di Stefano Fassina da stefanofassina.it
La straordinaria vittoria del "No" al referendum sulla revisione
costituzionale imposta dal Governo Renzi al Parlamento è stata
condizione necessaria, ma non sufficiente a rianimare la democrazia
costituzionale. Vi è un'altra condizione imprescindibile. È scritta
magistralmente nell'art 1 della nostra Costituzione: il lavoro. La
Repubblica è democratica in quanto fondata sul lavoro. Sinistra Italiana
si pone l’obiettivo di essere strumento democratico di organizzazione
del fronte del lavoro per limitare lo strapotere del capitale
finanzario.
La sinistra del XXI secolo è neo-umanista. Essa ha come orizzonte il
lavoro di cittadinanza e, in un rapporto di interdipendenza, la
trasformazione ecologica dell'economia. Il lavoro, in tutte le sue
forme, di mercato e "fuori mercato", rimane capacità fondativa della
dignità della persona e della cittadinanza democratica e condizione
necessaria per l'ecologia integrale. L'enorme innalzamento delle
disuguaglianze, anche tra gli occupati, l'impoverimento delle classi
medie, l'estensione della povertà anche tra i lavoratori, la minore
mobilità sociale hanno come causa prioritaria la svalutazione del lavoro
e il degrado dell'ambiente. Il trasferimento di reddito a carico della
fiscalità generale per chi è in determinate condizioni economiche e
partecipa a un percorso di inclusione attiva è un nostro obiettivo
primario, strumentale al raggiungimento del lavoro come fonte di
cittadinanza.
La piena e buona occupazione, unita al protagonismo di lavoratori e
lavoratrici nelle attività produttive, deve tornare al centro della
nostra agenda. Va perseguita attraverso un ventaglio di interventi
sinergici: politiche macroeconomiche di segno espansivo e politiche
industriali orientate all'innalzamento della specializzazione
produttiva; redistribuzione del tempo di lavoro di mercato e fuori
mercato; il "lavoro garantito", ossia progetti di utilità sociale
definiti attraverso la regia dei governi territoriali, finanziati da
risorse pubbliche, gestiti dalle associazioni della cittadinanza attiva,
dedicati a chi è senza lavoro. Le sinergie attivabili tra politiche
economiche e ecologiche sono in grado, anche nell’immediato, di
aumentare quantità e qualità del lavoro, di rivoluzionare i cicli
produttivi e di innovare profondamente infrastrutture essenziali quali i
trasporti, le reti dell’acqua e dell’energia.
Oggi, una faglia attraversa le nostre società. Segna il confine di
vaste, contraddittorie e impervie periferie economiche, sociali e
culturali. I popoli delle periferie attribuiscono alla sinistra storica
la corresponsabilità del loro declino e impoverimento. Giustamente,
perché la sinistra storica, dopo l'89, si è arresa e, in Europa, è stata
orgogliosa protagonista dell'agenda neoliberista europea. Distante dal
popolo delle periferie è spesso anche la cosiddetta “sinistra radicale”,
chiusa in un cosmopolitismo astratto e aristocratico e in un esasperato
individualismo sul terreno dei diritti civili, spesso declinati in
contraddittoria separazione dai diritti sociali.
Il lavoro come fonte di cittadinanza e di dignità e fondamento della
democrazia è una prospettiva improponibile nell'ordine del capitalismo
finanziario globale. Ma tale ordine non regge più. Il 2016 segna un
passaggio storico. Trump negli USA, la Brexit, la valanga di No al
referendum costituzionale in Italia il 4 Dicembre sono scosse politiche
di magnitudo massima, successive a tante altre scosse: dalla Grecia alla
Spagna; dall'Austria, alla Francia, alla Germania, per lasciare fuori
dall'analisi le vicende della UE dell'Est. SI tratta di eventi politici
profondamente diversi, ma il messaggio di fondo è chiaro:
l'insostenibilità per le working class e le classi medie del capitalismo
neo-liberista, dei mercati globali di capitali, merci e servizi giocati
sulla svalutazione del lavoro. La sequenza di risultati elettorali
degli ultimi mesi è per il neo-liberismo reale quello che il crollo del
Muro di Berlino è stato per il socialismo reale. Il 2016 e il 1989.
Per rinascere, la sinistra nel XXI Secolo, intesa come fronte sociale
e politico del lavoro, deve guardare in faccia la realtà. Sebbene la
rivolta delle periferie sia segnata da tendenze politiche e culturali
fortemente improntate da partiti di destra populisti e xenofobi, noi non
possiamo chiamarci fuori. Noi dobbiamo stare dalla parte giusta della
faglia, senza cedere al ricatto di chi demonizza il populismo per
salvare una logica “sistemica” sempre più indifendibile.
L'insostenibilità del neo-liberismo reale investe frontalmente anche
l'Ue e l'euro-zona, poichè qui, con il protagonismo subalterno della
sinistra storica, si sono istituzionalizzati in forma estrema i principi
cardine del neo-liberismo.
Il progetto di integrazione europea è nato con obiettivi nobili e
ambiziosi: garantire un sviluppo pacifico e cooperativo del nostro
continente dopo la tragedia della guerra, che evitasse il riemergere
degli egoismi nazionali. Da sinistra, abbiamo visto in questo progetto e
nella progressiva integrazione economica e politica l’affermazione del
modello sociale europeo, dei valori di sicurezza economica, promozione
del benessere e libertà. Abbiamo imparato a sentirci e ci sentiamo
europei oltre che italiani.
Tuttavia, anche per effetto dall’egemonia culturale del neoliberismo,
si è progressivamente affermato un paradigma diverso: quello della
competizione tra Stati e della supremazia dei meccanismi di mercato.
Tale paradigma si è cristallizzato in un sistema di regole europee che
hanno condizionato e limitato lo spazio della politica economica.
L’integrazione europea, rendendo ancora più rigido ed efficace per
ciascun paese il “vincolo esterno”, si è fatta veicolo di politiche di
privatizzazione, di deregolazione del mercato del lavoro e di
smantellamento dei diritti sociali.
La stessa moneta unica, presentata come strumento di stabilità, ha
scaricato sulla svalutazione del lavoro la competizione tra i Paesi
membri, a tutto vantaggio dell’interesse dei più forti tra essi. Come è
ormai ampiamente riconosciuto, la sua adozione da parte di economie
strutturalmente diverse, unitamente alle politiche mercantiliste attuate
dall’economia più forte dell’area, ha determinato l’emergere di
crescenti squilibri, deflagrati in occasione della crisi finanziaria.
Nelle condizioni politiche createsi nell’Unione, l’euro ci ha resi più
deboli invece che più forti: ci impone di competere nella svalutazione
del lavoro; ha portato alle politiche di austerity che stanno
progressivamente smantellando i diritti sociali e impediscono l’uscita
dalla stagnazione; sta minando le basi di quel modello sociale che era
per noi europei elemento distintivo e di orgoglio.
Occorre dunque riconoscere che l’adozione della moneta unica e del
mercato unico – in assenza di adeguati standard fiscali, sociali e
ambientali – è stato un errore, aggravato dall’apertura incondizionata
ad Est, obiettivo che senza un reale processo di integrazione ha
esasperato la concorrenza al ribasso per il lavoro subordinato e
autonomo.
Un’Europa al servizio del capitale finanziario, e contro il lavoro e i
diritti sociali, non è la nostra Europa. Abbiamo bisogno di un diverso
modello di integrazione, che promuova la fratellanza tra i popoli.
La sinistra deve riconoscere l'assenza delle condizioni politiche per
riscrivere i Trattati o per "far girare" l'euro in senso favorevole al
lavoro, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra
Mondiale. Deve riconoscere il conflitto irriducibile fra i Trattati
europei e la Costituzione e riaffermare il primato storico e politico di
quest’ultima. Deve riconoscere che il demos europeo non esiste, a parte
la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente.
Per ricostruire la sua funzione storica, per rispondere in chiave
progressiva ai popoli delle periferie, la sinistra deve riconoscere
insomma la necessità e l'urgenza di superare l'euro e l'ordine
istituzionale, economico e monetario ad esso connesso: un superamento in
via cooperativa, assistito dalla Bce, attraverso la costruzione di
un’alleanza tra forze politiche, sociali e intellettuali degli altri
membri della Ue, in coerenza con la sua cultura internazionalista. Il
superamento dell’ordine dell’euro è la condizione per rivitalizzare
funzioni fondamentali dello Stato nazionale al fine di proteggere il
lavoro da ulteriore svalutazione e rianimare la democrazia
costituzionale.
In sintesi, per rigenerare la sinistra nel XXI Secolo il banco di
prova è la capacità di rimettere in discussione, dopo un trentennio di
subalternità culturale e politica, "il nesso nazionale-internazionale"
(per riprendere il lessico di Antonio Gramsci). Quindi, per noi, vuol
dire ripartire dalle città per riconquistare spazi di sovranità
democratica in un'Unione europea rifondata attraverso la cooperazione
tra Stati nazionali. Solo così si potrà riconciliare il progetto europeo
con la Costituzione repubblicana e con il principio della sovranità
popolare.
Primi firmatari
Stefano Fassina, Massimo D'Antoni, Monica Gregori, Laura Lauri,
Floriana D'Elia, Lanfranco Turci, Carlo Galli, Sergio Gentili, Michele
Raitano, Rosa Fioravante, Michele Prospero, Giuseppe Davicino, Chiara
Zoccarato, Vincenzo Montelisciani.
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domenica 15 gennaio 2017
giovedì 15 dicembre 2016
Populismo di secondo grado e manipolazione dell’esito referendario
Una analisi potente, teorica e politica,
filosofica e quindi impietosa, della struttura logica del tentativo di
smantellare la Costituzione e, subito dopo, di rovesciare in "quasi
vittoria" la clamorosa sconfitta nel referendum.
Un testo assolutamente da leggere e meditare, allontandosi una volta per tutte da quel "pensierino bipolare" – psichiatricamente parlando – che viene incentivato in modo potente dalla struttura discorsiva da social net work.
Diciamo che anche alcuni "intellettuali di regime" (Cacciari e Recalcati su tutti) troverebbero qui molte ragioni per ritirarsi dalla professione ufficilmente esercitata.
Buona lettura.
La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante
Si tratta di una trasfigurazione che non sorprende alla luce di una manipolazione mediatica che, nel tentativo di indirizzare l’opinione pubblica verso l’auspicato cambiamento, ha fatto largo uso di tipologie propagandistiche di comunicazione talmente fantasiose e insistenti da confermare la sua subordinazione alla classe dominante e alla sua ideologia.
La prima forma di manipolazione comunicativa è sintetizzabile nella politica dei miracoli: la riforma costituzionale ci avrebbe magicamente restituito un paese più democratico, contro il disfattismo del pluralismo e della dialettica; più onesto, contro i nepotismi e la corruzione di politici e cittadini; più giusto, contro le resistenze di un mondo del lavoro che non vuole capire gli universali vantaggi di cui godrebbe se si piegasse alla definitiva resa della modernizzazione capitalistica dell’esistente.
Accanto a questa visione miracolistica e menzognera è subito emersa una seconda forma di comunicazione, elaborata dai vari scriba del potere (filosofi, giornalisti, persone cosiddette di cultura), secondo la quale cambiare è giusto. La troviamo espressa dal filosofo Cacciari, ma meglio formulata dal giornalista Serra: «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». La riforma «fa semplicemente schifo» (cit. Cacciari), ma è pur sempre una riforma, come tale va sostenuta.
Al miracolismo della prima forma di comunicazione, questa aggiunge il fanatismo e la dichiarata morte della ragione.
La terza forma di comunicazione è la rappresentazione pulsionale del voto, se le prime due non fossero già stilisticamente emotive, che potremmo sintetizzare nel motto il Sì gode, il No odia. Essa ci giunge dal discorso con il quale lo psicoanalista Recalcati è andato a consacrare, nel corso della campagna referendaria, la Leopolda e il suo fondatore, proclamandosi quale padre di Telemaco, il figlio giusto, il giovane che avrebbe il coraggio di desiderare e osare a dispetto dei padri e verso il quale il fronte del No nutrirebbe tutto il suo odio paternalistico e impotente. E non solo. Oltre l’odio della giovinezza, altri due sintomi devasterebbero la psiche di chi nega: l’angoscia del cambiamento che porta al conservatorismo e la fascinazione masochista per la negazione che stimola il godimento della distruzione. Non viene in mente a questi dilettanti del pensiero che la negazione non nega mai “nulla”, ma afferma sempre qualche cosa, nel mentre nega. E che i più grandi movimenti di emancipazione della storia sono sorti sul coraggio della negazione determinata da cui sono scaturite nuove direzioni della storia.
Ad accumunare queste tre forme di comunicazione è il palese rifiuto del rigore logico, del ragionamento, del discorso veritativo; lo scarso rispetto dell’interlocutore a cui giunge un messaggio irrazionale difficile da elaborare. In definitiva il consapevole dismettersi dalle regole del discorso secondo le quali ogni pretesa di validità deve essere formulata in modo che possa essere esposta alla critica in una situazione in cui gli interlocutori trattandosi da pari giungono o ad un accordo in cui vale la forza razionale (la coazione non costrittiva, come direbbe Habermas) dell’argomento migliore, o ad un disaccordo comunque fondato. Una situazione che quand’anche non fosse concreta deve essere comunque presupposta come possibile o reale, soprattutto se a esprimersi sono intellettuali e politici di professione.
Ma oltre a questo elemento logico-formale, queste tre forme di comunicazione hanno in comune un rapporto problematico con la realtà che si traduce nella sistematica volontà di occultare il conflitto socio-economico, che continua indefessamente a frammentare la società civile e il mondo del lavoro, trasfigurandolo in conflitto pulsionale senza neanche più la decenza etica di imputare alle classi subalterne piuttosto che l’odio risentito, la rassegnata disperazione; di distogliere l’opinione pubblica dal percorso accidentato che ha condotto questo governo a esercitare i suoi poteri; di rimuovere l’iter politico che da circa 5 anni ha determinato una nuova accelerazione delle politiche neoliberiste, a partire dalla revisione dell’art. 81 della Costituzione votata a larga maggioranza sotto il governo Monti; di silenziare i diritti sociali, il Welfare, i diritti dei lavoratori, le nuove politiche di rilancio dell’economia. Un processo di rimozione che parte da molto più lontano, dalla crisi della sinistra comunista e socialista europea successiva al crollo del comunismo sovietico, ma che da quando gli effetti della crisi americana si sono fatti sentire anche in Europa, ha condotto la politica italiana con sfacciata pervicacia a tentare di costruire un sistema costituzionale coerente entro il quale giustificare il graduale smantellamento del Welfare e di tutte le conquiste sociali della sinistra. Facendo passare tutto questo come necessario per la tenuta economica del paese o come conveniente per la classe lavoratrice.
