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martedì 3 gennaio 2017

IL REGIME VUOLE IL MONOPOLIO DELLE BUFALE. GIÙ LE MANI DALLA RETE!

di Giorgio Cremaschi 


La campagna contro le cosiddette bufale della Rete è la reazione in malafede di tutti i poteri politici, economici, militari, dell'informazione, che temono di perdere il loro monopolio della verità. Certo sulla rete viaggia di tutto, anche invenzioni e fesserie, ma nessuna di queste "bufale" ha mai superato il controllo e la contestazione della rete stessa. Perché nella rete ci sono milioni di persone in carne ed ossa che contribuiscono alla sua funzione critica, a volte pagando di persona proprio per questo.
Al contrario le falsità del palazzo sono sempre state sostenute ed amplificate dal sistema dei mass media e dagli intellettuali complici, con danni drammatici per tutti noi. Ricordate il segretario di Stato di Bush, Colin Powell, mostrare all'ONU, nel febbraio 2003, la fiala che avrebbe dovuto contenere le prove delle armi chimiche di Saddam Hussein? Era un falso voluto dal governo USA per giustificare l'invasione dell'Iraq. Tutti i governi occidentali, tutti i massmedia, tutti i commentatori dei grandi giornali, fecero propria questa colossale menzogna e gli USA scatenarono quella guerra che ancora oggi fa strage ovunque, da ultimo nelle discoteche di Istanbul.
Per anni il regime della grande finanza internazionale ha potuto presentare i suoi più sfacciati interessi e affari come una necessità comune. E questo grazie a quella stessa propaganda che esaltava la guerra come strumento di esportazione della democrazia.
Mentre l'Unione Europea distruggeva ovunque lo stato sociale e sottoponeva la Grecia ad una dittatura coloniale, tutto il regime mediatico vantava la bellezza dell'europeismo. Le élites politico economiche hanno potuto nascondere il loro dominio sulle nostre vite presentando il loro potere come la più nuova e moderna delle democrazie. Per anni il dominio della bugia a reti unificate ha determinato i passaggi fondamentali delle nostre società, fino a che ad un certo punto la macchina del consenso si è inceppata. La crisi è nata dal divario enorme e crescente tra la propaganda ufficiale ed i risultati reali. La guerra che doveva liberarci dal terrorismo lo ha importato nelle nostre città, la crisi economica sempre più pesante e discriminatoria nei suoi effetti, ha mostrato la vacuità degli inni alla ripresa.
La rete non ha prodotto nulla di proprio, ma ha registrato e diffuso la crescente insoddisfazione di massa e reso sempre più insopportabili e ridicole le bugie di regime. Il sistema di propaganda ufficiale è diventato meno credibile, e dal referendum greco a quello sulla Brexit, dall'elezione di Trump alla vittoria del NO in Italia, ha potuto solo registrare pesanti sconfitte. I pronunciamenti popolari sono stati diversi, opposti anche, ma in comune hanno avuto il rifiuto e persino il dileggio delle bufale della propaganda dei governi e del mondo degli affari.
È questa sconfitta che ha indotto i poteri forti, i signori della propaganda e i loro servi sciocchi a lanciare la campagna per il controllo della rete. Da noi il massimo della sfacciataggine lo ha toccato la presidente della Camera in piena campagna referendaria. Mentre tutte le TV e il 98% dei giornali sostenevano fanaticamente il SI, Boldrini ha convocato un convegno per denunciare i rischi per la democrazia provenienti dalla rete. Poi, dopo il presidente dell'antitrust che avrebbe ben altro da fare, anche il presidente Mattarella ha auspicato un controllo sulla comunicazione in internet.
Vorrebbero che la rete funzionasse come la Rai, Mediaset, Sky, o come quasi tutti i quotidiani, vorrebbero che la rete fosse cosa loro.
Tutti questi censori, da quelli di casa nostra a Obama al Parlamento Europeo, non vogliono capire che la loro verità è andata in crisi non per colpa della rete, ma perché troppo lontana dalla realtà. Cercando di imbrigliare nei loro giochi la rete, essi dimostrano soltanto di non aver capito nulla della crisi attuale e di voler continuare con le politiche disastrose sin qui seguite, cercando solo di silenziare il dissenso. Le élites hanno trasferito nella comunicazione la loro campagna contro il populismo. Per loro è populista tutto ciò che non accetta il loro potere ed è contrario ad una corretta informazione tutto ciò che smentisce le loro verità.
La rete non è il paradiso della libertà, anzi anche lì bisogna lottare perché le verità nascoste emergano, ma il regime della bugia che ci ha finora governato non tollera neppure parziali spiragli di luce e vuole controllare tutto. Per questo bisogna dire a questi imbroglioni: giù le mani dalla rete!

