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venerdì 14 settembre 2018

Giobbe, Toni, Ivan e la Dolce Vita


I Morti, 2000


Non mi sono chiesto perché Toni Negri si sia interessato a Giobbe (Antonio Negri, Il Lavoro di Giobbe, SugarCo 1990), dato che tutti si sono interessati a Giobbe e, vuoi o non vuoi, nel campo intellettuale Negri è un soggetto di vaglia: niente di strano che voglia dire la sua. Più interessanti le motivazioni che espone, inusualmente terra terra: le cose vanno malissimo, la vita fa schifo, interroghiamoci insieme a Giobbe sull'insensatezza del cosmo, hai visto mai che venga fuori qualcosa di inedito... Toh, il lavoro! La creazione! Il Messia! Cthulhu fhtagn!

Ora, il presupposto di Negri, che Giobbe deprivi la razionalità del suo potere operativo, in quanto il giusto si ritrova immerso in una situazione totalmente priva di senso (di senso categorizzabile, descrivibile), data l'impossibilità di individuare una dialettica tra termini ultimativamente sproporzionati (Giobbe e Dio), questo presupposto, a mio avviso, è totalmente errato.
È vero che Giobbe descrive in lungo e in largo una realtà che non solo è in contrasto con la teodicea “ortodossa” dei suoi amici (Dio premia i giusti e castiga gli empi, e se il giusto soffre è solo una cosa temporanea, egli si pentirà dei propri peccati e Dio lo colmerà di ogni bene, spirituale e materiale), ma la vanifica totalmente: non è che Dio sia cattivo, e si sia messo a premiare i malvagi e a vessare i giusti, no, le cose stanno peggio ancora, empi e pii ricevono grazie e disgrazie in maniera totalmente casuale, in assenza di un sistema sanzionatorio riconoscibile. È come se Dio non esistesse.
Ma Giobbe grida al non senso del mondo non per descriverlo, ma per contestarlo. Non abbandona la ragione (etica) in quanto resa obsoleta da un cosmo insensato e a-dialettico, al contrario, egli invoca un ristabilimento di una legalità “razionale”, vedendola come unica sua possibilità di salvezza: smettila di punirmi preventivamente (illegalità), smettila di nascondere gli eventuali indizi a mio carico (illegalità), non impedirmi di starti davanti come querelante di diritto (illegalità), insomma, rendi “ragionevole” (legale, rispondente cioè a norme condivise e comprensibili) questo procedimento contro di me, e io confido di poter dimostrare la mia innocenza. È vero che Giobbe dispera di poter ottenere giustizia, dato che nessun terzo può fare da arbitro tra lui e Dio, perché Dio è legislatore, giudice, testimone e carnefice, e non lo si può costringere a essere “giusto”, perché è lui a stabilire quello che è giusto, ma questa consapevolezza non lo fa desistere: schiacciato, come un Joseph K, da una giustizia insensata e senza forma, continua a chiedere che gli sia concesso di difendersi in un regolare processo (habeas corpus: Giobbe è un liberale ante litteram?).
Del resto, anche l'affermazione secondo cui una dialettica Giobbe-Dio sia fondamentalmente impossibile anzi, vista l'incommensurabilità dei due termini, insensata, anche questa osservazione di Negri è, di nuovo a mio avviso, totalmente errata. Dice Negri che una dialettica che può avere come esito non il superamento della contraddizione ma la distruzione di uno dei termini (in questo caso Giobbe, umano infinitamente piccolo di fronte all'infinitamente grande), si consegna all'insensato. Ma è lui stesso a osservare come Dio non abbia senso senza coorti di angeli che gli sfilano davanti, senza un satana che gli propone scommesse, e, soprattutto, senza esseri umani che lo adorino. E sottolinea anche (Negri) che Dio insiste più di una volta sulla necessità che Giobbe rimanga in vita, e si capisce: se Giobbe muore la scommessa con il satana non ha più senso, ma soprattutto non ci sarebbe più nessuno ad assistere all'epifania di Dio. Se non c'è l'essere umano a contemplare e a meravigliarsi delle sue opere, Dio perde la sua identità, magari anche la propria esistenza.
Quindi la dialettica Dio-Giobbe sussiste, eccome, proprio perché l'opzione di annichilimento di uno dei termini (Giobbe) non si pone.
E qui Negri introduce la parola “lavoro”, che sembrerebbe avere qualcosa a che fare con il “valore”, in qualche modo collegato alla teodicea retributiva (Dio premia i virtuosi e castiga i peccatori) degli amici di Giobbe, ed essendo quest'ultima falsa ne consegue anche che il “lavoro” è una cosa brutta. Ma, e ce lo aspettavamo, questo termine assume la solita, postmoderna, polimorficità. È il lavoro maledizione inflitta ad Adamo, una metafora della condizione umana (“i suoi giorni si snodano come quelli di un cottimista”), ma anche “avventura prometeica dell'uomo” (pag.106).
Negri si chiede, a questo punto, come liberare il lavoro (qualsiasi cosa ciò significhi), e indica la soluzione in un Messia della carne, della creaturalità, invocato dalle tante interiezioni “viscerali” di Giobbe.
Ora, il fatto che questi richiami al Messia-Incarnazione abbiano un pedigree autorevole non ne sminuisce l'abusività. L'invocazione per un giudice terzo, un Vendicatore, scusate se mi ripeto, sono la forma con cui Giobbe esige un ordine etico razionale che redima il difetto dell'attuale ordine retributivo (sballato e insensato). Se il continuo richiamo alla fisicità carnale di Giobbe ha un senso, è proprio questo: se non c'è giustizia per me, per questo corpo devastato ed esausto, per le sofferenze inflitte ai lavoratori, alla vedova e all'orfano, allora non c'è senso, Dio non ha senso (o, si potrebbe dire, esistenza). Di nuovo, Negri sbaglia nel voler vedere in tutto questo un approdo “altro” che lascia dietro di sé la ragione, uno schema retributivo e quant'altro. Se fosse così, andrebbe bene la soluzione prospettata in qualche punto dagli amici di Giobbe (soprattutto Elihu): vabbè, sembrerebbe che Dio non sia molto conseguente (eticamente razionale) nel premiare i giusti e punire gli empi, ma insomma, lui sa quello che fa, tu invece a che titolo vuoi contendere con lui, hai messo tu limiti agli oceani eccetera? È un espediente della teodicea che a tutt'oggi, nonostante le randellate ricevute, non si decide a emettere l'ultimo respiro. Il male? È un mistero, va' a sapere come ragiona Dio!
Negri non vede questa esigenza di razionalità etica (banalmente, di giustizia) perché è un postmoderno (anche se lui lo negherebbe), e quindi, deleuzianamente, qualsiasi cosa possa interpretare come un superamento-dismissione-allontanamento dalla ragione (o da qualcosa che gli somigli, anche solo vagamente) gli sembra positivo. Se fosse coerente con la premessa, la parabola di Giobbe dovrebbe approdare all'accettazione del totale non senso: non c'è giustizia, la sofferenza dei giusti è casuale e insensata, nessuno comanda, decide, retribuisce, non c'è dio. E non sarebbe una conclusione ingiustificata (non più dei richiami messianici di tanti interpreti del testo): in fondo Giobbe pencola molto verso il Qohelet, i suoi accenni a una nuova vita, a una resurrezione della carne, sono protocollari, è evidente che la sua concezione dello sheol è quella dell'ebraismo primitivo, una specie di aldilà appena abbozzato, un buco di cui si sa poco e niente. Questa posizione non ha nulla di religioso, tanto meno di mistico o di messianico. È una posizione pragmatica: Dio ti dice di fare certe cose (fare sacrifici a lui, aiutare i poveri eccetera), se lo fai prospererai, se no languirai e morirai. Tu scopri che le cose non vanno affatto così, e così ti ribelli, chiedi conto a Dio del suo comportamento. È impossibile, assurdo? Non ha importanza, perché non hai scelta. Lo schema retributivo razionale (eticamente) deve esistere, altrimenti... Altrimenti cosa? In realtà tutti i dettagli che affascinano Negri (la vacuità della retribuzione, Dio che ride delle sfortune degli uomini, l'impossibilità di un giudice terzo, eccetera) sono evocati da Giobbe solo come contrasto alla sua sicurezza di potersi dimostrare innocente. Giobbe non si distacca, non emigra, non va oltre la ragione distributiva, dice anzi: o la giustizia (razionale, comprensibile, condivisibile) o il nulla. Il richiamo messianico è solo retorica: ah, magari ci fosse un giudice terzo! Ah, magari potessi un giorno vivere di nuovo! Ah, magari ci fosse per me un vendicatore!
Ma siccome siamo “destrutturalisti” dobbiamo per forza superare la banalissima ragione, anche se non con la dialettica meschina “degli Hegel o degli Schelling” (pag.108), che è comunque paccottiglia razionalistica!
A questo punto un Messia è d'obbligo, ma di che si tratti non possiamo dire, perché Negri è Negri, e i concetti linguistici e metafisici si fanno fluidi e rizomatici, tutto è niente e niente è tutto. Non sorprende che il libro si concluda con un elogio degli apici dell'affabulazione post-strutturalista:
Deleuze-Guattari, nel loro formidabile «Mille Plateaux», descrivono esattamente le dinamiche che seguono la crisi metafisica (di superamento, della dialettica) nella modernità. Il limite superiore del mondo, l'assunta impossibilità di trascendimento, aprono orizzonti indefiniti, canali di scorrimento massicci. Il metodo e il processo, il rizoma e il flusso divengono le chiavi di un discorso sulla modernità. Nessuna presunzione di cogliere immanenti costituzioni della soggettività: ma, d'altra parte, il sempre nuovo riproporsi di insiemi, di limiti, di ritornelli dell'essere, di nodi di cooperazione e di espressione, che – disincarnati – sul limite, sull'incrocio, nella costellazione ritrovano carne – oggettivati, nella tragedia ritrovano determinazione soggettiva.” (pag.157)

Come si vede, lo spostamento e il superamento sono valori in sé: un po' come i personaggi di Kerouac, il filosofo sente l'impulso di spostarsi, di stare sul margine, di cavalcare il flusso, proiettato verso un “it” totalmente privo di connotati, probabilmente solo sognato (o allucinato).

