviste. Cosa ha provocato questa diffidenza? Nient’altro che l’attitudine “rielezionista” di Morales, che cozzava con la cultura politica boliviana, tradizionalmente favorevole all’alternanza.

L’elemento basilare della caduta di Morales è stata la sollevazione delle città unitamente ad alcuni settori dei lavoratori. Tuttavia il fattore scatenante è stata la ribellione della Polizia, dovuta a motivazioni radicate nella gestione dell’azione di governo (con Morales, la Polizia, ha perso privilegi e ha ricevuto meno benefici dei militari). Ciò nondimeno, considerando anche la condizione di parziale militarizzazione di questa istituzione, per forza di cose il suo comportamento deve aver avuto come premessa un processo di sfaldamento della disciplina, che è stato a sua volta il frutto di “forti pressioni sociali e ambientali”, come accade in tutte le insurrezioni.

Il popolo travolge gli agenti del potere con la sua sollecitudine e i suoi ricatti emotivi. In questo modo l’hanno rappresentato i grandi teorici della presa violenta del potere. In anticipo di quasi un secolo, Lenin ha descritto gli avvenimenti degli ultimi giorni e delle ultime ore di Morales, quando disse che una situazione rivoluzionaria si caratterizza per il fatto che “che quelli di sopra non riescono più a esercitare il comando su quelli di sotto, come hanno sempre fatto”.

In effetti, l’ultima molla del potere, i corpi militari, inizialmente subordinati al governo, alla fine si sono resi autonomi da questo e hanno iniziato ad agire in maniera imprevedibile, contraddittoria e in definitiva sediziosa almeno quanto i manifestanti: la Polizia attivamente, unendosi a questi, i militari passivamente, prima negando al presidente la difesa e poi chiedendogli di andarsene.

Sciopero generale, paralisi della vita urbana, organizzazioni spontanee delle masse al fine di amministrare i servizi basilari e i mezzi di trasporto, sviluppo di forme embrionali di organismi coercitivi, presa di istituzioni statali, “ doppio potere” in vaste aree del territorio: tutti questi fenomeni, che compongono un quadro familiare per la sinistra come elementi di insurrezioni spontanee care alla sua storia (ad esempio quelle del 1905 e del Febbraio del 2017 in Russia), in maniera analoga si sono manifestati in Bolivia durante le due settimane e oltre della durata della crisi.

Bene, “insurrezione” è solo il nome di una forma, la più estrema, di alterazione dell’ordine sociale, quando questo va in frantumi e cede a una pressione proveniente dal basso. Il concetto non dice nulla riguardo alla naturalità di questo ordine né riguardo alla direzione della forza in ascesa che lo infrange.

La Bolivia è un paese di insurrezioni: Renè Zavaleta diceva che era la Francia del Sudamerica, dove la politica si dispiegava nel suo svolgimento classico: per mezzo di rivoluzioni e contro rivoluzioni. Sedici anni fa, un’altra sollevazione, simile a quella attuale, ma di segno contrario, spodestò il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Nel Giugno del 2015 un’altra insurrezione finì con il governo di Carlos Mesa.

Quale ordine era messo in crisi in quelle circostanze? L’ordine democratico elitario/elitista neoliberista. Qual era il senso della forza in ascesa che lo ha messo in crisi? Progressista, democratico-comunitarista e antielitista. Nel trionfare, questa forza ascendente ha consumato una rivoluzione politica (non sociale, secondo la celebre differenziazione marxista) di carattere antielitista, di sinistra, nazional-popolare e indigenista. Per una serie di contingenze si è riusciti a contenere questa forza dentro una cornice democratico-liberale. Date le sue caratteristiche, questa rivoluzione, sul piano geopolitico ha imposto le ragioni del nord ( in maggioranza indigeno e indigenista) su quelle del sud-est ( in maggioranza bianco e conservatore); come dire La Paz ed El Alto sopra Sucre-Tarija.

Bene, quale ordine è caduto con Morales? Quello democratico, corporativo, rielezionista e plurinazionale. E qual è il senso di quella forza ascendente che lo ha abbattuto ?Non lo sappiamo ancora del tutto, sebbene esistano già alcuni indizi:


- Una forza diretta da rappresentanti delle classi elevate ma populiste, capace di rivolgersi alla popolazione in generale e interessate a influire su tutti gli strati sociali;


- Un’alleanza fra due segmenti sociali: uno prevalentemente bianco e urbano, con scarsa connessione con i segmenti indigeni, e l’altro popolare e indigeno, soprattutto di Potosì;


- Una forza che proviene dal sud-est del paese e si avvale di un’adesione precaria di La Paz, El Alto e Cochabamba, che però non si è ancora consolidata in queste città;
 

- Una forza antagonista al modello economico e politico di Evo Morales. Pertanto antistatalista (fino a che punto?) e opposta (fino a dove?) allo stato Plurinazionale o stato con diritti speciali per gli indigeni. In questo senso è importante capire cosa è successo con la bandiera indigena o wiphala. Durante tutta la mobilitazione è stata il simbolo del MAS e chi la portava si rivelava come simpatizzante di questo partito e come nemico. Dopo la rinuncia presidenziale però e prima della violenta reazione di certi gruppi indigeni alla caduta di Morales e soprattutto prima dell’incendio della wiphala e dello sfregio di questa che si è verificato durante la rivolta, i leader di questa non si sono fatti problemi a incorporare questo simbolo nel loro repertorio di agitazione politica;
 

