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sabato 12 marzo 2016

Quello che gli economisti non dicono. Intervista a Daniele Tori

a cura di Fabio di Lenola e Aldo Scorrano da leparoleelecose

[La prima versione di questa intervista, curata da Fabio di Lenola e Aldo Scorrano, è uscita sul sito del Csepi]
Daniele Tori si è laureato all’Università di Pavia in Scienze politiche e in Economia. È membro del Greenwich Political Economy Research Centre e membro del Post Keynesian Economics Study Group. Dal prossimo settembre assumerà la posizione di Lecturer in Finance alla Open University (UK). Attualmente si occupa di investimenti da un punto di vista microeconomico, le evoluzioni del sistema finanziario, e i processi di finanziarizzazione in generale.
Sono ormai trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della crisi che ha investito il mondo occidentale. In questo periodo l’Italia ha visto l’alternarsi dei vari governi Monti, Letta e Renzi che si sono mossi, sostanzialmente, in continuità con una linea o agenda europea di politica economica che potremmo definire conservatrice. Alla luce di quanto è emerso dall’operato di questi governi, possiamo dire che tale “linea”, sia stata e continui ad essere fallimentare?
Questi governi hanno essenzialmente provveduto, con modalità simili, a meri aggiustamenti in senso restrittivo delle politiche di bilancio in accordo con i dettami europei. Era già evidente in partenza che queste politiche, frutto di una comprensione meramente tecnica della crisi (regolamentazione del sistema bancario-finanziario, contenimento di deficit e debito), sarebbero state fallimentari. Le vere cause, anche per quanto riguarda la crisi statunitense dei sub-prime, sono sicuramente da ricercare nei meccanismi fondamentali di funzionamento delle economie capitalistiche avanzate, e non semplicemente in un problema di “regolamentazione dei mercati”. Si tratta di analizzare una complessa interazione tra fattori sociali e finanziari. Il deterioramento nella distribuzione funzionale del reddito (tra percettori di salari e di profitti) e nella distribuzione della ricchezza si è tradotto, da un lato, in una domanda aggregata asfittica e, dall’altro, ha incoraggiato comportamenti speculativi. L’economia Italiana si trova oggi in una situazione molto seria e precaria, soprattutto per la presenza di problematiche strutturali, non necessariamente legati alla congiuntura recente. A mio avviso, i vari governi Monti, Letta e Renzi non hanno minimamente scalfito le ingessature di un sistema socio-economico che deve essere rimesso in discussione ponendo al centro dell’azione politica, sociale ed economica, le questioni principali: lavoro, distribuzione del reddito e della ricchezza, investimenti. Focalizzarsi su questi punti significa interrogarsi criticamente su passato, presente e futuro della struttura socio-economica del sistema Paese, senza dimenticare la dimensione internazionale (non limitata al contesto europeo) all’interno della quale quest’ultimo è inevitabilmente inserito. Ripercorrendo con la memoria gli ultimi dieci anni non riesco a trovare nemmeno timidi cenni alle questioni sopra elencate nel dibattito politico.
Questo ossimoro denominato “austerità-espansiva” ha delle basi scientifiche o è il frutto di ideologia, intesa nella sua accezione negativa?
L’idea della austerità fiscale espansiva emerge attorno agli anni Novanta quando, economisti quali Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, e Roberto Perotti sviluppano una critica secondo la quale, date certe condizioni, le politiche fiscali espansive di tradizione keynesiana possono avere effetti ‘non-keynesiani’, ovvero non stimolerebbero la domanda e, inoltre, causerebbero un deterioramento delle finanze pubbliche e quindi del sistema finanziario in generale. Sempre secondo questi autori, al contrario, politiche fiscali restrittive “ben strutturate” possono avere effetti positivi su investimenti, consumi ed esportazioni. Ormai famoso è poi il caso della pubblicazione di Reinhart e Rogoff (2010) nel quale i due autori affermano, sulla base dell’evidenza empirica, che un alto rapporto debito/PIL sia negativamente correlato al tasso di crescita di un’economia. Si è poi scoperto che l’esclusione selettiva di alcune nazioni e periodi nelle serie storiche -alla quale si aggiunge un errore grossolano di una formula del foglio Excel utilizzato dai due autori – sarebbe alla base di questi risultati ottenuti pertanto con scelte ad hoc. Tuttavia, al di là degli errori tecnici, quello che vorrei sottolineare è la scarsa importanza data al concetto di causalità. Infatti, se da un lato abbiamo gli strumenti per la costruzione di una relazione statistica tra due o più variabili macroeconomiche, abbiamo bisogno di una costruzione teorica che ne giustifichi i nessi causali. Se può essere vero che un elevato livello del debito pubblico può opprimere la crescita è altrettanto vero che un basso tasso di crescita può causare un aumento del debito (ovvero il rapporto debito/PIL può aumentare anche perché diminuisce il denominatore).
Sempre riguardo alle basi scientifiche della cosiddetta austerità espansiva, in un recente lavoro Botta (2015) rileva come a) la condizione teorica necessaria affinché una riduzione della spesa pubblica abbia un effetto positivo sui consumi sia potenzialmente possibile ma sostanzialmente irrealistica; b) l’effetto sugli investimenti di una contrazione della spesa è dubbio e dipende dagli effetti del consolidamento fiscale sul rapporto deficit/PIL e di conseguenza sulla percezione degli operatori finanziari circa la solidità delle finanze pubbliche e del sistema finanziario nel suo insieme. Inoltre, misure di austerità volte a ridurre i salari reali per aumentare la competitività internazionale poggiano sul “pericoloso mito” degli effetti benefici dell’abbassamento del costo unitario del lavoro (Storm, 2015).
In sostanza, le basi scientifiche ed empiriche sono molto deboli. Tuttavia, le istituzioni nazionali e internazionali hanno preso per vera e solida questa visione. Condita con l’equazione Stato=famiglia, ovvero che il settore pubblico debba ridurre la spesa in caso di cicli economici negativi proprio come si comporterebbe un “buon padre di famiglia”, essa va a formare la base delle politiche di austerità le quali, in ultima analisi, sono servite a giustificare interessi particolari mascherati da interesse economico generale.
I punti cardine dell’economia-mainstream sono rintracciabili, in sostanza, nei seguenti postulati: un individuo razionale che massimizza la propria utilità e nel principio della concorrenza. Cosa c’è di vero in questi due dogmi?
I principi di massimizzazione e massimizzazione vincolata dell’utilità sono categorie eleganti ed affascinanti dal punto di vista modellistico. Tuttavia, ci possono dire poco rispetto alla descrizione dei comportamenti degli agenti economici e presuppongono una visione dell’economia essenzialmente basata sul consumo. Qualsiasi tipo di massimizzazione presuppone una conoscenza perfetta dell’insieme delle probabilità riguardo a passato presente e futuro. Trovo in questo caso più appropriata l’idea di Keynes secondo cui gli individui si muovono in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale. Nella realtà, infatti, i comportamenti dei soggetti economici prendono forma secondo una “razionalità limitata”, ovvero sono in grado di valutare un set limitato delle informazioni a loro disposizione.
In aggiunta, il modello di concorrenza perfetta, prima che di poca aderenza con la realtà, soffre di inconsistenze logiche interne. Ad esempio, F.A. Hayek rileva che, se si accetta la definizione secondo la quale l’economia è la scienza della scarsità, questo significa appunto che tutte le risorse sul quale il sistema economico si basa, sono scarse. L’informazione è una risorsa produttiva ed è essenziale per il funzionamento del modello di domanda e offerta. Il modello presuppone inoltre la perfetta conoscenza e informazione da parte di tutti gli attori. Quindi, si ha che la conoscenza è una risorsa illimitata per chiunque. Quest’ultima non è quindi trattata come una risorsa scarsa, ovvero come dovrebbe essere secondo tale impostazione.
Questo modello presuppone perfetta competizione. Ma se questa non si realizza, possiamo tracciare le canoniche curve della domanda e dell’offerta? La risposta è chiaramente negativa. Le curve di domanda e offerta possono essere tracciata solo assumendo che tutti i consumatori e le imprese sono “price-taker”, ovvero assumono il prezzo di un bene o servizio come dato, e non hanno quindi potere di “controllo sul mercato”. La cosiddetta “welfare economics” ha come postulato principale quello secondo il quale il surplus dei consumatori è massimizzato quando il prezzo di un dato bene eguaglia il costo marginale di produzione del bene stesso (o costo unitario di ri-produzione). Da questo abbiamo che i consumatori stanno meglio se la struttura di mercato è il più prossima possibile alla concorrenza perfetta, nella quale la eguaglianza di cui sopra è garantita. Al contrario, i consumatori sono negativamente influenzati da condizioni di oligopolio/monopolio poiché vedono ridursi il loro surplus. Ma come si creano i monopoli? Un economista mainstream potrebbe optare per la risposta più’ ovvia e superficiale: i monopoli sono il risultato di una decisione governativa. Un’analisi più’ approfondita può rivelare un aspetto interessante: in un mercato competitivo caratterizzato da rendimenti di scala crescenti (costi in diminuzione all’aumentare della scala di produzione) vi è appunto un incentivo per le imprese a crescere in dimensione. Essere in competizione significa che le imprese meno efficienti falliscono, oppure vengono acquisite da quelle più efficienti. Quindi, è la competizione in sé che riduce il numero di concorrenti e aumenta il potere di mercato delle imprese sopravvissute e quindi vincitrici! Ci sono molti casi reali dove è possibile rintracciare questo meccanismo, soprattutto guardando agli Stati Uniti, considerata la patria del libero mercato. Basti infatti guardare alle evoluzioni negli ultimi trent’anni di mercati quali quello dell’aviazione, dell’intrattenimento, l’alimentare e, in parte, anche del settore bancario.
In più, credo che le unità di analisi più feconde siano, ancora, le classi sociali. Tuttavia, credo che una nuova via di ricerca sia quello di tradurre queste categorie tenendo conto delle trasformazioni che stanno interessando la produzione capitalistica, il lavoro e i mercati finanziari.
Da un altro punto di vista, io credo che, se accettiamo il cosiddetto mercato come una categoria la cui analisi non può prescindere da considerazioni riguardo a strutture dinamiche di potere (e di sfruttamento), la concorrenza causa inevitabilmente situazioni di oligopolio, duopolio o monopolio.
A mio avviso, utilizzare modelli di concorrenza per analisi economiche è molto rischioso e può portare a conclusioni errate.
