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venerdì 12 febbraio 2016

La deflazione salariale spiegata ai compagni operai della Whirpool (che la conoscono già)

da Politica&Economia Blog

Da http://cobaswhirlpoolsiena.blogspot.it/
 
Negli ultimi tempi sui giornali, su internet o alla TV sempre più spesso capita di leggere o ascoltare pessime notizie sul mondo del lavoro, in particolare la tendenza che hanno le multinazionali come ad esempio l'ikea di chiedere o imporre un "aggiustamento" ovviamente al ribasso dello stipendio. L'abbassamento del salario prende il nome di "deflazione salariale", noi Cobas Lavoro Privato della Whirlpool di Siena abbiamo chiesto quindi al Professor Sergio Cesaratto (Professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea) di spiegarcene le cause e gli effetti, di seguito potete leggere l'articolo che gentilmente ha scritto su nostra richiesta.
 
Sergio Cesaratto
Spiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). E’ la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.

BOX 1 Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza.
Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. E’ solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene. Ma a quel punto è il medesimo padrone a non voler trasferire la produzione, che viene anzi spesso riportata in Italia dove i lavoratori sono più addestrati. Ma su questo, di nuovo, siete voi che fate scuola a me.
Entro certi versi, quello che un tempo si chiamava il ciclo del prodotto è un fatto fisiologico. L’idea è che le produzioni più innovative svolte nei paesi avanzati col tempo si standardizzino e vengono trasferite nei paesi più arretrati, essendo sostituite con nuove produzioni innovative e così via. Un tempo si riteneva anche che fosse compito dei governi stimolare questi processi facendo scivolare il paese verso produzioni più sofisticate, cedendo quelle meno avanzate ai paesi più arretrati.
In Italia questo upgrading è avvenuto in misura inferiore agli altri paesi avanzati, e con delle peculiarità. I punti di forza del Made in Italy sono diventati, com’è noto, la meccanica, il sistema moda e, ultimamente, l’agroalimentare. Molto poco per un paese che a fine degli anni 1960 vantava quella che un tempo si chiamava una “matrice industriale completa”, vale a dire produceva un po’ di tutto, dal nucleare all’elettromeccanica, dal chiodo al microchip, dal farmaco alle scarpe.
Purtroppo l’industria di Stato che concentrava molte di queste competenze è stata dapprima vittima della spartizione partitica, che l’ha spogliata delle grandi capacità imprenditoriali maturate dagli anni 1930 sotto la guida dei grandi commis d’Etat antifascisti che l’avevano presa in mano (comprese le grandi banche). E infine svenduta a brandelli al settore privato attraverso le privatizzazioni. Spesso a capitali stranieri che l’hanno acquisita a saldo dei debiti esteri che l’Italia ha maturato negli anni dello SME (il sistema monetario europeo) e poi dell’euro, i due sistemi di cambio fissi a cui il Paese ha in successione aderito dal 1979 e su cui torneremo. L’eccesso di conflitto sociale a partire dai primi anni 1960 non ha poi certo favorito una evoluzione positiva della grande impresa italiana, la quale si è invece ritratta sino quasi a scomparire. Perché la Ignis, o la Rex-Zanussi non sono diventate una Samsung o, almeno, una Bosch? Perché tanti brand dei Caroselli di quand’eravamo bambini (o almeno io lo ero) sono spariti?
Mentre altri Paesi come la Corea del Sud o Taiwan si incamminavano verso produzioni di massa avanzate, il nostro si smarriva nel conflitto sociale. Ma vale la pena chiedersi di chi è la responsabilità di una conflittualità spesso esacerbata. Mentre ulteriore lavoro storico sarebbe necessario, non si è lontani dalla verità se la si attribuisce a una borghesia incapace da sempre a venire incontro alle istanze sociali delle grandi masse popolari. Dai cannoni di Bava Beccaris, al fascismo, alla “stretta monetaria” e prime minacce golpiste del 1963, alla strategia della tensione, sino a Berlusconi (e al suo epigono Renzi), e infine con l’euro, la borghesia italiana ha sempre reagito alla domanda di giustizia negando legittimità alle istanze sociali, timorosa di perdere i propri privilegi, al massimo corrompendo masse con il clientelismo diffuso e le elemosine - dai pacchi di pasta di Lauro agli ottanta euro di Renzi. E’ al principio degli anni 1960 che si compie la scelta decisiva: il Paese era cresciuto, le premesse economiche per una vera modernizzazione del Paese c’erano, una borghesia capace di guidarla no. Alla difesa dei settori nazionali moderni (l’elettronica di Olivetti, il nucleare di Ippolito, il petrolio di Mattei), e a una riposta in positivo alle istanze di giustizia sociale del primo ciclo di lotte operaie, si sostituì la svendita di quei settori al capitale straniero, la stretta monetaria, e lo sfruttamento selvaggio della forza lavoro, senza riforme sociali. Il secondo ciclo di lotte operaie dal 1969 fu la risposta dei lavoratori. Molto si ottenne, altrettanto lo si sta ora restituendo.
