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lunedì 29 agosto 2016

UAAR - Il velo sui valori in gioco

di Raffaele Carcano e Adele Orioli da Micromega

A: Se non sottintendesse questioni ben più pregnanti e complesse, che sembrano però passare in secondo piano, l’odierno e pompato dibattito sul burkini sì - burkini no starebbe benissimo nell’elenco dei classici tormentoni estivi. Dai consigli antiafa, alle diete lampo, ai bollini sulle autostrade.
R: È proprio il caso di dirlo, una classica lettura da spiaggia! Ho personalmente sentito persone intelligenti definire il dibattito sul burkini “un’arma di distrazione di massa”. Purtroppo non è così: è anzi il caso che sta portando alla luce molti temi che si era cercato di nascondere sotto il tappeto. Da questo punto di vista, è benvenuto.
A: A guardarlo così, il burkini a me personalmente fa lo stesso identico effetto dello scomodo, incongruo e fronzoluto bikini che vedo imporre alle bambine dai due anni in poi sulle nostre spiagge. Una sorta di maliziosa e ipocrita pudicizia che rivela una paradossale impudicizia di fondo e che guarda caso colpisce, quale che sia la latitudine, il cromosoma xx in quanto tale.
R: Un po’ come le pecette sui cartelloni dei film porno, negli anni ’70. C’è anche questo elemento, nel dibattito in corso. A me è particolarmente piaciuta la provocatoria proposta di Caroline Fourest di rispondere praticando il nudismo di massa. http://www.marianne.net/caroline-fourest-face-au-burkini-optons-nudisme-100245094.html Uomini e donne insieme, beninteso. Un altro aspetto che non viene evidenziato è il retroterra del burkini: un marchio commerciale proposto ormai non solo alle musulmane, ma a tutte le donne che vogliono “sentirsi alla moda”. Veicolando in tal modo un vittorianesimo di ritorno di cui non si sentiva la mancanza.
A: Retroterra recentissimo, infatti, così come modernissimi i materiali utilizzati. http://www.askanews.it/esteri/burkini-la-stilista-che-l-ha-creato-non-e-simbolo-d-oppressione_711881422.htm
Lycra e integralismo modaiolo. Ed è proprio questa sorta di reflusso, una gigantesca ernia iatale reazionaria, che meriterebbe di essere analizzata più a fondo, non limitandosi alla facile comparazione delle foto delle spiagge di ieri e di oggi di molti paesi, compreso il nostro. In ogni caso non occulta i lineamenti di chi li indossa, a differenza del burka vero e proprio. Che “mostrare il volto sia dovere sociale” infatti, per usare le parole della Merkel, mi sembra onestamente scontato. http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/19/burqa-merkel-frena-lintegrazione-si-a-divieto-parziale/2982939/
Come non entrare con il passamontagna alle poste o con il casco in farmacia.

