Visualizzazione post con etichetta Tsipras. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Tsipras. Mostra tutti i post

giovedì 26 maggio 2016

Italexit: da vaga ipotesi potrebbe diventare realtà

da wallstreetitalia 



Da ipotesi velleitaria emersa quasi per caso nei sondaggi a realtà. Qualcosa si sta muovendo nella società civile e lo scenario di un’Italia indipendente fuori dall’Ue potrebbe un giorno concretizzarsi. Nel silenzio generale dei grandi media, a Napoli è iniziata una campagna per consentire all’Italia di uscire dalla “gabbia dell’Unione Europea”. Il convegno sociale sull’Italexit tenutosi il 21 maggio è stato convocato e organizzato dalla piattaforma sociale Eurostop con l’obiettivo di iniziare a organizzare proposte concrete su quali alternative offrire alla terza economia dell’area euro in un possibile futuro al di fuori del blocco a 29.
Al dibattito socio economico hanno partecipato diversi economisti (come Ernesto Screpanti dell’Università di Siena e Luciano Vasapollo dell’Università La Sapienza di Roma), organizzazioni sindacali inglesi favorevoli alla Brexit e altri analisti indipendenti. Al termine della tavola rotonda è stata approvata una breve mozione che lancia una mobilitazione di inizio autunno (“No Renzi Day”) una settimana prima del referendum sulla riforma della Costituzione e il sostegno allo Sciopero Generale indetto dai sindacati.
Secondo l’organizzazione di orientamento di sinistra l’appuntamento “è pienamente riuscito” in quanto ha “consentito il dipanarsi di un ricco ed articolato dibattito che ha prodotto sia un avanzamento dell’analisi strutturale dell’Unione Europea e sia l’enuclearsi di proposte e di campagne politiche per iniziare a costruire una alternativa a questa asfissiante costruzione antisociale, antidemocratica, autoritaria e militarista”.
“Il Convegno a Napoli si è reso necessario per concretizzare un momento di discussione e di socializzazione delle esperienze all’indomani della vicenda greca con il successivo cedimento del governo Tsipras alla Troika, dell’esplosione dell’emergenza immigrati ed il suo riverbero nei diversi paesi dell’Unione e del lievitare dei fattori di guerra fuori e dentro lo spazio europeo”.
Se ci si basa sui sondaggi, circa la metà degli italiani vorrebbe potersi esprimere sul futuro dell’Italia all’interno dell’area della moneta unica. Un rilevamento Ipsos Mori risalente ai primi di maggio mostra che il 58% dei cittadini interpellati vorrebbe infatti che fosse indetto un referendum sull’Italexit.
Simile è stato anche l’esito di un sondaggio diffuso da Renato Mannheimer ha evidenziato da parte sua che quasi la metà del campione vorrebbe avere la stessa possibilità dei britannici che il 23 giugno voteranno sulla Brexit. Potersi esprimere, attraverso un referendum, sulla permanenza nell’Unione europea è il chiaro sintomo di un malessere diffuso nei confronti delle istituzioni ed eurocrati Ue, visti come autorità sovranazionali che non vengono però elette direttamente dal popolo e sulle cui decisioni quindi la gente sente di non avere il potere di influire.
Anche se poi solo il 38% voterebbe per separarsi da Bruxelles, gli italiani vorrebbero chiaramente poter esprimere il proprio voto sulle questioni europee. Come diceva il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, “la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”.
La Germania e le altre principali forze dell’Ue non accettano in realtà di essere subordinate a un’autorità europea sovranazionale, ma cercano semplicemente di trarre i massimi vantaggi e ottenere le condizioni più vantaggiose possibili per il prosperare della propria economia.