Negli anni 1970 il Paese continuò comunque a crescere, con il conflitto spesso moderato attraverso l’impiego non sempre appropriato della finanza pubblica e l’utilizzo del cambio (svalutazione della lira) per compensare la maggiore inflazione interna. Le istanze progressive delle lotte operaio e studentesche furono molto, solo molto parzialmente guidate dalla sinistra verso un riformismo forte, ostacolate in questo dalla borghesia golpista, in un clima reso più cupo da un estremismo diventato col tempo violento. L’aumento del prezzo del petrolio, per cui anche i Paesi petroliferi ambirono a una fetta maggiore della torta, fu un’ulteriore elemento esacerbante del conflitto.
BOX 2 Il conflitto distributivo fra lavoratori e capitalisti genera inflazione, la famosa spirale prezzi-salari. I Paesi produttori di petrolio e materie prime possono costituire il terzo incomodo. Una inflazione interna maggiore dei concorrenti (per esempio di Germania e Francia) porta a una perdita di competitività. In termini semplici: i nostri prodotti cominciano a costare più dei loro. Una svalutazione della nostra moneta, quando ce l’avevamo, aumentava il potere d’acquisto degli stranieri: coi marchi un tedesco comprava più beni prezzati in lire. Allora la svalutazione, accrescendo il potere d’acquisto degli stranieri, compensava l’aumento dei prezzi in lire dei nostri prodotti. Certo, con una lira deprezzata, diminuiva il potere d’acquisto di merci estere per i lavoratori italiani. Ma né questo, né l’inflazione interna erano sufficienti a annullare l’aumento dei salari reali ottenuto con le lotte.
La svolta avvenne alla fine degli anni 1970 quando, superato l’apice del terrorismo, il Paese allineò le proprie politiche alla nuova ventata monetarista che si andava affermando in Europa e negli Stati Uniti. In questi ultimi, muore con Carter l’ultimo rigurgito keynesiano. L’adesione al sistema europeo di cambi fissi, lo SME (sistema monetario europeo), fu il segnale ai sindacati che la politica economica non avrebbe più accomodato il conflitto sulla distribuzione del reddito attraverso il tasso di cambio. Il meccanismo è spiegato nel BOX 2: il conflitto salariale genera inflazione; quest’ultima fa perdere competitività al paese, per la ragione banale che i prezzi delle merci che produce aumentano più che all’estero; il deprezzamento del cambio fa recuperare la competitività. Abilmente, per gran parte degli anni 1970 l’Italia aveva cercato di svalutare rispetto al marco, preservando la competitività nel mercato tedesco che è il nostro più importante, mantenendo invece stabile il cambio col dollaro (avvalendosi del contestuale indebolimento di quest’ultimo nei confronti del marco), sì da mantenere invariato il prezzo delle importazioni petrolifere (fatti salvi gli aumenti decisi dai produttori). In tutto questo i dati mostrano che i salari reali riuscivano a crescere – la deflazione e non l’inflazione è nemica dei salari. Tanto più che la produttività del lavoro continuava a crescere, guidata dalla domanda interna ed estera.
BOX 3tassi di inflazione relativamente sostenuti sono spesso associati a tassi di disoccupazione contenuti e quindi a posizioni di forza dei lavoratori nelle contrattazioni sindacali, a beneficio del mantenimento della crescita dei salari reali, e della quota dei salari sul prodotto. Il processo di disinflazione [successivamente] compiuto …ha eroso (via disoccupazione) le posizioni contrattuali dei lavoratori, favorendo lo smantellamento dei presidi del loro potere d’acquisto (meccanismi di indicizzazione del salario) e quindi, inevitabilmente, riducendo la quota dei salari sul prodotto.” A.Bagnai, Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2012).
Certo, di meglio si poteva fare: più giustizia distributiva e fiscale avrebbero potuto moderare il conflitto, ciò che avrebbe però richiesto una borghesia lungimirante; un più rapido adeguamento dell’imposizione fiscale e la lotta all’evasione, a fronte di una spesa sociale che finalmente cominciava ad adeguarsi agli standard europei avrebbe impedito l’esplodere del debito pubblico, la cui concausa furono gli alti tassi di interesse conseguenza dello SME. Per chiarire quest’ultimo punto: nel corso degli anni 1980, con i cambi fissi e un’inflazione in discesa, ma pur sempre più alta della Germania, il nostro Paese si trovò con forti disavanzi esteri. Non potendo infatti più svalutare adeguatamente per compensare la più elevata inflazione, la competitività del Paese ne soffrì.  Questo implicò indebitamento verso l’estero a tassi di interessi crescenti (gli stranieri investivano sì in titoli italiani, ma per coprirsi dal rischio di svalutazione della lira chiedevano tassi assai onerosi). Con l’uscita (temporanea) dallo SME nel 1992, la svalutazione e la ripresa delle esportazioni consentì al Paese di riaggiustare i conti esteri e restituire il debito estero.