R: Ma il casco non è un simbolo religioso. Il fattore ‘R’ https://blog.uaar.it/2016/08/19/il-fattore-r/ consente alle religioni e ai suoi fedeli privilegi sconosciuti ad altri. In Italia le suore e le musulmane possono velarsi il capo sulla carta d’identità, ma è un privilegio riservato a chi lo giustifica con la fede. Sono i frutti avvelenati dell’accomodazionismo, nato per proteggere le minoranze ma che è finito per proteggere cristianesimo e islam.
A: Beh dai, in qualche paese europeo anche i pastafariani e i loro scolapasta. http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_13/scolapasta-in-testa-burchia_bdcd2f64-ad24-11e0-83b2-951b61194bdf.shtml Che, con irridente goliardia ben evidenziano il raccolto di quei frutti avvelenati ai quali ti riferivi. In ogni caso, alle Olimpiadi il burkini continua a sembrarmi del tutto fuori luogo. E anche in netta contrapposizione con la miriade di norme che regolano il ferreo dress code di ogni disciplina e di tutta la competizione in generale. Puoi gareggiare in mutande ma non puoi salire sul podio se non hai i pantaloni lunghi, per dirne una. Alcuni costumi sono stati oggetto di polemiche perché pericolosi o al contrario troppo facilitanti ma, se è in gioco l’eccezione religiosa, poco importa che si facciano competere atlete con palandrane improbabili. E che, mi sembra evidente, oltre ogni possibile altro aspetto e considerazione, penalizzano e non di poco la performance sportiva. Mettete un burkini a Simon Biles e ne riparliamo.
R: Vale quanto sopra. È probabile che le atlete egiziani fossero comunque poco performanti, ma in tal modo si sdoganano valori che con lo sport non hanno niente a che fare. Il problema è del resto istituzionale: alle Olimpiadi è addirittura all’opera un comitato interfedi, https://cruxnow.com/global-church/2016/08/15/brazils-african-faiths-beat-back-attempt-exclude-olympics/ ovviamente inventato a Torino.
A: Sarà che sono refrattaria alla logica del meno peggio, ma la contro argomentazione semplicisticamente feliciotta dell’“Almeno adesso possono... che bello!” ha il suono di un insulto. Quote rosa (di pelle scoperta).
R: La presidente dei giovani musulmani ha infatti risposto in questo modo, denunciando la negazione di un diritto. Come se vietare la poligamia (altra rivendicazione di questi giorni) significasse negare a una donna maggiori possibilità di trovare un marito. Remona Aly, sul Guardian, https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/aug/15/five-reasons-wear-burkini-annoy-french-cannes-mayor-muslim ha addirittura invitato a indossare il burkini per “celebrare una liberazione”. Curioso che le donne musulmane non abbiano invece mai molto da dire sulla sottomissione di genere vigente nell’islam. Del resto, islam significa “sottomissione”: in qualche modo sono coerenti.
A: L'immagine che a non pochi maître à penser della nostra cosiddetta sinistra ha messo tanta allegria, “tanti colori e tante culture” (tra il folklore e il pittoresco, insomma) delle giocatrici di beach volley, due in bikini due modello spedizione polare, a me continua a sembrare una violazione quantomeno termica dei diritti umani.
R: È uno dei due corni del delirio comunitarista. È la posizione di chi vorrebbe che gli africani girino per sempre seminudi, perché così anche i suoi figli potranno in futuro mostrare agli amici foto esotiche. Il ghetto valorizzato come attrazione turistica. Come il caso-Capalbio, fa tutto molto gauche-caviar.
A: Non che a destra vada meglio; un altro po’ e le vorrebbero tutte nude per principio, se islamiche.  http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2016/08/17/burkini-mozione-lega-per-vietarlo_78ecb242-7418-4c8b-be4f-5b350a26cc2b.html
Perché non si impongono simboli religiosi. Che non siano crocifissi o presepi, ovviamente.