- Una forza conservatrice che cerca di “ far tornare Dio e la Bibbia nel Palazzo”, che raccoglie seguaci e che rappresenta la propria mobilitazione – nel significato teatrale della parola “rappresentare”- con un cerimoniale religioso;
 

- Una forza che si pone all’insegna della democrazia liberale anticorporativa, che ancora non sappiamo se saprà dispiegarsi in un contesto democratico e se riuscirà o no a formare un governo legittimo.

In definitiva, possiamo dire che il trionfo di questa forza per mezzo di un’insurrezione è simmetrico, ma inverso, al trionfo insurrezionale del ciclo nazional-popolare (2006-2019). La storia boliviana oscilla a mo’ di pendolo: un cambiamento di elite – una rivoluzione politica- si dispiega e prepara le condizioni per un altro cambio di elite –un’altra rivoluzione politica- che allora funziona rispetto alla prima come una controrivoluzione.

Si tratta, insisto di quel movimento di pendolo, osservato innumerevoli volten ella storia boliviana, che va da un progetto di una elite a un progetto contro elitario, e viceversa. Si tratta per dirlo con un altro esempio del “ ciclo nazionalismo-privatismo-nazionalismo”. O per usare dei termini noti nel dibattito boliviano, si tratta di uno “stallo catastrofico” fra due blocchi sociali, due tipi di elite, due aree geografiche, due visioni del paese, che i dirigenti boliviani, impegnati fin a ora in gioco vinci-vinci, non sono stati capaci di conciliare e riconciliare.

Morales è riuscito a mantenere l’egemonia politica fra il 2009 e il 2014, ma non è riuscito a conservala perché non ha saputo fare le concessioni chiave all’altra parte: sacrificare la sua rielezione, che avrebbe permesso di istituzionalizzare il potere del MAS. Da parte loro, le forze ascendenti del momento hanno avuto l’opportunità di pattuire con Morales un’uscita ordinata del suo governo, quando fino alla fine questi ha chiesto una riunione per definire che fare con la crisi, ma hanno preferito non scendere a patti e togliere tutto l’ossigeno al presidente, perché ingolositi dalla possibilità di una vittoria “finale” sul grande rivale di tanti anni. Il risultato è stato una vittoria per loro, ma una dura sconfitta per le forze opposte, e pertanto una situazione instabile e potenzialmente esplosiva, come si è potuto vedere nei primi giorni del nuovo potere. 

La mancanza di un sistema di regole che permetta di risanare la “ crepa” fra le elite plebee e le elite antiche o tradizionali: questa è la ragione per la quale il paese non raggiunge un “consenso nazionale” e precipita in un circolo vizioso di rivoluzione e controrivoluzione.

Colpo di Stato, rivoluzione e controrivoluzione sono tre forme di rottura del flusso democratico; possono dar luogo, come nel 2003-2005, a processi politici che poi vengono reinseriti in tale flusso, soddisfacendo un requisito urgente del tempo attuale, e a processi che non hanno successo, un fallimento che, in questi stessi tempi, porta al fallimento a livello internazionale. Ognuna di queste categorie ha delle implicazioni precettive o di “dover essere”. Si suppone che “non dovrebbe” essere colpo di stato, non dovrebbe essere rivoluzione, ecc. E’ da qui che questi concetti politologici, questi artefatti teorici, si convertono in strumenti di battaglia politica.

Al di là di queste strumentalizzazioni, noi possiamo recuperare un senso lessicale autentico.

Scarteremo quindi, il concetto di “colpo di stato” inteso nel suo significato di putsch, “blanquismo” o cospirazione esterna al processo politico concreto, e pertanto senza responsabili, un prodotto esclusivo di una volontà aliena, concetto che assolve il governo di Morales da tutti gli errori e che minimizza l’usura di quattordici anni di potere. Noi rimaniamo piuttosto con l'idea di pendolo rivoluzione-controrivoluzione, come espressione della frattura sociale che divide la società boliviana.