Alcuni sostenitori dell’uscita dell’Italia dall’euro (noi lo siamo ma con delle prospettive differenti) raccontano che nell’ipotesi del ritorno ad una valuta nazionale “il mercato” prezzerà correttamente il valore della nuova valuta mediante il meccanismo della domanda e dell’offerta e questo movimento permetterà all’economia italiana di recuperare competitività sui mercati internazionali. In un mondo in cui i mercati monetari sono dominati dai movimenti di capitale, nella maggior parte per scopi speculativi, cosa resta nel meccanismo della domanda e dell’offerta?
Come ho cercato di spiegare prima, i meccanismi del modello di domanda e offerta soffrono di numerose inconsistenze logico-applicative. In più, applicare questa struttura per un’analisi dei mercati finanziari può portare a conclusioni errate o parziali. Aspettarsi una prezzatura corretta della nuova Lira è un ragionamento che pecca di ingenuità.
In aggiunta, non guarderei al recupero della competitività internazionale come a una variabile a cui tendere per sé. Credo che l’Italia abbia un’economia di dimensioni adeguate per puntare primariamente lo sguardo a un rilancio della domanda interna, in particolare gli investimenti, intesi soprattutto come rilancio delle infrastrutture economiche e sociali. Una convinzione ben radicata è che problemi relativi al costo unitario del lavoro siano le principali determinanti della competitività internazionale e della bilancia commerciale. In più, la riduzione dei salari in un Paese produrrà riduzioni simili in altri Paesi che vogliano seguire lo stesso sentiero di competitività. Questa politica paradossale ha prodotto, e continuerà a sostenere, una corsa al ribasso sui salari che pone vincoli seri alle esportazioni nel lungo termine (i salari del Paese A sono fonte di domanda di importazioni per il Paese B, e viceversa), ovvero la variabile che si voleva migliorare proprio attraverso alla compressione dei salari e dunque dei costi di produzione.
Infine, vorrei fare riferimento al lavoro di Nadia Garbellini ed Emiliano Brancaccio riguardo alle esperienze passate di abbandono di aree valutarie (Brancaccio e Garbellini, 2015). Questi autori rilevano come, se dal punto di vista empirico lo spauracchio della crisi inflattiva non trovi sostegni concreti, gli effetti sui salari reali e la distribuzione del reddito devono essere valutati con cautela, soprattutto poiché dipendono dalle specifiche configurazioni socio-politiche della nazione/area in analisi. In aggiunta, per comprendere le potenziali conseguenze sul sistema economico bisogna anche tener conto della struttura produttiva e in particolare della sua dipendenza da importazioni di beni intermedi e di consumo.
La nostra idea è che l’uscita dall’euro sia un fattore necessario ma non sufficiente. Inoltre l’uscita sarebbe necessaria per riacquisire libertà di manovra a livello di bilancio pubblico. Si può concordare sul fatto che la nuova valuta consentirebbe maggiore discrezionalità di spesa rispetto all’attuale assetto dell’euro, con conseguenti effetti benefici sull’occupazione?
Esattamente. Credo che una nuova valuta sia una condizione necessaria ma non sufficiente per avere maggiore discrezionalità per quanto riguarda la politica economica. A mio avviso, vi sono alcuni elementi importanti da considerare. Tra questi, il fatto che l’uscita dall’Euro non assicurerebbe automaticamente l’elezione di un governo lungimirante. Inoltre, pur assumendo un governo seriamente orientato alla piena occupazione, due problemi resterebbero:
1) Come sappiamo l’articolo 81 della Costituzione Italiana è stato modificato introducendo un sostanziale pareggio di bilancio, limitando la flessibilità del decisore pubblico nella determinazione dei volumi di spesa pubblica. Oltre alle difficoltà provenienti dall’esterno, ci si dovrebbe confrontare con un percorso legislativo abbastanza lungo.
2) Ammesso di poter superare il precedente problema abbastanza in fretta, non si dovrebbe sottovalutare il ruolo della struttura di potere in cui si sviluppano gli eventi economici. Non mi sento di condividere il mero idealismo che porta ad una visione strumentale dell’apparato Statale. Questo aspetto è ben analizzato da Kalecki (1943), il quale si focalizza sull’effetto del potere capitalistico sia nella società che nello Stato. Politiche volte all’ottenimento del pieno impiego metterebbero a rischio i “privilegi” (reddito, status sociale, influenza politica, etc.) della classe capitalistica e imprenditoriale. A mio avviso, pensare che questi ultimi possano passivamente assistere al loro declino senza reagire è, ancora una volta, una visione piuttosto ingenua.
Da un punto di vista strettamente economico, inoltre, l’uscita dall’Euro implicherebbe il confrontarsi con una gestione molto complessa di numerosi aspetti (gestione del debito estero, salvaguardia e ripensamento del sistema bancario, etc.). A mio avviso, l’uscita dal sistema Europeo dovrebbe essere inserita in un ripensamento generale del sistema-Paese, il quale richiede condizioni politiche di partenza al momento difficili da rintracciare.
Spesso, se non sempre, i canali d’informazione nazionale, a mezzo stampa o tv, ci propinano concetti che, dal nostro punto di vista critico, rappresentano dei veri e proprio luoghi comuni che inevitabilmente influenzano l’opinione pubblica, tipo: il debito pubblico è un onere per le generazioni future; la moneta è un semplice mezzo di scambio; un mercato del lavoro più concorrenziale aumenta l’occupazione; un bilancio pubblico in pareggio favorisce gli investimenti privati; le banche fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Condivide la nostra critica? Se si, ce li può sfatare?
Condivido in pieno l’idea che l’informazione economica soffra di un deficit di approfondimento. Concetti complessi vengono presentati con argomentazioni che fanno leva su intuizioni spicciole, cui fa da specchio un’analisi economica superficiale e interessata. Tuttavia, anche nel mondo accademico si assiste allo stesso tipo di perseveranza nel non mettere in discussione concetti e metodi di analisi consolidati. I luoghi comuni sono una delle conseguenze della monoliticità teorica che caratterizza gli ambienti accademici. Qualcosa sta cambiando (si vedano tra le altre le esperienze delle Università di Leeds, Greenwich e Kingston) ma l’informazione sembra stentare a recepire un pluralismo che sta rinascendo. Sfatare questi “miti” richiede un’analisi approfondita, a rimarcare la complessità delle categorie socio-economiche. Un dato interessante è quello riguardo alla crescente consapevolezza da parte degli studenti di economia, specialmente nel Regno Unito, del bisogno di un cambiamento nell’educazione universitaria.
Il debito non è un onere per le generazioni future. Abbiamo già visto che non esiste una base empirica per sostenere la negatività di un certo livello di debito. E’ bene sottolineare come la preoccupazione per un onere futuro poggia sull’assunzione che, in un dato momento, il debito debba essere necessariamente ridotto o addirittura estinto. Le future generazioni vedranno ridursi i servizi pubblici o, allo stesso modo, dovranno versare maggiori imposte. Questo, si pensa, al fine di permettere allo Stato di poter rimborsare il debito grazie agli avanzi di bilancio. Poniamoci una semplice domanda: chi detiene il debito pubblico? Ovviamente il debito pubblico è una componente della ricchezza di privati cittadini. Significa, sostanzialmente, che ci indebitiamo con noi stessi! Un punto sviluppato dal professor Roberto Ciccone (2012) con cui mi trovo d’accordo sostiene che, se le generazioni future decideranno che il debito pubblico dovrà essere ridotto e dovranno sorbirsi un maggior carico fiscale (o riduzione dei servizi), questo sarà comunque compensato dallo stock di debito (ricchezza privata) che essi erediteranno dai precedenti detentori dei titoli. In più, la larga parte del debito italiano è detenuta da banche e istituzioni finanziarie italiane, credo poco preoccupate delle loro relazioni intergenerazionali. In aggiunta, credo sia importante distinguere tra la spesa corrente e la spesa per investimenti come componenti del debito pubblico. Se è vero che la prima possa essere razionalizzata (sempre comunque garantendo un livello di welfare appropriato), la seconda è una variabile che crea ricchezza nel lungo periodo. Se anche dovessimo pensare che il debito presente crei maggiori costi in futuro, è anche vero che i maggiori beneficiari delle infrastrutture finanziate dal debito saranno appunto le generazioni future, per le quali sarà quindi logico prendersi carico della spesa necessaria.
Un discorso più complesso riguarda gli effetti futuri della porzione di debito detenuta da operatori esteri, ma questo per il momento non sembra essere un problema per l’Italia in quanto assistiamo, almeno dal 2007-2008 ad un processo di sostanziale “ri-nazionalizzazione” del debito.
La moneta non è un semplice mezzo di scambio. A questo punto vorrei rispondere a mia volta con una domanda che lo stesso J.M. Keynes pone ai suoi lettori nella Teoria Generale dell’occupazione, dell’Interesse e della Moneta: se la moneta è un semplice velo che agisce da lubrificante per lo scambio di beni, perché assistiamo continuamente a meccanismi di accumulazione di moneta da parte degli agenti economici? Se accettiamo il fatto di vivere in un mondo caratterizzato da incertezza fondamentale, e che quindi non si possa predire il futuro, la moneta diviene un mezzo a disposizione degli agenti economici per affrontare questa incertezza con maggiore flessibilità. Inoltre, la moneta può essere accumulata come riserva di ricchezza, e quindi per fini speculativi.
Un mercato del lavoro più concorrenziale non aumenta l’occupazione. Si scrive concorrenza nel mercato del lavoro si legge riduzione del potere contrattuale della forza lavoro. Infatti, dal mio punto di vista i datori di lavoro, essendo coloro che decidono il volume degli investimenti e quindi dell’occupazione, sono in una posizione contrattuale privilegiata nel cosiddetto “mercato del lavoro”.
Le evidenze empiriche, a partire dal lavoro di Arthur Okun, Nicolas Kaldor e Petrus Verdoorn mostrano una robusta relazione positiva tra prodotto, produttività e occupazione. Secondo la “quasi dimenticata” legge di Kaldor-Verdoorn, nel sistema economico la variabile indipendente è il prodotto (output), mentre la variabile dipendente risulta essere la produttività del lavoro. Questo significa che il tasso di crescita della produttività è una conseguenza, e non la causa, del tasso di crescita della domanda aggregata.