Dagli anni 1990 la globalizzazione di capitale e lavoro si fa più massiccia. Questa va intesa come un imponente movimento del capitalismo verso l’estensione su scala globale dell’esercito industriale di riserva (la sacca di disoccupati che serve a calmierare i salari, il termine è di Marx). Da un lato gli impianti si spostano verso paesi dove il costo del lavoro è più basso, dall’altro i fenomeni migratori portano all’interno dei paesi industrializzati la concorrenza della forza-lavoro a basso costo. La pressione su salari e diritti si fa tremenda. Al contempo il rafforzamento delle grandi istituzioni internazionali come il WTO (oggi il TTIP) è volto a smantellare i poteri degli Stati sovrani, sì da depotenziare la linea di difesa dei diritti costituito dalle istituzioni democratiche nazionali. Il rafforzamento delle istituzioni europee culminato nella creazione della moneta unica si iscrive in questo quadro.
L’euro è la sanzione della strategia della deflazione salariale. L’ideologia che guida l’Italia ad aderire alla moneta unica è quella del “legarsi le mani”, come fu definita da due sciagurati economisti (Francesco Giavazzi e Marco Pagano): cancellata definitivamente la possibilità di aggiustare il cambio, l’unica via per mantenere i posto di lavoro è la deflazione salariale. Naturalmente questo non viene detto esplicitamente: si dice che l’euro imporrà di effettuare le riforme che il Paese da lungo attende (leggi la riforma del mercato del lavoro culminata nel Jobs Act).
Il BOX 1 illustrava come, tuttavia, se tutti i paesi adottano la deflazione competitiva, questo è un gioco a somma zero, se vince uno perde l’altro e dunque il paese che fa più deflazione salariale spiazza gli altri in un suicida gioco al ribasso. E il paese più bravo a farla è stata la Germania che, con le riforme del mercato del lavoro del socialdemocratico Schroeder, spiazzò tutti nel 2003. Alla deflazione salariale la Germania affiancò la sua tradizionale forza produttiva sostenuta da un poderoso apparato statale pro-business (ricerca, ottima formazione a ogni livello, apparato pubblico e politica estera sostegni delle esportazioni ecc.), quello che si chiama Stato mercantilista insomma. Pur con un’inflazione ridotta al lumicino, il nostro Paese si vede di nuovo spiazzato dal temuto concorrente, ed è allora che il discorso sul declino italiano si fa più pressante. Oggi la Spagna è portata ad esempio di successo della deflazione salariale: vedete, si dice, come tempestive riforme del mercato del lavoro (leggi smantellamento dei diritti sindacali e condizioni di lavoro massacranti) portano alla ripresa del Pil? Non ci si rende conto che in Europa questo, alla lunga, non è neppure un gioco a somma zero, in cui almeno uno vince, ma è un gioco al massacro collettivo: il vincitore si ergerà alla fine sulle rovine dei concorrenti, e sulle proprie. Non esattamente un successo.
Qual è l’alternativa? Quella più ragionevole sarebbe di politiche europee espansive concertate fra i diversi paesi, con la Germania a fare da traino espandendo il proprio mercato interno attraverso un cospicuo aumento di salari e spesa pubblica. Dunque l’abbandono della deflazione salariale innanzitutto da parte del paese leader. Ma ciò non accadrà. La Germania non abbandonerà mai il proprio modello mercantilista (vendere agli altri e non comprare). Questo paese costituirebbe comunque un problema anche se l’euro crollasse.
In questo quadro scoraggiante, non sono in grado di dare suggerimenti ai compagni della Whirpool su quale strategia sindacale adottare a livello locale. Sindacati ed enti locali dovrebbero forse costringere l’azienda ad impegnarsi in politiche dell’innovazione, in collaborazione per esempio con le università toscane, per individuare nuovi prodotti di alta gamma, anche puntando sulla formazione del personale. Ma sono solo idee, come noto, chi sa fa, chi non sa insegna. A livello nazionale si tratta ovviamente di combattere le politiche di austerità che sono anch’esse parte della deflazione salariale in quanto mirano ad abbattere il salario indiretto, quello consistente di erogazioni sociali (pensioni, sanità, istruzione, assistenza sociale). Queste politiche hanno distrutto il mercato interno portando a una drammatica perdita di capacità produttiva. Va inoltre accresciuta la consapevolezza che l’Europa, monetaria e non, è lo strumento della deflazione salariale (ce lo chiede l’Europa), e poco conta il contentino che ci viene dato sul terreno dei diritti civili, che funge da specchietto per le allodole.
BOX 4 La deflazione salariale come strategia del capitalismo nazionale ha l’obiettivo di catturare i famosi due piccioni con una fava: i bassi salari tengono alti i profitti, e allo stesso tempo consentono di vendere l’eccedenza del prodotto all’estero. Così, nonostante i bassi consumi interni dovuti ai bassi salari, non c’è un problema di mercato. La questione è che se fan tutti così, come s’è visto, la strategia diventa un gioco al ribasso rovinoso per tutti.

