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giovedì 23 maggio 2013
Wu Ming: Perchè votare “A” al referendum di Bologna
di Wu ming da giap via Micromega
E’ necessario sostenere la scuola pubblica comunale e statale, l’unica dove possono andare tutti, a prescindere dal reddito e dalla religione. A Bologna i finanziamenti comunali ammontano a meno della metà dei soldi pubblici stanziati per le scuole dell’infanzia paritarie private: destinarli alle scuole dell’infanzia comunali e statali sarebbe un importante segnale in controtendenza rispetto alle politiche di tagli alla scuola pubblica praticate dagli ultimi governi. Dopo anni di sacrifici imposti alla scuola pubblica, durante i quali i fondi alla scuole paritarie private sono stati regolarmente riconfermati (quando non aumentati), è giunto il momento che anche le scuole paritarie private facciano la loro parte.
La scuola pubblica ha bisogno di risorse. E’ sempre più frequente che nelle scuole comunali e statali i genitori debbano portare da casa carta igienica, fazzolettini, fogli da disegno, o che debbano autotassarsi per provvedere ad acquistare materiali didattici. Ma questa è solo la punta dell’iceberg, sotto la quale si trovano fenomeni ben più gravi come la diminuzione delle ore di compresenza e di quelle per le maestre di sostegno, oltre alla precarizzazione del personale. Tutte cose che alla lunga influiscono sulla continuità didattica e penalizzano i più deboli, spingendo le famiglie che possono permetterselo a spostare i figli nella scuola paritaria privata, a proprie spese, e alimentando così un circolo vizioso che allarga la forbice sociale. Ogni euro recuperabile per la scuola pubblica diventa quindi prezioso.
Qualsiasi richiesta di nuovi fondi allo Stato centrale non può che avvantaggiarsi dalla vittoria della “A” al referendum, cioè dall’affermazione della priorità della scuola pubblica comunale e statale. Viceversa, una vittoria della “B” consentirebbe allo Stato di proseguire sulla linea dei tagli, investendo al minor costo possibile, cioè ulteriormente sulla scuola paritaria privata, che non è una scuola per tutti.
All’inizio di questo anno scolastico ben 423 bambini e bambine a Bologna sono rimasti senza posto alla scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale. Il Comune è dovuto correre ai ripari (aumentando gli alunni per classe oltre i limiti e aprendo nuove sezioni, ma soltanto part-time) per riuscire a soddisfare le richieste. Nonostante questo, 103 bambini e bambine sono rimasti ugualmente esclusi dalla scuola dell’infanzia pubblica. Con il milione di euro stanziato per le scuole paritarie private nel 2011 si sarebbero potuti creare, a settembre 2012, 330 nuovi posti alla scuola pubblica comunale e statale ed esaurire abbondantemente la lista d’attesa.
L’ipotesi di un fallimento delle scuole paritarie private in assenza dei finanziamenti comunali, con tanto di licenziamenti degli insegnanti ed esodo degli alunni verso la scuola pubblica comunale e statale, è irreale e puramente allarmistica. 26 delle 27 scuole dell’infanzia paritarie private di Bologna aderiscono alla Federazione Italiana Scuole Materne (FISM), fondata su impulso della CEI nel 1973. Le scuole della FISM dunque esistono da molto prima della legge sulla parità scolastica, che è del 2000. Nel 1995, prima che il sistema delle convenzioni venisse varato a Bologna, le scuole dell’infanzia private accoglievano il 24% degli scolari; nel 2013 le scuole paritarie private ne accolgono il 22%: è evidente che non è il milione di euro erogato dal Comune a garantire la frequentazione di queste scuole. Infatti dividendo l’ammontare dell’attuale finanziamento comunale – cioè 1.055.500 euro – per i 1.730 bambini che frequentano le scuole paritarie bolognesi, si ottiene la cifra di circa 600 euro per bambino, che suddivisi sulle dieci rate mensili dell’anno scolastico, equivalgono a un contributo per bambino di circa 60 euro al mese. Non è credibile che un rincaro del genere produrrebbe un ritiro di massa dalle scuole paritarie private e un’emigrazione di massa verso la scuola pubblica comunale e statale, allungando a dismisura le liste d’attesa. Soprattutto è difficile credere che le scuole paritarie private non possano reperire altrove quel milione di euro l’anno, evitando così qualunque rincaro delle rette. Considerando che tutte eccetto una sono scuole cattoliche, che la Curia di Bologna possiede un patrimonio di circa 1.200 immobili in città, oltre a 22 milioni di euro dell’eredità FAAC depositati su un conto presso la LGT Bank di Lugano, e che la Chiesa cattolica raccoglie l’8 per mille dai fedeli, un’idea su quale partner potrebbe sostituirsi al Comune per integrare la cifra in questione nasce spontanea.
Le scuole dell’infanzia paritarie private applicano criteri d’accesso diversi da quelli della scuola pubblica comunale e statale. Si tratta infatti di enti privati no profit, a pagamento, che in base alla legge 62 del 2000 fanno parte del sistema nazionale d’istruzione. Attualmente, su 1.730 frequentanti le scuole dell’infanzia paritarie private bolognesi, gli alunni stranieri sono 80, cioè il 4,6%, contro il 23,3% nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale; i bambini disabili sono lo 0,3%, contro il 2,1% nella scuola pubblica comunale e statale. Inoltre nella scuola comunale e statale sono certificati 271 casi di disagio sociale. Questi dati confermano che il sistema d’istruzione integrato pubblico-privato sta già creando due tipologie di scuole molto diverse per composizione sociale e culturale. Non ci sono dubbi su quale delle due sia la più inclusiva, si faccia maggiormente carico dell’integrazione, rispecchi la varietà e la complessità sociale e attitudinale, e di conseguenza debba avere la priorità nei finanziamenti per esaurire le liste d’attesa.
La scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale non prevede un’educazione confessionale e di conseguenza rispetta pienamente la libertà religiosa di tutti i bambini e delle loro famiglie. Per frequentare le scuole paritarie private della FISM è necessario accettare un progetto educativo di impostazione cattolica (vedi articoli 1 e 2 dello statuto FISM) e la Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia. In tale Carta si legge che «l’azione educativa consiste nell’introdurre il bambino nella realtà, interpretata nella luce della Tradizione ecclesiale» e che «la trasmissione della dottrina della fede avviene mediante l’introduzione in uno stile di vita (stile del gioco, dello stare a tavola, del rapporto con gli amici…) che sia sostanziato dalle verità di fede imparate e celebrate». Nel caso una famiglia rifiuti la Carta formativa e insista comunque per iscrivere i figli alla scuola paritaria privata confessionale (come potrebbe capitare, ad esempio, a una famiglia non cattolica che non avesse trovato posto alla scuola pubblica), l’accettazione è rimandata al «comitato di gestione, […] il quale decide udito il Vicario Episcopale per la Cultura e la Scuola».
Nella scuola dell’infanzia pubblica comunale e statale vige la libertà di insegnamento e il personale è selezionato in base alle graduatorie pubbliche. La Carta formativa della Scuola cattolica dell’Infanzia specifica che nelle scuole associate alla FISM i maestri e le maestre devono soddisfare prerequisiti che non sono soltanto pedagogici e professionali: «Oltre le necessarie qualità professionali esigite [sic!] dalle leggi civili, l’insegnante dovrà: a) possedere una solida conoscenza della visione cristiana dell’uomo e della dottrina della fede; b) accogliere con docile ossequio dell’intelligenza e della volontà l’insegnamento del Magistero della Chiesa: c) vivere un’esemplare vita cristiana». Davanti a precetti di questo tipo le perplessità nascono spontanee: a parità di preparazione professionale, una maestra divorziata avrà le stesse possibilità di essere assunta di una felicemente coniugata? E una maestra che esprimesse posizioni critiche nei confronti della Chiesa quante possibilità avrebbe di insegnare in queste scuole? Una maestra gay verrebbe valutata per la sua preparazione o verrebbe discriminata?
Quello del 26 maggio è un referendum consultivo, non abrogativo. E’ cioè finalizzato a suggerire un indirizzo politico all’amministrazione comunale. Significa che se vincesse l’opzione A, il finanziamento comunale alle scuole paritarie private non verrebbe cancellato dalla sera alla mattina. Volendo ci sarebbero i tempi e i modi di studiare soluzioni alternative al finanziamento comunale. E’ infatti del tutto evidente che l’obiettivo del referendum non è lasciare fuori da scuola altri bambini, ma garantire un posto a tutti, senza discriminazioni. Senza cioè che, con l’aiuto dei soldi pubblici, chi ha la possibilità economica ed è disposto ad accettare un’educazione confessionale abbia il posto garantito e gli altri no.
* Quest'articolo è distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.
mercoledì 20 marzo 2013
La scuola del M5S
Ovviamente spero che la storia del reddito di cittadinnaza di 1000 euro al mese per i dipendenti pubblici, i peggio pagati d'Europa, sia appunto solo una storiella partorita da una mente in stato di delirium, causato dallo stress elettorale e da un'intossicazione di acqua marina, dopo la mitica traversata dello stretto. Se non è così un sentitissimo... vaffa.
di Girolamo Di Michele da carmillaonline.com via ComeDonChisciotte
Cosa succederebbe nel mondo della scuola se i programmi di Grillo e del M5S venissero realizzati?
Facciamo un esperimento mentale, al netto delle contraddizioni interne, per cogliere i potenziali o reali strati di consenso ai quali il M5S punta.
Il programma del M5S, alla voce "Istruzione", prevede in sintesi: abolizione della legge Gelmini, abolizione dei finanziamenti alla scuola privata, abolizione del valore legale del titolo di studio, restituzione alla scuola pubblica degli 8 miliardi tagliati, didattica a distanza (e-learning), più internet per tutti, valutazione degli insegnanti da parte degli studenti.
A questo Grillo, nel post "Gli italiani non votano mai a caso" del 26 febbraio [ qui] aggiunge la proposta di abolire stipendi ai pubblici dipendenti sostituendoli con un reddito di cittadinanza (oscillante, stando a quanto dichiarato in campagna elettorale, tra 800-1.000 € al mese):
Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch'essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza.
È notevole che Grillo inserisca nel "blocco A" (assieme ai «ragazzi [che] cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo, costruire una Nuova Italia sulle macerie»), «i piccoli e medi imprenditori che vivono sotto un regime di polizia fiscale e chiudono e, se presi dalla disperazione, si suicidano», mentre il "blocco B", costituito «da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d'acquisto», include «una gran parte di dipendenti statali»: dei quali dipendenti statali, una parte importante è costituita dai lavoratori della scuola.
Si potrebbe ipotizzare che Grillo, che già sembra ignorare che lo stipendio dei lavoratori della scuola è fermo al 2006, nel dichiarare che gli stipendi pubblici ammontino a 4 milioni al mese, abbia idee vaghe o inesatte sul pubblico impiego: in realtà gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese (170 annui). Ma l'esattezza è un dettaglio: conta più far passare il messaggio che pubblici dipendenti, e quindi anche insegnanti e bidelli, siano tra i vecchi garantiti del "blocco B" che vogliono lo status quo e negano il futuro ai non garantiti del "blocco A".
