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venerdì 19 luglio 2013

“Il governo Letta non si tocca”. L’ultimo diktat di Re Giorgio


di Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena da Micromega

La Costituzione? È carta straccia. La Repubblica come soppiantata da una monarchia, quella dello Statuto Albertino. Al comando, lui. Da solo. «Re Giorgio», come lo chiamò il Times. Giorgio Napolitano detta la linea, magari esautora il Parlamento (come sulla vicenda degli F35), commissaria il Pd (quello da anni) e, in nome della governabilità, costringe milioni di elettori del centrosinistra ad inghiottire rospi che somigliano a vitelli.

Il Presidente è il garante delle “larghe intese”, terminologia soft per ricordare che si sta parlando in realtà dell’inciucio con Silvio Berlusconi e i suoi aiutanti Angelino Alfano, Renato Brunetta, Daniela Santanché e compagnia cantante. Eppure guai a chi osa criticare il suo operato. La divisione in Italia non è tra destra o “sinistra”, o tra Pd-Pdl e M5S; la discriminante è altra: o si considera Napolitano il salvatore della Patria (c’è chi lo pensa e c’è chi non lo pensa ma lo dice perché conviene farlo) o lo si considera uno dei peggiori Presidente della Repubblica.

La storia di Napolitano è quella di un comunista sui generis: del passato ha abbandonato la tensione ideale (cosa che lo accomuna a tutti i dirigenti ex Pci ora del Pd), ma ha conservato e anzi reso vincente il pragmatismo più spinto di sovietica memoria. A dimostrare che la storiella del bambino buttato con l’acqua sporca ha, se possibile, dei risvolti ancor più drammatici: butti il bambino e ti tieni l’acqua sporca. Proveniente dal partito napoletano, storicamente roccaforte stalinista, favorevole all’invasione dei carri armati russi a Budapest nel 1956, primo dirigente comunista a volare negli Stati Uniti, “migliorista” di primo piano — la “destra” interna al Pci — e vicino ai socialisti di Bettino Craxi (la sua corrente a Milano fu l’unica del partitone rosso toccata da Tangentopoli), poi presidente della Camera durante Mani Pulite, nel 2006 diventa presidente della Repubblica. E diventa protagonista indiscusso. Trasformando un ruolo di garanzia in uno di giocatore attivo, l’arbitro che si fa attaccante.

Ottobre 2010. Berlusconi è agonizzante. Gli scandali delle escort lo stanno travolgendo, la sua maggioranza in frantumi, i cattolici all’attacco. L’opposizione prepara la mozione di sfiducia ma Napolitano («prima va approvata la legge di stabilità») la calendarizza dopo un mese dando il tempo al Cavaliere di comprare una decina parlamentari e salvarsi il 14 dicembre successivo. Olé. Un anno dopo, Berlusconi getta la spugna. Non è in grado di proseguire, la pressione dell’Europa è fortissima. Si va al voto? No, con l’incubo spread alle porte Napolitano impone al Pd la carta Monti. Il tecnico della salvezza con il loden taumaturgico. Un anno, con lui, di lacrime e sangue in cui il Pd, spesso in imbarazzo, è costretto a difendere l’indifendibile come la riforma Fornero. Tredici mesi di Monti per ritornare alle urne e scoprire che SuperMario era un’invenzione (ottimamente veicolata) di Napolitano: il consenso, ahimè, era un’altra cosa.

Qui entra in ballo il fattore Bersani che perde elezioni già vinte e soprattutto si incarta sul nuovo nome per il Colle: Franco Marini, Romano Prodi e infine, pur di non sostenere Stefano Rodotà (è di sinistra, cosa ci volete fare), ecco la richiesta a Napolitano per il bis. La prima volta nella storia repubblicana. Napolitano accetta con un solo discrimine: le larghe intese siano accettate e condivise da Pd e Pdl. Un governissimo, come i diamanti, è per sempre. Così il governo Letta è in vita, la sua creatura in tutto e per tutto. Il compito dell’esecutivo è fare subito una nuova legge elettorale, qualche riforma strutturale e poi di nuovo alle urne nel 2014. Invece dopo 100 giorni la legge elettorale è già un’eco lontano, le misure economiche sono state rimandate a settembre e intanto si sta provando a stravolgere la Costituzione. Un fallimento, o magari un successo: dipende dai punti di vista. Con gli smacchiatori che finiscono smacchiati. E gli elettori del centrosinistra, come da copione, gabbati.