Che lo status quo ante abbia le sue responsabilità è ovvio e non può essere qui discusso. Potendoci solo riferire alla memoria breve, a partire solo dal 2012 emerge un quadro coerente e sistematico tendente a stravolgere il patto costituzionale e il cui terminus a quo è l’approvazione da parte delle due Camere della modifica dell’art. 81 che ha imposto l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale. La votazione avvenuta sempre a maggioranza dei due terzi (nessun voto contrario alla Camera, uno scarno numero di voti contrari, Lega e Udv, al Senato) ha reso vano il ricorso all’eventuale referendum confermativo. Parliamo di una riforma della Costituzione pervasiva che ha ricevuto poca attenzione dai mass media, discussione inesistente presso l’opinione pubblica, ha attraversato un iter parlamentare singolarmente veloce (dal novembre 2011 all’aprile 2012). Quand’anche un Parlamento sovrano, che tale rimane anche quando deve relazionarsi con un governo tecnico, avesse deliberato nel rispetto delle procedure, esso ha posto in essere la paradossale situazione di una democrazia che in maniera silente, opportunistica e incurante delle conseguenze del proprio operato, delibera in spregio di quella Costituzione su cui pure è seduta. Perché infatti con la revisione dell’art. 81 si è di fatto inserito nella Costituzione un principio che impedendo politiche di spesa in disavanzo è incompatibile con i fondamentali principi della Carta. I quali al contrario ci parlano di solidarietà sociale e di una democrazia programmatica, e quindi di uno Stato interventista che deve portare a compiuta realizzazione i diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti sociali (cfr., V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Il percorso politico che da questo stravolgimento giunge alla proposta di riforma costituzionale è fin troppo noto: una serie di interventi legislativi sul lavoro, sulle pensioni, sull’istruzione, sulla salute, sulla pubblica amministrazione sono stati condotti sotto il criterio del neoliberismo selvaggio, quindi della compressione dei diritti e dei salari, dell’erosione del Welfare, della maggiore flessibilità e della precarietà, e in genere della perdita dei diritti faticosamente acquisiti attraverso lotte e conquiste socio-politiche. Un iter legislativo che rispetto alla revisione dell’art. 81 si attesta più sulla dimensione del continuum che non su quella del rinnovamento.
Ed ecco che in una situazione di crisi economica, di scenari geopolitici assai poco rassicuranti, con un mondo del lavoro contro, la disoccupazione giovanile crescente, un partito frammentato, il Presidente del Consiglio con un’ostinazione assai rara da vedersi in un uomo di Stato, tenta di portare a compimento una riforma costituzionale con il sostegno di una maggioranza parlamentare votata con legge incostituzionale, trasformando la consultazione referendaria in un plebiscito alla sua persona e al suo governo. Con altrettanta pervicacia e ostinazione si incammina in una campagna referendaria ostile e demagogica, come se fosse però una campagna elettorale, alimentando la demonizzazione e la paura dell’avversario, fomentando le pulsioni popolari sempre pronte a esplodere e prospettando, come di fatto è accaduto, una crisi istituzionale nel caso di insuccesso. La gravità di questo scenario è stata rappresentata con una forza comunicativa di eccezionale valore da costituzionalisti, giuristi, filosofi del diritto, comitati del No, che alla luce del voto si è rivelata vincente e che sarebbe quindi superfluo ripetere.
Ciò che tuttavia sconvolge dell’esito referendario è il continuum mediatico della manipolazione forse indicativa di quanto la gravità dello scenario precedente sia drammaticamente viva anche in quello post voto.
Ragioni del Sì e «bonapartismo soft»
Per capirlo occorre focalizzare l’attenzione su due fattori. Il primo è rappresentato dalle reazioni dei sostenitori del Sì, i perdenti che si sono subito avventati sulle analisi del voto, facendo emergere il solo dato, obiettivamente comodo, facile da strumentalizzare e “come volevasi dimostrare”, dell’avanzata populista conseguente a chi con il suo No non avrebbe compreso quanto questo buon governo intendesse invece scongiurare.
Con un rovesciamento paradossale, il fronte del No diventa il maggiore responsabile del disfacimento politico cui il fronte del Sì e del suo leader ci hanno portato con la crisi istituzionale post voto. Con un altro rovesciamento i perdenti, il fronte del Sì, diventano i veri vincitori, perché rispetto alla variegata ed eterogenea composizione del fronte opposto rappresentano una forza compattamente schierata a favore del governo e della sua missione salvatrice.
Il secondo fattore sono le ragioni del Sì, che è a questo punto razionalmente e politicamente necessario provare ad analizzare. Lungi dal voler confutare che il rovesciamento dialettico abbia una consistenza reale, e cioè che questo fronte possa essere corrispondente all’elettorato del Pd, la qualcosa potrà essere verificata solo alle prossime consultazioni politiche, si tratta di individuare le possibili “ragioni” che hanno determinano questo fronte per capire se possa emergere un dato oggettivo, alquanto trascurato dalle analisi del voto, in cui tutte le parti del Sì possano riconoscersi. Seguiremo un ordine che procede gradualmente dal più al meno razionale.
Iniziamo quindi con il Sì cognitivo, ma sempre critico, dell’elettore informato e documentato, che dopo aver soppesato, analizzato, seguito i dibattiti ha finito per formarsi un’opinione positiva della riforma, pur sempre con la riserva, espressa persino dai promotori, di lacune e passaggi indeterminati da migliorare.
Successivo a questo, vi è Sì politico del sostegno al governo, che ha fatto cose buone e buone leggi; poi il Sì pulsionale alimentato dalla paura del M5S e della Lega, in genere dei populismi che invece questo governo non rappresenterebbe, da cui deriva il Sì obbligato dalla mancanza di alternative. E infine, il Sì movimentista, il cui principio “riformare è giusto” va a sostenere una riforma che per quanto sbagliata possa essere rimane la riforma che il paese attende.
Non è qui il caso di entrare nel merito della validità degli argomenti elencati, che è stato invece l’esito del voto referendario a confutare, come accade in una democrazia. Ed è anche superfluo evidenziare che le diverse ragioni possono essere confluite nello stesso voto, secondo una gerarchia di importanza che varia da elettore a elettore. Queste ragioni sono comunque tutte confluite in quel 40% che ora il leader perdente rivendica a sostegno pieno della sua politica, del suo Pd, del suo governo. In un confuso intreccio di ruoli politico-istituzionali (Presidente del Consiglio, segretario del partito) in cui meno si fa chiarezza e più è facile la manipolazione. Nel senso che non è affatto facile stabilire quanto il Sì cognitivo abbia inciso rispetto al Sì politico o a quello pulsionale o movimentista.
C’è un dato oggettivo che però non può essere manipolato, che accomuna le ragioni elencate, le quali sottostanno ad una meta-ragione che possiamo indicare nella strumentalizzazione della Carta Costituzionale finalizzata al consolidamento del potere dell’esecutivo. Vale a dire una indecente strumentalizzazione che il Governo e il suo partito di maggioranza hanno messo in atto per consolidare il proprio potere. Detto ancora altrimenti, la trasfigurazione di un referendum referendario in una campagna elettorale in cui il Presidente del Consiglio ha usato la riforma della Costituzione come se fosse il programma politico di un partito. Non a caso tutti gli aggiustamenti dei difetti e delle lacune della riforma venivano con una leggerezza sconcertante rinviati a successive deliberazioni parlamentari come si ipotizzerebbe per qualsiasi legge ordinaria, legge a cui la Carta si è quindi cercato di ridurre.
Da questa meta-ragione consegue una precisa prassi: a seguito della dichiarata volontà del Presidente del Consiglio di dimettersi in caso di sconfitta, tutti i sostenitori del Sì, consapevolmente o inconsapevolmente hanno di fatto legittimato con il loro voto una prassi antidemocratica quale è certamente l’uso strumentale di una Costituzione. Questo è il dato oggettivo che unisce il 40%. Decisamente più oggettivo delle ragioni favorevoli alla riforma, favorevoli al cambiamento, favorevoli al governo, ma il più foriero di pericoli quale grave sintomo dello stato di salute della democrazia italiana. Che è entrata evidentemente in una ancora più grave spirale di deficit di legittimazione democratica.
Un deficit che oltre ad essere sostenuto dal sistema economico-finanziario e bancario internazionale, dall’Europa dell’Euro, da Confidustria, dalla grande imprenditoria, ha trovato il sostegno massiccio dei mass media (televisione e giornali in primis) e di una parte del mondo culturale accademico e extra-accademico con una pervicacia, una costanza, una virulenza che non lasciano sperare sulla possibilità di trovare luce nella comunicazione sistematicamente distorta di cui queste forze sono state strumentali protagoniste.
In definitiva, il discorso politico-mediatico dominante ha tentato con una mossa proceduralmente democratica (voto a maggioranza di un parlamento, comunque votato con legge incostituzionale, e referendum confermativo) di far passare una riforma costituzionale tendenzialmente antidemocratica con un modus operandi che nella sostanza anticipava i contenuti antidemocratici della riforma.
Si affaccia dunque nella storia politico-istituzionale della nostra Repubblica il malsano tentativo di istituzionalizzare una sorta di «bonapartismo soft» all’italiana attraverso una prassi (strumentalizzazione partitica della Carta) che letta insieme agli elementi fondamentali della riforma ci restituiscono un quadro assai coerente in cui metodo e contenuto si identificano (cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Proviamo ad elencarne alcuni: rafforzamento dell’esecutivo, depotenziamento della funzione legislativa del Senato, accentramento statale delle prerogative delle Regioni; riduzione della rappresentanza e dell’equilibrio dei poteri in nome della governabilità; limitazione della sovranità popolare attraverso soppressione del proporzionale, legge elettorale con premio di maggioranza del 54% al primo e secondo turno, sbarramento per i partiti minori, aumento del numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare. Senza considerare la pericolosa modifica dell’art. 78 che avrebbe lasciato alla sola Camera dei Deputati la deliberazione a maggioranza assoluta della guerra. Una modifica che estromette un Senato che, sebbene avesse dovuto rappresentare solo le autonomie territoriali, avrebbe continuato a votare leggi di revisione costituzionale e trattati comunitari, a nominare 2 giudici costituzionali, a votare il Presidente della Repubblica e a essere composto anche da 5 membri da quest’ultimo nominati per aver illustrato la Patria, ma che senza un fondato motivo per i promotori della riforma non rappresenta sulle questioni della pace e della guerra l’interesse nazionale espresso nell’art. 11. Se a ciò si aggiunge lo sventato scenario di una maggioranza parlamentare sostenuta dal premio di maggioranza, il solo rischio di poter rimettere nelle mani di una minoranza non realmente rappresentativa della sovranità popolare una decisione di questa portata, la dice lunga sulla irrazionalità e regressione di una tale riforma costituzionale. Anche su questo punto la riflessione dei mass media è stata scarsa o nulla, con le dovute eccezioni (cfr. Intervista al generale F. Mini, No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra, MicroMega online, 18 novembre 2016).
In definitiva, entro il quadro storico-politico sopra delineato nella breve dimensione di un quinquennio, un preciso Governo con il sostegno dei poteri economici e politici nazionali e internazionali va a sostenere un vero e proprio attacco alla sovranità popolare orchestrato con gli slogan della semplificazione, dello snellimento legislativo, della stabilità e governabilità, ma che si sarebbe ridotto nel bisogno di operare una serie di riforme senza più gli intralci di una democrazia parlamentare dialettica e pluralistica. Di una democrazia che si costruisce molto meno sull’apporto di partiti, movimenti e associazioni, di cui si farebbe volentieri a meno, e molto di più sul rapporto diretto del leader, quale autentico interprete della volontà popolare, con i cittadini.
Le ragioni del No e le sue mistificazioni
È a partire da questo dato oggettivo che si può capire la grande partecipazione popolare alla consultazione referendaria, e almeno tre delle ragioni che hanno motivato questo fronte. Ragioni di cui è chiaramente difficile stabilire la proporzione in percentuali, ma che i mass media dominanti stentano ad evidenziare con la dovuta enfasi, concentrandosi più sul dato propagandistico di una volontà irrazionale e disfattistica che avrebbe determinato con la caduta del governo anche il conseguente caos istituzionale.
La prima di queste ragioni è il No cognitivo e politico con il quale insieme ad una riforma giudicata rischiosa per le sorti della democrazia si è rigettata anche la sua strumentalizzazione politica.
La seconda è il No politico e sociale, certo molto variegato, ma con la quale non si è voluta perdere l’occasione di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, opportunità la cui legittimazione è venuta dallo stesso Presidente del Consiglio che, come si è detto, aveva presentato la riforma come programma politico della maggioranza parlamentare con tutto ciò su cui essa aveva legiferato. Ceti più o meno abbienti, più o meno istruiti, frange consistenti della disoccupazione, della precarietà e della povertà, tra cui quell’81% dei giovani tra i 18 e i 35 anni, sono parte considerevole di questo voto. Dal che, se non si può direttamente indurre che tutto il disagio sociale sia confluito nel fronte del No, si può indirettamente dedurre che tale disagio, data la forte affluenza alle urne, sia fortemente consistente in questo fronte.
