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lunedì 20 febbraio 2017

L'Europa ordoliberista del "Corriere della Sera"

di Carlo Formenti da Micromega
 
 Il Corriere della Sera ha ospitato un “Appello per il rilancio dell’integrazione europea” lanciato da trecento intellettuali e presentato nella circostanza da sei firme, fra cui spiccavano quelle di Giuliano Amato e Anthony Giddens, esponenti di punta della “Terza via” blairiana e del pensiero unico ordoliberista.
Nel testo in questione: 1) si afferma che oggi la Ue è sotto attacco “sebbene abbia garantito pace, democrazia e benessere per decenni; 2) si esalta la “economia sociale di mercato”, affermando che essa può funzionare solo grazie a una governance multilivello e al principio di sussidiarietà; 3) si rivendica il ruolo di un’Europa “cosmopolita” nella costruzione di una “governance globale democratica ed efficiente”. Il tutto condito dall’invito a legittimare la Ue attraverso elezioni in cui i cittadini del continente possano liberamente sceglierne i vertici.
Proviamo a leggere in trasparenza il senso reale di tali affermazioni, sfruttando il contributo di quegli studiosi che hanno sviscerato i dispositivi della governance ordoliberista (mi riferisco, fra gli altri, ai lavori di Dardot e Laval e al più recente saggio di Giuliana Commisso, “La genealogia della governance”, Asterios editore).
La prima considerazione da fare è che l’affermazione secondo cui l’Europa avrebbe garantito pace, democrazia e benessere è smaccatamente falsa: 1) dai Balcani all’Ucraina, passando per la Libia, l’Europa è stata un costante fattore di guerra, 2) sulla democrazia chiedete cosa ne pensa il popolo greco, 3) il benessere poi è un miraggio per quei milioni di cittadini che hanno visto peggiorare drasticamente i livelli salariali e di occupazione, oltre a perdere gran parte dei diritti conquistati prima dell’avvio del processo di unificazione.
Seconda considerazione: associare l’economia sociale di mercato all’allargamento della democrazia è una contraddizione in termini. Dietro questo slogan si nasconde infatti quel progetto neoliberista che si è costantemente impegnato a sottrarre il compito della legittimazione al quadro costituzionale-parlamentare per affidarlo a organismi non eletti che rispondono esclusivamente agli imperativi del mercato. Inoltre la sussidiarietà di cui si parla è consistita nella proliferazione di enti, agenzie e autorità deputati a gestire localmente i bisogni sociali – proliferazione che è proceduta di pari passo con lo smantellamento del welfare e con l’assunzione dell’impresa privata quale modello universale di regolazione sociale, in base al principio secondo cui non bisogna ostacolare chi potrebbe erogare un servizio migliore del servizio pubblico (ciò che Colin Crouch ha definito la spoliticizzazione del servizio pubblico attraverso la riduzione del cittadino a cliente). Infine le reti multilivello, presentate come un modello di integrazione della società civile nella governance, sono di fatto servite a indebolire quei gruppi intermedi di pressione che rappresentavano e difendevano gli interessi delle classi subordinate.
Per il dogma ordoliberista, infatti, questi gruppi sono un ostacolo alla concorrenza che impedisce la libera formazione dei prezzi (a partire da quello della forza lavoro, che va tenuto il più basso possibile per evitare tensioni inflazionistiche). Sempre secondo tale dogma, vanno contrastate tutte quelle richieste di “elargizioni clientelari” che provocano un aumento della spesa pubblica in materia di previdenza, salute, ecc. Del resto non si capisce questa logica se non si comprende che per gli ordoliberisti – al contrario dei liberisti classici – il ruolo dello stato è fondamentale: sia in quanto garante dell’ordine giuridico che deve garantire il corretto funzionamento del mercato (che non è in grado di autoregolarsi), sia in quanto garante di un ordine sociale “post ideologico” in cui tutti i cittadini devono venire convinti di essere “imprenditori di sé stessi” e di vivere nel migliore dei mondi possibili.
Il riferimento alla natura cosmopolita dell’Europa – del resto smentito dai muri e dalle altre pratiche di contrasto ai flussi migratori, come il vergognoso accordo con il regime autoritario turco – va letto infine come “internazionalismo” delle élite, da contrapporre alle resistenze locali dei vari popoli europei alla colonizzazione da parte del capitale globale. Come conciliare tutto questo con la proposta di legittimare l’oligarchia di Bruxelles sottoponendola al vaglio degli elettori? Non è difficile immaginare quali alchimie giuridico istituzionali verrebbero escogitate per garantirsi apriori il trionfo di una grande coalizione europea “anti populista”, visto che, come spiega l’articolo di Goffredo Buccini nel taglio basso sotto l’Appello, occorre guardarsi le spalle da quel popolo bue che insiste a votare movimenti come l’M5S, in barba alle prove di volgarità, ignoranza e incompetenza offerte dai suoi dirigenti.

sabato 10 dicembre 2016

La nazionalizzazione di MPS e la crisi dell'epoca liberista

di Giorgio Cremaschi


Il fatto che, senza alcuni scandalo dei benpensanti dell'economia e della politica, sia considerata ed accettata come quasi inevitabile la nazionalizzazione di MPS, la dice lunga sulla crisi delle politiche liberiste dopo dieci anni di crisi generale. Solo fino a poco tempo fa la parola stessa nazionalizzazione era tabù, guai a pronunciarla. Si era tacciati di nostalgia del comunismo o della democrazia cristiana, di apologia della corruzione. Il pubblico era il male, il privato era il bene ci spiegavano tutti i commentatori di palazzo, così vuole l'Europa aggiungevano. Oggi è proprio la Banca Centrale Europea a dire, nei fatti, al governo italiano: basta inseguire il mercato, nazionalizzate la banca.
Certo questa indicazione non nasce da un cambio di rotta politico da parte delle istituzioni europee, ma dalla paura. Tutto il sistema bancario del continente è a rischio, quello della Germania non meno di quello del nostro paese. Dunque se salta una grande banca, il timore dell'effetto domino è fortissimo. E una crisi bancaria che accompagnasse i vari pronunciamenti "populisti" degli elettori sarebbe ingestibile per il potere costituito. Quindi la nazionalizzazione di MPS alla fine è un male minore, e la burocrazia europea è la prima a suggerirla.
Così questo intervento pubblico dovrebbe solo permettere alla finanza internazionale di rifiatare e poi di riprendersi la banca risanata, nella più pura tradizione della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti. Così la Banca Morgan, a cui Renzi dopo quello della Costituzione aveva anche affidato anche il futuro di MPS, deve ritirarsi. Due sconfitte in pochi giorni, una per opera del popolo, l'altra per via dello stesso mercato, che sulla banca senese non vuol mettere soldi.
Ora i cialtroni della globalizzazione cercheranno di ridimensionare il fatto ad una rara eccezione. Ma non ce la faranno. Il pubblico torna in campo semplicemente perché il privato non ce la fa, perché la crisi continua. Se nazionalizzano una banca allora che dire del resto dell'economia? I poteri di sempre non riusciranno a contenere l'utilizzo di questo strumento, l'intervento pubblico, ora che loro per primi lo rimettono in vigore. Non riusciranno a farlo con un popolo che al sessanta per cento ha appena detto che vuole quella Costituzione, che dell'intervento pubblico fa un suo pilastro. E neppure riusciranno, i poteri di sempre, a tenere ancora fuori dai conflitti sociali i vincoli europei. Se la BCE ci fa nazionalizzare una banca, perché dobbiamo ascoltarla ancora quando ci chiede di privatizzare la sanità? E se dobbiamo spendere soldi pubblici per impedire un collasso finanziario, perché non dobbiamo usarli per prevenirne altri? E magari anche per creare lavoro vero e non precario? E se lo stato rientra in campo nella gestione della economia, perché non deve avere tutti gli strumenti per poterlo fare? Cioè avere la piena sovranità sulla moneta, sul bilancio, su tutti gli strumenti della politica economica, cioè avere la piena indipendenza dei vincoli europei.
Non sappiamo se alla fine MPS finirà davvero in mano pubblica, o invece sarà regalato a qualche sceicco, ma il solo fatto che l'ipotesi principale sia la nazionalizzazione ci dice quanta acqua in poco tempo sia passata sotto i nostri ponti. Il voto del referendum ha mostrato come il popolo italiano cominci a non accettare più una condizione sempre più povera ed ingiusta. La crisi MPS a sua volta, mostra come le classi dirigenti non ce la facciano più a dare le risposte che finora hanno sempre dato. L'epoca del liberismo è giunta alla sua crisi, siamo entrati in un'altra storia, una storia che possiamo fare noi.

venerdì 9 dicembre 2016

I Tribunali Segreti che le Multinazionali Usano per Fare Causa agli Stati

Queste corti fantoccio sono la ragione principale per cui tanti politici e attivisti sono contrari ad accordi commerciali come il TTP

di Haley Edwards (da Moyers & Company, 19 settembre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

[Quello che segue è un estratto dal nuovo libro di Haley Edwards, Shadow Courts: the Tribunals that Rule Global Trade.]

