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venerdì 15 novembre 2019

Bolivia: golpe o (contro) rivoluzione?

Un punto di vista




Di Fernando Molina da nuso.org

  Come interpretare ciò che è successo in Bolivia? Il movimento culminato con la rinuncia di Evo Morales e la polemica proclamazione di Jeanine Añez come presidente ad interim, è stato il prodotto di dinamiche diverse e preannuncia un capovolgimento politico-ideologico sostenuto da una torsione in senso conservatore. Nonostante tutto però, lo scenario boliviano è ancora aperto

Il presidente boliviano Evo Morales è stato spodestato. Secondo diversi paesi, migliaia di osservatori stranieri e molti boliviani, ciò è stato il frutto di un colpo di stato. I motivi a sostegno di questa tesi sono diversi, fra questi risalta la sequenza di eventi dello scorso 10 Novembre. Poco prima che Morales leggesse la sua rinuncia nella rete televisiva di stato, davanti alla stampa si è presentato l’alto comando militare, e il suo comandante in capo, il generale William Kaliman, “ha suggerito” al presidente di dimettersi- “ Post hoc ergo propter hoc”: quando un fatto succede a un altro, si suppone sia stato causato da questo. Tutto ciò non considera, fra le altre cose, che anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), guidata da un dirigente vicino al partito di governo, il Movimento per il Socialismo (MAS), il minatore Juan Huarachi, ha chiesto a Morales di rinunciare. Perché Huarachi, certo al di sopra di ogni sospetto di simpatie imperialiste ha fatto una richiesta del genere? Perché nella mobilitazione contro Morales si sono mossi i minatori di Potosì, una regione che fino al 2015 è stata un bastione del MAS e che poi gli si è rivoltata contro, tanto che i suoi dirigenti lo hanno nominato “il nessuno” della regione

D’altro canto, molti altri boliviani ritengono che il processo che ha portato allo spodestamento di Morales sia una rivoluzione liberatrice contro “ un dittatore”. Un’idea che non tiene conto dei seguenti fattori: perché questa “ dittatura” non ha tentato di affidarsi ai militari per difendere il suo potere? Perché non ha tentato di zittire i mezzi di comunicazione, per mezzo dei quali, i dirigenti dei comitati civici hanno invocato insistentemente la messa al bando del presidente? E le domande seguono.

La verità non sta nelle interpretazioni ideologiche. Ciò nonostante, le dispute dottrinarie sui fatti boliviani -golpe o rivoluzione liberatrice- saranno tanto interminabile quanto inconciliabili. Quest’articolo, lungi dal tentare di chiudere la discussione, intende aprirla, dando il giusto peso a nuove prospettive. Vediamo.

La prima causa della caduta di Morales è sta la sollevazione di settori sociali urbani e della classe media della popolazione, che ha paralizzato tutte le città del paese. Questa sollevazione è cominciata dopo che il Tribunale Elettorale aveva annunciato che il risultato delle elezioni del 20 Ottobre aveva visto la vittoria alla prima tornata di Morales – risultato che la giunta delle elezioni dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), ha considerato a posteriori illegittimo. Malgrado ciò le motivazioni che hanno spinto la gente a mobilitarsi vanno al di là “ dell’indignazione per la frode”.

La classe media “tradizionale” non ha mai accettato del tutto Morales. Le ragioni sono diverse, dalla sua condizione di indio, che è sempre stato un fattore di rifiuto, fino alla svalutazione, nel suo governo, del capitale educativo umano rispetto a un altro genere di”capitali” (essere dirigente sociale era più importante per ottenere una carica pubblica che possedere un dottorato), tutti motivi che pregiudicavano le sue aspirazioni.

Bene, questa opposizione più o meno costante di una classe a un governo, che le ha sottratto potere simbolico e politico, si è radicalizzata e si allargata alle classi popolari per due motivi: a) l’inganno generale per la manovra che Morales ha messo in atto per essere rieletto ancora una volta, malgrado avesse perso il referendum del 2016, convocato per rimuovere gli ostacoli istituzionali che lo impedivano; b) le irregolarità multiple e la contraddizione del processo elettorale del 20 Ottobre del 2019 e l’inettitudine della giunta del Tribunale Elettorale.

La complicata e travagliata applicazione istituzionale del primo motivo ha privato il Tribunale Elettorale di capacità tecnica e di attendibilità sociale. Allo stesso tempo ha generato nei boliviani di diverse classi sociali la convinzione che il governo era capace di ogni genere di triquiñuelas (cioè di comportarsi alla maniera della vernacolare “vivacità creola”) pur di restare al potere.