Il voto massiccio per il No è dunque sotto certi aspetti forte e chiaro. Ma questa forza e chiarezza, invece di portare all’autocritica viene completamente ignorata e dirottata su qualcos’altro. Invece dell’autocritica doverosa ad una riforma costituzionale sicuramente da alcuni bocciata perché compresa nel suo senso autentico, invece dell’autocritica alle scelte politiche del governo, dell’autocritica ad una campagna referendaria la cui costanza è stata la denigrazione dell’avversario e l’istigazione al conflitto civile, invece dell’autocritica alla visione pulsionale del conflitto politico (l’odio dei giovani) matematicamente smentita dall’81% del voto giovanile contrario, invece di una onesta presa di coscienza politica della volontà popolare assistiamo ad una vera e propria esaltazione vittimistica della parte sconfitta che rasenta il culto del capo, questo sì talmente emotivo e impulsivo da giungere alla trasfigurazione dei contenuti del suo operato. Sicché l’idea perdente continua ad essere «un’idea meravigliosa» che ha il solo difetto di non essere stata capita e la campagna referendaria «una campagna elettorale emozionante», la cui sconfitta non a caso è anch’essa equiparata a «una sconfitta elettorale», come l’ex Presidente del Consiglio va ripetendo dal discorso tenuto in occasione dell’annuncio delle dimissioni.
La sconfitta viene giustificata e compresa alla luce dell’errore di aver personalizzato la propaganda referendaria a tal punto da rendere questa scelta la principale causa del suicidio politico del Presidente del Consiglio. Viene insomma ricondotta all’emotività e ai limiti caratteriali (arroganza, autolesionismo) di un personaggio che invece di comportarsi da uomo di Stato, evitando di portare il paese in una crisi istituzionale dettata come minimo dall’egoismo politico e da un inesistente senso del limite che l’agone politico non deve mai superare, si atteggia a uomo etico e capro espiatorio del sistema, come dimostra la lettura che l’ideologia dominante ha fatto delle dimissioni nel segno della dignità e della correttezza dell’uomo rispettoso delle istituzioni, quando aveva appena fallito il tentativo di stravolgerle. Un atteggiamento talmente antimachiavellico e irrispettoso dei rapporti di forza che l’uomo di Stato dovrebbe sempre essere pronto a gestire per la tenuta della Repubblica, da essere equiparabile a quel «moralista politico, che si foggia una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente», da cui Kant metteva in guardia. Quand’anche il fronte dell’ideologia dominante che ha sostenuto questo percorso, i cui esiti avrebbero potuto essere nefasti per la democrazia, si sia impegnata durante e dopo in un discorso autocritico, lo ha fatto più spesso con un linguaggio che potesse far sembrare anche una critica una gentile cortesia. Come quando in occasione del referendum sulle trivellazioni a fronte prima dell’invito governativo all’astensione poi della conseguente manipolazione del dato astensionistico, al posto di una decisa denuncia arrivò, dal quotidiano che ha maggiormente sostenuto l’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, solo un timido gerundio politico: «ci stiamo avviando verso un governo personale». (I. Diamanti, Referendum trivelle, la mappa del non voto, “La Repubblica.it”, 19 aprile 2016)
Di gerundio in gerundio giungiamo all’oggi, ma dal linguaggio giornalistico che ammicca al potere ancora nessuna forma indicativa e tanto meno imperativa.
Le analisi del voto confermano questa palese subordinazione, dove il No referendario e le sue ragioni cognitive continuano a non avere il peso che meritano, se addirittura si arriva a rincarare la dose e a considerare giusta e corretta l’esigenza di modificare un sistema di pesi e contrappesi che i padri fondatori avrebbero voluto «scomodo per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano» (G. Riotta, Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma, “La Stampa”, 7/12/2016).
Siamo alla messa in discussione dei fondamenti del liberalismo classico (Locke e Montesquieu) la cui forza attuale sta ancora oggi nella formulazione chiara e netta della limitazione dei poteri dello Stato, quindi alla messa in discussione del principio generale secondo il quale i poteri, la cui natura è di tendere all’ingrandimento, hanno sempre bisogno di essere bilanciati e limitati per evitare la facile deriva autoritaria del loro esercizio.
Con una leggerezza da dilettanti, si veicola insomma l’idea che il principio del controllo reciproco dei poteri e della loro distribuzione invece di essere una risorsa è decisamente un intralcio. E si capisce il perché. Questa è la stessa ideologia che ispira il Jobs Act, con il quale si conferisce più forza ai datori di lavoro per indebolire i diritti dei lavoratori, ispira la Legge 107 della scuola, con la quale si conferiscono maggiori poteri ai dirigenti e minori diritti ai docenti a cui vengono affidati più impegni a parità di salario. Un’ideologia che da una legge ordinaria all’altra stava per essere elevata a norma fondamentale di Stato.
Di conseguenza non sorprende che la manipolazione mediatica continui a sottrarsi ad un’interpretazione oggettiva e veritiera del voto, non sorprende che essa possa riconoscere di aver fallito nel tentativo di condizionare la volontà del 60% dell’elettorato.
Persino di fronte al dato matematico del voto giovanile, la teoria, piegata strumentalmente alla scelta politica, invece di riconoscere in questo voto la smentita empirica del dogma psicoanalitico, quell’odio dei giovani che si erge a valutazione del politico e del collettivo, sostiene che invece la conferma (e Popper avrà su questo limite della psicoanalisi sempre ragione). La vittoria del No sarebbe la prova di un odio che non avrebbe trovato «una canalizzazione simbolica», come a dire che non sarebbe stato intercettato neanche dai giovani in perenne contraddizione con se stessi (Intervista a M. Recalcati, “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione, “l’Unità.tv”, 7 dicembre 2016).
E tuttavia, a volere enfatizzare le conseguenze che coerentemente deriverebbero da questa pseudo teoria, il voto dei giovani dimostrerebbe al contrario senso di gratitudine e rispetto verso quelle madri e quei padri costituenti di cui evidentemente essi avvertono di essere gli eredi. Una conclusione questa che non sarebbe comunque molto diversa dalla trasfigurazione emozionale e psico-patologica del dissenso politico che è una delle caratteristiche più eclatanti della visione populistica, in questo caso giovanilistica, del politico. Una trasfigurazione che, al pari dell’ideologia dominante con la quale si identifica, non si lascia falsificare dalla realtà oggettiva, perché il suo scopo è appunto falsarla con continui aggiramenti.
Di conseguenza, con il solito elitismo morale per cui mentre si riconosce democraticamente l’esito del voto, poi lo si manipola, mentre si chiamano i cittadini a votare, poi li si disprezza, poca o nessuna enfasi è stata data ad una campagna referendaria che ha dato voce ad una società civile attiva, informata, democratica, pluralista che ha mobilitato associazioni e comitati, scuole, centri culturali e accademici, per non parlare di tutti i partiti politici e dell’associazionismo di sinistra. Una realtà che ha dato piuttosto ragione almeno ad un fattore di quella democrazia deliberativa e dibattimentale che stenta ad affermarsi, vale a dire, come direbbe Habermas, che le saracinesche del potere si sono dovute necessariamente alzare per immettere flussi comunicativi di legittimazione, che evidentemente chiedono non meno ma più Costituzione, non meno ma più democrazia, non meno ma più democrazia sociale. Il che non è ancora una garanzia dello stato di buona salute della democrazia se i bisogni e gli interessi che questi flussi comunicativi esprimono non saranno intercettati e tradotti dal potere istituzionale.
Bocciando la proposta di riforma costituzionale e la sua ideologica manipolazione, il fronte del No è stato dunque molto chiaro, ancora in due sensi.
Dando ancora una volta ragione a Calamandrei, quando nel suo discorso ai giovani affermava che la nostra Costituzione è sì polemica verso il passato fascista, ma tanto più verso il presente ogni volta che giudica negativamente l’ordinamento sociale attuale che non si sia adeguato ai suoi dettami. La vittoria del No dimostra che la nostra Costituzione è ancora molto polemica nei confronti di questo presente e di tutti i tentativi di spolemizzarla attraverso il rafforzamento dell’esecutivo, lo squilibrio dei poteri e leggi elettorali che non rappresentino il pluralismo partitico e la dialettica politica.
Dando ancora una volta ragione a Togliatti che quand’anche contrario al sistema bicamerale, non finiva di insistere che qualsiasi fosse stato il numero delle Camere esse sarebbero dovute sottostare alla condizione di essere «entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo», che dunque qualsiasi ordinamento costituzionale deve lasciare che gli istituti parlamentari esprimano sempre la volontà popolare e tutta l’ampiezza e la complessità della sua rappresentanza; che lottare «per una Costituzione che sia una Costituzione popolare», «che permetta alla sovranità popolare di manifestarsi e di dare la propria impronta a tutta la vita della Nazione» significa seguire «una linea di condotta conseguentemente democratica».
Che infine solo questa linea di condotta offre alla democrazia anche il criterio per capire da che parte stanno i suoi nemici (Discorso all’Assemblea Costituente, 11 marzo 1947).
da http://dialetticaefilosofia.it/
Un testo assolutamente da leggere e meditare, allontandosi una volta per tutte da quel "pensierino bipolare" – psichiatricamente parlando – che viene incentivato in modo potente dalla struttura discorsiva da social net work.
Diciamo che anche alcuni "intellettuali di regime" (Cacciari e Recalcati su tutti) troverebbero qui molte ragioni per ritirarsi dalla professione ufficilmente esercitata.
Buona lettura.
*****
di Elena Maria Fabrizio
di Elena Maria Fabrizio da Contropiano
Tra i sintomi che affliggono le
democrazie occidentali, la manipolazione dell’opinione pubblica e la
manipolazione del voto sono i più noti. E non c’è consultazione politica
e referendaria, con o senza quorum, che non confermi questo trend.
Così, puntualmente, nell’ultima consultazione la tutela della
Costituzione e il conseguente rigetto di una riforma irresponsabile che
non ci avrebbe protetto da maggioranze retrograde, populiste e
autoritarie, viene surclassato da altri dati, dotati di scarsa
oggettività e più semplicistici. Non solo i cittadini avrebbero innanzi
tutto votato per dire Sì o No al Presidente del Consiglio Renzi e al suo
governo, ma con questa scelta, più che esprimersi sulla sua politica e
le sue leggi, si sarebbero di fatto espressi sull’alternativa Renzi o il
populismo, che è ovviamente sempre quello degli altri, Salvini e Grillo
in primis. Sembra quasi superfluo evidenziare che la carente
analiticità di questa lettura eleva il populismo a giudizio di secondo
grado cui scadono nell’analisi del voto, ma già prima nei modi e nei
toni della campagna referendaria, quegli stessi sostenitori che hanno
eretto il Pd a partito antipopulista per eccellenza; il quale non cede
alla tentazione di dividere ancora una volta l’elettorato nel popolo che
interpreta correttamente i propri valori (cambiamento, bellezza, sogno,
futuro) dal popolo che al contrario ne sarebbe incapace.
La comunicazione sistematicamente distorta dell’ideologia dominante
Si tratta di una trasfigurazione che non sorprende alla luce di una manipolazione mediatica che, nel tentativo di indirizzare l’opinione pubblica verso l’auspicato cambiamento, ha fatto largo uso di tipologie propagandistiche di comunicazione talmente fantasiose e insistenti da confermare la sua subordinazione alla classe dominante e alla sua ideologia.
La prima forma di manipolazione comunicativa è sintetizzabile nella politica dei miracoli: la riforma costituzionale ci avrebbe magicamente restituito un paese più democratico, contro il disfattismo del pluralismo e della dialettica; più onesto, contro i nepotismi e la corruzione di politici e cittadini; più giusto, contro le resistenze di un mondo del lavoro che non vuole capire gli universali vantaggi di cui godrebbe se si piegasse alla definitiva resa della modernizzazione capitalistica dell’esistente.
Accanto a questa visione miracolistica e menzognera è subito emersa una seconda forma di comunicazione, elaborata dai vari scriba del potere (filosofi, giornalisti, persone cosiddette di cultura), secondo la quale cambiare è giusto. La troviamo espressa dal filosofo Cacciari, ma meglio formulata dal giornalista Serra: «la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata». La riforma «fa semplicemente schifo» (cit. Cacciari), ma è pur sempre una riforma, come tale va sostenuta.
Al miracolismo della prima forma di comunicazione, questa aggiunge il fanatismo e la dichiarata morte della ragione.
La terza forma di comunicazione è la rappresentazione pulsionale del voto, se le prime due non fossero già stilisticamente emotive, che potremmo sintetizzare nel motto il Sì gode, il No odia. Essa ci giunge dal discorso con il quale lo psicoanalista Recalcati è andato a consacrare, nel corso della campagna referendaria, la Leopolda e il suo fondatore, proclamandosi quale padre di Telemaco, il figlio giusto, il giovane che avrebbe il coraggio di desiderare e osare a dispetto dei padri e verso il quale il fronte del No nutrirebbe tutto il suo odio paternalistico e impotente. E non solo. Oltre l’odio della giovinezza, altri due sintomi devasterebbero la psiche di chi nega: l’angoscia del cambiamento che porta al conservatorismo e la fascinazione masochista per la negazione che stimola il godimento della distruzione. Non viene in mente a questi dilettanti del pensiero che la negazione non nega mai “nulla”, ma afferma sempre qualche cosa, nel mentre nega. E che i più grandi movimenti di emancipazione della storia sono sorti sul coraggio della negazione determinata da cui sono scaturite nuove direzioni della storia.
Ad accumunare queste tre forme di comunicazione è il palese rifiuto del rigore logico, del ragionamento, del discorso veritativo; lo scarso rispetto dell’interlocutore a cui giunge un messaggio irrazionale difficile da elaborare. In definitiva il consapevole dismettersi dalle regole del discorso secondo le quali ogni pretesa di validità deve essere formulata in modo che possa essere esposta alla critica in una situazione in cui gli interlocutori trattandosi da pari giungono o ad un accordo in cui vale la forza razionale (la coazione non costrittiva, come direbbe Habermas) dell’argomento migliore, o ad un disaccordo comunque fondato. Una situazione che quand’anche non fosse concreta deve essere comunque presupposta come possibile o reale, soprattutto se a esprimersi sono intellettuali e politici di professione.