In una grigia giornata del gennaio 2016, l'ambientalista e attivista Jane Kleeb stava percorrendo l'Highway 281, dalle parti di Lincoln, Nebraska, quando ricevette la telefonata di un giornalista. In quel momento, Kleeb era ancora euforica per il successo ottenuto organizzando i coltivatori, gli allevatori e gli ambientalisti locali per opporsi all'oleodotto Keystone XL, che avrebbe dovuto, attraversando il Nebraska, portare prodotti petroliferi dalle sabbie bituminose del Canada al Golfo del Messico. Grazie agli sforzi suoi e di altri attivisti, nel novembre 2015 il presidente Obama aveva annunciato di voler negare alla compagnia canadese TransCanada l'autorizzazione al proseguimento del progetto, ponendo fine a otto anni di tentativi di realizzarlo. Il giornalista aveva chiamato Kleeb per chiederle se sapeva degli ultimi sviluppi della vicenda. Proprio quella mattina, la TransCanada aveva annunciato di aver fatto causa contro il governo statunitense per 15 miliardi di dollari, sostenendo la tesi che la decisione di Obama di bloccare il progetto violava il North American Free Trade Agreement [NAFTA]. A sentire di quella causa, Kleeb cadde dalle nuvole. “Organizzare è il mio mestiere, così la mia reazione fu 'Dove si tengono le udienze? Dove procede la cosa? Chi è il giudice?'” ha raccontato in seguito. Se la TransCanada aveva portato quella decisione in tribunale, lei voleva essere presente. Si poteva organizzare una protesta davanti al tribunale, o tenere un raduno in una città vicina... Ma no, venne a sapere, non è così che sarebbero andate le cose. La TransCanada non stava citando gli Stati Uniti davanti a una corte statunitense, o, se è per questo, canadese. I suoi argomenti non sarebbero stati valutati da un giudice, e i meriti del caso non sarebbero stati presi in considerazione nella cornice legislativa di uno stato, quale che fosse. Non ci sarebbe stata alcuna protesta sulla scalinata del tribunale. Invece il caso sarebbe stato esaminato da una corte gestita da tre arbitratori, che opera all'interno di un sistema legale sovranazionale di cui Kleeb non aveva mai sentito parlare.
Era tutto così bizzarro,” mi disse. “Una compagnia straniera ci può fare causa in un qualche tribunale segreto? È mai possibile?”
L'Investor-state dispute settlement [conciliazione delle dispute tra investitori e stati], o ISDS, apparve nei trattati nel 1969. L'idea che c'era dietro era piuttosto semplice: se un investitore straniero riteneva che il paese ospite – cioè la nazione dove operava la sua compagnia – avesse violato un trattato internazionale, ad esempio requisendo o distruggendo le sue fabbriche, o i pozzi di petrolio o altri beni, quell'investitore avrebbe potuto presentare una denuncia ISDS direttamente contro il paese ospite. Tutto questo senza coinvolgere il proprio governo, e senza dover attendere all'infinito che un qualche tribunale ostile o corrotto di un qualche paese in via di sviluppo giungesse a una qualche decisione. Presentando una denuncia ISDS, l'investitore avrebbe avviato la formazione di un tribunale arbitrale speciale, che sarebbe stato temporaneo e al di fuori della giurisdizione di qualsiasi nazione o istituzione internazionale. Il suo unico scopo sarebbe stato quello di determinare se e quanto lo stato ospite avrebbe dovuto risarcire l'investitore per le proprietà requisite o distrutte. Per fare un esempio, alla fine degli anni 80 il governo dello Sri Lanka, nel corso di un raid militare contro dei ribelli, distrusse gli impianti di lavorazione dei gamberetti di una compagnia britannica. L'investitore presentò una denuncia ISDS, venne formato un tribunale, e gli arbitratori stabilirono che il governo dello Sri Lanka, per compensare la distruzione dell'impianto, avrebbe dovuto risarcire la compagnia con 460.000 dollari. Detto tutto, caso chiuso. La compagnia britannica non aveva dovuto affidarsi alle corti dello Sri Lanka. Non ci fu nessun incidente diplomatico. Il Regno Unito non ebbe bisogno di intervenire per salvaguardare gli interessi dei suoi investitori. E in effetti, l'idea era proprio questa: l'ISDS doveva essere un sistema di arbitraggio efficiente, obbiettivo e apolitico che avrebbe impedito alle nazioni più potenti di interferire negli affari di quelle più deboli, e avrebbe anche offerto un'ulteriore protezione agli investitori stranieri che si trovassero a operare in paesi dai tribunali poco affidabili. Tuttavia, negli ultimi vent'anni questo meccanismo ha conosciuto una lenta mutazione, trasformandosi in qualcosa di molto potente – e molto, molto politico.
Un fattore di questa evoluzione è il boom di nuovi ricorsi. Tra gli anni 60 e il 2000 l'ISDS non venne utilizzato quasi mai. In quarant'anni i ricorsi da parte degli investitori furono solo una quarantina. A partire dal 2000 ce ne sono stati 647. Nel solo 2015 ben 70 nuovi casi. L'aumento è dovuto in parte al fatto che, col tempo, si sono aggiunti migliaia di nuovi trattati che includono la possibilità di ricorrere all'ISDS. Negli ultimi 25 anni le nazioni hanno stipulato migliaia di accordi bilaterali d'investimento, e, a cominciare dagli anni 90, praticamente tutti i nuovi accordi commerciali, dal NAFTA al CAFTA all'Energy Charter, includono un articolo riguardante gli investimenti che include l'ISDS. Nel 1989 c'erano poche centinaia di accordi con associato l'ISDS. A tutto il 2015 sono più di 3000.
Un ulteriore ragione dietro il boom di nuovi ricorsi è data dal fatto che la definizione di cosa significhi che una nazione si sia appropriata o abbia distrutto la proprietà di una ditta straniera, o abbia violato in altro modo i diritti di proprietà di un investitore alla luce di un trattato, questa definizione si è ampliata di parecchio. Gli investitori ormai fanno regolarmente causa se la nazione ospite approva una legge o una regolamentazione che comporti una perdita anche parziale per le proprietà della compagnia, o ne limiti in qualche modo i futuri profitti. Ad esempio, nel ricorso ISDS della TransCanada contro gli Stati Uniti si argomenta che la decisione del presidente Obama di cancellare il gasdotto Keystone XL viola il NAFTA perché espropria la compagnia dei previsti profitti futuri.
L'attuale interpretazione ha conquistato spazio solo negli ultimi vent'anni, ma ha aperto una nuova, enorme zona grigia. Mentre i ricorsi ISDS del passato riguardavano pozzi petroliferi espropriati o fabbriche rase al suolo, ora hanno come obbiettivo aumenti di tasse o norme ambientali. Qual è il confine tra il diritto di uno stato a legiferare nel pubblico interesse e i diritti di proprietà di una corporation?
I negoziatori statunitensi ormai si danno da fare per includere il meccanismo dell'ISDS nel maggior numero possibile di nuovi trattati, inclusi quelli più importanti, prossimi alla dirittura d'arrivo. La Trans -Pacific Partnership [TPP], che il presidente Obama ha firmato nel febbraio del 2016 e che il Congresso, con tutta probabilità, ratificherà prima che lui lasci la Casa Bianca [1], incorpora di già l'ISDS. Che questo meccanismo si ritrovi anche nel Transatlantic Trade and Investment Partnership [TTIP] tra Stati Uniti ed Europa, è oggetto di discussione. In Europa l'argomento ha già innescato una sorta di guerra civile intellettuale, col Parlamento Europeo che ha respinto, trasversalmente agli schieramenti partitici, qualsiasi trattato che includesse l'ISDS. Le strade di Berlino, Parigi e Bruxelles si sono riempite di contestatori, che hanno anche scritto centinaia di petizioni per opporsi a quella che vedono come l'imposizione di “tribunali delle corporation” privi di trasparenza, che possono essere utilizzati per aggirare leggi e regolamentazioni, nonché mettere a rischio la sovranità dello stato. I negoziatori statunitensi affermano che si tratta di grosse esagerazioni. Fanno rilevare che gli Stati Uniti hanno già stipulato una cinquantina di accordi che includono l'ISDS, e che le corporation straniere l'hanno utilizzato contro Washington solo 18 volte. Gli Stati Uniti non hanno ancora perso una sola causa. Ma esperti di entrambe le sponde della discussione ritengono che queste cifre sottovalutino l'importanza dell'ISDS. Se il meccanismo venisse incorporato nel TTP e nel TTIP, per gli investitori il panorama legale globale cambierebbe per sempre. Quei cinquanta trattati sono di modesta entità, e rappresentano solo un 10% degli investimenti esteri diretti negli Stati Uniti; se si includesse l'ISDS nel TTP, quella percentuale diverrebbe sensibilmente più alta. Se poi l'ISDS venisse incluso in entrambi i trattati di cui sopra, questo implicherebbe che qualunque corporation che avesse sede in qualunque paese firmatario di questi accordi – e si tratta della stragrande maggioranza delle compagnie elencate nella Global Fortune 500 [una lista dei primi 500 gruppi economici mondiali] – potrebbe utilizzare il meccanismo per contestare leggi e regolamentazioni statunitensi fuori dai tribunali nazionali, come sta facendo oggi la TransCanada.
Non credo che il problema sia se le leggi statunitensi verranno contestate da compagnie straniere nell'ambito del TPP,” mi ha detto di recente Simon Lester, esperto di scambi commerciali del libertarian Cato Institute. “È abbastanza chiaro che è quello che avverrà, che qualcuna di queste contestazioni avrà successo, e che saranno i contribuenti statunitensi a pagare il conto.”

nota del traduttore

[1] A quanto sembra la ratifica del TTP non è più (dopo la vittoria di Donald Trump) così pacifica. Quello che è estremamente significativo è lo scollamento che il turbocapitalismo legato alla globalizzazione ha provocato tra l'oligarchia militare-finanziaria e le masse dei “milionari momentaneamente in difficoltà” statunitensi. Questo stesso estratto ne è una dimostrazione: il problema non riguarda le corporation in generale, ma il fatto che qualcuna di esse possa imporre la propria volontà sugli Stati Uniti. Non a caso viene citato un esponente libertarian, congenitamente dalla parte dell'oligarchia. Per adesso la populace del “malcontento mezzo gaudio” si è espressa votando Trump, vedremo in futuro se questo porterà a un cambio di rotta da parte dell'oligarchia (improbabile) o a un aumento esponenziale della repressione (già in avvio con la compilazione di liste di dissidenti da neutralizzare).

martedì 15 novembre 2016

La 'Fine della Crescita' Scatena il Malcontento Globale

Le false promesse delle élite mondiali sull'economia liberista, presentata come panacea per tutti i mali grazie al suo elisir di crescita perenne, aiutano a spiegare i movimenti nazionalisti arrabbiati che stanno mandando in pezzi la politica occidentale, pensa l'ex diplomatico britannico Alastair Crooke.

di Alastair Crooke

da Io Non Sto Con Oriana (fonte
Consortium News, 14 ottobre 2016)


