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martedì 29 marzo 2016

Teorie del complotto, Social Intelligent Design e disuguaglianza globale

di Francesco Suman da Micromega



Le teorie del complotto, proponendo versioni ipersemplificate della realtà sociale, presentano un'architettura esplicativa, finalistica e intenzionale, del tutto simile alla teoria dell'Intelligent Design che mirerebbe a spiegare la complessità del mondo naturale come prodotto di un agente superiore. La diffusione della disinformazione online è considerata una delle più serie minacce per la società odierna. Per questo i complottismi non vanno liquidati con quattro risate, ma colti per quello che sono: campanelli d'allarme.

Viviamo nell'era della condivisione dell'informazione: facebook, twitter, youtube, google plus, instagram, snapchat, sono alcuni dei più fruiti social media attraverso cui scorrono flussi rumorosi di informazioni di ogni tipo. Possiamo improvvisarci giornalisti filmando con lo smartphone un atto di vandalismo o le conseguenze di un'alluvione e caricarlo su youreporter per rendere testimone il mondo intero. Abbiamo un accesso potenzialmente illimitato e subitaneo a informazioni provenienti da ogni angolo del globo. Eppure, uno studio che ha fatto il giro del mondo, pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS da un gruppo di studiosi italiani che lavora al laboratorio di Computational Social Science dell'Istituto IMT Alti Studi di Lucca, diretto da Walter Quattrociocchi (The spreading of misinformation online), afferma che viviamo nell'era della disinformazione. Com'è possibile? È presto detto.
È noto che online girano tante bufale, informazioni non verificate e non filtrate che si diffondono in modo virale fino a costituirsi in leggende metropolitane o teorie del complotto. Si passa da i sempreverdi avvistamenti UFO alla presenza sulla terra di extraterrestri rettiliani, alcuni dei quali sarebbero persino piazzati in strategiche posizioni di potere. Lo sbarco sulla Luna? Mai avvenuto. Le scie chimiche lasciate dagli aerei in quelle giornate terse sono un lento strumento di avvelenamento della popolazione da parte di un potere occulto, ma c'è anche la variante secondo cui servirebbero a influenzare il cambiamento climatico. Altre teorie invece negano proprio il cambiamento climatico. Vi sono poi teorie di dominio economico che incolpano un occulto e settario potere bancario detentore delle sorti dell'ordine mondiale. È difficile essere precisi nella descrizione di queste teorie, perché l'oggetto in questione, per sua definizione e natura, è esso stesso sfuggente e non definito. Il lettore può dilettarsi nella libera esplorazione del web e cercare i dettagli delle suddette teorie, rimanendo perplesso o, perché no, persuaso, dai loro argomenti.
Baggianate da liquidare con quattro risate riterranno i più. Invece no. Il World Economic Forum nel 2013 ha incluso la diffusione di informazioni fasulle tra le più serie minacce per la società. Notizie e informazioni si accumulano in modo letteralmente incontrollabile nel web, proprio per la sua natura reticolare e partecipativa. Una voce corre online e può risuonare fino all'altra parte dell'oceano in men che non si dica. Internet ci ha restituito una sorta di versione tecnologicamente implementata di cultura orale, con fascino e rischi annessi. Informazioni caotiche, e fluttuanti in prima istanza, tendono prima o poi ad aggregarsi, catturate dalle scelte dei fruitori, arrivando a costruire cluster più o meno coerenti di notizie, che, per facilità di accesso, giocano un ruolo preminente nei processi di opinion making di oggi. Ma con quali criteri avvengono l'aggregazione dell'informazione online e conseguentemente la formazione di opinioni?
Lo studio di Quattrociocchi e colleghi mostra che il “pregiudizio di conferma” (confirmation bias) è tra i criteri decisionali fondamentali alla base di questi processi. In un contesto di flusso massivo di informazioni non filtrate, si tende a privilegiare (e a riconoscersi in) informazioni che confermano ciò che già si pensa. Se una persona ha fatto un investimento in banca - “Sicuro eh!”, gli era stato detto - ma vede la banca precipitare nel baratro portando con sé i suoi risparmi, e contemporaneamente legge online che le banche sono istituti il cui unico interesse è il profitto, non curanti dei servizi che dovrebbero garantire o delle sorti del malcapitato risparmiatore, c'è da aspettarsi che quest'ultimo manifesti la sua approvazione alla “teoria del signoraggio bancario” almeno con un “like”.