Ma oltre a questo elemento logico-formale, queste tre forme di comunicazione hanno in comune un rapporto problematico con la realtà che si traduce nella sistematica volontà di occultare il conflitto socio-economico, che continua indefessamente a frammentare la società civile e il mondo del lavoro, trasfigurandolo in conflitto pulsionale senza neanche più la decenza etica di imputare alle classi subalterne piuttosto che l’odio risentito, la rassegnata disperazione; di distogliere l’opinione pubblica dal percorso accidentato che ha condotto questo governo a esercitare i suoi poteri; di rimuovere l’iter politico che da circa 5 anni ha determinato una nuova accelerazione delle politiche neoliberiste, a partire dalla revisione dell’art. 81 della Costituzione votata a larga maggioranza sotto il governo Monti; di silenziare i diritti sociali, il Welfare, i diritti dei lavoratori, le nuove politiche di rilancio dell’economia. Un processo di rimozione che parte da molto più lontano, dalla crisi della sinistra comunista e socialista europea successiva al crollo del comunismo sovietico, ma che da quando gli effetti della crisi americana si sono fatti sentire anche in Europa, ha condotto la politica italiana con sfacciata pervicacia a tentare di costruire un sistema costituzionale coerente entro il quale giustificare il graduale smantellamento del Welfare e di tutte le conquiste sociali della sinistra. Facendo passare tutto questo come necessario per la tenuta economica del paese o come conveniente per la classe lavoratrice.
Che lo status quo ante abbia le sue responsabilità è ovvio e non può essere qui discusso. Potendoci solo riferire alla memoria breve, a partire solo dal 2012 emerge un quadro coerente e sistematico tendente a stravolgere il patto costituzionale e il cui terminus a quo è l’approvazione da parte delle due Camere della modifica dell’art. 81 che ha imposto l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale. La votazione avvenuta sempre a maggioranza dei due terzi (nessun voto contrario alla Camera, uno scarno numero di voti contrari, Lega e Udv, al Senato) ha reso vano il ricorso all’eventuale referendum confermativo. Parliamo di una riforma della Costituzione pervasiva che ha ricevuto poca attenzione dai mass media, discussione inesistente presso l’opinione pubblica, ha attraversato un iter parlamentare singolarmente veloce (dal novembre 2011 all’aprile 2012). Quand’anche un Parlamento sovrano, che tale rimane anche quando deve relazionarsi con un governo tecnico, avesse deliberato nel rispetto delle procedure, esso ha posto in essere la paradossale situazione di una democrazia che in maniera silente, opportunistica e incurante delle conseguenze del proprio operato, delibera in spregio di quella Costituzione su cui pure è seduta. Perché infatti con la revisione dell’art. 81 si è di fatto inserito nella Costituzione un principio che impedendo politiche di spesa in disavanzo è incompatibile con i fondamentali principi della Carta. I quali al contrario ci parlano di solidarietà sociale e di una democrazia programmatica, e quindi di uno Stato interventista che deve portare a compiuta realizzazione i diritti fondamentali della persona, in particolare i diritti sociali (cfr., V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei. Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015).
Il percorso politico che da questo stravolgimento giunge alla proposta di riforma costituzionale è fin troppo noto: una serie di interventi legislativi sul lavoro, sulle pensioni, sull’istruzione, sulla salute, sulla pubblica amministrazione sono stati condotti sotto il criterio del neoliberismo selvaggio, quindi della compressione dei diritti e dei salari, dell’erosione del Welfare, della maggiore flessibilità e della precarietà, e in genere della perdita dei diritti faticosamente acquisiti attraverso lotte e conquiste socio-politiche. Un iter legislativo che rispetto alla revisione dell’art. 81 si attesta più sulla dimensione del continuum che non su quella del rinnovamento.
Ed ecco che in una situazione di crisi economica, di scenari geopolitici assai poco rassicuranti, con un mondo del lavoro contro, la disoccupazione giovanile crescente, un partito frammentato, il Presidente del Consiglio con un’ostinazione assai rara da vedersi in un uomo di Stato, tenta di portare a compimento una riforma costituzionale con il sostegno di una maggioranza parlamentare votata con legge incostituzionale, trasformando la consultazione referendaria in un plebiscito alla sua persona e al suo governo. Con altrettanta pervicacia e ostinazione si incammina in una campagna referendaria ostile e demagogica, come se fosse però una campagna elettorale, alimentando la demonizzazione e la paura dell’avversario, fomentando le pulsioni popolari sempre pronte a esplodere e prospettando, come di fatto è accaduto, una crisi istituzionale nel caso di insuccesso. La gravità di questo scenario è stata rappresentata con una forza comunicativa di eccezionale valore da costituzionalisti, giuristi, filosofi del diritto, comitati del No, che alla luce del voto si è rivelata vincente e che sarebbe quindi superfluo ripetere.
Ciò che tuttavia sconvolge dell’esito referendario è il continuum mediatico della manipolazione forse indicativa di quanto la gravità dello scenario precedente sia drammaticamente viva anche in quello post voto.
Ragioni del Sì e «bonapartismo soft»
Per capirlo occorre focalizzare l’attenzione su due fattori. Il primo è rappresentato dalle reazioni dei sostenitori del Sì, i perdenti che si sono subito avventati sulle analisi del voto, facendo emergere il solo dato, obiettivamente comodo, facile da strumentalizzare e “come volevasi dimostrare”, dell’avanzata populista conseguente a chi con il suo No non avrebbe compreso quanto questo buon governo intendesse invece scongiurare.
Con un rovesciamento paradossale, il fronte del No diventa il maggiore responsabile del disfacimento politico cui il fronte del Sì e del suo leader ci hanno portato con la crisi istituzionale post voto. Con un altro rovesciamento i perdenti, il fronte del Sì, diventano i veri vincitori, perché rispetto alla variegata ed eterogenea composizione del fronte opposto rappresentano una forza compattamente schierata a favore del governo e della sua missione salvatrice.
Il secondo fattore sono le ragioni del Sì, che è a questo punto razionalmente e politicamente necessario provare ad analizzare. Lungi dal voler confutare che il rovesciamento dialettico abbia una consistenza reale, e cioè che questo fronte possa essere corrispondente all’elettorato del Pd, la qualcosa potrà essere verificata solo alle prossime consultazioni politiche, si tratta di individuare le possibili “ragioni” che hanno determinano questo fronte per capire se possa emergere un dato oggettivo, alquanto trascurato dalle analisi del voto, in cui tutte le parti del Sì possano riconoscersi. Seguiremo un ordine che procede gradualmente dal più al meno razionale.
Iniziamo quindi con il Sì cognitivo, ma sempre critico, dell’elettore informato e documentato, che dopo aver soppesato, analizzato, seguito i dibattiti ha finito per formarsi un’opinione positiva della riforma, pur sempre con la riserva, espressa persino dai promotori, di lacune e passaggi indeterminati da migliorare.
Successivo a questo, vi è Sì politico del sostegno al governo, che ha fatto cose buone e buone leggi; poi il Sì pulsionale alimentato dalla paura del M5S e della Lega, in genere dei populismi che invece questo governo non rappresenterebbe, da cui deriva il Sì obbligato dalla mancanza di alternative. E infine, il Sì movimentista, il cui principio “riformare è giusto” va a sostenere una riforma che per quanto sbagliata possa essere rimane la riforma che il paese attende.
Non è qui il caso di entrare nel merito della validità degli argomenti elencati, che è stato invece l’esito del voto referendario a confutare, come accade in una democrazia. Ed è anche superfluo evidenziare che le diverse ragioni possono essere confluite nello stesso voto, secondo una gerarchia di importanza che varia da elettore a elettore. Queste ragioni sono comunque tutte confluite in quel 40% che ora il leader perdente rivendica a sostegno pieno della sua politica, del suo Pd, del suo governo. In un confuso intreccio di ruoli politico-istituzionali (Presidente del Consiglio, segretario del partito) in cui meno si fa chiarezza e più è facile la manipolazione. Nel senso che non è affatto facile stabilire quanto il Sì cognitivo abbia inciso rispetto al Sì politico o a quello pulsionale o movimentista.
C’è un dato oggettivo che però non può essere manipolato, che accomuna le ragioni elencate, le quali sottostanno ad una meta-ragione che possiamo indicare nella strumentalizzazione della Carta Costituzionale finalizzata al consolidamento del potere dell’esecutivo. Vale a dire una indecente strumentalizzazione che il Governo e il suo partito di maggioranza hanno messo in atto per consolidare il proprio potere. Detto ancora altrimenti, la trasfigurazione di un referendum referendario in una campagna elettorale in cui il Presidente del Consiglio ha usato la riforma della Costituzione come se fosse il programma politico di un partito. Non a caso tutti gli aggiustamenti dei difetti e delle lacune della riforma venivano con una leggerezza sconcertante rinviati a successive deliberazioni parlamentari come si ipotizzerebbe per qualsiasi legge ordinaria, legge a cui la Carta si è quindi cercato di ridurre.
Da questa meta-ragione consegue una precisa prassi: a seguito della dichiarata volontà del Presidente del Consiglio di dimettersi in caso di sconfitta, tutti i sostenitori del Sì, consapevolmente o inconsapevolmente hanno di fatto legittimato con il loro voto una prassi antidemocratica quale è certamente l’uso strumentale di una Costituzione. Questo è il dato oggettivo che unisce il 40%. Decisamente più oggettivo delle ragioni favorevoli alla riforma, favorevoli al cambiamento, favorevoli al governo, ma il più foriero di pericoli quale grave sintomo dello stato di salute della democrazia italiana. Che è entrata evidentemente in una ancora più grave spirale di deficit di legittimazione democratica.
Un deficit che oltre ad essere sostenuto dal sistema economico-finanziario e bancario internazionale, dall’Europa dell’Euro, da Confidustria, dalla grande imprenditoria, ha trovato il sostegno massiccio dei mass media (televisione e giornali in primis) e di una parte del mondo culturale accademico e extra-accademico con una pervicacia, una costanza, una virulenza che non lasciano sperare sulla possibilità di trovare luce nella comunicazione sistematicamente distorta di cui queste forze sono state strumentali protagoniste.
In definitiva, il discorso politico-mediatico dominante ha tentato con una mossa proceduralmente democratica (voto a maggioranza di un parlamento, comunque votato con legge incostituzionale, e referendum confermativo) di far passare una riforma costituzionale tendenzialmente antidemocratica con un modus operandi che nella sostanza anticipava i contenuti antidemocratici della riforma.
Si affaccia dunque nella storia politico-istituzionale della nostra Repubblica il malsano tentativo di istituzionalizzare una sorta di «bonapartismo soft» all’italiana attraverso una prassi (strumentalizzazione partitica della Carta) che letta insieme agli elementi fondamentali della riforma ci restituiscono un quadro assai coerente in cui metodo e contenuto si identificano (cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino 1993).
Proviamo ad elencarne alcuni: rafforzamento dell’esecutivo, depotenziamento della funzione legislativa del Senato, accentramento statale delle prerogative delle Regioni; riduzione della rappresentanza e dell’equilibrio dei poteri in nome della governabilità; limitazione della sovranità popolare attraverso soppressione del proporzionale, legge elettorale con premio di maggioranza del 54% al primo e secondo turno, sbarramento per i partiti minori, aumento del numero delle firme per le leggi di iniziativa popolare. Senza considerare la pericolosa modifica dell’art. 78 che avrebbe lasciato alla sola Camera dei Deputati la deliberazione a maggioranza assoluta della guerra. Una modifica che estromette un Senato che, sebbene avesse dovuto rappresentare solo le autonomie territoriali, avrebbe continuato a votare leggi di revisione costituzionale e trattati comunitari, a nominare 2 giudici costituzionali, a votare il Presidente della Repubblica e a essere composto anche da 5 membri da quest’ultimo nominati per aver illustrato la Patria, ma che senza un fondato motivo per i promotori della riforma non rappresenta sulle questioni della pace e della guerra l’interesse nazionale espresso nell’art. 11. Se a ciò si aggiunge lo sventato scenario di una maggioranza parlamentare sostenuta dal premio di maggioranza, il solo rischio di poter rimettere nelle mani di una minoranza non realmente rappresentativa della sovranità popolare una decisione di questa portata, la dice lunga sulla irrazionalità e regressione di una tale riforma costituzionale. Anche su questo punto la riflessione dei mass media è stata scarsa o nulla, con le dovute eccezioni (cfr. Intervista al generale F. Mini, No a riforma che sottrae al Parlamento decisione su dichiarazione di guerra, MicroMega online, 18 novembre 2016).
In definitiva, entro il quadro storico-politico sopra delineato nella breve dimensione di un quinquennio, un preciso Governo con il sostegno dei poteri economici e politici nazionali e internazionali va a sostenere un vero e proprio attacco alla sovranità popolare orchestrato con gli slogan della semplificazione, dello snellimento legislativo, della stabilità e governabilità, ma che si sarebbe ridotto nel bisogno di operare una serie di riforme senza più gli intralci di una democrazia parlamentare dialettica e pluralistica. Di una democrazia che si costruisce molto meno sull’apporto di partiti, movimenti e associazioni, di cui si farebbe volentieri a meno, e molto di più sul rapporto diretto del leader, quale autentico interprete della volontà popolare, con i cittadini.
Le ragioni del No e le sue mistificazioni
È a partire da questo dato oggettivo che si può capire la grande partecipazione popolare alla consultazione referendaria, e almeno tre delle ragioni che hanno motivato questo fronte. Ragioni di cui è chiaramente difficile stabilire la proporzione in percentuali, ma che i mass media dominanti stentano ad evidenziare con la dovuta enfasi, concentrandosi più sul dato propagandistico di una volontà irrazionale e disfattistica che avrebbe determinato con la caduta del governo anche il conseguente caos istituzionale.
La prima di queste ragioni è il No cognitivo e politico con il quale insieme ad una riforma giudicata rischiosa per le sorti della democrazia si è rigettata anche la sua strumentalizzazione politica.
La seconda è il No politico e sociale, certo molto variegato, ma con la quale non si è voluta perdere l’occasione di esprimere un giudizio sull’operato del Governo, opportunità la cui legittimazione è venuta dallo stesso Presidente del Consiglio che, come si è detto, aveva presentato la riforma come programma politico della maggioranza parlamentare con tutto ciò su cui essa aveva legiferato. Ceti più o meno abbienti, più o meno istruiti, frange consistenti della disoccupazione, della precarietà e della povertà, tra cui quell’81% dei giovani tra i 18 e i 35 anni, sono parte considerevole di questo voto. Dal che, se non si può direttamente indurre che tutto il disagio sociale sia confluito nel fronte del No, si può indirettamente dedurre che tale disagio, data la forte affluenza alle urne, sia fortemente consistente in questo fronte.
