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sabato 11 giugno 2011

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte II

La posizione della missionaria
Gli Etiopi immaginano i propri dèi neri e camusi; i Traci, azzurri di occhi e rossi di capelli. Ma se i cavalli o i leoni avessero mani, o sapessero disegnare e plasmare opere come gli uomini, i cavalli rappresenterebbero gli dèi con le sembianze di cavalli e i leoni di leoni, rendendoli così so miglianti a se stessi (Senofane)
Introduzione
Mentre scrivo, ho sul tavolo una vecchia copia di L'Assaut [L'Assalto]. È, o più precisamente era, un organo propagandistico del dispotismo personale di Jean-Claude Duvalier di Haiti. Figlio smisuratamente grasso, gozzuto e stu pido di un padre tanto magro quanto spietato e intelligente (Jean-François "Papa Doc" Duvalier), il corpulento delfino era conosciuto da tutti, e con suo evidente imbarazzo, come "Baby Doc". Nel tentativo di salvare un po' di dignità e di affermare un ' identità distinta da quella paterna, L'Assaut recava il sottotitolo Organe de Jean-Claudisme.
Ma il fatto di evitare il più accurato "Duvalierismo", non servì ad altro che a sottolineare quell'impressione di repubblica delle banane, di culto dinastico che cercava di dissipa re. Sotto il titolo appare un uccello ridicolo, una specie di piccione grassissimo e quasi incapace di volare, ma che dovrebbe chiaramente rappresentare una colomba, a giudicare dal ramoscello d'ulivo stilizzato che stringe nel becco. Sotto l'obbrobrioso volatile campeggia a grandi lettere un motto in latino, In Hoc Signo Vinces, che sembra negare le intenzioni pacifiche ed erbivore del logo. I primi simboli cristiani, come la croce o il pesce, recavano talvolta questa iscrizione. L'ho vista su libelli che esibivano altri geroglifici e altri feticci, come la svastica. Certo è che nessuno riuscirebbe a conquistare qualcosa sotto un vessillo raffigurante l'emblema qui riprodotto.
All'interno, accanto a un lungo e adorante resoconto del l'anniversario di nozze del pingue primo cittadino di Haiti e della sua celebre sposa, Michèle Duvalier, c'è una grande fotografia. Ritrae Michèle, dignitosa, tranquilla ed elegante nella sua veste di guida dell'élite bianca e creola di Haiti. I suoi polsi ingioiellati sono trattenuti in una stretta affettuosa da un'altra donna, che le rivolge uno sguardo pieno di rispetto e deferenza. Accanto alla foto è citata anche una frase di questa altra donna, chiaramente convinta che i suoi gesti adulatori non bastino, e che sia necessario rafforzarli con le parole: «Madame la Presidente, cest une personne qui sent, qui sait, qui veut prouver son amour non seulement par des mots, mais aussi par des actions concrètes et tangibles»[1]. La vicina pagina di cronaca rosa riprende l'invocazione, con il titolo : «Mme la Presidente, le pays resonne de votre œuvre»[2].
Lo sguardo indugia sulla foto: la donna che si profonde in questi copiosi elogi è la stessa che milioni di persone conoscono con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Numero se domande si accavallano nella mente. In primo luogo, è possibile che si tratti di un fotomontaggio? È possibile che gli scaltri cronisti di L'Assaut abbiano trasformato un'ignara straniera in un'ospite sfruttata, mettendole le parole in bocca, ponendola in una posizione vulnerabile? A quanto pare, la risposta è negativa, perché questo numero è datato gennaio 1981, ed esiste un filmato dello stesso anno di Madre Teresa in visita ad Haiti. Nel filmato, apparso nel programma di attualità della CBS Sixty Minutes, Madre Teresa sorride alla telecamera e dice, a proposito di Michèle Duvalier, che per quanti re e presidenti avesse incontrato nella sua vita, non aveva «mai visto la povera gente mostrarsi tanto in confidenza con il proprio capo di Stato come con lei. È stata una bella lezione per me». In cambio di questo e altri favori, a Madre Teresa fu assegnata la Legion d'onore haitiana. E la sua testimonianza semplice, che celebrava calorosamente la coppia regnante, fu trasmessa dalla televisione di Stato tutte le sere per almeno una settimana. A quel che risulta, non ci sono state proteste per questo filmato da parte di Madre Teresa (che sa rendere le sue opinioni molto accessibili), tra l'epoca dell'assegnamento dell'onorificenza e il momento in cui la popolazione di Haiti acquistò una tale "confidenza" con Jean-Claude e Michèle che la coppia ebbe a malapena il tempo di riempire le valigie con il Tesoro Na-zionale prima di fuggire per sempre in Costa Azzurra.
Prendono corpo anche altre domande, le quali toccano tutte questioni come la santità, la modestia, l'umiltà e la de dizione ai poveri. A parte tutto il resto, che ci faceva Madre Teresa a Port au Prince, a disposizione dei fotografi e presente a consegne ufficiali di onoreficenze insieme all'oligarchia locale? Insomma, che ci faceva mai ad Haiti? Il mondo ha bisogno di immaginarla in un atteggiamento di angosciata ma volontaria sottomissione, mentre lava i piedi ai poveri di Calcutta. La politica non è il suo vero mestiere, e tantomeno a mezzo mondo di distanza, in un'arroventata dittatura dei Caraibi. Per molti anni Haiti è stata giustamente rinomata come il luogo dove i miseri del mondo ricevono il trattamento più crudele e capriccioso. Inoltre, è risaputo che questo fatto non è dovuto a calamità naturali o a una ma la sorte immutabile. L'isola è stata nelle mani di una classe rapace particolarmente insensibile e avida, che è ricorsa alla forza spietata per tenere i poveri e i diseredati al loro posto.
Diamo ancora un'occhiata alla fotografia delle due don ne sorridenti. In termini di idee invalse su Madre Teresa, non quadra. L'immagine e l'intuito sono tutto, e coloro che ne sono in possesso hanno la capacità di determinare il proprio mito, e di essere valutati in base ai loro parametri. Azioni e parole sono giudicate in base alle reputazioni, e non vice versa. Perciò, tenete la foto sotto la luce per un momento, e cercate di ricavare un'impressione del "negativo". È possibile che il bianco e nero rovesciato racconti anziché una sto ria grigia una più vera?
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come msia ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale In-teriore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spe-se quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Se nato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superio re a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile af-fermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripe-tutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network[3] - figura come "estremamente pericolosa".
Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: 1'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore? Sor prenderemo Madre Teresa in compagnia di svariati altri imbroglioni, truffatori e sfruttatori, via via che questo modesto racconto andrà avanti. A che punto - i suoi apologeti vorranno concedersi questa leggera sfumatura di scetticismo - un'associazione del genere cessa di essere casuale?
Un'ultima serie di fotografie chiude la nostra cartella. Ammirate Madre Teresa in atteggiamento devoto, in mezzo a Hillary Rodham Clinton e Marion Barry, mentre apre un centro adozioni con otto posti letto nei sobborghi di Washington. Questo è un gran giorno per Marion Barry, che ha portato la capitale nell’estrema povertà e nella corruzione, e che copre la propria nudità imponendo l'obbligo di recitare preghiere nelle scuole. È anche un gran giorno per Hillary Rodham Clinton, la quale ha distrutto praticamente da sola una coalizione per l'assistenza sanitaria nazionale che ave va impiegato un quarto di secolo a formarsi e a maturare.
L'occasione per questa foto di gruppo, scattata il 19 giugno 1995, era nata nel marzo precedente, quando la First Lady aveva fatto il giro del subcontinente indiano. Molly Moore, l'acuta cronista del «Washington Post» che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin:
Ieri, quando il corteo d'automobili di Clinton ha attraversato la campagna pakistana, una lunga recinzione di stoffa sgargiante lo riparava da un'estesa e fumante discarica, dove bambini frugavano tra la spazzatura e numerose famiglie povere avevano costruito capanne con pezzi di cartone, stracci e plastica. [...] In un'altra occasione, alcuni ufficiali pakistani, dopo aver sentito dire che la First Lady avrebbe fatto una puntata nelle magnifiche colline Margalla che sovrastano la capitale Islamabad, hanno pavimentato in fretta e furia un tratto di strada di dieci miglia fino a un villaggio tra le colline. Della gita non se n'è fatto più niente (i Servizi Segreti hanno respinto la proposta), ma gli abitanti del villaggio hanno avuto una strada pavimentata che chiedevano da decenni.
È così che i leader occidentali fanno momentaneamente colpo sui poveri del mondo, prima di riprendere l'aereo per tornare a casa assai purificati e rinsaviti dall'esperienza. Una tappa a un istituto di Madre Teresa è assolutamente d'obbligo per tutte le celebrità in visita nella regione, e Hil-lary Clinton non avrebbe certo creato un precedente. Dopo «aver passato a tutta velocità incroci dove automobili, auto-bus, risciò e pedoni erano ammassati a perdita d'occhio», arrivò all'orfanotrofio di Madre Teresa di Nuova Delhi dove, ancora per citare l'inviata sul campo, «neonati normalmente coperti solo da sottili pannolini di cotone, che fan-no ben poco oltre a provocare esantemi ed esacerbare il lezzo d'orina, quella mattina erano stati equipaggiati con Pampers americani e grembiulini a fiori appena cuciti».