Detto questo, possiamo vedere come il continuo richiamo al problema della bassa produttività del lavoro in Italia focalizzi l’attenzione sulla variabile sbagliata: con avanzi primari di bilancio pubblico (entrate mano spese al netto degli interessi sul debito), uniti ad una dinamica della distribuzione del reddito a sfavore dei percettori di salario (lavoratori dipendenti) abbiamo una riduzione della domanda aggregata (e quindi degli investimenti), la quale è la causa fondamentale della caduta della produttività del lavoro. Sul lato dei consumi, un mercato del lavoro concorrenziale significa un salario più basso. Questo è visto con favore dal singolo imprenditore siccome si tratta di una riduzione di costo produttivo. Tuttavia, per l’economia aggregata il salario è fonte di domanda. Salario più basso (e magari più incerto) significa domanda più bassa. Riguardo agli investimenti, se accettiamo che essi dipendano dalla domanda aggregata attesa di beni e servizi, un minor consumo ridurrà gli investimenti e quindi la domanda di nuovi occupati da parte delle imprese. Secondo questi meccanismi, il livello di occupazione diventa quindi la variabile residuale che dipende, in ultima analisi, dalla crescita della domanda aggregata.
In aggiunta, il lavoro è prima di tutto un rapporto sociale e non può quindi essere discusso, analizzato e compreso secondo meri meccanismi di mercato, o in termini di parametri tecnici. In un recente studio sul Regno Unito, viene analizzata la relazione tra la quota dei salari, la forza dei sindacati e la crescita economica (Onaran, Guschanski, Meadway, and Martin, 2015). Gli autori mostrano come nel Regno Unito la quota dei salari si sia ridotta notevolmente, seguendo una traiettoria comune alla maggior parte dei Paesi europei. Allo stesso tempo, la quota dei lavoratori iscritti al sindacato é scesa dal 50% al 25% in poco più di tre decadi. Queste due tendenze sono l’esito di, tra gli altri fattori, politiche governative volte a “riformare” il mercato in senso concorrenziale con un effetto negativo sui salari. Il reddito nazionale inglese, sostengono gli autori sulla base del loro studio, è trainato dalla domanda proveniente dai reddito da lavoro, piuttosto che dai profitti delle imprese. Gli autori concludono che la diminuzione della presenza sindacale ha avuto come risultato finale una minor crescita (stimata in una perdita pari a -1.6% per il periodo in analisi). Più che ad una maggiore flessibilità del mercato del lavoro si dovrebbe pensare ad una ri-regolamentazione di questo “non-mercato” verso una contrattazione collettiva caratterizzata da un ruolo attivo dello Stato nel provvedere alla definizione e controllo di strutture di contrattazione settoriali. In aggiunta, è necessario un orientamento delle politiche macroeconomiche volte al pieno impiego, al fine di (s)bilanciare le relazioni di potere e il sistema economico in generale.
Un bilancio pubblico in pareggio non favorisce gli investimenti privati. I sostenitori di un budget pubblico perfettamente bilanciato (Spesa governativa = Tasse + imposte) credono che, in caso di deficit (Spesa > Tasse + Imposte), il governo sarà costretto a prendere a prestito moneta e quindi, date le dimensioni del settore pubblico e quindi delle somme che può richiedere, questo produca una pressione al rialzo sul tasso di interesse reale (il prezzo del denaro al netto dell’inflazione). Il risultato sarà quello di un tasso ovviamente più alto di quello che si avrebbe se il settore pubblico non dovesse ricorrere al risparmio privato. Di conseguenza, dato l’alto costo del denaro gli imprenditori sarebbero scoraggiati ad accendere prestiti per i loro progetti di produzione. In altre parole, si dice che il “costo-opportunità” di prendere a prestito per i privati è aumentato, cosicché progetti di investimento che prima sembravano profittevoli vengono scartati sulla base del nuovo livello del tasso di interesse, appunto perché troppo “costosi”. Questo incide ancor più negativamente, alcuni sostengono, sulle imprese di piccole dimensioni che hanno più difficoltà a sopportare rialzi dei tassi, dato che si trovano in una posizione strutturale di “vincolo finanziario”. Secondo i sostenitori del balanced budget sostengono quindi che i deficit governativi “spiazzano” gli investimenti privati.
A mio avviso ci sono due critiche principali a questa visione.
In primo luogo, anche se lo spiazzamento è possibile in teoria, i deficit pubblici hanno anche un effetto opposto a quello descritto sopra. Infatti, una maggior spesa pubblica avrebbe come effetto primario un aumento della domanda aggregata totale (dato che, assumendo un’economia chiusa, il PIL è la somma di consumi ed investimenti privati più consumi ed investimenti pubblici), creando quindi nuove opportunità di vendita per il settore produttivo in generale (per la precisione, questo accade in una condizione di sotto-utilizzo della capacità produttiva, la quale sostanzialmente caratterizza i sistemi economici negli ultimi decenni). Il settore privato, a sua volta, sarà spinto ad incrementare gli investimenti per soddisfare la domanda attesa. È facile intuire come questo effetto sia ancor più importante in situazioni di incertezza sulle condizioni economiche da parte degli imprenditori. Questo è quello che in gergo viene chiamato “effetto moltiplicatore fiscale” della spesa pubblica.
In secondo luogo, come ho cercato di spiegare in risposta ad una precedente domanda, le evidenze empiriche supportano la visione per la quale il tasso di investimento dipende maggiormente dalla domanda effettiva attesa, piuttosto che dal livello del tasso di interesse. Facendo riferimento al periodo che stiamo vivendo ora in Europa, abbiamo che, seppur in presenza di tassi di interesse reali pari a zero (o addirittura negativi) il tasso di accumulazione nella maggior parte dei Paesi europei rimane sostanzialmente stagnante.
Le banche, e il sistema finanziario in generale, non fungono da intermediari tra risparmiatori e investitori. Le banche sono le istituzioni che creano la moneta-credito concedendo prestiti per la produzione, facendo sì che i crediti creino i depositi, e non viceversa. Questo è un fatto ormai accettato anche da istituzioni sostanzialmente “ortodosse” quali la Bank of England, la quale ha recentemente ha pubblicato un report divulgativo sull’argomento (Bank of England, 2014).
In aggiunta, la crescita del valore aggiunto riconducibile al settore finanziario evidenzia una disconnessione sistemica tra le dimensioni di quest’ultimo e le esigenze di finanziamento per la produzione del settore “reale”. Analizzando dati dell’OECD è possibile osservare che, negli anni Settanta il valore aggiunto del settore finanziario (Financial Insurance and Real Estate) in rapporto al PIL si aggirava attorno al 15-20% nelle principali economie avanzate. Nel 2008, questo rapporto si aggira attorno al 30-35%. A questo aumento non si è associata una equivalente crescita del valore aggiunto creato dal settore manifatturiero. In un recente studio da me co-autorato (Tori e Onaran, 2015), ci concentriamo sulla relazione tra il sistema finanziario e quello produttivo nel caso del Regno Unito. L’evidenza è di un effetto negativo sia dei pagamenti che degli introiti che le imprese produttive manifatturiere consegnano e ricevono dal sistema finanziario. Il crescente orientamento del settore non-finanziario verso attività finanziarie non-operative porta a minori investimenti in capitale fisso, e quindi ad una crescita stagnante e/o precaria. Questo meccanismo, associato ad una riduzione del reddito da lavoro, produce effetti negativi anche sulla produttività di lungo termine.
I moderni mercati finanziari non svolgono esclusivamente un ruolo di semplice intermediazione. In un recente lavoro con alcuni colleghi (Botta, Caverzasi, Tori, 2015) analizziamo ciò che viene chiamato “shadow-banking system”, evidenziando le relazioni tra quella che è la versione più evoluta di mercati e istituzioni finanziarie e l’economia reale. La nostra analisi cerca di chiarire che il sistema finanziario consente sì il funzionamento delle economie capitalistiche ma, allo stesso tempo, nuove interazioni all’interno del sistema finanziario possono influenzare indirettamente le dinamiche reali attraverso una variazione nel meccanismo di concessione del credito, dando così vita a turbolenti cicli espansione-crisi.
E’ infine interessante rilevare come centri di ricerca di istituzioni quali l’OECD e IMF mettano in dubbio la relazione aurea tra sviluppo dei mercati finanziari e crescita (OECD, 2015; Sahay et. al., 2015). Il sistema finanziario sostiene l’economia reale ma, quando la sua dimensione non giustifica i bisogni dell’economia reale, questo riduce la crescita di lungo termine.
[L’autore ringrazia Clara Capelli e Alberto Botta. Parte dei concetti espressi nell’intervista derivano infatti da continui confronti e discussioni su queste tematiche. Le opinioni espresse rappresentano il punto di vista dell’intervistato, espresso a titolo personale].
Riferimenti
Bank of England (2014) “Money creation in the modern economy” http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q1prereleasemoneycreation.pdf
Botta, A. (2015) “The Theoretical Weaknesses of the Expansionary Austerity”, PKSG working paper, http://www.postkeynesian.net/downloads/working-papers/PKWP1511_rZzExWZ.pdf
Botta, A., Caverzasi, E., Tori D., (2015) “Financial–Real-Side Interactions in an Extended Monetary Circuit with Shadow Banking: Loving or Dangerous Hugs?”, International Journal of Political Economy, Vol. 44, No.3, pp. 196-227
Brancaccio E., Garbellini N. (2015) “Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production”, Vol. 12, No.3, pp. 255–276. http://www.elgaronline.com/abstract/journals/ejeep/12-3/ejeep.2015.03.02.xml
Ciccone R. “Sulla natura e sugli effetti del debito pubblico” in Oltre l’Austerità, http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
Kalecki M. (1943) “Political Aspects of Full Employment”, The political Quarterly, Vol. 14, No. 4, pp.322–330, http://mrzine.monthlyreview.org/2010/kalecki220510.html
OECD (2015), “How to restore a healthy financial sector that supports long-lasting, inclusive growth?” Economics Department Policy Note No. 27 , http://www.oecd.org/eco/How-to-restore-a-healthy-financial-sector-that-supports-long-lasting-inclusive-growth.pdf
Onaran Ö, Guschanski A., Meadway J., and Martin A. (2015) “Working for the economy: the economic case for trade unions”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14083/
Reinhart C., Rogoff, K,S. (2010) “Growth in time of Debt” NBER Working Paper No. 15639 http://www.nber.org/papers/w15639.pdf
Sahay, R., Čihák, M., Papa N’Diaye, A., Barajas, R. B., Ayala, D., Gao, Y., Yousefi, S. R. (2015). “Rethinking Financial Deepening: Stability and Growth in Emerging Markets.” IMF discussion note SDN/15/08. https://www.imf.org/external/pubs/ft/sdn/2015/sdn1508.pdf
Storm, S. (2016) “German Wage Moderation and the Eurozone Crisis: A Critical Analysis”
http://ineteconomics.org/ideas-papers/blog/german-wage-moderation-and-the-eurozone-crisis-a-critical-analysis
Tori, D., Onaran, Ö. (2015) “The effects of financialization on investment: evidence from firm-level data for the UK”. [Working Paper] http://gala.gre.ac.uk/14068/


lunedì 1 febbraio 2016

Tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo? Un commento a Lafontaine

di Emiliano Brancaccio da facciamosinistra

 Credo si debba discutere seriamente a sinistra della questione. Appare ormai chiaro che al di la della diversità di opinione, e delle sinigole proposte di riforma del mercato, il dato che accomuna gli economisti, almeno quelli che sono estranei ad una visione "neoclassica" dell'economia, sia il fallimento dell'euro e la sua periniciosità per quei paesi definiti periferici, che sono svantaggiati da un euro forte e che sono costretti a sostenere squilibri delle partite correnti insostenibili. Se non partiamo da questo presupposto, non andremo da nessuna parte e saremo cotretti a sorbirci i soliti peana filoeurepisti  a prescindere, da parte di leaders decotti totalmente ignoranti di economia e del tutto ignari del ruolo dell'euro nel contesto geopolitico attuale.
Quello di Brancaccio può essere un utile contributo.




Oskar Lafontaine propone di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME). Per rendere questa soluzione percorribile sarebbe necessario imporre sanzioni ai paesi che adottano politiche deflazioniste per accumulare surplus verso l’estero. Un'efficace sistema di sanzioni potrebbe basarsi su limiti alla indiscriminata mobilità dei capitali da e verso questi paesi. A riprova del suo realismo, tale soluzione potrebbe essere applicata immediatamente e indipendentemente da singoli paesi così come potrebbe essere estesa passo dopo passo a ulteriori accordi tra paesi.
1. Il Monito degli Economisti: il destino dell'Euro è segnato
Nel Settembre 2013 il Financial Times pubblicò il cosiddetto “Monito degli Economisti”, una lettera firmata da molti influenti membri della comunità accademica internazionale appartenenti a diverse scuole di pensiero: Dani Rodrik, James Galbraith, Wendy Carlin, Jan Kregel, Mauro Gallegati e altri. [1]