Il voto massiccio per il No è dunque sotto certi aspetti forte e chiaro. Ma questa forza e chiarezza, invece di portare all’autocritica viene completamente ignorata e dirottata su qualcos’altro. Invece dell’autocritica doverosa ad una riforma costituzionale sicuramente da alcuni bocciata perché compresa nel suo senso autentico, invece dell’autocritica alle scelte politiche del governo, dell’autocritica ad una campagna referendaria la cui costanza è stata la denigrazione dell’avversario e l’istigazione al conflitto civile, invece dell’autocritica alla visione pulsionale del conflitto politico (l’odio dei giovani) matematicamente smentita dall’81% del voto giovanile contrario, invece di una onesta presa di coscienza politica della volontà popolare assistiamo ad una vera e propria esaltazione vittimistica della parte sconfitta che rasenta il culto del capo, questo sì talmente emotivo e impulsivo da giungere alla trasfigurazione dei contenuti del suo operato. Sicché l’idea perdente continua ad essere «un’idea meravigliosa» che ha il solo difetto di non essere stata capita e la campagna referendaria «una campagna elettorale emozionante», la cui sconfitta non a caso è anch’essa equiparata a «una sconfitta elettorale», come l’ex Presidente del Consiglio va ripetendo dal discorso tenuto in occasione dell’annuncio delle dimissioni.
La sconfitta viene giustificata e compresa alla luce dell’errore di aver personalizzato la propaganda referendaria a tal punto da rendere questa scelta la principale causa del suicidio politico del Presidente del Consiglio. Viene insomma ricondotta all’emotività e ai limiti caratteriali (arroganza, autolesionismo) di un personaggio che invece di comportarsi da uomo di Stato, evitando di portare il paese in una crisi istituzionale dettata come minimo dall’egoismo politico e da un inesistente senso del limite che l’agone politico non deve mai superare, si atteggia a uomo etico e capro espiatorio del sistema, come dimostra la lettura che l’ideologia dominante ha fatto delle dimissioni nel segno della dignità e della correttezza dell’uomo rispettoso delle istituzioni, quando aveva appena fallito il tentativo di stravolgerle. Un atteggiamento talmente antimachiavellico e irrispettoso dei rapporti di forza che l’uomo di Stato dovrebbe sempre essere pronto a gestire per la tenuta della Repubblica, da essere equiparabile a quel «moralista politico, che si foggia una morale così come il vantaggio dell’uomo di Stato la trova conveniente», da cui Kant metteva in guardia. Quand’anche il fronte dell’ideologia dominante che ha sostenuto questo percorso, i cui esiti avrebbero potuto essere nefasti per la democrazia, si sia impegnata durante e dopo in un discorso autocritico, lo ha fatto più spesso con un linguaggio che potesse far sembrare anche una critica una gentile cortesia. Come quando in occasione del referendum sulle trivellazioni a fronte prima dell’invito governativo all’astensione poi della conseguente manipolazione del dato astensionistico, al posto di una decisa denuncia arrivò, dal quotidiano che ha maggiormente sostenuto l’ascesa al potere del Presidente del Consiglio, solo un timido gerundio politico: «ci stiamo avviando verso un governo personale». (I. Diamanti, Referendum trivelle, la mappa del non voto, “La Repubblica.it”, 19 aprile 2016)
Di gerundio in gerundio giungiamo all’oggi, ma dal linguaggio giornalistico che ammicca al potere ancora nessuna forma indicativa e tanto meno imperativa.
Le analisi del voto confermano questa palese subordinazione, dove il No referendario e le sue ragioni cognitive continuano a non avere il peso che meritano, se addirittura si arriva a rincarare la dose e a considerare giusta e corretta l’esigenza di modificare un sistema di pesi e contrappesi che i padri fondatori avrebbero voluto «scomodo per evitare la concentrazione di potere dopo vent’anni di fascismo. Nonostante le loro nobili intenzioni, hanno portato a uno stato attuale nel Paese in cui governare richiede uno sforzo kafkiano» (G. Riotta, Le dimissioni di Renzi, la caduta di Roma, “La Stampa”, 7/12/2016).
Siamo alla messa in discussione dei fondamenti del liberalismo classico (Locke e Montesquieu) la cui forza attuale sta ancora oggi nella formulazione chiara e netta della limitazione dei poteri dello Stato, quindi alla messa in discussione del principio generale secondo il quale i poteri, la cui natura è di tendere all’ingrandimento, hanno sempre bisogno di essere bilanciati e limitati per evitare la facile deriva autoritaria del loro esercizio.
Con una leggerezza da dilettanti, si veicola insomma l’idea che il principio del controllo reciproco dei poteri e della loro distribuzione invece di essere una risorsa è decisamente un intralcio. E si capisce il perché. Questa è la stessa ideologia che ispira il Jobs Act, con il quale si conferisce più forza ai datori di lavoro per indebolire i diritti dei lavoratori, ispira la Legge 107 della scuola, con la quale si conferiscono maggiori poteri ai dirigenti e minori diritti ai docenti a cui vengono affidati più impegni a parità di salario. Un’ideologia che da una legge ordinaria all’altra stava per essere elevata a norma fondamentale di Stato.
Di conseguenza non sorprende che la manipolazione mediatica continui a sottrarsi ad un’interpretazione oggettiva e veritiera del voto, non sorprende che essa possa riconoscere di aver fallito nel tentativo di condizionare la volontà del 60% dell’elettorato.
Persino di fronte al dato matematico del voto giovanile, la teoria, piegata strumentalmente alla scelta politica, invece di riconoscere in questo voto la smentita empirica del dogma psicoanalitico, quell’odio dei giovani che si erge a valutazione del politico e del collettivo, sostiene che invece la conferma (e Popper avrà su questo limite della psicoanalisi sempre ragione). La vittoria del No sarebbe la prova di un odio che non avrebbe trovato «una canalizzazione simbolica», come a dire che non sarebbe stato intercettato neanche dai giovani in perenne contraddizione con se stessi (Intervista a M. Recalcati, “Un paese vittima dell’odio, che gode nella distruzione, “l’Unità.tv”, 7 dicembre 2016).
E tuttavia, a volere enfatizzare le conseguenze che coerentemente deriverebbero da questa pseudo teoria, il voto dei giovani dimostrerebbe al contrario senso di gratitudine e rispetto verso quelle madri e quei padri costituenti di cui evidentemente essi avvertono di essere gli eredi. Una conclusione questa che non sarebbe comunque molto diversa dalla trasfigurazione emozionale e psico-patologica del dissenso politico che è una delle caratteristiche più eclatanti della visione populistica, in questo caso giovanilistica, del politico. Una trasfigurazione che, al pari dell’ideologia dominante con la quale si identifica, non si lascia falsificare dalla realtà oggettiva, perché il suo scopo è appunto falsarla con continui aggiramenti.
Di conseguenza, con il solito elitismo morale per cui mentre si riconosce democraticamente l’esito del voto, poi lo si manipola, mentre si chiamano i cittadini a votare, poi li si disprezza, poca o nessuna enfasi è stata data ad una campagna referendaria che ha dato voce ad una società civile attiva, informata, democratica, pluralista che ha mobilitato associazioni e comitati, scuole, centri culturali e accademici, per non parlare di tutti i partiti politici e dell’associazionismo di sinistra. Una realtà che ha dato piuttosto ragione almeno ad un fattore di quella democrazia deliberativa e dibattimentale che stenta ad affermarsi, vale a dire, come direbbe Habermas, che le saracinesche del potere si sono dovute necessariamente alzare per immettere flussi comunicativi di legittimazione, che evidentemente chiedono non meno ma più Costituzione, non meno ma più democrazia, non meno ma più democrazia sociale. Il che non è ancora una garanzia dello stato di buona salute della democrazia se i bisogni e gli interessi che questi flussi comunicativi esprimono non saranno intercettati e tradotti dal potere istituzionale.
Bocciando la proposta di riforma costituzionale e la sua ideologica manipolazione, il fronte del No è stato dunque molto chiaro, ancora in due sensi.
Dando ancora una volta ragione a Calamandrei, quando nel suo discorso ai giovani affermava che la nostra Costituzione è sì polemica verso il passato fascista, ma tanto più verso il presente ogni volta che giudica negativamente l’ordinamento sociale attuale che non si sia adeguato ai suoi dettami. La vittoria del No dimostra che la nostra Costituzione è ancora molto polemica nei confronti di questo presente e di tutti i tentativi di spolemizzarla attraverso il rafforzamento dell’esecutivo, lo squilibrio dei poteri e leggi elettorali che non rappresentino il pluralismo partitico e la dialettica politica.
Dando ancora una volta ragione a Togliatti che quand’anche contrario al sistema bicamerale, non finiva di insistere che qualsiasi fosse stato il numero delle Camere esse sarebbero dovute sottostare alla condizione di essere «entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo», che dunque qualsiasi ordinamento costituzionale deve lasciare che gli istituti parlamentari esprimano sempre la volontà popolare e tutta l’ampiezza e la complessità della sua rappresentanza; che lottare «per una Costituzione che sia una Costituzione popolare», «che permetta alla sovranità popolare di manifestarsi e di dare la propria impronta a tutta la vita della Nazione» significa seguire «una linea di condotta conseguentemente democratica».
Che infine solo questa linea di condotta offre alla democrazia anche il criterio per capire da che parte stanno i suoi nemici (Discorso all’Assemblea Costituente, 11 marzo 1947).
da http://dialetticaefilosofia.it/
venerdì 25 novembre 2016
Il mio regno per un cavallo
da Il Corriere Dell'Irpinia
Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! E’ l’invocazione che Shakespeare mette in bocca al Re Riccardo III che, sconfitto nella battaglia di Bosworth Field, cerca disperatamente un cavallo per sfuggire alla morte. Mi è ritornato in mente questo aforisma quando ho letto la lettera che mi ha inviato una lettrice: “Egregio dr. Gallo, le sue belle parole non mi hanno convinto a recarmi a votare al referendum. Io non ho più alcuna fiducia nella politica. Ogni volta che ci sono delle elezioni i politici ci blandiscono con un mare di promesse per carpire il nostro voto e poi quando vanno nel Palazzo fanno quel che gli pare e noi non contiamo più niente. E non ha più alcun senso votare per un partito o per un altro, tanto poi quando sono lì fanno tutti le stesse cose: quei progetti che non avevano portato a termine quelli di destra, adesso li completano quelli di sinistra. Comunque noi votiamo non cambia niente”. Le considerazioni amare di questa lettrice mettono il dito nella piaga e ci fanno intendere quanto sia grave la patologia che affligge la vita delle nostre istituzioni. Non v’è dubbio che la democrazia non funziona se i cittadini non hanno più fiducia nelle istituzioni rappresentative e se ritengono che non sia più possibile cambiare lo stato di cose esistenti attraverso la politica. Io capisco l’amarezza di quei cittadini che si sono mobilitati per difendere il Mare Adriatico dalle trivellazioni e poi hanno visto i politici che li avevano appoggiati in quella battaglia votare una legge che rende perpetue le concessioni petrolifere. Capisco la frustrazione di milioni di cittadini che hanno votato al referendum per l’acqua pubblica e adesso vedono il risultato di quel voto completamente ribaltato da un Parlamento in cui valgono solo gli interessi delle lobbies. Comprendo che per milioni di cittadini andare a votare alle elezioni politiche può sembrare un rito inutile, perché non si può cambiare la politica e la politica non può cambiare la nostra vita. Tutto questo è comprensibile, ma non vale per il referendum costituzionale. Questa riforma, se sarà approvata, sancirà la definitiva trasformazione della Repubblica in un Principato civile e l’abbandono di quel progetto di democrazia (oggi più incompiuto che mai) che i costituenti ci hanno tramandato mettendo a frutto la lezione della Resistenza. Dobbiamo scegliere se mantenere aperta la porta di una democrazia fondata sulla centralità del Parlamento e sul dialogo fra la società civile e le istituzioni rappresentative oppure rassegnarci per sempre allo stato delle cose vigenti, che verrebbe reso perpetuo attraverso una riforma della Costituzione che sancisce il predominio dell’esecutivo sul Parlamento e del Governo centrale sulle autonomie regionali. Poiché il referendum costituzionale per la saggezza dei costituenti è senza quorum, la riforma non può passare se il no sopravanza il sì anche di un solo voto. Questo è l’unico caso in cui il voto di ciascuno di noi può essere decisivo. Le sorti della Repubblica sono nelle nostre mani, dipendono dall’ultimo voto che saremo riusciti a conquistare nell’ultima ora delle votazioni. Parafrasando Riccardo III, potremmo dire: un voto, un voto, il nostro regno per un voto, anzi la nostra Repubblica!
