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martedì 16 luglio 2013

Fiscal Compact e fondo salva-Stati: la gabbia di Enrico Letta



di  Donato De Sena da giornalettismo
I patti europei che condannano l'Italia all'austerità. E che il nuovo premier promette di rispettare. Cancellando così ogni possibilità di intervenire seriamente nell'economia del paese. Mentre la crescita...
La promessa di mantenere gli impegni sottoscritti con l’Europa può sembrare, ad un osservatore distratto, scontata e irrilevante. In realtà le parole pronunciate a Berlino da Enrico Letta durante l’incontro con Angela Merkel nascondono un chiaro indirizzo di politica economica. Approvare ancora i patti con gli altri Paesi dell’Unione, infatti, significa accettare senza condizioni il regime di austerity che riduce – e limiterà anche in futuro – sensibilmente i margini di manovra del governo per l’uscita dalla crisi. Letta e l’Italia sono chiusi nella gabbia del rigore composta da due principali accordi: il Meccanismo europeo di stabilità (meglio conosciuto con il nome di fondo salva-Stati) e il Patto di bilancio europeo (detto Fiscal compact), che ha di recente dato seguito al vecchio Patto di stabilità e crescita firmato nel ’97. Il primo patto (in cambio di protezione dal rischio di insolvenza sul debito) ci ha costretto ad un rilevante esborso di denaro pubblico che sarebbe potuto essere impiegato per la spesa sociale. Il secondo, invece, vincola rigidamente ogni nostro possibile taglio di tasse o finanziamento di investimenti a nuove entrate nelle casse dello Stato. Insomma, ci ritroviamo oggi a ricercare con la lanterna le risorse necessarie per la crescita.
  
IL FONDO SALVA STATI – Il Meccanismo europeo di stabilità (organizzazione intergovernativa erede del precedente Fondo europeo di stabilità finanziaria sottoscritto per proteggere dal default Grecia, Irlanda e Portogallo) è entrato in vigore nel luglio 2012 con una capacità di quasi 700 miliardi di euro (250-300 provenienti dai vecchi fondi) e coinvolge 17 Paesi dell’area Euro. L’Italia partecipa come terzo finanziatore (17,9% del contributo, calcolato sulla base del contrubuto alla Bce). Dal 2010 ad oggi dalle nostre casse in favore del fondo salva-Stati sono già usciti oltre 40 miliardi di euro, una somma che per un Paese dal debito che si incammina al 130% del pil, in fase di recessione e con evidenti difficoltà a rilanciare il reddito e pareggiare il bilancio, può valere quasi come un cappio al collo. Un esborso così rilevante a favore del fondo di stabilità, mentre infatti da un lato ci aiuta ad affrontare con più serenità il risanamento della finanza pubblica (perché ci difende dall’eventualità di insuccesso delle aste dei titoli di Stato e di crollo della fiducia degli investitori) dall’altro strappa una montagna di denaro che sarebbe potuto servire per una più rapida (e facile) riduzione della pressione fiscale o per incentivi alle imprese. Insomma, l’Italia, terza economia europea, è – a ragione – anche terzo socio del meccanismo salva-Stati. Ma è nettamente più indebitata dei primi due Paesi. Il debito della Germania (che contribuisce per il 27,1%) viene stimato oggi dall’Eurostat all’81,9% del pil. Quello francese al 90,2%. Il nostro al 127%. Sui titoli di Stato decennali paghiamo ancora (rispetto ai Bund tedeschi) un differenziale di quasi 300 punti di tasso di interesse in più. Basterebbe eliminare solo quale punto percentuale di interesse aggiuntivo sul debito da restituire annualmente agli investitori (gli interessi sul debito complessivamente si aggirano intorno ai 90 miliardi di euro) per finanziare l’eliminazione o – comunque – la sensibile riduzione della tassa sulla prima casa e altre imposte. La sottoscrizione di capitale dell’italia nel fondo salva-Stati ammonta a 125,4 miliardi di euro (da elargire in 5 anni). Quella tedesca a 190. Quella francese a 142,7. Il Meccanismo di stabilità può intervenire in caso di difficoltà degli Stati con acquisto dei titoli sul mercato primario. E può garantire anche la ricapitalizzazione di banche in crisi. L’assistenza finanziaria viene garantita se sostenuta dall’85% dei Paesi che aderiscono al patto.