Il pregiudizio di conferma, esteso su larga scala, tende a creare le cosiddette echo chambers, ovvero luoghi virtuali di aggregazione in cui tutti i presenti tendono a pensarla allo stesso modo riguardo a uno specifico tema (sia questo la negazione del cambiamento climatico o dell’evoluzione darwiniana, le scie chimiche, o gli UFO). Chi entra in queste camere di risonanza lo fa perché sente che le proprie precostituite convinzioni, spesso istintive, grezze, di pancia, hanno finalmente voce. Il fatto è che da lì il pensiero tende a non venire elaborato ulteriormente, anzi, semmai l'intuizione ingenua, di pancia, si rinforza attorno a pochi punti dando luogo a proto-teorie o credenze a dire il vero alquanto bizzarre. Le teorie del complotto che proliferano online, oggetto di studio dell'articolo summenzionato, sarebbero precisamente il prodotto di tali meccanismi.
Cosa c'è che non va nelle teorie del complotto? Proviamo a dirla con William Gibson, il padre del genere letterario cyberpunk: “Le teorie del complotto sono popolari perché, non importa di cosa trattino, sono tutte realtà confortevoli, perché sono tutte modelli di semplicità totale. Penso che facciano leva sul nostro lato infantile che vuole sempre sapere cosa sta accadendo.”
(tradotto da un'intervista rilasciata nel 2007 http://thetyee.ca/Books/2007/10/18/WillG...)
Le teorie del complotto hanno così successo perché partono da fatti molto vicini alla vita quotidiana dei più e in pochi passaggi logici (o meno) giungono a individuare la causa ultima responsabile di quegli eventi; nel fare ciò, delineano una visione del mondo, che spesso identifica un nemico contro cui schierarsi. Strumenti psicologici basilari e efficacissimi per innescare meccanismi di identificazione e consenso, purtroppo all'opera anche in sistemi di reclutamento che costituiscono minacce ben più tangibili delle scie chimiche (si pensi al ruolo della rete nel reclutamento dei foreign fighters e nel processo di radicalizzazione islamica di giovani europei che in taluni casi non avevano avuto alcun contatto personale precedente con reclutatori  - un ottimo libro recente su questo è “L’ultima utopia” di Renzo Guolo, Guerini, 2015).
E’ interessante notare una similitudine tra la struttura esplicativa di queste “teorie” e l'argomento della complessità irriducibile portato dai sostenitori dell'Intelligent Design. Entrambi condividono una struttura esplicativa iper-semplificatoria.
Partiamo dal secondo. Alla sua base vi sta la tanto intuitiva quanto ingenua analogia tra complessità di artefatti umani, frutto dell'attività di un agente intenzionale dotato di scopi, e complessità di strutture naturali. Se troviamo un orologio di pregiata fattura, spiegava William Paley nella sua Teologia naturale del 1802, saremmo portati a credere che sia frutto del progetto e dell'azione intenzionale di un orologiaio; non attribuiremmo mai la complessa interazione degli ingranaggi dell'orologio al prodotto del puro caso. Così se lungo una spiaggia trovassimo il complesso disegno a spirale su di una conchiglia non potremmo fare altro che pensare all'azione di una mente suprema che ha progettato l'universo, la natura e i suoi prodotti. L'evoluzione esiste, ma non può che essere l'esito di un disegno intelligente.
Questo tipo di spiegazione è iper-semplificatoria perché salta dal prodotto finale alla causa ultima, ignorando un'infinità di passaggi intermedi: non prende in considerazione i tempi del processo evolutivo; non prende in considerazione le interazioni con altri soggetti del contesto (ecologico) entro cui l'evoluzione si compie; non prende in considerazione i meccanismi che possono condurre alla formazione del pattern osservato. In più, il ragionamento è uno dei più classici esempi di detestabile antropomorfismo (una forma di egocentrismo cosmico), ovvero l'attribuzione di proprietà umane, intenzionali, finalistiche, agenziali, a un'entità – la natura – che di umano non ha necessariamente niente.