Per queste ragioni, non solo le opposizioni erano già predisposte a denunciare la frode prima ancora dello stesso espletamento delle elezioni, come ha denunciato il MAS, ma la denuncia ha avuto una tale presa da essere creduta da ampi strati della popolazione. La diffidenza della gente nei confronti del governo è stata determinante nella dinamica di radicalizzazione della protesta, malgrado le concessioni del presidente, ed è stata al tempo stesso la chiave di volta dell’adesione di certi settori popolari e indigeni alle dimostrazioni nelle aree del paese e delle classi più fortemente antieviste. Cosa ha provocato questa diffidenza? Nient’altro che l’attitudine “rielezionista” di Morales, che cozzava con la cultura politica boliviana, tradizionalmente favorevole all’alternanza.

L’elemento basilare della caduta di Morales è stata la sollevazione delle città unitamente ad alcuni settori dei lavoratori. Tuttavia il fattore scatenante è stata la ribellione della Polizia, dovuta a motivazioni radicate nella gestione dell’azione di governo (con Morales, la Polizia, ha perso privilegi e ha ricevuto meno benefici dei militari). Ciò nondimeno, considerando anche la condizione di parziale militarizzazione di questa istituzione, per forza di cose il suo comportamento deve aver avuto come premessa un processo di sfaldamento della disciplina, che è stato a sua volta il frutto di “forti pressioni sociali e ambientali”, come accade in tutte le insurrezioni.

Il popolo travolge gli agenti del potere con la sua sollecitudine e i suoi ricatti emotivi. In questo modo l’hanno rappresentato i grandi teorici della presa violenta del potere. In anticipo di quasi un secolo, Lenin ha descritto gli avvenimenti degli ultimi giorni e delle ultime ore di Morales, quando disse che una situazione rivoluzionaria si caratterizza per il fatto che “che quelli di sopra non riescono più a esercitare il comando su quelli di sotto, come hanno sempre fatto”.

In effetti, l’ultima molla del potere, i corpi militari, inizialmente subordinati al governo, alla fine si sono resi autonomi da questo e hanno iniziato ad agire in maniera imprevedibile, contraddittoria e in definitiva sediziosa almeno quanto i manifestanti: la Polizia attivamente, unendosi a questi, i militari passivamente, prima negando al presidente la difesa e poi chiedendogli di andarsene.

Sciopero generale, paralisi della vita urbana, organizzazioni spontanee delle masse al fine di amministrare i servizi basilari e i mezzi di trasporto, sviluppo di forme embrionali di organismi coercitivi, presa di istituzioni statali, “ doppio potere” in vaste aree del territorio: tutti questi fenomeni, che compongono un quadro familiare per la sinistra come elementi di insurrezioni spontanee care alla sua storia (ad esempio quelle del 1905 e del Febbraio del 2017 in Russia), in maniera analoga si sono manifestati in Bolivia durante le due settimane e oltre della durata della crisi.

Bene, “insurrezione” è solo il nome di una forma, la più estrema, di alterazione dell’ordine sociale, quando questo va in frantumi e cede a una pressione proveniente dal basso. Il concetto non dice nulla riguardo alla naturalità di questo ordine né riguardo alla direzione della forza in ascesa che lo infrange.

La Bolivia è un paese di insurrezioni: Renè Zavaleta diceva che era la Francia del Sudamerica, dove la politica si dispiegava nel suo svolgimento classico: per mezzo di rivoluzioni e contro rivoluzioni. Sedici anni fa, un’altra sollevazione, simile a quella attuale, ma di segno contrario, spodestò il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Nel Giugno del 2015 un’altra insurrezione finì con il governo di Carlos Mesa.

Quale ordine era messo in crisi in quelle circostanze? L’ordine democratico elitario/elitista neoliberista. Qual era il senso della forza in ascesa che lo ha messo in crisi? Progressista, democratico-comunitarista e antielitista. Nel trionfare, questa forza ascendente ha consumato una rivoluzione politica (non sociale, secondo la celebre differenziazione marxista) di carattere antielitista, di sinistra, nazional-popolare e indigenista. Per una serie di contingenze si è riusciti a contenere questa forza dentro una cornice democratico-liberale. Date le sue caratteristiche, questa rivoluzione, sul piano geopolitico ha imposto le ragioni del nord ( in maggioranza indigeno e indigenista) su quelle del sud-est ( in maggioranza bianco e conservatore); come dire La Paz ed El Alto sopra Sucre-Tarija.

