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giovedì 21 aprile 2016

Un nuovo Maggio 68



Tonino D’Orazio 

Gli ingredienti ci sono tutti, anche questa volta si parte dal lavoro e le libertà in filigrana. Di nuovo la Francia, anche come caloroso risveglio di primavera, con gli studenti di nuovo in partenariato con i lavoratori, precarizzati o da precarizzare di più, con la riforma del mercato del lavoro copiato dal Job Act renziano, da un altro se dicente socialista, Hollande. Meno con i sindacati, eccetto la CGT. Anche, allora c’ero in quelle strade parigine, le organizzazioni, scavalcate direttamente dai lavoratori si unirono poi con la CGT per la manifestazione decisiva dell’11 maggio 1968, facendo scappare a Strasburgo (cioè vicino alla frontiera tedesca) il presidente De Gaule. Con i francesi non si sa mai. In Italia i sindacati attrezzarono un autunno caldo solo nel 1969, ma diede ai lavoratori, negli anni successivi, gran parte dei diritti oggi perduti.
Oggi i francesi sembrano arrivare in ritardo, dopo il M5S in Italia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e Blocco della Sinistra in Portogallo, e dopo che Occupy Wall Street sembra sia stato recuperato ufficialmente. Sembrano però aver creato l’effetto Sanders negli Stati Uniti e un ritorno dei socialisti operaisti con Jeremy Corbyn a capo del Labour in Gran Bretagna. E’ assente la Germania, non a caso, visto che la mangiatoia è piena e possono iniziare anche a battere moneta. Tutti contro il neoliberismo, il FMI, la Bce, la troika di Bruxelles e le politiche di austerità che impoveriscono molti e arricchiscono pochi. Tutti, come filo conduttore che li lega, contro l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento e la compressione della democrazia. Tutti contro i partiti tradizionali e i risultati politico-sociali dei loro governi.
Fanno paura? Forse sì, a vedere con quale incredibile violenza i celerini hanno “accolto” i liceali andati ad incontrare i ferrovieri della stazione Saint Lazare in sciopero. Il timore è proprio quello di un vero collegamento di lotta tra studenti e lavoratori. Sono sempre “convergenze” pericolose.
Da novembre scorso e la proclamazione dello “stato d’urgenza” lo Stato della regressione sociale e del manganello si è rapidamente sviluppato. Il neoliberismo (o fascismo) padronale ne approfitta per “spezzare” qualsiasi movimento di rivendicazione sociale, facendo arrestare tutti i contestatari in nome della sicurezza, e trasferire nei tribunali, non proprio come “terroristi”, perché nessuno ci crederebbe veramente, ma quasi, e comunque persone da ritenere “pericolose”. Centinaia di liceali sono stati arrestati, “rinfrescati” e rimessi in libertà provvisoria. Altri sono ancora agli arresti. Nel frattempo sono aumentate le violenze della polizia, tanto da far protestare ufficialmente la CGT. Rimane il concetto che manganellare liceali in manifestazioni pacifiche è la dimostrazione del “timore” e della malafede dello stato. A meno di pensare a “educarli”, come diceva bene l’ex presidente Cossiga.
In realtà, più che le manifestazioni e gli scontri, che tengono accesi la lotta e l’informazione, il fenomeno “nuovo” è il ritorno all’occupazione delle piazze. A Parigi, in particolare, e carica di significati, è quella della République. Stessa piazza occupata in altre città importanti della Francia. Dove tutte le notti si radunano migliaia di persone, studenti compresi, allo slogan “Nuit debout” (notte in piedi). Ogni notte i giovani cantano, ballano e discutono sui diritti e sulla situazione economica. Vengono sgomberati al mattino dalla polizia, ma sembra più un balletto, perché tutti tornano la notte seguente. Dura da 51 giorni. Sappiatelo, perché tanto le televisioni padronali, Rai compresa, non ve lo diranno.
Cosa fanno? Discutono di tutto, anzi si organizzano in gruppi di lavoro “popolari”, con nozioni semplici e precise sui diritti inviolabili, non solo sociali, contro lo strapotere delle banche e per la ridistribuzione della ricchezza prodotta nel paese. Vogliono il rispetto dei diritti, giustizia sociale ed eguaglianza. Insomma la storia ritorna sempre con la loro bussola di Liberté, Egalité, Fraternité, (anche se rimpiazzata da: Equité, solidarité, dignité), da Place de la République a Place de la Bastille. Dove gli universitari, dopo aver bloccato alcune università di Parigi, ballano ritmicamente su “tre passi a destra, tre passi indietro, è la politica del governo”. “Abbiamo una sinistra che merita un destro!” Ma guarda! Forse i giovani iniziano a muoversi per prendere in mano il loro destino, oggi così insicuro. Quelli francesi vogliono reagire, non vogliono cedere, asettizzati, come hanno fatto la grande maggioranza dei giovani degli altri paesi del Sud Europa. Sembrano voler rilanciare lo slogan di Stephane Hessel, “Indignatevi”. Momentaneamente queste manifestazioni sono sostenute solo dalla CGT, sindacato notoriamente “comunista” e anti liberista, in nome della libertà di espressione. Sono sostenute anche dalla Lega dei Diritti Umani, che ha chiesto allo stato di intervenire approntando almeno box-wc.
Questione filosofica? E se in queste piazze si stesse fabbricando, anche se in maniera balbuziente, una concezione della politica più degna e quotidiana, lontana dalla deriva arbitraria di regimi partitici diventati pretesa unica di democrazia? Se fosse un dispositivo pratico e sicuro per rilanciare l’immaginario politico-ideale di una società, anche squisitamente europea e umanistica, che invece sta scivolando sempre più in un fango oligarchico e nelle mani di una destra fascistoide?
L’inizio di questi “assembramenti” di piazza ha coinciso con una protesta immensa contro la legge di riforma del mercato del lavoro in Francia. Spesso si pensa che fatta la manifestazione, poi, non succede mai nulla. Invece proprio dal lavoro è ripartita la discussione democratica e la continuità della lotta. Nelle piazze di tutta la Francia.
La risposta, tutta politica, del padronato francese è di stampo marchionniano: sospendere tutte le trattative di rinnovo contrattuale con i sindacati e i lavoratori. Tanto gli amici al governo regalano loro, democraticamente, le leggi per lo sfruttamento dei lavoratori nel mercato a senso unico del lavoro.