Le idee alla base del Monito erano le seguenti. La continuazione delle politiche di austerità e di deflazione nell'Unione Monetaria Europea aumenterà gli squilibri tra paesi creditori e debitori, con una conseguente centralizzazione dei capitali dal Sud al Nord Europa e ulteriori crisi bancarie. Come risultato di questo processo, il destino dell'Euro sarà segnato. L'Unione Monetaria Europea, almeno come l'abbiamo conosciuta, tenderà a deflagrare e i responsabili politici saranno lasciati di fronte a una scelta tra differenti vie di uscita dall'Euro, ciascuna con differenti effetti sulle diverse classi sociali.
Queste erano le conclusioni del Monito, risalente a più di due anni fa. Vi sono varie ragioni per ritenere che le sue tesi di fondo siano ancora valide e che possano esser confermate in futuro. Se accettiamo tali tesi, allora vanno tratte due conseguenze. In primo luogo, un “Piano B per l'Europa” sarà necessario, presto o tardi, per ragioni oggettive. Disporre di un “Piano B” non sarà un'opzione politica minoritaria, ma diventerà una necessità storica. In secondo luogo, non esiste un solo tipo di “Piano B”. La storia delle crisi passate evidenzia che le opzioni di uscita da un regime monetario sono varie e molto differenti tra loro, e che ognuna ha implicazioni diverse per i diversi gruppi sociali coinvolti [2].
2. La proposta di Schauble: il perfetto “Piano B” per i creditori
Consideriamo per esempio il “Piano B” suggerito per la Grecia dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Tale opzione è l'unica esplicitamente citata nei documenti ufficiali dell'Unione Europea, più specificatamente nei verbali dell'Eurogruppo. [3]
La Proposta Schauble può essere descritta come il perfetto “Piano B” per i creditori. La ragione è semplice: la ridenominazione del debito [nella nuova valuta locale NdT] è ciò che davvero spaventa i creditori. Il Piano Schauble avrebbe permesso alla Grecia di abbandonare l'Euro, ma era disegnato per prevenire il rischio che la Grecia ridenominasse il suo debito in Dracme svalutate. La storia ha molto da insegnarci su questo punto: a fronte di una minaccia di ridenominazione, i creditori non possono esser protetti da semplici impegni contrattuali. Rispetto a questo problema, Schauble propose una soluzione per proteggere i creditori. Egli sapeva che se la Grecia avesse abbandonato l'Euro si sarebbe trovata con un eccesso di importazioni sulle esportazioni, cioè con un deficit estero da coprire con moneta. Si deve notare che questo deficit estero non verrebbe ridotto da una svalutazione, almeno non immediatamente. Schauble quindi offrì al governo greco un sostegno finanziario per coprire il deficit estero dopo l'uscita e persino una eventuale ristrutturazione del debito, ma solo a condizione che il debito greco rimanesse in Euro.
Il “Piano B” di Schauble riecheggia in qualche modo la proposizione chiave del Gattopardo, un celebre romanzo italiano: che tutto cambi affinché nulla cambi. Nel caso del Piano Schauble, tutto doveva cambiare, anche la moneta, al fine di non cambiare nulla riguardo ai rapporti di forza tra debitori e creditori e tra le classi sociali. Questo tipo di “Piano B” sarebbe stato catastrofico. Il peggio del rimanere nell'Euro combinato con il peggio dell'uscirne.
Dobbiamo dirlo con chiarezza: dati gli attuali rapporti di forza in Europa, e dato il grande ritardo delle forze di sinistra su questo tema, in caso di precipitazione degli eventi nell'Eurozona la proposta Schauble potrebbe essere il solo “Piano B” sul tavolo delle future trattative, non solo per la Grecia ma anche per altri paesi.
3. La proposta di Lafontaine : un ritorno al vecchio Sistema Monetario Europeo (SME)
Fortunatamente esistono anche altre soluzioni. Consideriamo, per esempio, il “Piano B” che consiste nella possibilità di un ritorno al vecchio SME. Questa opzione è stata avanzata da varie parti: Oskar Lafontaine, come sappiamo, è uno dei suoi sostenitori. [4]
Uno dei meriti della proposta di Lafontaine, dal mio punto di vista, è il fatto di mettere in chiaro che lasciare i tassi di cambio alla mercé delle forze di mercato non sarebbe la soluzione ottimale. I cambi flessibili alimenterebbero la speculazione e lavorerebbero nell’interesse del peggior capitalismo finanziario. Inoltre, non è detto che aiuterebbero a risolvere gli squilibri strutturali e a mitigare la centralizzazione dei capitali all'interno dell'attuale zona Euro.[5]
Detto ciò, a mio parere la proposta Lafontaine non è da sola sufficiente, e dovrebbe essere integrata. L'idea di tornare al vecchio Sistema Monetario Europeo può esser considerata come una ipotesi iniziale, non come il punto di arrivo della nostra analisi. I limiti di un ritorno allo Sme risiedono nel fatto che esso trascura un problema che è stato esaminato a fondo nella letteratura accademica sotto i nomi della “triade impossibile” o del “quartetto incoerente” dell'economia internazionale. In poche parole, il problema si riferisce alla difficoltà per ogni paese di garantirsi dei margini di autonomia per le politiche economiche nazionali in condizioni di completa libertà di circolazione internazionale del capitale e in parte anche dei beni. Per esempio, in una situazione di perfetta mobilità di beni e soprattutto dei capitali, un paese che tenda ad accumulare un deficit delle partite correnti non può perseguire politiche economiche tese ad aumentare l'occupazione.
Si noti che la possibilità di aggiustare i tassi di cambio, prevista dallo SME, non era sufficiente a risolvere questo problema. Le politiche economiche dei paesi con una tendenza sviluppare un deficit esterno erano fortemente influenzate dalle politiche economiche della Germania, il paese egemone che tendeva ad accumulare surplus. È proprio su questo punto che l'idea di una Banca Centrale emerse agli inizi degli anni '90, soprattutto da parte francese. L'idea prevalente in Francia era che lo SME fosse dominato dalle politiche monetarie della Germania e che una Banca Centrale Europea avrebbe aiutato a rendere le scelte politiche più condivise. Se non ricordiamo le condizioni della transizione dallo SME all'Eurozona, rischiamo di trascurare alcuni aspetti cruciali della storia dell'unificazione europea.
Per questi motivi, ritengo che sebbene la proposta di Lafontaine di discutere un ritorno allo Sme sia da ritenersi benvenuta, per poter compiere un passo avanti è necessario introdurre dei meccanismi ulteriori che limitino l'egemonia dei paesi con surplus delle partite correnti, una egemonia che esiste oggi ma che esisteva anche all'interno dello SME. Per essere ancor più chiari, un mero ritorno allo SME oggi non sarebbe sufficiente a risolvere gli enormi squilibri alimentati dalla deflazione salariale relativa in Germania, dove dal 1999 al 2013 i salari monetari sono cresciuti di appena la metà rispetto alla media dell'Eurozona.
4. Controlli sui capitali contro le politiche deflazioniste
Gli economisti sanno che esiste una sola soluzione logica a questo problema: qualche tipo di sanzione dovrebbe essere imposta ai paesi che usano la deflazione per aumentare il proprio surplus esterno.
In una prospettiva da “Piano A”, di riforma dei trattati Ue, sanzioni monetarie simili a quelle attualmente previste per i paesi con deficit di bilancio pubblico eccessivi potrebbero esser considerate. In sostanza, si tratterebbe di rendere l'attuale “Six Pack” più esteso e vincolante. Il problema è che un “Piano A” non sembra molto realistico, soprattutto nell’attuale fase storica.
Nella prospettiva più realistica di un “Piano B”, dunque, nel quale i trattati non sarebbero riformati e la zona Euro tenderebbe a deflagrare, quale tipo di sanzioni dovrebbero essere imposte ai paesi che, nonostante i loro ampi surplus delle partite correnti, adottassero ancora politiche deflazioniste? Io penso ci sia una sola risposta logica: deve esser possibile introdurre limiti alla libera circolazione dei capitali e forse anche dei beni da e verso quei paesi.
Questo significa, secondo me, che il ritorno a una sorta di SME dovrebbe essere combinato con la possibilità di imporre controlli di capitali da e verso i paesi che usino la deflazione per accumulare avanzi delle partite correnti. Vi prego di notare che questo tipo di soluzione ha riferimenti autorevoli. Tracce di essa si trovano nei contributi dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sui cosiddetti “labour standards”, e persino nello statuto del Fondo Monetario Internazionale. Io chiamo questa proposta “European Monetary Balanced Agreement” (EMBA), ma il nome non è importante. [6] Ciò che davvero conta è che tale soluzione potrebbe essere immediatamente adottata in maniera indipendente da parte di ciascun paese così come essere estesa passo ad accordi con altri paesi. Per questo la considero una soluzione più realistica di altre.
5. Contro l'onda nera della xenofobia
Nel Piano appena descritto vi è, implicita, quella che potremmo definire una “critica progressista” alla globalizzazione indiscriminata. Dal mio punto di vista, questa critica può rappresentare anche un modo per cercare di contrastare l'onda nera montante degli odierni neo-fascismi.
Su questo punto, lasciate che fornisca un esempio preciso. Mentre i nazionalisti xenofobi lottano per maggiori controlli sull'immigrazione, una rinnovata sinistra dovrebbe opporre a quest'onda nera l’alternativa dei controlli alla mobilità indiscriminata dei capitali da e verso i paesi che perseguano politiche di deflazione e di competizione al ribasso sui salari. Le forze di destra raccolgono consenso attraverso una facile battaglia contro l'immigrazione. Dovrebbe esser giunto il momento di proporre un'alternativa razionale e progressiva: arrestare i movimenti internazionali di capitali indiscriminati e deflazionistici.
6. Una critica alle caratteristiche più estreme del Mercato Unico Europeo
Concludendo, credo sia giunto il momento di superare un'incomprensione che per certi versi trova le sue origini in un'ingenua interpretazione del concetto di “'internazionalismo del lavoro”. Noi dovremmo chiarire a noi stessi che sostenere l’internazionalismo del lavoro non significa accettare una globalizzazione indiscriminata ma richiede piuttosto una continua organizzazione delle lotte sociali al fine di favorire uno sviluppo continuo, equilibrato e pacifico delle relazioni economiche tra nazioni.
Da questo punto di vista, la proposta di Lafontaine e di altri di un ritorno allo Sme è a mio avviso benvenuta. Ma se vogliamo davvero proporre un coerente “Piano B per l'Europa” allora dobbiamo esprimerci con estrema chiarezza sul punto: dobbiamo mettere in discussione non solo la Moneta unica europea ma anche le caratteristiche più estreme del Mercato unico europeo, a partire dalla libera mobilità dei capitali da e verso paesi orientati alla deflazione.
La globalizzazione capitalistica non è certo finita, ma sta attraversando una fase di crisi. I partiti di destra hanno notato questa tendenza e la sfruttano a loro vantaggio. Le forze di sinistra dovrebbero chiudere questo ritardo avanzando criticamente proposte internazionaliste adatte all'attuale complessa fase storica. Il ritorno a una sorta di Sistema Monetario Europeo con controllo sui capitali contro le politiche deflazioniste potrebbe costituire un'opzione coerente e razionale, nell'interesse dei lavoratori e della pace, in Europa e nel resto del mondo. Vi ringrazio.