lunedì 26 ottobre 2015

Come insegnare a non credere alle bufale

Il trucco è trasmettere lo scetticismo scientifico e i docenti universitari dovrebbero spiegare le pseudoscienze intorno a noi



da Wired

Come insegnare il metodo scientifico e, più in generale, a pensare in modo critico? Oggi che le bufale affollano tanto i vecchi che i nuovi media (ammesso che abbia ancora un barlume di senso la distinzione), forse limitarsi al contenuto degli attuali libri di testo e sciorinare in scuole e università lezioni su Galileo Galilei non è sufficiente. Secondo uno studio del 2012 condotto presso l’università dell’Arizona, gli studenti che negli ultimi vent’anni si sono iscritti a facoltà non scientifiche dimostravano sì una discreta alfabetizzazione scientifica, ma questo non impediva a molti di loro di credere in dischi volanti, astrologia e parapsicologia. Questa forma mentis inoltre cambiava pochissimo col procedere degli studi: in altre parole l’irrazionalità dimostra di resistere benissimo all’educazione formale.
E se i docenti universitari invece cominciassero a sfruttare proprio le bufale, e in particolare le pseudoscienze, per far germinare nei loro studenti lo scetticismo scientifico, impareggiabile strumento per distinguere i fatti dalla fantasia? Ne sono convinti gli psicologi Rodney Schmaltz (MacEwan University, Canada) e Scott O. Lilienfeld (Emory University, Usa) che sulla rivista Frontiers in Psychology argomentano questa tesi e forniscono qualche esempio di applicazione.
L’obiettivo non è dire agli studenti che, ad esempio, una certa affermazione è sicuramente pseudoscientifica, ma fare in modo che lo possano scoprire da soli testandola empiricamente e scovando le falle nel ragionamento che la supporta. Se infatti distinguere formalmente tra scienza e pseudoscienza è pane per i filosofi, i principali tratti diagnostici sono facilmente riconoscibili nella pratica, con un po’ di esercizio.
Favole quantistiche
Prendiamo uno dei molteplici casi dove la meccanica quantistica viene citata, a sproposito, come giustificazione di affermazioni pseudoscientifiche: The Secret. Nel libro di Rhonda Byrne del 2006 tratto dall’omonimo film, si spiega che esistono leggi universali per le quali (riassumendo) se davvero credi fortemente a un obiettivo da raggiungere alla fine lo raggiungerai, basta essere positivi e avere fiducia nelle proprietà del Cosmo. All’interno del volume si possono leggere perle come questa:

“Le nostre emozioni sono un meccanismo di feedback che ci dice se siamo in carreggiata o no, se siamo sulla strada giusta o no. Ricorda che i tuoi pensieri sono la causa prima di ogni cosa. Così, ogni volta che fai un pensiero intenso e prolungato, lo mandi immediatamente nell’Universo. Quel pensiero si unisce magneticamente alla frequenza simile e nel giro di qualche secondo ti restituisce la lettura di quella frequenza attraverso le tue emozioni.”
Queste frasi hanno un senso o siamo di fronte a una insalata di parole che usa a sproposito termini scientifici per far sembrare più profonda e documentata una affermazione per la quale non esistono prove? E di chi sono le tesi illustrate in The Secret? Davvero di rispettabili scienziati o di stelle del marketing con un Ph.D. ottenuto a università on-line? Mostrando in aula questo materiale i professori possono guidare gli studenti indirizzandoli nella strada giusta per trovare da soli la risposta, e magari anche a costruire qualche semplice esperimento che metta alla prova le cosiddette leggi.
Medium & Co
Anche con la parapsicologia si può insegnare il pensiero critico agli universitari. Con un po’ di preparazione, il docente può mostrare un gioco di prestigio come piegare un cucchiaio sfiorandolo (uno dei trucchi è piegarlo ripetutamente avanti e indietro prima dello show) e sfidare gli studenti a trovare ipotesi alternative a quella soprannaturale. Oppure si può chiedere loro di indagare sui sedicenti medium: internet non dimentica e quasi ogni apparizione televisiva dei più famosi contattisti e/o veggenti è disponibile su Youtube. Davvero le previsioni di Sylvia Browne erano così precise? E allora come mai, pur avendo pubblicamente accettato la sfida, non ha mai partecipato alla One Million Dollar Paranormal Challenge del Re degli scettici James Randi?