Domenico Gallo
Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo! E’ l’invocazione che Shakespeare mette in bocca al Re Riccardo III che, sconfitto nella battaglia di Bosworth Field, cerca disperatamente un cavallo per sfuggire alla morte. Mi è ritornato in mente questo aforisma quando ho letto la lettera che mi ha inviato una lettrice: “Egregio dr. Gallo, le sue belle parole non mi hanno convinto a recarmi a votare al referendum. Io non ho più alcuna fiducia nella politica. Ogni volta che ci sono delle elezioni i politici ci blandiscono con un mare di promesse per carpire il nostro voto e poi quando vanno nel Palazzo fanno quel che gli pare e noi non contiamo più niente. E non ha più alcun senso votare per un partito o per un altro, tanto poi quando sono lì fanno tutti le stesse cose: quei progetti che non avevano portato a termine quelli di destra, adesso li completano quelli di sinistra. Comunque noi votiamo non cambia niente”. Le considerazioni amare di questa lettrice mettono il dito nella piaga e ci fanno intendere quanto sia grave la patologia che affligge la vita delle nostre istituzioni. Non v’è dubbio che la democrazia non funziona se i cittadini non hanno più fiducia nelle istituzioni rappresentative e se ritengono che non sia più possibile cambiare lo stato di cose esistenti attraverso la politica. Io capisco l’amarezza di quei cittadini che si sono mobilitati per difendere il Mare Adriatico dalle trivellazioni e poi hanno visto i politici che li avevano appoggiati in quella battaglia votare una legge che rende perpetue le concessioni petrolifere. Capisco la frustrazione di milioni di cittadini che hanno votato al referendum per l’acqua pubblica e adesso vedono il risultato di quel voto completamente ribaltato da un Parlamento in cui valgono solo gli interessi delle lobbies. Comprendo che per milioni di cittadini andare a votare alle elezioni politiche può sembrare un rito inutile, perché non si può cambiare la politica e la politica non può cambiare la nostra vita. Tutto questo è comprensibile, ma non vale per il referendum costituzionale. Questa riforma, se sarà approvata, sancirà la definitiva trasformazione della Repubblica in un Principato civile e l’abbandono di quel progetto di democrazia (oggi più incompiuto che mai) che i costituenti ci hanno tramandato mettendo a frutto la lezione della Resistenza. Dobbiamo scegliere se mantenere aperta la porta di una democrazia fondata sulla centralità del Parlamento e sul dialogo fra la società civile e le istituzioni rappresentative oppure rassegnarci per sempre allo stato delle cose vigenti, che verrebbe reso perpetuo attraverso una riforma della Costituzione che sancisce il predominio dell’esecutivo sul Parlamento e del Governo centrale sulle autonomie regionali. Poiché il referendum costituzionale per la saggezza dei costituenti è senza quorum, la riforma non può passare se il no sopravanza il sì anche di un solo voto. Questo è l’unico caso in cui il voto di ciascuno di noi può essere decisivo. Le sorti della Repubblica sono nelle nostre mani, dipendono dall’ultimo voto che saremo riusciti a conquistare nell’ultima ora delle votazioni. Parafrasando Riccardo III, potremmo dire: un voto, un voto, il nostro regno per un voto, anzi la nostra Repubblica!
Domenico Gallo
lunedì 14 novembre 2016
Lettera ai renziani disperati
di Giorgio Cremaschi
AI RENZIANI DISPERATI, CHE ORAMAI PARLANO SOLO DEL NO DI CASAPOUND, RISPONDO UNA VOLTA PER TUTTE COSÌ:
Egregi renziani,
capisco che non vediate lo stato d'assedio che la polizia su ordine del vostro governo organizza, e le bastonate che vengono distribuite attorno ai comizi del vostro Renzi. Quando ciò succedeva con i governi di destra molti di voi si indignavano, ma erano altri tempi. Capisco che non vi scandalizzi che il 90% dello spazio televisivo sia per il presidente del consiglio, che voi amate così tanto da non accorgervi che occupa molta più tivù del Berlusconi dei tempi d'oro. Capisco che non vi tocchi il fatto che il capo del governo spedisca 4 milioni di lettere agli italiani all'estero, cosa che il Comitato per il NO non può fare.
Capisco che vi sembri buona scuola il fatto che varie e diffuse autorità scolastiche precettino gli studenti al tripudio accogliente verso i ministri che fanno campagna in scuole e universItà.
Capisco che a voi non diano turbamento i proclami del SI con cui si annuncia di voler spazzar via Berlusconi, Salvini, Grillo, Bersani, Fassina, Vendola, i sindacati, tutti insomma tranne il vostro amato leader.
Capisco che facciate tutto questo per far vincere al referendum la vostra costituzione, che difendete con argomenti stranamente simili a quelli dei documenti della Banca Morgan o del Piano di Rinascita Nazionale del venerabile Licio Gelli.
Capisco insomma che una volta che si sia scelto di sostenere lo stravolgimento autoritario della Costituzione nel nome della governabilità e della velocita delle decisioni del potere, che dovrebbero arrivare in orario finalmente, come i treni degli anni trenta del secolo scorso; capisco che una volta fatta questa scelta, i vostri comportamenti da fanatici siano una inevitabile conseguenza.
Quello che invece non capisco è com'è che non vi siate ancora accorti che accomunare l'ANPI a CASAPOUND non attacca proprio, anzi vi danneggia Perchè che i fascisti, per opportunismo politico, votino NO alla distruzione della Costituzione antifascista è un paradosso persino comico. Che invece voi, che vi chiamate democratici, vogliate affossare la più importante conquista della Resistenza, quasi l'unica rimasta, questo è tragico. Solo il NO vi può salvare.
AI RENZIANI DISPERATI, CHE ORAMAI PARLANO SOLO DEL NO DI CASAPOUND, RISPONDO UNA VOLTA PER TUTTE COSÌ:
Egregi renziani,
capisco che non vediate lo stato d'assedio che la polizia su ordine del vostro governo organizza, e le bastonate che vengono distribuite attorno ai comizi del vostro Renzi. Quando ciò succedeva con i governi di destra molti di voi si indignavano, ma erano altri tempi. Capisco che non vi scandalizzi che il 90% dello spazio televisivo sia per il presidente del consiglio, che voi amate così tanto da non accorgervi che occupa molta più tivù del Berlusconi dei tempi d'oro. Capisco che non vi tocchi il fatto che il capo del governo spedisca 4 milioni di lettere agli italiani all'estero, cosa che il Comitato per il NO non può fare.
Capisco che vi sembri buona scuola il fatto che varie e diffuse autorità scolastiche precettino gli studenti al tripudio accogliente verso i ministri che fanno campagna in scuole e universItà.
Capisco che a voi non diano turbamento i proclami del SI con cui si annuncia di voler spazzar via Berlusconi, Salvini, Grillo, Bersani, Fassina, Vendola, i sindacati, tutti insomma tranne il vostro amato leader.
Capisco che facciate tutto questo per far vincere al referendum la vostra costituzione, che difendete con argomenti stranamente simili a quelli dei documenti della Banca Morgan o del Piano di Rinascita Nazionale del venerabile Licio Gelli.
Capisco insomma che una volta che si sia scelto di sostenere lo stravolgimento autoritario della Costituzione nel nome della governabilità e della velocita delle decisioni del potere, che dovrebbero arrivare in orario finalmente, come i treni degli anni trenta del secolo scorso; capisco che una volta fatta questa scelta, i vostri comportamenti da fanatici siano una inevitabile conseguenza.
Quello che invece non capisco è com'è che non vi siate ancora accorti che accomunare l'ANPI a CASAPOUND non attacca proprio, anzi vi danneggia Perchè che i fascisti, per opportunismo politico, votino NO alla distruzione della Costituzione antifascista è un paradosso persino comico. Che invece voi, che vi chiamate democratici, vogliate affossare la più importante conquista della Resistenza, quasi l'unica rimasta, questo è tragico. Solo il NO vi può salvare.
sabato 5 novembre 2016
Le ragioni del NO di Ernesto Galli Della Loggia
da Blasting News
Da oggi il No, dopo Eugenio Scalfari ha un nuovo involontario sostenitore: Ernesto Galli Della Loggia, editorialista del Corriere Della Sera. Galli Della Loggia, con la schiettezza del neo conservatore nostrano, individua le vere ragioni del SI al #referendum costituzionale, dando in tal maniera un involontario sostegno al NO. Dopo la figura non proprio brillante di Zagrebelsky nella sfida contro Renzi, il NO riprende fiato grazie anche all'attivismo senza veli di persone del calibro dei succitati rappresentanti del giornalismo italiano
L'attenzione del giornalista si concentra sulla seconda parte della costituzione ed il tono sembra in perfetta sintonia con le raccomandazioni della Goldman Sachs, che non si sa con quale autorità né autorevolezza, consiglia di sbarazzarsi delle costruzioni antifasciste ritenute troppo "socialiste (sic)". Il Galli se la prende con l'ipergarantismo della costituzione italiana che permette rendite di posizione, immobilismo, alibi di ogni genere per conservare uno status quo imbarazzante agli occhi di un vero liberale come lui.
Galli Della Loggia, evoca l'antico "ribellismo italiano" che in un continuum ideale conduce, neanche a dirlo, alla sinistra radicale e i 5S. Il bersaglio sono quei nichilisti conservatori antiatlantici del No alle basi Nato, i NO TAV, i No alle centrali atomiche, e dei Si (negativi) all'utero in affitto, al salario sociale e alla Pace senza sè e senza ma (vuoi mettere guerra si ma dai). Dulcis in fundo, abominio della nostra epoca: il Si "alla difesa dei diritti acquisiti della pensioni".
Ecco con questo pezzo mirabile di giornalismo, Galli Della Loggia da una mano a comprendere le vere ragioni del SI al questo referendum e a sgombrare il campo da disquizioni e tecnicismi inutili, come se l'oggetto del contendere fosse davvero una costituzione all'altezza dei tempi in grado di garantire un migliore svolgimento dell'iter legislativo e di fluidificare gli ingranaggi arrugginiti della politica italiana.
Per come la intende Galli e come non convenire con lui, la nuova costituzione renziana serve a realizzare un perimetro invalicabile in grado di impedire l'accesso a qualsiasi forma di vetusto velleitarismo inconcludente, alle affabulazioni novecentesche su diritti e tutela dei beni comuni portati avanti da minoranze irresponsabili, e a dare ampio spazio alla positività delle riforme, cioè allo smantellamento (era ora) di un welfare ingombrante e dispendioso e dei diritti del lavoro che indeboliscono la fibra della genia italica. Dopo Scalfari un altro utile testimonial per il NO. #Renzi
Da oggi il No, dopo Eugenio Scalfari ha un nuovo involontario sostenitore: Ernesto Galli Della Loggia, editorialista del Corriere Della Sera. Galli Della Loggia, con la schiettezza del neo conservatore nostrano, individua le vere ragioni del SI al #referendum costituzionale, dando in tal maniera un involontario sostegno al NO. Dopo la figura non proprio brillante di Zagrebelsky nella sfida contro Renzi, il NO riprende fiato grazie anche all'attivismo senza veli di persone del calibro dei succitati rappresentanti del giornalismo italiano
L'attenzione del giornalista si concentra sulla seconda parte della costituzione ed il tono sembra in perfetta sintonia con le raccomandazioni della Goldman Sachs, che non si sa con quale autorità né autorevolezza, consiglia di sbarazzarsi delle costruzioni antifasciste ritenute troppo "socialiste (sic)". Il Galli se la prende con l'ipergarantismo della costituzione italiana che permette rendite di posizione, immobilismo, alibi di ogni genere per conservare uno status quo imbarazzante agli occhi di un vero liberale come lui.
Galli Della Loggia, evoca l'antico "ribellismo italiano" che in un continuum ideale conduce, neanche a dirlo, alla sinistra radicale e i 5S. Il bersaglio sono quei nichilisti conservatori antiatlantici del No alle basi Nato, i NO TAV, i No alle centrali atomiche, e dei Si (negativi) all'utero in affitto, al salario sociale e alla Pace senza sè e senza ma (vuoi mettere guerra si ma dai). Dulcis in fundo, abominio della nostra epoca: il Si "alla difesa dei diritti acquisiti della pensioni".
Ecco con questo pezzo mirabile di giornalismo, Galli Della Loggia da una mano a comprendere le vere ragioni del SI al questo referendum e a sgombrare il campo da disquizioni e tecnicismi inutili, come se l'oggetto del contendere fosse davvero una costituzione all'altezza dei tempi in grado di garantire un migliore svolgimento dell'iter legislativo e di fluidificare gli ingranaggi arrugginiti della politica italiana.
Per come la intende Galli e come non convenire con lui, la nuova costituzione renziana serve a realizzare un perimetro invalicabile in grado di impedire l'accesso a qualsiasi forma di vetusto velleitarismo inconcludente, alle affabulazioni novecentesche su diritti e tutela dei beni comuni portati avanti da minoranze irresponsabili, e a dare ampio spazio alla positività delle riforme, cioè allo smantellamento (era ora) di un welfare ingombrante e dispendioso e dei diritti del lavoro che indeboliscono la fibra della genia italica. Dopo Scalfari un altro utile testimonial per il NO. #Renzi
mercoledì 5 ottobre 2016
Come smontare gli argomenti del Sì
di Massimo Villone dal Il Manifesto
Intorno al voto referendario crescono non gli argomenti, ma il rumore. Ora, per la riforma dell’Italicum: si modifica, e come? C’è una proposta Pd, e quale? Ma alla fine Renzi che vuole davvero?
Il cardine del sistema elettorale nel Renzi-pensiero è dato dal primo turno con soglia seguito da un ballottaggio senza soglia, con 340 seggi garantiti da un mega-premio di maggioranza. Solo questo può dare in un sistema ormai tripolare i numeri parlamentari truccati che realizzano il mantra renziano di sapere chi governa la sera del voto. Tutto il resto è contorno, dal premio alle coalizioni alla preferenza per i capilista.
Elementi rilevanti ma non decisivi, perché una accorta gestione delle candidature può comunque assicurare al premier una truppa di pretoriani fedeli. Dubito che Renzi intenda rinunciare agli strumenti veri del suo potere personale.
In ogni caso, la legge Renzi-Boschi impone di per sé il No nel referendum. La correzione dell’Italicum, che è solo una aggravante, non muterebbe il giudizio. Il premier ha propinato alla democrazia italiana due pillole al cianuro: riforma costituzionale e Italicum. Ciascuna basta a uccidere il paziente. E dunque bisogna rifiutare entrambe.
Il Sì cede nei sondaggi ma prima ancora negli argomenti portati nei dibattiti, a partire da quello dei risparmi. Renzi insiste sulla favola dei 500 milioni, ma il silenzio cala in platea quando si legge il documento della Ragioneria dello stato che certifica il risparmio per il senato a meno di 49 milioni all’anno, rendendo vera l’immagine di un diritto di voto scippato ai 50 milioni di elettrici e elettori italiani per un risparmio equivalente di meno di un caffè all’anno a testa. Il senato sopravvive, si taglia il diritto di votare i senatori. Il silenzio è poi tombale quando ancora si legge che non c’è risparmio quantificabile dalla cancellazione delle province in Costituzione, o dalla limitazione degli emolumenti per i consiglieri regionali. Mentre sopprimere il Cnel vale meno di nove milioni all’anno. Alla fine, con i suoi 500 milioni Renzi è il venditore di auto usate che vuole far passare un catorcio per una Ferrari.