Raul Ilargi Meijer è un esperto editorialista economico ed ha scritto, in modo stringato e provocatorio, che
E' finita. Il modello su cui le nostre società si sono basate almeno per tutto il tempo in cui siamo vissuti è arrivato alla fine. Ecco perché esistono i Trump.Non c'è nessuna crescita. Non c'è da anni una vera crescita. Ci sono soltanto i vuoti ed insignificanti, ottimistici numeri dei mercati borsistici di Standard and Poor, drogati da uno stracciato costo del denaro e dai buyback, e datori di lavoro che nascondono ai lavoratori indicibili quantità di denaro. E soprattutto esiste il debito, pubblico o privato che sia, che è servito a mantenere in vita una crescita illusoria; le possibilità di ricorrervi sono sempre meno, adesso.
I falsi dati sulla crescita servono ad una cosa soltanto; servono a far sì che la massa lasci i potenti in carica sulle lore comode poltrone. Solo che sono sempre riusciti ad opporre il velo di Oz agli occhi altrui tante e tante volte; ora, quelle tante volte sono finite.
Ecco il perché dei Trump, delle Brexit, dei Le Pen e di tutto il resto. Basta, fine. Tutto quello che ci ha fatto da guida per tutta la nostra esistenza ha perso la direzione e ha perso potenza.
Meijer scrive poi:
Siamo nel bel mezzo del più importante mutamento globale degli ultimi decenni, per certi aspetti addirittura degli ultimi secoli; una rivoluzione vera e propria, che continuerà a rappresentare il più importante fattore impattante sul mondo nei prossimi anni. Nonostante quello, non mi pare che nessuno ne faccia parola. La cosa mi ha sorpreso. Il mutamento di cui sto parlando è la fine della crescita economica mondiale, che porterà inesorabilmente alla fine dei processi centralizzati, globalizzazione compresa. Comporterà anche la fine della maggior parte delle istituzioni internazionali, soprattutto di quelle più potenti.
Sarà la fine anche per quasi tutti i partiti politici tradizionali, rimasti per decenni al governo nei rispettivi paesi e già oggi ai livelli record di impopolarità. Se non avete idea di cosa sta succedendo, date un'occhiata qui in Europa!
Non è questione di cosa vogliono questo o quello, o questo o quel gruppo. Sono in gioco forze ben al di là del nostro controllo, la cui grandezza e la cui portata va oltre la nostra opinione, nonostante si possa trattare di fenomeni costruiti dall'uomo.
Un sacco di persone più o meno intelligenti si stanno rompendo la testa per cercare di capire da dove vengano Trump e la Brexit e Le Pen e tutti questi spaventosi individui e fenomeni e partiti nuovi. Arrivano a formulare teorie incerte e di piccola portata che chiamano in causa gente anziana, gente impoverita razzista e bigotta, gli stupidi, quelli che alle elezioni si sono sempre astenuti, ogni genere di individui.
Solo che nessuno sembra capire o comprendere davvero. E questo lascia stupiti perché non è che la questione sia così difficile. Tutto questo succede perché la crescita è finita. E se finisce la crescita finiscono anche l'espansione e la centralizzazione, in tutta la loro miriade di varietà e di forme.
Più avanti Meijer scrive:
La dimensione globale intesa come prima forza trascinante è finita, il paneuropeismo è finito, e il fatto che gli Stati Uniti continueranno a rimanere tali è tutt'altro che un dato scontato. Stiamo andando verso un movimento di massa favorevole a decine di paesi e di stati separati, e di società che guardano al passato. E tutte si trovano ad affrontare un qualche problema incombente di un qualche genere. Quello che rende la situazione così difficile da affrontare per chiunque è che nessuno vuol prendere atto di nulla di tutto questo. Esattamente dagli stessi luoghi da cui vengono i Trump, la Brexit e i Le Pen arrivano storie di amara povertà.
Il fatto che il baraccone politico, economico e mediatico sforni ventiquattr'ore su ventiquattro e sette giorni su sette messaggi positivi sulla crescita può anche costituire una parziale spiegazione del perché manchino consapevolezza e riflessione, ma si tratta di una spiegazione parziale. Il resto è dovuto a come siamo fatti noi stessi: pensiamo di meritarla, la crescita a tempo indeterminato.

La fine della crescita

Insomma, la crescita economica globale è finita? Raul Ilargi parla un po' all'ingrosso perché ci sono anche esempi di crescita economica in cui non c'è stata alcuna contrazione, ma è chiaro che gli investimenti basati sul debito e sulle politiche di bassi tassi di interesse si stanno rivelando sempre meno efficaci nel risultare in crescita economica o in aumento degli scambi, e a volte non lo sono per niente. Tyler Durden di ZeroHedge scrive:
"Dopo quasi due anni di programmi centrati sul quantitative easing i dati economici nella zona euro rimangono molto deboli. Come spiega il GEFIRA l'inflazione è ancora attorno allo zero e il PIL della zona euro ha iniziato a rallentare invece di accelerare. Secondo i dati della Banca Centrale Europea, per creare un euro di crescita di PIL occorrono diciotto euro e mezzo di quantitative easing... Quest'anno la BCE ha emesso quasi seicento miliardi nell'ambito del programma per l'acquisto di titoli (il quantitative easing)."
Le banche centrali possono anche produrre e stampare denaro, ma questo non significa creare ricchezza o acquisire potere d'acquisto. Incanalando il credito creato verso gli intermediari delle banche a garanzia dei prestiti verso i loro clienti di favore le banche centrali garantiscono potere d'acquisto ad un determinato gruppo di soggetti; questo potere d'acquisto deve per forza venire da un altro gruppo di soggetti europei (nel caso della BCE, arriva dai cittadini) che vedranno ridurre il proprio potere d'acquisto e la discrezionalità con cui potranno spendere il proprio reddito.
L'erosione del potere d'acquisto non è del tipo più ovvio: non esiste una grossa inflazione e tutte le principali valute si stanno svalutando più o meno di pari passo; inoltre le autorità intervengono periodicamente abbassando il prezzo dell'oro, cosicché non esiste alcun segnale evidente per cui le persone possano capire fino a che punto arriva la perduta di valore di tutte le valute.
Anche il commercio mondiale sta soffrendo, come spiega in termini piuttosto eleganti Lambert Strether di Corrente. "Si torna alle spedizioni. Mi sono messo a seguire le spedizioni... un po' perché è divertente, ma soprattutto perché le spedizioni hanno a che fare con beni concreti, e seguire i percorsi delle merci mi è sembrato un modo molto più interessante di toccare con mano il funzionamento dell'economia; senz'altro più delle statistiche economiche, per tacere di tutti i libri di cui quelli di Wall Street parlano un giorno sì e l'altro pure. E non mi fate parlare di Larry Summers.
Quello che ho notato è che c'era un declino. E non si trattava di piccoli passi indietro seguiti da balzi in avanti, ma di un declino vero e proprio andato avanti per mesi e alla fine per un anno intero. Declina il trasporto ferroviario, persino quando le merci sono grano e carbone, e declina la domanda di vagoni. Declina il trasporto su ruota, e con esso la domanda di camion. Il trasporto aereo se la passa male. I porti del Pacifico non saranno affollati di merci sotto Natale. E adesso è arrivato anche il fallimento di HanJin, con tutti quei capitali fermi nelle navi alla fonda e coperto per solo dodici miliardi di dollari o qualcosa del genere, e l'ammissione generale che forse noi abbiamo investito un pochettino troppo in grandi navi e grandi imbarcazioni, il che significa -credo- che dobbiamo spedire molte meno merci di quello che pensavamo, almeno via mare.
Nel frattempo, in apparente contraddizione rispetto al lento collassare del commercio mondiale ed anche all'opposizione ai "trattati commerciali" uno dei pochi settori trainanti dell'immobiliare è quello dei magazzini, e la gestione delle catene di distribuzione è un campo esaltante. Un campo pieno di sociopatici fuori da ogni limite, e dunque dinamico ed in crescita!
Ecco, le statistiche economiche sembra dicano che non c'è nulla che non va. I consumatori sono il motore dell'economia e sono fiduciosi. Ma alla fin fine le persone hanno bisogno di beni perché si vive in un mondo materiale, anche se si è convinti di star vivendo a modo proprio. Un bel rompicapo. Io vedo una contraddizione: si muovono meno merci, ma i numeri dicono che va bene così. Ho ragione su questo? Allora, devo pensare che i numeri non sono significativi, ma le merci sì."


Un elisir fasullo

In altre parole, se vogliamo essere ancor più falsamente empirici come nota Bloomberg in A Weaker Currency is no longer the Elixir, It Once Was, "le banche centrali di tutto il mondo hanno tagliato i tassi di interesse per 667 volte dal 2008 in poi, secondo Bank of America. Nel corso di questo periodo le prime dieci valute agganciate al dollaro sono crollate del quattordici per cento e le economie del G8 sono cresciute in media dell'uno per cento appena. Secondo Goldman Sachs dalla fine degli anni Novanta un deprezzamento del dieci per cento al netto dell'inflazione nelle valute di ventitré economie avanzate ha spinto le esportazioni nette soltanto dello zero virgola sei per cento del PIL. Come raffronto, c'è l'uno virgola tre per cento del PIL dei due decenni precedenti. Gli scambi commerciali tra gli USA e gli altri paesi sono passati a tremilasettecento miliardi di dollari l'anno nel 2015 dai tremilanovecento che erano nel 2014."
Fine della crescita, fine della globalizzazione. Su questo è d'accordo persino il Financial Times, il cui editorialista Martin Wolf scrive in The tide of Globalisation is turning: "Il meno che si possa dire è che la globalizzazione si è fermata. Si potrebbe tornare perfino indietro? Certamente. Occorre che le grandi potenze siano in pace... E' importante che la globalizzazione si sia fermata. Certamente."
La globalizzazione si è davvero fermata. Ma non a causa delle tensioni politiche, che sono un comodo giustificativo, ma perché la crescita è fiacca e questa debolezza è il risultato di una provata concatenazione di fattori che ne hanno causato l'arresto, oltre che del fatto che siamo entrati in una fase di deflazione che sta drasticamente contraendo quanto è rimasto del reddito disponibile al consumo per le spese a discrezione. Wolf ha comunque ragione. Inasprire le tensioni con Russia e Cina non risolverà i problemi del sempre più debole controllo ameriKKKano sul sistema finanziario mondiale, anche se la fuga dei capitali verso il dollaro potrebbe far passare un fugace momento di rialzo al sistema finanziario statunitense.
Cala il sipario sulla globalizzazione. Ma cosa significa realmente questa espressione? Indica la fine del mondo finanziarizzato costruito dal neoliberismo? Difficile dirlo. Ma nessuno si aspetti rapidi dietrofront, e tantomeno delle scuse. La grande crisi finanziaria del 2008 all'epoca fu vista da molti come ultimo atto del neoliberismo. Ma le cose non sono andate così: anzi, il periodo di tagli e di austerità che seguì inasprì la sfiducia nello status quo ed aggravò la crisi che ha le sue radici nella diffusa opinione che "la società" in generale stia andando nella direzione sbagliata.
Il neoliberismo dispone di solide basi, non da ultimo nella troika europea e nell'eurogruppo che fanno gli interessi dei creditori e che grazie alle regole dell'Unione Europea sono arrivati a dominare la politica finanziaria e fiscale dell'Unione.
E' troppo presto per capire da dover arriverà la sfida all'ortodossia prevalente sul piano economico, ma in Russia esiste un aggregato di eminenti economisti che si sono riuniti nel gruppo Stolypin e che sta levando un nuovo interesse verso Friedrich List, il vecchio avversario di Adam Smith morto nel 1846, che sviluppò un "sistema nazionale di politica economica." List antepose gli interessi della nazione a quelli dell'individuo. Mise in risalto l'idea di nazione ed enfatizzò le particolari necessità di ogni nazione secondo le circostanze in cui essa si trova, soprattutto in rapporto al suo grado di sviluppo. List è noto per aver dubitato della sincerità delle invocazioni al libero mercato che arrivavano dai paesi sviluppati, con particolare riguardo al Regno Unito. In sostanza fu il primo no global.