«Se cade il governo contraccolpi irrecuperabili per Paese», ha detto oggi «Re Giorgio». Senza spiegare esattamente a cosa si riferisse. Traduzione: caro Pd non fare scherzi e non invocare le dimissioni del ministro a sua insaputa Alfano, per il quale il Cavaliere minaccia la crisi di governo. Napolitano ordina. Il Pd ubbidisce. Berlusconi ringrazia.


martedì 16 luglio 2013

Fiscal Compact e fondo salva-Stati: la gabbia di Enrico Letta



di  Donato De Sena da giornalettismo
I patti europei che condannano l'Italia all'austerità. E che il nuovo premier promette di rispettare. Cancellando così ogni possibilità di intervenire seriamente nell'economia del paese. Mentre la crescita...
La promessa di mantenere gli impegni sottoscritti con l’Europa può sembrare, ad un osservatore distratto, scontata e irrilevante. In realtà le parole pronunciate a Berlino da Enrico Letta durante l’incontro con Angela Merkel nascondono un chiaro indirizzo di politica economica. Approvare ancora i patti con gli altri Paesi dell’Unione, infatti, significa accettare senza condizioni il regime di austerity che riduce – e limiterà anche in futuro – sensibilmente i margini di manovra del governo per l’uscita dalla crisi. Letta e l’Italia sono chiusi nella gabbia del rigore composta da due principali accordi: il Meccanismo europeo di stabilità (meglio conosciuto con il nome di fondo salva-Stati) e il Patto di bilancio europeo (detto Fiscal compact), che ha di recente dato seguito al vecchio Patto di stabilità e crescita firmato nel ’97. Il primo patto (in cambio di protezione dal rischio di insolvenza sul debito) ci ha costretto ad un rilevante esborso di denaro pubblico che sarebbe potuto essere impiegato per la spesa sociale. Il secondo, invece, vincola rigidamente ogni nostro possibile taglio di tasse o finanziamento di investimenti a nuove entrate nelle casse dello Stato. Insomma, ci ritroviamo oggi a ricercare con la lanterna le risorse necessarie per la crescita.
  
IL FONDO SALVA STATI – Il Meccanismo europeo di stabilità (organizzazione intergovernativa erede del precedente Fondo europeo di stabilità finanziaria sottoscritto per proteggere dal default Grecia, Irlanda e Portogallo) è entrato in vigore nel luglio 2012 con una capacità di quasi 700 miliardi di euro (250-300 provenienti dai vecchi fondi) e coinvolge 17 Paesi dell’area Euro. L’Italia partecipa come terzo finanziatore (17,9% del contributo, calcolato sulla base del contrubuto alla Bce). Dal 2010 ad oggi dalle nostre casse in favore del fondo salva-Stati sono già usciti oltre 40 miliardi di euro, una somma che per un Paese dal debito che si incammina al 130% del pil, in fase di recessione e con evidenti difficoltà a rilanciare il reddito e pareggiare il bilancio, può valere quasi come un cappio al collo. Un esborso così rilevante a favore del fondo di stabilità, mentre infatti da un lato ci aiuta ad affrontare con più serenità il risanamento della finanza pubblica (perché ci difende dall’eventualità di insuccesso delle aste dei titoli di Stato e di crollo della fiducia degli investitori) dall’altro strappa una montagna di denaro che sarebbe potuto servire per una più rapida (e facile) riduzione della pressione fiscale o per incentivi alle imprese. Insomma, l’Italia, terza economia europea, è – a ragione – anche terzo socio del meccanismo salva-Stati. Ma è nettamente più indebitata dei primi due Paesi. Il debito della Germania (che contribuisce per il 27,1%) viene stimato oggi dall’Eurostat all’81,9% del pil. Quello francese al 90,2%. Il nostro al 127%. Sui titoli di Stato decennali paghiamo ancora (rispetto ai Bund tedeschi) un differenziale di quasi 300 punti di tasso di interesse in più. Basterebbe eliminare solo quale punto percentuale di interesse aggiuntivo sul debito da restituire annualmente agli investitori (gli interessi sul debito complessivamente si aggirano intorno ai 90 miliardi di euro) per finanziare l’eliminazione o – comunque – la sensibile riduzione della tassa sulla prima casa e altre imposte. La sottoscrizione di capitale dell’italia nel fondo salva-Stati ammonta a 125,4 miliardi di euro (da elargire in 5 anni). Quella tedesca a 190. Quella francese a 142,7. Il Meccanismo di stabilità può intervenire in caso di difficoltà degli Stati con acquisto dei titoli sul mercato primario. E può garantire anche la ricapitalizzazione di banche in crisi. L’assistenza finanziaria viene garantita se sostenuta dall’85% dei Paesi che aderiscono al patto.