s
Qui di seguito è riportata la relazione introduttiva del sindacalista Giorgio Cremaschi, ex presidente del Comitato Centrale della Fiom, l’associazione sindacale dei metalmeccanici:
“Sono convinto che in un futuro, speriamo più vicino possibile, ci si chiederà con compassione ed incredulità come sia stato possibile che le decisioni fondamentali del nostro paese, e di molti altri, siano state sottoposte al vaglio ed al giudizio meticoloso di controllori esterni. Come sia stato possibile che un parlamento eletto, seppure con un sistema truffaldino, abbia accettato di rinunciare alla sua sovranità per delegarla ad autorità esterne non elette da nessuno. E soprattutto ci si chiederà come sia stato possibile che le decisioni sul lavoro, sulle pensioni, sulla sanità, sulla scuola, sul sistema produttivo, sulle stesse regole democratiche, siano state prese in funzione del giudizio su di esse da parte di sconosciuti burocrati installati e Bruxelles dalla finanza, dalle banche, dal potere economico multinazionale. Ci si chiederà come sia stato possibile che le generazioni precedenti abbiano rinunciato a decidere sugli aspetti fondamentali della propria vita sociale, economica e politica, accettando il potere quasi assoluto di una entità astratta chiamata Europa. Entità astratta dietro la quale si sono nascosti gli interessi concreti delle élites economiche, delle classi più ricche e delle caste politiche e burocratiche di tutti paesi del continente. Tutte queste élites non avrebbero mai avuto la forza di imporre paese per paese, ognuna direttamente contro il proprio popolo, quella drammatica distruzione delle conquiste sociali e democratiche che oggi stiamo vivendo. Da sole non ce l’avrebbero fatta a smantellare la più importante conquista dei popoli del continente, il patrimonio storico politico che l’Europa avrebbe dovuto accrescere e contribuire ad estendere in tutto il mondo: lo stato sociale. Un sistema che assegna diritti sociali, lavoro e reddito, casa, istruzione, salute, pensione, vita dignitosa e sicura, un sistema che assegna questi diritti alle persone per il solo fatto di essere cittadini dello stato. Oggi pare che anche questi diritti sociali fondamentali debbano essere conseguiti secondo il merito. Questa parola falsa ed ingannatrice, gran parte di coloro che la proclamano come nuova guida della società non meritano di stare là dove stanno, questa parola, merito, ha sostituito la parola diritto nella ideologia di regime. In fondo ci si deve meritare di vivere.
Lo stato sociale era stato sancito dalle costituzioni antifasciste del dopoguerra. Quelle costituzioni che, come la nostra, si erano date l’obiettivo non della semplice eguaglianza giuridica contenuto nei vecchi statuti liberali, ma quello della eguaglianza sociale. Eguaglianza da perseguire prima di tutto attraverso il potere pubblico, e poi con l’azione sociale diretta delle classi subalterne e dei popoli, che veniva costituzionalmente protetta. Questo sistema costituzionale non poteva piacere alla finanza internazionale. Nel 2013 la Banca Morgan aveva affermato in un suo documento ufficiale che le costituzioni antifasciste, con la loro marcata impronta sociale, erano un ostacolo verso il pieno dispiegarsi della controriforma liberista. Bisognava abbatterle e a questo è servito il nuovo mantra della politica senza alternative: lo vuole l’Europa!
La giustificazione lo vuole l’Europa, dietro la quale sono passate le peggiori sopraffazioni e ingiustizie sociali, ha quasi sostituito quella precedentemente abusata: lo vuole il mercato. Evidentemente quest’ultima era considerata non in grado di reggere. Un puro principio di interesse economico si logora, se non corrisponde agli interessi reali o confligge con essi . Il richiamo al mercato non bastava più, occorreva quindi una immagine più forte che in qualche modo comunicasse dei valori extra economici. Gramsci ha ben spiegato come il capitalismo abbia sempre bisogno di valori esterni alla pura logica del mercato , per giustificare la più feroce ricerca del massimo profitto.
Nel Medio Evo era con Deus vult, Dio lo vuole, che si giustificavano le sopraffazioni del potere. Laicamente ora si afferma che lo vuole l’Europa, ma i fini sono gli stessi che in quell’epoca apparentemente lontana.
Dietro il mito dell’Europa, dietro il messaggio nazionalista continentale che dovrebbe assorbire i nazionalismi di ogni singolo paese con l’orgoglio di essere sudditi di una superpotenza, sta un sistema di potere burocratico imperiale.
Questa è la realtà della Unione Europea, che è prima di tutto un sistema politico di potere sovranazionale progettato per distruggere le resistenze sociali e democratiche dei diversi paesi che ne fanno parte. Non c’è sciocchezza ideologica più fuorviante dell’affermazione secondo la quale il limite del progetto europeo è che esso sia solo economico e non politico. È vero sostanzialmente il contrario. Il sistema europeo è un sistema politico, costruito per agevolare il dominio dei mercati sulle nostre vite e per affermare il liberismo estremo nelle relazioni economiche e sociali. La costituzione della Unione Europea, i trattati e i patti che la istituiscono e governano, da quello di Maastricht al fiscal compact, disegnano una architettura rigorosa di un sistema di potere con scopi chiarissimi. L’articolo uno della costituzione della Unione Europea, se paragonato a quello equivalente di quella italiana, potrebbe così essere letto:
“L’Unione Europea è una oligarchia fondata sul mercato, la sovranità appartiene al potere economico e finanziario che la esercita secondo le regole della competitività e del massimo profitto.”
Questo è il vero primo articolo della costituzione europea; chi esaminasse attentamente i trattati, le loro regole i loro poteri lo troverebbe rigorosamente e coerentemente applicato. Poi, naturalmente, ci sono le coperture di facciata e qui si spreca il ricorso a quei diritti dell’uomo sul cui uso sfacciatamente ipocrita Karl Marx aveva speso il suo migliore sarcasmo.
A dire la verità oggi anche questa copertura è notevolmente a rischio. Il comportamento della ricchissima Unione Europea nei confronti di rifugiati e migranti calpesta non solo i fondamentali diritti umani, ma persino elementari regole di solidarietà. La compravendita di persone con la Turchia finanziata da miliardi di euro, di più di quelli che si negano alla Grecia, è stata decisa dai governanti democristiani e socialisti della Unione Europa e non da LePen o Salvini. La costruzione a tappeto di Hotspot, solito uso dell’inglese per coprire porcherie, cioè di campi di concentramento persino in mare per migranti, è stata sempre opera degli stessi. I muri li costruiscono tutti i governi senza distinzione di appartenenza politica. La civilissima Danimarca impone il pizzo di stato sui beni personali dei migranti, come scafisti che si facessero consegnare gli orologi e gli anelli prima di imbarcare. L’altrettanto civilissima Svezia ha programmato il rimpatrio forzato di decine di migliaia di migranti. Rimpatrio dove, a Mosul in mano all’ IS? Nelle pianure afghane? Sulle coste della Libia? Nei campi di concentramento turchi?
L’Unione Europea ha concordato con il governo Cameron, per fargli vincere il referendum e respingere la Brexit, misure restrittive per i migranti. Non solo per quelli extracomunitari, ma anche per gli stessi cittadini della Unione. Gli italiani che andranno a lavorare in Gran Bretagna non godranno degli stessi diritti sociali dei lavoratori britannici, saranno un po’ come i nostri gastarbeiter nella Germania Occidentale degli anni 50 del secolo scorso. Altro che cittadinanza europea!
Il governo europeo non può che assumere queste misure feroci contro i migranti, perché esse servono a giustificare la ferocia quotidiana verso i propri cittadini. Se si perseguono la disoccupazione di massa e la distruzione dello stato sociale, si deve necessariamente alimentare la convinzione di massa che siamo già in troppi per accogliere altri. Se in Europa ci fossero piena occupazione e eguaglianza sociale, non ci sarebbero grosse difficoltà ad aggiungere posti a tavola in mezzo a 500 milioni di abitanti. Ma quando la vita quotidiana viene minacciata dalla precarietà e dalla disoccupazione e di massa e quando i diritti sociali fondamentali sono negati a milioni di persone, il migrante viene visto come colui che viene a contendere il pane e l’elemosina del povero. Claudio Magris ha scritto che non si possono accogliere tutti, che anche un ospedale deve chiudere ad un certo punto gli accessi. Ha dimenticato che dire che gli ospedali pubblici chiudono e riducono i posti ed i servizi per le politiche di austerità europee, che la Grecia non ha più una sanità pubblica da spartire eventualmente con i migranti.
Sono le politiche di austerità normate dalla costituzione europea che producono e alimentano le guerre tra poveri per diritti sempre più scarsi e aleatori, e che spargono il seme della xenofobia e del razzismo. I partiti reazionari e razzisti sono il prodotto, a volte persino utile come spauracchio, delle politiche di rigore economico da parte dei governanti democristiani e socialisti.È dovere contrastare ovunque i rigurgiti neofascisti e razzisti, ma senza dimenticare che la loro fonte sta nel potere autoritario e liberista di Bruxelles. Se non si taglia la testa al potere che alimenta i tentacoli del razzismo, questi continueranno a riprodursi.
Oggi invece l’Europa pare avere dimenticato le ragioni sociali ed economiche del dilagare del fascismo e poi del nazismo negli anni 30 del secolo scorso. E soprattutto pare avere dimenticato che le costituzioni sociali antifasciste sono nate proprio con lo scopo di estirpare le radici economiche e sociali di quel dilagare. Oggi l’Unione Europea fa la stessa politica economica della Germania democratica di Weimar e sta facendo rinascere gli stessi mostri. Viene il dubbio che di fronte alla ferocia antisociale delle politiche economiche della Unione il comparire delle forze reazionarie non sia proprio inaspettato. Come la storia insegna esse sono sempre il Piano B del capitale.
Cameron ha minacciato i britannici che se voteranno a favore della Brexit saranno responsabili del ritorno della guerra in Europa. Sfacciato. In Europa la guerra c’è già stata con le centinaia di migliaia di vittime della distruzione della Jugoslavia, grazie alle quali l’Unione Europea ha potuto consolidare la sua espansione verso Est. La guerra c’è oggi nella Ucraina dove l’Unione Europea finanzia ed arma il primo governo del continente, che dal 1945 abbia ministri dichiaratamente nazifascisti.
E poi l’Unione Europea, da 25 anni, praticamente dalla sua organizzazione nella forma attuale, partecipa a quella guerra mondiale a pezzi di cui parla Papa Francesco. Una guerra che alimenta il terrorismo mentre proclama combatterlo, una guerra che rischia di di non finire mai perché si alimenta di sé stessa. Quanto a Cameron, egli è direttamente responsabile della catastrofe della Libia, catastrofe che oggi assieme ad Hollande, Obama ed Erdogan tenta di riprodurre in Siria.
L’Unione Europea è sempre più coinvolta nella guerra e negli affari della guerra e sempre di più si identifica con la NATO e la sua politica imperial militare. Se dovesse essere approvato il TTIP, Unione Europea e Stati Uniti sarebbero assieme in una Nato economia dopo quella militare. Eppure a sinistra è più facile dire no al TTIP e anche no alla NATO, piuttosto che affermare il no alla Unione Europea. Come se fosse possibile davvero separare le tre colonne portanti della stessa costruzione.
Oggi l’Unione Europea gestisce e alimenta tre guerre contemporaneamente. Quella militare per difendere ed estendere i propri confini e gli interessi dei propri poteri economici. Quella contro i migranti da usare come moderni iloti o da deportare a seconda delle necessità degli stessi poteri economici. Quella contro i propri popoli, che distrugge lo stato sociale nel nome della competitività e del profitto, naturalmente sempre degli stessi.
La domanda è: come si fa a fermare queste tre guerre senza rovesciare il potere tirannico che le gestisce?
Qui la sinistra in gran parte si ferma, si paralizza. Pare a quel punto che dominino le paure.