Andando a vedere oltre le parole, ci si accorge che alcune proposte sono semplici enunciazioni. Cosa vuol dire "abolizione della legge Gelmini"? Quale delle leggi di Gelmini? Il riordino dei cicli, e quindi tornare alla scuola secondaria superiore del 2008? La reintroduzione del maestro unico/prevalente nella scuola primaria? E delle riforme di Brunetta che incidono sulla dirigenza scolastica locale e territoriale che si vuol fare (posto che se ne abbia nozione)? E della riforma Moratti, sulla quale Grillo ironizzava un tempo nei suoi show, e che ora è scomparsa dai programmi elettorali? E dello spoil system che regolamenta i direttori scolastici regionali, che rimonta a Bassanini? Si intende restituire gli 8 miliardi da immettere nelle casse scolastiche dell'attuale sistema scolastico? Si vuol fare quel che si vuol fare con una terapia d’urto, o in modo graduale (quindi con un ciclo di studenti che continueranno a studiare nella scuola di Gelmini)? Tutto ciò, se non è dettagliato in modo concreto, equivale a un "vaffa Gelmini": si può discutere se sia più efficace, come strategia elettorale, un "vaffa" piuttosto che un "se sta a noi" seguito da verbosissimi cani menati per l’aia dal programma della coalizione di Bersani, ma quanto a sostanza siamo lì.
Diversa, per concretezza, è l'abolizione del valore legale del titolo di studio, punto di programma condiviso dal Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2 di Licio Gelli [verifica qui, al punto b1] e dalla Fondazione per la Sussidiarietà (ovvero Comunione e Liberazione) di Giorgio Vittadini in modo esplicito, in modo implicito da Gelmini (che aveva in Vittadini uno dei consiglieri): è il più grosso favore che può essere fatto alle scuole private, perché consente a qualunque soggetto privato di aprire un diplomificio deregolamentato. Se il prezzo da pagare è la rinuncia a 500 milioni, per le scuole private è un affare.
Vediamo perché.
Il sistema scolastico italiano stabilisce alcuni requisiti di base: numero minimo di ore, un certo numero di contenuti, soprattutto un certo elenco di cose che lo studente dovrebbe saper fare al termine degli studi (le cosiddette "competenze" e "capacità"). E ancora, a cosa serve la scuola: "scuola democratica", o "costituzionale" significa formare all'esercizio attivo della cittadinanza. Sarà un caso, ma il programma elettorale del M5S era l'unico a non dire cos'è e cosa dovrebbe essere una scuola pubblica.
Il valore legale del titolo di studio è la garanzia che il percorso scolastico sia all'interno di questi parametri, per quanto declinati in modo da consentire una forte disparità tra le scuole private e quelle pubbliche (a favore delle private: vedi la possibilità di formare classi con soli 8 alunni). Chi apre una scuola privata non parificata deve sottoporsi a verifiche: ad esempio, i suoi studenti devono fare l'esame finale in una scuola pubblica. È una garanzia del cittadino, perché tutto questo costa molto di più di un corso di formazione, così come insegnare davvero l'informatica costa molto di più dell’insegnare l'uso di pacchetti di programmi predefiniti: la prima cosa è cittadinanza attiva, la seconda acquisizione passiva di nozioni.
Abolire il valore legale del titolo di studio significa in primo luogo abolire l'obbligo, per la scuola pubblica, di insegnare quelle competenze e contenuti: e, con i chiari di luna che corrono, significa sottoporre ancor di più la qualità insegnamento alla mannaia dei tagli di spesa. In secondo luogo, significa dare mano libera a chi crea scuole confessionali nelle quali non si forma la cittadinanza attiva: che ci sono già (vedi il metodo della "educazione secondo testimonianza" nelle scuole della Compagnia delle Opere/CL, o l'insegnamento del creazionismo in luogo dell'evoluzionismo), ma almeno oggi sono costrette entro certi vincoli, per quanto tenui. O scuole aziendali che promettono l'inserimento in azienda ai 18 anni, a scapito della formazione del futuro cittadino: e il modello in nuce, gli ITS creati in joint venture con Finmeccanica, c'è già.
L'abolizione del valore legale del titolo di studio equivale alla liberalizzazione dell'istruzione: quel modello anglosassone citato come esempio da Vittadini, Ichino (Andrea) e Checchi nel documento del 2008 in cui suggerivano a Gelmini di «collegare i risultati della valutazione [delle scuole] a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole», tra le quali «reclutamento e rimozione degli insegnanti». Un modello che oggi sottoposto a critiche radicali perché ha portato alla formazione di poche scuole d'élite e alla catastrofe delle scuole pubbliche, soprattutto di quelle che non sono nel centro cittadino ma nelle periferie, nei quartieri di immigrati, ecc. E lo stesso accade in Francia e negli USA. Senza contare una peculiarità del sistema scolastico parificato italiano (uno dei rari paesi OCSE in cui ciò accade), dove le scuole private sono ben più scadenti di quella pubblica.
A ciò si aggiunga che il crollo degli stipendi degli insegnanti, dagli attuali 1.200 € in ingresso o in precariato ai 1.500 dopo 15 anni di carriera ai 1.000 del "reddito di cittadinanza", e l'apertura di una pletora di diplomifici privati in grado di offrire più di quei 1.000 €, anche se con contratti a termine porterà a un'emorragia dal pubblico al privato degli insegnanti, scelti fior da fiore dai gestori delle scuole private con potere di sindacare (magari attraverso la "valutazione") su stili di vita, orientamenti politici, religiosi e sessuali. Per non parlare dei diplomifici che venderanno neanche didattica reale, ma pacchetti di e-learning, in virtù della deregolamentazione consentita dall'abolizione del valore legale del titolo di studio.
E che dire dei migranti, il cui impegno scolastico non sarà garantito dal titolo di studio? I coccodrilli che davano il titolo al libro di Fabio Geda ed Enaiatollah Akbari non sono forse nel mare: ma esistono, hanno denti aguzzi e si preparano a cambiare referente politico.
di Girolamo Di Michele da carmillaonline.com via ComeDonChisciotte
Cosa succederebbe nel mondo della scuola se i programmi di Grillo e del M5S venissero realizzati?
Facciamo un esperimento mentale, al netto delle contraddizioni interne, per cogliere i potenziali o reali strati di consenso ai quali il M5S punta.