Come dicevo all'inizio, non mi sono chiesto come mai Toni Negri si interessasse a Giobbe, ma piuttosto (cedendo alle mie idiosincrasie, lo ammetto): perché Giobbe e non Ivan Karamazov?
L'interrogativo può sembrare pretestuoso: non lo è.
Tra le tante cose che il discorso di Ivan (contenuto nei capitoli III e IV del Libro Quinto dei Fratelli Karamazov) è e può essere, c'è anche il suo aspetto di “risposta a Giobbe”. Ivan fa letteralmente tabula rasa di qualsiasi teodicea, razionalistica o misticheggiante che sia, non confutandola ma rendendola umanamente indecente. Non a caso, nessuno è riuscito a dare una “risposta a Ivan”, se non rifugiandosi nel Mistero o aggrappandosi di nuovo a qualche brandello di teodicea, o semplicemente fraintendendo il suo discorso (di solito ricorrendo al trucco di concentrarsi sulla Leggenda del Grande Inquisitore, facendo finta che il resto non esista).
Il fatto è che il discorso di Ivan riesce davvero a sfondare i limiti del linguaggio e della razionalità, non virtualmente come nel chiacchiericcio post-strutturalista, e quindi ci sarebbe ben poco carburante per una macchina desiderante (con alla guida un corpo senza organi), qui Dostoevskij va oltre Giobbe, e oltre c'è solo il nulla.

Non sorprende, perciò, che si discuta di Giobbe e non di Ivan. Il dolore di Giobbe, essendo “socializzabile” (pag.132), offre una via di redenzione agli esseri umani, preconizza un Messia che può essere anche marxiano, mentre la ribellione di Ivan non apre a nessuna forma di riscatto.
La potenza è istaurata nel dolore, è potenza del non essere, è potenza della comunità – un'essenza inconclusa entro un processo indefinitivamente creativo.” (pag.133)

Cos'è questa, se non l'ennesima teodicea che vuole rendere la sofferenza “comprensibile”? Negri cavalca l'onda che porta lontano dalla ragione e dal senso, solo per imboccare, attraverso la porta del messianismo, la strada della vecchia sofferenza “istruttiva”, anche se con termini più barocchi. Bel paradosso.
Inoltre, Negri non accenna minimamente all'osservazione che farebbe Ivan: ah, certo, Giobbe viene restituito alla sua antica prosperità, tante greggi, tanti figli, tre figlie (naturalmente bellissime), e un pacco di soldi... E quelli di prima, i guardiani, i dipendenti di Giobbe massacrati nelle razzie? I poveri armenti periti in disastri mirati (dal satana scommettitore)? Tutta la prole sterminata (ah, queste case fatte col cemento della mafia!)? Quelle tre figlie, altrettanto belle, altrettanto virtuose, sono morte ingiustamente o no?
Sono domande ingenue e anacronistiche, certo, e allora? Ivan direbbe che nessuna ricchezza, nessuna figliolanza, nessun nuovo bestiame potranno mai compensare gli operai, i figli, le bestie sterminate ingiustamente. La redenzione è impossibile, anzi peggio, inaccettabile. Negri ha sacrosantamente ragione a sottolineare il carattere decisivo della visione diretta di Dio da parte di Giobbe. Questo cambia tutto, certo.
In peggio.
Giobbe conosce Dio faccia a faccia, e nell'interpretazione di Negri arriva a essere tutt'uno con la stessa Creazione (una conoscenza assoluta che significa diventare la cosa conosciuta). Ma questo non cancella l'ingiustizia. Quei morti, quel dolore restano irriscattabili.
Al posto di Giobbe, Ivan avrebbe detto:
Ti ho conosciuto faccia a faccia,
e ora taccio, mi copro di cenere e mi pento delle mie parole,
riconosco la tua gloria e la tua grandezza,
ma lasciami nella mia miseria, alle mie piaghe,
all'irrisione dei monelli,
non voglio armenti, non voglio pezzi d'oro, non voglio altri figli e figlie.
E ti volgo le spalle.
Ti ho visto, e ora distolgo da te il mio sguardo.”

Perché, come dice Lear:
Perché deve
Aver vita un cavallo, un cane, un topo,
E tu neanche un respiro? Tu non ritornerai,
Mai più, mai più, mai più, mai più, mai più.”


Annotazione poco seria:

Dio si manifesta direttamente a Giobbe, e tra le sue sublimi creazioni gli indica il Leviatano, mostro marino di proporzioni enormi, e dice, sarcasticamente (40, 30-31):
Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca,
se lo divideranno i commercianti?
Crivellerai di dardi la sua pelle
e con la fiocina la sua testa?

Insomma, Yahweh non ha letto Moby Dick.

Annotazione più che seria:

Giobbe, di solito, viene considerato un giusto per default, infatti tutte le speculazioni e discussioni e interpretazioni partono dal dato di fatto che Giobbe sia un virtuoso che soffre ingiustamente e che per questo chiede ragione a Dio. Elifaz insinua che Giobbe si meriti le sue sventure per atti malvagi commessi in prima persona, e non come uomo genericamente peccatore al cospetto di Dio (22, 6-9), ma si presume che lo dica per eccesso di zelo teologico.
E tuttavia, c'è un momento in cui Giobbe (che aiuta i poveri, le vedove, che si comporta con equità perfino coi suoi schiavi) nomina una categoria di persone che sembra escludere dalla sua pietà (30, 1-10):
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Anche la forza delle loro mani a che mi giova?
Hanno perduto ogni vigore;
disfatti dalla indigenza e dalla fame,
brucano per l'arido deserto,
da lungo tempo regione desolata,
raccogliendo l'erba salsa accanto ai cespugli
e radici di ginestra per loro cibo.
Cacciati via dal consorzio umano,
a loro si grida dietro come al ladro;
sì che dimorano in valli orrende,
nelle caverne della terra e nelle rupi.
In mezzo alle macchie urlano
e sotto i roveti si adunano;
razza ignobile, anzi razza senza nome,
sono calpestati più della terra.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

Chi sono questi reietti? Sono contadini e allevatori che si sono indebitati e si sono “dati alla macchia” per evitare il peggio. Come dice David Graeber nel suo Debito, I Primi 5000 Anni (pag.92):
Sembra che l’economia dei regni ebraici, al tempo dei profeti, cominciasse a sviluppare le stesse crisi del debito, da tempo frequenti in Mesopotamia: specialmente negli anni del cattivo raccolto, il povero si indebitava con il ricco o con i ricchi prestatori di denaro della città, che iniziavano a togliere loro il titolo di proprietà sulla terra, divenendone proprietari, mentre i loro figli e figlie venivano portati via a integrare la servitù nelle abitazioni dei creditori, o per essere addirittura venduti come schiavi.

Da queste situazioni insanabili (come il debito greco) derivò l'idea del Giubileo.
Quello che è curioso, però, è che Giobbe, che altrove nel testo deplora la situazione dei lavoratori sfruttati, dei poveri, degli orfani, delle vedove, non abbia che parole di disgusto verso questi paria fiscali (magari lui era uno dei suddetti prestatori), ma ancora di più stupisce che i post-strutturalisti di sinistra (foucaultiani o meno), con le loro simpatie metafisiche per il marginale, l'outcast, il delinquente, abbiano ignorato questo lumpenproletariat biblico.

sabato 5 dicembre 2015

La religione nell'ora di storia

Che accadrebbe se ai credenti venissero improvvisamente  mostrati divinità e profeti nella loro dimensione storica e non religiosa? Che ne sarebbe dei comandamenti, dei sacri valori, delle regole di comportamento, dei principi etici? Che ne sarebbe del maiale impuro, delle donne velate, delle pruderie sessuali, dell'odio verso i gay, della libertà di scegliere quando morire, dell'embrione persona inviolabile ?
Niente, non cambierebbe niente. La fede nel divino non  verrebbe minimamente scalfita dall'autorità della storia. 
Ai credenti non interessa la storia, non vogliono mordere la mela dell'albero della conoscenza, è peccato e non fa bene alla fede. 
Le parole impresse su libro di storia sarebbero lettera morta o scarabocchi illegibili.
La fede è in antitesi con il sapere, ce lo dicono sin da quando eravamo piccoli quelli che danno la parola a un Dio che per quanto che ne so non ha mai parlato.
I credenti preferiscono l'identità rassicurante del mito alla responsabilità di trovare da sè le risposte.
Mi rimane un dubbio, continuerebbero ad esistere quelle persone straordinarie che fanno cose grandiose spinte da un fede cieca?
 

giovedì 25 luglio 2013

Bergoglio lava più bianco. La rivoluzione a parole di papa Francesco


Quello che maggiormente sorprende in questa prima fase di permanenza alla guida della Chiesa di papa Francesco è il coro pressoché unanime di consensi che l’ex arcivescovo di Buenos Aires sta raccogliendo. Ma pauperismo e «francescanesimo a puntate» sembrano più funzionali ad una gigantesca operazione di marketing piuttosto che ad una reale riforma delle strutture della Chiesa. Un'analisi controcorrente della “nuova Chiesa” di papa Bergoglio.

di Valerio Gigante da Micromega

I fatidici 100 giorni sono trascorsi, l’enciclica a “quattro mani” (ma con una sola una firma) è uscita, la visita a Lampedusa è terminata. E mentre il viaggio in Brasile è in svolgimento, giornali e riviste si sono già ampiamente scatenati nel tracciare un primo bilancio del pontificato di Francesco. Quello che maggiormente sorprende in questa prima fase di permanenza alla guida della Chiesa di José Mario Bergoglio è il coro pressoché unanime di consensi che l’ex arcivescovo di Buenos Aires sta raccogliendo, da destra a sinistra, nel mondo cattolico come in quello laico.