R: La destra, per giustificare i privilegi che concede alla propria religione, deve necessariamente applicare due pesi e due misure. In questa contrapposizione viene sempre meno preso sul serio l’universalismo: sia nel senso di uguaglianza di tutti davanti alla legge, sia nel senso di diritti condivisi che dovrebbero costituire il minimo comun denominatore del vivere insieme.
A: Eppure il cortocircuito c’è o quantomeno è pericolosamente vicino e latente. Illiberale vietare il burkini, a mio avviso, così come è illiberale per contro vietare il topless, checché ne pensino le donne di Comunione e Liberazione, favorevoli al primo ma non al secondo (strano). http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/08/21/burkini-piu-sensato-del-topless-le-donne-del-meeting-di-cl-contro-i-divieti/553844/ E ancor più nel complesso è illiberale e condannabile il restringere, sulla base poi dell’ordine pubblico, concetto pericolosissimamente elastico e strumentalizzabile,  l’ambito dell’autodeterminazione dell'individuo sul proprio corpo, in generale. L’ambito dell’abito, nello specifico.
R: Un’altra delle favole che gira è che le ordinanze francesi siano basate sul principio di laicità, anziché su quello di sicurezza come invece è in realtà. Al contrario, la laicità è basata su altri principi: l’autodeterminazione, appunto. Ma anche l’uguaglianza. Le religioni – pressoché tutte, anche se con modalità diverse – discriminano le donne. È un problema che le istituzioni perseverano cocciutamente a non voler vedere: vogliono sembrare laiche e, nello stesso tempo, favorire le religioni. Una quadratura del cerchio di cui la vicenda-burkini sta palesando l’insensatezza.
A: Esattamente il punto cruciale di tutta la questione. Illiberale vietare, ma quanta dose di autodeterminazione e libertà c’è, al contrario, nello scegliere il velo, il burka, il burkini? C’è tout court libertà di scegliere? Quanto è labile e tagliente il confine tra il volere e l’essere costretta a volere? Non parlo dei paesi islamici, parlo delle spiagge vip dal divieto facile del nostro occidente. Quanti e quali diritti ha una donna musulmana, oltre a quello di essere, per l'appunto, musulmana?
R: Il New York Times ha accusato le autorità francesi di paternalismo, http://www.nytimes.com/2016/08/19/opinion/frances-burkini-bigotry.html perché vorrebbero dire alle donne come si dovrebbero o non dovrebbero vestire. Ma non ha speso una parola per denunciare i tanti padri che battono le loro figlie perché si rifiutano di indossare il velo. La libertà, per essere tale, deve essere liberamente esprimibile: se sono d’accordo sul fatto che, andando in spiaggia, le donne musulmane potrebbero avere qualche chance in più di entrare in contatto con idee diverse, resta il fatto che ciò è precluso (talvolta duramente) all’interno della famiglia. Nelle comunità musulmano si passa per radicali quando ci si toglie il velo, non quando (nel caso degli uomini) ci si fa crescere la barba e si comincia a chattare con qualche jihadista.
A: Senza voler entrare nel difficile dibattito su identità e fede, quanto uno stato che si dice laico può o deve incidere? Quanto l'integrazione tanto nominata, sempre che sia necessaria e necessitata, si costruisce su divieti che giocoforza irrigidiscono tutte le posizioni in gioco, o al contrario su permissività di facciata, su diritti speciali e contingentati, che finiscono per quando non creare quantomeno spesso proteggere ghetti etnico-religiosi sempre più serrati? L’immagine dei poliziotti francesi che obbligano una donna a spogliarsi (levarsi strati di tessuto, ma l'effetto resta quello) è integrazione, imposizione di civiltà o sopraffazione?
R: Non è integrazione passare dal velo al topless, ma non lo è neanche lasciare che alla porta accanto si violino diritti umani – basta che tengano il volume abbassato. Se si “crede” realmente che i valori proclamati dalle Costituzioni europee siano da tradurre in pratica senza soluzione di continuità. Se si vuole realmente formare individui consapevoli, si deve allora dire senza troppi giri di parole che – per esempio – i veli sono simboli di sottomissione della donna, che le religioni trattano diversamente donne e uomini. A cominciare dalle scuole per proseguire sui mezzi di informazione. Capita invece che ogni critica all’islam sia tacciata (anche autorevolmente) di “islamofobia”. Non si dà spazio alle donne musulmane che si tolgono il velo, o che addirittura abbandonano la fede, né si parla dei rischi a cui vanno incontro. Però siamo ormai a un bivio. Negli anni ’70 la maggioranza delle musulmane andava a capo scoperto, mentre gay e lesbiche dovevano nascondere il loro orientamento sessuale. Oggi c’è il matrimonio omosessuale (anche se non da noi) e non si sono mai viste così tante donne velate. È un confronto a puro titolo di esempio, ma non possiamo far finta che non vi siano pezzi di società che prendono direzioni opposte e persino antagoniste. Soprattutto, non possono non tenerne conto i musulmani. Pena la legalizzazione dei ghetti e la ghettizzazione delle leggi. E non è solo un gioco di parole.