lunedì 1 febbraio 2016

Tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo? Un commento a Lafontaine

di Emiliano Brancaccio da facciamosinistra

 Credo si debba discutere seriamente a sinistra della questione. Appare ormai chiaro che al di la della diversità di opinione, e delle sinigole proposte di riforma del mercato, il dato che accomuna gli economisti, almeno quelli che sono estranei ad una visione "neoclassica" dell'economia, sia il fallimento dell'euro e la sua periniciosità per quei paesi definiti periferici, che sono svantaggiati da un euro forte e che sono costretti a sostenere squilibri delle partite correnti insostenibili. Se non partiamo da questo presupposto, non andremo da nessuna parte e saremo cotretti a sorbirci i soliti peana filoeurepisti  a prescindere, da parte di leaders decotti totalmente ignoranti di economia e del tutto ignari del ruolo dell'euro nel contesto geopolitico attuale.
Quello di Brancaccio può essere un utile contributo.




Oskar Lafontaine propone di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME). Per rendere questa soluzione percorribile sarebbe necessario imporre sanzioni ai paesi che adottano politiche deflazioniste per accumulare surplus verso l’estero. Un'efficace sistema di sanzioni potrebbe basarsi su limiti alla indiscriminata mobilità dei capitali da e verso questi paesi. A riprova del suo realismo, tale soluzione potrebbe essere applicata immediatamente e indipendentemente da singoli paesi così come potrebbe essere estesa passo dopo passo a ulteriori accordi tra paesi.
1. Il Monito degli Economisti: il destino dell'Euro è segnato
Nel Settembre 2013 il Financial Times pubblicò il cosiddetto “Monito degli Economisti”, una lettera firmata da molti influenti membri della comunità accademica internazionale appartenenti a diverse scuole di pensiero: Dani Rodrik, James Galbraith, Wendy Carlin, Jan Kregel, Mauro Gallegati e altri. [1]