Se si escludono i soliti mugugni dell’estrema destra cattolica, tutti, dai progressisti ai conservatori, dai laici ai cattolici, dagli esperti di cose vaticane fino alle persone che chiacchierano al bar, considerano questo papa una sorta di straordinario miracolo, il grande riformatore che rinnoverà completamente la Chiesa e le sue strutture. Sull’Espresso tempo fa Sandro Magister ha parlato dell'«incantesimo di papa Francesco», della sua capacità, cioè, di mietere unanimi, entusiastici consensi. Ed in effetti non c’è gesto o parola di questo pontefice che non venga amplificata a dismisura, definita un evento di portata storica, una novità assoluta, una rivoluzione, una “svolta epocale”. Di fronte a tale enorme entusiasmo, proporre una lettura critica, o anche solo dubitativa del pontificato di papa Francesco appare difficile, se non impossibile.

Eppure è proprio del mestiere del giornalista andare nelle pieghe dei fatti, dei personaggi, analizzare le dinamiche per rilevare le contraddizioni ed i nodi eventualmente irrisolti e portarli poi all’attenzione ed alla riflessione di chi legge, piuttosto che limitarsi ad amplificare – non sempre con il doveroso distacco che dovrebbe caratterizzare la professione – ciò che è già sotto gli occhi di tutti. Così, se è comprensibile – seppure non giustificabile – che i giornali cattolici abbiano si siano prodotti in entusiastici “osanna” e peana nei confronti di Bergoglio, assai meno lo è che lo abbia fatto la stampa laica, che dovrebbe avere sui fatti religiosi un occhio un tantino più disincantato, se non proprio vigile e critico.

Lavoro per un settimanale, Adista, che da anni svolge una funzione di informazione-controinformazione su Chiesa e politica, un osservatorio laico sui fatti religiosi che ha sempre costituito un punto di riferimento per chi, da una prospettiva progressista, credente ma senza essere clericale o “chiesastica”, è impegnato per un rinnovamento profondo delle strutture ecclesiastiche e dei rapporti tra la Chiesa ed il potere mondano. I nostri lettori sono stati quindi abituati ad un approccio assolutamente non apologetico nei confronti dei pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Sulle nostre pagine abbiamo pubblicato tanti documenti di teologi e vescovi che criticavano la teologia tradizionalista e la pastorale conservatrice dei due ultimi papi, l’indulgenza nei confronti di governi discutibili quando non esecrabili, i legami del Vaticano e dello Ior con i poteri economico-finanziari, gli intrecci tra gli uomini di Curia e le lobby intra ed extra ecclesiastiche. Ma quando abbiamo scritto del passato di Bergoglio all’epoca della dittatura in Argentina, quando abbiamo messo in evidenza le contraddizioni dei suoi primi atti di governo, in diversi ci hanno scritto delusi ed a volte indignati. Quasi avessimo “tradito” quel sogno di rivoluzione ecclesiale, di francescanesimo realizzato che per anni avevano coltivato e che ora volevano vedere incarnato nella figura di Bergoglio. E noi a sporcare questo idillio, per fare i bastian contrari a tutti i costi, cercare il pelo nell’uovo, insinuare sempre e comunque che il potere è brutto e cattivo.

In realtà non si tratta di avere un pre-giudizio, sul papa o su chiunque altro. È anzi comprensibile il clima di entusiasmo e speranza che le prime parole ed i primi gesti di Bergoglio hanno suscitato in tanti credenti. Ma a chi scrive non compete essere supporter di nessuno, men che meno di chi ha un ruolo istituzionale, connesso ad un potere e ad una capacità di enorme influenza sulle masse.

E allora, prima di entrare nel merito dell’attuale pontificato, vale forse la pena spendere qualche parola per capire il perché di un così diffuso e clamoroso successo del papa presso l’opinione pubblica. Certo, va fatta la necessaria tara all’entusiasmo che sempre accompagna l’elezione di un papa. Ma i mesi passano, e le udienze del mercoledì restano affollatissime, le colonne dei giornali piene delle parole e dei gesti del papa, la simpatia ed il calore che lo accompagnano Bergoglio sono visibili, palpabili. C’è, insomma, dell’altro oltre al fascino per la novità venuta “quasi dalla fine del mondo”.

Una prima spiegazione sta forse nel linguaggio di papa Francesco. Si tratta nella maggior parte dei casi di discorsi a braccio, che danno l’impressione di evitare formalismi e cerimoniali tipici di una gerarchia ingessata ed incapace di mettersi in sintonia con le folle cattoliche, ma cui pure papa Raztinger era assai affezionato come forma di sacralizzazione del suo ministero. Il papa attuale comunica invece con un linguaggio alla portata di tutti, dice frasi di piccola filosofia spicciola, utilizza un'oratoria colloquiale, imperniata su immagini o metafore di immediata presa comunicativa.

Al di là dell’apparente immediatezza e spontaneità, quella di Bergoglio pare in realtà una retorica assolutamente non improvvisata ed anzi molto studiata. Le metafore e le immagini utilizzate sono di notevole impatto ed efficacia comunicativa. Come quando papa Francesco parla di «Chiesa babysitter» (17 aprile) per stigmatizzare una Chiesa che solo «cura il bambino per farlo addormentare», invece che agire come una madre con i suoi figli; o di "Dio spray" (18 aprile) per mettere in guardia dall'idea di un Dio non cristianamente connotato, che va bene per ogni situazione (salvo poi partecipare alla kermesse per eccellenza del “Dio spray”: quella Giornata Mondiale della Gioventù che continua a riempire le piazze di effimeri entusiasmi mentre le chiese ed i seminari continuano a svuotarsi); o quella dei "cristiani satelliti", usata il 20 aprile per bollare quei cristiani che si fanno dettare la condotta dal "senso comune" e dalla "prudenza mondana", invece che da Gesù. Nell'omelia del Giovedì Santo, ha esortato i pastori della Chiesa, vescovi e preti, a prendere «l'odore delle pecore».

Da tutti questi esempi, oltre la grande abilità comunicativa, emerge uno sfondo teologico ed ecclesiale molto diverso da quello che aveva connotato il pontificato di Ratzinger. I pastori sono pastori e le pecore sono, appunto, gregge da guidare, il cristianesimo deve evitare ogni sincretismo religioso ed indulgenza nei confronti della cultura contemporanea, la secolarizzazione, i suoi valori, il suo relativismo vanno combattuti senza esitazione. Il diavolo esiste (e il papa lo cita in continuazione) e si annida nelle pieghe della realtà che ci circonda. Insomma, nella sostanza, non sembra essere cambiato molto rispetto a Benedetto XVI.

Semmai, rispetto al papa-teologo, l’immaginario religioso di Bergoglio è intriso di un devozionismo molto tradizionale e popolare, simile a quello tardo ottocentesco (un periodo non a caso in cui la Chiesa cercava di recuperare terreno presso le masse, “distratte” da anarchia, socialismo, scientismo, materialismo) fatto di madonnine oleografiche, di Gesù zuccherosi, indulgenze plenarie (nuovamente concessa a tutti i partecipanti alla Gmg brasiliana) e fervorini contro il demonio. E di una Chiesa che resta l’unica solida guida per i credenti e l’unico strumento di salvezza. Il 12 aprile, ad esempio, parlando alla pontificia commissione biblica, papa Francesco ha ribadito che "l'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa". Il 22 aprile, in un'altra omelia mattutina, ha detto con forza che Gesù è «l'unica porta» per entrare nel Regno di Dio e «tutti gli altri sentieri sono ingannevoli, non sono veri, sono falsi». Il giorno dopo, nell'omelia della messa con i cardinali nella Cappella Paolina per la festa di S. Giorgio, ha detto che «l’identità cristiana è un’appartenenza alla Chiesa, perché trovare Gesù fuori della Chiesa non è possibile».

Per non parlare dell’enciclica Lumen fidei, scritta in gran parte da Ratzinger, ma firmata da Francesco: un testo costruito nella contrapposizione tra fede cristiana e mondo moderno, nella polemica contro il relativismo, finalizzata ad ancorare la ricerca teologica all’obbedienza al Magistero. Insomma, il testo che doveva essere insieme il testamento spirituale di Ratzinger e il programma pastorale di Bergoglio, finisce per rivelare, come ha sottolineato Vito Mancuso su Repubblica (6/7) «al di là di differenze contingenti, la totale consonanza dottrinale con papa Benedetto sulle cose fondamentali quali la fede e la morale». Altrimenti l’enciclica poteva restare nel cassetto (non fu così per quella di Pio XI sul nazismo e l’antisemitismo, che il successore, XII, si guardò bene dal pubblicare?), oppure l’enciclica poteva portare (con un gesto certamente inedito, ma che da un papa come Francesco ci si poteva anche attendere) la doppia firma, quella del papa regnante e quella del vescovo emerito di Roma.