Fortunatamente questi argomenti, nel dominio delle scienze biologiche, sono stati smontati (seppur non senza difficoltà, dacché sostenitori dell'Intelligent Design proliferano tutt'oggi in paesi avanzati che si dicono paladini di libertà e democrazia) dalla teoria dell'evoluzione neodarwiniana, oltre ogni ragionevole dubbio. Sfortunatamente, ad oggi, le scienze sociali non hanno ancora visto nascere il loro Charles Darwin, e venire a capo della complessità delle dinamiche sociali con un'unica elegante teoria esplicativa è un'impresa lungi dall'avere un traguardo in vista.
Avremmo proprio bisogno di una sorta di “teoria della società” che mostrasse come il salto esplicativo da evento singolo (come la perdita dei propri risparmi per colpa di un agente bancario truffaldino) alla sua causa ultima (complotto globale del signoraggio bancario), proposto dalle teorie del complotto, sia logicamente del tutto ingiustificabile, in quanto un super-agente che agisca in maniera intenzionale e che disponga del controllo di tutti i livelli di complessità dei nodi della rete sociale, e che per di più sia in grado di tenere nascosti i propri piani, pur riuscendo a metterli sistematicamente in atto, assomiglia molto a qualcosa che potremmo definire Social Intelligent Design.
Karl Popper si pronuncia così nel secondo volume de La Società aperta e i suoi nemici: “Bisogna riconoscere che la struttura del nostro ambiente sociale è, in un certo senso, fatta dall’uomo: che le sue istituzioni e tradizioni non sono il lavoro né di Dio né della natura, ma i risultati di azioni e decisioni umane, ed alterabili da azioni e decisioni umane. Ma ciò non significa che esse siano tutte coscientemente progettate e spiegabili in termini di bisogni, speranze e moventi. Al contrario, anche quelle che sorgono come risultato di azioni umane coscienti e intenzionali sono, di regola, i sottoprodotti indiretti, inintenzionali e spesso non voluti di tali azioni. (…) Io non intendo affermare, con questo, che cospirazioni non avvengano mai. Al contrario, esse sono tipici fenomeni sociali. (…) Cospirazioni avvengono, bisogna ammetterlo. Ma il fatto notevole che, nonostante la loro presenza, smentisce la teoria della cospirazione, è che poche di queste cospirazioni alla fine hanno successo. I cospiratori raramente riescono ad attuare la loro cospirazione”
Cosa intende qui Karl Popper ce lo spiega oggi David Robert Grimes, un fisico dell'università di Oxford, che ha mostrato con una formula pubblicata in un articolo apparso su PLOS ONE (http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0147905), che le grandi cospirazioni non possono restare segrete troppo a lungo: questo tipo di macchinazioni necessariamente coinvolge un numero di “complici” elevato al punto che la probabilità che uno di questi non faccia un passo falso, facendosi scoprire, è troppo bassa per far sì che la cospirazione si realizzi.
L'intenzionalità dell'azione umana ha un raggio d'azione limitato. La libertà individuale finisce dove comincia quella degli altri, ma si potrebbe dire anche che l'intenzionalità di un'azione finisce quando si incontra con l'intenzionalità degli altri. All'interno della rete sociale, l'intenzionalità individuale si diluisce, e un soggetto super partes capace di direzionare un'amplissima moltitudine di intenzionalità singole, per di più in maniera occulta, semplicemente non può esistere. L'azione collettiva è un risultato non intenzionale di interazioni intenzionali a livello individuale.
Nonostante tutto questo, le teorie del complotto persistono e anzi, come mostrato da Quattrociocchi e colleghi, più ci si sforza di smontarle (facendo azione di debunking) più i loro sostenitori si chiudono a guscio all'interno delle loro camere di risonanza, attaccandosi alle loro convinzioni.
Ricercare le cause di un evento traumatico (la perdita dei risparmi, o la paura derivante da un percepito stato di instabilità) è un meccanismo di elaborazione fondamentale che si innesta per affrontare il superamento del trauma. Le risposte cui si giunge sono però spesso più autoconsolatorie che veramente conformi alla realtà delle cose. Come venire a capo allora di questo enorme fenomeno psicodrammatico-sociale nel villaggio globale?