Bene, quale ordine è caduto con Morales? Quello democratico, corporativo, rielezionista e plurinazionale. E qual è il senso di quella forza ascendente che lo ha abbattuto ?Non lo sappiamo ancora del tutto, sebbene esistano già alcuni indizi:


- Una forza diretta da rappresentanti delle classi elevate ma populiste, capace di rivolgersi alla popolazione in generale e interessate a influire su tutti gli strati sociali;


- Un’alleanza fra due segmenti sociali: uno prevalentemente bianco e urbano, con scarsa connessione con i segmenti indigeni, e l’altro popolare e indigeno, soprattutto di Potosì;


- Una forza che proviene dal sud-est del paese e si avvale di un’adesione precaria di La Paz, El Alto e Cochabamba, che però non si è ancora consolidata in queste città;
 

- Una forza antagonista al modello economico e politico di Evo Morales. Pertanto antistatalista (fino a che punto?) e opposta (fino a dove?) allo stato Plurinazionale o stato con diritti speciali per gli indigeni. In questo senso è importante capire cosa è successo con la bandiera indigena o wiphala. Durante tutta la mobilitazione è stata il simbolo del MAS e chi la portava si rivelava come simpatizzante di questo partito e come nemico. Dopo la rinuncia presidenziale però e prima della violenta reazione di certi gruppi indigeni alla caduta di Morales e soprattutto prima dell’incendio della wiphala e dello sfregio di questa che si è verificato durante la rivolta, i leader di questa non si sono fatti problemi a incorporare questo simbolo nel loro repertorio di agitazione politica;
 

- Una forza conservatrice che cerca di “ far tornare Dio e la Bibbia nel Palazzo”, che raccoglie seguaci e che rappresenta la propria mobilitazione – nel significato teatrale della parola “rappresentare”- con un cerimoniale religioso;
 

- Una forza che si pone all’insegna della democrazia liberale anticorporativa, che ancora non sappiamo se saprà dispiegarsi in un contesto democratico e se riuscirà o no a formare un governo legittimo.

In definitiva, possiamo dire che il trionfo di questa forza per mezzo di un’insurrezione è simmetrico, ma inverso, al trionfo insurrezionale del ciclo nazional-popolare (2006-2019). La storia boliviana oscilla a mo’ di pendolo: un cambiamento di elite – una rivoluzione politica- si dispiega e prepara le condizioni per un altro cambio di elite –un’altra rivoluzione politica- che allora funziona rispetto alla prima come una controrivoluzione.

Si tratta, insisto di quel movimento di pendolo, osservato innumerevoli volten ella storia boliviana, che va da un progetto di una elite a un progetto contro elitario, e viceversa. Si tratta per dirlo con un altro esempio del “ ciclo nazionalismo-privatismo-nazionalismo”. O per usare dei termini noti nel dibattito boliviano, si tratta di uno “stallo catastrofico” fra due blocchi sociali, due tipi di elite, due aree geografiche, due visioni del paese, che i dirigenti boliviani, impegnati fin a ora in gioco vinci-vinci, non sono stati capaci di conciliare e riconciliare.

Morales è riuscito a mantenere l’egemonia politica fra il 2009 e il 2014, ma non è riuscito a conservala perché non ha saputo fare le concessioni chiave all’altra parte: sacrificare la sua rielezione, che avrebbe permesso di istituzionalizzare il potere del MAS. Da parte loro, le forze ascendenti del momento hanno avuto l’opportunità di pattuire con Morales un’uscita ordinata del suo governo, quando fino alla fine questi ha chiesto una riunione per definire che fare con la crisi, ma hanno preferito non scendere a patti e togliere tutto l’ossigeno al presidente, perché ingolositi dalla possibilità di una vittoria “finale” sul grande rivale di tanti anni. Il risultato è stato una vittoria per loro, ma una dura sconfitta per le forze opposte, e pertanto una situazione instabile e potenzialmente esplosiva, come si è potuto vedere nei primi giorni del nuovo potere. 

La mancanza di un sistema di regole che permetta di risanare la “ crepa” fra le elite plebee e le elite antiche o tradizionali: questa è la ragione per la quale il paese non raggiunge un “consenso nazionale” e precipita in un circolo vizioso di rivoluzione e controrivoluzione.