Traduzione per doppiocieco di Franco Cilli



giovedì 31 ottobre 2019

Colonialismo e rivoluzioni borghesi


di Giuseppe Masala da zeroconsensus


Il colonialismo influenzò le strutture, i meccanismi e i rapporti capitalisti nell’Europa feudale e favorì l’ascesa al potere della borghesia. La relazione che lega il colonialismo alle cosiddette “rivoluzioni borghesi” non è mai stata tenuta nella dovuta considerazione nemmeno dai marxisti. Occorre osservare, anche se si tratta di un fatto abbastanza ovvio, che la prima “rivoluzione borghese” fu il processo di “accumulazione originaria”, iniziato gradualmente con le Crociate, per poi estendersi rapidamente durante l’epoca delle scoperte fino a dilagare, divenendo un fenomeno globale, al tempo del traffico degli schiavi. Queste vere rivoluzioni sociali si verificarono in paesi lontani dall’Europa, sotto forma di una lotta colonialista inter-continentale tra due modi di produzione contrapposti. Il risultato di questa lotta inter-modale fu che ciascuna classe capitalista finì con l’acquisire sufficiente potere economico per impadronirsi del potere politico detenuto dalle classi feudali.
Molto prima che la borghesia portoghese e spagnola tenesse le redini del potere politico, essa era padrona di vaste colonie in America, Africa e Asia. Fu il potere derivato dai possedimenti coloniali, che permise alla Spagna di controllare politicamente l’Olanda e gran parte dell’Italia nel XV e XVI secolo. Tuttavia, la borghesia spagnola era troppo legata ai propri feudatari per poter industrializzare il surplus proveniente dal Messico, dal Perù, dalle Filippine e dal traffico di schiavi. Il surplus veniva in gran parte trasferito in Germania, ai “colonialisti occulti” sul Reno e sul Mare del Nord. Questa emorragia, oltre alle sconfitte subite nelle battaglie navali contro i pirati inglesi e la flotta di Francis Drake, costarono la supremazia come potenza coloniale alla Spagna, che trascinò con sé il Portogallo. Quando, soltanto alla fine del XX secolo, il Portogallo ebbe finalmente la propria “rivoluzione democratica”, essa fu un derivato della lotta per l’indipendenza della Guinea-Bissau, del Mozambico e dell’Angola.
Il declino della Spagna consentì l’ascesa dell’Olanda a prima potenza navale del mondo. La Compagnia delle Indie Orientali olandese, amministrata dai tedeschi, nel 1652 costrinse i San e i Khoi-Khoi a cedere il Capo di Buona Speranza, quindi nel 1641 acquistò la Malacca e nel 1656 Ceylon, avviando commerci con la Cina e il Giappone. Con il trattato di Westfalia del 1648 la sovranità dell’Olanda venne riconosciuta dalla Spagna. La rivoluzione borghese olandese e fiamminga ebbe come epicentro le città colonialiste di Amsterdam, Rotterdam, Anversa, Bruges e Grand.
Alimentata dal colonialismo elisabettiano, la borghesia inglese si alleò con l’aristocrazia terriera per conquistare il potere politico in un Commonwealth cromwelliano, fondato sullo schiavismo; la “gloriosa rivoluzione” di Guglielmo d’Orange del 1688 fece sventolare l’”Union Jack”, sulle colonie delle Indie occidentali, del Nordamerica e dell’India.   La Rivoluzione francese del 1789-1793 fu guidata da una borghesia che era giaà divenuta una potenza mondiale in Louisiana, nel Canada, nelle Antille, nell’India orientale, nel Senegal e in un quadrilatero atlantico del commercio di schiavi in cui Bordeaux, Calais e Dieppe rivestivano un’importanza cruciale28. La Rivoluzione francese mantenne le colonie e lo schiavismo, come del resto la rivoluzione del 1848. Nemmeno la Comune di Parigi del 1871 osò sfidare l’imperialismo francese in Indocina e in Africa. L’impatto culturale della rivoluzione francese colonialista aveva connotati profondamente colonialisti, al punto che i comunardi, che più tardi furono massacrati dalle truppe tedesche a Parigi, non alzarono un dito per fermare le atrocità dell’armata coloniale di Napoleone III, e si guardarono bene dal proclamare la libertà per i popoli sotto il giogo francese in Algeria, in Indocina e nell’Africa occidentale.
La rivoluzione borghese tedesca, che attraversò il pericolo della Riforma iniziato da Lutero, la rivoluzione del 1848 e il processo di unificazione nazionale di Bismarck, furono tutte alimentate da un vecchio, occulto colonialismo. All’interno del Sacro Romano Impero, battezzato nel 962 da Ottone di Sassonia, detto il Grande, ghilde, mercanti, usurai e banchieri della costa settentrionale, fondarono la Lega Anseatica, costituendo dei monopoli mercantili che intrattenevano traffici marittimi, nonché il commercio di schiavi, dapprima con i veneziani, quindi con i portoghesi, gli spagnoli e persino gli olandesi. Tra questi capitalisti si annoverano i Ravensburg, le casate di Augusta e Norimberga, le ghilde di Francoforte, la famiglia Meuling di Anversa dal 1479, gli Hochstatter dal 1486 e i potenti Fugger e Welser che finanziarono e armarono l’invasione del Venezuela nel 1527 e attirarono l’attenzione di Marx.   