Le soluzioni immediate sembrano non esserci. Siamo destinati ad andare incontro a un mondo in cui vige l'anarchia intellettuale, ovvero in cui non abbiamo modo di discriminare tra diversi sistemi di credenze, all'interno della medesima società e del medesimo intorno culturale? È davvero equivalente credere che i vaccini facciano venire l'autismo oppure essere convinti che vaccinarsi sia l'unico metodo sicuro per prevenire la diffusione di gravi malattie infettive?
Karl Popper, assieme a molti altri filosofi della scienza, dedicò gran parte della sua vita a ragionare intorno al cosiddetto Principio di Demarcazione, ovvero sviluppare un criterio secondo cui distinguere rigorosamente una proposizione scientifica da una proposizione pseudo-scientifica o metafisica. Spesso ai filosofi viene rimproverato che il loro lavoro non ha ricadute applicative sulla società. Sarebbe interessante e proficuo se i filosofi riuscissero a sviluppare (se mai fosse possibile) un Principio di Demarcazione che ci aiutasse a saggiare la qualità dell'informazione, a distinguere cosa può essere ritenuto informazione affidabile, verificata, filtrata e cosa informazione inaffidabile, spazzatura, infondata. Il ramo della filosofia dell'informazione - un'interessante intersezione tra filosofia della scienza e etica, di cui si occupa Luciano Floridi, docente di Oxford  e membro dell'“Ethics Advisory Group on the ethical dimensions of data protection” - potrebbe essere un buon candidato a studiare soluzioni a riguardo.
Applicando poi il noto slogan di Marshall McLuhan “il medium è il messaggio”, dovremmo forse incolpare direttamente internet per la scarsa qualità delle informazioni che produce? Certo la struttura degli strumenti di diffusione dell'informazione influenza di molto la ricettività delle informazioni stesse, ma addossare la colpa a internet e demonizzarlo, come molti già fanno, sarebbe un po' come incolpare il motore a scoppio per il tasso di inquinamento delle nostre città, invece di prendersela con la gestione miope delle giunte comunali. Internet è una tecnologia dalle potenzialità rivoluzionarie e ciò che aiuterebbe sarebbe una maggiore educazione all'uso di questo strumento straordinario: viviamo in un'epoca in cui metà della popolazione (quella vecchia) è analfabeta digitale e l'altra metà (quella giovane) soffre di bulimia digitale. Anche in un mondo futuristico, i vecchi rimedi (istruzione, ricerca, innovazione) non sono mai da buttare.
Infine, una riflessione in parte politica. La classe dirigente e quella intellettuale troppo spesso si misurano con i cosiddetti “complottisti” con una detestabile, e invero poco intelligente, supponenza, liquidandoli per lo più come gli ultimi difensori dell'ancien régime trattavano la plebe ignorante. Le teorie del complotto sono una manifestazione di un'inquietudine e un malcontento della società troppo profondi per essere archiviati con quattro risate. Questo disagio, che si manifesta in espressioni ingenue, paranoiche, o addirittura patetiche (dal complotto rettiliano all'ordine mondiale in mano a una sorta di Spectre), sta in realtà per qualcos'altro, di molto più grave, che riflette una realtà di fatto alla base delle più grosse questioni globali degli anni a venire: l'allargamento della forbice della disuguaglianza. Le teorie del complotto altro non sono che elaborazioni collettive, immaginifiche e fantasiose, che riflettono la struttura bipolare del sistema economico odierno, che ha portato a concentrare enormi capitali, di denaro e di potere, in mano a pochi, lasciando un sempre più alto numero di persone a farsi la guerra per le briciole. Questa distribuzione purtroppo si rivela valida sia a livello nazionale sia a livello globale. Esistono colossi aziendali (settori energetico, informatico, della grande distribuzione) che hanno fatturati di gran lunga superiori a PIL di Stati nazionali e non riconoscere che questi possono trattare alla pari, se non dall'alto in basso, almeno con i piccoli Stati è ingenuo quanto credere alle teorie del complotto. Queste ultime lanciano un'indiretta ma fortissima critica a un modello di sistema economico che genera storture, accusandolo di essere lontano dagli interessi dei molti e vicino agli interessi di pochi.