Ma, si dice, abbiamo una camera delle regioni, in stile Bundesrat tedesco. È falso. Nel Bundesrat i governi dei Lander partecipano direttamente ai processi decisionali attraverso rappresentanti assoggettati a vincolo di mandato. Mentre nel nostro senato a mezzo servizio arriverebbero per ogni regione pochi consiglieri regionali e un sindaco, legati ai piccoli segmenti di territorio nei quali sono stati eletti, liberi di votare come vogliono. Una camera di frantumazione, di egoismi territoriali, di inciuci. Alla fine, il senato futuro somiglia non al Bundesrat tedesco, ma alla camera alta austriaca, che nell’opinione comune è un fallimento. L’affermazione che la riforma non rafforza il premier si colpisce ricordando il controllo del governo sull’agenda e i lavori parlamentari, con il voto a data certa. Che non sia toccata la parte I della Costituzione si nega perché i diritti in essa garantiti vanno attuati dal legislatore e dalle maggioranze di governo, e dunque l’architettura dei poteri è essenziale. La celebrata semplificazione si distrugge leggendo in parallelo gli artticoli 70 e 72 nella versione vigente e in quella riformata. Cede anche l’argomento della partecipazione democratica, di fronte a firme triplicate per la proposta di legge di iniziativa popolare, e referendum propositivi e di indirizzo rinviati a data futura e del tutto incerta. Mentre è indiscutibile e immediata la ri-centralizzazione nel riparto di competenze stato-regioni.
Alla fine di ogni dibattito rimane al Sì un solo argomento: non c’è alternativa. È lo scenario fine del mondo, disegnato dallo stesso Renzi e sollecitamente assunto da J.P.Morgan, Fitch, Confindustria, Marchionne, multinazionali e tutti i poteri forti dell’economia e della finanza, certo non per caso schierati con lui.
Ma per nessuna ragione si scambia una Costituzione – che può durare generazioni – con un governo in carica, destinato a fare le valigie in un tempo comunque breve. Se fosse uno statista, lo stesso Renzi ripulirebbe il campo da ogni gramigna politica e personale. Ma le sue aspirazioni non vanno oltre l’essere uomo di governo. Il più a lungo possibile.
Intorno al voto referendario crescono non gli argomenti, ma il rumore. Ora, per la riforma dell’Italicum: si modifica, e come? C’è una proposta Pd, e quale? Ma alla fine Renzi che vuole davvero?
Il cardine del sistema elettorale nel Renzi-pensiero è dato dal primo turno con soglia seguito da un ballottaggio senza soglia, con 340 seggi garantiti da un mega-premio di maggioranza. Solo questo può dare in un sistema ormai tripolare i numeri parlamentari truccati che realizzano il mantra renziano di sapere chi governa la sera del voto. Tutto il resto è contorno, dal premio alle coalizioni alla preferenza per i capilista.
Elementi rilevanti ma non decisivi, perché una accorta gestione delle candidature può comunque assicurare al premier una truppa di pretoriani fedeli. Dubito che Renzi intenda rinunciare agli strumenti veri del suo potere personale.
In ogni caso, la legge Renzi-Boschi impone di per sé il No nel referendum. La correzione dell’Italicum, che è solo una aggravante, non muterebbe il giudizio. Il premier ha propinato alla democrazia italiana due pillole al cianuro: riforma costituzionale e Italicum. Ciascuna basta a uccidere il paziente. E dunque bisogna rifiutare entrambe.
Il Sì cede nei sondaggi ma prima ancora negli argomenti portati nei dibattiti, a partire da quello dei risparmi. Renzi insiste sulla favola dei 500 milioni, ma il silenzio cala in platea quando si legge il documento della Ragioneria dello stato che certifica il risparmio per il senato a meno di 49 milioni all’anno, rendendo vera l’immagine di un diritto di voto scippato ai 50 milioni di elettrici e elettori italiani per un risparmio equivalente di meno di un caffè all’anno a testa. Il senato sopravvive, si taglia il diritto di votare i senatori. Il silenzio è poi tombale quando ancora si legge che non c’è risparmio quantificabile dalla cancellazione delle province in Costituzione, o dalla limitazione degli emolumenti per i consiglieri regionali. Mentre sopprimere il Cnel vale meno di nove milioni all’anno. Alla fine, con i suoi 500 milioni Renzi è il venditore di auto usate che vuole far passare un catorcio per una Ferrari.
Ma, si dice, abbiamo una camera delle regioni, in stile Bundesrat tedesco. È falso. Nel Bundesrat i governi dei Lander partecipano direttamente ai processi decisionali attraverso rappresentanti assoggettati a vincolo di mandato. Mentre nel nostro senato a mezzo servizio arriverebbero per ogni regione pochi consiglieri regionali e un sindaco, legati ai piccoli segmenti di territorio nei quali sono stati eletti, liberi di votare come vogliono. Una camera di frantumazione, di egoismi territoriali, di inciuci. Alla fine, il senato futuro somiglia non al Bundesrat tedesco, ma alla camera alta austriaca, che nell’opinione comune è un fallimento. L’affermazione che la riforma non rafforza il premier si colpisce ricordando il controllo del governo sull’agenda e i lavori parlamentari, con il voto a data certa. Che non sia toccata la parte I della Costituzione si nega perché i diritti in essa garantiti vanno attuati dal legislatore e dalle maggioranze di governo, e dunque l’architettura dei poteri è essenziale. La celebrata semplificazione si distrugge leggendo in parallelo gli artticoli 70 e 72 nella versione vigente e in quella riformata. Cede anche l’argomento della partecipazione democratica, di fronte a firme triplicate per la proposta di legge di iniziativa popolare, e referendum propositivi e di indirizzo rinviati a data futura e del tutto incerta. Mentre è indiscutibile e immediata la ri-centralizzazione nel riparto di competenze stato-regioni.
Alla fine di ogni dibattito rimane al Sì un solo argomento: non c’è alternativa. È lo scenario fine del mondo, disegnato dallo stesso Renzi e sollecitamente assunto da J.P.Morgan, Fitch, Confindustria, Marchionne, multinazionali e tutti i poteri forti dell’economia e della finanza, certo non per caso schierati con lui.
Ma per nessuna ragione si scambia una Costituzione – che può durare generazioni – con un governo in carica, destinato a fare le valigie in un tempo comunque breve. Se fosse uno statista, lo stesso Renzi ripulirebbe il campo da ogni gramigna politica e personale. Ma le sue aspirazioni non vanno oltre l’essere uomo di governo. Il più a lungo possibile.
venerdì 23 settembre 2016
SI debole perché NO è onnicomprensivo
di Tonino D’Orazio 23 settembre 2016.

Le scintille? L’immigrazione incontrollata (o auspicata) e
l’austerity della Troika di Bruxelles. Alle prime elezioni che si presentano
(cioè a quelle in cui ancora si riescono a votare), in tutti i paesi della
cosiddetta Unione arriva, in un modo o nell’altro, una profonda protesta “contro”
i propri governi, anche se le maggioranze innaturali tengono. Persino Renzi lo
ha capito e con la solita giravolta, tornando da Bratislava, si scaglia a
parole contro l’austerity che invece persegue nei fatti, aspettando il prossimo
voto del popolo italiano. Il primo, oltre alcune grosse sconfitte
amministrative, è quello sulla sua nuova costituzione autoritaria che inficia
la sovranità popolare, come richiestogli dai poteri oligarchici e “forti”, cioè
non democratici, esterni al nostro paese.
Una volta capito questo, e le pressioni internazionali
arrivano forti e puntuali, a dire il vero manca all’elenco qualche piccola strage
(sempre arrivata puntuale nei momenti di svolta dell’Italia) che rimetta il
popolo nella sua iconoclastica paura, diventa difficile non individuare in
questo voto, procrastinato e allontanato al limite, è pur vero con tutti i vari
regolamenti vigenti, ma già con un parere tardivo della Cassazione che glielo
permette, un NO onnicomprensivo di tutti i problemi e gli scempi politici ed
economici tragici sul tappeto. Può essere un NO cosiddetto “della pancia”. E
forse più che altro dalle menzogne continue del governo (“punti di vista
diversi sui dati”), su tutto, puntualmente scoperte da altre informazioni.
Lavoro, jobs act fallito, emigrazione alle stelle (250/300.000 all’anno, come
nel 1890 e più del dopoguerra), voucher invece di retribuzione e previdenza corrette
tali da affossare anche il futuro dell’Inps, (tra l’altro continuamente
derubato dal governo), disoccupazione giovanile e non, pensionati alla fame,
come gran parte delle famiglie italiane, neo-pensionati nelle mani delle banche(da
piangere per il ridicolo, se non fosse che sarà un altro flop), correntisti timorosi
e allo sbando per i propri soldi (bail in), saccheggio della Cassa Depositi e
Prestiti per regalare alle banche i risparmi degli italiani, tassazioni dirette
e indirette alle stelle e sempre insufficienti, sanità allo sbando (cioè
avviata alla privatizzazione) e specialistica vitale inaccessibile a molti, insegnanti
che “viaggiano” in tutta Italia spaccando la vantata e non più reale sacralità
della “famiglia”, privatizzazioni del pubblico a cooperative per pagare i
lavoratori al ribasso, alta mortalità sul lavoro malgrado una enorme massa in
disoccupazione. Paura dell’immigrazione, problema snobbato dall’Unione e
gestito solo con il nostro pietismo francescano, che però ha anche un limite
prima o poi. Tutti i giorni ci vengono forniti dai mass media informazioni
sulla povertà degli italiani e il “benessere” degli immigrati, quanto costano
al giorno, di sfratti e hotel, in un crescendo di irrazionalità rabbiosa. (Vedi
soprattutto la Lega di Salvini ma sarei curioso di sentire il “popolo
silenzioso”). Il problema andrà al voto come sta succedendo in tutti gli altri
paesi europei?
Mi dite, in questo mix, perché se l’occasione si presenta (e
sembra proprio l’ultima, date le deforme previste dalla nuova costituzione dei
ragazzini sotto l’ombrello di un ultra decano ancora in fase di disastri
politici) di mandare possibilmente a casa gran parte di questa fallita dirigenza
politica con un NO pesante, non lo si debba fare? Non mischiamo le cose? Le
cose sono mischiate e diventa difficile anche a quelli del Sì uscirne fuori. E’
come se sostenessero questa impossibilità di sperare in un futuro migliore.
Anzi, da Ciampi in poi, tutti hanno mentito, e Padoan continua imperterrito,
sulla “riduzione delle tasse”, nemmeno su una sua migliore gradualità. Sono
diminuite solo quelle delle imprese. Le grandi però, quelle appetibili
dall’estero, perché le piccole (con 85% della manodopera italiana) continuano a
fallire. C’è una menzogna enorme sul
debito “pubblico” dove lo stato è obbligato a prendere i soldi al 5% dalle
banche private, in funzione di strozzinaggio, che invece lo prendono a 0,5%
dalla Bce. Non è ineluttabile, è semplicemente un furto ai danni del popolo che
aggrava scientificamente “il debito pubblico” e lo tiene “prigioniero” da anni
e per anni. Se ne è accorto?
Forse da noi non sarà un NO esplicito contro l’Unione, e
molti tenderanno a minimizzare, ma poco ci manca, soprattutto se dovesse
vincere. Il Sì è la continuità del disastro, velenosamente sancito nella
deforma, perché chiude all’angolo con vari sofismi, proprio la pericolosa sovranità
popolare. La popolazione che andrà a votare percepisce questo? Se sì, allora hanno ragione le oligarchie
politico-bancarie internazionali a preoccuparsi di un successivo Italexit,
sicuramente più disastroso del Brexit, che pur ha fatto tremare l’establishment
e continua a dimostrare contro tutti e contro tutto, una rinnovata vitalità di
quel paese. Era solo un problema di identità di quel Regno confederale mai
realmente Unito? O le imposizioni dell’Unione a egoistica trazione tedesca
avevano creato un mix economico-finanziario altrettanto asfissiante di quello
italiano, dei paesi mediterranei o dei paesi dell’est, tipo colonie? Hanno
votato “con la pancia” contro i neoliberisti i lavoratori britannici,
considerati dalle oligarchie della City “ignoranti e ubriaconi”? La mappa del
voto dà una netta vittoria del Brexit nei quartieri popolari e dove il degrado
e la povertà erano maggiori e non per grazia ricevuta.
A questo si può aggiungere che ogni partito (o spezzoni)
rifiuta le modifiche perché ritiene le proprie prioritarie. In genere la
destra, compresa F.I. e pezzi del NCD, dicono NO e chiedono il presidenzialismo (così caro a Berlusconi
e a Napolitano che l’ha esercitato senza “permesso” costituzionale per 10 anni),
la Lega un nuovo federalismo (con l’arma “di pancia” dell’immigrazione così
redditizia in tutta l’Unione), il M5S il decentramento e un ritorno al
proporzionale per ribadire la sovranità popolare e di partecipazione il più
diretta possibile, il PD francamente difende il suo segretario, e la troika di
Bruxelles (con “ce lo chiede l’Europa” con ulteriore cessione di sovranità),
con il Sì mentre una parte più tradizionale difende il NO. La Sinistra,tutti
compresi, difendono la Costituzione così come definita dalla Resistenza, pur
ritenendo parti tecniche migliorabili ma non sui principi generali di
rappresentanza e dei diritti.
Certamente, se il NO si carica anche di tutte le
frustrazioni nazionali, se non individuali, della difficoltà di vivere e meno
sulla valutazione di merito, articolo su articolo, possiamo anche dire che sarà
di “protesta”, e Renzi dovrà andare via, insieme al suo governo verdiniano e
ambiguo, lasciando una scia terremotata con problemi di “ricostruzione”. Allora,
affinché tutto cambi e niente cambi, invece di andare al voto, (anche perché
l’Italicum è in fase di aggiustamento per l’asso piglia tutto, come la legge
ungherese, controllate per favore), si dovrà designare un altro “tecnico” di
“provata esperienza”, e non potrà essere che un banchiere di Goldman Sachs, Padoan,
o qualche altro genio bancario.
domenica 26 giugno 2016
La UE, il referendum da rifare e i fascisti.
di Giorgio Cremaschi
È VERO CHE CONTRO LA UNIONE EUROPEA CI SONO ANCHE FORZE FASCISTE, MA È ALTRETTANTO VERO CHE IL POTERE UE MINACCIA E NEGA LA DEMOCRAZIA
Immaginatevi cosa sarebbe successo se in Gran Bretagna avesse vinto il SI alla UE e quelli del NO avessero chiesto di rivotare, magari affermando come gli ultimi giorni della campagna fossero falsati dal clima creatosi dopo l'assassinio terrorista di Cox. Sarebbe venuto giù lo scandalo, non sapete perdere, siete antidemocratici sarebbero state le accuse più gentili che avrebbero percorso i massmedia. Invece il SI alla UE ha perso e dunque bisogna rivotare. La campagna della paura organizzata dai poteri economici sconfitti sulla Brexit, dichiara il suo primo obiettivo: riportare gli incauti britannici alle urne e fargli cambiare idea a suon di minacce.