Il programma del M5S, alla voce "Istruzione", prevede in sintesi: abolizione della legge Gelmini, abolizione dei finanziamenti alla scuola privata, abolizione del valore legale del titolo di studio, restituzione alla scuola pubblica degli 8 miliardi tagliati, didattica a distanza (e-learning), più internet per tutti, valutazione degli insegnanti da parte degli studenti.
A questo Grillo, nel post "Gli italiani non votano mai a caso" del 26 febbraio [ qui] aggiunge la proposta di abolire stipendi ai pubblici dipendenti sostituendoli con un reddito di cittadinanza (oscillante, stando a quanto dichiarato in campagna elettorale, tra 800-1.000 € al mese):
Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch'essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza.
È notevole che Grillo inserisca nel "blocco A" (assieme ai «ragazzi [che] cercano una via di uscita, vogliono diventare loro stessi istituzioni, rovesciare il tavolo, costruire una Nuova Italia sulle macerie»), «i piccoli e medi imprenditori che vivono sotto un regime di polizia fiscale e chiudono e, se presi dalla disperazione, si suicidano», mentre il "blocco B", costituito «da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d'acquisto», include «una gran parte di dipendenti statali»: dei quali dipendenti statali, una parte importante è costituita dai lavoratori della scuola.
Si potrebbe ipotizzare che Grillo, che già sembra ignorare che lo stipendio dei lavoratori della scuola è fermo al 2006, nel dichiarare che gli stipendi pubblici ammontino a 4 milioni al mese, abbia idee vaghe o inesatte sul pubblico impiego: in realtà gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese (170 annui). Ma l'esattezza è un dettaglio: conta più far passare il messaggio che pubblici dipendenti, e quindi anche insegnanti e bidelli, siano tra i vecchi garantiti del "blocco B" che vogliono lo status quo e negano il futuro ai non garantiti del "blocco A".
Andando a vedere oltre le parole, ci si accorge che alcune proposte sono semplici enunciazioni. Cosa vuol dire "abolizione della legge Gelmini"? Quale delle leggi di Gelmini? Il riordino dei cicli, e quindi tornare alla scuola secondaria superiore del 2008? La reintroduzione del maestro unico/prevalente nella scuola primaria? E delle riforme di Brunetta che incidono sulla dirigenza scolastica locale e territoriale che si vuol fare (posto che se ne abbia nozione)? E della riforma Moratti, sulla quale Grillo ironizzava un tempo nei suoi show, e che ora è scomparsa dai programmi elettorali? E dello spoil system che regolamenta i direttori scolastici regionali, che rimonta a Bassanini? Si intende restituire gli 8 miliardi da immettere nelle casse scolastiche dell'attuale sistema scolastico? Si vuol fare quel che si vuol fare con una terapia d’urto, o in modo graduale (quindi con un ciclo di studenti che continueranno a studiare nella scuola di Gelmini)? Tutto ciò, se non è dettagliato in modo concreto, equivale a un "vaffa Gelmini": si può discutere se sia più efficace, come strategia elettorale, un "vaffa" piuttosto che un "se sta a noi" seguito da verbosissimi cani menati per l’aia dal programma della coalizione di Bersani, ma quanto a sostanza siamo lì.
Diversa, per concretezza, è l'abolizione del valore legale del titolo di studio, punto di programma condiviso dal Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2 di Licio Gelli [verifica qui, al punto b1] e dalla Fondazione per la Sussidiarietà (ovvero Comunione e Liberazione) di Giorgio Vittadini in modo esplicito, in modo implicito da Gelmini (che aveva in Vittadini uno dei consiglieri): è il più grosso favore che può essere fatto alle scuole private, perché consente a qualunque soggetto privato di aprire un diplomificio deregolamentato. Se il prezzo da pagare è la rinuncia a 500 milioni, per le scuole private è un affare.
Vediamo perché.
Il sistema scolastico italiano stabilisce alcuni requisiti di base: numero minimo di ore, un certo numero di contenuti, soprattutto un certo elenco di cose che lo studente dovrebbe saper fare al termine degli studi (le cosiddette "competenze" e "capacità"). E ancora, a cosa serve la scuola: "scuola democratica", o "costituzionale" significa formare all'esercizio attivo della cittadinanza. Sarà un caso, ma il programma elettorale del M5S era l'unico a non dire cos'è e cosa dovrebbe essere una scuola pubblica.
Il valore legale del titolo di studio è la garanzia che il percorso scolastico sia all'interno di questi parametri, per quanto declinati in modo da consentire una forte disparità tra le scuole private e quelle pubbliche (a favore delle private: vedi la possibilità di formare classi con soli 8 alunni). Chi apre una scuola privata non parificata deve sottoporsi a verifiche: ad esempio, i suoi studenti devono fare l'esame finale in una scuola pubblica. È una garanzia del cittadino, perché tutto questo costa molto di più di un corso di formazione, così come insegnare davvero l'informatica costa molto di più dell’insegnare l'uso di pacchetti di programmi predefiniti: la prima cosa è cittadinanza attiva, la seconda acquisizione passiva di nozioni.
Abolire il valore legale del titolo di studio significa in primo luogo abolire l'obbligo, per la scuola pubblica, di insegnare quelle competenze e contenuti: e, con i chiari di luna che corrono, significa sottoporre ancor di più la qualità insegnamento alla mannaia dei tagli di spesa. In secondo luogo, significa dare mano libera a chi crea scuole confessionali nelle quali non si forma la cittadinanza attiva: che ci sono già (vedi il metodo della "educazione secondo testimonianza" nelle scuole della Compagnia delle Opere/CL, o l'insegnamento del creazionismo in luogo dell'evoluzionismo), ma almeno oggi sono costrette entro certi vincoli, per quanto tenui. O scuole aziendali che promettono l'inserimento in azienda ai 18 anni, a scapito della formazione del futuro cittadino: e il modello in nuce, gli ITS creati in joint venture con Finmeccanica, c'è già.