Anche sul versante delle donne, non pare che da papa Francesco ci sia da attendersi grandi sorprese: «Siate madri, non zitelle», ha detto Francesco alle 800 suore convocate all’assemblea dell’Unione delle superiori generali l’8 maggio scorso. La castità, ha spiegato, deve essere «feconda», generatrice, come insegna la figura di Maria Madre. «Che cosa sarebbe la Chiesa senza di voi? Le mancherebbe maternità, affetto, tenerezza, intuizione di madre!». Insomma, le suore come indispensabili procreatrici spirituali, curatrici di corpi e anime altrui. Dal punto di vista teologico, la semplice riedizione del ruolo materno celebrato attraverso la figura della mamma acrobata che concilia casa e lavoro. Ma che non deve rinunciare all’accudimento dei figli come funzione che ne caratterizza la dimensione “naturale”, oltre che sociale.

Cambia la forma, non la sostanza
Insomma, alla fine di questa rapida analisi si può concludere che se i contenuti di papa Francesco non sono diversi dai suoi predecessori, il modo di comunicarli quello sì, è radicalmente diverso.
In questa sua enorme capacità comunicativa Bergoglio appare simile al Wojtyla pope-star, quello che agitava la mani, ritmava i canti assieme ai giovani che assiepavano gli stadi delle Gmg, parlava in romanesco al clero romano, celebrava messe negli stadi e faceva continui bagni di folla. Ma a differenza di quest’ultimo l’attuale pontefice ha un’arma in più: riesce ad avere un rapporto quasi personale con la folla. Bergoglio ha iniziato la sera stessa della sua elezione, salutando con un semplice «buonasera», chiedendo alla folla di benedirlo (così almeno hanno detto tv e giornali: in realtà, in modo assai meno rivoluzionario, ha semplicemente chiesto ai fedeli di pregare affinché Dio facesse scendere sul papa la sua benedizione, prima che fosse il papa stesso ad impartire la sua, Urbi et Orbi), presentandosi semplicemente come il «vescovo di Roma» (poi però se si va a guardare sull’Annuario Pontificio pubblicato due mesi dopo i titoli tradizionalmente attribuiti capo della Chiesa cattolica ci sono tutti: «Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano, Servo dei Servi di Dio»).

Al "Regina Coeli" di domenica 21 aprile, ha risposto alla folla che lo acclamava: «Grazie tante per il saluto, ma anche salutate Gesù. Gridate 'Gesù' forte!». Con la conseguenza che il grido “Gesù, Gesù” si è levato immediato ed altissimo da piazza San Pietro. Più in generale, quando è in mezzo alla gente, sembra capace di un rapporto diretto ed immediato con le persone. Anche all’interno di eventi collettivi, sembra cioè capace di interloquire con i singoli, ad avere una parola, un abbraccio, un gesto particolare per ciascuno. Rompe l’anonimato dei raduni di massa con piccoli e accurati “fuori programma” (conversazioni, battute, gesti di quotidianità, carezze, abbracci) che danno la sensazione di un papa che individua e cerca proprio te, in mezzo a tanti. E questo colpisce indubbiamente molto i fedeli. Ma anche i media che continuamente rilanciano le immagini del papa vicino ad un malato, con in braccio un bimbo, che parla di aspetti quotidiani della vita con qualcuno dei fedeli che riesce ad avvicinarlo, che parte per il Brasile con una borsa in mano (fatto di per sé insignificante, ma che i media di tutto il mondo hanno trasformato in un evento), che augura “buon pranzo” alla fine dell’Angelus domenicale. Che saluta, sorride e gesticola come una persona qualunque.

Denunce a perdere

Quando invece parla, i temi affrontati dai discorsi di papa Francesco sono ispirati a concetti molto generici: la misericordia, il perdono, i poveri, le "periferie", gli esclusi dal sistema, i poteri finanziari che schiacciano la dignità umana, l’amore e l’egoismo (una delle frasi più ricorrenti del papa è «non fatevi rubare la speranze»: l’espressione – la cui vaghezza è evidente a tutti – si ritrova anche nell’enciclica Lumen fidei). Mancano sempre i nomi, le circostanze, i responsabili. Cioè tutti quegli elementi che contribuirebbero a dare forza e profezia alle parole di un vescovo, quello di Roma in particolare. E questo vale anche per la visita del papa a Lampedusa, dove alla grande attenzione per le vittime non ha fatto da pendant quella nei confronti dei loro “carnefici”, cioè delle leggi e delle scelte governative italiane ed europee (legge Turco-Napolitano, legge Bossi-fini, respingimenti, sostegno a dittatori e autocrati nordafricani ed asiatici di ogni tipo, guerre e sfruttamento economico), che hanno consentito che il Mediterraneo divenisse un cimitero di disperati.

Ma ad un papa non spetta fare questo tipo di denunce, si dirà. Giusto, se questo valesse anche per i temi su cui la Chiesa è sempre intervenuta direttamente e pesantemente nella vita politica, lanciando su questioni come i matrimoni gay, la fecondazione assistita, i “diritti” dell’embrione, il divorzio breve, l’aborto, l’eutanasia, ed il testamento biologico anatemi e scomuniche di ogni tipo. Lo stesso Bergoglio, quando era arcivescovo di Buenos Aires ha parlato di aborto ed eutanasia come di «crimini abominevoli», dei movimenti pro-choice come di organizzazioni che promuovono una «cultura della morte»; si è opposto alla distribuzione gratuita di contraccettivi nel suo Paese, all'insegnamento dell'educazione sessuale nelle scuole, all’adozione da parte di coppie omosessuali, alla legge che nel 2010 fu varata dal governo per legalizzare i matrimoni gay, definita un provvedimento «ispirato dall’invidia del diavolo», «un attacco devastante ai piani di Dio», divenendo il punto di riferimento delle manifestazioni a favore della famiglia e del matrimonio tra uomo e donna che si susseguirono tra la primavera e l’estate del 2010.

In quei casi le denunce furono circostanziate e puntuali.. Sui poveri, gli sfruttati, i derelitti, i perseguitati, invece, solo generiche critiche al “sistema” che produce marginalità e disperazione.
Eppure nella storia della Chiesa è accaduto spesso che preti e vescovi denunciassero i meccanismi reali di esclusione e miseria. Senza voler citare il caso di Romero, finito vittima di un sicario al soldo del leader del partito nazionalista conservatore Roberto D'Aubuisson, e ucciso mentre celebrava messa, si potrebbe citare il recente caso del vescovo di Nola, mons. Beniamino Depalma, che si è apertamente e concretamente dalla parte di chi sta lottando per i propri diritti sindacali, presentandosi lo scorso 15 giugno davanti ai cancelli dello stabilimento di Pomigliano d'Arco (Napoli), in occasione della protesta contro due sabati di recupero lavorativo, susciti la dure reazione dei dirigenti della Fiat, che hanno sostenuto che il vescovo si è collocato «dalla parte dei violenti e prevaricatori».

Senza nomi e cognomi, i discorsi restano, inevitabilmente, delle prediche buoniste e ireniche, che muovono e commuovono le coscienze, ma che hanno scarsa o nessuna incidenza nelle dinamiche dei processi reali. E infatti, non risulta al momento che nessuno dei “poteri forti” chiamati quasi quotidianamente in causa da Bergoglio abbia mai veramente reagito in alle generiche critiche papali, a parte qualche infastidita ed estemporanea dichiarazione di pochi leghisti ed esponenti del centrodestra dopo la visita papale a Lampedusa. Senza fare nomi o accuse ai politici o ai governanti, poteva il papa decidere di stanziare una parte dell’8 per mille (più di quella misera parte – circa il 20% – attualmente destinata dalla Chiesa alle opere di carità) a favore dei migranti e delle strutture che si occupano di loro? Poteva mettere a disposizione una minima parte dell’immenso (circa un quinto degli edifici esistenti, solo in Italia) patrimonio immobiliare italiano che la Chiesa possiede per l’accoglienza di una parte di questi disperati? Poteva, e senza grandi difficoltà, ma non l’ha fatto.

Più in generale, il papa che paga il conto dell’albergo dove ha alloggiato per il Conclave, che ha deciso di rinunciare all’appartamento papale, che gira senza l’auto blindata e che si richiama continuamente alla sobrietà ed alla povertà come condizione indispensabile per la Chiesa, poteva – solo per restare in ambito italiano (il dramma di Lampedusa si consuma infatti nel nostro Paese) – chiedere di rinegoziare il Concordato o almeno qualcuno dei privilegi di cui gode la Chiesa (che dal 1999 non paga allo Stato italiano nemmeno la fornitura di acqua, che ammonta a circa 5milioni di metri cubi l’anno) come l’ampia esenzione dal pagamento dell’Imu; il pagamento a carico dei contribuenti dei docenti di religione cattolica, dei cappellani militari, delle carceri, ospedalieri; l’8 per mille garantito anche per quella parte di gettito che proviene dalle quote non espresse (cioè da coloro che non hanno barrato alcuna casella nella dichiarazione dei redditi, ma i cui soldi vengono ugualmente ripartiti tra lo Stato e le confessioni religiose in maniere proporzionale alle quote espresse); contributi statali alle scuole cattoliche ed all’editoria cattolica; finanziamenti pubblici a parrocchie, oratori e scuole materne; esenzioni per Ires e canone tv; benefits per lo Stato della Città del Vaticano ed i suoi cittadini, ecc. ecc.?