Un favore tira 1'altro, e così la successiva visita di Madre Teresa a Washington diede sia a Hillary Clinton sia al sindaco Barry l'occasione per un po' di pubblicità sicura e gratuita. Il nuovo centro adozioni con dodici posti letto si trova nel sobborgo piuttosto verdeggiante e decoroso di Chevy Chase, e nessuno ebbe il cattivo gusto di menzionare la visita precedente di Madre Teresa nella città, nell'ottobre del 1981, quando aveva diretto la luce della sua presenza sul triste ghetto di Anacostia. Situato in una vicina segregazione sull'opposta sponda del Potomac, Anacostia è la capitale della Washington nera; all'epoca la prospettiva di un'attività delle Missionarie della Carità nel quartiere era guardata con sospetto,perché i suoi abitanti notoriamente disprezza vano l'idea di essere indifesi e abietti cittadini del Terzo Mondo. Di fatto, immediatamente prima della sua conferenza stampa, Madre Teresa si vide villanamente invadere l'ufficio da un gruppo di neri. La sua assistente, Rathy Sreedhar,riferisce l'episodio:
Erano molto arrabbiati. [...] Dissero alla Madre che Anacostia aveva bisogno di posti di lavoro, di alloggi e di servizi decenti, non di carità. La Madre si limitò ad ascoltare, senza mettersi a discutere. Infine, uno di loro le chiese che cosa intendeva fare qui. La Madre disse: "Per prima cosa dobbiamo imparare ad amarci l'un l'altro". Al che rimasero senza parole.
Non ne dubito. Ma forse perché quel discorso l'avevano già sentito. Comunque, quando la conferenza stampa ebbe inizio, Madre Teresa riuscì ad appianare immediatamente qualsiasi malinteso:
Madre Teresa, che cosa spera di realizzare qui?
La gioia di amare e di essere amati.
Ci vogliono parecchi soldi per farlo, vero?
Ci vogliono parecchi sacrifici.
Lei insegna ai poveri a sopportare il loro destino?
Secondo me è bellissimo che i poveri accettino il loro destino,che lo condividano con la passione di Cristo. Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo.
Naturalmente Marion Barry onorò l'evento con la pro pria presenza, e così fece anche il reverendo George Stallings,il pastore d'anime di colore di santa Teresa. A quattordici anni di distanza, Anacostia è un quartiere ancora più povero, mentre il reverendo Stallings si è staccato dalla Chiesa per fondare un cattolicesimo per soli negri devoto soprattutto alla sua figura (recentemente è anche finito nei guai per avere, a quanto si afferma, profanato l'innocenza di una fedele minorenne). Solo Marion Barry, rinato in carcere e rie letto come demagogo, è riuscito veramente a padroneggiare gli impieghi della redenzione.
Guardiamo allora di nuovo la fotografia di Madre Teresa serrata in un abbraccio sororale con Michèle Duvalier, una delle donne più ciniche, frivole e corrotte del mondo moderno, un sepolcro imbiancato e una parassita dei "poveri". L'immagine e il suo contesto rivelano Madre Teresa per quella che è: una fondamentalista religiosa, un'attivista politica, una predicatrice primitiva e una complice di poteri terreni e secolari. La sua missione è sempre stata di questa natura ma, ironia della sorte, non è mai riuscita a indurre qualcuno a crederle. È quanto mai urgente che qualcuno le renda il dovuto onore, e la prenda in parola.
Quando ho chiesto all'indice elettronico della Biblioteca del Congresso di fornirmi una lista di libri su Madre Teresa, mi ha stampato una ventina di titoli. Tra questi figuravano Mother Teresa: Helping the Poor [Madre Teresa: soccorritrice dei poveri], di William Jay Jacobs; Madre Teresa: gli anni della gloria, di Edward Le Joly; Mother Teresa: A Woman in Love [Madre Teresa: una donna innamorata], che sembrava più promettente ma, come scoprii, era dello stesso autore e scritto nello stesso spirito; Mother Teresa: Pro-tector ofthe Sick [Madre Teresa: protettrice degli infermi], di Linda Carlson Johnson; Mother Teresa: Servant to the World's Suffering People [Madre Teresa: al servizio dei sofferenti del mondo], di Susan Ullstein; Mother Teresa: Friend of the Friendless [Madre Teresa: amica di chi è senza amici], di Carol Green, e Mother Teresa: Caring for All God's Children [Madre Teresa: consolatrice di tutti i figli di Dio], di Betsy Lee, per citare solo i titoli più rilevanti. Perfino il più neutrale tra questi (Nient'altro che una vita: Madre Teresa, di Lush Gjergji) si rivelò una sorta di saggio religioso travestito da biografia, scritto da uno dei compagni di fede albanesi di Madre Teresa.
In verità il tono complessivo era talmente religioso da sembrare normale a prima vista. Ma se si passano in rassegna i titoli succitati ad alta voce - Madre Teresa soccorritrice dei poveri, protettrice degli infermi, servitrice dei sofferenti, amica di chi è senza amici - di fatto si emula un'invocazione alla Vergine improvvisando una "Ave Maria" personale. Si noti anche la portata dell'invocazione: i sofferenti del mondo, tutti i figli di Dio. Abbiamo qui a che fare con una santa in fieri, di cui un giorno si venereranno i luoghi e le reliquie e che ha già raccolto un seguito che rasenta il culto.
L'attuale papa ha un'insolita passione per le cause di canonizzazione. In sedici anni ha creato un numero di santi pari al quintuplo di tutti i suoi predecessori del ventesimo secolo messi insieme. Ha anche moltiplicato il numero del le beatificazioni, tenendo così 1' anticamera della santità ben fornita. Tra il 1588eil 1988 il Vaticano ha canonizzato 679 santi. Solo sotto il regno di Giovanni Paolo il (al giugno del 1995), hanno avuto luogo 271 canonizzazioni e 631 beatificazioni. Centinaia di casi sono pendenti, compresa la richiesta di canonizzare la regina Isabella di Spagna. L'approccio è talmente rapido e sommario che ricorda il battesimo fatto con le manichette con cui i generali cinesi cristianizzarono i loro eserciti; nel 1987 in un giorno solo e con un'unica cerimonia furono beatificati la bellezza di 85 martiri inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi.
La santità non è titolo da poco, perché comporta il potere di intercessione, e permette che le preghiere vengano rivolte direttamente al santo interessato. Molti papi sono stati lenti a canonizzare, così come la Chiesa è generalmente lenta a convalidare i miracoli e le apparizioni ; infatti, se 1'intervento divino nelle questioni umane viene riconosciuto troppo indiscriminatamente, emerge un pericolo evidente. Se un lebbroso può essere guarito, potrebbe chiedere la massa, allora perché non possono essere guariti tutti i lebbrosi? Riconoscere un miracolo troppo facilmente, rende più difficile rispondere a domande sulla leucemia infantile o la povertà e l'ingiustizia di massa con quelle formule insoddisfacenti secondo cui il Signore preferisce seguire vie misteriose. Si tratta di un problema antico, ed è improbabile che si adottino i sistemi della produzione in serie nel settore delle canonizzazioni.
Anche se per tradizione un "santo" deve aver compiuto almeno un miracolo, aver fatto "opere buone", aver posseduto "virtù eroiche" e aver dimostrato la facoltà logisticamente difficile dell'ubiquità, numerose persone che non sono nemmeno cattoliche hanno già stabilito che Madre Teresa è una santa. Fonti della Sacra Congregazione dei Riti del Vaticano (che esamina casi spinosi come quello della regina Isabella) accantonano la reticenza e il riserbo abituali dando per certe la beatificazione e la finale canonizzazione di Madre Teresa. Difficilmente sarà dispiaciuta per questo coronamento, ma forse non faceva parte dei suoi obiettivi iniziali. La sua vita rivela piuttosto la determinazione a diventare la fondatrice di un nuovo ordine - la sua organizzazione delle Missionarie della Carità conta attualmente circa 4.000 suore e 40.000 operatori laici - da mettere nel novero di san Francesco e san Benedetto quale autrice di una "regola" e di una "disciplina".
Madre Teresa ha una teoria della povertà, che è anche una teoria della sottomissione e della gratitudine. Ha una teoria del potere, derivata dalle trascurate parole di san Paolo sulle «autorità costituite», che «sono stabilite da Dio». È, infine, l'inviata di un papato assai risoluto e politicizzato. I suoi viaggi per il mondo non sono gli itinerari di una pellegrina, bensì una campagna che si conforma ai precetti del potere. Madre Teresa ha anche una teoria della moralità. Non è una teoria ardua da capire, sebbene presenti qualche difficoltà. E Madre Teresa conosce a fondo gli impieghi del passo biblico che parla di quel che è di Cesare.
Per quanto concerne quel che è di Dio, la questione riguarda coloro che hanno fede, o coloro che sono comunque
sollevati dal fatto che ce 1'abbia qualcun altro. La parte ricca del nostro mondo ha una coscienza misera, e non è colpa di una suora albanese se tante persone altrimenti soddisfatte possono decidere di vivere indirettamente tramite le rappresentazioni che si fanno della sua carità. Le pagine che seguono vogliono essere una discussione non con chi inganna ma con chi è ingannato. Se Madre Teresa è l'oggetto dell'adorazione di molti osservatori ingenui e sprovvisti di senso critico, allora la colpa non è sua, o solo sua. Nella graduale fabbricazione di un'illusione, il mago non è che lo strumento del pubblico. Potrebbe addirittura dichiarare apertamente di essere un imbroglione e un abile prestigiatore e gabbare ugualmente la folla. Populus vult decipi - ergo decipiatur.