IL CASO ITALIA – In Italia il Fiscal Compact è stato recepito con apposita legge il 2 marzo 2012, durante il governo Monti, e il dibattito sull’accordo sovranazionale si è parecchio infuocato negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale per le Politiche. Gli scettici – di destra e di sinistra – accusano i passati governi Berlusconi di non aver negoziato in maniera adeguata, chiedono vincoli diversi, oppure accusano la Germania (ed Angela Merkel) di voler imporre agli Stati più in difficoltà una politica economica a propria misura (quella dell’austerity). In mezzo ci sono gli europeisti convinti, come Letta e il suo predecessore, che pure si sono presentati al paese con un programma assai vasto, che in realtà – dati la morsa del rigore – non sono peinamente realizzabili. Alla Camera e al Senato negli ultimi due giorni bbiamo avuto conferma. Il nuovo premier ha promesso stop all’Imu, maggior carico fiscale sul lavoro, stimoli per gli investimenti. Senza però esporsi sull’eventuale (e necessario) reperimento di risorse, che è sinonimo di taglio a beni e servizi. Qualcosa non torna.

(Fonte foto: LaPresse)


sabato 24 novembre 2012

Il patto di stabilità? Serve a privatizzare!


di Fabrizio Tringali da byoblu

pubblico questa lettera di Fabrizio Tringali, al quale avevo fatto l'intervista che potete vedere qui sopra.

 Caro Claudio,
 questa mattina ho accompagnato come al solito mia figlia di quattro anni all'asilo. Ad accoglierci però c'era una persona mai vista prima: una maestra di sostegno di un nuovo bimbo disabile. Ha preso servizio da poco e nemmeno conosce ancora i nomi degli altri bambini della classe.
La maestra che avrebbe dovuto essere di turno stamattina è in malattia, ma non è stata sostituita, dato che ormai la carenza di fondi e di insegnanti fa sì che le scuole materne possano attivare le supplenze solo se i docenti comunicano un periodo di assenza superiore ai 5 giorni. Così l'intera classe, 24 bambini fra i 3 e i 5 anni, è rimasta con una sola maestra, per di più di sostegno e sconosciuta.
Non ti stupire. Non è affatto raro, oramai, che una sola maestra si debba occupare di tutti gli alunni, compresi quelli che avrebbero diritto ad un sostegno dedicato. Dopo gli ultimi feroci tagli, la maggioranza dei bimbi con disabilità si è vista ridurre drasticamente l'aiuto. Il che vuol dire che l'insegnante di appoggio è presente solo per alcuni giorni della settimana, spesso solo due su cinque. Gli altri giorni il bimbo disabile si deve arrangiare. Così come si deve arrangiare la maestra di turno (e ti ricordo che stiamo parlando di classi della scuola dell'infanzia, quindi con bimbi molto piccoli).

 Inutile che ti descriva le lacrime di mia figlia nel vedersi consegnare ad una persona mai vista. Ma ciò che è davvero disarmante è che di fronte a tutto questo si ha la sensazione di non poter fare nulla. Questa situazione non dipende dalla cattiva organizzazione della scuola, anzi è vero il contrario: maestre e responsabili fanno i salti mortali per cercare di offrire, comunque, un servizio decente. I tagli agli organici e ai fondi scolastici sono diretta conseguenza di quello che, nella neolingua dell'Unione Europea, si chiama “patto di stabilità interno”, il quale impone, per esempio, di non sostituire, con nuove assunzioni, il personale che va in pensione, se non in minima percentuale. Così, anche nei servizi scolastici, per ogni 10 operatori che vanno in pensione, vengono realizzate solo due o tre nuove assunzioni (è il cosiddetto “blocco del turnover”). Vedi come si fa presto a depauperare i servizi pubblici?