Le teorie del complotto rappresentano una sorta di bestemmia contro ciò che viene avvertito come un potere lontano e dispotico, un impotente e frustrato grido di ribellione contro un ordine odiosamente immutabile, che schiaccia. Le teorie del complotto sono il prodotto grezzo di un incontro inedito: un sentimento collettivo di frustrazione implementato da una nuova tecnologia, la rete. Forse non sono tra le più eleganti espressioni di critica ai sistemi totalitari come possono essere stati 1984 di Orwell o The Wall dei Pink Floyd (che difficilmente liquideremmo come opere di complottisti), ma sono comunque una nuova forma di espressione, a tratti addirittura inconsapevole, in quanto frutto di un'azione collettiva non del tutto intenzionale, di forte critica al potere costituito e al sistema economico ad esso intrecciato.
In questo senso le teorie del complotto dovrebbero essere un campanello d'allarme capace di sollevare una questione politica. Sempre che vi sia una classe politica, dirigente e intellettuale capace di cogliere i segnali d'allarme. L'attenzione su questi temi deve crescere e non è un caso che il premio Nobel per l'economia 2015 sia stato assegnato allo scozzese Angus Deaton per i suoi studi sui consumi, sulla povertà e sul welfare.
In conclusione, le iper-semplificazioni sono ciò di cui occorre diffidare, sempre. La realtà è complessa ad un livello inavvicinabile anche dalle più audaci fantasie. Per questo non c'è nulla di più affascinante da indagare che le trame della realtà stessa, senza cedere a scorciatoie esplicative che ci priverebbero di quel gusto unico e irrinunciabile di scoprire le cose. Diceva Charles Darwin, nell'Origine delle specie (p. 241, edizione Bollati Boringhieri): “è indispensabile che la ragione vinca; ma io ho sentito troppo acutamente queste difficoltà per essere sorpreso dell'altrui esitazione”

venerdì 2 ottobre 2015

Perché cerchiamo di smontare le bufale

Articolo interessante, ma a parte lo scivolone sul narcisismo, molto poco scientifico, gli scienziati propongono una lettura metacominicativa di fatti  che li vedono direttamente coinvolti e sui quali non è proprio possibile mantenersi neutrali o spingere il dialogo oltre un certo limite. 
Capisco il discorso sul rafforzamento dell'identità, ma non si può iscrivere in una guerra fra bande chi fa un lavoro paziente di demistificazione, con strumenti scientifici, di bufale pericolose che non sono esattamente l'equivalente del tifo per il Milan o per l'Inter. Prendiamo per esempio la guerra contro i vaccini e contro le terapie convenzionali per il cancro e, per fare un esempio a favore di terapie a base di bicarbonato o veleno di scorpione. Sono situazioni che coinvolgono personaggi dai risvolti chiaramente truffaldini ed è difficile pensare che in questi casi un atteggiamento equilibrato possa limitarsi al dialogo, una volta depurato il proprio"inconscio" da fastidiosi sedimenti narcisistici. Sappiamo benissimo che in certi casi ritardare le cure che hanno un'efficacia certa può essere letale. Non credo sia il caso rievocare gli innumerevoli fatti di cronaca che narrano di casi drammatici in cui spesso sono coinvolti bambini.
Che si debba dialogare va bene, ma gente come Simoncini deve essere smascherata. 
Pazienza poi per gli sciachimisti, che tutto sommato non fanno del male a nessuno, ma se c'è gente che non fa vaccinare i propri figli dal morbillo che facciamo? Taciamo per mostrare la nostra superiorità e il nostro distacco zen? 
Gli scienziati trascurano una variabile: la coerenza intellettuale. Fino a che punto la pulsione narcisistica degli appartenenti ai singoli cluster riesce a soffocare la coerenza intellettuale di ciascuno?
Ad ogni modo, personalmente non sono interessato alle motivazioni interiori che spinge una persona brillante a smascherare le bufale, mi interessa che lo sappia fare bene.
Riguardo al dialogo, possiamo dialogare.