Colpo di Stato, rivoluzione e controrivoluzione sono tre forme di rottura del flusso democratico; possono dar luogo, come nel 2003-2005, a processi politici che poi vengono reinseriti in tale flusso, soddisfacendo un requisito urgente del tempo attuale, e a processi che non hanno successo, un fallimento che, in questi stessi tempi, porta al fallimento a livello internazionale. Ognuna di queste categorie ha delle implicazioni precettive o di “dover essere”. Si suppone che “non dovrebbe” essere colpo di stato, non dovrebbe essere rivoluzione, ecc. E’ da qui che questi concetti politologici, questi artefatti teorici, si convertono in strumenti di battaglia politica.

Al di là di queste strumentalizzazioni, noi possiamo recuperare un senso lessicale autentico.

Scarteremo quindi, il concetto di “colpo di stato” inteso nel suo significato di putsch, “blanquismo” o cospirazione esterna al processo politico concreto, e pertanto senza responsabili, un prodotto esclusivo di una volontà aliena, concetto che assolve il governo di Morales da tutti gli errori e che minimizza l’usura di quattordici anni di potere. Noi rimaniamo piuttosto con l'idea di pendolo rivoluzione-controrivoluzione, come espressione della frattura sociale che divide la società boliviana.


Traduzione per doppiocieco di Franco Cilli



domenica 14 ottobre 2012

Bolivia, crescita senza privatizzazioni


Un'opzione diversa ce l'abbiamo. Il liberismo non è l'unica strada percorribile. Se prevalgono logiche antiumane è solo perché coloro che agiscono unicamente per i loro intressi sono più forti e organizzati. Fortunatamente ci sono le eccezioni. Facciamo in modo che divengano la regola.

 
di Hedelberto Lopez Blanch da www.aporrea.org via marx21

Il giornalista cubano Hedelberto Lopez Blanc, autore di studi sull'emigrazione cubana negli USA e sui medici cubani nel mondo, scrive per il quotidiano “Juventud Rebelde” e il settimanale “Opciones”.

Le nazionalizzazioni, e le rescissioni di contratti di concessione, realizzate in Bolivia da quando Morales ha assunto la presidenza nel 2006, hanno contenuto la fuga di capitali, hanno dato impulso a una crescita economica stabile e all'aumento dei servizi a beneficio della maggior parte della popolazione.

I successi ottenuti nei sei anni di governo di Morales si possono apprezzare in tutti i settori economici e sociali della nazione andina, che ha cominciato a lasciarsi dietro le spalle più di due secoli di sfruttamento da parte di governi stranieri e compagnie multinazionali con il consenso delle oligarchie “criollas”.


Il fatto è che in Bolivia hanno avuto luogo trasformazioni profonde che stanno facendo uscire dalla miseria, dall'ignoranza e dalla discriminazione la maggioranza della popolazione.

Uno dei primi compiti assolti dallo stato plurinazionale è stato quello di implementare un programma che eliminerà l'ignoranza estrema di milioni di boliviani, e con l'aiuto di specialisti cubani e venezuelani, l'UNESCO ha dichiarato il paese Libero dall'Analfabetismo.

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è cresciuto dal 2006 a un ritmo medio del 4% mentre i programmi sociali risultano ampi e diversificati e ad essi vengono destinati circa 2.000 milioni di dollari, in gran parte per l'apparato statale per il quale fino al 2005 venivano investiti solo 500 milioni di dollari.

La povertà estrema che colpiva il 68,2% della popolazione nel 2003, si è abbassata al 26% nel 2011, secondo dati del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), mentre il governo continua ad applicare misure per eliminarla completamente.

La generazione di fonti di lavoro emerge come una costante nell'impegno del governo. Nel 2011 ha destinato 3.000 milioni di dollari per costruire strade, installazioni di tubature per l'acqua potabile e la rete fognaria, scuole, centri sanitari, ospedali, piccole industrie, tra l'altro.

L'investimento pubblico nei trasporti, nell'edilizia abitativa e nelle telecomunicazioni ha generato circa 250.000 nuovi posti di lavoro in tutto il paese, uno dei motivi per cui la Bolivia conta su uno dei tassi di disoccupazione più bassi di tutta l'America Latina, solo il 5,5%.