domenica 27 dicembre 2015

Il due contro uno elettorale

di Tonino D’Orazio

In Europa vi sono due gruppi politici preminenti, i Popolari (insieme a varie destre, chiamati pudicamente conservatori) e i Socialisti (anche loro insieme a varie destre democratiche), un tempo un po’ alternativi, ma dall’inizio dell’euro, sono diventati programmaticamente uguali (eccetto per chi vuol vedere qualche sfumatura per rincuorarsi) e ormai disperatamente solidali.

Perdono consensi di milioni di voti, in ogni paese da una elezione all’altra, ma in due sono ancora forti contro tutti e continuano imperterriti la distruzione dell’Europa sociale e la sua credibilità pur di consegnarla definitivamente all’ideologia capitalistica statunitense. Quando perdono si stupiscono e sono ancora convinti di essere gli unici a poter governare, democraticamente o meno. Gli altri hanno sempre torto nel voler cambiare i loro disgustosi, nefandi e nefasti programmi, ormai più che evidenti e provati.

Hanno a favore, martellanti per anni, tutti i mass media possibili per far credere, malgrado i disastri, quanto sono bravi e indispensabili. Giocano solo nella fatalità del meno peggio, ma il peggio continua. Secondo loro la colpa è del fenomeno naturale chiamato crisi, che dispiace ma è inevitabile, fatale e non c’è alternativa. Eppure perdono e spesso insultano l’intelligenza di chi non li vuole più tra i piedi. Compresa quella meramente orgogliosa metà dei cittadini che non votano più, percentuale in tutti i paesi europei. Peggio per loro. Gli insulti più ripetuti e comuni sono “fascisti” e “populisti”. “Fascisti” sono un po’ loro se si pensa che lo scopo principale di quella teoria è quello di sfruttare e ridurre in schiavitù la classe lavoratrice, come hanno effettivamente fatto, il resto a questo punto è folclore. “Populisti” cercano di esserli anche loro ma il popolo comincia ad avere dubbi che si occupino di lui e del suo benessere.

Quelli che non li vogliono più sono gruppi variegati e sempre più forti, malgrado tutto. Nel variegato c’è di tutto ovviamente, ma non necessariamente più nefasti di loro due. Non abbiamo ancora prove attualizzate, e in questa fase Syriza non fa testo. Stranamente sono uniti però da un pensiero: non vogliono più questo tipo di Europa con paesi che si scannano fra di loro e con uno in particolare che impone i suoi interessi a tutti gli altri. Nessuno seriamente voleva questo: si pensava di costruire una Comunità solidale su saldi e storici principi sociali, che in fondo quei due partiti avevano comunque portato avanti, bene o male, fino alla fine del secolo scorso. Anche se allora fortemente spinti e pungolati  dal rischio che i lavoratori, assai numerosi e coscienti, prendessero davvero il potere. Questo non è successo anche per cattiva volontà dei lavoratori stessi che si sono sempre chiesti perché andare al potere e cambiare veramente le cose, oltre che affidarsi ad improbabili partiti amici.

L’elenco di quelli che non vogliono più, è fortemente aumentato in questi ultimi tre anni, in modo esponenziale, in numero e in voti. Hanno messo in dubbio il bipolarismo, con le sue aggregazioni  programmatiche semi contrastanti, ma tant’è, il potere è potere. Malgrado i premi di maggioranza hanno messo in dubbio il bipartitismo alla statunitense, grande aspirazione di molti partiti da Blair in poi. Che poi i due partiti possano diventare “simili”, in alternanza e non in alternatività, cacciando tutti gli altri, sembra una premessa futura. Cioè la salda “democrazia oligarchica capitalistica”. Quindi i due devono unirsi per mettere fuori gioco il resto. Il terzo e il quarto, con l’aiuto anche del quinto, in questa fase non ci stanno, ma non sono ancora sufficientemente forti per allearsi e battere i due. Soprattutto se si va al ballottaggio, e i due si uniscono, indipendentemente dal loro credo politico contro qualsiasi “nemico” che li possa insidiare. Si può solo tentare di separarli, ma non si sa bene a che prezzo. E’ quello che abbiamo e avremo davanti.

Syriza in Grecia, che poi ha un po’ ceduto nei suoi principi ispiratori e programmatici popolari. Il M5S in Italia in continua crescita da più due anni ma con tutti addosso perché sembra pericoloso soprattutto ai due. Non succede per la Lega, che più le spara da razzista più viene intervistata. Podemos appena vittorioso (perché non esisteva prima e ottiene per la prima volta un numero impressionante di deputati) in Spagna. Non c’era l’anno scorso ma sono riusciti ad affiancargli un populista di destra (Ciudadanos) pronto a possibile alleanza con i Popolari che pur sconfitti perché non possono governare si dichiarono vittoriosi e esigono di poter continuare a governare da minoranza. Podemos, terzo, riesce a bloccare l’accordo del due contro uno ormai di cultura politica di inciucio tedesco. Vedremo se i socialisti spagnoli sono capaci di dire no al PSE. Comunque soprattutto Podemos  innesca la fine del bipartitismo. Bipartitismo difficile ma rilanciato dal gongolante Renzi in Italia con il suo personale e anticostituzionale Italicum. La sinistra radicale e comunista in Portogallo con un nuovo governo socialista (bloccando anche un presidente di destra recalcitrante alla sconfitta), che speriamo resista anche lui al PSE tedescofono e non faccia come Hollande in Francia, cioè “passata la festa gabbato il santo”, e poi correre a sostenere la destra adesso diventata amica. In Polonia è stato eletto  un presidente anti euro e anti Europa, che impone il reddito di cittadinanza, aiuti alle famiglie e la prossima nazionalizzazione delle banche. Incredibili questi comunisti di destra! In Inghilterra il partito di Nigel obbliga e spinge i conservatori di Cameron (nei popolari nel Parlamento europeo) ad un referendum anti-Europa, promesso e che si farà, malgrado quest’ultimo tenti di addossare le responsabilità alla Commissione europea perché non accetta i suoi impossibili ricatti. Ma quelli di ricatti se ne intendono un po’ più di lui.