Quella che se si rompesse con l’Unione Europea tornerebbe il fascismo nei singoli stati. Ma davvero crediamo che i popoli sarebbero così deboli di fronte ad un potere tirannico locale, non sostenuto da poteri esterni? Davvero si crede che i banchieri e la Troika ci difendano meglio da svolte reazionarie di quanto potremmo fare noi stessi? Se si pensa che in fondo questa Unione Europea ci protegga dal peggio, allora siamo destinati ad esserne schiavi. Il governo greco è lì a testimoniare che la paura di rompere con la dittatura europea porta a subirne tutti i comandi. Si dice che la Grecia fosse troppo piccola per resistere da sola. Questo accusa noi e tutti popoli europei di non aver fatto abbastanza per sostenere quel popolo contro la Troika, ma non assolve la resa del governo Tsipras. C’è sempre l’alternativa di resistere a quella di collaborare con il tuo oppressore. In ogni caso non è vero che il collaborazionismo con la Troika serva a prendere tempo in attesa della grande riforma democratica dell’Europa. Questa riforma non ci sarà mai.
L’altra grande paura dopo quella politica è quella economica, che è persino più forte della prima e ha un suo totem: l’euro. L’euro non è solo una moneta, ha detto il ministro delle finanze della Germania Schauble. L’euro è la politica economica di austerità, se non c’è l’una non c’è l’altro. Il ministro più potente d’Europa ha ragione, è così ma non è ancora tutto. L’euro è anche uno strumento ideologico di consenso. Ai popoli del sud si fa credere di essere eguali ai ricchi popoli del nord perché si possiede la stessa moneta. Anche noi abbiamo il solido marco, si sarebbe detto una volta. La moneta unica alimenta l’autorazzismo dei popoli meridionali, in cui si instilla il terrore di essere ricacciati tra i popoli di pelle scura dell’altra sponda del Mediterraneo, invece che essere ammessi nel consesso di quelli ricchi e virtuosi, biondi e con gli occhi azzurri. A loro volta ai lavoratori e ai popoli del nord, i loro governi impongono di tenere fermi i salari e di non avere pretese sociali eccessive, visto che il loro sistema è ambìto ed invidiato dai popoli del sud. La deflazione salariale in Germania ha permesso al grande capitale di quel paese di far man bassa di mercati ed imprese in tutta Europa. Se i paesi più forti hanno la stessa moneta dei paesi più deboli e tengono pure sotto controllo salari e prestazioni sociali, i paesi più deboli vengono mangiati. È stata così la dollarizzazione dell’economia contro cui si sono ribellati i popoli dell’America Latina. È nazionalismo non voler essere una colonia del grande capitale tedesco? L’euro è un vincolo economico e ideologico costruito apposta per rendere irreversibili le politiche di austerità. E serve a ricattare paesi e persone. Abbiamo visto in Grecia il modo terrorista con cui è stato usato per minacciare un intero popolo. Non avrete più la moneta vera, dovrete tornare al baratto, hanno ricattato. La Grecia è rimasta nell’euro, ma i greci non hanno più euro in tasca per mangiare.
Infine c’è una paura più piccola, ma presentata spesso in maniera piuttosto arrogante. La paura di non essere sufficientemente avanzati ed aperti. Ci si dice che l’Europa è l’Erasmus che unisce gli studenti del continente. Però si dimentica che in nome dell’Europa si sta distruggendo in ogni paese la scuola pubblica. Si esalta la possibilità di viaggiare facilmente e a basso costo e la Ryan Air si è ufficialmente pronunciata contro la Brexit. Eppure se la compagnia low-cost fosse costretta ad applicare ai suoi dipendenti un vero contratto nazionale non sarebbe poi una disgrazia.
Bisogna rompere con le paure se si vuole rompere la gabbia del sistema di potere europeo.
Certo, sarebbe meglio se in tutta Europa contemporaneamente scoppiasse la rivoluzione socialista. Allora il sistema di potere dell’Unione verrebbe travolto da tutti i lati. Ma francamente non possiamo aspettare una mitica ora x. Oggi è in piazza il popolo francese contro il Jobsact di Hollande, mentre incredibilmente quello greco continua a lottare.Tutto questo segna anche una condanna senza appello per la pavidità eIl collaborazionismo di CGILCISLUIL qui da noi. Le resistenze all’oppressione sono sempre nazionali e proprio partendo da questa loro dimensione parlano a tutti e diventano internazionali. Il primo popolo che si riappropri della propria sovranità democratica diventerà esempio da emulare in fretta per tutti gli altri. Ci sarà il contagio.
La rottura che noi proponiamo parte dunque da una dimensione nazionale, e si proietta subito in un dimensione di solidarietà internazionalista e cooperazione tra tutti i popoli che fanno e faranno la stessa scelta. Ciò che va abbattuto è Il superstato imperiale europeo che schiaccia democrazia e diritti sociali nel nome del mercato. Questo è l’avversario non riformabile.
Si deve abbattere il superstato Europeo non nel nome della efficienza economica, come vaneggia una certa destra, ma nel nome della democrazia. Si tratta di riconquistare il potere democratico di decidere sulle politiche economiche e sociali, e di avere gli strumenti reali per realizzare quelle scelte. Per questo, mentre è possibile che l’Unione Europea sia governata sempre più a destra, basta conoscere la legge antisciopero dell’europeista Cameron e come essa piaccia alla Commissione Europea, mentre questa svolta a destra della Unione è possibile e in corso, non è credibile un’uscita da destra da essa.
Uscire da UE ed Euro significa e richiede adottare misure di stampo socialista, sicuramente di rottura con i vincoli del mercato globale. Le prime sono il controllo rigido del mercato dei capitali, la lotta alla evasione fiscale dei ricchi, la nazionalizzazione della banca centrale e delle principali banche. Questo fa saltare l’euro. Perché una banca centrale che la smetta di ricorrere ai mercati finanziari e stampi moneta per le attività pubbliche e l’economia, così era in Italia fino al 1981, una banca centrale di stato che riprenda a sostenere il paese, questa banca è incompatibile con il sistema Euro.
Si rompe con UE ed Euro per fare una politica economica d’assalto contro la disoccupazione di massa, per far crescere salari e redditi, per colpire le diseguaglianze sociali, per difendere l’ambiente dalla devastazione delle grandi opere.
Si rompe con la UE e l’euro, per affermare i principi della Costituzione del 1948, totalmente incompatibili con i principi e le regole della costituzione europea. Lo può fare la destra questo? No.
In America Latina è in atto uno scontro terribile tra la spinta golpista e restauratrice dell’imperialismo USA, alleato con le caste corrotte e la borghesia compradora di quei paesi, ed il fronte sociale e politico che ha guidato, anche con grandi contraddizioni, il cambiamento progressista di tutto quel continente in questi due decenni. Lì le cose sono chiarissime, la destra rivuole le dollarizzazione dell’economia e il ritorno del liberismo selvaggio guidato dalle multinazionali USA, le sinistra, più o meno radicalmente, una economia governata dallo stato democratico che abbia come obiettivo l’eguaglianza sociale. Sono nazionalisti e assieme internazionalisti i popoli e le forze che seguono questa via.
In Europa la destra ha fintamente occupato lo spazio della contestazione al potere oligarchico europeo perché la sinistra neoliberale si è ritirata da esso così come si è ritirata dal popolo, anzi in molti casi essa è stata semplicemente cooptata in quella oligarchia. Renzi, Hollande, Gabriel non sono compagni che sbagliano, sono avversari. Dopo la resa di Tsipras è chiaro che sinistra europeista diventa un ossimoro politico. Se si vuole restare europeisti si deve rinunciare ad essere sinistra sociale, popolare, di classe. Se invece si vuole restare questo tipo di sinistra, si deve rinunciare ad essere europeisti.
Ogni volta che una lotta o un movimento sociale o politico acquisiscono la dimensione e la forza per confrontarsi con il sistema di potere, questi reagisce minacciando in nome dell’Europa. A questo punto finora abbiamo visto solo giustificazioni ed arretramenti che alla fine hanno indebolito o addirittura portato alla sconfitta quel movimento, quella lotta.
È giunto il momento di cambiare registro. Di fronte a quella minaccia si deve avere la forza di rispondere: che l’Europa vada al diavolo.
Un’altra Europa è possibile solo rovesciando l’attuale sistema di potere europeo, solo rivendicando la rottura con la UE, l’euro e naturalmente con la NATO. Questa è la inevitabile la conclusione politica dei percorsi dei movimenti sociali e politici radicali che non vogliano fermarsi.
Per questo oggi ci dobbiamo schierare senza paura a sostegno della Brexit, se il popolo britannico votasse SI ad essa aprirebbe uno squarcio di speranza per tutti noi. Se invece dovesse vincere il No il potere imperial finanziario europeo, che sta spendendo tutte le sue minacce contro la scelta di rottura, ne uscirebbe rinfrancato ed incattivito contro tutti i popoli. Brexit oggi per Italexit domani, non dobbiamo avere paura di questa parola. Molti sondaggi dicono che la parola Italexit stia diventando popolare, un sentimento, di massa. Oggi questo sentimento non ha dalla sua un vero progetto politico. Ora questo progetto va costruito. Dobbiamo fare il passo decisivo di scegliere la rottura e non discutere più sul se, ma solo sul come realizzarla. La rottura è prima di tutto una scelta politica per la democrazia e l’eguaglianza sociale, per riprendere la marcia interrotta verso il socialismo; parola scomparsa dal lessico della sinistra europea, mentre paradossalmente viene assunta da un candidato alle primarie presidenziali USA.
Il Mezzogiorno d’Italia con la crisi e le politiche di austerità europee è stato già ridotto in molte sue aree a condizioni eguali o peggiori di quelle della Grecia. E in questa devastazione prosperano le mafie. Siamo qui perché pensiamo che i tanti segnali di lotta e ribellione che vengono da queste terre e da queste città, possano crescere fino a diventare l’elemento portante di un blocco sociale e politico alternativo a quello dominante. Siamo qui a Napoli perché qui c’e una realtà sociale politica che pur tra enormi difficoltà è giunta al punto di rottura con il sistema di potere del PD. Ad essa, come a tutte e tutti coloro che oggi lottano per il lavoro e il reddito, per l’ambiente, per i diritti sociali, per la democrazia, è rivolta la proposta di scegliere esplicitamente la rottura con la UE e l’Euro.
Con questa posizione partecipiamo come Eurostop alla campagna per il No nel referendum sulla controriforma della Costituzione voluta da Renzi. Siamo parte di un fronte molto vasto e anche ovviamente contraddittorio, come necessariamente deve essere per un referendum costituzionale. Proprio per questo però dobbiamo affermare che quella controriforma è la realizzazione del progetto, europeo e della finanza internazionale, di distruggere nel nostro paese la resistenza costituzionale al liberismo. La controriforma della Costituzione, assieme al Jobsact, alla legge Fornero, alle privatizzazioni, alla distruzione della scuola e dei servizi pubblici, sono state offerte da Renzi e Padoan al tavolo europeo come pegni sacrificali, in cambio di qualche miliardo di flessibilità sui bilanci per finanziare le mance da distribuire nelle campagne elettorali del presidente del consiglio. I burocrati europei hanno apprezzato e forse concesso.
Così quando Renzi affermerà che la sua controriforma la vuole e la sostiene l’Europa, dirà forse per la prima volta una cosa vera. Il fronte del No dovrà essere pronto a rispondere senza impelagarsi nella confusione, noi comunque lo faremo.
Il referendum sulla Costituzione e il più importante appuntamento che abbiamo di fronte, anzi quello decisivo. Ad esso dobbiamo dedicare tutte le nostre forze nei prossimi i mesi. Con la vittoria del No nel nostro paese si aprirà una fase nuova e per la prima volta da anni con possibilità positive. Subito dopo dovremo aggredire la modifica non sottoposta a voto, ma altrettanto grave, dell’articolo 81 della Costituzione che ha imposto il pareggio di bilancio e così costituzionalizzato l’austerità. C’è tutta una lunga china da risalire. Allora Eurostop dovrà lanciare con tutta la forza possibile la proposta dell’Italexit come passo successivo conseguente e necessario.
Ma ora dobbiamo costruire le condizioni di quella vittoria e a tale fine è necessaria la più vasta e diffusa mobilitazione di massa, che faccia uscire la campagna dagli spazi televisivi e che superi la grande disaffezione politica popolare, sulla quale invece conta Renzi per vincere.
Per questo lanciamo la proposta di concludere la mobilitazione di massa con una grande manifestazione a Roma una settimana prima del voto referendario. Una giornata per la Costituzione del 1948 che sia anche un No Renzi Day. Ogni forza democratica a antifascista venga a quella manifestazione con la sua piattaforma, noi andremo con la nostra, ci unirà il rifiuto del regime renziano, espressione ilare della Troika.
Compagne e compagni è ora finirla di piangere e di ripartire”.