Più in generale, allargando la questione dalla Chiesa italiana a quella universale, poteva il papa decidere di utilizzare una piccola parte dei 55milioni di euro che ogni anni lo Ior stanzia a favore del bilancio della Santa Sede a favore di poveri e migranti, o di utilizzare a questo scopo una parte dei proventi delle speculazioni finanziarie su valute, azioni ed obbligazioni che da diversi anni tengono in attivo i conti della Santa Sede?
Il papa poteva farlo. Ma, almeno finora, non l’ha fatto.

La “rivoluzione” a parole

Certo, questo papa – contrariamente al suo predecessore – è stato finora attentissimo a non lanciarsi in anatemi espliciti contro la modernità, la secolarizzazione, le coppie di fatto, la ricerca scientifica, l’Europa scristianizzata. A tentare di accontentare tutti, annunciando la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (e anche quella del successore di Escrivà de Balaguer alla guida dell’Opus Dei, Álvaro del Portillo…). Ma la linea della Chiesa, come dimostra l’enciclica Lumen fidei, resta la stessa. Ed anche per quanto riguarda la necessaria riforma dell’istituzione ecclesiastica, da molti invocata ed implicitamente promessa dall’avvento di un papa dal nome così impegnativo, per ora è accaduto poco o nulla.

La Curia è sempre lì, in testa il segretario di Stato. Se qualcosa cambierà allo Ior sarà per le pressioni che da anni la comunità internazionale sta facendo sul Vaticano affinché si adegui agli standard europei sull’antiriciclaggio (e che se hanno consentito finora enormi vantaggi stanno però restringendo sempre più il campo dei partner bancari a cui il Vaticano può affidarsi, come il caso del blocco del servizio bancomat gestito da Deutsche Bank all’interno delle Mura Leonine all’inizio del 2013 ha dimostrato). Anche sul campo dottrinario nulla sembra profilarsi di particolarmente nuovo all’orizzonte. Il 15 aprile, il papa ha confermato la linea severa della congregazione per la dottrina della fede nel trattare il caso delle suore degli Stati Uniti riunite nella Leadership Conference of Women Religious, messe sotto inchiesta dal Vaticano per la loro pastorale troppo liberal.

Tutti ricordano il caso del cardinale scozzese Keith Patrick O'Brien, arcivescovo emerito di St. Andrews ed Edinburgo, che aveva ammesso le sue responsabilità nello scandalo sulle molestie sessuali che lo aveva coinvolto e che per questo motivo era stato indotto dalle pressioni dell’opinione pubblica a rinunciare a partecipare al Conclave. Ebbene, a metà maggio il papa ha condannato O’Brien – udite udite – ad un esilio di qualche mese del cardinale in un luogo di preghiera e di penitenza. Come ha scritto Francesco Merlo su Repubblica (17/5) «sembra un rimbrotto burbero, una tirata d'orecchie complice che solo in Italia è ruffianamente raccontata come un giro di vite papale, una tolleranza zero della Chiesa verso gli abusi sessuali dei sacerdoti». Un provvedimento simile a quello preso da Ratzinger nei confronti del fondatore dei Legionari di Cristo Maciel, indotto nel 2006 a ritirarsi dalle sue cariche all’interno della sua potente congregazione ed a fare penitenza. Niente scomuniche allora, niente nel caso di O’Brien. E niente dimissioni – per l’uno come per l’altro – dallo stato clericale. Nonostante i gravissimi crimini.

Ma dal punto di vista del marketing, anche sul fronte pedofilia il papa si è mosso benissimo. E mentre della risibile punizione ad O’Brien nessuna o quasi ha detto nulla, tutti hanno parlato all’inizio di luglio della «rivoluzione nella legislazione vaticana», «l’ennesimo strappo di papa Francesco»: in pratica, l’abolizione dell’ergastolo (quanti ergastolani ci sono nella Città del Vaticano?), la ridefinizione, con relativo inasprimento di pene, di alcuni reati come la vendita di minori, la prostituzione minorile, la violenza sessuale su minori, gli atti sessuali su minore, la pedopornografia, la detenzione di materiale pornografico, arruolamento di minore. Più altre norme per chi attenta alla sicurezza, agli interessi fondamentali o al patrimonio della Santa Sede, modificate in relazione alla Convenzione delle Nazioni Unite del 2003 contro la corruzione. Tutti provvedimenti che riguardano ovviamente solo i delitti commessi nella Città del Vaticano o negli uffici di Curia (oltre alle nunziature ed al personale diplomatico) e che sono peraltro in parte adeguamenti alle Convenzioni internazionali richiesti proprio da quell’organismo, Moneyval, dal quale ormai da diversi anni il Vaticano si aspetta di poter essere ammesso nella white list dei Paesi finanziariamente “virtuosi”.

La collegialità del potere

Ma, si potrebbe eccepire, questo papa sta lavorando per fare della Chiesa una istituzione più collegiale. In questo senso andrebbe la nomina degli otto cardinali come suoi «super-consulenti» per assisterlo nel governo della Chiesa e nel progetto di riforma della Curia romana, definita unanimemente una «svolta epocale», una «rivoluzione», anche da diversi studiosi ed osservatori di questioni ecclesiastiche e di storia della Chiesa. Se lo storico Giuseppe Ruggieri ha già chiarito che la nomina di consiglieri per la riforma della Curia «riprende un istituto tradizionale della Chiesa» risalente «già al primo millennio» e tutt'ora esistente nella Chiesa ortodossa orientale (intervistato dall’Ansa il 13 aprile scorso), ancora non sono del tutto chiare le reali competenze dei cardinali nominati e sui poteri che il nuovo organismo potrà effettivamente esercitare, al di là del suo ruolo consultivo. Inoltre diversi commentatori hanno fatto notare che il nuovo organismo, che pure il papa ha voluto rappresentativo dei cinque continenti, è però composto di soli cardinali, senza preti, vescovi, laici e donne (nemmeno se suore).

Infine la biografia degli ecclesiastici nominati da Bergoglio non sono certo inattaccabili. Dal cardinale Oscar Andres Rodríguez Maradiaga (peraltro grande amico di Bergoglio) che ha sostenuto il golpe che nel giugno 2009 portò alla deposizione del presidente dell’Honduras Manuel Zelaya, al cardinale “bertoniano di ferro” Giuseppe Bertello. C’è poi il segretario della commissione mons. Marcello Semeraro, al centro di molte polemiche nella sua diocesi, quella di Albano, come nel 2007, quando tre suore missionarie di Santa Gemma, inviate dalla loro superiora nella diocesi retta da Semeraro per essere impiegate nei servizi della catechesi e della pastorale giovanile nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Aprilia, furono da lui cacciate per non aver accettato di fare da colf a due anziani sacerdoti presenti nella parrocchia (800 euro al mese, da dividere in tre…). E poi c’è la storia di p. Marco Agostini, prete pedofilo nei confronti del quale nel maggio 2006 la Procura di Velletri – che aveva appena ottenuto dal Gip la misura cautelare – chiese alla Curia di poter avere le informazioni raccolte dalle autorità ecclesiastiche. Semeraro disse no, appellandosi all’articolo 4 comma 4 del Concordato, secondo il quale gli ecclesiastici non sono tenuti a dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero. Non c’era obbligo, ma nemmeno divieto. Eppure Semeraro preferì non collaborare.

Membro della commissione è inoltre il cileno Francisco Javier Errázuriz Ossa che nel 2006 celebrò i funerali religiosi di Pinochet («Che Dio lo perdoni e tenga conto di ciò che ha fatto di buono», disse) e propose al governo, nel 2010, l’indulto generalizzato, in nome del “perdono cristiano”, per i militari sostenitori della dittatura. E che fu anche accusato di avere cercato di insabbiare le indagini su uno dei casi di violenza sessuale più tristemente conosciuti in Cile, quello su James Hamilton, che ha subìto abusi sessuali per oltre venti anni da parte di p. Fernando Karadima, prete con un forte carisma presso i giovani dell’élite di Santiago del Cile. Last but not least, l’australiano George Pell, arcivescovo di Sydney, ultraconservatore, tra i cardinali che hanno scelto di celebrare la messa con rito tridentino, implicato tra l’altro nella vicenda di un prete della diocesi di Ballarat, 120 chilometri ad ovest di Melbourne, Gerald Francis Ridsdale, condannato a 19 anni di carcere per aver abusato di decine di bambini. Quando il 27 maggio 1993, il tribunale di Melbourne aprì un processo a carico di Ridsdale per aggressione sessuale ai danni di nove ragazzi, il prete venne accompagnato in tribunale e sostenuto proprio da George Pell, che nel frattempo era divenuto vescovo ausiliare di Melbourne. «Ho vissuto con lui – disse Pell nel 1996, dopo la condanna definitiva – ma sulla sua condotta non circolava nemmeno un sospetto». Tuttavia, il processo del 1994 provò che Ridsdale era stato inviato dai suoi superiori da uno psicologo già nel 1971, e che era stato spostato da una parrocchia all’altra a causa delle denunce arrivate in Curia.