Bibliografia


[1] Brancaccio, E. et al. (2013). The Economists’ Warning: European governments repeat mistakes of the Treaty of Versailles, Financial Times, 23 September; www.theeconomistswarning.com.
[2] Brancaccio, E., Garbellini, N. (2015). Currency regime crises, real wages, functional income distribution and production. European Journal of Economics and Economic Policies: Intervention, vol. 12, 3.
[3] “[…] In case no agreement could be reached, Greece should be offered swift negotiations on a time-out from the euro area, with possible debt restructuring.[…]”, The Eurogroup, 12 July 2015, 4 pm.
[4] Lafontaine, O. (2015). The European Monetary System (EMS): Let’s Develop a Plan B for Europe!, Global Research, September 23.
[5] On this point, see Brancaccio, E., Fontana, G. (2015). ‘Solvency rule’ and capital centralisation in a monetary union, Cambridge Journal of Economics, advance access online, 29 October.
[6] L'idea dell'EMBA potrebbe essere vista come una generalizzazione della precedente proposta per “uno standard salariale europeo”: Brancaccio, E. (2012). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a ‘European wage standard’. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.


Questo è l'intervento di Emiliano Brancaccio all'incontro di Parigi per un Piano B per l'Europa, un piano da preparare nel caso i tentativi di riforma dell'Unione Europea non funzionassero. Un piano sempre più necessario, come mostra la vicenda greca. Le proposte di Emiliano Brancaccio hanno creato un vivace dibattito all'incontro di Parigi, in particolare per quanto riguarda l'imposizione sui controlli di capitale e sulle merci tra i paesi, come mostra questo video, dove Martin Höpner (Max Planck Institute, Germania) sostiene una riproposizione dello Sme con l'imposizione di rivalutazioni per i paesi in surplus.


Articolo pubblicato su emilianobrancaccio.it
Originale in inglese:
http://www.emilianobrancaccio.it/2016/01/25/back-to-the-old-european-monetary-system-a-comment-on-lafontaine/
Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it
Fonte: Marx21.it
Originale: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/economia/26523-tornare-al-vecchio-sistema-monetario-europeo-un-commento-a-lafontaine


domenica 1 novembre 2015

30 tesi: investimenti multilaterali per un nuovo ordine monetario globale


di Vladimiro Giacché da globalist.it
 

Relazione presentata al convegno tenutosi a Roma il 2 ottobre 2015 "La Cina dopo la grande crisi finanziaria del 2007-2008″

1. Dopo la Grande Recessione i paesi dell'Occidente capitalistico non sembrano capaci di uscire dal modello, inaugurato negli anni Ottanta e definitamente entrato in crisi nel 2007/2008, di una crescita alimentata dal debito e dall'abnorme sviluppo della finanza.


2. Si tratta di un modello che ha comprato la crescita nei paesi capitalistici avanzati con un'insostenibile crescita di debito e asset finanziari ("financial depth") che in poco meno di 30 anni sono passati dal 119% del pil mondiale (1980) al 356% (2007) [Grafico 1].



Tra le controtendenze alla caduta del saggio di profitto, nel periodo 1980-2007 un ruolo preminente (anche se non esclusivo) ha quindi giocato la finanziarizzazione, ossia il "capitale produttivo d'interesse" (Marx, Capitale, L. III sez 3).


3. Esso ha consentito:


a) il mantenimento di una buona propensione al consumo da parte della classe lavoratrice in USA, UE e Giappone, nonostante salari reali calanti dall'inizio degli anni Settanta: questo grazie alla speculazione di borsa e allo sviluppo del credito al consumo;


b) il sostegno ad industrie di settori maturi, che hanno potuto sopravvivere nonostante un'evidente sovrapproduzione (cfr. settore automobilistico): questo grazie alle società finanziarie collegate e al credito al consumo;


c) la possibilità, per le stesse industrie del settore manifatturiero, di fare profitti attraverso la speculazione di borsa, attraverso la finanza proprietaria, il trading, ecc.


4. La crisi iniziata nel 2007 ha rotto quel modello di sviluppo. Ha distrutto capitale reale e fittizio in enorme quantità (a conferma del carattere non ciclico della crisi). Ma non è riuscita a rilanciare l'accumulazione di capitale su scala globale.


5. Stati Uniti, Giappone e Unione Europea (e più in particolare l'eurozona) si trovano molto al di sotto della crescita potenziale stimata prima della crisi [2-3].








6. Nel mondo ci sono decine di milioni di disoccupati in più, soprattutto nei paesi a capitalismo avanzato, e quindi salari mancanti per oltre 1,2 trilioni di dollari, che gravano sulla domanda globale [4].





7. Il debito complessivo, al contrario, è cresciuto di 57 trilioni di dollari dal 2007. Sia nei paesi a capitalismo maturo, sia nelle economie emergenti (Cina inclusa) [5].





8. Per quanto riguarda in particolare i paesi a capitalismo maturo, a un calo contenuto del debito privato ha fatto riscontro un forte aumento del debito pubblico, principalmente a causa della enorme socializzazione delle perdite conseguente alla crisi (gli Stati hanno salvato a proprie spese dalla bancarotta il sistema finanziario e in qualche caso anche buona parte del settore manifatturiero) [6].





9. Dopo la crisi, le banche centrali di USA, Giappone e poi anche UE hanno inondato il mondo di liquidità, portando a zero i tassi d'interesse (politica monetaria convenzionale) e acquistando massicciamente asset finanziari sul mercato (QE, politica monetaria non convenzionale).


10. La Federal Reserve statunitense ha comprato titoli di Stato Usa e obbligazioni private per 4 trilioni di dollari. Attualmente nell'eurozona i riacquisti di obbligazioni da parte della BCE sono superiori alle nuove emissioni nette [7-8].








11. Questo ha sostenuto i mercati azionari e quelli dei titoli di Stato sia negli Stati Uniti che in Europa [9-10-11]. Ma non ha fatto realmente ripartire la crescita.











12. Questa constatazione ha indotto alcuni studiosi, tra cui Lawrence Summers e Paul Krugman, a rispolverare il concetto di "stagnazione secolare" (nato durante la crisi degli anni Trenta). La situazione è stata così descritta: "Sei anni sono passati dallo scoppio della Crisi Globale e la ripresa non è ancora soddisfacente. I livelli di prodotto interno lordo sono stati superati, ma poche economie avanzate sono tornate ai tassi di crescita pre-crisi nonostante anni di tassi d'interesse praticamente a zero. Inoltre, cosa preoccupante, la crescita recente ha un vago sentore di nuove bolle finanziarie. La lunga durata della Grande Recessione, e le misure straordinarie necessarie per combatterla, hanno originato una diffusa sensazione, non meglio definita, che qualcosa sia cambiato. A questa sensazione ha dato un nome a fine 2013 Lawrence Summers, reintroducendo il concetto di 'stagnazione secolare'».


13. Tale concetto, come ha osservato Paul Krugman, afferma che «periodi come gli ultimi 5 anni e oltre, in cui anche una politica di tassi d'interesse a zero non è in grado di ricreare una situazione di piena occupazione, sono destinati ad essere molto più frequenti in futuro».