Sono state installate nuove fabbriche per la carta, il cartone, le vernici, l'alimentazione; lo Stato appoggia finanziariamente e commercialmente piccoli prodotti industriali e contribuisce allo sviluppo generale dell'agricoltura.

Le buone gestioni economiche hanno fatto si che le Riserve Internazionali Nette (RIN) ammontassero a fine giugno a 12.600 milioni di dollari, mentre prima del 2006 non superavano i 3.000 milioni di dollari.

Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, organismi per nulla amici delle riforme sociali a favore dei popoli, hanno riconosciuto i progressi raggiunti dalla Bolivia negli ultimi anni e il capo della missione del FMI a La Paz, Gabriel Lopetegui, ha rimarcato recentemente “il buon impegno economico, i progressi nella redistribuzione delle entrate e l'inclusione sociale, la “bolivianizzazione” dell'economia e la gestione prudente e adeguata del debito”.

Nella riduzione della povertà e della disuguaglianza hanno influito i programmi sociali attuati come il pagamento di rendite vitalizie tra 1.800 e 2.400 pesos alla popolazione con oltre 60 anni, che comprende 800.000 adulti.

Inoltre lo Stato concede rendite di 1.800 pesos a donne in stato di gravidanza e puerpere fino a quando i loro figli compiano due anni, il che aiuta a combattere gli indici di morbilità delle donne gestanti e dei bambini fino a 5 anni per infermità che è possibile prevenire.

Altri programmi sociali si sommano a questi sforzi come il pagamento di 200 pesos annui pro capite a 1,6 milioni di studenti tra il primo e l'ottavo grado per invertire gli indici di abbandono scolastico nel paese, dove prima del 2006 l'analfabetismo colpiva 27 su 100 abitanti.

Ma tutti questi successi non si sarebbero potuti realizzare senza aver prima recuperato le ricchezze nazionali (produttive, minerarie e dei servizi) che prima erano sfruttate da compagnie private e i cui guadagni venivano sottratti al paese.

Governi neoliberali come quello di Gonzalo Sanchez de Lozada (1993-1997 e 2002-2004) hanno aperto le porte del paese al capitale straniero con enorme pregiudizio per la popolazione.

Per questo, i risultati economici e sociali ottenuti negli ultimi anni si devono in larga misura al recupero da parte del governo di Evo Morales di importanti settori e risorse naturali come il petrolio, il gas, il legname, l'oro, l'aviazione, le telecomunicazioni, l'elettricità, la telefonia, il trasporto pubblico.

In breve sintesi si possono enunciare le principali iniziative. Nel maggio 2006 si decreta la nazionalizzazione degli idrocarburi, specialmente del gas, principale fonte di valuta per il paese, e inizia la negoziazione di nuovi contratti di sfruttamento con le imprese straniere e nell'ottobre dello stesso anno si statalizza nuovamente la miniera di stagno di Huanuni.

Nel febbraio 2007 si nazionalizza la fonderia Vinto, in mani svizzere, e nel marzo 2008 le quattro filiali della ispano-argentina Repsol YPF, le britanniche Ashmore e British Petroleum e il consorzio peruviano-tedesco CLBH.

Il mese seguente, la statale YPFB si trasforma nella corporazione che dirige la nazionalizzazione petrolifera e si crea l'Impresa Boliviana di Industrializzazione (EBIH), e in maggio si acquisisce il cento per cento della Compagnia Logistica degli Idrocarburi (in mani peruviane e tedesche) e della telefonica Entel, filiale dell'italiana Telecom.

In seguito si recupera la maggioranza delle azioni delle petrolifere Chaco, Panamerican Energy (del gruppo British Petroleum); di Andina, filiale di Repsol YPF; e di Transredes, che trasporta idrocarburi con la partecipazione della britannica Ashmore e dell'anglo-olandese Shell.

Nel febbraio 2009 vengono espropriati 36.000 ettari di terre a latifondisti (15.000 alla famiglia statunitense Larsen Metenbrink), che imponevano la servitù agli indios guarani.

Seguono altri recuperi come le imprese elettriche Corani, Guaracachi e la Luis y Fuerza Eléctrica de Cochabamba. Nel maggio scorso sono state espropriate le azioni di Red Eléctrica Espanola (REEE) nell'impresa di Trasporti dell'Elettricità (TDE).

Nonostante le costanti azioni di destabilizzazione messe in atto dall'oligarchia, con l'appoggio di paesi stranieri, il governo di Morales ha ottenuto innumerevoli successi economici e sociali mai visti in questo paese dalla sua fondazione.