Il dopo globalizzazione

Il pensiero di List potrebbe ben adattarsi alla corrente tendenza post-globalizzazione. La presa d'atto di List della necessità di una strategia industriale a livello nazionale e il suo ribadire il ruolo dello stato come garante finale della coesione sociale non sono cose cui sta flebilmente dietro soltanto una manciata di economisti russi. Si tratta di concetti che stanno facendo il loro ingresso nel discorso politico corrente. Proprio il governo May, nel Regno Unito, sta rompendo con il modello neoliberista che ha guidato la politica britannica dagli anni Ottanta in avanti; ed è una rottura che va verso un approccio alla List.
Sia come sia, che questo modo di vedere le cose torni in auge o meno, il docente e filosofo politico britannico molto attento ai fenomeni contemporanei John Gray ipotizza che la cosa stia in questi termini:
Il riaffermarsi dello stato è uno dei punti su cui il tempo presente si distanzia dai "tempi nuovi" pronosticati da Martin Jacques e da altri osservatori negli anni Ottanta. All'epoca sembrava che le frontiere nazionali stessero liquefacendosi e che si fosse prossimi all'instaurazione di un mercato libero globale. Io non ho mai trovato credibile questa prospettiva. Esisteva un'economia globalizzata prima del 1914, ma si basava sulla mancanza di democrazia. La mobilità di capitali e di forza lavoro priva di qualsiasi controllo può anche impennare la produttività e produrre ricchezza su una scala senza precedenti, ma ha anche un impatto fortemente distruttivo sulla vita dei lavoratori, specie quando il capitalismo entra in una delle sue crisi periodiche. Quando il mercato globale attraversa un brutto quarto d'ora il neoliberismo finisce nella spazzatura perché si deve venire incontro ad una diffusa richiesta di certezze. Oggi, questo è quanto sta accadendo.
Se la tensione fra capitalismo globale e stato nazionale è stata una delle contraddizioni del thatcherismo, il conflitto tra globalizzazione e democrazia è stato la nemesi della sinistra. Da Bill Clinton a Tony Blair in poi il centrosinistra ha abbracciato il progetto del libero mercato globale con lo stesso ardente entusiasmo dimostrato dalla destra. Se la globalizzazione colpisce la coesione sociale, occorre riplasmare la società perché faccia da puntello al mercato. Il risultato? Ampi settori della popolazione sono stati abbandonati a marcire nella stagnazione o nella povertà, in qualche caso senza alcuna prospettiva di trovare un ruolo produttivo nella società.
Se Gray ha ragione ad affermare che quando l'economia globalizzata passa un brutto momento la gente esige che lo stato presti attenzione alla situazione economica dei loro paraggi, del loro paese e non alle utopistiche preoccupazioni della élite accentratrice, se ne deve concludere che la fine della globalizzazione comporta anche la fine della concentrazione della ricchezza in tutte le sue manifestazioni.
Ovviamente l'Unione Europea, che è un simbolo di questa asociale concentrazione, dovrebbe fermarsi un momento e riflettere. Scrive Jason Cowley, editorialista del New Statesman orientato a sinistra: "In ogni caso... comunque lo si voglia chiamare, [l'arrivo dei "tempi nuovi"] non porterà ad una rinascita della socialdemocrazia: sembra che in parecchi paesi occidentali stiamo invece entrando in un periodo in cui i partiti di centrosinistra non riescono a formare maggioranze di governo perché hanno perso suffragi in favore di nazionalisti, populisti e di alternative più radicali."


Il problema della delusione

Torniamo adesso all'affermazione di Ilargi secondo cui "Siamo nel bel mezzo del più importante mutamento globale degli ultimi decenni... non mi pare che nessuno ne faccia parola. La cosa mi ha sorpreso", cui Ilargi stesso risponde che in fin dei conti questo silenzio è dovuto a noi stessi, che "pensiamo di meritarla, la crescita a tempo indeterminato."
Ilargi ha ragione a pensare che in qualche modo questo costituisca una risposta alla visione, cara al cristianesimo, del progresso inteso come processo lineare (in questo caso materiale, più che spirituale). Ma in termini più pragmatici, la crescita non è il fondamento di tutto il sistema globale finanziarizzato dell'Occidente? Non è la crescita economica che doveva "liberare gli 'altri' dalla loro condizione di povertà"?
Si ricorderà che Stephen Hadley, ex consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente degli USA George W. Bush, ha detto chiaramente che gli esperti di politica estera dovrebbero prestare molta attenzione al crescente risentimento diffuso, che "la globalizzazione è stata un errore", e che "le élite hanno condotto [gli USA] come dei sonnambuli verso una situazione pericolosa".
Hadley ha affermato che "queste elezioni presidenziali non sono soltanto un referendum su Donald Trump; riguardano i motivi di scontento verso il nostro sistema democratico e il modo in cui intendiamo affrontarli... Chiunque vinca, dovrà affrontare questa situazione."
In poche parole, se la globalizzazione apre la strada allo scontento, la mancanza di crescita economica rischia di minare tutto il progetto finanziarizzato globale. Secondo Stiglitz tutto questo era evidente già da una quindicina d'anni; appena un mese fa ha scritto che già allora aveva individuato "una crescente opposizione, nei paesi in via di sviluppo, verso le riforme favorevoli alla globalizzazione. All'apparenza era un fenomeno strano, perché alla gente dei paesi in via di sviluppo era stato raccontato che la globalizzazione avrebbe fatto aumentare il benessere generale; perché in così tanti si mostravano ostili nei suoi confronti? Come può un fenomeno che a detta dei nostri leader politici e di molti economisti avrebbe fatto vivere tutti meglio incontrare un tale disprezzo? A volte si sente dire da qualche economista neoliberista, paladino di queste politiche, che le persone vivono davvero meglio, solo che non lo sanno. Questo loro scontento è materia per psichiatri, non per economisti."
Ora, questo scontento di nuovo genere a detta di Stiglitz si è esteso anche alle economie avanzate. Forse è a questo che Hadley si riferisce quando afferma che "la globalizzazione è stata un errore." La globalizzazione sta oggi minacciando l'egemonia finanziaria ameriKKKana, e dunque anche la sua egemonia politica.

giovedì 10 novembre 2016

Brancaccio: “Il liberismo xenofobo di Trump non aiuterà i lavoratori americani”




Per l’economista la sconfitta della Clinton segna la crisi di quel modello di consenso che metteva le macchine elettorali democratiche e socialiste al servizio degli interessi della grande finanza. Ma la Trumpnomics determinerà un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti più abbienti. E se Trump continuerà a pretendere dalla FED un rialzo dei tassi d’interesse, ci saranno pesanti ripercussioni per l’Eurozona e anche per la Russia dell’amico Putin.

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena da Micromega
Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l’economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha più volte definito “liberismo xenofobo”, e sulla quale da tempo lancia l’allarme. Con Brancaccio discutiamo dell’esito delle elezioni statunitensi, della carta Sanders che i democratici non hanno voluto giocare, delle ricette economiche di Trump e dei loro possibili effetti sui rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

Professor Brancaccio, Hillary Clinton esce duramente sconfitta dalle presidenziali americane. Il risultato viene interpretato come una disfatta per il partito democratico statunitense, ma anche le forze democratiche e socialiste europee sembrano accusare il colpo. Possiamo parlare della fine di quel “liberismo di sinistra” che era stato inaugurato da Bill Clinton nel 1992 e al quale molti in Europa hanno cercato di ispirarsi?
Di certo siamo di fronte a una crisi di quel regime di riproduzione del consenso che ha retto in Occidente per circa un quarto di secolo e che, per dirla in modo un po’ brutale, è consistito nel mettere le macchine elettorali dei partiti democratici e socialisti al servizio di programmi che si conformavano agli interessi dei gruppi capitalistici più grandi e con le maggiori ramificazioni internazionali. In questo modo si sono create le condizioni per sostenere politiche tese a comprimere la quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori in cambio di qualche residua prebenda sociale e di poche concessioni sul versante delle libertà civili. Con la grande recessione del 2008 questa macchina del consenso è entrata in una crisi difficilmente reversibile. Gli interessi legati alla sua ripartenza sono ancora egemoni: proveranno a rimetterla in funzione ma lo scenario è profondamente cambiato, sarà un’impresa complicata.

Sotto la presidenza di Obama la disoccupazione è stata in gran parte assorbita e la crescita è tornata a livelli normali. Come si spiega lo scarto tra i risultati economici dell’amministrazione democratica e l’esito delle elezioni?
Il modo in cui l’amministrazione Obama ha gestito la grande recessione ha implicato mutamenti significativi nei rapporti tra apparati pubblici e capitale privato: la vecchia retorica liberista è stata scalzata da un massiccio interventismo statale, nel settore bancario e nell’industria. Ma la centralità economica e politica di Wall Street non è mai stata messa in discussione e le riforme sociali sono state limitate. La conseguenza è che per i lavoratori e per i soggetti sociali più deboli le cose non sono andate benissimo. Stando ai dati della FED e dell’OCSE, sotto l’amministrazione democratica la quota salari sul Pil è rimasta ben al di sotto dei livelli pre-crisi e non abbiamo assistito a una riduzione degli indici di povertà e disuguaglianza.       

I sondaggi delle scorse settimane dicevano che mentre la candidatura della Clinton era debole, quella di Bernie Sanders sarebbe stata più efficace contro Trump. In queste ore vari commentatori sostengono che Sanders avrebbe potuto conquistare la Casa Bianca. Lei che ne pensa?
Lasciamo stare i sondaggi. Il dato certo è che la vittoria della destra americana è stata netta. In termini assoluti Trump ha raccolto meno voti di Clinton e a guardar bene si è situato anche al di sotto del numero totale di consensi ottenuti da Romney nel 2012 e da McCain nel 2008. Ma il meccanismo di voto federale lo ha premiato in modo inequivocabile, e ha assegnato al partito repubblicano una quaterna di poteri impressionante: Presidenza, Camera, Senato e la possibilità di mantenere il controllo della Corte Suprema. Rispetto al 2008 il partito democratico ha perso circa dieci milioni di elettori, molti dei quali situati nei sobborghi più poveri, che avevano dato fiducia a Obama ma che delusi dalla sua amministrazione si sono poi allontanati nuovamente dalla partecipazione politica. A differenza di Hillary Clinton, Sanders aveva l’appeal per tentare di recuperare quei voti. Ma rimediare alle promesse mancate di Obama e alla disaffezione che ne è seguita sarebbe stato difficilissimo.