Ufi
L’ultimo esempio che approfondiscono Schmaltz  e Lilienfeld riguarda gli onnipresenti alieni. Una sera del 1955 i coniugi Taylor erano ospiti della famiglia Sutton nella loro fattoria a Kelly, Kentucky. Le due famiglie, 11 persone in tutto, hanno riferito quella notte alle autorità di essere stati attaccati da terrificanti alieni: alti circa un metro, di colore argentato, dotati di artigli e grandi occhi gialli, sembravano librarsi nell’aria e voler assediare i malcapitati. Prima di gridare all’incontro ravvicinato bisogna però chiedersi se ci sono davvero delle prove della natura extra-terrestre dei visitatori notturni. Non c’è infatti nulla di meno attendibile di un testimone oculare (potete rendervene conto da soli guardando questo video) e bisogna considerare che nei giorni precedenti avevano fatto notizia avvistamenti di dischi volanti che altro non erano che meteore. Ma cosa potrebbero aver visto allora i Sutton e i Taylor? Secondo una indagine del CSI (Committee for Skeptical Inquiry, una associazione analoga al nostro CICAP) le descrizioni degli alieni sono quasi identiche a quella di altri avvistamenti di strane creature (ad esempio il celebre Uomo Falena) che si sono rivelati semplici gufi. In ogni caso, come nelle altre migliaia di avvistamenti di dischi volanti o dei loro presunti occupanti, le prove fisiche scarseggiano: come tendiamo a non credere sulla parola a qualcuno che dice di aver visto uno gnomo armato di ascia  un unicorno, dovremmo mantenere lo stesso scetticismo anche quando si parla di alieni.

Insomma, se adeguatamente custodite le bufale all’interno delle università potrebbero diventare un potente strumento per colmare alcune pericolose lacune di senso critico.

venerdì 2 ottobre 2015

Perché cerchiamo di smontare le bufale

Articolo interessante, ma a parte lo scivolone sul narcisismo, molto poco scientifico, gli scienziati propongono una lettura metacominicativa di fatti  che li vedono direttamente coinvolti e sui quali non è proprio possibile mantenersi neutrali o spingere il dialogo oltre un certo limite. 
Capisco il discorso sul rafforzamento dell'identità, ma non si può iscrivere in una guerra fra bande chi fa un lavoro paziente di demistificazione, con strumenti scientifici, di bufale pericolose che non sono esattamente l'equivalente del tifo per il Milan o per l'Inter. Prendiamo per esempio la guerra contro i vaccini e contro le terapie convenzionali per il cancro e, per fare un esempio a favore di terapie a base di bicarbonato o veleno di scorpione. Sono situazioni che coinvolgono personaggi dai risvolti chiaramente truffaldini ed è difficile pensare che in questi casi un atteggiamento equilibrato possa limitarsi al dialogo, una volta depurato il proprio"inconscio" da fastidiosi sedimenti narcisistici. Sappiamo benissimo che in certi casi ritardare le cure che hanno un'efficacia certa può essere letale. Non credo sia il caso rievocare gli innumerevoli fatti di cronaca che narrano di casi drammatici in cui spesso sono coinvolti bambini.
Che si debba dialogare va bene, ma gente come Simoncini deve essere smascherata. 
Pazienza poi per gli sciachimisti, che tutto sommato non fanno del male a nessuno, ma se c'è gente che non fa vaccinare i propri figli dal morbillo che facciamo? Taciamo per mostrare la nostra superiorità e il nostro distacco zen? 
Gli scienziati trascurano una variabile: la coerenza intellettuale. Fino a che punto la pulsione narcisistica degli appartenenti ai singoli cluster riesce a soffocare la coerenza intellettuale di ciascuno?
Ad ogni modo, personalmente non sono interessato alle motivazioni interiori che spinge una persona brillante a smascherare le bufale, mi interessa che lo sappia fare bene.
Riguardo al dialogo, possiamo dialogare.


da wired
Gli eserciti di complottisti e debunker sono sempre più agguerriti. Ciascuno convinto di portare avanti una missione salvifica e indispensabile. Ma le ragioni reali del conflitto sono ben altre