[1] "Madame la Presidente è una persona che sente, che sa, che deside ra dimostrare il suo amore non solo con le parole ma anche con azioni concrete e tangibili" [il corsivo è mio].
[2] "Madame la Presidente, il Paese risuona della vostra opera".
[3] Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]

giovedì 19 giugno 2008

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte III

UN MIRACOLO

Gli sconvolgimenti naturali, gli elementi di disordine, i prodigi e i miracoli, nonostante siano proprio i fatti più contrari a un piano di saggezza superiore, impressionano l'umanità suggerendo i più forti sentimenti religiosi.
David Hume, La religione naturale
Nel complesso, i misteri, i miracoli e le profezie sono ap pendici che appartengono al favoloso e non alla vera reli gione. Sono i mezzi con cui tanti "Mirate di qua!" e "Mira te di là!" sono stati diffusi per il mondo, e la religione è sta ta trasformata in un commercio. Il successo di un imposto re ha incoraggiato un altro, e la scusa tranquillizzante di fare del bene tenendo in piedi un pietoso inganno, li ha pro tetti dal rimorso.
Tom Paine, The Age of Reason
Diciamo dunque che una credenza è un' illusione qualora nella sua motivazione prevalga l'appagamento di deside rio, e prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio come l'illusione stessa rinuncia alla propria con valida.
Sigmund Freud, L'avvenire di un 'illusione 
L'intercessione, la caratteristica distintiva della santità, richiede la certificazione di un miracolo. Madre Teresa è già venerata come qualcosa che va al di là dell'umano, ma non ha trasceso il nostro comune destino al punto da essere citata come taumaturgo dalla santa Madre Chiesa. La stampata dei titoli fornitami dalla Biblioteca del Congresso rivelava che questi erano stati quasi tutti scritti negli anni Ottanta e Novanta, e solo dopo aver scorso la lista ho notato quello che mancava: un libro del 1971 di Malcolm Muggeridge, in cui l'autore sosteneva, tra l'altro, che Madre Teresa il miracolo lo aveva già compiuto.
Il libro di Muggeridge, Qualcosa di bello per Dio, fu il risultato di un documentario dallo stesso titolo, realizzato per la BBC e trasmesso nel 1969. Muggeridge, che aveva fatto una bella carriera ridicolizzando i valori della tv e del mondo dello spettacolo, sostiene di aver iniziato il progetto senza avere la più pallida idea dell' impressione che avrebbe contribuito a creare. «Il modo in cui Madre Teresa concepisce la vita è un terreno sterile per i copywriter», dice, «e i più poveri tra i poveri da lei tanto amati, hanno ben poco da offrire in termini di indici d'ascolto». Se quella falsa dichiarazione era vera al momento di iniziare le riprese, cessò di esserlo pochissimo tempo dopo la messa in onda; infatti, proprio da questo film e da questo libro possiamo datare l'impatto dell'immagine di Madre Teresa sulla retina internazionale.
Essenziale per il progetto di Muggeridge, addirittura essenziale per l'intero culto di Madre Teresa, è l'idea di Calcutta come di un girone infernale:
Si da il caso che abbia vissuto a Calcutta per un anno e mezzo, a metà degli anni Trenta, quando lavoravo per il quoti diano locale «Statesman». Trovai il posto, pur con tutte le comodità della vita europea - la ghiacciaia, la servitù, la galoppata mattutina in giro per il Maidam o giù allo Jodhpur Club, e compagnia bella - appena sopportabile.
Dai tempi di Muggeridge, la città non solo ha dovuto misurarsi con le enormi difficoltà esistenti, ma è anche stata teatro di tre grandi migrazioni causate dalla miseria. Dopo che una stupida decisione dei colonizzatori britannici 1'aveva diviso prima dell'indipendenza, il Bengala ha sostenuto il peso maggiore della divisione di tutta l'India in India e Pakistan, avvenuta nel 1947. La guerra del Bangladesh del 1971 e, più tardi, le scaramucce religiose di Assam, hanno portato la popolazione di Calcutta a un numero di gran lunga maggiore di quello che può sperare di accogliere. Foto grafie di gente che vive sui marciapiedi sono diventate simboli dell'indigenza riconosciuti a livello internazionale. L'enfasi data da Madre Teresa ai «più poveri tra i poveri e ai più umili tra gli umili» è servita a rafforzare l'impressione di Calcutta come di una città di tenebre terribili, un' impressione che giustamente irrita molti bengalesi.
La piacevole sorpresa che attende il visitatore di Calcutta è questa: sì, è povera, affollata e sporca, a livelli tali che difficilmente è possibile esagerare, ma è tutt'altro che degradata.I suoi abitanti non sono indolenti né tengono la te sta china. Lavorano e lottano, e generalmente (soprattutto se si fa il paragone con città apparentemente più ricche come Bombay) non mendicano. Questa è la città di Tagore, di Ray, Bose e Mrinal Sen, e di un grande fiorire della cultura e del nazionalismo. Ci sono studi cinematografici, teatri, facoltà universitarie e riviste, tutti di alta qualità. Le foto grafie di Raghubir Singh sono un tributo tanto alla vitalità della sua gente, quanto alla bellezza e alla varietà dell' architettura. Predomina la politica laica di sinistra, caratterizzata da un internazionalismo molto forte: tutt'altro che invisa a un' area tanto avvelenata dalla bruta religione.
Quando alcuni anni fa visitai personalmente la città, mi sentii subito alquanto ingannato dalla propaganda anti-Calcutta promossa dai vari Muggeridge del mondo. E quando mi diressi verso la sede delle Missionarie della Carità in Bose Road, ebbi un vero e proprio shock. Tanto per cominciare c'era quell'iscrizione sopra la porta: Chi ama la correzione ama il sapere. Non conosco l'origine della citazione, ma sapeva di riformatorio. Madre Teresa in persona mi fece da guida. Non mi piacque molto il modo in cui accettava di farsi baciare i piedi calzati di sandali come se fosse un gesto dovuto, ma decisi di sospendere il mio giudizio in proposito: forse era un'usanza locale a cui non davo la corretta interpretazione. L'orfanotrofio, comunque, era commovente e toccante.