lunedì 22 agosto 2016

Burkini, la confusione tra scelta e imposizione

di Monica Lanfranco da ilfattoquotidiano


La vicenda del burkini si potrebbe anche raccontare così: in Australia c’è un’imprenditrice islamica praticante molto felice che ha fatto la sua fortuna fabbricando l’indumento per donne modeste (sono le sue parole), per cui ringrazia di cuore la Francia per l’inaspettata pubblicità.
Perché sì: in barba al fatto che l’abito sotto i riflettori sia un potente simbolo dell’islam fondamentalista salafita, che teorizza e pratica, con violenza, il dovere della modestia in tutti i comportamenti femminili, dall’abito alla relazione con gli uomini e quindi con la società: pecunia non olet, mai, e non confligge con la modestia.
Una decina di anni fa a Riccione fu accolta dalla giunta comunale la proposta di riservare pezzi di arenile per permettere a ricche saudite di fare il bagno lontano da occhi indiscreti, visto che la zona è molto apprezzata dalle famiglie facoltose del potente emirato. Tutto bene: si tratta di far girare l’economia.
Dal mio punto di vista il ringraziamento alla Francia è per averci messo dinnanzi due evidenze: la prima è che, nella rete ma non solo, è quasi impossibile svolgere discussioni senza che prevalga lo storm shit (la tempesta di feci) evocata da B. Chul Han nel suo Nello sciame-visioni del digitale. Odiatori e odiatrici per partito preso sono dovunque, poco o nulla si sta sul tema con motivazioni e argomentazioni documentate, pur diverse ed oppositive, e spopolano rancore, insulto e offesa.
Quanto a confusione surreale cito l’esempio delle suore, postate copiosamente nei social per dire che burkini e tonaca sono la stessa cosa, dimenticando che le suore fanno un voto di fede, che prevede castità, (molte tra l’altro non vestono l’abito) e non sono una indicazione religiosa di come tutte le donne devono andare vestite nella società.
La seconda evidenza è che, non da ora ma in questo caso potentemente, pezzi di sinistra e alcune femministe hanno espresso adesione incondizionata alla visione multiculturalista e al relativismo culturale e politico.
Quindi: senza se e senza ma, (giustamente su molti temi), ma quando si tratta del corpo delle donne ecco sbriciolarsi le granitiche certezze. La parola magica è: scelta. Si tratta di un passaggio molto interessante: da antiliberisti si diventa liberali, per cui si critica l’occidente imperialista e coloniale, ma si difende un simbolo religioso fondamentalista caro a teocrazie imperialiste, nel nome della libera scelta individuale. Dettaglio non di poco conto: parliamo dell’unico ‘simbolo’ religioso (declinato in vari stadi, dal velo all’jihab al burka al burkini), che come ci ricorda Giuliana Sgrena è un prodotto recente che diventa corpo, che insiste, più efficacemente di una bandiera sventolata, nell’evidenziare una alterità. A cosa? Ai (presunti) diritti occidentali, che secondo lo sguardo relativista sono appunto di una parte sola: peccato che tutti i movimenti laici che lottano contro l’integralismo si sgolino nel dire che i diritti conquistati dalle donne sono universali.
La sociologa algerina Helie Lucas scrive, a proposito della giornata dell’orgoglio del velo: ”In Europa si tratterebbe sarebbe solo una scelta personale ‘di moda’ mentre nel resto del mondo sarebbe un’imposizione, e la disobbedienza o la resistenza sarebbero punite con la morte? In Europa si potrebbe indossare qualsiasi abito, mentre nel resto del mondo si fronteggiano limitazioni nel diritto allo studio, o nell’accedere ai servizi sanitari quando sono forniti da personale maschile, o nella libertà di movimento o di altri diritti umani fondamentali negati alle donne e alle ragazze? Come si può ignorare che nelle periferie di Parigi o Marsiglia controllate dai fondamentalisti delle ragazze sono state uccise per non avere indossato il velo?”. (L’articolo integrale sarà pubblicato a settembre nel nuovo numero di Marea)
Il relativismo culturale e politico porta anche a questo: si può, giustamente, confliggere duramente con le Sentinelle in piedi, con l’autrice di Sposati e sii sottomessa, con la senatrice Binetti ma non con l’autrice di Porto il velo e amo i Queens, perché mettere in discussione le scelte di un’islamica alimenta l’islamofobia. Sottolineare la responsabilità di alimentare visioni regressive, discriminatorie, patriarcali, sessiste e misogine quali sono le tesi delle succitate persone e gruppi non si applica alle donne islamiche che ‘scelgono’ i vari sistemi di copertura. Perché questa autocensura? Nel complicato presente penso che l’unica strada, prima che sia tardi e vincano i fondamentalisti di ogni tipo, (in Gran Bretagna si chiede da anni di applicare la sharia accanto al sistema di legge statali), sia aprire conflitti culturali con chi fa politica, (perché di questo si tratta), invocando disposizioni religiose come ‘libera scelta’, riattivando pericolosi déjà vu, quali la modestia e il pudore femminile. Il sito internazionale Siawi  mi appare molto importante già dal suo enunciare come “la laicità sia un problema delle donne”.
I video che v’invito a vedere raccontano in cosa consista (l’apparente) inoffensivo ‘scegliere’ per le donne fedeli islamiche di coprirsi: vogliamo continuare a nasconderci dietro la simmetria perfetta secondo la quale anche da ‘noi’ c’è l’imposizione della taglia 42, e quindi è giusto riservare, (come avviene a Torino), momenti in piscina solo per le donne, così che senza gli uomini le islamiche praticanti possano nuotare, senza mettere in discussione nulla?

Il no al burkini in nome dell'eguaglianza


di Marco Marzano, da il Fatto quotidiano, 22 agosto 2016




Nella balneare e battaglia d’opinione sul burkini è forte la tentazione di abbracciare un approccio pragmatico: vietare il burkini è una decisione autoritaria che non servirà certo a scoraggiare l’atavica subordinazione femminile nella cultura musulmana e anzi finirà con l’apparire un atto di ostilità verso l’Islam, che accrescerà il risentimento verso la cultura e la politica occidentali. Seguendo quest’approccio, l’emancipazione femminile nel mondo musulmano dovrà far seguito esclusivamente a un cambiamento sociale spontaneo interno, che il resto della comunità politica non potrà che attendere in rispettoso silenzio, consentendo nel frattempo anche alle donne arabe più religiose e tradizionaliste una nuotata nel Mediterraneo.