Nel 1660 la Lega Anseatica, di cui ormai facevano parte solo Amburgo, Lubecca e Brema, si stava avviando al declino; tuttavia, con essa non crollò il principio dei monopoli capitalisti. Nel XIX secolo sorsero nuovi monopoli, tutti occupati in attività coloniali, tra cui i Krupp, i Siemens, i Thyssen e i Benz. La stessa Deutsche Bank, costituita nel XIX secolo, finanziò la conquista tedesca della Namibia, dell’Urundi, del Ruanda, del Tanganika e del Camerun. Capitalisti tedeschi, come gli Oppenheimer, i veri capi del “Nuovo Sudafrica”, si impadronirono delle miniere d’oro e diamanti del Witwatersrand e Rhodes usò i mitragliatori fabbricati dai Krupp per conquistare Pondoland e Matabeleland. Un secolo dopo la caduta del primo Impero durante la Rivoluzione francese, la federazione tedesca fu riformata a Guglielmo, sostenuto dai socialisti di Lasalle, riassunse il titolo di imperatore in quanto capo del secondo Impero tedesco. In seguito, la democrazia tedesca fu insaguinata dai massacri in Namibia, Camerun e Tanganica.
La trionfante borghesia tedesca ospitò il Congresso di Berlino del 1884-85, dove le potenze europee si spartirono i territori dell’Africa. La Germania perdette le proprie colonie nella prima guerra mondiale, ma la sua politica coloniale le si ritorse contro nel 1933, quando il Reichstag democratico, eletto dalla maggior parte dei tedeschi provenienti da qualsiasi ceto sociale, votò a favore del partito nazista, decretandone l’ascesa al potere. Dopo un’altra sconfitta nel 1945, la borghesia tedesca, grazie agli aiuti del Piano Marshall, alle riserve occulte di metalli preziosi, alla Comunità europea e alla riunificazione tedesca del 1989, ha potuto ristabilire il ruolo della Germania a terza potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti e il Giappone.    La rivoluzione borghese in Italia giunse all’apice a seguito di un lungo processo coloniale. Città stato e stati regionali italiani trassero vantaggi dal crollo del feudalesimo a seguito delle Crociate, nel senso che mercanti genovesi, pisani e napoletani rifornivano sia i cistiani che i saraceni. Venezia fu uno dei primi esempi di città capitaliste, con il suo impero coloniale che si estendeva fino a Dubrovnik e i suoi mercanti, come la famiglia Polo, che intrattenevano commerci la la Persia, l’Arabia e la Cina. I mercanti italiani avevano raggiunto le Canarie nel 1341, le Isole di Capo Verde nel 1456, Timbuctù nel 1470 e dal 1464 iniziarono ad importare oro dai regni del Sudan occidentale.    Dopo che le scoperte e la conquista ottomana del 1454 avevano chiuso il Mediterraneo, i capitalisti italiani di Firenze e Venezia dipendevano dai metalli e dai generi di consumo provenienti dalle colonie spagnole e portoghesi in America, Asia e Africa. Il Risorgimento di Mazzini e il processo di unificazione dell’Italia, guidato da Garibaldi e Cavour, furono finanziati dalla classe capitalista italiana, da tempo legata alla politica coloniale. I soldati algerini caduti per l’unità d’Italia vengono ricordati nel monumento alla vittoria di Napoleone III sugli austriaci (la Francia aveva conquistato l’Algeria nel 1830), collocato nel Parco Sempione a Milano. Mazzini incoraggiò la colonizzazione italiana della Tunisia e Garibaldi rivendico Trieste all’Austria. Il cardinale Massaia (1809-1889), missionario cappuccino e diplomatico, manovrò le ambizioni coloniali di Cavour in Etiopia, come aveva fatto Livingstone per la Gran Bretagna nell’Africa centrale e occidentale29. Garibaldi era in stretti rapporti con la compagnia coloniale che operava sulle coste etiopi e somale del Mar Rosso.    Quanto al Belgio, basti solo ricordare grido del giovane duca di Brabante, il futuro Leopoldo II, nel 1867, non molto prima che egli, in combutta con Stanley e l’industria tessile di Manchester, si macchiasse delle infami atrocità commesse durante la conquista e lo sfruttamento del Congo in nome dell’imperialismo belga: “Ciò di cui il Belgio ha bisogno è una colonia”30.
La rivoluzione borghese del Belgio fu guidata dalla dinastia colonialista fondata da Leopoldo, una dinastia che penetrò in molte famiglie aristocratiche e reali dei Borboni e degli Absburgi nell’Europa del XIX e XX secolo.    La rivoluzione borghese del Giappone, avvenuta nel XIX secolo, consistette nella trasformazione della casta dei “despoti orientali” shogun in famiglie monopolistiche capitaliste, guidate dallo stesso imperatore. Questa trasformazione ebbe inizio durante una lotta per il potere coloniale, combattuta nel Mare del Giappone a metà del XIX secolo, tra il Giappone e i suoi rivali europei e americani e che si concluse con la conquista da parte dei giapponesi della Corea e la vittoria sulla Russia zarista imperialista nel 1905. Tra le due guerre mondiali, il Giappone condusse una guerra tipicamente coloniale contro la Cina, in cui vennero sterminate circa venti milioni di persone. Durante la seconda guerra mondiale, il Giappone portò a termine la conquista coloniale di Singapore, dell’Indonesia, di Hong-Kong, Burma e dell’Indoncina francese. Nel dopoguerra, l’ascesa del Giappone a potenza imperialista del mondo (seconda solo agli Stati Uniti), era dovuta essenzialmente a precisi investimenti neocoloniali in lavoro a basso costo nelle proprie ex colonie, da parte di dinastie monopolistiche dispotiche giapponesi.    