Molto piccolo (e questa non è una vergogna) e molto pulito, aveva un ' atmosfera incoraggiante e sembrava gestito da persone simpatiche e devote. C'era un solo minuscolo lettino vuoto: il suo occupante aveva cessato di vivere durante la notte, e imperversava un'animata discussione sul posto da riempire. Avevo cominciato a frugarmi in tasca per dare un contributo quando Madre Teresa si voltò verso di me e disse, con un gesto che voleva abbracciare l'intera scena: "Guardi, ecco come combattiamo 1'aborto e la contraccezione".
Se non fosse per questa affermazione, sarebbe stato superfluo porre in rilievo il contributo infinitesimale che un'istituzione così piccola da per risolvere un problema di pro porzioni tanto gigantesche. Ma è difficile passare anche poco tempo a Calcutta e concludere che una campagna contro il controllo demografico è ciò di cui ha più bisogno. E, naturalmente, Madre Teresa non basa questo giudizio sulla situazione locale. Già molto tempo prima di arrivare qui era contraria per principio all'aborto e al controllo delle nasci te. Per lei Calcutta non è che il fronte di una guerra molto più grande.
L'avversione fatalistica di Muggeridge per la vera Calcutta lo rese ancora più sensibile alla diagnosi mistica di Madre Teresa per la città, ossia che soffre perché troppo lontana da Gesù. Di conseguenza, la sua ingenuità lo indusse a scrivere il seguente brano, che merita di essere citato per esteso. (Dovrei introdurre la citazione dicendo che della troupe televisiva di Muggeridge faceva parte un cameraman molto conosciuto di nome Ken Macmillan, il quale si era guadagnato una grande fama per il lavoro svolto nella serie di storia dell'arte di Lord Clark, Civilisation).
Questa Casa dei Moribondi è fiocamente illuminata da piccole finestre situate molto in alto, e Ken fu irremovibile: secondo lui era praticamente impossibile fare delle riprese. Avevamo solo un piccolo riflettore, ed era assoluta mente impossibile illuminare il posto in maniera adeguata nel tempo che avevamo a disposizione. Tuttavia, decidemmo che Ken doveva fare comunque un tentativo, ma per sicurezza fece anche qualche ripresa in esterno, in un cortile dove alcuni ospiti stavano seduti al sole. Nella pellicola sviluppata, le riprese fatte in interno avevano una luce tenue particolarmente bella, mentre quelle realizzate fuori erano piuttosto scure e confuse. [...] Per quanto mi riguarda, sono assolutamente convinto che quella luce, inspiegabile dal punto di vista tecnico è, di fatto, la Luce Benigna cui [il cardinale] Newman si riferisce nel suo splendido e famoso inno.
Muggeridge non cercava di parlare in senso metaforico. Dell' amore che aveva notato nell' istituto, scrisse che era
radioso, come le aureole che gli artisti hanno visto e reso visibili intorno alle teste dei santi. Non mi sorprende affatto che quella luminosità si sia impressa su una pellicola fotografica. Il soprannaturale non è che una proiezione infinita del naturale, così come l'orizzonte estremo è un'immagine dell'eternità. Gesù applicò del fango sugli occhi di un cieco e gli diede la vista.
Dopo aver continuato per un po' in questo tenore, Muggeridge concludeva:
Proprio per questo esistono i miracoli : per rivelare la realtà riposta della creazione visibile di Dio. Sono personalmente convinto che Ken abbia registrato il primo autentico miracolo fotografico. [Il corsivo è mio]
Muggeridge non esagerava quando scrisse: «Temo di averne parlato e scritto fino alla noia». Perciò è interessante avere la testimonianza diretta dello stesso Ken Macmillan:
Durante le riprese di Qualcosa di bello per Dio, un giorno ci portarono in un edificio che Madre Teresa chiamava la Casa dei Moribondi. Peter Chafer, il regista, disse: "Be', è molto buio qua dentro. Secondo te riusciamo a tirarci fuori qualcosa?" La BBC ci aveva appena dato un nuovo tipo di pellicola della Kodak, che non avevamo avuto il tempo di provare prima di partire, così dissi a Peter: "Be', tanto vale provare". E così la usammo. Una volta tornati, diverse settimane dopo, uno o due mesi più tardi, ci trovammo nella saletta delle copie rapide alla Ealings Studios, e alla fine ecco apparire le riprese della Casa dei Moribondi. Fu una grande sorpresa. Si vedeva ogni dettaglio. Allora dissi: "È sorprendente. È straordinario". E stavo per dire qualcosa tipo "evviva la Kodak". Però non ne ebbi la possibilità per ché Malcolm, seduto in prima fila, si girò e disse: "È la luce divina! E Madre Teresa. Scoprirai che è la luce divina, caro mio". E dopo tre o quattro giorni ricevetti delle telefonate da alcuni giornalisti dei quotidiani di Londra che mi dice vano cose di questo genere: "Abbiamo saputo che sei appena tornato dall'India insieme a Malcolm Muggeridge e che sei stato testimone di un miracolo".
Era nata una stella. La testimonianza di Ken Macmillan arrivò troppo, troppo tardi per impedire la diffusione, soprattutto per mezzo di quei sistemi televisivi e mediatici che Muggeridge faceva mostra di disprezzare, del "miracolo" annunciato. Più che «il primo autentico miracolo fotografico» questo episodio costituisce di fatto qualcosa di molto più importante. È la prima, indiscutibile confutazione di un ipotetico miracolo a venire non semplicemente da un altro presunto testimone del suddetto miracolo, bensì dal suo vero e proprio autore in tempo reale. In quanto tale, merita maggiore diffusione di quanta non ne abbia avuta. Invece, la tecnologia e i sistemi di comunicazione moderni hanno fatto sì che le dicerie e i miti possano essere trasmessi con rapidità ed efficienza ancora maggiore agli occhi e alle orecchie degli ingenui. Facciamo davvero grandi progressi. Dai tempi di Qualcosa di bello per Dio, le critiche a Madre Teresa, nelle cose piccole come in quelle grandi, hanno dovuto lottare contro un peso enorme di opinioni invalse, un peso reso ancora più difficile da sopportare dal fatto di essere costituito, praticamente in senso letterale, da illusione.
Nel suo film e nel suo libro Muggeridge ha affidato molti altri pegni alla sorte. Per esempio, solo il suo sguardo adorante gli ha impedito di scorgere l'interpretazione che poteva essere data al seguente aneddoto:
Come dice Simone Weil, il Cristianesimo è una religione per schiavi; dobbiamo farci schiavi e mendicanti per seguire Cristo. A dispetto delle croniche ristrettezze finanziarie delle Missionarie della Carità, quando agii da strumento per convogliare qualche centinaio di sterline all'indirizzo di Madre Teresa, questa mi stupì, anzi, mi incantò, spendendole per l'acquisto di un calice e di un ciborio per il suo nuovo noviziato.[...] Il suo gesto può, immagino, essere criticato alla stessa stregua dello spreco dell'unguento di nardo, ma mi procurò un grande senso di soddisfazione, allora e in seguito.
Naturalmente, se lo scopo dell'operato di Madre Teresa è un rigoroso proselitismo religioso e la fondazione di un or dine volto a quel fine, non ci possono essere obiezioni concepibili al fatto che impieghi donazioni benefiche per decorare un altare con le cose di questo mondo. Ma coloro che fanno le donazioni non sono, a quanto pare, sempre consapevoli che questo è il punto fondamentale. Madre Teresa, va detto a suo merito, non ha mai affermato il contrario. Non si è nemmeno data la briga di tirare in causa la storia biblica dell'unguento di nardo per rassicurare Muggeridge, dicendogli invece: "Lei sarà ogni giorno sull'altare, vicino al Corpo di Cristo". Allora Muggeridge non era cattolico, quindi non aveva motivo di obiettare che quello era un impiego doppiamente astuto del concetto di transustanziazione. L'alibi del nardo era frutto esclusivo della sua mente - è il passo in cui Gesù rompe un prezioso vasetto di unguento per cospargerlo tutto sui propri piedi. All'obiezione ingenua che sarebbe stato più utile vendere l'articolo di lusso per dare sollievo ai bisognosi, ribatte: "I poveri li avete sempre con voi". Ricordo che da piccolo ero molto insoddisfatto di questa famosa frase. O si rifugge il lusso e si aiutano i poveri, oppure non lo si fa. D ' altro canto, però, se i poveri sono sempre con noi, allora non c'è nessuna fretta, e possono sempre essere utilizzati per illustrare raccontini morali. In tal caso, sarebbe più onesto per i loro profetici benefattori ammette re che i poveri hanno sempre noi con sé.
Sebbene la modestia e l'umiltà siano comunemente considerate attributi dei santi, Madre Teresa quasi non riesce a salutare un pubblico senza rivendicare un rapporto speciale e personale con Gesù Cristo. Nel seguente dialogo tra Muggeridge e la sua stella, chi da una dimostrazione di modestia e abnegazione?
MUGGERIDGE: Se penso a Calcutta e alla spaventosità di gran parte di questa città, mi sembra straordinario che una sola persona sia semplicemente uscita in strada, così, e abbia deciso di affrontare la situazione.
MADRE teresa: Ne ero sicura allora, e ne sono tuttora con vinta, che fu Lui e non io.
Ecco un connubio perfetto tra intervistatore e intervista ta: secondo Muggeridge i poveri di Calcutta abbondano di "spaventosità", e Madre Teresa afferma che sarebbe inutile tentare se non si avesse il mandato del cielo. Poco più avanti nell'intervista, Muggeridge le rivolge la seguente domanda:
Quindi lei non sarebbe d'accordo con quanti sostengono che in India ci sono troppi bambini?
MADRE teresa: No, non sono d'accordo perché Dio provvede sempre. Provvede per i fiori e gli uccelli, per tutte le cose del mondo che ha creato. E quei piccoli bambini sono la sua vita. Non potranno mai essercene abbastanza.
Muggeridge approva questa risposta, dicendo lacrimevolmente che sarebbe la stessa cosa chiedere a Madre Teresa se ci sono troppe stelle nel cielo. Tutto il dialogo è condotto su un piano semi-surreale, come se nessuno avesse mai fatto alcun ragionamento in materia di pianificazione famigliare e politica demografica. Dire che ci sono troppi bambini significa non afferrare il punto della questione, perché sono già nati. Ma dire che le persone non potranno mai essere troppe significa come minimo (e non solo in India) peccare di superbia. Indira Gandhi - che, per inciso, era una protettrice politica di Madre Teresa - una volta si cimentò in una criminale campagna di sterilizzazione coatta in India. Chiaramente, esistono molti modi di travisare la questione della popolazione . D'altro canto, però, non esiste un modo razionale per affermare che la questione non si presenta. E se fosse vero che Dio «provvede sempre» allora, ovviamente, tanto per cominciare non ci sarebbe bisogno delle Missionarie della Carità.
Prima di lasciarci alle spalle la pietra miliare di Muggeridge è necessario riportare ancora un altro scambio di idee tra lui e la sua guru:
MUGGERIDGE: Secondo lei non c'è pericolo che la gente possa scambiare il mezzo per il fine, e pensare che aiutare i propri fratelli uomini sia un fine di per sé? Secondo lei esiste questo pericolo?
madre teresa: Corriamo sempre il pericolo di diventare semplici operatori sociali o di svolgere il lavoro solo per amore del lavoro. [...] Sì, è un pericolo, se dimentichiamo per chi lo facciamo. Le nostre opere non sono che l'espressione del nostro amore per Cristo. I nostri cuori hanno bisogno di essere ricolmi di amore per Lui, e siccome dobbiamo esprimere quell'amore con l'azione, allora, naturalmente, i più poveri tra i poveri costituiscono il mezzo per esprimere il nostro amore per Dio.
Nella versione televisiva di Qualcosa di bello per Dio c'è una sequenza in cui Madre Teresa prende in braccio una bambina abbandonata e denutrita. La piccola ha un'aria malaticcia, è tutta rugosa e praticamente priva della bellezza propria dei bambini di quell'età, ma l'anziana donna la guarda con incoraggiamento ed entusiasmo impavidi, e dice: "Guardi. C'è vita in lei". È un momento innegabilmente affermativo. Non ci farebbe male se ce ne fossero molti di più. Ma, proprio come ha perso parecchi punti ai miei occhi implicando che 1'operato di tutta la sua vita non è stato altro che un mero esercizio di propaganda per la politica demografica del Vaticano, Madre Teresa scredita il proprio esempio dicendoci, come sopra, che l'umanesimo e l'altruismo sono pencoli da evitare con scrupolo. Madre Teresa non ha mai preteso che la sua opera non fosse una vera e propria campagna religiosa fondamentalista. E nel brano riportato sopra abbiamo appreso dalla sua stessa testimonianza che «i più poveri tra i poveri» ne sono lo strumento: un'occasione per esercitare la pietà.
prima parte seconda parte