Le idee alla base del Monito erano le seguenti. La continuazione delle politiche di austerità e di deflazione nell'Unione Monetaria Europea aumenterà gli squilibri tra paesi creditori e debitori, con una conseguente centralizzazione dei capitali dal Sud al Nord Europa e ulteriori crisi bancarie. Come risultato di questo processo, il destino dell'Euro sarà segnato. L'Unione Monetaria Europea, almeno come l'abbiamo conosciuta, tenderà a deflagrare e i responsabili politici saranno lasciati di fronte a una scelta tra differenti vie di uscita dall'Euro, ciascuna con differenti effetti sulle diverse classi sociali.
Queste erano le conclusioni del Monito, risalente a più di due anni fa. Vi sono varie ragioni per ritenere che le sue tesi di fondo siano ancora valide e che possano esser confermate in futuro. Se accettiamo tali tesi, allora vanno tratte due conseguenze. In primo luogo, un “Piano B per l'Europa” sarà necessario, presto o tardi, per ragioni oggettive. Disporre di un “Piano B” non sarà un'opzione politica minoritaria, ma diventerà una necessità storica. In secondo luogo, non esiste un solo tipo di “Piano B”. La storia delle crisi passate evidenzia che le opzioni di uscita da un regime monetario sono varie e molto differenti tra loro, e che ognuna ha implicazioni diverse per i diversi gruppi sociali coinvolti [2].
2. La proposta di Schauble: il perfetto “Piano B” per i creditori
Consideriamo per esempio il “Piano B” suggerito per la Grecia dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Tale opzione è l'unica esplicitamente citata nei documenti ufficiali dell'Unione Europea, più specificatamente nei verbali dell'Eurogruppo. [3]
La Proposta Schauble può essere descritta come il perfetto “Piano B” per i creditori. La ragione è semplice: la ridenominazione del debito [nella nuova valuta locale NdT] è ciò che davvero spaventa i creditori. Il Piano Schauble avrebbe permesso alla Grecia di abbandonare l'Euro, ma era disegnato per prevenire il rischio che la Grecia ridenominasse il suo debito in Dracme svalutate. La storia ha molto da insegnarci su questo punto: a fronte di una minaccia di ridenominazione, i creditori non possono esser protetti da semplici impegni contrattuali. Rispetto a questo problema, Schauble propose una soluzione per proteggere i creditori. Egli sapeva che se la Grecia avesse abbandonato l'Euro si sarebbe trovata con un eccesso di importazioni sulle esportazioni, cioè con un deficit estero da coprire con moneta. Si deve notare che questo deficit estero non verrebbe ridotto da una svalutazione, almeno non immediatamente. Schauble quindi offrì al governo greco un sostegno finanziario per coprire il deficit estero dopo l'uscita e persino una eventuale ristrutturazione del debito, ma solo a condizione che il debito greco rimanesse in Euro.
Il “Piano B” di Schauble riecheggia in qualche modo la proposizione chiave del Gattopardo, un celebre romanzo italiano: che tutto cambi affinché nulla cambi. Nel caso del Piano Schauble, tutto doveva cambiare, anche la moneta, al fine di non cambiare nulla riguardo ai rapporti di forza tra debitori e creditori e tra le classi sociali. Questo tipo di “Piano B” sarebbe stato catastrofico. Il peggio del rimanere nell'Euro combinato con il peggio dell'uscirne.
Dobbiamo dirlo con chiarezza: dati gli attuali rapporti di forza in Europa, e dato il grande ritardo delle forze di sinistra su questo tema, in caso di precipitazione degli eventi nell'Eurozona la proposta Schauble potrebbe essere il solo “Piano B” sul tavolo delle future trattative, non solo per la Grecia ma anche per altri paesi.
3. La proposta di Lafontaine : un ritorno al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME)