IL CASO ITALIA – In Italia il Fiscal Compact è stato recepito con apposita legge il 2 marzo 2012, durante il governo Monti, e il dibattito sull’accordo sovranazionale si è parecchio infuocato negli ultimi mesi, complice anche la campagna elettorale per le Politiche. Gli scettici – di destra e di sinistra – accusano i passati governi Berlusconi di non aver negoziato in maniera adeguata, chiedono vincoli diversi, oppure accusano la Germania (ed Angela Merkel) di voler imporre agli Stati più in difficoltà una politica economica a propria misura (quella dell’austerity). In mezzo ci sono gli europeisti convinti, come Letta e il suo predecessore, che pure si sono presentati al paese con un programma assai vasto, che in realtà – dati la morsa del rigore – non sono peinamente realizzabili. Alla Camera e al Senato negli ultimi due giorni bbiamo avuto conferma. Il nuovo premier ha promesso stop all’Imu, maggior carico fiscale sul lavoro, stimoli per gli investimenti. Senza però esporsi sull’eventuale (e necessario) reperimento di risorse, che è sinonimo di taglio a beni e servizi. Qualcosa non torna.

(Fonte foto: LaPresse)


giovedì 11 luglio 2013

L’imbroglio europeo di Letta


Il presidente del Consiglio Enrico Letta ed il suo governo hanno celebrato i propri “successi” nei recenti accordi raggiunti a livello europeo sui vincoli di bilancio, gli investimenti produttivi e la lotta alla disoccupazione giovanile. Ma, al netto della propaganda, i numeri ci raccontano una realtà ben diversa.

di Alfonso Gianni da Micromega

Nell’ultimo sondaggio conosciuto, risalente al 1 luglio e realizzato dall’istituto Piepoli, le quotazioni del governo sembrano tornare ad essere in salita presso la pubblica opinione. In particolare è elevato l’apprezzamento verso gli ultimi provvedimenti economici emanati dal governo, quelli che dovrebbero favorire in particolare l’occupazione giovanile – obiettivo che in sé non può non essere popolare – e soprattutto la fiducia nel premier Letta riguarda il 51% degli intervistati con un incremento di ben otto punti in un solo mese. Quindi la luna di miele fra il “giovane” Letta e la nostra vecchia Italia procede senza screzi né problemi? Non sembrerebbe del tutto vero, se si distoglie un attimo l’attenzione dai sondaggi e si guarda alle reazioni dell’intelligentsia del paese, se così la vogliamo chiamare.

Ed è il caso di farlo, dal momento che sono assai in pochi coloro che conoscono il merito specifico dei provvedimenti economici del governo al di là delle copertine televisive. Del resto gli apprezzamenti nei sondaggi scendono se la domanda è se l’intervistato si aspetta reali miglioramenti nella situazione occupazionale e economica da questi provvedimenti. Ovvero i titoli dei provvedimenti “piacciono”, ma quanto alla loro efficacia in una situazione così degradata sono in molti a dubitare.