domenica 8 giugno 2008

MADRE TERESA: IL SUPPLIZIO DELLE CREATURE

Madre Teresa di Calcutta è il simbolo impersonificato della bontà senza se nè ma, dell'altruismo e della dedizione  verso l'altro. Madre Teresa è una figura quasi totemica, si può invocare, ma non criticare, si può prendere ad esempio, ma non può essere "relativizzata": è il bene puro. Qualcuno non la pensa così...


Pubblichiamo a puntate stralci del libro di Christopher Hitchens La Posizione della Missionaria (traduzione di Eva Kampmann)


Digli di smettere di baciarmi

di Antonio Pascale


In questo libro c'è un dialogo, vero e documentato, tra Madre Teresa e un moribondo, che ci sembrerà (purtroppo) una barzelletta cinica e raggelante, o qualcosa di simile a una vignetta di Altan; in questo dialogo e in altri momenti scopriremo anche che per Madre Teresa i poveri non hanno mai nomi propri, non si chiamano Giuseppe o Maria, ma semplicemente poveri, o malati; una massa di persone (variopinte e diverse) che nel discorso sulla carità vengono raggruppate nella categoria dei poveri : e questo per poter fissa re i ruoli in un semplice schema narrati vo: l'eroe, e cioè quel lo che pratica la carità (Madre Teresa e Dio attraverso lei); e 1'oggetto dell'eroismo, cioè i poveri (e Gesù attraverso loro) che la subiscono.
Allora, il dialogo: il povero sta per morire e siccome muore da malato, soffre orribilmente, rantola e si contorce (il tutto è filmato dalla cinepresa). Madre Teresa, in piedi di fronte a lui, gli tiene la mano (e volge lo sguardo diritto in camera); prima descrive la malattia di quel povero: un cancro allo stato terminale, poi gli dice (al povero): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando. E il povero risponde: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi.
A noi che leggiamo questo libro viene un dubbio: ma (sempre) il dolore avvicina a Dio? E il dubbio ci porta, poi, a formulare una domanda: la sofferenza e il dolore purificano (allargandolo) fino infondo il nostro cuore, tanto da renderlo caro a Dio, oppure, al contrario, lo intorpidiscono, lo annebbiano, lo rendono cattivo?
Se proviamo a rispondere tenendo come punto di riferimento le vite dei grandi santi e dei presunti tali (o dei prossimi futuri, potenziali beatificati) ci troveremo di fronte a una tale quantità di sofferenza, di dolore e di passione, che non potremo dopo averle lette non rimanere completamente muti. Allora la risposta dovrebbe essere affermativa: sì, la sofferenza avvicina a Dio. Però, poi, se leggiamo attenta mente le vite dei santi (e dei presunti tali) ci renderemo conto che la sofferenza (anche se li avvicina a Dio) non sempre allontana la violenza dai loro cuori e dal loro spirito (noi, in fatti, ricordiamo quei santi che hanno approvato la Crociata e l'Inquisizione). Certo, non è una violenza palese, non si tratta di ferite da arma o da taglio, ma, al contrario, è, a volte, una violenza verbale, diciamo una sorta di invito al masochismo (un disperato e mal riuscito tentativo di imitare il Cristo in croce), invito a condividere con loro le gioie della sofferenza e del dolore, passioni che (a detta dei santi, o dei presunti tali) ci apriranno una via preferenziale verso il paradiso. Se vogliamo un esempio, non c'è bisogno di andare lontano nel tempo, possiamo fermarci a leggere la vita di padre Pio (probabile futuro santo) attraverso le sue lettere. Scopriremo che quando una sua figlia spirituale lo informa di essere malata di cancro, e di soffrire orribilmente, lui risponde così: «Figliola mia, so che soffri. Ma se ti dicessero che Gesù si compiace di questo tuo soffrire, non saresti per questo contenta e anche disposta a soffrire ancora di più per meglio piacergli? Ebbene, da parte di Dio ti dico che il tuo soffrire è voluto da Gesù per il tuo perfezionamento, ed egli gode a tenerti sulla croce insieme a lui: dunque, rassicurati e chiedi a Gesù di ben soffrire quello che egli vuole che tu soffra» . La figliola spirituale accetta di buon grado il consiglio, rivolge soltanto un'ultima preghiera a padre Pio: gli chiede se per caso può intercedere presso Gesù, affinché egli possa mutare le sue sofferenze da fisiche a spirituali. E padre Pio risponde di no, è meglio lasciare che «Gesù ti volti e ti rivolti quando gli pare e piace», e poi, «se le piaghe non basteranno allora vorrà dire che faremo piaghe su piaghe».
L'idea che ci viene, dopo aver letto le lettere di padre Pio, è che lui ama il suo prossimo come se stesso (in questo è molto evangelico). Ma siccome padre Pio ama se stesso solo quando soffre (quando, cioè, rassomiglia al suo sposo Gesù) allora, per meglio amare il suo prossimo, lo invita a meglio soffrire. E qui ci viene in mente un secondo dubbio: la rinuncia (alla vita) e la sofferenza, sono condivisibili? Può la mia (rispettabile) scelta di soffrire, per vocazione o convinzione, portare gli altri nella mia stessa sofferenza? O forse, meglio, è vero il contrario: la sofferenza ha valore solo nel tentativo che si fa di superarla?
Ecco, noi che abbiamo finito di leggere questo libro cominciamo a credere che il valore della sofferenza sta nella misura in cui si fa di tutto (ciò che è onesto) per evitarla. Questa convinzione si rafforzerà man mano che leggeremo nel libro delle testimonianze (tutte ben documentate e affidabili), tra cui quelle di alcune ex infermiere di Madre Teresa e quella di un autorevole medico (Robin Fox, direttore di una delle più importanti riviste mediche del mondo, «The Lancet») che ci spiegheranno come nelle case della carità man chino le più elementari regole igienico-sanitarie, come si tralasci di disinfettare gli aghi; ci racconteranno della superficialità delle diagnosi, e della mancanza cronica di analgesici e sedativi (come dicevamo, la sofferenza avvicina a Cristo). Questo e tante altre cose ancora.
Mancanza di soldi? No, assolutamente. Quelli abbonda no e arrivano da ogni parte del mondo (si sa che la beneficenza è di moda); piuttosto, nelle case della carità vige la sola legge di Madre Teresa che recita: la sofferenza, la povertà, la sottomissione avvicinano alla gratitudine di Dio. E, per rispetto di questi ideali di sottomissione e per guadagnarsi la gratitudine di Dio, Madre Teresa a una seria pianificazione medica preferisce la provvidenza di nostro Signore. Allora può accadere che quando arriva in una delle case della carità un quindicenne, che dicono "in fin di vita", ma che in realtà ha un problema molto semplice, un blocco inte-stinale, curabile con una normale somministrazione di antibiotici, il ragazzo rischia di morire (e non sappiamo se si è salvato oppure no, non sappiamo neppure il suo nome, non sappiamo niente di lui, tranne che è povero, e questo, pur troppo, basta) perché non vogliono pagargli un taxi, portar lo in ospedale e fornirgli le cure adeguate. E qui, allora, ancora una volta, non si capisce se è sempre la (imperscrutabile) provvidenza di Dio ad agire o la prevedibile inettitudine di chi pensa: non lo portiamo in ospedale (troppo lusso?), perché Dio avrà cura di lui (e della sua sofferenza). Se invece nostro Signore attraverso qualche ricco benefattore provvede a far costruire una Casa della Carità con tutti i comfort, moquette e impianto di riscaldamento, letti comodi e poltrone su cui sedersi, Madre Teresa ordina alle sue infermiere di buttare via tutto. Tutto giù dalla finestra: materassi, sedie, impianti di condizionamento, sistemi di riscaldamento. C'è da dire, allora, che noi che guardiamo questo spettacolo anticonsumistico, questo rigoroso attaccamento alla regola della povertà, ci sentiamo con tutto il cuore di rispettare e di onorare con un bel plauso la scelta delle infermiere della carità. Solo una cosa non ci convince, e la cosa è questa: per ché i malati (la vera parte debole) debbono stare in stanze senza riscaldamento, perché debbono riposare i loro malanni su panche di legno? Perché debbono peggiorare e complicare la loro vita?