L'abolizione del valore legale del titolo di studio equivale alla liberalizzazione dell'istruzione: quel modello anglosassone citato come esempio da Vittadini, Ichino (Andrea) e Checchi nel documento del 2008 in cui suggerivano a Gelmini di «collegare i risultati della valutazione [delle scuole] a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole», tra le quali «reclutamento e rimozione degli insegnanti». Un modello che oggi sottoposto a critiche radicali perché ha portato alla formazione di poche scuole d'élite e alla catastrofe delle scuole pubbliche, soprattutto di quelle che non sono nel centro cittadino ma nelle periferie, nei quartieri di immigrati, ecc. E lo stesso accade in Francia e negli USA. Senza contare una peculiarità del sistema scolastico parificato italiano (uno dei rari paesi OCSE in cui ciò accade), dove le scuole private sono ben più scadenti di quella pubblica.
A ciò si aggiunga che il crollo degli stipendi degli insegnanti, dagli attuali 1.200 € in ingresso o in precariato ai 1.500 dopo 15 anni di carriera ai 1.000 del "reddito di cittadinanza", e l'apertura di una pletora di diplomifici privati in grado di offrire più di quei 1.000 €, anche se con contratti a termine porterà a un'emorragia dal pubblico al privato degli insegnanti, scelti fior da fiore dai gestori delle scuole private con potere di sindacare (magari attraverso la "valutazione") su stili di vita, orientamenti politici, religiosi e sessuali. Per non parlare dei diplomifici che venderanno neanche didattica reale, ma pacchetti di e-learning, in virtù della deregolamentazione consentita dall'abolizione del valore legale del titolo di studio.
E che dire dei migranti, il cui impegno scolastico non sarà garantito dal titolo di studio? I coccodrilli che davano il titolo al libro di Fabio Geda ed Enaiatollah Akbari non sono forse nel mare: ma esistono, hanno denti aguzzi e si preparano a cambiare referente politico.
mercoledì 21 ottobre 2009
Esonerare i propri figli dall'ora di religione a scuola è un dovere civile
Oggi ho chiesto l'esonero dall'ora di religione per mia figlia. Lo avevo già fatto ad inizio anno per la mia figlia maggiore e avevo colpevolemente tralasciato di fare la stessa operazione per la minore.
Credo che chiunque, credente o non credente, debba chiedere l'esonero dall'ora di religione, poiché insegnare la religione cattolica a scuola, un'istituzione pubblica, è un assurdo anacronismo. Molti vorrebbero chiedere l'esonero dall'ora di religione, ma si astengono dal farlo per una sorta di conformismo mascherato. Le giustificazioni sono quelle di voler evitare discriminazioni nei confronti dei propri figli temendo una sorta di isolamento sociale o di riprovazione collettiva.
A parte il fatto che questo rischio, allo stato attuale, è molto relativo, grazie ala presenza di personale docente ed amministrativo nelle scuole ormai sensibile all'idea di una scelta dettata da differenti orientamenti culturali e religiosi, ma se anche dovessimo subire delle discriminazioni, qualcuno dovrà pur cominciare ad esprimere comportamenti difformi dalla massa, per affermare un principio sacrosanto come quello della laicità dello stato e dela libera scelta.
Alla fine non si tratta di trasformarsi in martiri della libertà, ma solo di essere coerenti con con i propri convincimenti, operando delle scelte conseguenti.
domenica 2 novembre 2008
L'onda non si ferma
L'ONDA ANOMALA PREPARA LA GRANDE MAREGGIATA!
proposte di discussione dalla Sapienza occupata
di Francesco Raparelli (da Rekombinant)

Roma 31 ottobre 2008
Riprendiamo parola, dopo la giornata straordinaria di ieri. L'onda è diventata una grande mareggiata che ha invaso la città di Roma, milioni di studenti, insegnati, ricercatori, docenti universitari, bambini, un'alleanza senza precedenti ha chiesto di poter decidere sul proprio presente e sul proprio futuro. Intanto, migliaia di studenti scendevano in piazza in tutta Italia. Non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati confederali, così come il 17 ottobre non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati di base: in entrambi i casi si è trattato di un'esplosione sociale strabordante, incontenibile nelle sigle, così come nelle piattaforme. E' il mondo della formazione in quanto tale che è sceso in piazza e ha bloccato il paese per chiedere l'immediata sospensione della legge 133 e del Dl 137, adesso divenuto legge.
L'onda anomala della Sapienza e di tutti gli atenei in mobilitazione in giro per l'Italia non poteva non contribuire alla mareggiata di ieri. Siamo stati parte pur essendo indipendenti dai sindacati, pur avendo costruito dal basso, facoltà per facoltà, ateneo per ateneo la nostra partecipazione. Solo a Roma 200.000 studenti si sono concentrati in piazza Esedra per poi dare vita ad un corteo alternativo che ha raggiunto e assediato il ministero dell'Istruzione. Un'altra grande giornata gioiosa e radicale che ha visto protagonisti non solo gli studenti delle facoltà occupate della Sapienza, ma anche gli studenti di Roma 3 e di Torvergata, gli studenti medi di tantissime scuole romane, studenti universitari e medi provenienti da altre città italiane.