Per consolidare il legame amoroso tra Letta e il paese serviva quindi un nuovo exploit, capace di colpire l’immaginazione del colto e dello sprovveduto. L’occasione è stata trovata nella nuova presunta tolleranza negli scarti dal rispetto dei vincoli di bilancio che l’Italia si sarebbe conquistata a livello europeo, grazie alla virtuosità del governo italiano nella cura dei conti, agli effetti futuri presumibili dei citati provvedimenti e della chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo che l’Italia aveva aperta dal 2009 quando governava Berlusconi. Il presidente del Consiglio non ha atteso un momento per cinguettare su Twitter della sua vittoria.

Ma la puntuale preparazione e il rigonfiamento dei risultati ottenuti non pare avere convinto neppure gli economisti del mainstream. Tanto il Corriere della Sera, malgrado sia la preda designata della Fiat (a proposito ma Marchionne non aveva detto che si sarebbe occupato solo di automobili?), con un articolo di Giuseppe Sarcina, quanto Tito Boeri su la Repubblica, smontano pezzo per pezzo la costruzione propagandistica lettiana.

In effetti, calato il sipario sulla rappresentazione del consiglio europeo di fine giugno e andando al sodo di ciò che viene messo per iscritto, il quadro è tutt’altro che ottimistico per il nostro paese.
In primo luogo ciò che si permette all’Italia di fare è semplicemente potere operare “scarti temporanei dalla traiettoria del deficit strutturale”, per usare le parole di Barroso, ma “in ogni caso” e alla fine dei conti il disavanzo del 3% non potrà essere superato. Come questo “miracolo contabile” possa avvenire non è chiarissimo. Vi saranno probabilmente ulteriori istruzioni dettagliate, secondo lo stile pesantemente precettistico degli organi della governance europea. Ma già da adesso si può bene comprendere che il famoso tesoretto aggiuntivo su cui il governo Letta contava, anche per tranquillizzare le tensioni interne alla sua maggioranza, non si è mai materializzato. Infatti lo stesso Fondo monetario internazionale ci spiega, con le sue previsioni sull’andamento della produzione nel nostro paese e sullo stato dei nostri conti pubblici, che sarà assai dura mantenerci al di qua della soglia del 3% nel rapporto con il Pil per la fine del 2013.

In secondo luogo, anche supponendo per puro esercizio scolastico che questi calcoli siano troppo severi e che quindi siano possibili deviazioni momentanee dai vincoli senza pregiudicare il risultato finale, i famosi margini per il nostro paese sarebbero vincolati alla sua partecipazione a programmi di spesa decisi a livello europeo. Il cofinanziamento è cioè una scelta obbligata, se il nostro governo vuole spendere qualcosa. Il che significa che sono gli organi europei e non il nostro governo (del Parlamento, dopo lo schiaffo sugli F35, ormai è persino inutile parlare in materia di spesa) a decidere quantità e qualità degli eventuali investimenti. In questo modo la Commissione europea mantiene uno stretto controllo sulle politiche di investimento dei governi cui vengono concessi margini di bilancio. Anzi le decide direttamente.

L’ineffabile Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, autore della prima lettera di istruzioni al nostro paese su come esercitare le presunte nuove facoltà, indica come prioritari gli investimenti nelle reti di interconnessione in Europa, e quindi torniamo nuovamente, come nel gioco dell’oca, alla casella della linea ad alta velocità Torino – Lione. Ma anche se dovesse prevalere un’interpretazione più estensiva del campo degli investimenti e quindi si allargasse al Mezzogiorno d’Italia, resterebbe sempre la condizione del cofinanziamento, ovvero i progetti dovrebbero rientrare fra quelli previsti in ambito europeo. Mentre le promesse governative sulla ripresa di una politica industriale, che manca da diversi lustri nel nostro paese si sprecano, intanto si vende come vittoria ciò che determina l’impossibilità stessa di una programmazione di nuovo tipo in quel campo che sarebbe strategica per la fuoriuscita dalla crisi. La quale, particolarmente nel nostro paese, non è solo finanziaria.