Il proposito di Madre Teresa, di essere povera tra i poveri, e sofferente tra i sofferenti, sembra che, invece di porre le due parti, Madre Teresa e i poveri, sullo stesso piano, crei delle differenze (tralasciando poi la facilità con la quale Madre Teresa si fa baciare i piedi dai moribondi) : lei sceglie la povertà e si apre un suo rapporto privilegiato con Dio, i poveri non migliorano il loro benessere fisico e psichico nemmeno ne gli ospedali e nelle case di accoglienza. Si vuoi fare la carità per riconoscere l'altro e invece lo si umilia (o peggio).
L'etica della sofferenza, quindi, sembra vada bene per chi, in odore di misticismo, fa di tutto per uscire fuori da sé (e si può avere rispetto per i santi o i mistici); oppure la sofferenza e il senso del dolore possono essere un paramento morale, un mezzo per allargare la nostra coscienza intima e sensibile. Ma l'etica della sofferenza è sicuramente pericolosa quando diventa un feticcio, quando diventa, cioè, una regola (assieme alla povertà) non da scegliere ma da accettare per forza di cose. Anche perché la regola della sofferenza e della povertà rischia di trasformarsi in un sistema di costrizione: infatti quando a noi che leggiamo questo libro capita sotto gli occhi il cartello (uno dei tanti) che accoglie il visitatore all'ingresso della Casa di Carità in Bose Road, a Calcutta, e che recita: chi ama la correzione ama il sapere -vengono in mente turpi immagini, perché la parola correzione ci evoca l'immagine dei manicomi. Pensiamo, subito dopo aver prodotto questo pensiero, che stiamo esagerando e che quello è solo un cartello come un altro, e che la situa-zione nelle case della carità non è certo quella che si respira in un manicomio. Certo le descrizioni delle ex infermiere della carità che parlano di stanze spoglie e squallide (però pulite) che accolgono cinquanta o sessanta persone, tutte rigorosamente con la testa rasata, le quali non hanno la possi-bilità di andare in giardino perché non c'è giardino, né di bere, o di guardare la televisione, perché non è permesso, e tantomeno di uscire; che soprattutto non possono ricevere le visite degli amici, nemmeno quando stanno per morire, e che alcuni ospiti sono depressi e vivono nell'ansia di morire tra atroci dolori senza nemmeno il conforto della morfina, perché tanto basta l'aspirina - ecco, allora, pensiamo che le case della carità potrebbero essere un buon preludio a qual cosa di non molto dissimile dai manicomi. E non ce lo fa pensare solo quel cartello: chi ama la correzione ama il sa-pere; non solo le testimonianze prima dette; ma, purtroppo, la storia.
Foucault ci ricorda che il grande internamento, cominciato in epoca classica con la costruzione dell'Hospital General di Parigi, trovò la sua ragione, la sua spinta, la sua molla proprio tra poveri. La povertà, spogliata dal suo significato mistico che il gesto individuale le aveva conferito, diventò, complici anche gli influssi calvinisti (la povertà è una colpa), un affare di polizia. «L'età classica cominciò a percepire la follia nell'orizzonte sociale della povertà, dell'in capacità al lavoro, dell'incapacità di integrarsi in gruppo» (Foucault, Storia della follia nell'età classica).La massa inquietante - di poveri e malati che occupavano mendicando le strade di Parigi - venne rinchiusa. Ma non finì con il semplice internamento. Un'ossessione, o forse un sogno, animò i padri fondatori delle case di accoglienza: quello di correggere lo spirito e la coscienza dei poveri internati. Il direttore della casa di internamento di Amburgo detta le sue regole: il direttore deve vigilare che tutti coloro che sono nella casa adempiano al loro dovere religioso e ne siano istruiti... deve aver cura di istruire i ragazzi alla religione. Ma non solo le case di stato (laiche) furono mosse da questi precetti, anche le case cattoliche seguirono le stesse impronte, marcando però, la componente religiosa; l'Opera di san Vincenzo de' Paoli ce ne fornisce un esempio: «il fine principale per cui si è consentito a ritirare qui delle persone, lontane dal frastuono del gran mondo, e le si è fatte entrare in questa solitudine in qualità di pensionati, era quello di salvarle dalla schiavitù del peccato, di impedir loro di essere dannate in eterno e fornire loro il modo di gioire in questa vita e in quell'altra; esse faranno il possibile per adorare in questo la divina provvidenza».
Ancora Foucault: «Si tratta quindi di liberare da un mon do che non è, per loro debolezza, che un invito al peccato, richiamarli a una solitudine nella quale non avranno che i loro angeli custodi incarnati nella presenza quotidiana dei loro sorveglianti: costoro, effettivamente rendano loro gli stessi buoni servizi degli invisibili angeli custodi: e cioè istruirli, consolarli e procurare loro salvezza. Nelle Case della Carità ci si adopera con la più grande cura a mettere ordine in tal modo nella vita e nelle coscienze, e lungo tutto il secolo XVIII apparirà sempre più chiaramente che questa è la vera ragione dell' internamento».
Quindi, nell'età classica, il sapere e l'apostolato servirono il medesimo scopo: la correzione dei poveri. Forse, noi che leggiamo questo libro stiamo andando troppo al di là, però quando veniamo a conoscenza (questa volta grazie a un altro libro, scritto dalla Madre: Il cammino semplice) del fatto che un fondamento della ideologia di Madre Teresa è quel lo di far diventare un cristiano (povero) un buon cristiano e per far questo tra i compiti delle infermiere della carità c'è quello di insegnare a leggere (ai poveri e ai malati) le Scritture, insomma fare opera di apostolato vera e propria, allora ci viene da pensare. Questo apostolato sembra un qualcosa in più, che travalica il gesto individuale di carità, quello che onora e celebra Dio qui e ora e nulla chiede al mendicante (che nasconde Gesù). Diventa, invece, pratica quotidiana, con le sue leggi e i suoi linguaggi, legata a uno scopo ben preciso: portare il mendicante e la sua anima a Dio. E forse non solo limitarsi a condurlo per mano verso la luce, ma correggerlo se e quando questo non si mostrerà consenziente.
Quand'è così può accadere che le buone intenzioni della carità facciano male non solo ai poveri, ma anche a chi povero non è, ma ha una coscienza orientata verso i deboli. Fanno male perché confondono le cose. Infatti, accade, e noi che leggiamo questo libro ne veniamo subito informati, che Madre Teresa chieda soldi ai peggiori dittatori, come Duvalier, dittatore di Haiti. Chiede soldi per sanare la povertà a chi genera la povertà. Avviene qui un fatto contrad-dittorio: che sia il povero sia il ricco cantano le lodi di Madre Teresa e attraverso lei cantano anche le lodi di Dio. Succede che venga costruita una casa d'accoglienza e che Duvalier si accrediti a livello mondiale. Succede che i poveri restino sempre più poveri e ne paghino le spese. Ne restiamo increduli, ma nel discorso sulla carità e sulla conseguente formazione dell'etica della carità, etica che Madre Teresa divulga, questo genere di cose non sono fatti isolati. La Madre non seleziona i benefattori, perché più della povertà e delle sue cause a lei interessano i poveri e la loro condizione spirituale: innalzare una casa d'accoglienza significa celebrare il Signore e fa niente se assieme a lui si celebra anche chi è complice della povertà. Si dirà: Madre Teresa non fa politica, è una persona troppo semplice per ragionare delle complesse strutture sociali che generano la fame e la malattie. Si dice così, e subito ci rendiamo conto che non è vero. La nostra Madre Teresa sa sempre quando fare politica, scagliandosi contro l'aborto e contro la pianificazione delle nascite con un ardore tale (fa invettiva contro 1'aborto e la profilassi anche nei discorso di ringraziamento per il Nobel) da far so spettare che voglia continuare a far nascere i poveri, voglia continuare ad accoglierli, per non restare senza lavoro e senza lodi da innalzare a Dio. Sa scagliarsi poi anche contro quei vescovi che hanno teorizzato e praticato la teologia del la liberazione, un modo nuovo di gestire il problema della povertà. E che Madre Teresa, purtroppo, come tutti quelli che dicono di non far politica, la politica la fa e come, scegliendo il silenzio quando ci sarebbe da denunciare, e offrendo complicità a chi non la merita.