Però la leadership di Sanders sarebbe stata percepita come un corpo estraneo rispetto all’establishment. Almeno Trump non sarebbe stato l’unico rappresentante di quell’istinto di rivolta contro le élites che sembra avere ispirato le scelte di molti elettori.
E’ vero, ma in una democrazia sempre più plebiscitaria, con i partiti ridotti a comitati elettorali, i sindacati dei lavoratori in ginocchio da anni e le associazioni che cercano di aggregare gli interessi dei soggetti più deboli lasciate in uno stato di frammentazione, quell’istinto di “rivolta” si traduce nell’astensione al voto o al limite finisce per assecondare soluzioni di estrema destra. La candidatura di Sanders sarebbe stata in ogni caso benefica, ma l’onda schiacciante di Trump è frutto di un ulteriore regresso democratico nella struttura della società e delle istituzioni che la governano. Oggi più che mai, negli Stati Uniti come anche in Europa, una sinistra che ambisse ad esser vincente dovrebbe partire dai problemi di “struttura”, non dalla scelta della leadership.

In effetti l’onda di Trump sembra avere conquistato anche pezzi di società riconducibili al lavoro dipendente. Molti lavoratori hanno votato il candidato repubblicano per sostenere la sua politica di repressione dell’immigrazione. È stata una scelta razionale?     
Non direi. Prendiamo George Borjas, l’economista di Harvard favorevole ai programmi anti-immigrazione, che è stato anche citato da Trump durante i suoi comizi. Stando a una delle più note ricerche di Borjas, un aumento decennale del dieci percento della quota di immigrati sul totale dei lavoratori nazionali è correlato a una riduzione decennale dei salari di appena il tre percento. Lo stesso Borjas oltretutto segnala che l’impatto negativo sui salari sembra annullarsi in archi di tempo più lunghi, e altri studi indicano che il nesso statistico tra immigrazione e retribuzioni è più instabile e meno significativo di quanto egli abbia suggerito. Né in genere si rileva un grande impatto dell’immigrazione sulla probabilità dei nativi di restare disoccupati. Che gli immigrati possano espandere quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva dei lavoratori è piuttosto ovvio, ma l’effetto finale sulle condizioni dei nativi è più debole e incerto di quanto l’opinione pubblica sia oggi indotta a credere. Non dovremmo mai smettere di ricordare che il peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice dipende molto più dalla libera circolazione dei capitali che dalla libera circolazione delle persone.

Ma allora, nel complesso, quali saranno gli effetti della Trumpnomics sui lavoratori?
Se anche dessimo per buone le discusse evidenze empiriche di Borjas, i presunti benefici del muro di Trump contro l’immigrazione saranno insignificanti rispetto ai danni che i lavoratori americani subiranno dalle altre ricette che lui ha annunciato, tra cui l’abolizione della riforma sanitaria. Per non parlare dell’aumento delle disuguaglianze: la riforma fiscale segnerà un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti più abbienti. A questo porta il “liberismo xenofobo” di Trump e dei suoi epigoni.

Che sia liberista sul versante fiscale e della spesa sociale è innegabile, però Trump vuole anche ridiscutere gli accordi internazionali sugli scambi. Lui dice che in questo modo le industrie e i posti di lavoro torneranno in patria e il deficit commerciale statunitense tornerà sotto controllo. La svolta protezionista di Trump è una novità positiva?
A ben guardare non si tratta di una novità. Stando ai dati della Commissione UE, già nel periodo del doppio mandato di Obama gli Stati Uniti hanno adottato oltre venti misure di restrizione degli scambi internazionali. Inoltre, il “Trade Facilitation and Trade Enforcement Act” approvato dal Congresso USA nel 2015 ha ammesso la possibilità di introdurre misure di controllo degli scambi verso quei paesi che accumulino surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti. Da diversi anni assistiamo, a livello mondiale, a un’accentuazione delle politiche protezioniste. Trump lo grida ai quattro venti mentre Obama magari preferiva sussurrarlo, ma la politica americana asseconda già da tempo questa tendenza.

Possiamo prevedere che Trump provocherà un’accelerazione del protezionismo americano?
E’ possibile. Io però su questo punto vedo contraddizioni, perché a volte Trump sembra volersi affidare ai controlli amministrativi sugli scambi, mentre altre volte sembra voler puntare sull’abbattimento della pressione fiscale per favorire le imprese nazionali e attirare capitali. Si tratta di linee d’azione diverse, la prima per così dire interventista e l’altra tipicamente liberista. Ho il sospetto che alla fine il nuovo presidente e il suo partito faranno più dumping fiscale che protezionismo.

Il nuovo inquilino della Casa Bianca si è anche distinto per avere attaccato più volte Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve. Trump ritiene che la banca centrale americana stia tenendo i tassi d’interesse artificialmente bassi. Lei come giudica questa presa di posizione?
Questo sarà un aspetto decisivo della nuova presidenza. Se Trump continuerà ad attaccare la politica monetaria della FED, la banca centrale sarà costretta presto o tardi a inaugurare una nuova fase, fondata su un significativo rialzo dei tassi d’interesse rispetto alla crescita del Pil. Le ricadute sarebbero pesanti, a livello nazionale e internazionale.

Ma perché Trump dovrebbe desiderare un rialzo dei tassi d’interesse? Non corre il rischio di bloccare la ripresa americana?  
La politica monetaria della banca centrale non contribuisce solo a determinare l’andamento dell’economia. Manovrando la liquidità e i tassi d’interesse, il banchiere centrale fissa le condizioni di solvibilità del sistema e in questo modo funge da regolatore di un conflitto tra capitali forti in posizione di credito e capitali deboli che hanno accumulato debiti. Trump si è definito un paladino dei piccoli proprietari depauperati e delle imprese minori che versano in cattive acque, ma la verità è che lui e il suo partito rappresentano soprattutto gli interessi dei possessori di grandi capitali, che detengono crediti e rendite. Questi da tempo esercitano pressioni per cambiare gli indirizzi della FED: un aumento dei tassi d’interesse sposterebbe ingenti quote di reddito a loro favore.

Se Trump spingesse la FED verso il rialzo dei tassi, quali sarebbero le ripercussioni internazionali?
Per certi versi potremmo assistere a una riedizione dello sconvolgimento macroeconomico globale che si verificò durante i primi anni della presidenza Reagan. Allora il rialzo dei tassi d’interesse americani determinò fughe di capitali verso gli Stati Uniti, scatenando crisi finanziarie in America latina e in varie altre parti del mondo. Questa volta potrebbe essere il turno dell’Eurozona: se i tassi americani cresceranno troppo rispetto ai tassi europei, difficilmente Draghi riuscirà a convincere il direttorio BCE a proseguire la politica del denaro a buon mercato.

E con la Russia le cose come si metterebbero? Dopotutto Trump ha insistito su una politica di distensione con i russi, e sembra voler chiudere con l’interventismo militare americano.
Sul terreno strettamente militare per Trump non deve esser stato difficile dare più garanzie della Clinton, che si presentava con un curriculum alquanto bellicista. Se però la Trumpnomics sarà fondata sul tentativo di finanziare il deficit commerciale americano a colpi di aumenti dei tassi d’interesse e afflussi di capitale dall’estero, in condizioni di libera circolazione dei capitali l’economia russa potrebbe risentirne in modo significativo.

Se questo sarà l’orientamento della Trumpnomics, come evolveranno i rapporti con la Cina?
Il governo cinese non mancherà di sottolineare che se gli Stati Uniti pretenderanno ancora una volta di finanziare il loro deficit commerciale tramite ingenti prestiti dall’estero, difficilmente potranno mantenere un ruolo egemone nei rapporti monetari con il resto del mondo. Se Trump chiederà alla FED una politica aggressiva sui tassi d’interesse, in futuro la sua epoca politica potrebbe essere ricordata come uno degli ultimi fuochi del dollaro sullo scacchiere monetario globale.


venerdì 30 settembre 2016

Rottamare il verbo euro liberista


Dopo gli interventi di Brancaccio, Iodice, Fazi e Grazzini proseguiamo il nostro dibattito sull'Europa pubblicando la recensione di Carlo Formenti al volume "Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa" con saggi di Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma, appena uscito da DeriveApprodi. A seguire anticipiamo il testo dell'introduzione che apre il volume.

di Carlo Formenti da Micromega


 
Agli osservatori più attenti non dev’essere sfuggito che l’inopinata conversione del Presidente del consiglio Renzi al partito dei critici dell’Europa contiene una buona dose di messa in scena (attaccare l’austerità, se nel contempo si ribadisce l’impegno a rispettare i vincoli Ue in materia, suona poco credibile).

Pur subodorando la teatralizzazione – che mira a captare il consenso di un elettorato irritato con le oligarchie europee – i media, i quali non cessano di diffondere il verbo euro liberista, si sono premurati di invitare alla prudenza, celebrando le virtù del modello tedesco e invitando a non mollare la presa sulla barra del timone, onde non perdere la scia della nave ammiraglia pilotata da Frau Merkel. Ma quali sarebbero le “virtù” in questione? Assai meglio dei media, ce lo spiega un libro a più mani (scrivono Aldo Barba, Massimo D’Angelillo, Steffen Lehndorff, Leonardo Paggi e Alessandro Somma) appena uscito da DeriveApprodi: Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa.
Il modello tedesco, imposto a tutti gli stati membri della Ue con le buone o con le cattive (per le cattive vedi il caso greco), si fonda sull’assoluta priorità attribuita alla lotta all’inflazione e all’equilibrio di bilancio (l’ultimo obiettivo, sancito dai trattati, è stato perfino integrato in alcuni ordinamenti costituzionali, fra cui il nostro).