Almeno dal punto di vista delle varietà delle presenze, la Commissione sullo ior (3 ecclesiastici e 2 laici, fra cui una donna) e quella sulla finanza vaticana (1 ecclesiastico e 7 laici, fra cui una donna), recentemente istituite dal papa, parrebbero meglio rappresentare la pluralità della Chiesa. Salvo che la composizione delle commissioni – come sottolinea anche Ignazio Ingrao su Panorama (27/6) rispecchia proprio quei conflitti intestini all’interno delle lobby economico finanziarie interne alla Chiesa che dovrebbero essere l’oggetto della riforma papale: la Pontificia Commissione sullo Ior vede infatti al suo interno una componente statunitense (con l’assessore monsignor Peter Brian Wells e la professoressa Mary Ann Glendon) che sostiene i Cavalieri di Colombo (di cui è massima espressione è Carl Anderson cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo, nel board dello Ior e principale artefice della defenestrazione dell’ex presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi) e una francese (rappresentata in Commissione dal cardinale Jean-Louis Tauran, che invece sostiene i Cavalieri di Malta (dei cui interessi è massimo garante l’attuale presidente dello Ior, Ernst von Freyberg). Insieme a loro, con il ruolo di coordinatore (è colui che fisicamente si recherà allo Ior per l'acquisizione di documenti) anche il vescovo spagnolo Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru, membro dell'Opus Dei. Di area Opus Dei sono anche Francesca Immacolata Chaouqui e Lucio Angel Vallejo Balda, membri della commissione di inchiesta sulle finanze vaticane.

Provvisorie conclusioni

Va bene, si potrebbe infine obiettare, ma questo papa che va a Lampedusa e parla dei poveri sarà pur sempre meglio di chi lo ha preceduto, vestito di ermellino e chiuso nella sua impenetrabile fortezza teologica, sempre pronto a lanciare strali contro chi a suo avviso assedia la cittadella fortificata della fede. È vero, se non fosse che – fino a prova contraria sempre possibile, seppure improbabile –pauperismo e «francescanesimo a puntate» (come in una canzone di De André) sembrano più funzionali ad una gigantesca operazione di marketing piuttosto che ad una reale riforma delle strutture della Chiesa.

Insomma, per l’emorragia di fedeli (nei Paesi dove esistono sistemi diversi dall’8 per mille, ciò corrisponde a minori introiti per le Chiese nazionali), di offerte (il bilancio vaticano lamenta da tre esercizi il calo a livello mondiale dell’Obolo di S. Pietro, le offerte che in tutto il mondo si raccolgono in favore della carità del papa, il 29 giugno), di vocazioni, di credibilità, l’arrivo di papa Francesco ha costituito finora un’ottima operazione. Per i divorziati risposati, i gay credenti, i laici, le donne, per tutti coloro che si battono per una maggiore collegialità nella Chiesa, per la libertà di parola e di opinione, di ricerca teologica e di azione pastorale, per coloro che desiderano una riforma che cambi strutture e classe dirigente, ecco, per tutti loro certamente un po’

lunedì 28 maggio 2012

Ci sei o ci fai: fra evoluzionismo e creazionismo


 da unipv

[da NCSE] Interessanti i risultati di un sondaggio, comunque geograficamente limitato al piccolo stato USA del New Jersey, che permette di verificare che, di fronte ad una domanda secca “L’uomo ha avuto origine da forme viventi precedenti?”, il 51% risponda affermativamente, il 42% negativamente e il 7% si astenga. E’ interessante comunque il confronto con le altre domande a cui il campione ha risposto. Si è potuto infatti verificare che fra i non credenti (all’evoluzione biologica) prevalgano i repubblicani, gli anziani oltre i 55 anni e le donne ma soprattutto che la differenza più rilevante riguardi il livello di scolarizzazione, la differenza fra i laureati e le persone limitate alle scuole superiori o anche meno.
Il
report evidenzia quindi che la scuola sia utile, e come sia quindi necessario preoccuparsi dei programmi scolatici, della qualità e della preparazione degli insegnanti: chi trova ragionevole che l’uomo attuale sia derivato da forme viventi precedenti passa infatti dal 37% al 69%, raddoppia in quelli che escono dall'università!
Meno influenza dovuta all’istruzione si nota invece in chi crede nella vita dopo la morte (da 65% a 61%) o nell’astrologia (da 41% a 28%). Il ruolo dell’istruzione è comunque ancora più rilevante nella valutazione della Bibbia; chi crede sia un’opera del tutto umana balza dal 12% in chi al massimo è arrivato a frequentare il liceo al 34% in chi è uscito dall’università.
E’ quindi importante verificare con cura i programmi scolastici, controllare che vengano rispettati, ma soprattutto preoccuparsi che nessuno venga abbandonato (“
No child left behind”). Puo’ evitare che, in un futuro in cui tutti avessero la migliore istruzione, qualche antievoluzionista possa accorgersi di essere semplicemente ignorante, non avendo ricevuto le informazioni minime che il sondaggio evidenzia come indispensabili per capire l’evoluzione biologica.

·         [da NCSE] Da qualche giorno sono disponibili in rete le prime bozze del Next Generation Science Standards, Come il volume del 2011 dell'autorevole National Research Council (A Framework for K-12 Science Education), a cui questa proposta di futuri standard per l'insegnamento delle scienze nelle scuole fa riferimento,  i nuovi standard non sono affatto reticenti per quanto riguarda l'evoluzione e il cambiamento climatico.
La selezione naturale e l'evoluzione sono fra i principali temi proposti per le superiori, mentre la selezione naturale e l'adattamento è uno dei 5 principali temi per le medie. Lo stesso dicasi per "Cambiamento climatico e sostenibilità"  e per "Meterologia, clima e Pressione umana sull'ambiente" nell'ambito delle scienze della terra e dello spazio.
·         [da NCSE] Sempre in questi giorni sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio ("Climate Change in the American Mind: Americans' Global Warming Beliefs and Attitudes in March 2012"). Molte le domande e le risposte, per le quali vengono presentate anche le variazioni per il periodo dal 2008 ad oggi.
Curioso osservare come i rischi peggiori vengano riservati alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, ma sopratto alle specie animali e vegetali, senza che si rifletta sulle inevitabili conseguenze che comunque ricadrebbero sulla nostra specie. Se molti americani continuano a non credere al riscaldamento globale o comunque a non preoccuparsene (21%+20%), chi se ne preoccupa in maggioranza crede che sia responsabilità umana (38% contro il 25%).
·         [da NCSE] Leggi che intendevano proteggere chi voleva insegnare informazioni antievoluzioniste nelle scuole nelle ore di scienze sono decadute recentemente nelle assemblee legislative nel Missouri e in Alabama.

domenica 6 maggio 2012

Prego, il vero Gesù alzi la mano


di David Fitzgerald (dal suo prossimo libro Jesus: Mithyng in Action) (da freethoughtblogs.com)

traduzione di Domenico D'Amico



Il “Gesù della storia” è davvero più reale del “Gesù della fede”?

Il Cristianesimo è sulla breccia da molto, molto tempo. Ma ormai abbiamo superato da un pezzo il punto in cui sarebbe razionale mostrarsi agnostici riguardo il cosiddetto “Gesù della fede”. È ridicolo far finta che la mancanza di riscontri storici degli eventi spettacolari narrati dai Vangeli, tralasciando le contraddizioni presenti all'interno dello stesso Nuovo Testamento, non costituisca un problema esiziale per Gesù il divino Figlio di Dio.