Il punto di vista pragmatico sul burkini è ragionevole, ma io credo che nel complesso sia sbagliato: vieta allo Stato di farsi parte attiva nel promuovere un mutamento sociale così importante come quello che riguarda la parità di genere. Per quale ragione lo stato dovrebbe rimanere neutrale e assistere alla riproduzione di un’evidente discriminazione di genere? Perché non può essere l’autorità politica a promuovere l’abbattimento di una disparità così visibile? Non in nome di una fantomatica ideologia laicista, ma in quello dell’impegno a perseguire valori universali (e non occidentali, né tantomeno cristiani) nei quali ogni cittadino di una democrazia può e deve riconoscersi. L’eguaglianza tra uomini e donne è certamente uno di questi.

Vi sarebbero laicismo ideologico e totalitarismo etico solo se lo Stato, come avveniva ad esempio nell’Albania di Hoxha, promuovesse l’ateismo, scoraggiasse i cittadini dal recarsi nei templi o dal seguire i precetti delle diverse religioni. Ma non è questo quello che è avvenuto in Francia negli ultimi anni con i provvedimenti che hanno limitato l’esibizione di simboli religiosi negli spazi pubblici. La legislazione francese non ha mai scoraggiato l’appartenenza religiosa, ma ha solo impedito che l’esibizione ostentata di simboli identitari (dalle croci alle kippah, ai veli e oggi ai burkini) divenisse un’offesa alla civile convivenza, trasformandosi in un tentativo di occupazione e conquista di un ambito (lo spazio pubblico) che deve rimanere comune e condiviso.

La cultura della laicità francese non merita molte delle critiche che le sono state mosse, ma dovrebbe essere esportata rapidamente in altri luoghi d’Europa. Per scoraggiare la discesa lungo quel piano inclinato che porta, nel nome di un malinteso multiculturalismo, ad accettare un numero crescente di eccezioni al rispetto dei valori fondanti della convivenza sociale. Si inizia con l’accettare il burkini e si finisce con il trangugiare la schiavitù. Sempre in nome del rispetto per la diversità culturale. Una deriva da evitare, ad esempio, ispezionando con attenzione, e sempre seguendo l’esempio di una legge francese del 2001, la vita interna delle tante organizzazioni settarie proliferate nel cristianesimo occidentale nell’ultimo mezzo secolo.

“Ma le donne musulmane che vanno in spiaggia in burkini scelgono di farlo liberamente, perché lo ritengono giusto”. Con questo argomento dal pragmatismo si passa a un’istanza genericamente liberale che prevede il rispetto per le scelte altrui compiute in piena coscienza e liberamente maturate. Il principio è giusto, ma siamo sicuri che si possa applicare a questo come ad altri casi nei quali le pressioni culturali e psichiche a conformarsi agiscono con forza inaudita?

E anche se si trattasse di una scelta apparentemente libera da parte delle donne musulmane, non potremmo concludere che si tratta di uno degli innumerevoli casi storici nei quali le persone compiono delle scelte lesive della loro dignità umana e contrarie ai loro interessi a non essere discriminate? Non possiamo considerarle vittime di quella stessa subordinazione psicologica e culturale che ha fatto sì che tanti dei nostri avi braccianti poveri e ignoranti accettassero come parte dell’ordine naturale e volute da Dio le tante umiliazioni che subivano dai potenti? Erano davvero libere, in un altro contesto culturale e religioso, le donne che “volontariamente” si gettavano nella pira dove ardeva il cadavere del coniuge? Sono libere le donne che si sottopongono “volontariamente” alla mutilazione genitale?

Il no al burkini appare quindi comprensibile e sostanzialmente giusto. A patto che sia accompagnato da motivazioni razionali e non da una forma di discriminazione verso l’Islam o dal tentativo di ingraziarsi le simpatie dell’elettorato lepenista in vista delle elezioni presidenziali. Perché sia così è necessario che si accompagni ad una lotta verso tutte le altre forme di discriminazione (economica, politica, culturale, materiale e simbolica) delle donne e di qualsiasi altro gruppo sociale, in qualunque contesto (non solo religioso).

Quel programma semplice, ma straordinario presentato a Parigi nel 1789 è ancora lontano dall’essere realizzato.

(22 agosto 2016)