Dal punto di vista “filosofico”, ciò trova fondamento nelle teorie ordoliberiste – nate fra le due Guerre mondiali – che elevano la concorrenza a principio supremo dell’economia di mercato: un mercato concepito come costruzione politica da difendere e proteggere sulla base di un ferreo sistema di regole. Ecco perché, nel libro di cui stiamo parlando, s’insiste giustamente – sulla scia delle tesi di Pierre Dardot e Christian Laval – sul fatto che l’ordoliberismo non vuole "indebolire" lo stato, ma gli affida, al contrario, il compito decisivo di promuovere e garantire la concorrenza.

Al principio filosofico corrisponde, sul piano pratico, l’obiettivo di aumentare la competitività del sistema in modo da favorire le esportazioni, che vengono a occupare il posto della domanda interna come principale fattore di crescita. Peccato che la crescita tedesca sia significativamente inferiore a quella americana, e che il tanto celebrato modello tedesco contribuisca ancor più a rallentare la crescita dei partner europei. Ciò avviene per varie ragioni. In primo luogo, perché non tutti i paesi possono avere esportazioni nette positive: gli avanzi permanenti degli uni generano i disavanzi permanenti degli altri. Poi perché l’altra faccia degli aumenti di competitività è l’attacco a salari e welfare, attacco che, riducendo i redditi dei lavoratori, contrae la domanda interna. In Germania l’impatto di tale politica si è fatto sentire con la proliferazione di mini-jobs, working poor e disuguaglianze, mentre negli altri paesi europei ha provocato effetti ancora più tragici, dovuti al divieto ai finanziamenti monetari dei deficit per i debiti pubblici, e alla concorrenza fra stati, che offrono profitti più elevati alle imprese abbassando i salari, flessibilizzando la forza lavoro, riducendo la pressione fiscale grazie ai tagli alla spesa sociale, privatizzando tutto il privatizzabile, ecc.

Tuttavia non siamo di fronte a “errori”, e neppure all’incapacità di riconoscerli (benché i loro effetti negativi siano ormai evidenti): il punto è che il modello tedesco non mira alla crescita, bensì a ottenere una ridistribuzione dei redditi a favore del capitale e a danno del lavoro, perché i capitalisti preferiscono meno crescita e più profitti, piuttosto del contrario. Il che è evidente anche nel caso degli Stati Uniti, dove si è ugualmente tentato di far convivere la crescita con tassi crescenti di disuguaglianza, con la differenza che non si è puntato sulle esportazioni ma sull’aumento dell’indebitamento. Risultato: la crescita c‘è stata, ma poi è puntualmente arrivato il contraccolpo della crisi finanziaria.

Insomma: il modello liberista genera disastri in entrambe le varianti. Funziona solo per spostare ricchezza dal basso verso l’alto, ma al prezzo di instaurare un ordine oligarchico che distrugge democrazia e diritti del lavoro, e che fa lievitare la tensione sociale fino a livelli di rottura, come ha certificato il voto del popolo inglese contro l’Europa. Si può spezzare il circolo vizioso e riattivare il binomio crescita-equità sociale? Per farlo, argomentano alcuni coautori del libro, occorrerebbe riformare l’Europa dal basso e da sinistra. Personalmente, ritengo che tale prospettiva sia del tutto irrealistica, mentre condivido l’idea che (cito dalla Introduzione): “una ripresa del potere democratico si può determinare, anzitutto, solo ritornando dall’atmosfera rarefatta e irrespirabile della governance al terreno corposo e vitale della sovranità nazionale”. Rottamare Maastricht appunto. Una tesi che sostengo a mia volta in un saggio che approderà in libreria il prossimo 13 ottobre (La variante populista, DeriveApprodi).

* * *

Introduzione a "Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa" (DeriveApprodi)

di Leonardo Paggi

La proposta di rottamare Maastricht con cui abbiamo scelto di riassumere il senso del volume, è nata dalla convinzione che il grande sogno dell’unità europea ha finito per legittimare un ordine oligarchico frontalmente contrapposto alla democrazia e ai diritti del lavoro. Senza il potere delle istituzioni sovranazionali oggi esistenti mai sarebbe stato possibile originare la regressione politica, economica e sociale in cui sta vivendo l’Europa di oggi.
1. La creazione della moneta unica ha fatto sì che si sia a lungo guardato a Maastricht come all’inizio, alla prima tappa, della costituzione di un Europa federale. In realtà a quella scelta si giunge attraverso una esplicita involuzione programmatica, ricostruita nei dettagli da Alessandro Somma, che è approdata a una netta dissociazione tra moneta e stato considerati, ancora negli anni Settanta, come assolutamente inscindibili.

Una vasta esperienza storica sta a testimoniare che solo la creazione di un potere politico fondato sulla unificazione del debito e delle bilance dei pagamenti può portare alla creazione di mercati in espansione. Parla in questo senso, anche se in modi tra loro molto diversi, l’esperienza degli Stati uniti, dell’Italia e della Germania nella seconda metà del xix secolo. In tutti questi casi l’unificazione politica è premessa indispensabile di un più lungo processo di unificazione economica che si traduce nella costituzione ed espansione del mercato interno. Maastricht capovolge, mette scientemente sulla testa, questo rapporto tra politica ed economia. L’obiettivo dichiarato del mercato unico non è in questo caso quello di creare più sviluppo, bensì, nelle parole di Padoa Schioppa, membro autorevole del comitato Delors, di «abbandonare definitivamente il modello di stato centralizzato forgiato dalle grandi monarchie europee» [2].

L’attacco alla sovranità dello stato perseguito a vantaggio della libertà delle grandi masse di capitale finanziario si traduce in un’opera di contenimento e di disciplinamento di tutti i fattori che precedentemente hanno reso possibile la crescita. Il processo di integrazione fornisce dividendi ai paesi europei che ne fanno parte solo fino a quando rimane nei limiti di una unione doganale e di una politica agricola comune. L’eliminazione delle barriere tariffarie è infatti un utile incentivo addizionale per uno sviluppo che ha solide radici nelle politiche keynesiane attivamente perseguite dallo stato nazione europeo che si rilegittima per questa via, dopo la pesante sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale.

L’unificazione monetaria si accompagna alla ufficializzazione di una cultura della stabilità che mette in primo piano la lotta all’inflazione e l’equilibrio di bilancio. L’unificazione monetaria entra per questa via in aperta contraddizione con l’unificazione economica, rovesciandosi addirittura in una esasperazione delle distanze e delle differenze tra i paesi componenti l’Ue. La interpretazione che del trattato danno a caldo le figure più rappresentative di Bankitalia, su cui si sofferma diffusamente Leonardo Paggi, esprime compiutamente, ben oltre il caso italiano, il significato coscientemente restauratore del trattato che formalizza e mette in costituzione l’abbandono delle politiche di sviluppo, a partire dalla sconfitta che il movimento operaio ha già subito nel decennio precedente nei più importanti paesi europei.

E tuttavia sarebbe sbagliato rappresentare Maastricht come «un processo senza soggetto», condiscendendo in qualche modo alla sua auto rappresentazione ideologica. La cultura della stabilità, come si annuncia già con la creazione nel 1979 di un sistema monetario europeo, ha il suo punto di riferimento e il suo sostegno nel modello economico tedesco, uscito dalla crisi degli anni Settanta come l’unico capace di affrontare la nuova divisione internazionale del lavoro profondamente modificata dall’ingresso dei paesi in via di sviluppo. Caratteristica fondamentale di questo modello, analizzato con approcci diversi da Aldo Barba e Massimo D’angelillo, è la ricerca continua di aumenti di competitività volti a incrementare indefinitamente il volume delle esportazioni, che finiscono per sostituire la crescita della domanda interna.

La raffigurazione della Germania come «egemone riluttante» su cui è tornato di recente anche Jurgen Habermas [3] appare per più aspetti fuorviante. La storia dello sviluppo capitalistico ha esibito compiutamente i tratti di un modello di egemonia contrassegnato dalla funzione di traino che il mercato americano svolge, fino alla metà degli anni Settanta, per l’intero sistema occidentale. Il modello tedesco basato sul contenimento della domanda interna non solo non offre alcuna possibilità di crescita al resto dei paesi europei, ma chiede anzi loro di perseguire lo stesso obiettivo della competitività con l’abbassamento dei salari e lo smantellamento dei sistemi previdenziali e pensionistici. La Germania è tornata a contendere per un primato europeo sulla base di un modello di relazioni economico-politiche fondato ancora una volta sulla gerarchia, la coercizione e la violenza, come la vicenda greca ha messo definitivamente in luce.

Ma fino a quando può durare l’ordine di Maastricht ?
2. Nel corso degli ultimi tre decenni si è prodotto un cambiamento strutturale nella geografia politica dell’Europa in virtù del quale, per riprendere la terminologia di Albert O. Hirschmann, la protesta sociale in continua crescita tende ad assumere la forma tendenzialmente catastrofica dell’exit invece di quella ritualmente democratica del voice. In precisa corrispondenza con la sparizione della sinistra storica, prendono piedi movimenti che riformulano in chiave neonazionalista e xenofoba il bisogno di protezione sociale degli strati popolari più colpiti dalle politiche di austerità. Negli anni Novanta, infatti, sono proprio i partiti della tradizione socialista che traducono in provvedimenti di governo la nuova filosofia del trattato.

Si tratta di un fenomeno complesso per cui non è facile trovare una spiegazione plausibile. Da una comparazione con precedenti storici non meno significativi sembra si possa dedurre che nel corso del Novecento il socialismo europeo viene puntualmente travolto dalle profonde cesure che scandiscono la storia del capitalismo internazionale. A onta della fratellanza tra i popoli, proclamata negli anni di sviluppo e di pace dei primi anni del secolo, il 4 agosto del 1914 il socialismo europeo blocca i feroci nazionalismi che organizzano la mattanza della prima guerra mondiale. Negli anni Venti il laburismo inglese e la socialdemocrazia tedesca appoggiano la deflazione richiesta dalla politica di ritorno all’oro, considerata da Michael Polanyi come fattore cruciale dell’avanzata del fascismo.

Dopo il 1945 il movimento operaio conosce in Europa occidentale il periodo più fruttuoso della sua storia. La socialdemocrazia (ma anche il Partito comunista italiano) si inserisce come fattore propulsivo e moltiplicativo in una fase di eccezionale sviluppo che prende tuttavia corpo per il concorso di fattori esogeni alla sua volontà e alla sua capacità di influenza.

La tragedia della Seconda guerra mondiale, con i suoi 55 milioni di morti, ha posto un problema del tutto nuovo di difesa e di promozione della vita che trova nel Piano Beveridge, del dicembre 1942, la sua più solenne formulazione. Si realizza negli stessi anni la definitiva legittimazione della economia di piano, che ha messo in campo una produzione di massa di armi sofisticate decisive per la sconfitta del nazismo. È una sfida possente alla cultura del capitalismo che gli Usa raccolgono esportando nel vecchio continente il mercato di massa dei beni di consumo durevoli, che hanno già promosso nel corso degli anni Venti.