Il risultato finale del colonialismo europeo e, più tardi, nordamericano e giapponese, fu la globalizzazione del capitalismo in un sistema mondiale, che vede contrapposti da un lato un blocco di nazioni imperialiste (a loro volta in competizione, spesso violenta, una sorta di guerra mondiale, per assicurarsi il potere e l’influenza globle) che va sotto il nome di “Primo mondo”, e dall’altro un complesso di ex colonie semicoloniali e colonie, il cosiddetto “Terzo mondo”, che a sua volta sovrasta la terra desolata di un “Quarto mondo”, totalmente povero e vittima di genocidi. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, fanno parte del “Terzo mondo” l’Europa dell’Est, i Balcani e l’ex Unione sovietica, un blocco che comprende circa quattrocento milioni di persone.
Questa divisione del mondo rappresenta e, a sua volta, è rappresentata da una partizione colonialistica del valore della produzione globale. Solo la forza lavoro umana è in grado di creare valore. Marx ha spiegato che il lavoro effettivo dell’operaio può essere astratto in lavoro “universale”, che, in sostanza, è lavoro generalizzato socialmente necessario. Potremmo prendere il lavoro specializzato medio del “Primo mondo” come norma internazionale. Ne segue che nel “Primo mondo” (ovvero nei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, o OCSE, ad eccezione della Turchia) vi sono circa trecento milioni di lavoratori, i quali rappresentano il 30% della popolazione totale dei paesi imperialisti, che ammonta a un miliardo di persone. Nel “Terzo mondo”, su una popolazione di tre miliardi, si ha un tasso di disoccupazione pari al 50% e solo circa cinquecento milioni di lavoratori assunti. Di questi, circa cento milioni (compresi quelli nelle città della Cina economicamente dipendenti dal capitale estero) lavorano nelle miniere ad alto rendimento, nelle industrie, nelle comunicazioni e nelle piantagioni i cui prodotto sono destinati al mercato estero; i restanti quattrocento milioni corrispondono, in pratica, appena a cento milioni di lavoratori “universali”, poiché il rapporto di produttitivita e di quattro a uno a favore del “Primo mondo” rispetto al “Terzo mondo”.
Riassumendo, abbiamo quindi trecento milioni di “lavoratori universali” nel Primo mondo e duecento milioni nel Terzo mondo, che corrisponde al 60% nel Primo e al 40% nel Terzo mondo. Dal momento che solo la forza lavoro umana crea valore, si può affermare che il 60% del valore globale viene “prodotto” nel Primo mondo e il 40% nel Terzo mondo. Tuttavia, l’ONU, l’Europa e tutte le altri autorevoli fonti statistiche mostrano che il Primo mondo “riceve”, ovvero “consuma” personalmente o economicamente, più dell’80% del reddito globale, mentre il Terzo mondo, compresa l’intera Cina, riceve meno del 20%. Ne segue che si è assistito ad un trasferimento di valore, dalle semicolonie al “mondo” imperialistico, pari al 20% del valore globale, che ammonta oggi a quattro trilioni di dollari/euro e rappresenta il trasferimento globale di plusvalore dal Terzo al Primo “mondo”, ovvero il supersfruttamento colonialista moderno. Il tasso internazionale di plusvalore, ovvero il plusvalore esportato diviso il reddito nazionale, rappresenta il 20% (trasferimento) diviso il 40% (quota del Terzo mondo di reddito globale) cioè il 50%31. Alla fine del millennio il trasferimento globale dal Terzo al Primo mondo è superiore al PIL degli Stati Uniti. Questo trasferimento rappresenta un metro del sistema colonialista moderno di “apartheid su scala mondiale”32 che fronteggia qualunque teoria di liberazione coloniale.
28  Alexis de Tocqueville, The Old Regime and the French Revolution, New York 1955 (I edizione nel 1856).
29  G. Massaia, I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia, 12 voll., Milano, Roma 1885-1995; G. Massaia, Le lettere del Cardinale Massaia dal 1846 al 1886, Ed. G. Farina, Torino 1937. La British Library possiede diversi panegirici “fascisti” ante litteram del Cardinal Massaia.
30  L. Bauer, Leopold the Unloved, 1934.
31  Per un calcolo simile, anche se un po’ diverso, vedi S. Amin, Classes and Nations, 1988. Il metodo summenzionato è stato usato in H. Jaffe, Colonialism Today, London 1962, Daresalaam 1988.
32  Descrizione data da H. Jaffe in S. Amin, A.G. Frank e H. Jaffe, Quale 1984, Jaca Book, Milano e Madrid 1974.
Hosea Jaffe – “La liberazione permanente e la guerra dei mondi”, Jaca Book, 2000