Sulla scorta di questo bilancio attivo in primo luogo ci chiediamo come trasformare la potenza dello sciopero generale in uno strumento di conflitto continuativo con il governo che, non solo sembra poco interessato al dialogo, ma usa la minaccia, l'arroganza, le provocazioni neofasciste (la difesa dei picchiatori di Blocco studentesco, la sigla che fa riferimento all'associazione di chiara ispirazione neofascista Casa Pound, in questo senso parlano chiaro), per replicare ai movimenti. Per un verso l'assenza e il blocco delle procedure parlamentari, per l'altro l'offensiva e la criminalizzazione del movimento studentesco che mai come in questo momento è radicato, ampio e sostenuto dalla maggioranza del paese. La retorica della minoranza o dei facinorosi non tiene più di fronte alla forza dei fatti: ogni giorno decine di migliaia di studenti in piazza, lezioni all'aperto, seminari nelle occupazioni, blocchi della circolazione, azioni di protesta creativa, centinaia di facoltà e scuole occupate. Minoranza è il governo, la sua ostilità nei confronti della democrazia e delle grandi istituzioni pubbliche della formazione. Di fronte a quanto sta avvenendo poi sul terreno dei contratti, ci sembra scontato avanzare una proposta che non parla della saldatura tradizionale tra mondo della formazione e mondo del lavoro, ma che prova a nominare in forme comuni la risposta e l'opposizione sociale alle politiche del governo, all'arroganza di confindustria, ai provvedimenti che vogliono far pagare la crisi economica globale agli studenti, ai precari, ai lavoratori. Ci sembra questa l'occasione per promuovere uno sciopero generale “coordinato e continuativo” che, categoria per categoria, blocchi il paese e la produzione di ricchezza. “Noi non pagheremo la vostra crisi” è uno slogan che sta correndo di bocca in bocca e che sta facendo emergere una rivolta generazionale senza precedenti. Le sigle sindacali (confederali e di base), indipendentemente dalle loro divergenze programmatiche, dovrebbero avere la capacità di capire quanto sta accadendo nel paese e quale domanda di rottura e di trasformazione si sta radicando ed estendendo socialmente. Capire, ma anche agire di conseguenza e questa azione non può essere che lo sciopero, generale e generalizzato.
Per quanto riguarda il movimento universitario e studentesco riteniamo fondamentale costruire al meglio le giornate del 7 novembre e del 14: per un verso la mobilitazione dislocata, città per città, per l'altro la grande manifestazione nazionale a Roma. In entrambi i casi è necessario fare uno sforzo organizzativo importante, ma in particolare il 14 richiede l'impegno di tutti gli atenei in mobilitazione. In primo luogo, infatti, dobbiamo fare in modo che la manifestazione riesca al meglio, anche perché, con buona probabilità, si tratterà di un decisivo momento di opposizione e di conflitto non solo nei confronti della legge 133, ma anche nei confronti del progetto di riforma organica dell'università promesso dalla Gelmini e che dovrebbe essere reso pubblico al termine della prossima settimana. In secondo luogo dobbiamo rendere possibile, e organizzarci di conseguenza, lo spostamento di decine di migliaia di studenti: iniziare da subito un percorso di trattativa sulla mobilità è quindi fondamentale.
Riteniamo infine indispensabile dare vita ad una grande occasione di discussione assembleare nazionale a Roma e pensiamo che le giornate del 15 e del 16 novembre possano essere le più adatte: la scadenza del giorno prima, infatti, renderebbe possibile a tante e tanti di trattenersi nelle facoltà occupate della Sapienza e di poter partecipare alla discussione e di estenderla alle scuole e agli studenti medi in mobilitazione. Pensiamo ad un'assemblea che si ponga in primo luogo l'obiettivo di garantire l'estensione e la durata di questo straordinario movimento. Questo significa discutere innanzi tutto di contenuti e pratiche di lotta: come qualificare e far emergere in primo piano il tema dell'autoriforma; che tipo di rapporto promuovere con le realtà sindacali e le esperienze di lotta del lavoro precario; come dare continuità alle pratiche di conflitto e di blocco della città; come trasformare la mobilitazione contro la legge 133 e l'eventuale riforma in mobilitazione generale contro la crisi economica. In secondo luogo la discussione dovrà provare a definire forme e metodi della relazione nazionale, assumendo che non esistono ricette e che le soluzioni da raggiungere dovranno essere all'altezza della forza, dell'ampiezza e della ricchezza di questo movimento. Invitiamo tutte le facoltà occupate, gli atenei in mobilitazione a riflettere su proposte e idee da condividere, per far si che l'assemblea diventi una grande occasione di espressione e di organizzazione, nel segno dell'autonomia e dell'irrappresentabilità del movimento studentesco.
proposte di discussione dalla Sapienza occupata
di Francesco Raparelli (da Rekombinant)
Roma 31 ottobre 2008
Riprendiamo parola, dopo la giornata straordinaria di ieri. L'onda è diventata una grande mareggiata che ha invaso la città di Roma, milioni di studenti, insegnati, ricercatori, docenti universitari, bambini, un'alleanza senza precedenti ha chiesto di poter decidere sul proprio presente e sul proprio futuro. Intanto, migliaia di studenti scendevano in piazza in tutta Italia. Non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati confederali, così come il 17 ottobre non si è trattato semplicemente di uno sciopero dei sindacati di base: in entrambi i casi si è trattato di un'esplosione sociale strabordante, incontenibile nelle sigle, così come nelle piattaforme. E' il mondo della formazione in quanto tale che è sceso in piazza e ha bloccato il paese per chiedere l'immediata sospensione della legge 133 e del Dl 137, adesso divenuto legge.
L'onda anomala della Sapienza e di tutti gli atenei in mobilitazione in giro per l'Italia non poteva non contribuire alla mareggiata di ieri. Siamo stati parte pur essendo indipendenti dai sindacati, pur avendo costruito dal basso, facoltà per facoltà, ateneo per ateneo la nostra partecipazione. Solo a Roma 200.000 studenti si sono concentrati in piazza Esedra per poi dare vita ad un corteo alternativo che ha raggiunto e assediato il ministero dell'Istruzione. Un'altra grande giornata gioiosa e radicale che ha visto protagonisti non solo gli studenti delle facoltà occupate della Sapienza, ma anche gli studenti di Roma 3 e di Torvergata, gli studenti medi di tantissime scuole romane, studenti universitari e medi provenienti da altre città italiane.