14. La ripresa da parte di Summers, Krugman e altri, della teoria della "stagnazione secolare" indica precisamente la difficoltà, ma al tempo stesso la avvertita necessità, per i paesi a capitalismo maturo, di mantenere in vita quel modello di crescita imperniato sul capitale produttivo d'interesse che è entrato in crisi nel 2007. Questo però si scontra con due problemi.


15. Il primo è la sproporzione crescente tra liquidità immessa nel mercato da parte delle banche centrali e risultati in termini di crescita, sproporzione accompagnata dal rischio di alimentare instabilità finanziaria.


16. Il secondo consiste nel fatto che le politiche monetarie espansive (convenzionali e non) delle principali banche centrali occidentali sono di fatto pagate dai paesi emergenti su cui le valute internazionali di riserva (e in particolare il dollaro) esercitano un diritto di signoraggio. Le manovre monetarie espansive del centro capitalistico sono pagate dalla periferia.


17. Espandendo la loro base monetaria, i paesi le cui monete sono valute internazionali di riserva scaricano infatti il costo della loro politica monetaria espansiva sui paesi emergenti, che sono costretti ad adoperare quelle valute per gli scambi internazionali. Inoltre, rendendo negativi in termini reali i tassi d'interesse sui propri titoli di Stato, il costo dell'operazione viene scaricato su chi li ha comprati (come è noto la Cina ha molti titoli di Stato americani in portafoglio). Secondo Pingfan Hong (Onu) qualcosa come 3.700 miliardi di dollari di valore sarebbero stati trasferiti in questo modo dai paesi in via di sviluppo ai paesi più ricchi del pianeta.


18. Questo rappresenta un forte incentivo al superamento dell'attuale ordine monetario mondiale.


19. L'obiettivo strategico è quello enunciato dall'agenzia cinese Xinhua il 30 ottobre 2013: creare "una nuova valuta di riserva internazionale che rimpiazzi quella attualmente dominante, cioè il dollaro".


20. Esso viene oggi perseguito principalmente in 2 modi:


a) Primo modo: costruendo progressivamente un'alternativa concreta all'uso del dollaro, dell'euro e dello yen nelle transazioni internazionali. Questo sta già avvenendo: attraverso accordi bilaterali, un numero sempre maggiore di paesi ha stipulato con la Cina contratti in base ai quali le transazioni commerciali vengono regolate non più in dollari, ma in yuan. Ed è precisamente su questa base che fin dall'ottobre 2013 lo yuan ha superato l'euro e lo yen nel Trade Finance a livello internazionale, divenendo la seconda valuta mondiale in tale ambito [12]. La richiesta di ammissione dello yuan alle monete del paniere FMI dei diritti speciali di prelievo (SDR) rientra nella stessa strategia.





b) Un secondo modo è rappresentato dalla costruzione di nuove banche multilaterali di sviluppo (Banca dei BRICS e AIIB). Esse hanno però due obiettivi:


21. Il primo obiettivo è la costruzione di infrastrutture finanziarie incentrate sui BRICS e non più sulla triade Europa-Stati Uniti-Giappone, e quindi in grado di assecondare la transizione a un ordine monetario più bilanciato.


22. Il secondo obiettivo, enunciato in modo chiaro sin dal 2013 da Justin Yifu Lin (Against the consensus), è quello di colmare il gap infrastrutturale fisico dei paesi emergenti, eliminando colli di bottiglia dello sviluppo e sbloccando così importanti riserve di crescita mondiale. È importante notare che di questa crescita beneficerebbero sia i paesi emergenti (com'è ovvio), sia i paesi a capitalismo maturo (in grado di fornire oggi macchinari, domani beni di consumo ai mercati con migliore potenziale del mondo).


23. È importante osservare che questa strategia per il rilancio dell'accumulazione di capitale su scala globale è l'unica vera alternativa oggi in campo, per uscire dalla crisi, alla riproposizione del modello imperniato sul capitale produttivo d'interesse e quindi sull'incremento esponenziale del capitale fittizio.


24. Al tempo stesso, se ci fermiamo sulle più importanti infrastrutture ipotizzate, ossia la Via della Seta Terrestre e Marittima [13], vediamo che esse hanno un'implicazione geopolitica fondamentale: ossia l'avvicinamento di Europa ed Asia (e in prospettiva, forse, addirittura la creazione di un blocco eurasiatico).





25. Oggi a questo avvicinamento si oppone non soltanto la carenza di infrastrutture di trasporto adeguate, ma l' "arco di instabilità" che destabilizza Medio Oriente e Asia Centrale, interrompendo in più punti entrambi i tracciati [14].





26. Questo dato di fatto ci offre una interessante lettura, non "energetica", della situazione mediorientale. Esso ci deve preoccupare, soprattutto in riferimento ad alcuni enunciati di Lawrence Summers nel contesto della sua ripresa della teoria della "secular stagnation".


27. Abbiamo visto sopra che questa teoria presuppone la possibilità di poter in qualche modo puntellare il modello di crescita precedente la crisi. Per contrastare la tendenza alla caduta del saggio di profitto la soluzione individuata è insomma quella di perpetuare l'egemonia del capitale produttivo d'interesse, pur sapendo che questo non farà che riproporre - e su scala ancora più estesa - i problemi che pochi anni fa hanno condotto a una delle più gravi crisi della storia del capitalismo.


28. Ma in verità Summers accenna anche a una soluzione alternativa per far ripartire la crescita: «Alvin Hansen enunciò il rischio di una stagnazione secolare alla fine degli anni Trenta, in tempo per assistere al boom economico contemporaneo e successivo alla seconda guerra mondiale. È senz'altro possibile che si produca qualche evento esogeno di grande portata in grado di aumentare la spesa o di ridurre il risparmio in misura tale da accrescere il tasso di interesse reale da piena occupazione nel mondo industriale e da rendere irrilevanti le preoccupazioni che ho espresso. Guerra a parte, non è chiaro quali eventi del genere possano verificarsi» (corsivo mio).


29. Se prendiamo sul serio queste affermazioni, quello che si sta svolgendo sotto i nostri occhi in Medio Oriente non è una recrudescenza di tribalismo islamico contro la "moderna civiltà occidentale"; e quanto avviene più complessivamente nel mondo non è l'emergere di presunti nuovi imperialismi contro i vecchi poteri capitalistici.


30. Se si prendono sul serio quelle affermazioni - e io credo si debba farlo - sull'alternativa tra


a) il modello di sviluppo multilaterale e di rilancio della crescita attraverso investimenti in asset reali proposto dalla Cina e

b) il modello di crescita basato sul capitale produttivo d'interesse, sul perpetuarsi di un signoraggio antistorico e la difesa di vecchie rendite di posizione attraverso la destabilizzazione ora, e domani forse la guerra, si gioca oggi la partita - dall'esito tutt'altro che deciso - tra progresso e regressione.

Fonte: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/economia/26201-dopo-la-grande-recessione-investimenti-multilaterali-per-lo-sviluppo-e-la-costruzione-di-un-nuovo-ordine-monetario-globale-30-tesi.

sabato 23 maggio 2015

Quel pasticciaccio brutto dell'austerità


Mi viene in mente che il liberismo porta con sé, fra le altre cose, una rivoluzione semantica, una specie di stravolgimento dei nessi associativi che crea un linguaggio schizofrenico percepito da riceventi sordi. Giusto è ciò che apparentemente, almeno secondo i dettami dell'etica e del sentire comune, è palesemente ingiusto e illogico. È giusto che per far quadrare i conti si affami un intero popolo, è giusto affermare che vecchi, bambini, malati, disoccupati, pensionati, siano colpevoli del debito pubblico, e quindi che paghino a prezzo del sangue. Così non è, il debito è per la maggior parte (80% nel caso della Grecia) frutto dell'esposizione a creditori pubblici (UE-FMI), ma dubito che tali soldi vadano in tasca a pensionati e casalinghe greche, immagino che ne beneficino maggiormente banche e imprese che guarda caso poi in una sorta di circolo infernale lucrano anche sui titoli di stato emessi per ripianare il deficit, aumentando di conseguenza il debito e il gap fra ricchi e poveri. Ma se anche fosse vero che vecchi e bambini hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità magari utilizzando prestiti per comprare Ferrari e Playstation, possiamo tranquillamente affermare che sarebbe giustificato far pagare loro un debito a costo della vita?
Un giornalista (?) ieri a RaiNews 24 affermava che i greci non possono pensare di continuare a nascondere la sporcizia sotto il tappeto, andare in pensioni a 50 anni, indebitarsi, truccare i conti ecc. lasciando intendere che devono proseguire sulla strada dei tagli, per realizzare quello che banchieri e giornalisti servi chiamano riforme. Il giornalista non si è posto minimamente il problema che tale modo di intendere l'economia ha portato a suicidi, aumento della mortalità infantile, povertà, mancanza di cure, disoccupazione.