venerdì 24 maggio 2019

Europa: la democrazia dei triloghi


di Giovanna Cracco da rivistapaginauno

La farsa del Parlamento europeo
Ci sono immagini che colgono l’essenza delle cose, e in pochi secondi cristallizzano un momento di verità: le istantanee di un’Aula deserta, quella del Parlamento europeo durante il discorso di Renzi per la chiusura del semestre Ue il 13 gennaio scorso, sono fra queste. L’etica non ufficiale che per un momento fa capolino sul proscenio di quella ufficiale, svelandosi suo malgrado. Come se i 751 parlamentari, consapevoli di non avere alcun peso all’interno dell’Unione europea, si rifiutassero, per una volta (un rigurgito di onesta intellettuale?), di presenziare a una farsa.
La questione Europa-democrazia non è nuova; a sinistra fa parte della storia dei diversi partiti, a destra è stata cavalcata dopo la crisi economica. La cultura politica europea si basa sui concetti di Stato di diritto – l’esistenza di una Carta costituzionale scritta che lo stesso Stato deve rispettare nel proprio agire – e di democrazia – la sovranità appartiene al popolo, che la esercita in modo diretto o indiretto.
Uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto è la separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario. Dunque, lasciando da parte il campo giudiziario, uno Stato di diritto a regime democratico è caratterizzato da una Costituzione che non può essere violata, da un Parlamento, eletto dal popolo e suo rappresentante, con il potere di emanare le leggi, e da un governo, espressione della maggioranza politica, a cui spetta il compito di governare. (Non ci interessa in questa sede analizzare quanto la sovrastruttura democratica sia effettivamente inattuata in uno Stato di diritto, per motivi economici, sociali, a causa della struttura capitalistica ecc.; prendiamo per buono il principio democratico e ragioniamo su questo.)
La democratizzazione delle istituzioni europee è stato uno dei punti focali del programma politico della sinistra, soprattutto italiana, a partire dagli anni Sessanta quando, abbandonata la prima fase del rifiuto, il Pci si è arreso all’esistenza della Ue e ha cominciato a discutere su come modificarla dall’interno. Questione centrale della lotta politica è diventata trasformare il Parlamento europeo in un organo elettivo, espressione della sovranità popolare.
Il Parlamento nasce infatti come Assemblea comune della Ceca nel 1951, con 78 membri nominati dai governi nazionali con l’approvazione dei rispettivi Parlamenti; nel 1957, con il Trattato di Roma, i membri diventano 142 e nel 1962 il nome muta in Parlamento europeo e si allarga a 198 delegati; solo nel 1976 l’assemblea diviene elettiva, a suffragio universale diretto, e le elezioni del 1979 portano in Europa 410 parlamentari.
Alla fine degli anni Settanta dunque, formalmente, l’obiettivo è raggiunto. Il problema è che nella sostanza, il Parlamento eletto dai cittadini non esercita alcun potere legislativo, il quale resta nelle mani dell’esecutivo, nella fattispecie la Commissione europea (1) e il Consiglio (2): la prima
propone il testo di legge, il secondo lo approva o respinge; il Parlamento ha il solo potere di emettere un parere non vincolante.
Negli anni l’iter legislativo viene modificato, fino al Trattato di Maastricht del 1992 che introduce la ‘codecisione’: Parlamento e Consiglio votano su un piano di parità le proposte di legge della Commissione. La nuova procedura si applica solo in quarantaquattro settori di intervento, e occorre attendere il Trattato di Lisbona (2007) perché i settori siano portati a ottantacinque, in quella che oggi viene definita “procedura legislativa ordinaria”. Ne restano significativamente esclusi ambiti quali le liberalizzazioni di servizi, la concorrenza, le imposte, l’occupazione, in cui il Parlamento è tuttora confinato nell’inutile azione consultiva di un parere non vincolante. In aggiunta, la Commissione è ancora oggi l’unica detentrice del “diritto di iniziativa”: il Parlamento non può proporre una legge, al massimo può chiedere (!) alla Commissione di presentare una sua proposta.
Ottantacinque settori quindi, nei quali attualmente i parlamentari sembrerebbero avere perlomeno voce in capitolo. L’Unione europea si fa forza dell’esistenza di un’Assemblea elettiva: “Il fatto che si tratti di un organo eletto direttamente dai cittadini garantisce la legittimità democratica del diritto europeo” si legge in una delle tante pubblicazioni che mirano ad avvicinare i cittadini alla Ue (3).
Legittimità democratica, dunque. Per verificare quanto essa sia reale, o sia propaganda, occorre a questo punto intraprendere l’irta via delle procedure europee, che paiono scritte con l’intento di far desistere chiunque intenda cimentarsi nel tentativo di comprenderle.
La codecisione prevede tre possibili letture in Aula e un meccanismo di conciliazione tra Commissione, Consiglio e Parlamento, che si apre quando fallisce il passaggio della seconda lettura e mira a trovare un compromesso prima di arrivare alla terza e ultima (per i dettagli della procedura si rimanda alla Figura 1: descriverla a parole è impresa dai contorni kafkiani).