Sulla scorta di questo bilancio attivo in primo luogo ci chiediamo come trasformare la potenza dello sciopero generale in uno strumento di conflitto continuativo con il governo che, non solo sembra poco interessato al dialogo, ma usa la minaccia, l'arroganza, le provocazioni neofasciste (la difesa dei picchiatori di Blocco studentesco, la sigla che fa riferimento all'associazione di chiara ispirazione neofascista Casa Pound, in questo senso parlano chiaro), per replicare ai movimenti. Per un verso l'assenza e il blocco delle procedure parlamentari, per l'altro l'offensiva e la criminalizzazione del movimento studentesco che mai come in questo momento è radicato, ampio e sostenuto dalla maggioranza del paese. La retorica della minoranza o dei facinorosi non tiene più di fronte alla forza dei fatti: ogni giorno decine di migliaia di studenti in piazza, lezioni all'aperto, seminari nelle occupazioni, blocchi della circolazione, azioni di protesta creativa, centinaia di facoltà e scuole occupate. Minoranza è il governo, la sua ostilità nei confronti della democrazia e delle grandi istituzioni pubbliche della formazione. Di fronte a quanto sta avvenendo poi sul terreno dei contratti, ci sembra scontato avanzare una proposta che non parla della saldatura tradizionale tra mondo della formazione e mondo del lavoro, ma che prova a nominare in forme comuni la risposta e l'opposizione sociale alle politiche del governo, all'arroganza di confindustria, ai provvedimenti che vogliono far pagare la crisi economica globale agli studenti, ai precari, ai lavoratori. Ci sembra questa l'occasione per promuovere uno sciopero generale “coordinato e continuativo” che, categoria per categoria, blocchi il paese e la produzione di ricchezza. “Noi non pagheremo la vostra crisi” è uno slogan che sta correndo di bocca in bocca e che sta facendo emergere una rivolta generazionale senza precedenti. Le sigle sindacali (confederali e di base), indipendentemente dalle loro divergenze programmatiche, dovrebbero avere la capacità di capire quanto sta accadendo nel paese e quale domanda di rottura e di trasformazione si sta radicando ed estendendo socialmente. Capire, ma anche agire di conseguenza e questa azione non può essere che lo sciopero, generale e generalizzato.
Per quanto riguarda il movimento universitario e studentesco riteniamo fondamentale costruire al meglio le giornate del 7 novembre e del 14: per un verso la mobilitazione dislocata, città per città, per l'altro la grande manifestazione nazionale a Roma. In entrambi i casi è necessario fare uno sforzo organizzativo importante, ma in particolare il 14 richiede l'impegno di tutti gli atenei in mobilitazione. In primo luogo, infatti, dobbiamo fare in modo che la manifestazione riesca al meglio, anche perché, con buona probabilità, si tratterà di un decisivo momento di opposizione e di conflitto non solo nei confronti della legge 133, ma anche nei confronti del progetto di riforma organica dell'università promesso dalla Gelmini e che dovrebbe essere reso pubblico al termine della prossima settimana. In secondo luogo dobbiamo rendere possibile, e organizzarci di conseguenza, lo spostamento di decine di migliaia di studenti: iniziare da subito un percorso di trattativa sulla mobilità è quindi fondamentale.
Riteniamo infine indispensabile dare vita ad una grande occasione di discussione assembleare nazionale a Roma e pensiamo che le giornate del 15 e del 16 novembre possano essere le più adatte: la scadenza del giorno prima, infatti, renderebbe possibile a tante e tanti di trattenersi nelle facoltà occupate della Sapienza e di poter partecipare alla discussione e di estenderla alle scuole e agli studenti medi in mobilitazione. Pensiamo ad un'assemblea che si ponga in primo luogo l'obiettivo di garantire l'estensione e la durata di questo straordinario movimento. Questo significa discutere innanzi tutto di contenuti e pratiche di lotta: come qualificare e far emergere in primo piano il tema dell'autoriforma; che tipo di rapporto promuovere con le realtà sindacali e le esperienze di lotta del lavoro precario; come dare continuità alle pratiche di conflitto e di blocco della città; come trasformare la mobilitazione contro la legge 133 e l'eventuale riforma in mobilitazione generale contro la crisi economica. In secondo luogo la discussione dovrà provare a definire forme e metodi della relazione nazionale, assumendo che non esistono ricette e che le soluzioni da raggiungere dovranno essere all'altezza della forza, dell'ampiezza e della ricchezza di questo movimento. Invitiamo tutte le facoltà occupate, gli atenei in mobilitazione a riflettere su proposte e idee da condividere, per far si che l'assemblea diventi una grande occasione di espressione e di organizzazione, nel segno dell'autonomia e dell'irrappresentabilità del movimento studentesco.
sabato 25 ottobre 2008
SOTTO L'EGìDA DI GELMINI
Le cifre sono queste, non si discute. Perchè, molti si chiedono, si vuol rovinare una delle poche cose (la scuola elementare) che funzionano in Italia? La risposta secondo me è semplice: chi riunisce in sé grettezza, incompetenza e cattiva coscienza, non può che comportarsi così. Facciamo cassa con la scuola, avranno pensato, tanto alla Confindustria la scuola non serve, e poi comunque la privatizziamo.
All'italiano medio, a sentire i sondaggi, sembra che importi solo del grembiulino e del decisionismo muscolare: se è vero, l'italiano medio come al solito non ha capito niente e il suo abbrutimento non ha confini.
Una cosa non mi va giù dell'Università, cifre a parte: i baroni. L'Università, come tutti settori della nostra amministrazione, è lo specchio di una società nepotistica e mafiosetta. La casta è anche la casta dei docenti universitari, non c'è dubbio, e il fatto che a Bari il 50% dei professori abbia lo stesso cognome la dice lunga. Queste cose mi irritano profondamente e sono le uniche cose che ultimamente mi inducono a scrivere. Se fossimo un paese civile faremmo di tutto perchè uno diventi ricercatore o docente universitario per i suoi meriti scientifici e didattici (possibilmente prima dei 60 anni, e in ogni caso senza essere ritenuto intoccabile), e non perchè figlio di quel professore o affiliato di quel partito.