È giusto ciò che è palesemente ingiusto, sulla base di un'equazione semplice che contempla una sola variabile: il debito, al netto delle determinanti dello stesso debito, che di certo non è stato contratto dai bambini e dai pensionati poveri.

Quanto sta succedendo in Europa, è la dimostrazione palese del fallimento e dell'ingiustizia delle politiche di austerità, e le regole e normazioni da essa imposta, appaiono il risultato di variabili palesemente arbitrarie. 
Il fallimento è insito non solo nel non raggiungimento di nessuno degli obiettivi che la troika aveva prefissato: il debito pubblico cresce, la disoccupazione cresce, il PIL cresce ritmi letargici e la tanto agognata crescita non si vede neanche col binocolo, ma anche negli assunti di base. Se infatti siamo disposti ad ammettere che per funzionare un'economia ha bisogno di succhiare sangue a pensionati e lavoratori, diminuire le garanzie sociali e privatizzare i beni pubblici, siamo nel pieno di un'aporia con poche possibilità di scampo. In altre parole stiamo affermando che per realizzare una cosa giusta occorre essere ingiusti. Per un verso la cosa potrebbe avere anche una sua giustificazione. Si potrebbe affermare (e i politici lo fanno) che per raggiungere dei risultati che arrechino “il maggior benessere possibile al maggior numero di persone” occorre che una minoranza di persone si sacrifichi. A parte gli interrogativi etici che tale affermazione reca con sé, visto che non mancano esempi storici tragici degli effetti di tale principio, e a parte la palese contraddizione sul concetto di pochi, dato che milioni di lavoratori e pensionati non sono certo pochi, si tratta di capire sulla base di quale logica si è potuto affermare che sacrificare alcuni per il benessere di molti è inevitabile e necessario. Due sono le risposte possibili: 1) l'economia ha delle leggi ferree che non puoi aggirare, in pratica l'economia è una e soltanto una, e i suoi precetti sono scolpiti sulle tavole della dottrrina liberista dell'economia. 2) l'austerità è un'ipotesi di lavoro, che ha delle premesse argomentative solide e paradigmi ben collaudati e quindi quello che si fa altro non è che la sperimentazione in vivo sulla base di un costrutto ipotetico deduttivo, che dovrebbe condurre a trovare una cura efficace per un'economia malata.

Rispetto alla prima tesi, possiamo dire che il liberismo non è l'unica dottrina economica esistente, ne esistono numerose altre come quelle di derivazione keynesiana che hanno altrettanta se non maggiore autorevolezza, dimostrando di funzionare meglio in tempi di crisi, come ci dimostra l'esempio di Roosvelt o dello stesso Obama che invece di tagli e aumenti della pressione fiscale hanno attuato politico di sostegno della domanda e di aumento degli investimenti pubblici e privati. Affermare quindi che il liberismo e solo il liberismo rappresenti la teoria economica in assoluto, sconfina nel fideismo religioso, cosa che certo non si addice a una scienza o presunta scienza come l'economia.

Riguardo alla seconda tesi, appare improbo affermare che la società possa essere un laboratorio a cielo aperto dove sacrificare a piacimento cavie umane. Una cosa è sacrificare topi per sperimentare un farmaco, altra cosa è far morire bambini o malati di tumore per trovare una cura che si sta rivelando peggio della malattia stessa.

Per ultimo, se anche una tale terapia d'urto funzionasse e il PIL crescesse a ritmi levati, la disoccupazione fosse pari a zero e il debito pubblico estinto, quale sarebbe gli effetti pratici? Lavori precari e sottopagati, sanità e scuole privatizzate, mano libera ai privati, nessuna garanzia sociale. 
Conviene? Non credo.

domenica 27 luglio 2014

Le balle economiche di Renzie

dal blog di Beppe Grillo 

Pubblicare i post di Beppe Grillo non è mia abitudine vista la mole di contatti del blog e i contenuti non sempe condivisibili, ma questo mi sembra un utile riassunto


"Il Governo Renzi, impegnato al braccio di ferro sulle riforme costituzionali care alla P2, nasconde la testa sotto la sabbia negando l’evidenza di dati ed indicatori economici sempre più preoccupanti ed allarmanti, che necessitano di una robusta ed inevitabile manovra autunnale di aggiustamento, evidente anche agli studenti ai primi anni dei corsi di economia per corrispondenza, da 24 a 36 miliardi di euro.
Debito-Pil: in Italia nel primo trimestre 2014, il rapporto tra debito pubblico e Pil, che secondo i parametri europei dovrebbe attestarsi al 60%, è salito al 135,6% dal 132,6% del trimestre precedente. Con un aumento del 5,4% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, quando si attestava al 130,2%. A maggio 2014 il debito è cresciuto a 2.166,3 miliardi di euro, con un incremento di 92 mld di euro rispetto a 12 mesi prima. Nell'UE e nella zona euro in rapporto al Pil, il debito italiano è secondo solo a quello greco, che alla fine del primo trimestre era al 174,1%.
Crescita economica: Il Def del Governo aveva stabilito un rapporto Debito/Pil al 134,9%, basato sulla proiezione di crescita del Pil per il 2014, pari allo 0,8% ed un rapporto di indebitamento netto del 2,6% sul Pil. Sia Bankitalia (+0,2%) che FMI (+0,3%), nel prevedere una crescita più bassa, ritengono inevitabile un buco nei conti che dovrà essere ripianato.
Spesa pubblica: invece di diminuire è aumentata nei primi 5 mesi del 2014, passando da 181,9 miliardi di euro a 206,7 con un incremento di 25 miliardi di euro.
Privatizzazioni: il Def, che dava conto di esborsi al Fondo Salvastati o Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità) per 92,552 miliardi di euro nel biennio 2012 (36,932 mld euro) e 2013 (55,620), aveva stabilito proventi da privatizzazioni pari allo 0,7% del Pil (quindi per 10,9 miliardi di euro), diventati una chimera.
Disoccupazione: a maggio (Istat) sale ancora il tasso di disoccupazione che si porta al 12,6% rispetto al 12,5% del mese precedente. I giovani senza lavoro sono il 43%, con 2,3 milioni di occupati in meno sotto i 35 anni dal 2004.
Fisco: la pressione fiscale, pari al 43,8%,per le imprese arriva al 68,6 % sui profitti, dati che non hanno eguali in tutta Europa e non sono riscontrabili neppure tra i grandi paesi industriali extra Ue.
Consumi: Prosegue il tracollo delle vendite al dettaglio calate del 3,5% su base annua. L’andamento nell’indicare una fase recessiva, conferma che la voce “Consumi interni privati” costituisce circa il 60% del PIL Italiano, per cui se non si riprende questo indicatore, difficilmente il PIL si “riprende”.
Sofferenze bancarie: 168,5 miliardi di euro a maggio, con un apporto sofferenze impieghi pari all’8,9%;
Conti Correnti: i costi di gestione dei conti correnti, più elevati della media Ue di un +225%, dove sono attestati a 114 euro, 257 euro in più su ogni conto fissato in Italia a 371 euro contro 114 (+225%), che si traduce in costi complessivi di 6,7 miliardi di euro in più l’anno a carico di famiglie ed imprese.
Tassi mutui: la presunta maggiore solidità delle banche italiane, è stata pagata da correntisti ed utenti dei servizi bancari, che continuano a pagare su ogni mutuo trentennale di 100.000 euro (fissato oggi al tasso del 5,11% in Italia contro 3,79% dell’area euro), uno spread di circa 30.000 euro in più alla scadenza dei mutuatari europei.
RCAuto: dal 1994 (ultimi 20 anni), i costi delle polizze (per una cilindrata media) sono aumentati di oltre il 254%, non giustificati dall’andamento dell’incidentalità’. Tra il 2008 e il 2013 in Italia gli automobilisti hanno pagato 231 euro annui in più rispetto alla media Ue (con un aggravio di circa 8,5 miliardi di euro l’anno a carico dei cittadini)”.
Corruzione: Corruption Perceptions Index 2013, la lista dei 177 Paesi più corrotti al mondo, redatta dalla Ong Trasparency International, assegna all’Italia il 69esimo posto nella classifica, tra il Montenegro e il Kwait. Tra gli indici presi come riferimento, attraverso un punteggio che va da 0 (molto corrotto) a 100 (non corrotto), nella percezione della corruzione, c'è l'analisi del settore pubblico, seguita dall'abuso di potere, dagli scarsi livelli di integrità e gli accordi segreti. Fattori che non solo opacizzano la governance di un Paese, ma che lo indeboliscono anche dal punto di vista economico e sociale.
Per queste ragioni in autunno, arriverà una manovra lacrime e sangue, da 24 a 30 miliardi di euro per tappare il dissesto dei conti pubblici, sui quali incombono fiscal compact e pareggio di bilancio".
Elio Lannutti