Figura 1. Procedura legislativa ordinaria Unione europea. Fonte: Unione Europea, Codecisione e conciliazione. Guida a come il Parlamento colegifera nel quadro del Trattato di Lisbona, gennaio 2012

Secondo la “Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione” dell’ultima legislatura (2009-2014), redatta dai vicepresidenti competenti per la conciliazione (Gianni Pittella, Alejo Vidal-Quadras e Georgios Papastamkos), “rispetto alle due legislature precedenti (1999-2004 e 2004-2009), il numero di accordi raggiunti nella fase iniziale ha registrato un sensibile aumento […] Per un numero molto elevato di fascicoli (455 [su 488, n.d.a.]) sono stati raggiunti accordi nella fase iniziale (vale a dire in prima lettura o all’inizio della seconda lettura). Questo numero rappresenta il 93% di tutti i fascicoli di codecisione approvati, rispetto al 54% e all’82% rispettivamente durante la quinta e la sesta legislatura. […] solo 9 fascicoli sono stati oggetto di conciliazione, di cui 8 sono stati approvati in terza lettura”.
Il Parlamento europeo quindi, tra il 2009 e il 2014 è riuscito ad approvare il 93% delle proposte di legge tra la prima e la seconda lettura, senza dover arrivare al passaggio ristretto della conciliazione. Parrebbe positivo: l’attività di dibattito, confronto, compromesso tra le varie anime politiche all’interno dell’Assemblea ha prodotto nuova legislazione (non entriamo nel merito delle norme approvate, di stampo neoliberista: ancora una volta sottolineiamo che qui ci interessa analizzare solo l’aspetto ‘democratico’ delle istituzioni europee). In realtà le cose stanno diversamente: la maggiore attività e rapidità legislativa è dovuta all’espansione dei ‘triloghi’.
Procedura informale non prevista in alcun trattato europeo, ma via via istituzionalizzata con il suo inserimento nelle ‘modalità pratiche’ della codecisione e successivamente nel regolamento del Parlamento, i triloghi sono riunioni ad accesso ristretto tra Commissione, Consiglio e Parlamento, a cui partecipano tre gruppi negoziali composti ciascuno da non più di dieci persone: trenta persone in tutto quindi, che a porte chiuse – nessuna trascrizione né relazione ufficiale esce da questi consessi – cercano la quadra di una proposta di legge, spesso già in fase di prima lettura. Trovato il compromesso, 751 parlamentari ricevono le istruzioni di voto, e pigiano il relativo bottone.

Figura 2. Percentuale dei fascicoli di codecisione approvati in prima, inizio seconda e terza lettura nel periodo 2009-2014 per commissione parlamentare; tra parentesi è indicato il numero dei fascicoli approvati dalla commissione durante la legislatura europea. Fonte: Unione europea, Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione, 14 luglio 2009/30 giugno 2014, settima legislatura

Per il quinquennio 2009-2014 la Relazione segnala la messa in piedi di 1.500 triloghi su circa 350 proposte di legge, e arriva a definirli “una caratteristica distintiva della procedura legislativa ordinaria”. Poche righe dopo, la stessa Relazione lancia un allarme: “Dati l’aumento del numero di fascicoli di codecisione adottati nelle fasi iniziali e il parallelo aumento dei negoziati interistituzionali ‘dietro le quinte’, le preoccupazioni circa la trasparenza e il rendiconto del processo legislativo sono continuate sotto la legislatura 2009-2014”.
In chiusura, il testo arriva addirittura a suggerire delle proposte per cercare di rendere i triloghi più “trasparenti”: “Inevitabilmente, i timori circa la trasparenza della procedura di codecisione continuano a essere una delle principali priorità dell’agenda politica […] tra gli esperti della codecisione l’impressione generale è che la procedura sia efficiente ed efficace e in grado di offrire normative importanti e di qualità ai propri cittadini. Tuttavia si riconosce nel contempo che, mentre la trasparenza al 100% dei negoziati non è né possibile, né necessaria [!], si potrebbero prevedere alcune misure concrete per migliorare la trasparenza e la pubblicità dei negoziati e dei fascicoli adottati. Per esempio, alla Conferenza il vicepresidente della Commissione Šefcovic ha proposto che le istituzioni prendano in considerazione la creazione di un registro pubblico sui triloghi che potrebbe essere reso pubblico e contenere, tra l’altro, informazioni sui fascicoli oggetto di negoziato e la composizione delle squadre negoziali e, una volta raggiunto l’accordo su un fascicolo specifico, tutta la relativa documentazione. Si tratta di un’idea sulla quale le istituzioni potrebbero riflettere ulteriormente insieme”.
Dal suggerimento della Relazione si possono trarre alcune considerazioni: non è possibile sapere pubblicamente quali proposte di legge siano oggetto di negoziazione nei triloghi; non è possibile conoscere pubblicamente la composizione dei tre gruppi di lavoro (Commissione, Consiglio, Parlamento) che vi partecipano; tutta la documentazione, come già accennato, è riservata. Infine: è evidente che la parola ‘trasparenza’ è un surrogato del termine ‘democrazia’, la cui assenza non può certo essere evidenziata in una relazione ufficiale; ma per quanto si scelga di usare un linguaggio mediato, la denuncia è forte, se si pensa l’ambito da cui proviene.
Significa che il meccanismo dei triloghi ha raggiunto livelli a tal punto preoccupanti da mettere in allarme la stessa classe dirigente; non tanto per il venir meno del principio democratico – difficile immaginarla affaccendata in simili angustie – quanto per la gestione interna dell’equilibro di potere tra le diverse formazioni politiche, divenuta probabilmente più ardua.
E in effetti, se si entra nel dettaglio delle varie commissioni parlamentari, specializzate nei diversi settori (economico, ambiente, sanità, agricoltura ecc.), si comprende immediatamente l’apprensione manifestata nella Relazione (figure 2 e 3). La commissione per i problemi economici e monetari (ECON), che ha portato il Parlamento ad approvare il 100% delle proposte di legge tra la prima (98%) e la seconda (2%) lettura, ha avuto il più alto numero di triloghi (331, per 54 leggi approvate); la commissione per l’ambiente, la sanita pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) registra il 98% delle proposte legislative approvate tra la prima (84%) e la seconda (14%) lettura, con 172 triloghi su 70 fascicoli di legge; la commissione per le libertà pubbliche, la giustizia e gli affari interni (LIBE) e riuscita a far approvare il 100% delle proposte legislative tra la prima (86%) e la seconda (14%) lettura, con 155 triloghi su 50 fascicoli di legge; e via a seguire (rimandiamo alle tabelle, per una lettura più immediata dei dati).