Le Università, la ricerca, i docenti, dovrebbero per forza di cose essere sottoposti a criteri di verifica. Da noi, però, una cosa apparentemente così semplice pare impossibile. È un discorso complicato, alla cui radice sta il sistema Italia, un guazzabuglio verminoso e inestricabile. Un mio amico dice che tutto cambierà quando rimarrà solo la polvere.
All'italiano medio, a sentire i sondaggi, sembra che importi solo del grembiulino e del decisionismo muscolare: se è vero, l'italiano medio come al solito non ha capito niente e il suo abbrutimento non ha confini.
Una cosa non mi va giù dell'Università, cifre a parte: i baroni. L'Università, come tutti settori della nostra amministrazione, è lo specchio di una società nepotistica e mafiosetta. La casta è anche la casta dei docenti universitari, non c'è dubbio, e il fatto che a Bari il 50% dei professori abbia lo stesso cognome la dice lunga. Queste cose mi irritano profondamente e sono le uniche cose che ultimamente mi inducono a scrivere. Se fossimo un paese civile faremmo di tutto perchè uno diventi ricercatore o docente universitario per i suoi meriti scientifici e didattici (possibilmente prima dei 60 anni, e in ogni caso senza essere ritenuto intoccabile), e non perchè figlio di quel professore o affiliato di quel partito.
Le Università, la ricerca, i docenti, dovrebbero per forza di cose essere sottoposti a criteri di verifica. Da noi, però, una cosa apparentemente così semplice pare impossibile. È un discorso complicato, alla cui radice sta il sistema Italia, un guazzabuglio verminoso e inestricabile. Un mio amico dice che tutto cambierà quando rimarrà solo la polvere.
L'OCSE SBUGIARDA LA GELMINI: OTTIMA LA SCUOLA ELENTARE
dal sito No alla Gelmini!
L’Italia investe più della media Ocse negli alunni delle elementari ma perde poi terreno a livello di studi secondari e finisce nelle retrovie per le spese in licei e università. Alla boa dei 15 anni, gli studenti italiani si ritrovano così svantaggiati rispetto ai pari-età Ocse soprattutto nelle materie scientifiche e il loro rendimento misurato dall’indice P.i.s.a. È nettamente inferiore alle media ocse, a 475 punti contro i 500 della media e i 563 dei primi della classe, i finlandesi. Sono queste alcune delle conclusioni del rapporto sulla scuola pubblicato a Parigi dall’Ocse.
Secondo i dati dell’organizzazione di Parigi, l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno del ciclo primario contro una media Ocse di 6.252 dollari. A livello secondario il vantaggio tuttavia è già annullato con una spesa per studente pari a 7.648 dollari e una media Ocse di 7.804 dollari. Ma è al terzo gradino della scala educativa, che si produce il gap: a fronte di una media Ocse di 11.512 dollari, in Italia la spesa si assesta a 8.026 dollari. Un dato questo che tuttavia deve tener conto dell’anomalia Stati Uniti dove i prezzi delle università superano ampiamente i 20.000 dollari l’anno facendo dunque salire la media Ocse. In Italia, nota l’Ocse, i prezzi sono invece calmierati dal fatto che gli stanziamenti statali a favore delle università crescono solo modestamente e al tempo stesso gli atenei pubblici non possono aumentare oltre una certa soglia le rette che fanno pagare agli studenti. Un duplice trend che rischia di risultare in uno scadimento di lungo periodo dell’istruzione universitaria. Le cifre, prosegue l’Ocse, possono inoltre essere lette in diverse maniere. L’Italia infatti spende cumulativamente per ogni suo studente tra i 6 e i 15 anni 70.126 dollari, oltre 2mila in più della media Ocse di 67.895 dollari, ma se si guarda all’incidenza delle spese in istruzione rispetto al pil, l’italia appare in netto ritardo. Mentre la media delle principali economie mondiali investe il 5,8% del pil nel proprio sistema scolastico, in italia questa percentuale scende al 4,7%. E ancora: se tra il 1995 e il 2005 gli investimenti nella scuola nell’Ocse sono aumentati del 41%, in Italia l’incremento è rimasto contenuto al 12%.
A livello di stipendi pagati agli insegnanti, l’Italia offre remunerazioni relativamente basse al suo corpo docente. Lo stipendio di un maestro di scuola elementare con 15 anni di esperienza si assesta attorno ai 29.287 dollari, in sesta posizione nella classifica Ocse ma con un trend che preoccupa: gli stipendi infatti crescono ogni anno meno della media Ocse. Se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%.
A sorpresa i docenti e gli istituti scolastici sembrano invece godere della fiducia dei genitori. Secondo le indagini Ocse, infatti, l’80% dei genitori degli studenti di 15 anni sono convinti che gli standard degli istituti seguiti dai figli siano buoni o molto buoni contro una media Ocse del 77%. Per quanto riguarda la formazione degli adulti, la percentuale di italiani di età compresa tra i 25 e i 34 che persegue o hanno completato studi terziari rimane ampiamente al di sotto della media euro: 17% contro il 33% Ocse. L’introduzione della laurea breve ha permesso all’Italia di raddoppiare la percentuale di quanti finiscono gli studi universitari, dal 19% al 39% contro una media Ocse del 37%, ma l’Italia rimane indietro negli studi più brevi per la qualificazione professionale al lavoro.
L’Italia inoltre continua ad avere il maggior numero di studenti che non terminano gli studi universitari: in Italia arriva alla laurea solo il 45% degli iscritti al primo anno contro una media Ocse del 69%. L’università italiana infine rimane una destinazione secondaria per gli studenti internazionali. Nel 2006, su un totale di 2,9 milioni di studenti stranieri che hanno scelto di trascorrere un anno di formazione all’estero, solo il 2% ha deciso di venire in Italia. A paragone il 20% è andato negli USA, il 9% in Germania e l’8% in Francia.
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