sabato 11 giugno 2011

Madre Teresa. Il supplizio delle creature: parte II

La posizione della missionaria
Gli Etiopi immaginano i propri dèi neri e camusi; i Traci, azzurri di occhi e rossi di capelli. Ma se i cavalli o i leoni avessero mani, o sapessero disegnare e plasmare opere come gli uomini, i cavalli rappresenterebbero gli dèi con le sembianze di cavalli e i leoni di leoni, rendendoli così so miglianti a se stessi (Senofane)
Introduzione
Mentre scrivo, ho sul tavolo una vecchia copia di L'Assaut [L'Assalto]. È, o più precisamente era, un organo propagandistico del dispotismo personale di Jean-Claude Duvalier di Haiti. Figlio smisuratamente grasso, gozzuto e stu pido di un padre tanto magro quanto spietato e intelligente (Jean-François "Papa Doc" Duvalier), il corpulento delfino era conosciuto da tutti, e con suo evidente imbarazzo, come "Baby Doc". Nel tentativo di salvare un po' di dignità e di affermare un ' identità distinta da quella paterna, L'Assaut recava il sottotitolo Organe de Jean-Claudisme.
Ma il fatto di evitare il più accurato "Duvalierismo", non servì ad altro che a sottolineare quell'impressione di repubblica delle banane, di culto dinastico che cercava di dissipa re. Sotto il titolo appare un uccello ridicolo, una specie di piccione grassissimo e quasi incapace di volare, ma che dovrebbe chiaramente rappresentare una colomba, a giudicare dal ramoscello d'ulivo stilizzato che stringe nel becco. Sotto l'obbrobrioso volatile campeggia a grandi lettere un motto in latino, In Hoc Signo Vinces, che sembra negare le intenzioni pacifiche ed erbivore del logo. I primi simboli cristiani, come la croce o il pesce, recavano talvolta questa iscrizione. L'ho vista su libelli che esibivano altri geroglifici e altri feticci, come la svastica. Certo è che nessuno riuscirebbe a conquistare qualcosa sotto un vessillo raffigurante l'emblema qui riprodotto.
All'interno, accanto a un lungo e adorante resoconto del l'anniversario di nozze del pingue primo cittadino di Haiti e della sua celebre sposa, Michèle Duvalier, c'è una grande fotografia. Ritrae Michèle, dignitosa, tranquilla ed elegante nella sua veste di guida dell'élite bianca e creola di Haiti. I suoi polsi ingioiellati sono trattenuti in una stretta affettuosa da un'altra donna, che le rivolge uno sguardo pieno di rispetto e deferenza. Accanto alla foto è citata anche una frase di questa altra donna, chiaramente convinta che i suoi gesti adulatori non bastino, e che sia necessario rafforzarli con le parole: «Madame la Presidente, cest une personne qui sent, qui sait, qui veut prouver son amour non seulement par des mots, mais aussi par des actions concrètes et tangibles»[1]. La vicina pagina di cronaca rosa riprende l'invocazione, con il titolo : «Mme la Presidente, le pays resonne de votre œuvre»[2].
Lo sguardo indugia sulla foto: la donna che si profonde in questi copiosi elogi è la stessa che milioni di persone conoscono con il nome di Madre Teresa di Calcutta. Numero se domande si accavallano nella mente. In primo luogo, è possibile che si tratti di un fotomontaggio? È possibile che gli scaltri cronisti di L'Assaut abbiano trasformato un'ignara straniera in un'ospite sfruttata, mettendole le parole in bocca, ponendola in una posizione vulnerabile? A quanto pare, la risposta è negativa, perché questo numero è datato gennaio 1981, ed esiste un filmato dello stesso anno di Madre Teresa in visita ad Haiti. Nel filmato, apparso nel programma di attualità della CBS Sixty Minutes, Madre Teresa sorride alla telecamera e dice, a proposito di Michèle Duvalier, che per quanti re e presidenti avesse incontrato nella sua vita, non aveva «mai visto la povera gente mostrarsi tanto in confidenza con il proprio capo di Stato come con lei. È stata una bella lezione per me». In cambio di questo e altri favori, a Madre Teresa fu assegnata la Legion d'onore haitiana. E la sua testimonianza semplice, che celebrava calorosamente la coppia regnante, fu trasmessa dalla televisione di Stato tutte le sere per almeno una settimana. A quel che risulta, non ci sono state proteste per questo filmato da parte di Madre Teresa (che sa rendere le sue opinioni molto accessibili), tra l'epoca dell'assegnamento dell'onorificenza e il momento in cui la popolazione di Haiti acquistò una tale "confidenza" con Jean-Claude e Michèle che la coppia ebbe a malapena il tempo di riempire le valigie con il Tesoro Na-zionale prima di fuggire per sempre in Costa Azzurra.
Prendono corpo anche altre domande, le quali toccano tutte questioni come la santità, la modestia, l'umiltà e la de dizione ai poveri. A parte tutto il resto, che ci faceva Madre Teresa a Port au Prince, a disposizione dei fotografi e presente a consegne ufficiali di onoreficenze insieme all'oligarchia locale? Insomma, che ci faceva mai ad Haiti? Il mondo ha bisogno di immaginarla in un atteggiamento di angosciata ma volontaria sottomissione, mentre lava i piedi ai poveri di Calcutta. La politica non è il suo vero mestiere, e tantomeno a mezzo mondo di distanza, in un'arroventata dittatura dei Caraibi. Per molti anni Haiti è stata giustamente rinomata come il luogo dove i miseri del mondo ricevono il trattamento più crudele e capriccioso. Inoltre, è risaputo che questo fatto non è dovuto a calamità naturali o a una ma la sorte immutabile. L'isola è stata nelle mani di una classe rapace particolarmente insensibile e avida, che è ricorsa alla forza spietata per tenere i poveri e i diseredati al loro posto.
Diamo ancora un'occhiata alla fotografia delle due don ne sorridenti. In termini di idee invalse su Madre Teresa, non quadra. L'immagine e l'intuito sono tutto, e coloro che ne sono in possesso hanno la capacità di determinare il proprio mito, e di essere valutati in base ai loro parametri. Azioni e parole sono giudicate in base alle reputazioni, e non vice versa. Perciò, tenete la foto sotto la luce per un momento, e cercate di ricavare un'impressione del "negativo". È possibile che il bianco e nero rovesciato racconti anziché una sto ria grigia una più vera?
Mentre scrivo ho sotto gli occhi anche una fotografia di Madre Teresa in piedi, gli occhi umilmente abbassati, in atteggiamento amichevole accanto a un signore noto come John-Roger. A prima vista, se la si guarda distrattamente, sembra che si trovino in un quartiere povero di Calcutta. Ma uno sguardo più attento rivela chiaramente che le figure di derelitti sullo sfondo sono state aggiunte a mo' di scenografia. La foto è un falso, così come, per inciso, è falso John-Roger. Capo del culto noto talvolta con il nome di "Insight", ma più precisamente come msia ("Movement of Spiritual Inner Awareness" [Movimento di Consapevolezza Spirituale In-teriore], che si pronuncia "Messia"), è un impostore di calibro iperbolico. Probabilmente meglio conosciuto dal grande pubblico per il suo rapporto lucroso con Arianna Stassinopoulos-Huffington - il cui marito, Michael Huffington, spe-se quarantadue milioni di dollari del patrimonio ereditario personale nel tentativo fallito di aggiudicarsi un seggio al Se nato in California - John-Roger ha ripetutamente sostenuto di essere, e di possedere, una "coscienza spirituale" superio re a quella di Gesù Cristo. È difficile giudicare una simile af-fermazione. Tuttavia, si potrebbe pensare che sia blasfema per la mentalità semplice di Madre Teresa. Eppure, eccola là, che gli tiene compagnia e gli presta il lustro del proprio nome e della propria immagine. Il MSIA, va precisato, è stato ripe-tutamente denunciato nero su bianco come un'organizzazione corrotta e fanatica, e - nell'elenco della Cult Awareness Network[3] - figura come "estremamente pericolosa".
Si scopre che la fotografia contraffatta immortala un evento importantissimo: 1'accettazione, da parte di Madre Teresa, di un assegno di diecimila dollari, sotto forma di Premio Integrità donato da John-Roger in persona, un uomo che era giunto a comprendere la propria divinità dopo una visionaria operazione ai reni. Senza dubbio gli apologeti di Madre Teresa avranno la difesa a portata di mano. La loro eroina è troppo innocente per scorgere la disonestà negli altri. D'altra parte diecimila dollari sono diecimila dollari e, come diceva spesso Lenin (citando Giovenale), pecunia non olet: il denaro non ha odore. Quindi, quale scelta più naturale per lei che lasciare ancora una volta Calcutta, arrivare fino a Tinseltown e condividere la sua aura con un guru che proclamava di eclissare nientemeno che il Redentore? Sor prenderemo Madre Teresa in compagnia di svariati altri imbroglioni, truffatori e sfruttatori, via via che questo modesto racconto andrà avanti. A che punto - i suoi apologeti vorranno concedersi questa leggera sfumatura di scetticismo - un'associazione del genere cessa di essere casuale?
Un'ultima serie di fotografie chiude la nostra cartella. Ammirate Madre Teresa in atteggiamento devoto, in mezzo a Hillary Rodham Clinton e Marion Barry, mentre apre un centro adozioni con otto posti letto nei sobborghi di Washington. Questo è un gran giorno per Marion Barry, che ha portato la capitale nell’estrema povertà e nella corruzione, e che copre la propria nudità imponendo l'obbligo di recitare preghiere nelle scuole. È anche un gran giorno per Hillary Rodham Clinton, la quale ha distrutto praticamente da sola una coalizione per l'assistenza sanitaria nazionale che ave va impiegato un quarto di secolo a formarsi e a maturare.
L'occasione per questa foto di gruppo, scattata il 19 giugno 1995, era nata nel marzo precedente, quando la First Lady aveva fatto il giro del subcontinente indiano. Molly Moore, l'acuta cronista del «Washington Post» che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin:
Ieri, quando il corteo d'automobili di Clinton ha attraversato la campagna pakistana, una lunga recinzione di stoffa sgargiante lo riparava da un'estesa e fumante discarica, dove bambini frugavano tra la spazzatura e numerose famiglie povere avevano costruito capanne con pezzi di cartone, stracci e plastica. [...] In un'altra occasione, alcuni ufficiali pakistani, dopo aver sentito dire che la First Lady avrebbe fatto una puntata nelle magnifiche colline Margalla che sovrastano la capitale Islamabad, hanno pavimentato in fretta e furia un tratto di strada di dieci miglia fino a un villaggio tra le colline. Della gita non se n'è fatto più niente (i Servizi Segreti hanno respinto la proposta), ma gli abitanti del villaggio hanno avuto una strada pavimentata che chiedevano da decenni.
