Visualizzazione post con etichetta Wu-Ming. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Wu-Ming. Mostra tutti i post

giovedì 23 maggio 2013

Wu Ming: Perchè votare “A” al referendum di Bologna


di Wu ming da giap via Micromega


E’ necessario sostenere la scuola pubblica comunale e statale, l’unica dove possono andare tutti, a prescindere dal reddito e dalla religione. A Bologna i finanziamenti comunali ammontano a meno della metà dei soldi pubblici stanziati per le scuole dell’infanzia paritarie private: destinarli alle scuole dell’infanzia comunali e statali sarebbe un importante segnale in controtendenza rispetto alle politiche di tagli alla scuola pubblica praticate dagli ultimi governi. Dopo anni di sacrifici imposti alla scuola pubblica, durante i quali i fondi alla scuole paritarie private sono stati regolarmente riconfermati (quando non aumentati), è giunto il momento che anche le scuole paritarie private facciano la loro parte.

La scuola pubblica ha bisogno di risorse. E’ sempre più frequente che nelle scuole comunali e statali i genitori debbano portare da casa carta igienica, fazzolettini, fogli da disegno, o che debbano autotassarsi per provvedere ad acquistare materiali didattici. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, sotto la quale si trovano fenomeni ben più gravi come la diminuzione delle ore di compresenza e di quelle per le maestre di sostegno, oltre alla precarizzazione del personale. Tutte cose che alla lunga influiscono sulla continuità didattica e penalizzano i più deboli, spingendo le famiglie che possono permetterselo a spostare i figli nella scuola paritaria privata, a proprie spese, e alimentando così un circolo vizioso che allarga la forbice sociale. Ogni euro recuperabile per la scuola pubblica diventa quindi prezioso.

Qualsiasi richiesta di nuovi fondi allo Stato centrale non può che avvantaggiarsi dalla vittoria della “A” al referendum, cioè dall’affermazione della priorità della scuola pubblica comunale e statale. Viceversa, una vittoria della “B” consentirebbe allo Stato di proseguire sulla linea dei tagli, investendo al minor costo possibile, cioè ulteriormente sulla scuola paritaria privata, che non è una scuola per tutti.

All’inizio di questo anno scolastico ben 423 bambini e bambine a Bologna sono rimasti senza posto alla scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale. Il Comune è dovuto correre ai ripari (aumentando gli alunni per classe oltre i limiti e aprendo nuove sezioni, ma soltanto part-time) per riuscire a soddisfare le richieste. Nonostante questo, 103 bambini e bambine sono rimasti ugualmente esclusi dalla scuola dell’infanzia pubblica. Con il milione di euro stanziato per le scuole paritarie private nel 2011 si sarebbero potuti creare, a settembre 2012, 330 nuovi posti alla scuola pubblica comunale e statale ed esaurire abbondantemente la lista d’attesa.
L’ipotesi di un fallimento delle scuole paritarie private in assenza dei finanziamenti comunali, con tanto di licenziamenti degli insegnanti ed esodo degli alunni verso la scuola pubblica comunale e statale, è irreale e puramente allarmistica. 26 delle 27 scuole dell’infanzia paritarie private di Bologna aderiscono alla Federazione Italiana Scuole Materne (FISM), fondata su impulso della CEI nel 1973. Le scuole della FISM dunque esistono da molto prima della legge sulla parità scolastica, che è del 2000. Nel 1995, prima che il sistema delle convenzioni venisse varato a Bologna, le scuole dell’infanzia private accoglievano il 24% degli scolari; nel 2013 le scuole paritarie private ne accolgono il 22%: è evidente che non è il milione di euro erogato dal Comune a garantire la frequentazione di queste scuole. Infatti dividendo l’ammontare dell’attuale finanziamento comunale – cioè 1.055.500 euro – per i 1.730 bambini che frequentano le scuole paritarie bolognesi, si ottiene la cifra di circa 600 euro per bambino, che suddivisi sulle dieci rate mensili dell’anno scolastico, equivalgono a un contributo per bambino di circa 60 euro al mese. Non è credibile che un rincaro del genere produrrebbe un ritiro di massa dalle scuole paritarie private e un’emigrazione di massa verso la scuola pubblica comunale e statale, allungando a dismisura le liste d’attesa. Soprattutto è difficile credere che le scuole paritarie private non possano reperire altrove quel milione di euro l’anno, evitando così qualunque rincaro delle rette. Considerando che tutte eccetto una sono scuole cattoliche, che la Curia di Bologna possiede un patrimonio di circa 1.200 immobili in città, oltre a 22 milioni di euro dell’eredità FAAC depositati su un conto presso la LGT Bank di Lugano, e che la Chiesa cattolica raccoglie l’8 per mille dai fedeli, un’idea su quale partner potrebbe sostituirsi al Comune per integrare la cifra in questione nasce spontanea.