Traduzione a cura di Marx21.it

domenica 14 settembre 2008

Bolivia: la strage di pando come portella della ginestra. IL VERO VOLTO DEL LIBERALISMO

A costo di essere monotoni, copiamo e incolliamo un'altro pezzo di Gennaro Carotenuto.
Qualche sera fa ho sentito (su Radio Radicale) un esponente Radicale chiamare i secessionisti boliviani “liberali conservatori”, e paventare un precipitare della tensione in America Latina, a causa, anche, del “vetero-marxismo” di brutti ceffi del genere Chàvez. Il bello è che l'esponente Radicale era perfettamente a conoscienza del contesto (riforme agrarie impedite, indigeni trattati come subumani eccetera), ma il dogma liberale dei Radicali gli impediva di prendere partito come, ad esempio, era pronto a fare per il conflitto Russia-Georgia (ovviamente tutto contro la Russia, per una questione “di principio”, ignorata da una Comunità Europea “in ginocchio” di fronte all'Orso).
Cosa c'è da meravigliarsi?
È questo il liberalismo che prolifera nell'affabulazione Radicale.
Il loro migliore dei mondi possibile è sempre l'inferno di qualcun altro.
Ma quel qualcun altro, si sa, è ineducato, massimalista, strumentalizzato.
Insomma, un negro.
Domenico D'Amico

BOLIVIA: LA STRAGE DI PANDO COME PORTELLA DELLA GINESTRAIL. L'ODIO DEI RICCHI CONTRO I POVERI.
di Gennaro Carotenuto
Quando a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti.
Perché i poliziotti sono figli dei poveri
Pierpaolo Pasolini
Li abbiamo visti tutti i soldatini boliviani inermi, facce da adolescenti indigeni massacrati di botte dai giovani bianchi o sbiancati, creoli o che si sentono creoli o che credono che con quei calci, quegli sputi, quell’odio diventeranno creoli. Li abbiamo visti i soldatini boliviani scappare via nelle strade di Santa Cruz o di Trinidad.
Quei ragazzi contadini dell’altipiano, soldatini di leva microscopici con quelle divise sempre troppo grandi. Avevano le lacrime in faccia impastate nel loro sangue e nel fango degli stivali di chi li ha umiliati. Nei loro occhi più che l’odio c’era il terrore. Il terrore di chi ancora una volta si vede sopraffatto. Il terrore di chi viene bastonato da 500 anni ogni volta che tenta di alzare la testa e teme che anche questa volta finirà nella stessa maniera.
Ma abbiamo guardato in faccia anche questi giovani di classe media manovrati da quelli di classe alta. Aizzati all’odio con tutti gli argomenti più indegni, il razzismo aperto del “mai accetteremo un indio presidente”, la demagogia più bieca e l’organizzazione della violenza, il paramilitarismo di organizzazioni neofasciste come la UJC, che rende complici giorno per giorno. Chi scrive si pregia di non usare mai il termine fascismo a sproposito. Ma nelle azioni di queste bande sempre meno spontanee e sempre più paramilitari, non si può non vedere lo squadrismo del fascismo movimento, quella cooptazione della classe media da parte delle élite per usarle contro quella proletaria. E’ il partito dell’ordine dove l’ordine è quello classista, non quello democratico, che fu alla base del primo affermarsi dell’ideologia fascista ben prima di farsi regime.
E allora li abbiamo riconosciuti guardandoli in faccia, armati di bastoni, di armi da fuoco, perfino di fruste, sopraffare spavaldamente i soldati venuti a fermarli, riempirli di calci e sputi e poi avventarsi sui contadini, senza più freni né inibizioni fino a prendersela violentemente perfino con le cholas, le donne indigene che per tutta la vita li hanno accuditi, serviti. E’ umanamente impossibile capire come possano odiarle tanto. Eppure le odiano o forse le stanno vessando solo in una maniera diversa da come le hanno vessate per tutta la vita.
Li abbiamo visti dare l’assalto in maniera ogni giorno più sistematica a qualunque simbolo dello Stato e della convivenza civile, stazioni, aeroporti, scuole, ma soprattutto ai mercati dove gli indigeni offrono il loro lavoro. E’ oramai una guerra aperta dove lo Stato, la legalità, la democrazia semplicemente sono inermi di fronte all’odio di classe, all’odio razziale coniugato con la forza, all’odio incendiato con i soldi, tanti soldi, all’odio rafforzato dall’impunità, all’odio con alle spalle l’impero. Se lo Stato è nostro, viva lo Stato, ma se lo Stato pretende di farsi democratico e rappresentare tutti i boliviani, allora odiamo lo Stato e lo distruggiamo.
Dopo decine di azioni terroristiche selvagge (e noi conosciamo solo la violenza urbana, quello che succede nei latifondi dove l’indigeno è ancora schiavo lo ignoriamo) da Santa Cruz a Beni a Tarija (i dipartimenti epicentro del secessionismo) a Pando c’è stata dunque la prima strage come dio comanda. La prima verità di comodo parlava di scontri tra opposte fazioni, ma era una menzogna per evitare di dire chi ha torto e chi ha ragione, chi massacra e chi è massacrato in Bolivia. Ma non ci sono stati scontri a Cobija ma un massacro.
Sembra di raccontare Portella della Ginestra. Paramilitari e sicari, un vero squadrone della morte, hanno aperto il fuoco con le loro armi automatiche su di una manifestazione pacifica di contadini disarmati. Oramai non sono più né otto né quindici, ma si parla di almeno trenta morti ammazzati. E il mandante è il prefetto, il governatore Leopoldo Fernández, sinistro e non pentito collaboratore di due dittatori, torturatore e violatore di diritti umani. Il massacro, pensato a sangue freddo è funzionale al disegno. Vuole provocare la reazione dello Stato e del popolo per far passare da vittime i carnefici, con la complicità dei media, e vuole instaurare il terrore nella regione. Potrebbe essere il punto di non ritorno.
Venitemi a prendere adesso, provoca il mandante della strage, sapendo che lo stato di diritto è un simulacro in un dipartimento dove, dopo la strage, la proclamazione dello stato d’assedio si è rivelata inapplicabile. Come a Portella della Ginestra, mafiosi, latifondisti e l’impero alle loro spalle stanno già costruendo l’impunità.
Spaventato, massacrato, il popolo chiede armi, come in Spagna nel ‘36 e in Cile nel ‘73. Vuole difendersi e difendere la democrazia boliviana. E qui sta la grandezza di Evo Morales, la sua taglia di grande statista che sta emergendo ogni ora di più. Nonostante tutto, nonostante l’odio, gli insulti, le calunnie, continua incessantemente a chiamare al dialogo, a tendere la mano, continua a credere nelle regole della civiltà aymara alla quale appartiene, nella disciplina di uno che ha fatto il sindacalista per tutta la vita, nelle regole della democrazia e dello stato diritto, che si attagliano più a lui che ai presunti liberaldemocratici suoi oppositori spalleggiati dal governo degli Stati Uniti.
Forse sbaglia Evo, sicuramente non può fidarsi di quei quattro banditi che sono i prefetti dell’opposizione, ma non può prestare il fianco al nemico rispondendo con la forza e dando il via a una vera dichiarata guerra civile. Evo sa che si è arrivati a questo punto, con l’opposizione schiacciata sul suo stesso estremismo più folle e più violento perché ogni giorno lui, Evo Morales, è più popolare, più saldo, più convinto di stare cambiando davvero la Bolivia. E il popolo lo appoggia come ha testimoniato il . Sono loro, l’opposizione, ad aver bisogno della violenza, ad aver bisogno di incendiare il paese in un mare d’odio. Sono loro ad avere la forza ma non la ragione. confermandolo Presidente 10 agosto con il 67.4% dei voti 

sabato 13 settembre 2008

Janqui di merda

L’America integrazionista reagisce e si stringe intorno alla Bolivia, minacciata dal terrorismo secessionista finanziato da Washington e sull’orlo della guerra civile

di Gennaro Carotenuto (da Giornalismo partecipativo)