È così che i leader occidentali fanno momentaneamente colpo sui poveri del mondo, prima di riprendere l'aereo per tornare a casa assai purificati e rinsaviti dall'esperienza. Una tappa a un istituto di Madre Teresa è assolutamente d'obbligo per tutte le celebrità in visita nella regione, e Hil-lary Clinton non avrebbe certo creato un precedente. Dopo «aver passato a tutta velocità incroci dove automobili, auto-bus, risciò e pedoni erano ammassati a perdita d'occhio», arrivò all'orfanotrofio di Madre Teresa di Nuova Delhi dove, ancora per citare l'inviata sul campo, «neonati normalmente coperti solo da sottili pannolini di cotone, che fan-no ben poco oltre a provocare esantemi ed esacerbare il lezzo d'orina, quella mattina erano stati equipaggiati con Pampers americani e grembiulini a fiori appena cuciti».
Un favore tira 1'altro, e così la successiva visita di Madre Teresa a Washington diede sia a Hillary Clinton sia al sindaco Barry l'occasione per un po' di pubblicità sicura e gratuita. Il nuovo centro adozioni con dodici posti letto si trova nel sobborgo piuttosto verdeggiante e decoroso di Chevy Chase, e nessuno ebbe il cattivo gusto di menzionare la visita precedente di Madre Teresa nella città, nell'ottobre del 1981, quando aveva diretto la luce della sua presenza sul triste ghetto di Anacostia. Situato in una vicina segregazione sull'opposta sponda del Potomac, Anacostia è la capitale della Washington nera; all'epoca la prospettiva di un'attività delle Missionarie della Carità nel quartiere era guardata con sospetto,perché i suoi abitanti notoriamente disprezza vano l'idea di essere indifesi e abietti cittadini del Terzo Mondo. Di fatto, immediatamente prima della sua conferenza stampa, Madre Teresa si vide villanamente invadere l'ufficio da un gruppo di neri. La sua assistente, Rathy Sreedhar,riferisce l'episodio:
Erano molto arrabbiati. [...] Dissero alla Madre che Anacostia aveva bisogno di posti di lavoro, di alloggi e di servizi decenti, non di carità. La Madre si limitò ad ascoltare, senza mettersi a discutere. Infine, uno di loro le chiese che cosa intendeva fare qui. La Madre disse: "Per prima cosa dobbiamo imparare ad amarci l'un l'altro". Al che rimasero senza parole.
Non ne dubito. Ma forse perché quel discorso l'avevano già sentito. Comunque, quando la conferenza stampa ebbe inizio, Madre Teresa riuscì ad appianare immediatamente qualsiasi malinteso:
Madre Teresa, che cosa spera di realizzare qui?
La gioia di amare e di essere amati.
Ci vogliono parecchi soldi per farlo, vero?
Ci vogliono parecchi sacrifici.
Lei insegna ai poveri a sopportare il loro destino?
Secondo me è bellissimo che i poveri accettino il loro destino,che lo condividano con la passione di Cristo. Penso che la sofferenza della povera gente sia di grande aiuto per il mondo.
Naturalmente Marion Barry onorò l'evento con la pro pria presenza, e così fece anche il reverendo George Stallings,il pastore d'anime di colore di santa Teresa. A quattordici anni di distanza, Anacostia è un quartiere ancora più povero, mentre il reverendo Stallings si è staccato dalla Chiesa per fondare un cattolicesimo per soli negri devoto soprattutto alla sua figura (recentemente è anche finito nei guai per avere, a quanto si afferma, profanato l'innocenza di una fedele minorenne). Solo Marion Barry, rinato in carcere e rie letto come demagogo, è riuscito veramente a padroneggiare gli impieghi della redenzione.
Guardiamo allora di nuovo la fotografia di Madre Teresa serrata in un abbraccio sororale con Michèle Duvalier, una delle donne più ciniche, frivole e corrotte del mondo moderno, un sepolcro imbiancato e una parassita dei "poveri". L'immagine e il suo contesto rivelano Madre Teresa per quella che è: una fondamentalista religiosa, un'attivista politica, una predicatrice primitiva e una complice di poteri terreni e secolari. La sua missione è sempre stata di questa natura ma, ironia della sorte, non è mai riuscita a indurre qualcuno a crederle. È quanto mai urgente che qualcuno le renda il dovuto onore, e la prenda in parola.
Quando ho chiesto all'indice elettronico della Biblioteca del Congresso di fornirmi una lista di libri su Madre Teresa, mi ha stampato una ventina di titoli. Tra questi figuravano Mother Teresa: Helping the Poor [Madre Teresa: soccorritrice dei poveri], di William Jay Jacobs; Madre Teresa: gli anni della gloria, di Edward Le Joly; Mother Teresa: A Woman in Love [Madre Teresa: una donna innamorata], che sembrava più promettente ma, come scoprii, era dello stesso autore e scritto nello stesso spirito; Mother Teresa: Pro-tector ofthe Sick [Madre Teresa: protettrice degli infermi], di Linda Carlson Johnson; Mother Teresa: Servant to the World's Suffering People [Madre Teresa: al servizio dei sofferenti del mondo], di Susan Ullstein; Mother Teresa: Friend of the Friendless [Madre Teresa: amica di chi è senza amici], di Carol Green, e Mother Teresa: Caring for All God's Children [Madre Teresa: consolatrice di tutti i figli di Dio], di Betsy Lee, per citare solo i titoli più rilevanti. Perfino il più neutrale tra questi (Nient'altro che una vita: Madre Teresa, di Lush Gjergji) si rivelò una sorta di saggio religioso travestito da biografia, scritto da uno dei compagni di fede albanesi di Madre Teresa.
In verità il tono complessivo era talmente religioso da sembrare normale a prima vista. Ma se si passano in rassegna i titoli succitati ad alta voce - Madre Teresa soccorritrice dei poveri, protettrice degli infermi, servitrice dei sofferenti, amica di chi è senza amici - di fatto si emula un'invocazione alla Vergine improvvisando una "Ave Maria" personale. Si noti anche la portata dell'invocazione: i sofferenti del mondo, tutti i figli di Dio. Abbiamo qui a che fare con una santa in fieri, di cui un giorno si venereranno i luoghi e le reliquie e che ha già raccolto un seguito che rasenta il culto.
L'attuale papa ha un'insolita passione per le cause di canonizzazione. In sedici anni ha creato un numero di santi pari al quintuplo di tutti i suoi predecessori del ventesimo secolo messi insieme. Ha anche moltiplicato il numero del le beatificazioni, tenendo così 1' anticamera della santità ben fornita. Tra il 1588eil 1988 il Vaticano ha canonizzato 679 santi. Solo sotto il regno di Giovanni Paolo il (al giugno del 1995), hanno avuto luogo 271 canonizzazioni e 631 beatificazioni. Centinaia di casi sono pendenti, compresa la richiesta di canonizzare la regina Isabella di Spagna. L'approccio è talmente rapido e sommario che ricorda il battesimo fatto con le manichette con cui i generali cinesi cristianizzarono i loro eserciti; nel 1987 in un giorno solo e con un'unica cerimonia furono beatificati la bellezza di 85 martiri inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi.
La santità non è titolo da poco, perché comporta il potere di intercessione, e permette che le preghiere vengano rivolte direttamente al santo interessato. Molti papi sono stati lenti a canonizzare, così come la Chiesa è generalmente lenta a convalidare i miracoli e le apparizioni ; infatti, se 1'intervento divino nelle questioni umane viene riconosciuto troppo indiscriminatamente, emerge un pericolo evidente. Se un lebbroso può essere guarito, potrebbe chiedere la massa, allora perché non possono essere guariti tutti i lebbrosi? Riconoscere un miracolo troppo facilmente, rende più difficile rispondere a domande sulla leucemia infantile o la povertà e l'ingiustizia di massa con quelle formule insoddisfacenti secondo cui il Signore preferisce seguire vie misteriose. Si tratta di un problema antico, ed è improbabile che si adottino i sistemi della produzione in serie nel settore delle canonizzazioni.
Anche se per tradizione un "santo" deve aver compiuto almeno un miracolo, aver fatto "opere buone", aver posseduto "virtù eroiche" e aver dimostrato la facoltà logisticamente difficile dell'ubiquità, numerose persone che non sono nemmeno cattoliche hanno già stabilito che Madre Teresa è una santa. Fonti della Sacra Congregazione dei Riti del Vaticano (che esamina casi spinosi come quello della regina Isabella) accantonano la reticenza e il riserbo abituali dando per certe la beatificazione e la finale canonizzazione di Madre Teresa. Difficilmente sarà dispiaciuta per questo coronamento, ma forse non faceva parte dei suoi obiettivi iniziali. La sua vita rivela piuttosto la determinazione a diventare la fondatrice di un nuovo ordine - la sua organizzazione delle Missionarie della Carità conta attualmente circa 4.000 suore e 40.000 operatori laici - da mettere nel novero di san Francesco e san Benedetto quale autrice di una "regola" e di una "disciplina".
Madre Teresa ha una teoria della povertà, che è anche una teoria della sottomissione e della gratitudine. Ha una teoria del potere, derivata dalle trascurate parole di san Paolo sulle «autorità costituite», che «sono stabilite da Dio». È, infine, l'inviata di un papato assai risoluto e politicizzato. I suoi viaggi per il mondo non sono gli itinerari di una pellegrina, bensì una campagna che si conforma ai precetti del potere. Madre Teresa ha anche una teoria della moralità. Non è una teoria ardua da capire, sebbene presenti qualche difficoltà. E Madre Teresa conosce a fondo gli impieghi del passo biblico che parla di quel che è di Cesare.
Per quanto concerne quel che è di Dio, la questione riguarda coloro che hanno fede, o coloro che sono comunque
sollevati dal fatto che ce 1'abbia qualcun altro. La parte ricca del nostro mondo ha una coscienza misera, e non è colpa di una suora albanese se tante persone altrimenti soddisfatte possono decidere di vivere indirettamente tramite le rappresentazioni che si fanno della sua carità. Le pagine che seguono vogliono essere una discussione non con chi inganna ma con chi è ingannato. Se Madre Teresa è l'oggetto dell'adorazione di molti osservatori ingenui e sprovvisti di senso critico, allora la colpa non è sua, o solo sua. Nella graduale fabbricazione di un'illusione, il mago non è che lo strumento del pubblico. Potrebbe addirittura dichiarare apertamente di essere un imbroglione e un abile prestigiatore e gabbare ugualmente la folla. Populus vult decipi - ergo decipiatur.

[1] "Madame la Presidente è una persona che sente, che sa, che deside ra dimostrare il suo amore non solo con le parole ma anche con azioni concrete e tangibili" [il corsivo è mio].
[2] "Madame la Presidente, il Paese risuona della vostra opera".
[3] Associazione per la difesa contro le sette. [n.d.t.]