Non è una novità. Anche con i greci la Unione Europea ha fatto lo stesso. Lì non hanno avuto bisogno di organizzare false raccolte di firme, i sondaggi falsi invece li avevano fatti, perché il governo stesso di quel paese ha deciso di non rispettare il voto del suo popolo. Cameron invece pare intenzionato a rispettarlo, anche se a questo punto non ne sarei così sicuro. In ogni caso gli sconfitti dal voto han lanciato la campagna del rivoto: non vale che abbiamo perso, si rigioca. La stampa di regime, cioè praticamente tutta qui da noi, esalta due milioni firme raccolte in due giorni. Ma si rendono conto che è una balla grande come gli Exit Poll? Secondo me lo sanno benissimo che in così poco tempo è materialmente impossibile raccogliere tante firme autentiche, sulla precisa e uniforme richiesta di rifare il referendum. Ma l'ordine di scuderia è quello, si deve sostenere che il pronunciamento contro l'Unione è una follia momentanea, colpa dei migranti e non della UE dicono fogli progressisti, si deve far rivotare il popolo una volta che sia rinsavito.
Insomma il voto contro la UE non è ammesso e se per caso scappa non vale. Il ministro delle finanze tedesco Schauble un anno fa rivolto alla Grecia lo aveva detto: è inutile che i popoli votino, le regole europee non cambiano. Dunque in un eventuale prossimo referendum in Gran Bretagna o in qualsiai altro paese europeo sarà chiarito che vale solo il SI alla Unione e che chi per pazzia mettesse la sua croce sul NO si vedrebbe in ogni caso annullato il voto.
In queste ore le minacce del rivoto vengono rivolte a tutti i popoli europei, sottoposti alla campagna della paura. In Spagna il primo ministro di destra si scaglia contro Podemos usando il terrorismo psicologico pro UE scatenato sulla Gran Bretagna. C'è davvero da aver paura di un regime che reagisce con tanta violenza e intolleranza non appena lo si metta in discussione.
È vero che contro l'Unione Europea ci sono anche forze fasciste, ma è altrettanto e pericolosamente vero che il potere della UE minaccia e nega i principi fondamentali della democrazia.
PS : ai giovani dell'Erasmus mi permetto di suggerire di tenere conto un poco di noi nonni che abbiamo passato una vita a lottare per quei diritti e quella democrazia che ora vediamo cancellati nel nome del mercato. La puzza di marcio e di bruciato noi la sentiamo subito.
È VERO CHE CONTRO LA UNIONE EUROPEA CI SONO ANCHE FORZE FASCISTE, MA È ALTRETTANTO VERO CHE IL POTERE UE MINACCIA E NEGA LA DEMOCRAZIA
Immaginatevi cosa sarebbe successo se in Gran Bretagna avesse vinto il SI alla UE e quelli del NO avessero chiesto di rivotare, magari affermando come gli ultimi giorni della campagna fossero falsati dal clima creatosi dopo l'assassinio terrorista di Cox. Sarebbe venuto giù lo scandalo, non sapete perdere, siete antidemocratici sarebbero state le accuse più gentili che avrebbero percorso i massmedia. Invece il SI alla UE ha perso e dunque bisogna rivotare. La campagna della paura organizzata dai poteri economici sconfitti sulla Brexit, dichiara il suo primo obiettivo: riportare gli incauti britannici alle urne e fargli cambiare idea a suon di minacce.
Non è una novità. Anche con i greci la Unione Europea ha fatto lo stesso. Lì non hanno avuto bisogno di organizzare false raccolte di firme, i sondaggi falsi invece li avevano fatti, perché il governo stesso di quel paese ha deciso di non rispettare il voto del suo popolo. Cameron invece pare intenzionato a rispettarlo, anche se a questo punto non ne sarei così sicuro. In ogni caso gli sconfitti dal voto han lanciato la campagna del rivoto: non vale che abbiamo perso, si rigioca. La stampa di regime, cioè praticamente tutta qui da noi, esalta due milioni firme raccolte in due giorni. Ma si rendono conto che è una balla grande come gli Exit Poll? Secondo me lo sanno benissimo che in così poco tempo è materialmente impossibile raccogliere tante firme autentiche, sulla precisa e uniforme richiesta di rifare il referendum. Ma l'ordine di scuderia è quello, si deve sostenere che il pronunciamento contro l'Unione è una follia momentanea, colpa dei migranti e non della UE dicono fogli progressisti, si deve far rivotare il popolo una volta che sia rinsavito.
Insomma il voto contro la UE non è ammesso e se per caso scappa non vale. Il ministro delle finanze tedesco Schauble un anno fa rivolto alla Grecia lo aveva detto: è inutile che i popoli votino, le regole europee non cambiano. Dunque in un eventuale prossimo referendum in Gran Bretagna o in qualsiai altro paese europeo sarà chiarito che vale solo il SI alla Unione e che chi per pazzia mettesse la sua croce sul NO si vedrebbe in ogni caso annullato il voto.
In queste ore le minacce del rivoto vengono rivolte a tutti i popoli europei, sottoposti alla campagna della paura. In Spagna il primo ministro di destra si scaglia contro Podemos usando il terrorismo psicologico pro UE scatenato sulla Gran Bretagna. C'è davvero da aver paura di un regime che reagisce con tanta violenza e intolleranza non appena lo si metta in discussione.
È vero che contro l'Unione Europea ci sono anche forze fasciste, ma è altrettanto e pericolosamente vero che il potere della UE minaccia e nega i principi fondamentali della democrazia.
PS : ai giovani dell'Erasmus mi permetto di suggerire di tenere conto un poco di noi nonni che abbiamo passato una vita a lottare per quei diritti e quella democrazia che ora vediamo cancellati nel nome del mercato. La puzza di marcio e di bruciato noi la sentiamo subito.
sabato 25 giugno 2016
Abolire i referendum
di Tonino D’Orazio 24 giugno 2016

Perdono, momentaneamente, tutte
le banche, se ci si riferisce ai listini delle borse. Dite che vi dispiace. Però
sapete che pagheremo noi il conto, loro sono intoccabili. Altri, oltre a
fuggire nell’acquisto di oro (soprattutto a Shangai nella Nuova Banca Mondiale
dell’oro, quotata anche in yuan), se hanno denaro, hanno convenienza a
comperare i titoli che stanno crollando. Presto risaliranno, torneranno
stabili. sterlina compresa, perché funziona così e ha sempre funzionato così.
Sono garantiti, sono al potere legislativo, e le perdite le pagherà lo stato,
cioè noi. Leggere il mio ultimo articolo su quanto e come il Brexit sia ora
utile all’oligarchia bancaria mondiale.
Invece i nervi stanno crollando a
molti politici europei di rilievo. Hanno seminato e stanno raccogliendo.
Lezione minacciosa e ridicola
dell’alcolizzato Junker, presidente della commissione europea, pensando di
avere a che fare con la Grecia: “Chi è
dentro è dentro, e chi è fuori è fuori per sempre”. Si può minacciare un
popolo prima del referendum? Possibile che non abbiano ancora capito l’aria che
tira sui loro soprusi anti-democratici e anti-popolari? Non hanno capito che
non è un voto contro l’Europa, ma contro questo tipo di gestione che ha
distrutto lo stato sociale dei loro popoli impoverendoli e portando milioni di
cittadini alla disperazione? E’ populista dire noi, poveri, siamo tanti e loro,
ricchi, sono pochi e continuano a derubarci? Questa è l’Europa, un’altra
storia, non gli Stati Uniti, dove anche i poveri votano per impoverirsi e per
non essere curati perché pensano che “non se lo meritano”.
La stessa Merkel, che pensa di
aver vinto la terza guerra mondiale (quella economica) nella conquista
dell’Europa, non ricorda i rapporti storici e le “sensibilità”, o meglio le
allergie, tra i due popoli. Li ha “minacciati”. Pensava fosse Renzi. Non ha
ancora capito che la diffidenza degli inglesi si era già dimostrata nel
mantenersi lontani dall’euro/marco e nel tenersi la sterlina. Oppure che la
Gran Bretagna gestisse ancora un impero politico-economico con il loro
Commonwealth.
Draghi e la BCE: “abbiamo previsto un piano B in caso di
vittoria del Brexit” e con linguaggio biforcuto, “per salvare l’Europa”. Quale senza il popolo britannico? “Manterremo fermo il volante e la direzione”.
Ci mancherebbe, fino alla dissoluzione! La stessa cosa aveva detto la privata Banca
d’Inghilterra, il cui governatore Mark Carney
ha aggiunto che era pronto a iniettare uno stimolo supplementare di 250
miliardi di sterline per assicurare che le istituzioni finanziarie non
esauriscano la liquidità in questo periodo di incertezza. Sono padroni della
loro moneta, torneranno forti. Per il resto dell’Unione è stata brandita di
nuovo l’arma tedesca dello spread. I
mercati azionari europei stanno crollando, un po’ meno in Gran Bretagna, perché
dimostrano l’intreccio banco-finanziario che già si era installato tra loro e
che comunque la City rimane forte. la Banca nazionale svizzera è già
intervenuta sul mercato valutario per stabilizzare il suo franco. Il primo
ministro britannico David Cameron ha riferito che si dimetterà, però a ottobre,
contravvenendo a una regola decennale di british fairplay. Sa che lo hanno
affondato proprio i suoi e ha bisogno di rimettere un po’ di ordine per le
prossime elezioni.
I commenti lividi, nei talkshoes
televisivi del giorno dopo, (e ancora ne avremo a lungo per
"educarci"), di partiti governativi e giornalisti “assoldati”, sono
tutti al catastrofismo e alla “vendetta”. Incredibilmente ridicoli se non
dimostrassero in realtà fino a che punto tengano in conto popolo e democrazia e
quanto sia profondamente e culturalmente andato avanti il “pensiero unico”. Il sottosegretario italiano Scalfarotto (Pd) a
La7: “I popoli vanno educati prima dei
referendum”, quasi non sapessero che fare. Non siamo un po’ oltre le righe?
Sarà un lapsus dei tempi che corrono. Lo stesso Monti, super amico di
Napolitano che ha commesso reati per lui, dopo aver comperato la sua terza
“villa”: “gli INTELLIGENTI vengono
disturbati dalle elezioni”.”Troppa democrazia in Inghilterra”.
Che i referendum “non servono” alla
gestione bancaria dell’Unione e del FMI, è stato dimostrato più volte, da
quello greco a quelli olandesi e irlandesi. Espresso anche pubblicamente dallo
stesso plurinquisito Junker: “non si
governa con i referendum”. Che
chiarezza! Anche il povero Schulz (PSE) presidente del Parlamento europeo :
"Sono deluso e triste". L’accordo
con il neoliberismo li consumerà, facendo largo ai nuovi neofascismi europei
che avanzano, e di cui sono convinti di non averne responsabilità. "Rispettiamo
e deploriamo la decisione degli elettori britannici" che "provoca un danno maggiore a entrambe
le parti, ma in prima battuta alla Gran Bretagna" scrive il leader del
Ppe all'Europarlamento Manfred Weber.
Non ha capito e continua a “minacciare” loro di “danni maggiori”. Forse
si riferisce anche alla preconizzata implosione interna della Gran Bretagna. Bisogna
capire ancora “chi ha perso che cosa”. Anche molti esponenti del governo
tedesco commentano con amarezza l'esito della consultazione. Si capisce, è a
danno della loro strategia di imposizione. Molti sanno, per esperienza, che
gran parte dei megaprogetti europei vengono banditi dopo che le lobby tedesche
ne abbiano definito gli obiettivi, le finalità e le modalità.
Esultano i movimenti
euroscettitici di tutta Europa. La leader del Front National Marine Le Pen parla di una vittoria della
libertà e chiede lo stesso referendum in Francia, sapendo magari che l’unico sbocco anche del job act francese imposto da
Bruxelles, e quindi dalla rigidità impotente di Hollande/Vals, alla fine, sarà
contro l’Unione. Sulla stessa linea l'olandese Geer Wilders e il leghista Matteo
Salvini (“da Londra schiaffo a Renzi e Napolitano”). Anche la posizione del M5S
è propensa a far tornare la decisione al popolo con un referendum. Vedremo cosa
pensa il popolo spagnolo, visto che Podemos/IU, in caso di vittoria domenica,
hanno promesso un referendum. Vi sia avvia anche il Portogallo. Lo stesso
referendum italiano di Renzi sulla deforma della Costituzione chiesta dalla
troika di Bruxelles e dalle banche mondiali (es.J&P Morgan più volte), è
sulla stessa linea e il popolo sembra rispondere NO. Volendo è una risposta
anche a Bruxelles. Anche se Renzi ribadisce che: “Il futuro dell'Italia è nell'Ue”. Lui e i poteri forti certamente,
forse, il popolo non necessariamente. Bruxelles gli ha appena risposto che di
pensioni anticipate, pure col pizzo, (anzi “bisogna
allungare la vita lavorativa”), non se ne parla proprio. Intanto nella
“sua” deforma della Costituzione ha innalzato a 800.000 il numero delle firme
da raccogliere per bandire un referendum. Sgretolare piano piano, altrimenti il
popolo se ne accorge. Però anche in Italia il popolo sembra svegliarsi.
Ma allora, come dicevano i padri
costituzionali, il referendum diventa l’unica arma che, alla fine, rimane al
popolo in caso di tentativo di abrogazione del proprio potere democratico?
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