sabato 12 marzo 2016

Un’altra Europa è impossibile

Il testo è il sunto di un intervento al convegno “La questione tedesca e la crisi della democrazia europea”, organizzato da Leonardo Paggi, Roma 26 febbraio 2016. E' stato pubblicato da Eguaglianza e libertà col titolo, un po' truce, "Perché questa Europa deve morire e morirà"
 
di Sergio Cesarotto da Politca&EconomiaBlog
La maggioranza della “sinistra” si crogiola nell’illusione che l’Europa possa mutare pelle sotto la spinta della solidarietà fra i popoli europei. Da dove scaturisca tale speranza non è dato capire. Il problema europeo è legato alla crisi della democrazia, all’anti-politica, alla diffusa disaffezione, se non aperta ostilità di gran parte della popolazione ai meccanismi della rappresentanza e della mediazione politica. In termini più accademici questa è definita la crisi della democrazia. Questa disaffezione si traduce nell’idea che la politica sia tutta uguale, destra e sinistra, e che i politici siano tutti disonesti. Alla base di questa disaffezione, e in fondo anche alla base della pochezza progettuale ed etica dei politici, v’è la sostanziale impotenza della politica nazionale ad affrontare piccoli e grandi problemi, una volta privata delle leve della politica economica, e in particolare della sovranità monetaria, improvvidamente cedute a istanze sovranazionali dominate dalle potenze europee più forti. Questo spiega dunque molte cose.
Spiega la disaffezione quale dovuta all’incapacità dei politici di risolvere i problemi, la disoccupazione in primis, mentre tutti si riempiono la bocca del medesimo mantra delle riforme (operando delle feroci contro-riforme). Spiega la sostanziale somiglianza fra destra e sinistra che agli occhi del comune cittadino è giustamente scomparsa. Qual’è la differenza fra Berlusconi e Prodi? Fra Monti e Bersani? Fra Renzi e Tsipras?  La politica è (nei tratti di fondo) la medesima ed è quella dettata da Bruxelles, Francoforte o Berlino. E spiega anche il drammatico scadimento della politica, screditata agli occhi delle persone capaci, per cui chi vale fa altro, e monopolio di personaggi che non hanno altro da occuparsi se non di conservare le poltrone per sé e per le proprie consorterie.

Detto in termini un poco più nobili, una volta esautorato e reso impotente lo Stato nazionale, che è il terreno primario in cui si svolge il conflitto sulla distribuzione del reddito, viene a mancare il sale della democrazia. Ma in verità il “sogno europeo”, è precisamente questo: un disegno liberista volto a esautorare i popoli nazionali dal potere di incidere sulle scelte dei propri governi nazionali, resi impotenti se non come strumenti d’ordine (vedi le riforme costituzionali in questa direzione). Stati nazionali filiali regionali dell’ordine ordo-liberista che “trasforma le leggi del mercato in leggi dello Stato” (Alessandro Somma), e ben individuato dai tedeschi nel Ministro unico dell’economia. Questa espropriazione dello Stato nazionale perfeziona lo svuotamento del terreno del conflitto sociale, dunque della democrazia, già mortificato dalla globalizzazione del capitale, lasciato libero di collocarsi dove più gli aggrada. E non ci si dica, per favore, che piccoli stati sovrani avrebbero vita dura nell’”economia globalizzata”, come si sente spesso. Polonia e Corea del Sud se la passano meglio dell’Italia, per fare qualche esempio.

Ma perché, mi si obietta, non lottare per un’Europa diversa? L’analisi economica - a cui invito a prestar fede non in nome della fiducia in una scienza discutibile, ma in nome del realismo politico a cui ci invitava un grande intellettuale, Danilo Zolo - ha da tempo indicato che un’unione monetaria fra Paesi a diverso grado di sviluppo può solo tenere con un cospicuo bilancio federale a scopo perequativo, precisamente la “tax-transfer union” tanto temuta dai tedeschi. Di che parliamo allora? Di utopie da cui Danilo Zolo ci suggeriva di sfuggire come la peste? Hayek lo disse chiaramente in un saggio del 1939: uno stato federale fra paesi culturalmente ed economicamente diversi e dotato di un cospicuo bilancio perequativo non sarebbe destinato a durare, e si lacererebbe presto sulla destinazione delle risorse (Jugoslavia docet). L’unico stato federale possibile è quello con uno Stato minimo, uno Stato ordo-liberista che detti le sole regole di mercato. Ma questo è lo Stato europeo che già abbiamo, e che la potenza dominante di cui parliamo oggi intende rafforzare. Quella che abbiamo è la sola Europa possibile, anzi potrebbe andar peggio.

La “sinistra” è responsabile di cotanto disastro continentale. In Inghilterra e negli Stati Uniti, la Thatcher e Reagan si sono resi responsabili di sconfiggere Keynesismo e Stato Sociale. In Europa l’ha in gran parte fatto la sinistra, in nome dell’Europa. Le responsabilità dell’Ulivo devono essere ancora conteggiate - ma c’è chi ha cominciato a farlo, come Giulio Sapelli. Ma forse non c’è n’è bisogno. La sinistra italiana sta finendo da sola nella spazzatura del 3%.

Abbiamo invece bisogno di una sinistra italiana che della battaglia per il ripristino dell’autonomia della politica economica nazionale faccia il proprio vessillo. Siccome la sinistra è più sensibile all’ orecchio della difesa della Costituzione, bene faremmo aa affiancare questa battaglia a quella della difesa dei valori costituzionali. Ma attenzione, se la sinistra ufficiale e intellettuale è sensibile ai valori costituzionali, la gente normale vede questi temi come estranei, lontani. Guarda con favore, per esempio, alla semplificazione dei processi politici. Quindi anche la battaglia per la difesa della Costituzione se ne gioverebbe, se da astratta difesa di principi si mostrasse come strumento di avanzamento sociale su temi concreti come piena occupazione, difesa di salari e Stato Sociale.

Un’ultima precisazione. Personalmente non credo che lo slogan “fuori dall’euro” sia oggi popolare. Tuttavia un sentimento anti-Europeo sta montando. L’euro crollerà se e quando diventerà politicamente insostenibile, e quest’esito va perseguito e preparato, progettando il dopo, una nuova Europa di Stati indipendenti e cooperativi. Purtroppo la sinistra italiana, nella sua maggioranza, va nella direzione opposta di coltivare il “sogno europeo”, predisponendosi all’oblio della storia. 

sabato 27 febbraio 2016

W Marx, W Lenin, W Revelli. Un passo di lato e due indietro

Della opportunità di uscire dall'euro si è detto scritto e riscritto fino allo sfinimento, adesso chi vuol capire capisca. Delle affabulazioni sull'Europa, mito moderno e ultima spiaggia degli irriducibili dell'ontologia antimetafisica, ma non per questo coi piedi per terra, si è pure detto e scritto tanto, che mi viene la nausea. Il solo pensare che basti immaginare un teatro di conflitto e imbastire storie romantiche sugli ultimi che scalzano la strega Merkel e la serva BCE, per far si che questa diventi una narrazione minimamente realistica, è da deficenti. 
Cosa altro c'è da dire se non che la logica e il buon senso è l'ultima inesplorata frontiera che ci rimane.
Ci fossero un Lenin o un Marx invece di un Revelli o un Frantoianni, avrebbero già capito da un pezzo che occorrono non due, ma tre passi indietro. Avrebbero capito che considerare l'Europa il baricentro politico di una politica progressiva, quando questa appare come un diposistivo impenetrabile e congegnato unicamente per far funzionare il liberismo, favorendo alcuni paesi a scapito di altri, è da pazzi. Olte tutto avrebbero colto la vaghezza e l'incostintenza di una proposta politica che più vaga e fumosa non si può, fatta di proclami, appelli, del "vogliamo un'Europa che..." del "sintonizzare i sentimenti", delle "nuove narrazioni" ecc ecc. Avrebbero capito che riaffermare la sovranità di uno stato per poter riaffermare allo stesso tempo diritti e redditi, non è una sconfita, o far tornare indietro le lancette della storia, ma una tappa obbligata per poter davvero scrivere un nuovo capitolo. Se la sinistra avesse spiegato quello che era già chiaro 40 anni fa e cioè che l'Europa era una trappola congegnata dalle oligarchie per affermare il libero mercato e comprimere i diritti dei lavoratori, studiando sodo la maniera di uscirne, e spiegando la convenienza ai lavoratori ed anche alle piccole imprese e a quella parte del capitalismo più illuminato (ammesso che ne esista uno), a quest'ora avremmo un obiettivo chiaro e un'arma potente da puntare contro queste infami oligarchie europee. 
Cari compagni, se persino Napolitano, l'ex compagno Napolitano aveva capito cosa stava succedendo, e ci metteva in guardia contro la moneta unica in un suo discorso al parlamento, perché voi avete perseverato nell'ignoranza e nell'ideologia? Sapevate cosa comportava Maastricht e nonostante tutto avete continuato ad alimentare l'idea di un Europa che con quella di Ventotene c'entrava ben poco. Possibile che l'ideologia vi abbia, ci abbia appannato la mente così tanto? Ce  la siamo presa con i compagni comunisti greci perché, forse a torto, osteggiavano Tsipras, ma non pensate adesso che magari un po' di ragione ce l'avessero pure loro? 
Parliamo di piani B. Ben vengano, ma dovete convincere prima di tutti  voi stessi e e poi tutti noi che possano costituire materia di un programma chiaro e condivisibile. Per avere l'entusiamo necessario a portarlo avanti dobbiamo crederci. 
Per adesso rimango convinto che occorra far un passo di lato e due indietro.

martedì 22 settembre 2015

Brancaccio:«Tsipras farebbe bene a preparare comunque la Grexit»

L’economista Emiliano Brancaccio commenta la nascita del secondo governo di Syriza. «Quelli del memorandum sono obiettivi insostenibili», dice, e punta il dito sulle privatizzazioni: «Ne guadagneranno solo gli acquirenti». Tra cui la Germania

di Luca Sapino da  espresso.repubblica

Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco - svuotato di ogni potere - è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.

Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
 «Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».

Dopo la vittoria alle elezioni Alexis Tsipras, leader di Syriza, ha giurato nelle mani del presidente Pavlopoulos: subito dopo aver firmato il documento ufficiale, si è poi trattenuto con il capo dello stato per un breve colloquio privato












Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
 «Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».

Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
 «Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo - e non mi sembra - per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».

Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco...
 «Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».

Forse - soprattutto - è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali...
 «Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale».

Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
 «Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».

La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
 «No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».

Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
 «Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».
 

domenica 20 settembre 2015

Auguro a Tsipras la vittoria

Auguro a Tsipras di vincere, perché lo so, giovane talpa, la tua tattica ormai è chiara: vuoi vincere per mettere l'Europa con le spalle al muro e alla fine dirle, ci abbiamo provato a fare come dici tu, ti ho dimostrato che avevi torto, adesso ce ne andiamo e ci prendiamo pure la liquidazione. 
L'euro me lo tengo, ma solo per la mia collezione di monete antiche.

sabato 12 settembre 2015

Il senso della sinistra per la fregatura


Il senso della sinistra per la fregatura

Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è la realtà che detta le regole e non l’immaginario, sia esso collettivo, lascito di una storia densa di passione e sangue, o individuale, frutto malato del solipsismo dell’intellettuale avvolto dalla muffa di vecchi scaffali. L’immaginario è tendere a qualcosa che trascende il quotidiano, ma spesso è pura ideologia. Il materialista non si nutre d’immaginario, ma di fatti tangibili.

L’Europa è il nostro campo privilegiato, i conflitti sono globali, i diritti vanno globalizzati. Strano, perché mai un diritto non può essere globalizzato se hai una moneta sovrana?

Marx era internazionalista. Si, ma Marx non è il vangelo, era internazionalista e non protezionista certo, seguiva una prassi conseguente alla sua scienza economica, ma era principalmente un materialista, un positivista, niente di immaginario. Avrebbe potuto essere tutto e il contrario di tutto se avesse inteso come contingente un certo agire piuttosto che un altro.

D’accordo Tsipras ha dovuto cedere per la forza del nemico, ma se avesse valutato meglio la situazione forse non avrebbe ceduto o forse lo avrebbe fatto da posizioni più nette. Non puoi volere la fine dell’austerità e allo stesso tempo continuare a volere ciò che la alimenta. È come non volersi scottare, ma rifiutarsi di spegnere l’incendio. Il problema sta tutto lì, l’Europa immaginata si scontra con l’Europa reale, la cui costituzione, e sottolineo costituzione, cioè l’architrave su cui si reggono l'insieme di regole, norme, pesi e contrappesi della legislazione e dell'ispirazione democratica di uno stato, non permette deroghe a certe regole. Sappiamo benissimo che per cambiare gli elementi costituenti di un aggregato così imponente, come una nazione di popoli e stati, occorre un consenso larghissimo o una rivoluzione. Dannatamente improbabile direi. Tutto questo poi perché? Per realizzare un esperimento che parte da un anelito ideale: dimostrare che la bramata Europa è possibile. È fin troppo facile dimostrare che difficilmente può esistere un qualcosa senza che esistano le dovute premesse. Dov’è l’unità dei popoli? Dov’è la comunanza dei valori, l’unione politica, l’integrazione fiscale? 

Facciamo prima l'unità monetaria poi si vedrà. Si è visto, abbiamo offerto i nostri soldi al mercantilismo tedesco  su un piatto d'argento.
Gli stati nazione sono un retaggio di un passato fatto di guerre e sopraffazione... Stato nazione, suona così male alle orecchie progressiste. Eppure "stati sovrani" per nulla defunti all'interno della stessa Europa,  sono fra i maggiori responsabili di guerre infami che hanno portato allo smembramento della Libia e allo sfacelo della Siria. Andiamo chi poi crederebbe ad un Belgio sovrano che fa la guerra all'Austria? 

Non è meglio piuttosto che un'Europa senza linfa nè anima, un'Europa confederazione di stati sovrani?

Si fa qualcosa di sbagliato, sapendo che è sbagliato perché si crede che l’errore produrrà comunque alla fine qualcosa di giusto.

Non possiamo chiedere più forza e più consenso per Tsipras se non sappiamo come utilizzerà questa forza. L’ambiguità e la retorica non servono a nulla: “diamo forza a Tsipras, Podemos e altri perché sono di sinistra e la sinistra combatterà l’austerità se ne avrà il potere”. Torniamo indietro di una casella. Come? Il militante di sinistra è molto paziente, ma non si può sperare in una compattezza del popolo di sinistra se non si capisce cosa farà esattamente Tsipras del suo potere e quando esattamente dirà la fatidica parola: fuori dall’euro e fuori da questa Europa, perché non esistono le condizioni. Qui si che uno sforzo di fantasia servirebbe, perché occorre immaginare quando e come contrattaccare.

Forse ormai è troppo tardi: non si può non essere con Tsipras dopo l’investimento massiccio nei suoi confronti. Non si può più tornare indietro, anzi si deve insistere perché “sull’euro non bisogna dargliela vinta” . Bella tattica. Non possiamo dire che abbiamo sbagliato tutto e non possiamo più permetterci la chiarezza delle nostre posizioni. Dal materialismo recediamo al sofismo. Ma questo è un ricatto duro da sopportare per tutti noi di sinistra ed è colpa loro, di quelli che ci hanno guidato fino ad ora e ci hanno costretto con i nostri pochi mezzi di semplici militanti a capire, in ritardo, quello che essi avrebbero dovuto capire da tempo: che l’euro e questa Europa sono una fregatura. 


mercoledì 9 settembre 2015

Una strategia che non c'è più. Il Prc davanti alla resa di Tsipras

da contropiano


La vicenda greca ha segnato un punto di non ritorno nelle diverse esperienze della sinistra radicale europea, dalle sue componenti più "istituzionali" a quelle formalmente più "antagoniste". Fino alla vittoria di Syriza, nel gennaio di quest'anno, si poteva in buona fede credere che un vasto e articolato movimento politico, espressione diretta di un altrettanto articolato fronte sociale aggregatosi in un lungo processo di lotte e mobilitazioni, potesse arrivare al governo di un paese dell'Unione Europea e in questo modo mettere fine alle politiche di austerità, pur all'interno di un orizzonte "europeista" che non metteva in discussione la permanenza del paese all'interno dell'Unione Europea.
Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.
Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.
Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.
Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.
Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.

*****
Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo - per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità - omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.
Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.
Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.
Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.
Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.
Ma questo non accade.
Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.
Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.
Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.
Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.
Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.
Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).
In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.
Provo a spiegarmi con un aneddoto.
Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.
Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?
La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.
Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.
Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.
Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.
Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.
E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto - era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.
Qui però sta il punto.
Se le due opzioni - fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?
Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.
In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.
Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.
Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.
Si cita il Lenin di Brest Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionarIl dibattito nel Prcio e le sue conquiste.
In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.
L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.
Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.
Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assallaoluta.
Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.
Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.
Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.
L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.
Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras…a prescindere. Punto e basta.
Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.
Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?
Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?
Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?
Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati pIl dibattito nel Prcropositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.
La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.
La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.
Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.

mercoledì 26 agosto 2015

Sulla vicenda greca torna la tentazione dell’abbandono dell’euro

L'argomento più forte che Alfonso Gianni presenta, contro l'ipotesi di uscita dall'euro, è il fatto che lo stesso Schauble avrebbe prospettato una tale soluzione. Argomentazione fiacca. Dietrologie a parte le motivazioni di Schauble sono insondabili e comunque possono rispondere ad esigenze tattiche che niente hanno a che vedere con la sostanza delle cose. Uno poi potrebbe argomentare diciendo che se Schauble propone maggiori fondi per gli ospedali, gli diciamo di no? Anche questa è fiacca, lo so, le situazioni non sono comparabili, ma perché una cosa proposta, magari stupidamente, per interessi particolari, non può essere la cosa giusta? Il secondo argomento ( e ultimo) è che se si tornasse alla dracma comunque il valore di cambio sarebbe stabilito dai mercati e dunque sarebbero dolori. A questa argomentazione non so rispondere, ma a pensarci bene di fronte al rischio di una volatilità dei cambi e aggressioni pilotate da parte del mercato con relative speculazioni, è forse preferibile la certezza che abbiamo sotto gli occhi, cioè la svendita di un'intera nazione grazie ad un debito non sostenibile e la continua erosione dei redditi e dei diritti?

Le speranze per Gianni sono unicamente riposte su un taglio del debito e su una revisione dei trattati. Ma in quale era? 