La situazione in Bolivia è drammatica. Nella giornata di ieri forze paramilitari facenti capo al prefetto (governatore) dell’opposizione del dipartimento di Pando, hanno provocato una strage di contadini che ha causato otto morti. Un altro grave attentato terroristico, con danni per 100 milioni di dollari al gasdotto che esporta il gas boliviano verso il Brasile, è stato condannato da tutti, meno che dal governo statunitense. Quell’attentato terroristico è parte di una strategia di destabilizzazione giunta al punto di non ritorno e che non colpisce solo la Bolivia ma tutta l’America latina integrazionista.
Ma la Bolivia non è sola: in un comunicato congiunto i governi del Brasile, del Cile, dell’Argentina e del Venezuela hanno affermato che “non riconosceremo nessun governo che pretenda di sostituirsi a quello democratico eletto dai boliviani e confermato in un referendum appena un mese fa con quasi il 70% dei voti”. Le parole più pesanti le ha usate il governo del brasiliano Lula da Silva: “il Brasile non tollererà, ripetiamo, non tollererà, nessuna rottura dell’ordine democratico in Bolivia”. La battaglia della Bolivia è quella di tutta l’America latina.
L’opposizione secessionista e golpista, dopo la durissima sconfitta subita nel referendum revocatorioha scelto dunque la via del terrorismo e della guerra civile. Sta cercando di ripetere il 2002 venezuelano, quando un colpo di stato sanguinoso, appoggiato dai governi statunitense e spagnolo e dal Fondo monetario internazionale, fu però spazzato via in 48 ore da milioni di cittadini venezuelani scesi in piazza in difesa del governo di Hugo Chávez. La stessa sorte toccò alla serrata golpista contro la PDVSA, la compagnia petrolifera di stato. Anche il sabotaggio dell’economia del paese fu sconfitto dalla resistenza popolare. dello scorso dieci agosto, quando il governo legittimo di Evo Morales sfiorò il 70% dei voti,
La Bolivia democratica, appena ieri costretta a espellere l’ambasciatore degli Stati Uniti Philip Goldberg, accusato di organizzare e finanziare la secessione delle province più ricche del paese, ha i mezzi per difendersi. Nonostante la rappresaglia statunitense, che ha espulso l’Ambasciatore boliviano e quello venezuelano e tirato fuori dal cilindro accuse di narcotraffico per funzionari del governo venezuelano, la Bolivia democratica può contare sulla reazione in propria difesa di tutti i più importanti governi dell’America latina integrazionista.
Tutti insieme, senza i pudori e le paure che hanno contraddistinto per decenni le relazioni con le oligarchie delle diverse nazioni e con Washington che queste ha sempre appoggiato, il concerto latinoamericano si è unito intorno a Evo Morales per dire all’opposizione e a Washington che non è più tempo di colpi di stato in America latina. E’ esattamente quello che prevede la carta della OEA, (l’organizzazione degli stati americani): nessun sovvertimento di governi democraticamente eletti sarà più accettato in America. Anche in questo caso stride il silenzio del governo degli Stati Uniti, un silenzio che invece appoggia apertamente la sovversione violenta del governo legittimo boliviano. Ma dell’appoggio statunitense al golpismo e al terrorismo, statene certi, i giornali di domani non faranno parola e invece parleranno d’altro.
L’escalation è iniziata. Il governo brasiliano ha denunciato che la propria Ambasciata a La Paz sta da giorni cercando di comunicare con l’opposizione ma che questa, semplicemente, rifiuta qualsiasi contatto con il governo del più importante paese della regione. Il Brasile vuole trovare una maniera di alleggerire la situazione e aprire una prospettiva di dialogo. L’opposizione, manovrata e finanziata da agenzie statunitensi come la USAID e il NED, non vuole il dialogo perché vuole portare la situazione ad un punto di non ritorno, alla caduta del governo legittimo, al golpe o alla piena guerra civile.
Dall’Argentina la stessa presidente Cristina Fernández ha espresso la sua durissima condanna per “il sabotaggio terrorista” e “condanna le azioni violente promosse dalle autorità locali [dei dipartimenti controllati dall'opposizione] del quale si rende protagonista l’opposizione” ed ha affermato che “l’Argentina è fermamente decisa a difendere l’integrità territoriale boliviana e conferma il suo pieno e incondizionato appoggio al governo di Evo Morales”.
Con un discorso franco si è espresso in pubblico il presidente venezuelano Hugo Chávez (vedi video), anch’egli sotto rumor di sciabole e vittima delle continue ingerenze statunitensi, e già sopravvissuto al golpe dell’11 aprile del 2002. Chávez, come misura di solidarietà alla Bolivia, ha espulso l’Ambasciatore statunitense a Caracas e richiamato il proprio da Washington e con parole durissime ha dichiarato che sarà disponibile a ristabilire relazioni diplomatiche solo con il prossimo governo degli Stati Uniti: “gli statunitensi devono imparare a rispettare i popoli dell’America latina”.