Questo libro si conclude con un'immagine, un'immagine che abbiamo visto tante volte: Madre Teresa che prende in braccio una bambina malata. Madre Teresa e la bambina hanno una sola cosa in comune: le rughe. A chi le chiede per ché sia contraria a una seria politica di pianificazione familiare, lei risponde sollevando ancora più in alto la bambina e dicendo: "Vede, c'è vita in lei". Ma la bambina è malata e ha le rughe e la frase assume un tono cinico e surreale. Noi che leggiamo ovviamente non sappiamo che fine abbia fatto la bambina, se è guarita da quelle rughe ed è diventata una donna florida e bella, oppure è morta, nonostante l'aura di vita che Madre Teresa ha visto in lei. Se così fosse, noi vorremmo che Madre Teresa si tenesse le sue rughe, se le tenesse solo per lei, e combattesse affinché altre bambine con le rughe non nascano mai; e se proprio debbono nascere, ebbene che almeno abbiano un nome, malate, rugose, ma con un nome, un nome che impedisca loro di essere un agnello sacrificale, un feticcio da sollevare in cielo alla ricerca di un Dio da elogiare. Un Dio che attraverso Madre Teresa solleva in alto le bambine rugose, e le fa risplendere per un atti mo di fioca vita, prima di farle ritornare sulla panca di legno dalla quale erano state sollevate.