Fortunatamente esistono anche altre soluzioni. Consideriamo, per esempio, il “Piano B” che consiste nella possibilità di un ritorno al vecchio SME. Questa opzione è stata avanzata da varie parti: Oskar Lafontaine, come sappiamo, è uno dei suoi sostenitori. [4]
Uno dei meriti della proposta di Lafontaine, dal mio punto di vista, è il fatto di mettere in chiaro che lasciare i tassi di cambio alla mercé delle forze di mercato non sarebbe la soluzione ottimale. I cambi flessibili alimenterebbero la speculazione e lavorerebbero nell’interesse del peggior capitalismo finanziario. Inoltre, non è detto che aiuterebbero a risolvere gli squilibri strutturali e a mitigare la centralizzazione dei capitali all'interno dell'attuale zona Euro.[5]
Detto ciò, a mio parere la proposta Lafontaine non è da sola sufficiente, e dovrebbe essere integrata. L'idea di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo può esser considerata come una ipotesi iniziale, non come il punto di arrivo della nostra analisi. I limiti di un ritorno allo Sme risiedono nel fatto che esso trascura un problema che è stato esaminato a fondo nella letteratura accademica sotto i nomi della “triade impossibile” o del “quartetto incoerente” dell'economia internazionale. In poche parole, il problema si riferisce alla difficoltà per ogni paese di garantirsi dei margini di autonomia per le politiche economiche nazionali in condizioni di completa libertà di circolazione internazionale del capitale e in parte anche dei beni. Per esempio, in una situazione di perfetta mobilità di beni e soprattutto dei capitali, un paese che tenda ad accumulare un deficit delle partite correnti non può perseguire politiche economiche tese ad aumentare l'occupazione.
Si noti che la possibilità di aggiustare i tassi di cambio, prevista dallo SME, non era sufficiente a risolvere questo problema. Le politiche economiche dei paesi con una tendenza sviluppare un deficit esterno erano fortemente influenzate dalle politiche economiche della Germania, il paese egemone che tendeva ad accumulare surplus. È proprio su questo punto che l'idea di una Banca Centrale emerse agli inizi degli anni '90, soprattutto da parte francese. L'idea prevalente in Francia era che lo SME fosse dominato dalle politiche monetarie della Germania e che una Banca Centrale Europea avrebbe aiutato a rendere le scelte politiche più condivise. Se non ricordiamo le condizioni della transizione dallo SME all'Eurozona, rischiamo di trascurare alcuni aspetti cruciali della storia dell'unificazione europea.
Per questi motivi, ritengo che sebbene la proposta di Lafontaine di discutere un ritorno allo Sme sia da ritenersi benvenuta, per poter compiere un passo avanti è necessario introdurre dei meccanismi ulteriori che limitino l'egemonia dei paesi con surplus delle partite correnti, una egemonia che esiste oggi ma che esisteva anche all'interno dello SME. Per essere ancor più chiari, un mero ritorno allo SME oggi non sarebbe sufficiente a risolvere gli enormi squilibri alimentati dalla deflazione salariale relativa in Germania, dove dal 1999 al 2013 i salari monetari sono cresciuti di appena la metà rispetto alla media dell'Eurozona.
4. Controlli sui capitali contro le politiche deflazioniste
Gli economisti sanno che esiste una sola soluzione logica a questo problema: qualche tipo di sanzione dovrebbe essere imposta ai paesi che usano la deflazione per aumentare il proprio surplus esterno.
In una prospettiva da “Piano A”, di riforma dei trattati Ue, sanzioni monetarie simili a quelle attualmente previste per i paesi con deficit di bilancio pubblico eccessivi potrebbero esser considerate. In sostanza, si tratterebbe di rendere l'attuale “Six Pack” più esteso e vincolante. Il problema è che un “Piano A” non sembra molto realistico, soprattutto nell’attuale fase storica.