bufale
(Foto: Robertus Pudyanto/Getty Images News)
Siete venuti a sapere che il cugino di un vostro conoscente, grazie a un preparato omeopatico, è guarito da una brutta tosse senza dover ricorrere alla malvagia Big Pharma. Oppure, ancora peggio, avete appreso con raccapriccio che l’alimentazione vegana cura i tumori. E il piccolo Galileo che è in voi si è indignato: intollerabile che ci sia ancora qualcuno che ancora crede a queste fandonie, avete pensato. Allora avete aperto il vostro profilo Facebook per raccontare al mondo l’assurdità dell’ennesima bufala, affilando le armi dialettiche e cercando i giochi di parole più brillanti. Il contatore dei mi piace è impazzito. Sono fioccati commenti entusiasti. Qualcuno ha provato a protestare, ma, schiacciato dalle vostre argomentazioni iperrazionali, si è dileguato con la coda fra le gambe. Avete messo alla berlina i complottari – così li avete chiamati, scimmiottando i loro “svegliaa!1!1!!” – e vi siete guadagnati una medaglia al valore sul campo dell’eterna battaglia contro la disinformazione online. Ora non resta che godervi il meritato riposo del guerriero.
Soddisfatti, vero? In realtà, a ben vedere, c’è poco di cui esaltarsi. E i motivi sono almeno due. Anzitutto, sappiate che quel che vi spinge per davvero a combattere questa battaglia non è l’amore per la verità. È l’amore per voi stessi. Il desiderio di apparire arguti e brillanti puntando il dito contro l’ottusità altrui. Dietro i vostri post smontabufale c’è Narciso, più che Galileo. E ancora: la vostra paziente opera di debunking, a conti fatti, non sta rendendo un grande servizio alla causa. Nella maggior parte dei casi, è anzi addirittura controproducente. I vostri bei calcoli su numero di Avogadro e diluizioni infinite, accompagnati da qualche motto di spirito sulla memoria dell’acqua, non faranno cambiare idea a nessun fan dell’omeopatia. Lo renderanno soltanto ancora più incattivito, convincendolo che anche voi fate parte del grande complotto, e sempre meno disposto a darvi ascolto.
A dimostrarlo sono i numeri appena presentati da un’équipe di informatici, matematici, fisici e statistici dell’Imt Institute for Advanced Studies di Lucca, nel lavoro Emotional Dynamics in the Age of Misinformation, appena pubblicato sulla rivista Plos One, e in altri due studi caricati sul server di preprint ArXiv (qui e qui) e in attesa di pubblicazione. Gli scienziati, in particolare, hanno analizzato un imponente corpus di contenuti Facebook (73 pagine, 270mila post, 9 milioni di mi piace, 1 milione di commenti, 18 milioni di condivisioni) per comprendere, per l’appunto, le dinamiche emotive alla base del comportamento degli utenti che propagano le bufale online e di quelli che cercano sistematicamente di smascherarli. “La principale determinante che guida la selezione dei contenuti online”, ci ha raccontato Walter Quattrociocchi, coordinatore del team, “è il cosiddetto confirmation bias: la rete – e in particolare i social network – non serve per informarsi, ma per avere conferme a quello che già si conosce”. Cioè per certificare la propria appartenenza a una tribù e rimanere protetti all’interno del gruppo dei propri simili.
Analizzando commenti e interazioni tra gli utenti, gli scienziati hanno infatti confermato l’esistenza di comunità (in gergo cluster) fortemente polarizzate e omofile: “Esistono due narrative contrastanti: una è quella che potremmo definire scientifica, l’altra è quella dei complottisti”, continua Quattrociocchi. “Sono due gruppi completamente scissi e non comunicanti, sia a livello di interazione che di rete sociale. In altre parole, ciascuno dei due gruppi è capace soltanto di parlare alla propria pancia. Gli utenti che ne fanno parte sono esposti (anche grazie all’algoritmo selettivo di Newsfeed) solo a contenuti provenienti da altri membri dello stesso cluster, e interagiscono solo con questi ultimi. L’espressione coniata da Quattrociocchi e colleghi per descrivere il fenomeno è echo chamber, una “camera chiusa in cui risuona e si amplifica sempre e soltanto la propria voce”.
Come se non bastasse, analizzando i commenti degli utenti di entrambe le tribù (debunker e complottisti, per intenderci), gli scienziati hanno notato comportamenti e dinamiche quasi indistinguibili: “Abbiamo scoperto”, si legge nell’abstract, “che per entrambi i tipi di contenuti, più si allunga la discussione e più prevalgono i commenti dominati da sentimenti negativi [classificati automaticamente con un algoritmo di analisi semantica, nda]. Le discussioni all’interno delle echo chamber, insomma, tendono facilmente a degenerare in odio, insulti e irrisione. E le (rare) incursioni all’esterno della propria nicchia, dicono gli scienziati, sono addirittura peggiori, caratterizzate da contenuti e commenti ancora più negativi, che non hanno altro risultato se non quello di alzare ulteriormente le barricate e abbassare la qualità complessiva dell’informazione.

Caratterizzazione "emotiva"  di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti (Immagine: Plos One)
Caratterizzazione “emotiva” di post e commenti relativi a contenuti scientifici e complottisti. Prevalgono i sentimenti negativi, specie al crescere della lunghezza della discussione (Immagine: Plos One)
Ecco qualche dato concreto: i mi piace degli utenti sono coagulati quasi esclusivamente sui contenuti di uno solo dei due cluster e non esistono utenti che interagiscono contemporaneamente con post complottisti e scientifici. Per di più, gli scienziati hanno notato una correlazione lineare tra numero di amici con gusti simili ai propri (per esempio complottisti) e numero di mi piace sulla relativa narrativa. E ancora: ogni mi piace su un argomento specifico all’interno di una echo chamber aumenta del 12% la probabilità di abbracciarne un altro: vuol dire che, se un utente interagisce positivamente, per esempio, con un post relativo alle scie chimiche, è più probabile che si comporterà allo stesso modo con un post che parla di autismo e vaccini. Mentre nei post all’interno di una echo-chamber i commenti con emozioni negative sono pari al 54% (tra le pagine complottiste) e al 27% (tra le pagine anti-bufala), quando gli eserciti si affrontano a viso aperto, fuori dai rispettivi cluster, i contenuti negativi salgono al 60% del totale e crescono al crescere della lunghezza delle discussioni.

Sulla x il numero di "mi piace" a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
Sulla x il numero di “mi piace” a contenuti relativi ai due cluster. Sulla y il numero di amici dello stesso cluster (Credits: ArXiv)
E qui arriviamo al narcisismo, intimamente collegato al fenomeno del confirmation bias. Un atteggiamento psicologico non (ancora) misurabile direttamente, ma che si può inferire da tre delle grandezze osservate dagli esperti: la correlazione tra “mi piace” e amici del proprio profilo, la forte appartenenza a uno dei due cluster e, per l’appunto, la teoria del confirmation bias.
Crogiolarsi nel proprio gruppo, qualsiasi esso sia, rimestare nel pentolone dei contenuti già presentati, proporne ed elaborarne di nuovi (è il cosiddetto processo di collective training), schernire chi appartiene al cluster nemico non sono altro, secondo gli scienziati, che comportamenti che hanno il fine di ribadire la propria appartenenza, rafforzare il proprio carisma e soddisfare il proprio desiderio di autocompiacimento. E in questo siamo tutti sulla stessa barca: “Gli appartenenti a entrambi i gruppi”, spiega ancora Quattrociocchi, “giocano allo stesso gioco. Il cui fine ultimo è creare un’immagine grandiosa di sé screditando gli altri. I complottisti, all’interno della propria tribù, accusano il resto del mondo di essere dormiente e di farsi abbindolare dalla comunità mainstream. I debunker, dal canto loro, irridono crudelmente l’ingenuità e la poca solidità delle argomentazioni dei complottisti”. Le relative discussioni online sono un continuo darsi di gomito tra persone che già la pensano allo stesso modo e che fanno sfoggio della propria arguzia comodamente chiusi all’interno del proprio gruppo.
Il fenomeno, secondo Quattrociocchi, può ulteriormente degenerare: “Di questo passo, si arriverà alla polarizzazione ricorsiva all’interno dei cluster, che si spaccheranno in comunità più piccole e più agguerrite, ognuna delle quali sarà capace di parlare solo a se stessa e ignorerà completamente le informazioni provenienti dalle altre”. Una possibile via per uscire dall’impasse è quella di aprire gli occhi ai narcisi, esasperando il loro personaggio fino a renderlo paradossale e ridicolo. Criticare Miss Italia per la sua uscita infelice è un vostro diritto sacrosanto. Irriderla pubblicamente per apparire più brillanti è, invece, una mossa alquanto inelegante. Ricordate che fine fece Narciso?

lunedì 7 ottobre 2013

La scienza del Grillo

Sulla sperimentazione animale e gli xenotrapianti viene fuori l'aspetto più pericoloso dei 5S: l'irrazionalità. Si può accettare tutto come parte di una contraddizione che appartiene al popolo, e su molte questioni Grillo ha ragione da vendere, ma non si può accettare la esiziale stupidità di chi scambia l'irrazionalità con il buon vivere. 
Quella degli xenotrapianti è l'ultima puntata di una serie grottesca di affermazioni e opinioni che arricchiscono la galleria delle bufale grilline. 
L'Aids non esiste, il Prof Di Bella cura il cancro da 30 anni, i vaccini fanno male, il pomodoro geneticamente modificato che ha ucciso 60 ragazzi e per ultimo le bizzarrie del biowashball, la palla che cancella le macchie. Un mare di idiozie, ma nienteaffatto benevole. Posso farmi quattro risate su chi pretende di curare usando i pendolini o dandoti dei fiori magici, tanto alla fine sono inoffensivi, ma non posso accettare che si facciano leggi potenzialmente stragiste come quelle sulla proibizione dei vaccini (mi dicono che in Lombardia ci hanno provato) o sulla sperimentazione animale  e gli xenotrapianti.
Tutto l'universo grillino è impregnato di irrazionalismo e di ammiccamenti a compagni di strada come Simoncini o Mazzucco, nomi ben conosciuti nell'universo cospirazionista  che non meritano commenti. Fatevi un giro per i vari meetup e vi renderete conto.
La politica italiana ci sta mettendo alle strette e l'ultima delle sue vigliaccate è quella di costringerci ad ingoiare il boccone amaro  di un'alternativa rappresentata da questo genere di persone. 

martedì 18 settembre 2012

Il Mito dell'Insolvenza del Giappone

...e la bufala del "decennio perduto": il più grande “debitore” del mondo è adesso il più grande creditore del mondo
 
di Ellen Hodgson Brown (da Dissident Voice)
traduzione di Domenico D'Amico

L'enorme debito pubblico del Giappone nasconde un enorme beneficio per il popolo giapponese, il che insegna molto sulla crisi debitoria degli USA.

In un articolo pubblicato su Forbes nell'aprile del 2012, intitolato “Se il Giappone È insolvente, Come Mai Sta Soccorrendo Economicamente l'Europa?”, Eamon Fingleton faceva notare come il Giappone sia il paese, al di fuori dell'Eurozona, che abbia dato di gran lunga il maggior contributo all'ultima operazione di salvataggio finanziario dell'Euro. Si tratta, scrive, dello “stesso governo che è andato in giro facendo finta di essere in bancarotta (o perlomeno, che ha evitato di opporsi sul serio quando ottusi commentatori americani e britannici hanno dipinto le finanze pubbliche giapponesi come un totale disastro).” Osservando che fu sempre il Giappone, praticamente da solo, a salvare il FMI al culmine del panico globale del 2009, Fingleton domanda:

Com'è possibile che una nazione il cui governo si suppone sia il più indebitato tra i paesi avanzati si permetta tanta generosità? (…) L'ipotesi è che la vera finanza pubblica del Giappone sia molto più solida di quanto la stampa occidentale ci abbia fatto credere. Quello che non si può negare è che il Ministero delle Finanze giapponese sia uno dei meno trasparenti del mondo...”

Fingleton riconosce che i passivi del governo giapponese sono ingenti, ma dice che dovremmo guardare anche all'aspetto patrimoniale del bilancio:

[I]l Ministero delle Finanze di Tokyo ottiene sempre più prestiti dai cittadini giapponesi, ma non per pazze spese statali in patria, bensì all'estero. Oltre a rimpolpare il piatto per far sopravvivere il FMI, Tokyo è ormai da tempo il prestatore di ultima istanza sia del governo statunitense sia di quello britannico. E intanto prende in prestito denaro con un tasso di appena l'1% in dieci anni, il secondo tasso più basso del mondo dopo quello svizzero.”

Per il governo giapponese è un buon affare: può farsi prestare denaro all'1% in dieci anni, e prestarlo agli USA a un tasso dell'1,6 (il tasso attuale dei titoli USA a dieci anni), con un discreto margine di guadagno.
Il rapporto debito/PIL del Giappone è quasi del 230%, il peggiore tra i più grandi paesi del mondo. Eppure il Giappone resta il maggior creditore del mondo, con un netto di bilancio con l'estero di 3.190 miliardi di dollari. Nel 2010 il suo PIL pro capite era superiore a quello di Francia, Germania, Regno Unito e Italia. Inoltre, anche se l'economia della Cina è arrivata, a causa della sua popolazione in progressivo aumento (1,3 miliardi contro 128 milioni), a superare quella del Giappone, i 5.414 dollari di PIL pro capite dei cinesi è solo il 12% dei 45.920 dei giapponesi.
Come si spiegano queste anomalie? Un buon 95% del debito pubblico giapponese è detenuto all'interno del paese, dagli stessi cittadini.
Oltre il 20% del debito è in possesso della Japan Post Bank [1], dalla Banca centrale e da altre istituzioni statali. La Japan Post è la più grande detentrice di risparmio interno del mondo, e gli interessi li versa ai suoi clienti giapponesi. Anche se in teoria è stata privatizzata nel 2007, è pesantemente influenzata dalla politica, e il 100% delle sue azioni è in mano pubblica. La Banca centrale giapponese è posseduta dallo stato per il 55%, ed è sotto il suo controllo per il 100%.
Del debito rimanente, oltre il 60% è detenuto da banche giapponesi, compagnie assicurative e fondi pensione. Un ulteriore porzione è in mano a singoli risparmiatori. Solo il 5% è detenuto all'estero, per lo più da banche centrali. Come osserva il New York Times in un articolo del settembre 2011:

Il governo giapponese è pieno di debiti, ma il resto del Giappone ha denaro in abbondanza.”

Il debito pubblico giapponese è il denaro dei cittadini. Si possiedono l'un l'altro e ne raccolgono insieme i frutti.

I Miti del Rapporto Debito/PIL in Giappone

Il rapporto debito pubblico/PIL del Giappone sembra davvero pessimo. Ma, come osserva l'economista Hazel Henderson, si tratta solo di una questione di procedura contabile – una procedura che lei e altri esperti ritengono fuorviante. Il Giappone è leader mondiale in parecchi settori della produzione di alta tecnologia, inclusa quella aerospaziale. Il debito che compare sull'altra colonna del suo bilancio rappresenta il premio riscosso dai cittadini giapponesi per tutta questa produttività.
Secondo Gary Shilling, in un suo articolo su Bloomberg del giugno 2012, più della metà della spesa pubblica giapponese va in servizi al debito e previdenza sociale. Il servizio al debito viene erogato sotto forma di interessi ai “risparmiatori” giapponesi. La previdenza e gli interessi sul debito pubblico non vengono inclusi nel PIL, ma in realtà si tratta della rete di sicurezza sociale e dei dividendi collettivi di un'economia altamente produttiva. Sono questi, più dell'industria bellica e dei “prodotti finanziari” che costituiscono una grossa parte del PIL degli USA, i veri frutti dell'attività economica di una nazione. Per quel che riguarda il Giappone, rappresentano il godimento da parte dei cittadini dei grandi risultati della loro base industriale ad alta tecnologia.
Shilling scrive:

Il deficit statale si suppone serva a stimolare l'economia, eppure la composizione della spesa pubblica giapponese, sotto questo aspetto, non sembra molto utile. Si stima che il servizio al debito e la previdenza – in genere non uno stimolo per l'economia – consumeranno il 53,5% della spesa per il 2012...”

Questo è quello che sostiene la teoria convenzionale, ma in realtà la previdenza e gli interessi versati ai risparmiatori interni stimolano, eccome, l'economia. Lo fanno mettendo denaro in tasca ai cittadini, incrementando così la “domanda”. I consumatori che hanno soldi da spendere riempiono i centri commerciali, incrementando così gli ordini di ulteriori merci, e spingendo in su produzione e occupazione.

I Miti sull'Alleggerimento Quantitativo

Una parte del denaro destinato alla spesa pubblica viene ottenuto direttamente “stampando moneta” per mezzo della banca centrale, procedura nota anche come “alleggerimento quantitativo” [Quantitative easing]. Per più di un decennio la Banca del Giappone ha seguito questa procedura; e tuttavia l'iperinflazione che secondo i falchi del debito si sarebbe dovuta innescare non si è verificata. Al contrario, come osserva Wolf Richter in un articolo del 9 maggio 2012:

I giapponesi [sono] infatti tra i pochi al mondo a godersi una vera stabilità dei prezzi, con periodi alternati di piccola inflazione o piccola deflazione – l'opposto di un'inflazione al 27% su dieci anni che la Fed si è inventata chiamandola, demenzialmente, 'stabilità dei prezzi'”.

E cita come prova il seguente grafico diffuso dal Ministero degli Interni giapponese:


Com'è possibile? Dipende tutto da dove va a finire il denaro prodotto con l'alleggerimento quantitativo. In Giappone, il denaro preso in prestito dallo stato torna nelle tasche dei cittadini sotto forma di previdenza sociale o interessi sui loro risparmi. I soldi sui conti bancari dei consumatori stimolano la domanda, stimolando la produzione di beni e servizi, facendo aumentare l'offerta. E quando domanda e offerta aumentano insieme, i prezzi restano stabili.

I Miti sul “Decennio Perduto”

La finanza giapponese si è a lungo ammantata di segretezza, forse perché quando il paese era maggiormente disposto a stampare denaro per sostenere le proprie industrie, si è fatto coinvolgere nella II Guerra Mondiale. Nel suo libro del 2008, In the Jaws of the Dragon, Fingleton suggerisce che il Giappone abbia simulato l'insolvenza del “decennio perduto” degli anni 90 per evitare di incorrere nell'ira dei protezionisti americani a causa delle sue fiorenti esportazioni di automobili e altre merci. Smentendo le pessime cifre ufficiali, durante quel decennio le esportazioni giapponesi aumentarono del 75%, ci fu un incremento delle proprietà all'estero, e l'uso di energia elettrica aumentò del 30%, segnale rivelatore di un settore industriale in espansione. Arrivati al 2006, le esportazioni del Giappone erano diventate il triplo rispetto al 1989.
Il governo giapponese ha sostenuto la finzione di adeguarsi alle norme del sistema bancario internazionale, prendendo “in prestito” il denaro invece di “stamparlo” direttamente. Ma prendere in prestito il denaro emesso da una banca centrale proprietà dello stesso governo è l'equivalente pratico di un governo che il denaro se lo stampi, in particolare quando il debito continua a rimanere nei bilanci ma non viene mai ripagato.

Implicazioni per il “Precipizio Fiscale” [2]

Tutto questo ha delle implicazioni per gli americani preoccupati per un debito pubblico fuori controllo. Adeguatamente guidato e gestito, a quanto pare, il debito non deve far paura. Come il Giappone, e a differenza della Grecia e degli altri paesi dell'Eurozona, gli USA sono gli emittenti sovrani della propria valuta. Se lo volesse, il Congresso potrebbe finanziare il proprio bilancio senza ricorrere a investimenti esteri o banche private. Potrebbe farlo emettendo direttamente moneta o facendosela prestare dalla propria banca centrale, a tutti gli effetti a zero interessi, dato che la Fed versa allo stato i suoi profitti dopo averne sottratto i costi.
Un po' di alleggerimento quantitativo può essere positivo, se il denaro arriva allo stato e ai cittadini piuttosto che nelle riserve bancarie. Lo stesso debito pubblico può essere una cosa positiva. Come testimoniò Marriner Eccles, direttore della Commissione della Federal Reserve, in un'audizione davanti alla Commissione Parlamentare Bancaria e Valutaria [ House Committee on Banking and Currency] nel 1941, il credito dello stato (o il debito) “è ciò in cui consiste il nostro sistema monetario. Se nel nostro sistema monetario non ci fosse il debito, non ci sarebbe nemmeno denaro”.
Adeguatamente gestito, il debito pubblico diventa il denaro che i cittadini possono spendere. Stimola la domanda, finendo per stimolare la produttività. Per mantenere il sistema stabile e sostenibile, il denaro deve avere origine dallo stato e i suoi cittadini, e finire nelle tasche del medesimo stato e dei medesimi cittadini.


Ellen Brown è avvocato a Los Angeles e autrice di 11 libri. In Web of Debt: The Shocking Truth about Our Money System and How We Can Break Free, mostra come un monopolio bancario abbia usurpato il potere di emettere valuta, sottraendolo alla sovranità del popolo, e come il popolo possa riappropriarsene. Altri articoli di Ellen Brown. Il suo sito personale.

note del traduttore

[1] Le poste giapponesi, pur diventando un vero e proprio istituto di credito, a differenza di altre banche commerciali ha come attività principale il risparmio. [Wikipedia]
[2] “Fiscal Cliff: letteralmente “rupe fiscale” ma reso in italiano anche con “precipizio”, il “fiscal cliff” indica il doppio impasse che dovranno affrontare gli Stati Uniti alla fine di quest'anno, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell'era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito Usa per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse. Il fiscal cliff potrebbe esercitare pressioni significative sulla crescita Usa nei primi mesi del prossimo anno. Nel peggiore dei casi si rischierebbe anche una nuova recessione. Di qui la minaccia delle agenzie di rating (ultima ieri Fitch) di abbassare il giudizio sulla solvibilità degli Stati Uniti in caso di mancato accordo al Congresso. [Il Sole 24 Ore – 30 agosto 2012]

lunedì 23 luglio 2012

La cura Simoncini: una bufala pericolosa

da Medbunker 





Molti lettori mi hanno chiesto di creare un articolo riassuntivo sulle "cure" del guaritore Tullio Simoncini così da poterlo linkare quando serve e da poter raccogliere in un unico post tutte le informazioni raccolte finora.

Riassumo quindi qui tutte le analisi che ho fatto in questi mesi sulla sua bizzarra teoria. Questo post può servire da riferimento perchè raccoglie i principali dati che ho raccolto sulle idee del singolare guaritore romano. E' necessariamente un articolo molto lungo in quanto raccoglie più di un anno di analisi, documentazione e studio sulle teorie dell'ex medico. Chiunque avesse particolari da aggiungere o correzioni da fare mi contatti.