Come si vede siamo in una condizione molto diversa da quella prospettata da molti nel dibattito economico di questi anni di crisi. Ovvero la possibilità di non conteggiare gli investimenti produttivi nei calcoli riguardanti la determinazione del deficit, riprendendo la vecchia idea contenuta nel piano Delors del 1993. L’hanno chiamata golden rule, ma tra ciò è stato deciso nel vertice europeo di fine giugno non c’è nemmeno un lontano luccichio.

In terzo luogo, ed è forse il punto più grave, bisogna ricordare che nel 2014 entra in funzione il vincolo del pareggio di bilancio inserito in Costituzione da questa stessa maggioranza all’epoca del governo Monti. Proprio l’anno che viene dovrebbe consegnarci, secondo le previsioni ufficiali, un segno positivo seppur timido nella crescita del Pil. Cosa già discutibile. Ma a quel punto saremmo costretti a garantire il pareggio delle entrate e delle uscite. Neppure la contabilità creativa ci salverà.

Quindi non ci sono soldi non solo per politiche anticicliche, ma neppure per tenere fede ad alcuni punti programmatici del governo Letta. Non è tanto il parere del Fmi a revocare in dubbio la cancellazione dell’Imu, ma lo stato dei conti pubblici e i vincoli in precedenza contratti, che la destra finge di dimenticare e il Pd non smette di lodare.

Il Pdl avanza all’attenzione del premier la proposta, non nuova, di vendere buona parte del patrimonio pubblico al fine di abbassare con una misura choc il volume del debito pubblico. Ma le passate privatizzazioni non hanno portato alcun sollievo al livello di indebitamento. Anzi gli anni Novanta, che hanno visto nel nostro paese un volume monetario di privatizzazioni inferiore solo al Regno Unito della Signora Thatcher, non hanno affatto interrotto la corsa verso l’alto del debito pubblico. Consapevoli di ciò, anche se non lo dicono, gli esponenti del Pdl hanno avanzato la proposta di vendere una porzione di beni patrimoniali e diritti dello Stato, sia a livello centrale che periferico, a una nuova società di diritto privato nella quale la farebbero da padrone banche e fondazioni. Quest’ultima avrebbe il potere di emettere obbligazioni a 15-20 anni garantite da quei beni diventati di sua proprietà. Ciò non entrerebbe a fare parte del debito pubblico perché i titoli sarebbero emessi da un soggetto privato e lo Stato potrebbe incassare e diminuire così il debito pubblico medesimo.

Tutto bene? Niente affatto. Intanto si tratterebbe di capire di quali beni si tratta – senza scomodare qui la grande questione della tutela dei beni comuni - visto che anche la vendita delle caserme inutilizzate ha battuto la fiacca. Non solo, ma in molti casi è successo che l’Amministrazione pubblica privatasi dei beni immobili in suo possesso è stata poi costretta ad affitti insostenibili e l’intera operazione si è verificata del tutto antieconomica, al punto da consigliare il riacquisto dei beni dismessi. Inoltre non è affatto detto che le obbligazioni emesse dalla società privata siano in grado di reggere il confronto con il mercato. Potrebbero subire un deprezzamento in tempi molto rapidi portando al fallimento l’intera operazione, poiché al momento di entrare in possesso della parte di beni relativa alla scadenza del prestito obbligazionario quei titoli potrebbero avere perso gran parte del loro valore.

Tanto varrebbe allora procedere più seriamente e istituire una tassa patrimoniale ordinaria e invece puntare su una riqualificazione dei beni pubblici immobiliari anche attraverso un cambiamento di destinazione per dare sollievo alle esigenze abitative e di spazi pubblici agibili per la socialità. Ma tutto questo è tabù in questo quadro politico e anche l’opposizione è scarsamente ricettiva su questi temi.