Nella prospettiva più realistica di un “Piano B”, dunque, nel quale i trattati non sarebbero riformati e la zona Euro tenderebbe a deflagrare, quale tipo di sanzioni dovrebbero essere imposte ai paesi che, nonostante i loro ampi surplus delle partite correnti, adottassero ancora politiche deflazioniste? Io penso ci sia una sola risposta logica: deve esser possibile introdurre limiti alla libera circolazione dei capitali e forse anche dei beni da e verso quei paesi.
Questo significa, secondo me, che il ritorno a una sorta di SME dovrebbe essere combinato con la possibilità di imporre controlli di capitali da e verso i paesi che usino la deflazione per accumulare avanzi delle partite correnti. Vi prego di notare che questo tipo di soluzione ha riferimenti autorevoli. Tracce di essa si trovano nei contributi dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui cosiddetti “labour standards”, e persino nello statuto del Fondo Monetario Internazionale. Io chiamo questa proposta “European Monetary Balanced Agreement” (EMBA), ma il nome non è importante. [6] Ciò che davvero conta è che tale soluzione potrebbe essere immediatamente adottata in maniera indipendente da parte di ciascun paese così come essere estesa passo ad accordi con altri paesi. Per questo la considero una soluzione più realistica di altre.
5. Contro l'onda nera della xenofobia
Nel Piano appena descritto vi è, implicita, quella che potremmo definire una “critica progressista” alla globalizzazione indiscriminata. Dal mio punto di vista, questa critica può rappresentare anche un modo per cercare di contrastare l'onda nera montante degli odierni neo-fascismi.
Su questo punto, lasciate che fornisca un esempio preciso. Mentre i nazionalisti xenofobi lottano per maggiori controlli sull'immigrazione, una rinnovata sinistra dovrebbe opporre a quest'onda nera l’alternativa dei controlli alla mobilità indiscriminata dei capitali da e verso i paesi che perseguano politiche di deflazione e di competizione al ribasso sui salari. Le forze di destra raccolgono consenso attraverso una facile battaglia contro l'immigrazione. Dovrebbe esser giunto il momento di proporre un'alternativa razionale e progressiva: arrestare i movimenti internazionali di capitali indiscriminati e deflazionistici.
6. Una critica alle caratteristiche più estreme del Mercato Unico Europeo
Concludendo, credo sia giunto il momento di superare un'incomprensione che per certi versi trova le sue origini in un'ingenua interpretazione del concetto di “'internazionalismo del lavoro”. Noi dovremmo chiarire a noi stessi che sostenere l’internazionalismo del lavoro non significa accettare una globalizzazione indiscriminata ma richiede piuttosto una continua organizzazione delle lotte sociali al fine di favorire uno sviluppo continuo, equilibrato e pacifico delle relazioni economiche tra nazioni.
Da questo punto di vista, la proposta di Lafontaine e di altri di un ritorno allo Sme è a mio avviso benvenuta. Ma se vogliamo davvero proporre un coerente “Piano B per l'Europa” allora dobbiamo esprimerci con estrema chiarezza sul punto: dobbiamo mettere in discussione non solo la Moneta unica europea ma anche le caratteristiche più estreme del Mercato unico europeo, a partire dalla libera mobilità dei capitali da e verso paesi orientati alla deflazione.
La globalizzazione capitalistica non è certo finita, ma sta attraversando una fase di crisi. I partiti di destra hanno notato questa tendenza e la sfruttano a loro vantaggio. Le forze di sinistra dovrebbero chiudere questo ritardo avanzando criticamente proposte internazionaliste adatte all'attuale complessa fase storica. Il ritorno a una sorta di Sistema Monetario Europeo con controllo sui capitali contro le politiche deflazioniste potrebbe costituire un'opzione coerente e razionale, nell'interesse dei lavoratori e della pace, in Europa e nel resto del mondo. Vi ringrazio.