 Certo, qualcuno potrebbe dire: “Be' questo tipo tagli è sbagliato, ma almeno i vincoli europei ci impongono di risparmiare, dato che stiamo spendendo troppo!”. Ma gli estensori dei patti europei sanno benissimo che non è vero che stiamo spendendo troppo, così come sanno che i conti si stabilizzerebbero molto più facilmente con una politica espansiva, di sostegno ai redditi e all'occupazione. Cioè, per esempio, aumentando il numero di insegnanti nella scuola pubblica, non diminuendolo. Questo, però, comprimerebbe le possibilità di consegnare sfere di settori pubblici al profitto privato.

 Infatti, caro Claudio, pensa che il “patto di stabilità” non è stato pensato per far risparmiare, ma per far diminuire i costi relativi al personale interno. Il che spesso determina un aumento dei costi complessivi! Come? In questo modo: la diminuzione del personale interno costringe a ridurre i servizi. Il che, spesso, porta l'ente pubblico a sostituire con esternalizzazioni ciò che viene tagliato. Eh già, guarda caso, il “patto di stabilità” impone di ridurre i costi per il personale interno, ma non quelli per l'acquisto di servizi dai privati. Altro che “stabilità”. Lo scopo non è quello di stabilizzare i conti, bensì quello di rendere del tutto “instabili” i servizi pubblici, imponendo di fatto la loro privatizzazione.

 Vuoi un esempio concreto? Eccolo: nel corso degli ultimi anni il Comune di Genova ha progressivamente diminuito il servizio estivo per i bimbi che frequentano gli asili nido e le scuole dell'infanzia. Ciò è accaduto perché, per ovviare alla diminuzione del personale, è stato imposto a tutti i lavoratori del settore di godere delle ferie nel periodo estivo. L'ovvio risultato è stato quello di avere pochissimo personale a disposizione nei mesi di luglio e agosto. Così il Comune ha dovuto acquistare all'esterno, cioè privatizzare, il servizio estivo. Come membro del Comitato dei Genitori, ero personalmente presente in Consiglio Comunale, un paio di anni fa, quando l'Assessore spiegò che da quel momento il Comune avrebbe speso più di prima, ma che il patto di stabilità non lasciava altra strada: o chiudere il servizio estivo, o privatizzarlo.

 Ci fanno credere che abbiamo vissuto sopra le nostre possibilità. Che abbiamo speso troppo. Ma i vincoli europei non hanno nessun fondamento economico. Perseguono, con grandissima efficacia, un duplice obiettivo politico: da un lato distruggere il ruolo pubblico nell'economia e spingere alla privatizzazione di ogni cosa, dall'altro proteggere la casta politica, che senza poter ripetere l'odioso mantra del “ce lo chiede l'Europa” non potrebbe realizzare una tale distruzione di tutto ciò che è stato costruito dalla fatica e dalle lotte delle generazioni precedenti. Quando parliamo del fiscal compact, del MES, dei vincoli che discendono dall'appartenenza all'eurozona e all'Unione Europea, dobbiamo fare lo sforzo di spiegare a chi ci legge o ascolta che sono proprio queste cose ad essere direttamente responsabili della concreta distruzione delle nostre condizioni di vita e di quelle dei nostri figli. Non è un compito facile, bisogna abbattere luoghi comuni e falsità che hanno attecchito non poco nell'opinione pubblica, a causa di decenni di disinformazione.

 Ma tu sei un papà, come me. E questa è una delle cose più importanti che possiamo fare per i nostri figli.

 di Fabrizio Tringali, leggi anche:
  - Il problema non è il Debito Pubblico, vi spiego perché.
  - Vi spiego i piani di chi vuole più Europa.