Il repentino cambiamento del modello di sviluppo che si apre nei primi anni Settanta, a partire dalla fluttuazione e poi dalla inconvertibilità del dollaro, disarma per la terza volta la sinistra europea. Alla fine del decennio arrivano puntuali le sconfitte strategiche del movimento operaio italiano e inglese, e, a ruota, quella dell’unità delle sinistre in Francia. Dopo il crollo inaspettato dell’Unione sovietica la sinistra europea formalizza negli anni Novanta il suo passaggio dalla «giustizia sociale» al «dinamismo economico».

Il consolidamento nel decennio successivo del trend rappresentato dalla disintegrazione della sinistra e dall’avanzamento del populismo di destra scava lentamente una voragine politica sotto i piedi dell’ordine di Maastricht. Si profilano all’orizzonte anche vere e proprie crisi di rigetto del processo di integrazione. Dopo la bocciatura che il trattato costituzionale conosce nel 2005 sia in Olanda che in Francia, è oggi un intero paese, l’Inghilterra, che denuncia i contratti sottoscritti.

La spiegazione di Brexit come voto dei vecchi contro i giovani ha inteso ridicolizzare il significato di un voto di altissima complessità politica. Esce il paese che in ragione del controllo della propria moneta ha avuto negli ultimi tre anni uno sviluppo superiore non solo a quello della media europea, ma della stessa Germania. Ma ancora: l’economia inglese caratterizzata dai servizi finanziari è particolarmente interessata al mantenimento di integrazioni sovranazionali. Le piazze finanziarie di Londra e Francoforte lavorano insieme da anni. Insomma esce il paese che più di ogni altro godeva i vantaggi della sua presenza in Ue senza dover sopportare il peso della politica di austerità.

Solo sul medio e lungo periodo sarà possibile valutare le conseguenze di questa scelta per l’economia inglese. Il significato politico è invece immediatamente valutabile. È la prima grande delegittimazione di Maastricht in quanto ordine che consacra il potere tedesco attraverso una finta universalità delle regole. Certo ha pesato enormemente, come Teresa May ha riconosciuto nel suo discorso di investitura a Brighton, il voto dei lavoratori meno qualificati, delle imprese meno competitive, dei territori più periferici (anche se il sì e il no si distribuiscono in modo uniforme nel sud e nel nord del paese). Ma sarebbe errato non vedere in quel voto anche un grande problema di identità. Brexit chiama in causa i limiti non solo di uno sviluppo che non cessa di dividere e polarizzare, ma anche di una cultura neoliberista astrattamente cosmopolita che pensava di aver cancellato nello spazio di un ventennio le differenze prodotte da secoli di storia.

Emmanuel Todd ha proposto di leggere Brexit in un’ottica di longue durée, e certo in modo provocatorio ha detto che l’Europa di oggi assomiglia stranamente a quella del 1941, con il continente sotto il tallone tedesco e la Gran Bretagna che resiste in solitudine4. Forse non si sta tornando, come egli sostiene, all’ Europa delle nazioni, che non è stata poi propriamente un paradiso terrestre, ma dall’intreccio sempre più stretto tra questione sociale e questione democratica che sta alla base di Brexit esce la voce forte di un’Europa che non si lascia uniformare dalla governance del terzetto Merkel/Schäuble/Weidmann, che intende mantenersi plurale e cerca un’unità da perseguire nella diversità, fatta, quest’ultima, non solo di livelli di sviluppo difformi ma anche di tradizioni e di storia non facilmente omologabili. È in questo senso complesso che Brexit ripropone alla Ue la centralità della questione democratica. Il messaggio forte mi pare quello di un’Europa che non vuole cancellare il suo pluralismo e che del sistema delle sue differenze intende fare una ragione non di debolezza, ma di forza.

Seppure con logiche del tutte diverse la crisi di Maastricht matura pericolosamente anche in Francia. Dietro la stretta terroristica in cui si sta avvitando il paese c’è l’onda lunga della storia nazionale la cui lettura è in questi mesi oggetto di dibattito serrato. Alla interpretazione del terrorismo come risultato di una radicalizzazione dell’Islam, cui si dovrebbe rispondere con la intensificazione della laicità (Jill Kepel), si risponde affermando la islamizzazione di un radicalismo connesso a una svolta generazionale che ha nel disagio delle periferie il suo luogo di origine(Olivier Roy). Altri, forse con ancor più ragione, parlano di una sofferenza post coloniale. Si ha talvolta l’impressione di assistere a una guerra di Algeria che non riesce a trovare la sua conclusione, e la cui memoria si trasmette, forse inconsciamente, attraverso le generazioni.

Lo spostamento a est dell’asse geopolitico della Ue, supinamente accettato dalla classe dirigente francese, ha imposto al paese l’abbandono di ogni strategia di dialogo mediterraneo, favorendo le forze che al suo interno cercano visibilità e consenso nella moltiplicazione sempre più insensata e autolesionista delle avventure neocoloniali. Ma ancora: nel momento in cui il terrorismo porta alla luce tutti i limiti delle strategie di integrazione fino a oggi seguite, i governi in carica assistono impotenti al moltiplicarsi della disoccupazione, tagliano i livelli del welfare, aggrediscono i diritti consolidati del popolo lavoratore. Tutti i democratici europei guardano con profonda apprensione alle prossime elezioni della primavera del 2017. Saranno i valori della rivoluzione francese a essere messi ai voti!

La radicale incapacità di Maastricht di dare risposte, non solo malthusiane e repressive, alle sfide della globalizzazione è stata tuttavia definitivamente messa in luce dal salto improvviso dei flussi migratori. Dinanzi a una emergenza che richiede se non progetti comuni almeno coordinamento organizzativo degli sforzi è balzata in primo piano tutta la miseria culturale di quella che Steffen Lehndorff chiama la «integrazione che divide», ossia un congegno di governo tutto rivolto a isolare e contrapporre le economie e gli Stati, a impedire qualsiasi sinergia che travalichi la soglia del rispetto dei parametri di stabilità. Dopo nove anni di crisi le élite europee non danno alcun segno di ripensamento.
3. In effetti, che la Germania svolga un ruolo di architrave nell’ordine di Maastricht non autorizza a mettere sullo sfondo l’apporto decisivo di quella che ancora Steffen Lehndorff chiama «la coalizione dei non volenterosi», ossia l’appoggio che i governi degli altri paesi europei (democraticamente eletti, si sottolinea talvolta polemicamente, ma non a torto) danno a politiche Ue che negano sistematicamente qualsiasi principio di collaborazione e di solidarietà.

La ricerca di una alternativa non può non prendere le mosse che dalla identificazione del consenso, del «blocco sociale», che si è saldato intorno alle politiche vigenti. Una distinzione è necessaria tra la Germania e gli altri paesi europei.

Sono elementi portanti del consenso tedesco al modello economico nazionale:

a) Una forte saldatura di interessi tra imprese e sindacati nei settori trainanti delle esportazioni (in primo luogo il settore automobilistico) dove la «riforme» di Schroeder non hanno intaccato il tradizionale regime di alti salari.

b) Il conservatorismo patrimoniale, dice Massimo D’Angelillo, ossia la difesa del risparmio e del potere d’acquisto delle pensioni in un paese con un tasso di natalità fortemente decrescente. Significativi i continui attacchi della stampa tedesca a Draghi per la sua persistente politica di sempre più bassi tassi d’interesse.

c) I surplus commerciali, provenienti dalle esportazioni, che ammontano al 50% del Pil,e che consentono di integrare i bassi salari del secondo settore di un mercato del lavoro apertamente duale (8 milioni di minijobs), e di garantire nello stesso tempo il mantenimento di buoni livelli di welfare.

d) Infine con la riunificazione la Germania si è sbarazzata del senso di colpa per il passato nazista e ha inaugurato una politica di monumentalizzazione della memoria che toglie dall’armadio tutti gli scheletri. Il ritrovato senso di autostima nazionale, sottolinea Leonardo Paggi, produce consenso a un modello economico che mostra la sua superiorità non tanto nella capacità di promuovere gli altri, quanto al contrario in quella di bloccare e reprimere le loro possibilità di sviluppo. Non sorprende dunque che nella conduzione di questo tipo di politica europea, sostenuta da una «grande coalizione» che cancella ogni distinzione tra destra e sinistra, si determini un progressivo spostamento dell’asse ideologico e politico del paese in senso sempre più marcatamente conservativo. Ciò che peraltro rende sempre più difficile l’importazione di mano d’opera straniera di cui l’economia tedesca ha un crescente bisogno, visto il trend demografico in atto.

Tratti solo in parte analoghi tornano nella struttura del consenso di cui Maastricht si avvale negli altri paesi europei:

a) L’industria trainante è in Europa quella più fortemente internazionalizzata (questo vale anche per la parte più competitiva dei nostri distretti), che condivide pertanto la priorità accordata dalla Germania alle esportazioni.

b) Nelle imprese più dinamiche una parte crescente dei profitti è realizzata tramite la presenza sul mercato azionario e comunque sempre più diffusa è la logica di share holder che ha trasformato e americanizzato dall’interno il tradizionale modello produzionista tedesco.

c) Stabilità dei prezzi e assenza di inflazione garantiscano ovunque non solo i creditori, ma anche una popolazione fortemente invecchiata che fa delle pensioni una quota crescente del reddito nazionale.

d) Una volta creatasi la figura dello stato debitore la sua permanente esposizione alla speculazione internazionale, esplicitamente prevista e voluta dal trattato, impone consenso attorno a politiche di pareggio del bilancio come mezzo per evitare mali peggiori. Esemplare in questo senso la formazione del governo Monti, che ha ben dimostrato come il consenso si possa estorcere anche con la forza del ricatto e della coercizione.

e) Dato lo stato dei rapporti di forza, anche in presenza di una crescita bloccata, l’impresa può appropriarsi di una parte crescente della torta senza correre il rischio di una ripresa del conflitto redistributivo quale si avrebbe in un quadro di sviluppo. Non è insomma un caso che le Confindustrie di tutta Europa accettino senza protestare le politiche di austerità.

f) La cultura dell’individualismo darwiniano, che trasuda da tutti i pori del trattato, è tanto più vincente quanto più forte è la stagnazione. Solo con una crescita ritrovata si potrebbe rigenerare il senso della solidarietà e apprezzare il valore dei dividendi provenienti da uno sforzo comune.