Bibliografia


[1] Brancaccio, E. et al. (2013). The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 September; www.theeconomistswarning.com.
[2] Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, vol. 12, 3.
[3] “[…] In case no agreement could be reached, Greece should be offered swift negotiations on a time-out from the euro area, with possible debt restructuring.[…]”, The Eurogroup, 12 July 2015, 4 pm.
[4] Lafontaine, O. (2015). The European Monetary System (EMS): Let’s Develop a Plan B for Europe!, Global Research, September 23.
[5] On this point, see Brancaccio, E., Fontana, G. (2015). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, advance access online, 29 October.
[6] L'idea dell'EMBA potrebbe essere vista come una generalizzazione della precedente proposta per “uno standard salariale europeo”: Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.


Questo è l'intervento di Emiliano Brancaccio all'incontro di Parigi per un Piano B per l'Europa, un piano da preparare nel caso i tentativi di riforma dell'Unione Europea non funzionassero. Un piano sempre più necessario, come mostra la vicenda greca. Le proposte di Emiliano Brancaccio hanno creato un vivace dibattito all'incontro di Parigi, in particolare per quanto riguarda l'imposizione sui controlli di capitale e sulle merci tra i paesi, come mostra questo video, dove Martin Höpner (Max Planck Institute, Germania) sostiene una riproposizione dello Sme con l'imposizione di rivalutazioni per i paesi in surplus.


Articolo pubblicato su emilianobrancaccio.it
Originale in inglese:
http://www.emilianobrancaccio.it/2016/01/25/back-to-the-old-european-monetary-system-a-comment-on-lafontaine/
Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Fonte: Marx21.it
Originale: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/economia/26523-tornare-al-vecchio-sistema-monetario-europeo-un-commento-a-lafontaine


mercoledì 2 dicembre 2015

Bomba ad orologeria

Roberto Nardella da scenarieconomici


Il decadimento dell’Italia -come abbiamo purtroppo scoperto solo da pochissimo tempo- parte da molto lontano, precisamente dal 1979, anno dell’ingresso nello SME a guida tedesca (il Marco era la moneta di riferimento dell’intero Sistema Monetario Europeo).
Tale scelta portò necessariamente al famoso “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro avvenuto nel 1981 che avrebbe fortemente limitato l’indipendenza dell’emissione monetaria a tassi controllati e di ASSOLUTO FAVORE per le imprese nazionali e il Popolo italiano in generale.

Da lì si proseguì a tappe forzate verso l’€uro, firmando tutti i trattati U€ che andarono pesantemente ad incidere sulla struttura produttiva italiana -fatta essenzialmente di PMI (piccole e medie imprese)- ad unico vantaggio delle grande industria multinazionale e della finanza.
L’ultimo sprazzo di sole lo vedemmo nel lontano 1992, quando a seguito delle speculazioni di Soros & compagni (loro stavano molto attenti ai Paesi come Italia e Inghilterra che producevano più inflazione degli altri e che essendo in regime di cambio semi-rigido non potevano svalutare) e dopo aver svenato tutte le riserve di valuta pregiata per difendere inutilmente il cambio fisso della Lira, fummo costretti ad abbandonare lo SME e -FINALMENTE- a svalutare, ridando fiato alla bilancia commerciale (quando la tua moneta vale meno le importazioni costano di più) e di conseguenza ci fu un BOOM di export e turismo estero.
Dallo sgambetto ricevuto da Germania e Francia (le loro banche centrali non difesero Sterlina e Lira) i britannici non vollero MAI più sentir parlare di moneta comune. Noi, invece, fummo cooptati da loschi figuri, faccendieri, banchieri e scaltri politici che spinsero per l’ingresso definitivo dell’Italia nell’€uro.
Il dicembre del 1995 si prese tale decisione e si tumulò “nero su bianco” il futuro dell’Italia e degli italiani.

Da quel lontano 1979 ad oggi ci fu di mezzo l’omicidio Moro, mani pulite, la svendita di stato delle aziende pubbliche e tante altre nefandezze ascritte alle varie false-flag di comodo e create all’uopo per eliminare personaggi scomodi che si sarebbero messi di traverso.
L’ultimo “scoglietto” da superare fu Berlusconi e non servì neanche farlo fuori: bastarono ed avanzarono lo spread e le minacce economiche.

L’€uro era una bomba ad orologeria ottimamente congegnata ed il tempo è arrivato.
STIAMO DEFLAGRANDO.
Amen.