da wired
Gli eserciti di complottisti e debunker sono sempre più agguerriti. Ciascuno convinto di portare avanti una missione salvifica e indispensabile. Ma le ragioni reali del conflitto sono ben altre


bufale
(Foto: Robertus Pudyanto/Getty Images News)
Siete venuti a sapere che il cugino di un vostro conoscente, grazie a un preparato omeopatico, è guarito da una brutta tosse senza dover ricorrere alla malvagia Big Pharma. Oppure, ancora peggio, avete appreso con raccapriccio che l’alimentazione vegana cura i tumori. E il piccolo Galileo che è in voi si è indignato: intollerabile che ci sia ancora qualcuno che ancora crede a queste fandonie, avete pensato. Allora avete aperto il vostro profilo Facebook per raccontare al mondo l’assurdità dell’ennesima bufala, affilando le armi dialettiche e cercando i giochi di parole più brillanti. Il contatore dei mi piace è impazzito. Sono fioccati commenti entusiasti. Qualcuno ha provato a protestare, ma, schiacciato dalle vostre argomentazioni iperrazionali, si è dileguato con la coda fra le gambe. Avete messo alla berlina i complottari – così li avete chiamati, scimmiottando i loro “svegliaa!1!1!!” – e vi siete guadagnati una medaglia al valore sul campo dell’eterna battaglia contro la disinformazione online. Ora non resta che godervi il meritato riposo del guerriero.
Soddisfatti, vero? In realtà, a ben vedere, c’è poco di cui esaltarsi. E i motivi sono almeno due. Anzitutto, sappiate che quel che vi spinge per davvero a combattere questa battaglia non è l’amore per la verità. È l’amore per voi stessi. Il desiderio di apparire arguti e brillanti puntando il dito contro l’ottusità altrui. Dietro i vostri post smontabufale c’è Narciso, più che Galileo. E ancora: la vostra paziente opera di debunking, a conti fatti, non sta rendendo un grande servizio alla causa. Nella maggior parte dei casi, è anzi addirittura controproducente. I vostri bei calcoli su numero di Avogadro e diluizioni infinite, accompagnati da qualche motto di spirito sulla memoria dell’acqua, non faranno cambiare idea a nessun fan dell’omeopatia. Lo renderanno soltanto ancora più incattivito, convincendolo che anche voi fate parte del grande complotto, e sempre meno disposto a darvi ascolto.
A dimostrarlo sono i numeri appena presentati da un’équipe di informatici, matematici, fisici e statistici dell’Imt Institute for Advanced Studies di Lucca, nel lavoro Emotional Dynamics in the Age of Misinformation, appena pubblicato sulla rivista Plos One, e in altri due studi caricati sul server di preprint ArXiv (qui e qui) e in attesa di pubblicazione. Gli scienziati, in particolare, hanno analizzato un imponente corpus di contenuti Facebook (73 pagine, 270mila post, 9 milioni di mi piace, 1 milione di commenti, 18 milioni di condivisioni) per comprendere, per l’appunto, le dinamiche emotive alla base del comportamento degli utenti che propagano le bufale online e di quelli che cercano sistematicamente di smascherarli. “La principale determinante che guida la selezione dei contenuti online”, ci ha raccontato Walter Quattrociocchi, coordinatore del team, “è il cosiddetto confirmation bias: la rete – e in particolare i social network – non serve per informarsi, ma per avere conferme a quello che già si conosce”. Cioè per certificare la propria appartenenza a una tribù e rimanere protetti all’interno del gruppo dei propri simili.
Analizzando commenti e interazioni tra gli utenti, gli scienziati hanno infatti confermato l’esistenza di comunità (in gergo cluster) fortemente polarizzate e omofile: “Esistono due narrative contrastanti: una è quella che potremmo definire scientifica, l’altra è quella dei complottisti”, continua Quattrociocchi. “Sono due gruppi completamente scissi e non comunicanti, sia a livello di interazione che di rete sociale. In altre parole, ciascuno dei due gruppi è capace soltanto di parlare alla propria pancia. Gli utenti che ne fanno parte sono esposti (anche grazie all’algoritmo selettivo di Newsfeed) solo a contenuti provenienti da altri membri dello stesso cluster, e interagiscono solo con questi ultimi. L’espressione coniata da Quattrociocchi e colleghi per descrivere il fenomeno è echo chamber, una “camera chiusa in cui risuona e si amplifica sempre e soltanto la propria voce”.