Le scuole dell’infanzia paritarie private applicano criteri d’accesso diversi da quelli della scuola pubblica comunale e statale. Si tratta infatti di enti privati no profit, a pagamento, che in base alla legge 62 del 2000 fanno parte del sistema nazionale d’istruzione. Attualmente, su 1.730 frequentanti le scuole dell’infanzia paritarie private bolognesi, gli alunni stranieri sono 80, cioè il 4,6%, contro il 23,3% nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale; i bambini disabili sono lo 0,3%, contro il 2,1% nella scuola pubblica comunale e statale. Inoltre nella scuola comunale e statale sono certificati 271 casi di disagio sociale. Questi dati confermano che il sistema d’istruzione integrato pubblico-privato sta già creando due tipologie di scuole molto diverse per composizione sociale e culturale. Non ci sono dubbi su quale delle due sia la più inclusiva, si faccia maggiormente carico dell’integrazione, rispecchi la varietà e la complessità sociale e attitudinale, e di conseguenza debba avere la priorità nei finanziamenti per esaurire le liste d’attesa.

La scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale non prevede un’educazione confessionale e di conseguenza rispetta pienamente la libertà religiosa di tutti i bambini e delle loro famiglie. Per frequentare le scuole paritarie private della FISM è necessario accettare un progetto educativo di impostazione cattolica (vedi articoli 1 e 2 dello statuto FISM) e la Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia. In tale Carta si legge che «l’azione educativa consiste nell’introdurre il bambino nella realtà, interpretata nella luce della Tradizione ecclesiale» e che «la trasmissione della dottrina della fede avviene mediante l’introduzione in uno stile di vita (stile del gioco, dello stare a tavola, del rapporto con gli amici…) che sia sostanziato dalle verità di fede imparate e celebrate». Nel caso una famiglia rifiuti la Carta formativa e insista comunque per iscrivere i figli alla scuola paritaria privata confessionale (come potrebbe capitare, ad esempio, a una famiglia non cattolica che non avesse trovato posto alla scuola pubblica), l’accettazione è rimandata al «comitato di gestione, […] il quale decide udito il Vicario Episcopale per la Cultura e la Scuola».

Nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale vige la libertà di insegnamento e il personale è selezionato in base alle graduatorie pubbliche. La Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia specifica che nelle scuole associate alla FISM i maestri e le maestre devono soddisfare prerequisiti che non sono soltanto pedagogici e professionali: «Oltre le necessarie qualità professionali esigite [sic!] dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa: c) vivere un’esemplare vita cristiana». Davanti a precetti di questo tipo le perplessità nascono spontanee: a parità di preparazione professionale, una maestra divorziata avrà le stesse possibilità di essere assunta di una felicemente coniugata? E una maestra che esprimesse posizioni critiche nei confronti della Chiesa quante possibilità avrebbe di insegnare in queste scuole? Una maestra gay verrebbe valutata per la sua preparazione o verrebbe discriminata?

Quello del 26 maggio è un referendum consultivo, non abrogativo. E’ cioè finalizzato a suggerire un indirizzo politico all’amministrazione comunale. Significa che se vincesse l’opzione A, il finanziamento comunale alle scuole paritarie private non verrebbe cancellato dalla sera alla mattina. Volendo ci sarebbero i tempi e i modi di studiare soluzioni alternative al finanziamento comunale. E’ infatti del tutto evidente che l’obiettivo del referendum non è lasciare fuori da scuola altri bambini, ma garantire un posto a tutti, senza discriminazioni. Senza cioè che, con l’aiuto dei soldi pubblici, chi ha la possibilità economica ed è disposto ad accettare un’educazione confessionale abbia il posto garantito e gli altri no.

* Quest'articolo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.


 

domenica 3 marzo 2013

Intervista a Wu-Ming: "Grillo Cresce sulle macerie dei movimenti"

[Quest'intervista a cura di Roberto Ciccarelli, che ringraziamo, appare oggi a tutta pagina su «Il manifesto». Più chiari e diretti di così non riusciamo a essere, è la sintesi di tutto quel che pensiamo del M5S e della sua relazione con la crisi/assenza dei movimenti. Non abbiamo il tempo e le energie per tradurla in altre lingue, se ci sono volontari, si facciano avanti senza remore.]
da wumingfoundation

Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai, il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.

Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È lo ius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo.