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venerdì 9 dicembre 2016

I Tribunali Segreti che le Multinazionali Usano per Fare Causa agli Stati

Queste corti fantoccio sono la ragione principale per cui tanti politici e attivisti sono contrari ad accordi commerciali come il TTP

di Haley Edwards (da Moyers & Company, 19 settembre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

[Quello che segue è un estratto dal nuovo libro di Haley Edwards, Shadow Courts: the Tribunals that Rule Global Trade.]

In una grigia giornata del gennaio 2016, l'ambientalista e attivista Jane Kleeb stava percorrendo l'Highway 281, dalle parti di Lincoln, Nebraska, quando ricevette la telefonata di un giornalista. In quel momento, Kleeb era ancora euforica per il successo ottenuto organizzando i coltivatori, gli allevatori e gli ambientalisti locali per opporsi all'oleodotto Keystone XL, che avrebbe dovuto, attraversando il Nebraska, portare prodotti petroliferi dalle sabbie bituminose del Canada al Golfo del Messico. Grazie agli sforzi suoi e di altri attivisti, nel novembre 2015 il presidente Obama aveva annunciato di voler negare alla compagnia canadese TransCanada l'autorizzazione al proseguimento del progetto, ponendo fine a otto anni di tentativi di realizzarlo. Il giornalista aveva chiamato Kleeb per chiederle se sapeva degli ultimi sviluppi della vicenda. Proprio quella mattina, la TransCanada aveva annunciato di aver fatto causa contro il governo statunitense per 15 miliardi di dollari, sostenendo la tesi che la decisione di Obama di bloccare il progetto violava il North American Free Trade Agreement [NAFTA]. A sentire di quella causa, Kleeb cadde dalle nuvole. “Organizzare è il mio mestiere, così la mia reazione fu 'Dove si tengono le udienze? Dove procede la cosa? Chi è il giudice?'” ha raccontato in seguito. Se la TransCanada aveva portato quella decisione in tribunale, lei voleva essere presente. Si poteva organizzare una protesta davanti al tribunale, o tenere un raduno in una città vicina... Ma no, venne a sapere, non è così che sarebbero andate le cose. La TransCanada non stava citando gli Stati Uniti davanti a una corte statunitense, o, se è per questo, canadese. I suoi argomenti non sarebbero stati valutati da un giudice, e i meriti del caso non sarebbero stati presi in considerazione nella cornice legislativa di uno stato, quale che fosse. Non ci sarebbe stata alcuna protesta sulla scalinata del tribunale. Invece il caso sarebbe stato esaminato da una corte gestita da tre arbitratori, che opera all'interno di un sistema legale sovranazionale di cui Kleeb non aveva mai sentito parlare.
Era tutto così bizzarro,” mi disse. “Una compagnia straniera ci può fare causa in un qualche tribunale segreto? È mai possibile?”
L'Investor-state dispute settlement [conciliazione delle dispute tra investitori e stati], o ISDS, apparve nei trattati nel 1969. L'idea che c'era dietro era piuttosto semplice: se un investitore straniero riteneva che il paese ospite – cioè la nazione dove operava la sua compagnia – avesse violato un trattato internazionale, ad esempio requisendo o distruggendo le sue fabbriche, o i pozzi di petrolio o altri beni, quell'investitore avrebbe potuto presentare una denuncia ISDS direttamente contro il paese ospite. Tutto questo senza coinvolgere il proprio governo, e senza dover attendere all'infinito che un qualche tribunale ostile o corrotto di un qualche paese in via di sviluppo giungesse a una qualche decisione. Presentando una denuncia ISDS, l'investitore avrebbe avviato la formazione di un tribunale arbitrale speciale, che sarebbe stato temporaneo e al di fuori della giurisdizione di qualsiasi nazione o istituzione internazionale. Il suo unico scopo sarebbe stato quello di determinare se e quanto lo stato ospite avrebbe dovuto risarcire l'investitore per le proprietà requisite o distrutte. Per fare un esempio, alla fine degli anni 80 il governo dello Sri Lanka, nel corso di un raid militare contro dei ribelli, distrusse gli impianti di lavorazione dei gamberetti di una compagnia britannica. L'investitore presentò una denuncia ISDS, venne formato un tribunale, e gli arbitratori stabilirono che il governo dello Sri Lanka, per compensare la distruzione dell'impianto, avrebbe dovuto risarcire la compagnia con 460.000 dollari. Detto tutto, caso chiuso. La compagnia britannica non aveva dovuto affidarsi alle corti dello Sri Lanka. Non ci fu nessun incidente diplomatico. Il Regno Unito non ebbe bisogno di intervenire per salvaguardare gli interessi dei suoi investitori. E in effetti, l'idea era proprio questa: l'ISDS doveva essere un sistema di arbitraggio efficiente, obbiettivo e apolitico che avrebbe impedito alle nazioni più potenti di interferire negli affari di quelle più deboli, e avrebbe anche offerto un'ulteriore protezione agli investitori stranieri che si trovassero a operare in paesi dai tribunali poco affidabili. Tuttavia, negli ultimi vent'anni questo meccanismo ha conosciuto una lenta mutazione, trasformandosi in qualcosa di molto potente – e molto, molto politico.
Un fattore di questa evoluzione è il boom di nuovi ricorsi. Tra gli anni 60 e il 2000 l'ISDS non venne utilizzato quasi mai. In quarant'anni i ricorsi da parte degli investitori furono solo una quarantina. A partire dal 2000 ce ne sono stati 647. Nel solo 2015 ben 70 nuovi casi. L'aumento è dovuto in parte al fatto che, col tempo, si sono aggiunti migliaia di nuovi trattati che includono la possibilità di ricorrere all'ISDS. Negli ultimi 25 anni le nazioni hanno stipulato migliaia di accordi bilaterali d'investimento, e, a cominciare dagli anni 90, praticamente tutti i nuovi accordi commerciali, dal NAFTA al CAFTA all'Energy Charter, includono un articolo riguardante gli investimenti che include l'ISDS. Nel 1989 c'erano poche centinaia di accordi con associato l'ISDS. A tutto il 2015 sono più di 3000.
Un ulteriore ragione dietro il boom di nuovi ricorsi è data dal fatto che la definizione di cosa significhi che una nazione si sia appropriata o abbia distrutto la proprietà di una ditta straniera, o abbia violato in altro modo i diritti di proprietà di un investitore alla luce di un trattato, questa definizione si è ampliata di parecchio. Gli investitori ormai fanno regolarmente causa se la nazione ospite approva una legge o una regolamentazione che comporti una perdita anche parziale per le proprietà della compagnia, o ne limiti in qualche modo i futuri profitti. Ad esempio, nel ricorso ISDS della TransCanada contro gli Stati Uniti si argomenta che la decisione del presidente Obama di cancellare il gasdotto Keystone XL viola il NAFTA perché espropria la compagnia dei previsti profitti futuri.
L'attuale interpretazione ha conquistato spazio solo negli ultimi vent'anni, ma ha aperto una nuova, enorme zona grigia. Mentre i ricorsi ISDS del passato riguardavano pozzi petroliferi espropriati o fabbriche rase al suolo, ora hanno come obbiettivo aumenti di tasse o norme ambientali. Qual è il confine tra il diritto di uno stato a legiferare nel pubblico interesse e i diritti di proprietà di una corporation?
I negoziatori statunitensi ormai si danno da fare per includere il meccanismo dell'ISDS nel maggior numero possibile di nuovi trattati, inclusi quelli più importanti, prossimi alla dirittura d'arrivo. La Trans -Pacific Partnership [TPP], che il presidente Obama ha firmato nel febbraio del 2016 e che il Congresso, con tutta probabilità, ratificherà prima che lui lasci la Casa Bianca [1], incorpora di già l'ISDS. Che questo meccanismo si ritrovi anche nel Transatlantic Trade and Investment Partnership [TTIP] tra Stati Uniti ed Europa, è oggetto di discussione. In Europa l'argomento ha già innescato una sorta di guerra civile intellettuale, col Parlamento Europeo che ha respinto, trasversalmente agli schieramenti partitici, qualsiasi trattato che includesse l'ISDS. Le strade di Berlino, Parigi e Bruxelles si sono riempite di contestatori, che hanno anche scritto centinaia di petizioni per opporsi a quella che vedono come l'imposizione di “tribunali delle corporation” privi di trasparenza, che possono essere utilizzati per aggirare leggi e regolamentazioni, nonché mettere a rischio la sovranità dello stato. I negoziatori statunitensi affermano che si tratta di grosse esagerazioni. Fanno rilevare che gli Stati Uniti hanno già stipulato una cinquantina di accordi che includono l'ISDS, e che le corporation straniere l'hanno utilizzato contro Washington solo 18 volte. Gli Stati Uniti non hanno ancora perso una sola causa. Ma esperti di entrambe le sponde della discussione ritengono che queste cifre sottovalutino l'importanza dell'ISDS. Se il meccanismo venisse incorporato nel TTP e nel TTIP, per gli investitori il panorama legale globale cambierebbe per sempre. Quei cinquanta trattati sono di modesta entità, e rappresentano solo un 10% degli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti; se si includesse l'ISDS nel TTP, quella percentuale diverrebbe sensibilmente più alta. Se poi l'ISDS venisse incluso in entrambi i trattati di cui sopra, questo implicherebbe che qualunque corporation che avesse sede in qualunque paese firmatario di questi accordi – e si tratta della stragrande maggioranza delle compagnie elencate nella Global Fortune 500 [una lista dei primi 500 gruppi economici mondiali] – potrebbe utilizzare il meccanismo per contestare leggi e regolamentazioni statunitensi fuori dai tribunali nazionali, come sta facendo oggi la TransCanada.
Non credo che il problema sia se le leggi statunitensi verranno contestate da compagnie straniere nell'ambito del TPP,” mi ha detto di recente Simon Lester, esperto di scambi commerciali del libertarian Cato Institute. “È abbastanza chiaro che è quello che avverrà, che qualcuna di queste contestazioni avrà successo, e che saranno i contribuenti statunitensi a pagare il conto.”

nota del traduttore

[1] A quanto sembra la ratifica del TTP non è più (dopo la vittoria di Donald Trump) così pacifica. Quello che è estremamente significativo è lo scollamento che il turbocapitalismo legato alla globalizzazione ha provocato tra l'oligarchia militare-finanziaria e le masse dei “milionari momentaneamente in difficoltà” statunitensi. Questo stesso estratto ne è una dimostrazione: il problema non riguarda le corporation in generale, ma il fatto che qualcuna di esse possa imporre la propria volontà sugli Stati Uniti. Non a caso viene citato un esponente libertarian, congenitamente dalla parte dell'oligarchia. Per adesso la populace del “malcontento mezzo gaudio” si è espressa votando Trump, vedremo in futuro se questo porterà a un cambio di rotta da parte dell'oligarchia (improbabile) o a un aumento esponenziale della repressione (già in avvio con la compilazione di liste di dissidenti da neutralizzare).

venerdì 11 settembre 2015

Crisi, libero scambio e protezionismo

da sinistrainrete.info

A. Lo Fiego intervista Emiliano Brancaccio

Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
sostituto della “spugna” americana. La situazione per certi versi somiglia al periodo tra le due guerre mondiali, quando la Gran Bretagna venne spodestata dal ruolo di leader monetario del mondo e gli Stati Uniti erano ancora riluttanti a sostituirla. Oggi come allora l’assenza di una leadership monetaria rappresenta un rebus di difficile soluzione, uno dei tipici problemi di coordinamento di fronte ai quali il meccanismo della riproduzione capitalistica entra in crisi. Ciò significa che probabilmente andiamo incontro a una fase caratterizzata da una domanda globale debole, e quindi da una crescita della produzione troppo bassa per indurre le imprese a riassumere i lavoratori licenziati a seguito della recessione. Inoltre, quando la crescita della domanda e della produzione risulta debole, è facile che si verifichi anche disoccupazione tecnologica: cioè aumenta la probabilità che i lavoratori licenziati a causa di mutamenti tecnici e organizzativi non vengano più riassorbiti dal sistema. Per questi motivi, in media e soprattutto nei paesi occidentali potremmo trovarci di fronte ad un periodo non breve di aumento della disoccupazione.


Quali potrebbero essere gli sbocchi politici immediati dell’attuale recessione?
Non mi sembra realistico scommettere sulla possibilità che le grandi potenze economiche si siedano presto attorno a un tavolo per costruire assieme una nuova “spugna” del mondo, in grado di sostituire quella americana. Ritengo più probabile che per un po’ di tempo ogni paese cercherà una soluzione “interna” al problema della caduta del commercio mondiale. A questo proposito, finora ha prevalso una strategia più o meno surrettizia di “salto al collo del vicino”. Molti paesi cioè hanno praticato politiche di ulteriore contenimento dei salari e di aumento dei sussidi alle imprese, allo scopo di rendere più competitive le produzioni nazionali e magari di conquistare quote di mercato altrui. Questo tipo di comportamento,  coordinato e conflittuale, può anche dare i suoi frutti nel breve periodo, ma a lungo andare non fa altro che aggravare la crisi globale. Alcuni paesi potrebbero allora tentare di sganciarsi da questa spirale recessiva mondiale per puntare su uno sviluppo più autonomo, maggiormente fondato sulla domanda interna, e quindi meno dipendente dalle esportazioni.

I paesi che sceglieranno di puntare sulla domanda interna diventeranno protezionisti?
E’ ovvio che se un paese decide di espandere la domanda interna dovrà poi introdurre degli accorgimenti per far sì che la maggior parte di quella espansione si rivolga alla produzione nazionale, anziché a quella estera. Nel mondo qualche segnale in tal senso già ce l’abbiamo.

Ma noi come dovremmo giudicare questa tendenza? In polemica con te, Marco Revelli ha sostenuto che il protezionismo potrebbe rivelarsi l’anticamera per nuove tentazioni nazionaliste e guerrafondaie…
Non è il solo. Su Liberazione o sul manifesto capita spesso di trovare “protezionismo” e “fascismo” appaiati, quasi che fossero la stessa cosa. Ma queste sono banalizzazioni pericolose. Trovo che a sinistra sia alquanto diffuso un tremendo equivoco attorno al dilemma tra apertura globale e protezionismo. Probabilmente le incomprensioni nascono dal fatto che molti intellettuali commettono l’errore di considerare l’attuale internazionalismo del capitale come una sorta di erede moderno del vecchio internazionalismo del movimento operaio. Ma la realtà è che si tratta di fenomeni in totale contrasto tra loro. L’internazionalismo del capitale sta ad indicare il grande processo di globalizzazione al quale abbiamo assistito nell’ultimo trentennio, che è consistito nella crescente apertura dei mercati ai movimenti internazionali di capitali, di merci e in parte anche di lavoratori. L’internazionalismo operaio promuoveva invece la solidarietà e la fratellanza tra i lavoratori dei diversi paesi, e quindi si basava principalmente sul ripudio della guerra, economica e soprattutto militare. E’ chiaro che siamo di fronte a concetti antagonistici: l’internazionalismo del capitale infatti inasprisce la competizione tra i lavoratori dei vari paesi, e quindi può facilmente compromettere la solidarietà tra di essi. Lo stesso Marx, che protezionista non era, ironizzò sulle tesi di chi confondeva libero scambio, pace e fraternità sostenendo che «chiamare fraternità universale lo sfruttamento a livello cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia». Trovo quindi errato l’atteggiamento di chi a sinistra difende più o meno consciamente questo tipo di internazionalismo, e magari si esprime contro l’eventualità che si vada verso una fase di minore apertura dei mercati.

Stai dicendo che l’eventuale avvio di una fase protezionista potrebbe rappresentare una occasione politica per il movimento dei lavoratori?
Non voglio dire che i lavoratori dovrebbero considerare il protezionismo come una infallibile soluzione per i loro mali. Alla luce della esperienza novecentesca sappiamo che una relativa chiusura del mercato interno può esser declinata in vari modi, non tutti necessariamente auspicabili: in alcuni casi può rientrare tra le strategie di aggressione intercapitalistiche che sono tipiche dei tempi di crisi, e può quindi essere accompagnata da una ulteriore azione repressiva sul lavoro; in altri casi può invece ridurre il peso del cosiddetto “vincolo esterno”, e può dunque favorire lo sviluppo delle rivendicazioni sociali. In effetti abbiamo evidenze storiche dell’uno e dell’altro segno. E’ chiaro però che se a sinistra persiste una lettura ingenua della questione dell’apertura o meno dei mercati, difficilmente una eventuale fase di “de-globalizzazione” potrà essere sfruttata a vantaggio degli interessi del lavoro. Sotto questo aspetto l’analisi di Revelli, e di molti altri, mi sembra idealistica, e quindi non in grado di riconoscere i diversi possibili esiti della torsione storica in atto.

In Italia un vero dibattito su questi temi, e più in generale sull’indirizzo di politica economica del paese, stenta ad affiorare. L’attenzione sembra più che altro rivolta ai costumi sessuali del premier, e magari lo si lascia indisturbato a smantellare il settore pubblico e a smontare pezzo per pezzo la Costituzione. Quanto è concreto secondo te in questo momento, in Italia, il pericolo di una deriva “post”- democratica?
Con il prolungarsi della crisi e con l’aumento conseguente delle tensioni sociali, è possibile che questo governo sia tentato da soluzioni drastiche sul piano istituzionale ed economico, e da un impiego non estemporaneo ma strategico degli strumenti di repressione di cui dispone. Ma la forza di Berlusconi e della sua alleanza non deriva dal suo potenziale anti-democratico (o post-democratico, che dir si voglia). A mio avviso l’attuale destra di governo trae linfa e consensi dalla sua eccezionale capacità di alimentare una continua guerra tra le diverse  ategorie di lavoratori: privati contro pubblici, precari contro stabili, autonomi contro dipendenti, giovani contro anziani, settentrionali contro meridionali, nativi contro immigrati. E’ contro questa tendenza a dividere i lavoratori che bisognerebbe concentrare gli sforzi dell’opposizione. Non mi persuade invece l’idea di contrastare l’esecutivo definendolo semplicemente “nemico” della Costituzione e della democrazia. Dovremmo infatti ricordare che l’attacco alla Costituzione e il restringimento degli spazi di esercizio democratico non nascono certo in questa legislatura. La nostra Carta costituzionale è materialmente incompatibile con gli indirizzi di politica economica e istituzionale di tutti i governi che si sono succeduti da almeno un quindicennio a questa parte. La piena apertura dei mercati e la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, il Trattato di Maastricht, lo smantellamento progressivo dei diritti del lavoro, sono tutti provvedimenti che hanno agito in simbiosi con le controriforme elettorali e con il depotenziamento delle aule parlamentari, e hanno quindi allargato lo squarcio tra la Costituzione formale e la sua attuazione materiale. Pertanto, a chi nell’opposizione sembra propenso a invocare genericamente la difesa della Costituzione repubblicana e ad agitare l’ennesima, consunta bandiera dell’anti berlusconismo, dovremmo chiedere se piuttosto sia disponibile a costruire una opposizione fondata su concrete proposte di riunificazione del lavoro. Perché è sul bivio tra divisione e coesione dei lavoratori che oggi più che mai si gioca la costruzione di un blocco sociale vincente.

Sotto quali condizioni a tuo avviso si potrebbe tornare a scommettere su una rinnovata coesione tra i lavoratori?
Il problema è che in questi anni - anche a causa di scelte nefande da parte delle sinistre al governo - i divari tra le diverse categorie di lavoratori sono effettivamente cresciuti, sia sul versante dei redditi che su quello più generale delle condizioni di lavoro e di vita. Oggi più che in passato sussistono grandi differenze tra i livelli di vita di un dipendente pubblico stabilizzato, di un precario del settore privato e di un immigrato clandestino che lavori sotto la minaccia dell’espulsione. Parlare quindi frettolosamente di “classe”, come se fosse un mantra, una parola taumaturgica, rischia di produrre un effetto di ripulsa, opposto a quello desiderato. Il paradigma marxiano delle “classi sociali” resta a mio avviso analiticamente superiore al paradigma dell’individualismo metodologico, e quindi può tuttora considerarsi fecondo anche sul piano politico. Ma sarebbe sbagliato adoperare la parola “classe” per fini agitatori senza una profonda spiegazione preliminare del suo significato. Per esempio, all’universo frammentato dei lavoratori bisognerebbe in primo luogo comunicare che le sperequazioni tra di essi sono risultate funzionali all’accrescimento di un’altra sperequazione, molto più grande e decisiva: quella tra i lavoratori presi nel loro complesso e i percettori diretti o indiretti di profitti e rendite. Basti pensare agli aumenti di produttività del lavoro: nell’ultimo trentennio, in quasi tutto il mondo, gli incrementi del potenziale produttivo dei lavoratori non sono andati a vantaggio dei dipendenti pubblici, né dei precari, e nemmeno ovviamente degli immigrati. Praticamente tutta la ricchezza aggiuntiva creata dall’aumento di produttività del lavoro è stata assorbita dai redditi da capitale…

…ciò nonostante i lavoratori seguitano in molti casi a farsi la guerra tra loro. Quali sono le parole d’ordine attorno alle quali si potrebbe cercare di riunificarli?
Comincerei col dire che ad ogni slogan che punti a dividere i lavoratori, se ne dovrebbe contrapporre un altro che miri a compattarli. Prendiamo ad esempio gli slogan della Lega. Sappiamo che questo partito invoca le “gabbie salariali” allo scopo di differenziare maggiormente le retribuzioni tra Nord e Sud, e di rimediare così al fatto che i prezzi al Nord sono un po’ più alti che nel Mezzogiorno. I leghisti sostengono quindi che le “gabbie” servono a eliminare una discriminazione che danneggia i lavoratori settentrionali. Ora, io non sto qui a  offermarmi sulle varie incoerenze della proposta leghista. Mi limito solo a far presente che i divari di prezzo tra una metropoli e una località di provincia possono risultare anche più ampi di quelli tra Nord e Sud, per cui volendo applicare la logica leghista fino in fondo dovremmo immaginare contrattazioni differenziate pure tra città e paesini, tra zone ben collegate e zone isolate, e così via, senza più riuscire a mettere un punto fermo. Ma il punto chiave è che se di discriminazione vogliamo davvero parlare, allora forse dovremmo partire da fenomeni ben più macroscopici, come ad esempio quelli creati dalle leggi di deregolamentazione e di precarizzazione del lavoro che la Lega in questi anni ha sempre sostenuto e promosso. A causa di questo smantellamento del diritto del lavoro, oggi possiamo trovarci in una situazione in cui, per esempio, due lavoratori del Nord lavorano nella stessa azienda, con le stesse identiche qualifiche e le stesse mansioni, e ciò nonostante vengono sottoposti a norme diverse, a contratti diversi, a salari totalmente diversi e persino a padroni diversi. Altro che introduzione delle “gabbie salariali”, dunque. Qui c’è piuttosto da abbattere la gabbia della precarizzazione, che scientificamente divide al suo interno la classe lavoratrice, al Nord come al Sud, e che la Lega ha contribuito in modo decisivo a edificare.

Oltre alle gabbie salariali la Lega agita pure la bandiera del blocco dell’immigrazione….
Certo, e in questo caso lo scopo è di trarre alimento dalle divisioni tra lavoratori nativi e migranti. La Lega trae enormi consensi da questa strategia. Alcuni ritengono che ciò dipenda da un moto irrazionale identitario dei nativi contro i migranti, i quali verrebbero concepiti come un tipico “caprio espiatorio”, un nemico esterno da annientare. Ciò è senz’altro possibile, ma i dati rivelano che la xenofobia dei lavoratori nativi scaturisce anche dal pericolo concreto, materiale, che gli immigrati alimentino una concorrenza ancor più sfrenata sui salari, sui posti di lavoro, sul welfare e sugli spazi metropolitani. Per motivi dunque non solo identitari ma anche strettamente materiali la linea della Lega è finora risultata vincente, e qualcuno a sinistra sembra essersi rassegnato a subirne la forza dirompente. Al contrario, io credo che la bandiera del blocco dell’immigrazione possa e debba essere efficacemente contrastata issando una bandiera alternativa: quella del blocco dei movimenti di capitale. Bisognerebbe cioè comunicare ai lavoratori nativi che, invece di far la guerra agli immigrati, dovrebbero unirsi con essi attorno all’obiettivo di impedire al capitale di scorazzare liberamente da un capo all’altro del mondo, a caccia della tassazione più favorevole, dei minimi vincoli ambientali, dei salari più bassi e delle massime opportunità di sfruttamento del lavoro. Talvolta cerco di sintetizzare questo ragionamento affermando che se vogliamo liberare i migranti, allora dobbiamo arrestare i capitali. Adopero volentieri queste parole d’ordine poiché le considero non solo efficaci nella lotta politica, ma anche istruttive per la sinistra. Dobbiamo infatti capire che se vogliamo davvero riunificare i lavoratori, se per esempio vogliamo costruire un legame sociale tra lavoratori nativi e immigrati, non possiamo più appellarci al buon cuore della gente. Dovremmo invece avanzare proposte precise e credibili, nelle quali gli uni e gli altri possano riconoscersi. Questo è un punto molto importante, poiché vedo che a sinistra troppe volte si pretende di affrontare questi problemi sulla base di un umanesimo ingenuo, secondo cui basterebbe dichiarare che l’altro sono io per stemperare ogni conflitto. Questo “buonismo” è totalmente inadeguato ai tempi di ferro che stiamo attraversando, ed è pure sintomo a mio avviso di una diffusa pigrizia intellettuale e politica.

Mettiamo allora da parte ogni “buonismo”, e interroghiamoci sulla possibilità concreta di riunificare i lavoratori attorno alla parola d’ordine del blocco dei capitali. A questo proposito, non c’è comunque il rischio che il blocco dei movimenti di capitale danneggi i lavoratori dei paesi meno sviluppati, che necessitano di risorse finanziarie esterne per uscire dalla povertà?
No. E’ vero piuttosto il contrario. La libera circolazione internazionale dei capitali ha scatenato una competizione senza freni, che aumentando i rischi di attacco speculativo sulle valute ha drasticamente ridimensionato la sovranità politica dei singoli paesi - specie se meno sviluppati - e che ha dato avvio a una lunga e profondissima deflazione salariale mondiale. Da questo vortice recessivo sono riusciti almeno in parte a sottrarsi solo quei paesi che hanno mantenuto qualche forma di relativa chiusura dei loro mercati ai movimenti internazionali di capitale. La Cina è un esempio emblematico, in questo senso.

A seguito della grande recessione in corso si è tornati a parlare, anche nei nostri ambienti, di “crisi finale del capitalismo”. Che ne pensi?
L’idea di una “crisi finale del capitale” viene solitamente portata avanti dagli eredi più o meno consapevoli delle correnti bordighiste del marxismo, e in genere si basa sulla “legge” di caduta tendenziale del saggio di profitto. La versione marxiana tradizionale di quella legge non funziona, ma credo sia possibile individuare nuove modalità di riscontro della medesima. Da un punto di vista politico, tuttavia, il tema della “crisi finale” è delicato. Quando tra i militanti si discute della legge di caduta del profitto, noto che si cade facilmente in un clima “destinale”, che spesso li spinge verso analisi superficiali e fuorvianti. Ai militanti sedotti da questo tipo di discussioni uso dire che il Capitale di Marx non è il Vangelo secondo Giovanni, e che le complicate riflessioni sulla “crisi finale” del capitale sono una cosa un po’ diversa dalle premonizioni sull’Apocalisse. Credo allora che i militanti farebbero meglio a porsi interrogativi più immediati, e in un certo senso più smaliziati. Per esempio, sarebbe ora di analizzare in profondità il rapporto tra i meccanismi di auto-riproduzione del capitalismo e degli apparati ideologici che lo sorreggono da un lato, e i meccanismi di auto-riproduzione dei partiti che si dichiarano anti-capitalisti dall’altro. Se la sopravvivenza delle strutture di questi partiti finisce per dipendere in misura decisiva dalla partecipazione agli organi di governo o di sotto-governo, la definizione stessa di “anti-capitalisti” rischia di diventare un ossimoro, una vera e propria contraddizione in termini. E’ chiaro infatti che sotto condizioni di inesorabile dipendenza “riproduttiva”, la crisi non può mai logicamente assumere il carattere di “occasione storica”.  uesta è una questione importante, sulla quale bisognerebbe indagare senza semplificazioni né inutili moralismi, ma anche senza reticenze.