Non so assolutamente cosa sarebbe meglio adesso per la Grecia e non pretendo di  saperlo, ma sono certo che non si va ad un tavolo di trattativa con la sola certezza di ottenere condizioni capestro e basta



Bookmark and Share


di Alfonso Gianni da Micromega
 
La vicenda greca sta determinando un riposizionamento delle forze politiche in Europa e una ridisegno del loro punto di vista strategico – per chi ce l’ha naturalmente – che è degno di una qualche riflessione. Anche se purtroppo tutt’altro che ottimistica.

La pessima socialdemocrazia tedesca non smette di stupire. L’ex ministro delle finanze di grande coalizione, nonché sfidante – si fa per dire – della Merkel nelle ultime elezioni, in una intervista al Bild ha dichiarato che non bisogna dare altri miliardi alla Grecia e che ha ragione Schauble sulla uscita temporanea della Grecia dalla Ue, peraltro non prevista dai Trattati. Potrebbe essere una delle tante dichiarazioni stravaganti se non facesse presa anche in ambienti inaspettati.
Come si sa in questi giorni la Merkel ha perso molto appeal. Non è solo Habermas a criticarla duramente. E persino Prodi.

Ma le critiche vengono anche da destra. L’applauso sostenuto ricevuto da Schauble da parte del Bundestag, mostra dove vada il pendolo delle preferenze in Germania. A quest’ultimo viene riconosciuta una maggiore coerenza e combattività nella difesa degli interessi nazionali. Cioè l’avere insistito sulla cacciata della Grecia dall’Eurozona, per l’occasione travestita da fuoriuscita temporanea, la Grexit insomma. Del resto è proprio questo il senso profondo, ma evidente, del report cosiddetto dei cinque presidenti, Tusk, Djissembloim, Draghi, Juncker e Schulz sulla riforma della Ue comparso a fine giugno, ove la fuoriuscita della Grecia e di altri paesi che non tengono il passo di una Ue a supertrazione tedesca, è vista non come un accidente ma una eventualità da favorire.

Il guaio è che la convinzione sulle buone ragioni di Schauble nel proporre una Grexit, è diffusa anche tra la sinistra nel nostro paese. Si baserebbe sull’assioma che nessuna salvezza è possibile dentro questa Europa e con questa moneta unica. Si dovrebbe farla finita con “l’europeismo del dovere essere” e assumere il rude ma realistico punto di vista di Schauble per cui per la Grecia, ma non solo, sarebbe meglio fare fagotto. Per un po’, se crede, o per sempre, meglio ancora.

Contemporaneamente si parla della necessità di adottare un piano B. Ne ha parlato Varoufakis nella ormai famosa intervista al New Statesman, salvo riconoscere che tale piano non era stato effettivamente preparato e che comunque non c’erano le condizioni per metterlo in opera. È la sorte di molti piani B, che sulla carta sembrano affidabili, ma che trascurano, proprio perché ipotetici, il problema essenziale degli strumenti concreti per la loro implementazione, nei modi e nei tempi necessari alla loro riuscita. Poiché le posizioni di Varoufakis sono oggetto di una battaglia interpretativa – come si vede anche nei vari articoli che MicroMega dedica all’argomento – vale la pena di riportare esattamente le sue parole: “Abbiamo avuto un piccolo gruppo, un ‘gabinetto di guerra’ all’interno del ministero, di circa cinque persone che stavano studiando … tutto ciò che doveva essere fatto (per una Grexit n.d.r.). Ma una cosa è fare in teoria… tutta un’altra faccenda è preparare il paese per la Grexit… per fare doveva essere presa una decisione esecutiva che non è mai stata presa”.

E ancora: “Non ho mai creduto che dovessimo andare direttamente a una nuova moneta. La mia idea era, e ho spiegato questo al governo, che se avessero osato chiudere le nostre banche, che giudico mossa aggressiva di incredibile ostilità, anche noi avremmo dovuto rispondere in modo aggressivo ma senza attraversare il punto di non ritorno”. Quindi Varoufakis illustra cosa si sarebbe dovuto fare o minacciare di fare: “Dovevamo rilasciare i nostri pagherò, o almeno annunciare che stavamo per farlo per rilanciare la nostra liquidità in euro; avremmo dovuto operare un taglio ai legami impostici dalla Bce nel 2012 o annunciare che stavamo per farlo; e così prendere noi il controllo della Banca di Grecia”.

Come si sa quel piano non è passato. Ma Varoufakis voleva sostanzialmente più simulare una Grexit che non attuarla. Del resto non sarebbe stata una grande tattica imbroccare la strada che proprio l’avversario stava costruendo per la Grecia: cioè l’uscita temporanea o definitiva dall’Eurozona!

Si chiama piano B perché si suppone che esso sia la soluzione di riserva qualora le rivendicazioni principali, diciamo il piano A, non vadano in porto. In sindacalese si direbbe più semplicemente “il punto di caduta” oppure “la via d’uscita dall’impasse”. Da questo punto di vista, pur con tutti i limiti intrinseci, un piano B va sempre pensato quando si va a discutere con avversari agguerriti per evitare di rimanere tra l’uscio e il muro.

Ma nella discussione che vedo e sento in queste ultime ore, su cui molti fondano le loro asperrime, quanto ingenerose e spesso infondate, critiche a Tsipras, la questione ha preso un’altra piega. Il piano B diventa di fatto il piano A. Ovvero i greci avrebbero dovuto fin dall’inizio proporsi un’uscita unilaterale della Grecia dall’Eurozona. In questo quadro Schauble diventerebbe paradossalmente un potenziale e potentissimo alleato.

Importerebbe poco o nulla che ripetuti sondaggi indicano la preferenza del popolo greco a rimanere nell’euro. Si sa, il popolo è un po’ bue e non capisce le gioie delle varie monete collaterali e sostitutive (dibattito in sé degnissimo, ma che andrebbe fatto veramente, senza l’angoscia degli ultimatum e per un’area più ampia che non quella di un solo stato).

Né sarebbe rilevante che Tsipras abbia detto che nei suoi contatti internazionali con le massime potenze, non ne ha trovata una realmente disponibile ad aiutare la Grecia in caso di fuoriuscita dall’euro. Anzi alcuni avanzano la supposizione che il leader greco possa mentire su questo punto. A parte il fastidio di introdurre la categoria dell’impostura o peggio del tradimento in una discussione di questa complessità, non ci dovrebbe essere bisogno di sottoporre il leader greco alla prova della macchina della verità per sapere come stanno le cose. Infatti gli Usa hanno interessi geostrategici che la Grecia permanga nella Ue. Lo hanno esplicitato in più di un’occasione; raccomandando fino all’ultimo secondo che si raggiungesse un accordo; criticando apertamente le intransigenze tedesche. Dal canto suo la Cina ha interesse, per ora prevalentemente di tipo economico, alla permanenza della Grecia nella Ue, mentre le conviene che la Ue si mantenga unita anche per contenere il ruolo e il potere degli Usa nel campo occidentale. La Russia quello che poteva fare nei confronti della Grecia lo ha fatto, con la famosa intesa sul futuro gasdotto, e nell’immediato non può largheggiare perché non se la passa benissimo.

Non avrebbero peso considerazioni come quelle che sviluppa, ad esempio, Ghiorgos Anandranistakis su Avghi secondo cui uscire dalla Ue non risolverebbe i problemi né nel breve né nel più lungo periodo, dal momento che “la parità della nuova valuta non viene unilateralmente stabilita dalla Grecia, ma viene fissata dai mercati internazionali” con conseguenze facilmente immaginabili. Né si può fare come ha detto Schauble per cui la Grecia pagherebbe i lavoratori con degli improbabili “I owe you”, mentre i creditori continuerebbero a essere ripagati in euro. Parole come queste vengono spesso tacciate di terrorismo psicologico da parte dei fautori dell’uscita unilaterale dall’euro. In realtà nessun economista o politologo, o semplice cittadino può dirsi in coscienza sicuro di quali siano le conseguenze di una simile mossa, se non altro per il fatto che non ci si è mai trovati in una circostanza simile. I vari parallelismi storici, come quello con l’Argentina, servono assai a poco, data la profonda diversità delle condizioni e delle situazioni storiche e geopolitiche. La questione andrebbe quindi affrontata con maggiore senso di realtà.