Figura 3. Percentuale di triloghi per commissione parlamentare durante la settima legislatura europea (2009-2014). Fonte: Unione europea, Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione, 14 luglio 2009/30 giugno 2014 settima legislatura

In sostanza, l’alto numero di triloghi ha portato a una più rapida approvazione delle leggi da parte del Parlamento, attraverso un meccanismo estremamente semplice: la sua esautorazione.
La trasformazione dei parlamentari in utili idioti – non se ne abbiano a male, ma a questa stregua non si sa che altro ruolo attribuirgli, non certo quello di legislatori – che votano a comando.
Stato di diritto, dunque, si diceva, separazione dei poteri, e democrazia. Possiamo considerare i trattati istitutivi dell’Unione come la sua Carta costituzionale, e i triloghi non sono contemplati all’interno della procedura legislativa di codecisione – l’Unione non è dunque uno Stato di diritto. Commissione e Consiglio sono organi esecutivi, eppure detengono anche il potere legislativo – l’Unione quindi non rispetta la separazione dei poteri. Il Parlamento è l’istituzione espressione della sovranità popolare, ma non ha il diritto di iniziativa legislativa ed è di fatto estromesso dall’esercizio del proprio potere – l’Unione quindi non è democratica. Si ribatterà che la Ue, come tipologia di istituzione, non è uno Stato, e questo è certo: nasce come un insieme di trattati economici di impostazione liberista, e tuttora non è nulla più di questo (4). Niente quindi le impone di rispettare principi come Stato di diritto, separazione dei poteri, democrazia. Soprattutto nel momento in cui quest’ultima, per il pensiero neoliberista, è un ostacolo. Ma a questo punto il quesito fondamentale è: per quanto tempo ancora i cittadini europei accetteranno di essere rimbecilliti dalla propaganda?
 


1) Organo esecutivo in cui siede un rappresentante per ogni Stato membro dell’Unione, designato dal presidente della Commissione in accordo con i governi dei diversi Paesi; il Parlamento europeo deve approvare l’elezione del Presidente – il cui nome, per la prima volta nelle elezioni del 2014, è stato preventivamente indicato nella scheda elettorale accanto al
simbolo dei diversi partiti politici – e dei 27 commissari. Attualmente il presidente è Jean-Claude Juncker, e il commissario italiano è Federica Mogherini
2) Composto da un ministro per ogni Paese, competente per il tema trattato (trasporti, giustizia, ambiente, affari economici ecc.
3) Come funziona l’Unione europea. Guida del cittadino alle istituzioni dell’Ue, Pubblicazioni dell’Unione europea, 2013
4) Cfr. Giovanna Cracco, L’Europa vista da sinistra, Paginauno n. 39/2014


sabato 4 maggio 2019

Euro: una questione di classe

di Thomas Fazi
 
[Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell'incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica neoliberista dell’UE? Se “no” perché? È più opportuno un processo di riforme economiche nel contesto europeo? Come rapportarsi ai vincoli economici imposti dall’UE? Se si può “reggere” questa uscita come? Quali strategie adottare? Si deve ritornare alla propria moneta? È possibile un’alleanza economica con altri Stati dalla struttura economica più simile alla nostra?»].
La prima cosa da dire è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.
L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.
Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».
Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.
E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.
E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania – e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.
Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani – e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani – non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.
Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute: «L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».
Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche – ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse –, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello – di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania – a scapito di altri.
Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali – cioè nelle federazioni compiute – questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.
Che è esattamente quello che non c’è – e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo – in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.
E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono – non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo – le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia – come si evince dal termine stesso – si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica – che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. – i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.
In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.
Dunque oggi – come ieri – la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli – e da noi il processo è a malapena iniziato.
E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE – come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo – lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.
Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora – con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia – o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica – e dunque di democrazia – necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.
E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.
Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.
Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.
Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.
E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.
Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.
Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.
Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.
Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.
Dunque l’idea che l’Italia – una delle prime dieci economie al mondo – non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione – spesso e volentieri fomentata ad arte – ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.
Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht – dunque di prima di aderire all’UE – l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.
Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino – se non addirittura alla morte – degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.
E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.
Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».
Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.