Come se non bastasse, analizzando i commenti degli utenti di entrambe le tribù (debunker e complottisti, per intenderci), gli scienziati hanno notato comportamenti e dinamiche quasi indistinguibili: “Abbiamo scoperto”, si legge nell’abstract, “che per entrambi i tipi di contenuti, più si allunga la discussione e più prevalgono i commenti dominati da sentimenti negativi [classificati automaticamente con un algoritmo di analisi semantica, nda]. Le discussioni all’interno delle echo chamber, insomma, tendono facilmente a degenerare in odio, insulti e irrisione. E le (rare) incursioni all’esterno della propria nicchia, dicono gli scienziati, sono addirittura peggiori, caratterizzate da contenuti e commenti ancora più negativi, che non hanno altro risultato se non quello di alzare ulteriormente le barricate e abbassare la qualità complessiva dell’informazione.

Caratterizzazione "emotiva"  di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti (Immagine: Plos One)
Caratterizzazione “emotiva” di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti. Prevalgono i sentimenti negativi, specie al crescere della lunghezza della discussione (Immagine: Plos One)
Ecco qualche dato concreto: i mi piace degli utenti sono coagulati quasi esclusivamente sui contenuti di uno solo dei due cluster e non esistono utenti che interagiscono contemporaneamente con post complottisti e scientifici. Per di più, gli scienziati hanno notato una correlazione lineare tra numero di amici con gusti simili ai propri (per esempio complottisti) e numero di mi piace sulla relativa narrativa. E ancora: ogni mi piace su un argomento specifico all’interno di una echo chamber aumenta del 12% la probabilità di abbracciarne un altro: vuol dire che, se un utente interagisce positivamente, per esempio, con un post relativo alle scie chimiche, è più probabile che si comporterà allo stesso modo con un post che parla di autismo e vaccini. Mentre nei post all’interno di una echo-chamber i commenti con emozioni negative sono pari al 54% (tra le pagine complottiste) e al 27% (tra le pagine anti-bufala), quando gli eserciti si affrontano a viso aperto, fuori dai rispettivi cluster, i contenuti negativi salgono al 60% del totale e crescono al crescere della lunghezza delle discussioni.

Sulla x il numero di "mi piace" a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
Sulla x il numero di “mi piace” a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
E qui arriviamo al narcisismo, intimamente collegato al fenomeno del confirmation bias. Un atteggiamento psicologico non (ancora) misurabile direttamente, ma che si può inferire da tre delle grandezze osservate dagli esperti: la correlazione tra “mi piace” e amici del proprio profilo, la forte appartenenza a uno dei due cluster e, per l’appunto, la teoria del confirmation bias.
Crogiolarsi nel proprio gruppo, qualsiasi esso sia, rimestare nel pentolone dei contenuti già presentati, proporne ed elaborarne di nuovi (è il cosiddetto processo di collective training), schernire chi appartiene al cluster nemico non sono altro, secondo gli scienziati, che comportamenti che hanno il fine di ribadire la propria appartenenza, rafforzare il proprio carisma e soddisfare il proprio desiderio di autocompiacimento. E in questo siamo tutti sulla stessa barca: “Gli appartenenti a entrambi i gruppi”, spiega ancora Quattrociocchi, “giocano allo stesso gioco. Il cui fine ultimo è creare un’immagine grandiosa di sé screditando gli altri. I complottisti, all’interno della propria tribù, accusano il resto del mondo di essere dormiente e di farsi abbindolare dalla comunità mainstream. I debunker, dal canto loro, irridono crudelmente l’ingenuità e la poca solidità delle argomentazioni dei complottisti”. Le relative discussioni online sono un continuo darsi di gomito tra persone che già la pensano allo stesso modo e che fanno sfoggio della propria arguzia comodamente chiusi all’interno del proprio gruppo.
Il fenomeno, secondo Quattrociocchi, può ulteriormente degenerare: “Di questo passo, si arriverà alla polarizzazione ricorsiva all’interno dei cluster, che si spaccheranno in comunità più piccole e più agguerrite, ognuna delle quali sarà capace di parlare solo a se stessa e ignorerà completamente le informazioni provenienti dalle altre”. Una possibile via per uscire dall’impasse è quella di aprire gli occhi ai narcisi, esasperando il loro personaggio fino a renderlo paradossale e ridicolo. Criticare Miss Italia per la sua uscita infelice è un vostro diritto sacrosanto. Irriderla pubblicamente per apparire più brillanti è, invece, una mossa alquanto inelegante. Ricordate che fine fece Narciso?