Siamo arrivati ormai agli sgoccioli. Alla vigilia dell’entrata in vigore del pareggio di bilancio e del fiscal compact è sempre più evidente che la tattica delle concessioni, degli strappi tollerati, delle contabilità creative non hanno il fiato corto. Non c’è l’hanno affatto. Se si vuole evitare che l’Europa, e non solo la sua moneta, imploda, bisogna che i paesi più in difficoltà chiedano, come condizione determinante la loro permanenza nella Ue, la revisione radicale di quei vincoli e di quei trattati, antichi e recenti, che hanno dimostrato solo di aggravare le conseguenze sociali ed economiche della più grave crisi di tutti i tempi del capitalismo europeo.


martedì 28 maggio 2013

Letta e il falso problema del debito pubblico

L'elevato debito pubblico italiano costituisce un problema, per il presidente Letta, perché danneggia le generazioni future, che saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere. Sono tesi che si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato. E che devono essere superate, se davvero si vuole andare oltre il disastroso dogma dell'austerità.

di Guglielmo Forges Davanzati da Micromega

 Per l’ex premier Mario Monti, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituiva un problema dal momento che avrebbe incentivato attacchi speculativi, così che occorreva porre in essere misure di austerità, riducendo la spesa pubblica e soprattutto aumentando l’imposizione fiscale. Due i risultati ottenuti: le misure di austerità messe in atto per ridurre il rapporto debito pubblico/PIL hanno prodotto l’esito esattamente opposto, determinandone un aumento di circa 7 punti percentuali in un anno, anche in considerazione dell’errore di stima del moltiplicatore fiscale, come evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale. In più, proprio in quella fase, all’aumentare del debito pubblico non hanno fatto seguito attacchi speculativi, o almeno non di entità e durata paragonabili a quelli sperimentati nell’estate del 2011, quando l’indebitamento pubblico rispetto al PIL era inferiore ai valori assunti nel corso del 2012.

Per il neo-Presidente del Consiglio, Enrico Letta, il (presunto) elevato debito pubblico italiano costituisce un problema perché danneggia le generazioni future, che, inevitabilmente, a suo dire, saranno gravate da ulteriori imposte nel caso in cui il debito dovesse ulteriormente crescere.

E’ bene chiarire che queste convinzioni si basano sulla fallace equiparazione del debito di una famiglia con il debito di uno Stato, e soprattutto si basano sull’assunto – non dimostrato né dimostrabile – secondo il quale il nostro debito pubblico è eccessivamente elevato. Si tratta di un’assunzione opinabile dal momento che, allo stato attuale delle conoscenze, non esiste alcun criterio “scientifico” per definire il limite di sostenibilità del debito: sul piano empirico, può essere qui sufficiente richiamare il caso giapponese, laddove, con un rapporto debito pubblico/PIL che oscilla intorno al 240%, non sussistono problemi di sostenibilità dello stesso. Si può, inoltre, ricordare che il rapporto debito pubblico/PIL italiano è sostanzialmente in linea con la media dei Paesi appartenenti all’Unione Monetaria Europea e che, stando a studi recenti relativi alla quantificazione del c.d. debito pubblico “implicito”, sembrerebbe che il debito italiano in rapporto al PIL sia inferiore a quello di tutti i Paesi dell’eurozona, Germania inclusa.

La convinzione del Presidente Letta, secondo la quale le politiche di rigore si giustificano per ragioni di equità intergenerazionale, è del tutto priva di fondamento, per le seguenti ragioni.

1) Non è chiaro chi, perché e quando dovrebbe accrescere l’imposizione fiscale a danno delle generazioni future. E non è chiaro a quale futuro si fa riferimento, dal momento che l’aumento della tassazione a seguito di un aumento del debito pubblico non è affatto un automatismo, e rinvia a una decisione puramente politica. Né è dato sapere di quanto la pressione fiscale aumenterà e a danno di quali gruppi sociali. In altri termini, il Presidente Letta ritiene di poter persuadere i contribuenti italiani rendendoli disponibili a impoverirsi oggi per evitare di impoverire i posteri, ovvero ritiene che li si possa far diventare a tal punto altruisti in senso intergenerazionale da far loro desiderare il benessere di individui che potrebbero non conoscere mai, accettando ulteriori sacrifici certi, oggi.