L’accordo non è bello. Il primo ad averlo detto è stato Tsipras, che ne ha denunciato i pericoli recessivi. Ma non sarebbe migliorato imbroccando la strada indicata dall’avversario. Non si può del resto tacere che questa intesa ha posto sul tavolo la questione della insostenibilità del debito greco. Che potrebbe allargarsi alla insostenibilità generale del debito dei paesi europei e degli squilibri commerciali che li determinano, in primo luogo dovuti alla agguerrita politica neomercantilista tedesca. Può essere anche ambivalente il richiamo del Fmi sulla necessità del taglio del debito: ma in primo luogo essa spacca il fronte della Troika e questo è un merito non casuale della tenacia del governo greco. Per la prima volta un dissidio vero è stato portato nel campo avverso. Non mi pare un risultato da poco e invece in diversi fingono di scordarsene.

Per i greci e Syriza si apre una nuova fase. L’applicabilità dell’accordo è dubbia in varie sue parti, come quella del fondo di garanzia. Si aprono spazi per ulteriori conflitti e discussioni. Elezioni anticipate o meno la nostra solidarietà non può venire meno. Specie per chi vuole ricostruire una nuova Sinistra.


lunedì 20 luglio 2015

Atene è caduta

 
di Tonino D’Orazio

Berlino ha preso il potere e i suoi beni.
In giro sulla stampa europea, con dei giornalisti veri, i commenti sono impressionanti. Soprattutto al confronto dei nostri scribacchini venduti al più offerente. Molti giornali, soprattutto conservatori, visto che un minimo di sinistra non esiste più nella stampa europea, anche se qualcuno fa ancora finta, sono esterrefatti dalla conclusione della “trattativa” della Grecia con gli strozzini della troika. Tutti capiscono che per il futuro non vi è nulla di buono. Facile vincere una battaglia con il nemico a terra, ma spesso la guerra è più lunga di quello che si prevede.
L’arroganza smisurata dei dirigenti europei che pensano di poter capovolgere la politica interna di un paese è da togliere il respiro” (Financial Times).
Le proposte della troika sono proprio un colpo di stato. E “l’accordo è una capitolazione umiliante imposta alla Grecia, soprattutto dalla Germania” (Politico.Eu).
Di fatto, l’accordo incarna tutto il significato del progetto europeo:la conformità, e per chi non ne conviene: l’agonia”. (The Guardian).
L’accordo è un diktat che prevede la spoliazione della sovranità e la messa in tutela come si fa con i minori » (L’Espresso). E’ una costatazione maligna, non una presa di posizione contraria.
E’ un colpo terribile per Tsipras che non ha smesso di ripetere che negoziando avrebbe ottenuto la riduzione del debito”. (giornale spagnolo Publico).
Atene è caduta. Berlino ha preso il potere. E’ una capitolazione in tempo di pace. Se Tsipras è stato eletto per chiudere il periodo dell’austerità, firmando, si è suicidato. Si profila una scissione drammatica. Siamo testimoni del dramma più grave dall’inizio dell’integrazione del continente da dopo la seconda guerra mondiale”. (settimanale praghese Respekt)
E adesso ? Tutto va bene ? E’ stata neutralizzata una minaccia alla disintegrazione della zona euro, per adesso. Eppure sembra tutto perso. Il segnale di coesione inviato all’interno e all’esterno è certamente importante, ma abbiamo rotto tanta di quella porcellana che ci vorranno anni per ricomporla e ristabilire la fiducia in Europa. Comunque non sarà mai più come prima”. (Süddeutsche Zeitung).
Dopo il “ThisIsACoup » (“Questo è un colpo di stato”) lanciato su Twitter e ripreso dall’economista americano, premio Nobel, Paul Krugman, gli europei chiamano al boicottaggio dell’economia tedesca utilizzando l’hashtag#BoycottGermany. In Italia gli internauti sono invitati ad acquistare prodotti locali per “punire Berlino sulle condizioni imposte al popolo greco”. Altri privilegeranno i prodotti locali fino a che “la Germania non rimborsi il debito che era stato annullato dall’Europa dopo la seconda guerra mondiale”. (Die Welt). Anzi l’americano Greg Galloway consiglia: “Se il codice a barre dei prodotti iniziano con 400-440, non comprateli”, è quello tedesco.
Oltre all’aspetto politico dell’abbattimento della democrazia di un paese dell’Unione, c’è l’accaparramento della vendita di qualsiasi privatizzazione tramite il trasferimento ad un fondo sotto tutela diretta della troika. I russi, o i cinesi, se ci avevano sperato, si possono “attaccare al tram”. Se i greci vendono a pezzi il loro paese, cosa che sono obbligati a fare, i soldi non li vedono, vanno alle banche tedesche e francesi. Come d’altronde tutti gli “aiuti al popolo greco” di questi anni.
Krugman: “è una pura vendetta e la distruzione di ogni sovranità nazionale” e l’accordo “è una offerta che non possono rifiutare”. Su questa terminologia famosa del Padrino, lo stesso Pablo Iglesias di Podemos twittera “il suo pieno sostegno al popolo greco e al suo governo contro i mafiosi”. Sta pensando a cosa farà?
Penoso l’intervento in ritardo del FMI, quando i giochi sono fatti, per un taglio del debito greco. Fuori gioco e fuori tempo malgrado l’impegno di Obama. A meno che abbia fatto temporeggiare la Lagarde appositamente per non prendersi responsabilità dirette con il popolo greco o litigare veramente con la Merkel. Adesso à troppo facile. L’avessero detto prima invece di defilarsi da Bruxelles le cose sarebbero andate un po’ diversamente. La troika è proprietà degli Usa, come tutta l’Europa, e anche a loro sarebbe stata fatta un’offerta che non potevano rifiutare. Ma probabilmente non dovevano.
Più difficile per Tsipras che giustifica la sua firma per “salvare” la Grecia dalla bancarotta. E’ lo stesso tema dei governi precedenti, solo che adesso ha spaccato Syriza, deluso il suo 60% referendario (chissà cosa avevano capito o sperato), e presto dovrà cooptare nel suo governo quei socialisti di destra che aveva sconfitto. Aspettando probabili elezioni anticipate. Oggi non rappresenta più, a torto o a ragione, il paladino contro l’austerità. In più ha ucciso una speranza. Per chi dovrà pagare, pubblico impiego, pensionati, disoccupati e lavoratori, non è diverso dagli altri. Tutti questi stanno già protestando, e per i media italiani sono diventati tutti “anarchici”, che non stanno “alle regole” democratiche.
Nessuno può portare un giudizio di “tradimento” a un uomo che si è preso quella pesante responsabilità, (anche se ha firmato un accordo nel quale, dice, “non crede”), ancora meno quegli italiani, o quella sparpagliata e debole sinistra europea, che speravano che la “rivoluzione” l’avrebbero fatta i greci al posto loro. Intanto hanno preannunciato chiaramente la fine della democrazia in Europa. Si è perso troppo tempo in questi anni a farci tutti irretire nella prigione pseudo social-democratica euro-tedesca. Infatti la tecnica greca della protesta democratica è quella di “uccidine uno affinché gli altri capiscano”. La democrazia non serve. Aspettiamo il nostro turno. La fiducia nell’Unione Europea è ai minimi storici: l’Euro non piace, ma tornare alla lira appare rischioso a quasi i due terzi degli italiani. (Demopolis). Tiremme ‘nnanze.
Eppure prima o poi bisognerà uscirne. Più tardi sarà, peggio sarà. E’ quello che dice tutta la stampa economica internazionale. Loro sanno di cosa parlano, di numeri e soldi. Il reale progetto europeo, cioè l’abbattimento del sociale per il libero mercato all’americana, (TTIP), e la storica e definitiva scelta di campo contro il resto del mondo.