di Franco Cilli da Blasting News
Molto è stato scritto in merito a Tsipras
e alla speranza che il suo nome rappresenta di uscire dalle sabbie
mobili di un Europa austeritaria e micragnosa. Personalmente sono convinto dell'idea di un Europa dei popoli e
sebbene tutto ciò puzzi di
storicismo, credo anche ad una visione progressiva che vede nel
superamento degli stati nazione un passaggio necessario per una
politica proiettata in uno scenario globale. Per questo motivo voglio
credere nell'impresa di una lista che ha la velleità di mettere insieme
qualla parte della società civile che lotta per un'Europa diversa. Ma i
dubbi sono sempre legittimi.
Va bene un piano
Marshall per l'Europa, e passi anche per il New Deal Roosveltiano, così come è propugnato
da Alexys Tsipras, leader di Syriza in Grecia e dai suoi sostenitori italiani (vedi
l'intervista sul Fatto a
Barbara Spinelli), malgrado i richiami ad una tradizione anglosassone che narra più di
sottomissione ad un potere imperiale che di lotta dei popoli.
Mettiamo sul piatto anche l'idea che un ritorno all'Euro sarebbe
impossibile perché renderebbe i paesi periferici, a detta di
economisti avveduti, una zattera di giunchi nel mare in tempesta dei
mercati, dando ragione a una posizione di un europeismo critico, come
quella del nostro. Ma quello che proprio non mi convince è l'idea che il parametro di
riferimento di ogni politica sia il
debito. Barbara
Spinelli e i promotori della lista per Tsipras ragionano in
quest'ottica, ciò è indubbio. Il debito va onorato, ma non solo, il
debito è il criterio principe che deve informare la politica degli
stati. Va solo ridiscusso e rinegoziato. Da parte mia ho molti dubbi.
Distinguerei
due tipi di debito: il debito fra stati e il debito pubblico di uno
stato. Per quanto riguarda il debito fra stati c'è da dire che che non si tiene in minima
considerazione che tale debito è spesso è la traduzione di un
debito privato in debito pubblico (leggi banche). Riguardo al secondo, stando a quello a
cui stiamo assistendo negli ultimi decenni, la sua
demonizzazione nell'ottica di una politca di bilancio è stata il cavallo di troia di ogni politica
restrittiva e austeritaria e il risultato è stato sempre lo stesso:
tagli al welfae. Il debito è un algoritmo mentale pericoloso che porta
inevitabilmente a conclusioni strabiche secondo il quale 700 miliardi
di spesa per il settore pubblico sono troppi e vanno ridotti. Ergo,
tagli agli sprechi (cosa è spreco?), ma soprattutto tagli alla sanità,
alla scuola, alle università e agli stipendi. Questo è quello che
affermano fuori dai denti i fautori dell'austerità.
Piaccia o non
piaccia le economie a deficit spending sono
le
meno avare sul piano degli investimenti pubblici e della garanzia del
reddito, e i loro parametri sono sempre i migliori (vedi Stati Uniti e
Giappone e gli stessi governi italiani prime dell'avvento dell'euro), il
solo problema è l'allocazione delle risorse.
Barbara Spinelli, deve spiegarci come faremo a finanziare un reddito
di cittadinanza, la
ricerca, l'innovazione tecnologica, servizi più efficienti ecc, se
non accettiamo di sforare il debito e di poterlo fare in maniera sistematica. La tasse non sono da sole sufficienti a
dare impulso ad un'economia, occorrono investimenti, e debito, debito
di stato ovviamente, strutturale.
Ho purtroppo l'impressione che
Barbara Spinelli e compagnia siano ostaggio dell'obbligo morale del
debito, senza curarsi del fatto che il debito di cui parlano è un
simulacro virtuale, un numero dettato da calcoli contabili e da
interessi da strozzino e non il frutto di una transazione onesta.
Quello
che occorre fare è trasformare il debito nella “gallina dalle uova
d'oro” per i cittadini.
Avanti
con la lista Tsipras alle
lezioni Europee, ma i
dubbi rimangono.