Se questi sono alcuni fattori che spiegano almeno in parte lo stato di passività esistente, dove sono le «forze motrici» che possono spingere verso la riapertura di quel circuito tra crescita e eguaglianza che Aldo Barba pone a fondamento della sua analisi critica?

Poiché la dimensione europea é stata messa in sicurezza e quasi sigillata nei confronti dei rischi della politica, una ripresa di potere democratico si può determinare, anzitutto, solo ritornando dall’atmosfera rarefatta e irrespirabile della governance al terreno corposo e vitale della sovranità nazionale.

Di questo concetto si può avere una accezione ideologica e subalterna che tende a sottovalutare o a mettere tra parentesi i livelli di internazionalizzazione e di globalità raggiunti dallo sviluppo capitalistico. Ma della sovranità esiste anche una visione funzionale, realistica, che mette in valore la riconquista dello spazio politicodemocratico, distrutto dalla astratta dimensione sovranazionale della moneta unica. Solo sui terreni nazionali, ossia a contatto con la realtà immediata e tangibile della vita quotidiana, è possibile provocare la crisi del mondo capovolto della moneta unica. Con il noto adagio « ce lo chiede l’Europa» è stato proposta e purtroppo accolta dalle élite europee una totale dismissione della responsabilità politica nazionale. La precedenza dell’Europa si è trasformata in un vero proprio alibi per abbandonare il rapporto con i bisogni, con i territori, con le specificità della storia.

Il processo non è stato tuttavia indolore.

L’ordine di Maastricht è oggi vittima del suo stesso successo. La crisi dei partiti democratici, che corrisponde al crescente potere di decisione dei mercati, ha fatto sì che – lo abbiamo già ricordato – la protesta sociale generata dalla austerità e dalla globalizzazione ha alimentato un populismo sempre più eversivo. Il terrorismo, come fattore potenzialmente endemico, moltiplica ora a vista d’occhio la forza persuasiva della ragione populista. Tornano alla mente le analisi di Franz Neumann sul nesso tra angoscia e politica come fattore propulsivo dello stato autoritario. Ancora una volta la crescente alienazione economica e sociale di massa alimenta una visione cospirativa della storia che compatta il «popolo» contro un nemico esterno.

Questa emergenza impone l’obbligo di lavorare, qui e ora, per un allentamento e una rottura dei vincoli esistenti sul filo di un netto spostamento di ottica e di enfasi dal tema della disciplina a quello delle possibilità. Gli autori di questo volume non credono che il problema sia quello di rinegoziare questo o quel parametro del trattato. È in fondo una riprova di questa loro convinzione anche l’assai scarso successo con cui il nostro Presidente del consiglio cerca in Europa inesistenti spazi di autonomia, con la richiesta di questa o quella «flessibilità», se non addirittura con le invocazioni ad «un’Europa più umana»! Siamo dinanzi a un sistema coerentemente e conseguentemente oligarchico, in cui la negazione dello sviluppo fa tutt’uno con la messa in mora della democrazia.

E tuttavia stiamo vivendo un paradosso che non può essere ignorato. Il monopolio che il populismo detiene della critica della situazione esistente fa sì che il sistema consegua nuova legittimazione, proprio agli occhi di una opinione pubblica democratica, come l’unico possibile depositario del progetto europeo. Se non si spezza la tenaglia che si è creata, con l’ austerità da un lato e il populismo dall’altra, qualsiasi nuova opportunità creata dalla crisi andrà perduta. Per questo ci pare essenziale l’apertura di un dibattito sui principi (non sulle misure specifiche) di una agenda di stabilizzazione democratica della situazione italiana e europea, che favorisca la costruzione di un movimento anti-Maastricht diverso da quello populista.

Fino a oggi la critica della moneta unica non è andato oltre la proposta astrattamente taumaturgica di uscita dall’euro o la previsione irrealistica di un suo inevitabile crollo. L’euro ha dimostrato di saper reggere, forse anche in ragione dell’uso repressivo che di esso hanno fatto e continuano a fare i mercati finanziari. Sono la società, la politica, le identità democratiche che deperiscono. Non sembra saggio aspettare che il cadavere passi lungo il fiume. Le crisi economiche producono una degenerazione del capitalismo (fino al nazismo), mai il suo crollo. Maastricht del resto non è solo una moneta unica, è anche una cultura, una concezione del mondo, una proposta di «civiltà». Per questo morirà, se morirà, solo di una morte politica. È per la costruzione di un movimento ancora inesistente che occorre mettere sul tappeto il problema di una filosofia di governo alternativa e di un programma che indichi, in primo luogo sotto il profilo concettuale, alcuni punti di scorrimento verso un’Europa politica della crescita.
4. La vera scommessa è quella di trasformare la protesta sociale in conflitto redistributivo e in alternativa politica. In questa prospettiva ci sembra utile sottolineare l’importanza di alcuni ordini di problemi, con particolare riferimento alla situazione specifica del nostro paese.

Il recupero del rapporto tra democrazia e sovranità. Premessa essenziale di qualsiasi evoluzione positiva è la condanna e il rigetto aperti della governance che configura la Ue come «uno stato di polizia economica», secondo la definizione di Alessandro Somma. Contro la imposizione di regole punitive e uguali per tutti è essenziale ritrovare lo spazio e il metodo della discrezionalità e della responsabilità politica, aperto a ragionamenti e negoziati capaci di interpretare i bisogni specifici di situazione specifiche. I dadi del resto sono truccati. Le regole sono pensate e scritte in piena conformità all’«eccezionalismo» tedesco, ossia per una economia che ha impostato la crescita sulla leva del surplus commerciale piuttosto che sui consumi e gli investimenti. È in accordo a questa logica che sono nati i parametri del 60% del pil per il debito e del 3% per il deficit, i quali pertanto non sono da rinegoziare ma da respingere in via di principio. Il culto delle regole ha trasformato la Ue in un intollerabile spazio gerarchizzato in cui i Peripherielaender pagano un prezzo crescente in termine di autonomia delle scelte di politica economica, di disoccupazione rampante, di perdita di pezzi di apparato produttivo, quasi sempre a favore di gruppi industriali tedeschi che amano comprare a prezzi stracciati.

La difesa del salario. Una delle misure prese da Frank D. Roosevelt nei suoi primi cento giorni fu la messa sotto protezione del sindacato uscito massacrato dalla rivoluzione tecnologica e dagli attacchi conservatori degli anni Venti. La misura era intesa come passaggio obbligato per ricreare il potere d’acquisto necessario a interrompere la morsa deflattiva in cui era caduta l’economia americana. Per una situazione analoga abbiamo già visto che il quantitative easing non basta. La stagnazione italiana data dalla seconda metà degli anni Novanta e ha la sua prima ragione nell’arresto della domanda interna provocata, in primo luogo, dal blocco della contrattazione salariale. Nelle condizioni di estrema debolezza in cui si trova il sindacato, la difesa della contrattazione collettiva è oggi una misura di governo indispensabile. Si tratta di rovesciare la logica che presiede alle «svalutazioni interne» volute da Maastricht secondo cui in un regime di cambi fissi la competitività e il pareggio di bilancio devono essere assicurati comprimendo i livelli di vita della popolazione.

La ripresa della produttività. È questa la via maestra per la indispensabile ripresa di competitività della nostra economia. I dati che la Banca d’Italia fornisce in proposito parlano di una catastrofe nazionale. L’economia italiana sta perdendo ogni capacità di produrre e distribuire ricchezza. La medicina è nota. Investimenti in capitale umano volti a elevare il livello della formazione professionale, investimenti in ricerca e sviluppo che lo stesso trattato di Lisbona aveva proclamato indispensabili, e che il patto di stabilità vieta perentoriamente, innovazione e internazionalizzazione del sistema delle imprese, innalzamento del livello di efficienza della pubblica amministrazione. L’accettazione passiva dei parametri di Maastricht significa complicità attiva nel processo di distruzione dei livelli di civiltà conseguiti dal nostro paese. Perché il governatore Ignazio Visco non sottomette alla più ampia opinione pubblica del paese i dati di cui è a conoscenza? [5]

Emergenza migrazioni. La fedeltà al principio dell’accoglienza in assenza di qualsiasi programma di gestione della forza lavoro immigrata è destinata sul medio periodo ad accumulare degrado e contraddizioni sociali e politiche sempre più insostenibili. È proprio il Sud a darci l’esempio di due esiti possibili. Il campo di concentramento di Rosano consegna al caporalato la nuova forza lavoro. Il caso di Riace indica quanto la rete dei comuni potrebbe fare in termini di allocazione sensata delle risorse, se convocata, organizzata e diretta dai poteri centrali del governo.

La pace e la guerra. Da tempo l’ Europa ha cessato di essere forza di pace. Maastricht nasce contestualmente all’inizio di una politica di esportazione della democrazia, resa possibile dalla fine degli equilibri della guerra fredda. Si è rivelata nei fatti l’esistenza di una correlazione strettissima tra il conferimento ai mercati di una piena e totale libertà di movimento e l’idea che i confini degli stati siano modificabili ad libitum con l’ausilio delle armi. L’Europa è stata pienamente coinvolta nell’effetto domino che l’invasione dell’Iraq del 2003 ha scatenato in Medio Oriente, nel Mediterraneo e nei rapporti con la Russia. Nel permanere di questo quadro le stesse relazioni intra europee sono destinate a deteriorarsi, come la crisi di Schengen ha già abbondantemente dimostrato.

Con l’indicazione di questi temi, ma molti altri se ne potrebbe aggiungere, si è voluto esprimere la convinzione che un’opposizione politica di governo può nascere solo con un programma che assuma senza mezze misure la profondità dei guasti provocati da Maastricht. Qualcosa si può e si deve fare. Niente di quello che è accaduto deve essere dato per scontato e irreversibile. In definitiva, venticinque anni sono solo un soffio se commisurati ai tempi della storia europea.
NOTE

1. Il testo dell’introduzione è stato redatto da Leonardo Paggi che si è avvalso dei contributi di discussione di Aldo Barba, Massimo D’Angelillo e Alessandro Somma.

2. Cfr. Infra, p. 32.

3. Intervista a «Die Zeit», 7 luglio 2016.

4. Intervista pubblicata su «Atlantico.fr» il 3 luglio 2016.

5. Mi riferisco in particolare all’intervento pronunciato dal Governatore della Banca d’Italia a Bari il 29 marzo 2014 al Convegno Biennale Centro Studi Confindustria su «Il capitale sociale e la forza del paese».

(30 settembre 2016)