2) Si può, per contro, argomentare che è semmai l’aumento del debito pubblico a non impoverire le generazioni future, dal momento che maggiore spesa pubblica oggi comporta maggiori redditi disponibili e maggiore disponibilità per lasciti ereditari. Il fatto che, particolarmente nel caso italiano, la spesa pubblica possa in parte generare corruzione, “sprechi”, inefficienze non legittima affatto la tesi che essa non contribuisca a generare crescita economica. La spesa pubblica (all’estremo, anche se “improduttiva”) ha effetti espansivi per almeno due ragioni, ben note. In primo luogo, per l’attivarsi del meccanismo keynesiano stando al quale la spesa pubblica, accrescendo la domanda aggregata, accresce l’occupazione e la produzione, con effetti moltiplicativi. In secondo luogo, perché, in quanto amplia i mercati di sbocco, migliora le aspettative imprenditoriali e incentiva gli investimenti privati.

3) Anche ammesso che la crescita del debito pubblico comporti un trasferimento dell’onere fiscale a danno delle generazioni future, ciò non costituisce un danno irreversibile, come è, con ogni evidenza, il danno ambientale. Mentre, infatti, nel caso del danno ambientale vi è distruzione di risorse non riproducibili, nel caso dell’aumento delle imposte ciò non accade: fatta eccezione per le risorse naturali, gli altri fattori produttivi sono riproducibili, non essendo soggetti a vincoli di scarsità.

L’esperienza italiana degli ultimi decenni mostra, in effetti, che quanto più si è cercato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL, tanto più questo rapporto è aumentato e tanto più – per decisioni puramente politiche – si è trasferito l’onere dell’aggiustamento sulle generazioni successive, in una spirale perversa che ha generato il progressivo inarrestabile impoverimento (in ordine di tempo) dei lavoratori, delle classi medie, delle piccole e medie imprese e, infine, della forza-lavoro giovanile.

Ciò è accaduto sostanzialmente a ragione del fatto che si è cercato di ridurre il rapporto debito pubblico/PIL agendo esclusivamente sul numeratore della frazione, e dunque riducendo la spesa pubblica e/o aumentando la tassazione. Ne è seguita la caduta della domanda e dell’occupazione, con conseguenti inevitabili effetti negativi sul tasso di crescita. La conseguente riduzione della base imponibile ha reso sempre più difficile reperire risorse per pagare il debito. Non si è trovata altra strada se non aumentare la pressione fiscale, peraltro rendendo sempre meno progressiva la tassazione e, dunque, facendo gravare l’onere sempre più sulle fasce di reddito più basse. In tal senso, dovrebbe essere ormai chiaro che è la riduzione del tasso di crescita ad accrescere il debito, non il contrario.

Si riconosca almeno che le politiche di austerità non sono un “imperativo categorico”, valide in ogni circostanza di tempo e di luogo, e che altre vie sono percorribili, peraltro con maggiore efficacia. La c.d. “Abenomics” giapponese – ovvero l’attuazione di un’aggressiva politica fiscale (e monetaria) espansiva, nell’ordine di 85 miliardi di euro come primo stanziamento, con una stima di crescita del 2% su base annua – costituisce la conferma più recente del fatto che il deficit spending può essere ancora considerato una strategia pienamente efficace almeno in funzione anti-ciclica.

Avendo sperimentato l’inoppugnabile fallimento delle politiche di austerità, non si vede ragione per la quale reiterare l’errore, soprattutto se il rispetto del vincolo del rigore finanziario viene motivato con argomentazioni che intendono legittimare una recessione politicamente indotta appellandosi a discutibili argomenti etici. Gli argomenti etici dovrebbero essere, al più, utilizzati per far fronte all’insostenibile disuguaglianza distributiva che queste stesse politiche hanno contribuito a produrre.