Lo scatenarsi ufficiale in rivolta dei paesi del nord e dell’est sui diktat tedeschi in merito ai rifugiati e alla libera circolazione dei siriani turcomani; la veloce decisione della Commissione della proroga alle suicide sanzioni alla Russia per sei mesi, perché sanno che l’unanimità non ci sarà più, tracciano una situazione di gran confusione se non di inizio di disgregazione dell’Unione. Adesso la sanzione è stata votata anche da Syriza, ormai defilata e inglobata nell’austerity dall’Europa a trazione tedesca e Nato. Oggi le speranze suscitate contro l’austerity (quaresima dei poveri) di qualche mese fa continuano in altri paesi, intanto del Mediterraneo, aspettando l’Italia in qualche modo.

Ora è la Finlandia, unico paese scandinavo della zona euro, a trovarsi nelle condizioni della Grecia. Come anche i paesi baltici di fronte, Estonia, Lituania e Lettonia, tutti inguaiati dall’euro. Da scommettere la nascita e l’espansione del terzo, ma avendo i socialdemocratici scandinavi fatto scomparire, grazie alla guerra fredda, l’esistente alla sua sinistra si ritrovano con il “populismo” di destra in casa. Come tutti i paesi del centro-nord  Europa. Olanda, Danimarca, Belgio, e Germania compresa. Però l’estrema destra va storicamente e idealmente bene anche al capitale perché sarà sempre il suo baluardo. La storia ha dei ricorsi, si può dire, ma pilotati. Solo che i terzi, quarti o quinti sono pieno di giovani, mentre uno e due pieno di vecchi, responsabili volenti o nolenti del disastro sociale europeo, e di falsi giovani.

Malgrado trent’anni di manifestazioni anti fasciste, anti razziste e di mobilitazioni, l’estrema destra è sempre più presente. Virulente come in Grecia, in Ungheria e in Svizzera. Più “educate” in Francia e in Italia. In quest’ultimo paese con un ottimo trasformismo (ben insegnato alla Le Pen) che ha già permesso loro di governarlo per 20 anni con i normali amici neoliberisti; i lavoratori ne vedono tutti i risultati, se hanno ancora un po’ di memoria. Adesso finito quel camaleontico partito, AN, ne sorge meglio un altro, la Lega, quello sì di estrema destra sfacciata e disgregante nei toni e nei propositi. Hanno trovato di nuovo la vittima, non più gli ebrei ma i musulmani e gli immigrati (spesso musulmani). Una pacchia per dividere cittadini e lavoratori che abboccano in molti, ormai con le pezze al culo, e hanno trovato anche i colpevoli da dare loro in pasto.

Altri cercano di sfuggire alla presa destra/sinistra e si rifugiano nel basso contro alto. D’altra parte la guerra dei ricchi (alto) contro i poveri (basso) è più che evidente di anno in anno. Molti poveri non se ne sono ancora accorti, altri non sanno a che santo votarsi, anche se ce ne sono molti in giro e ogni paese ha il suo, non solo con l’aureola, ma con in mano la perenne speranza. Ma guai se fa parte di uno o due.

 

domenica 8 novembre 2015

Sinistra italiana. Per il momento sto alla finestra

Questa nuova sinistra italiana è la solita operazione veriticistica, nata dopo un lungo travaglio e fatta di carne lasciata frollare a lungo, aspettando che SEL e altre frattaglie si decidessero a rompere gli indugi e a dare il via allo show. 
Non importa, non è questo il punto. Non è quello che volevo, cioè una sinistra nata dal basso a suon di assemblee con il mandato di fare proposte, stilare programmi e rinnovare la classe dirigente. Archiviata da tempo l'esperienza dei Social Forum, ormai nelle muffe della storia e di aggregati come Cambiare Si Può e simili, dobbiamo accettare l'idea che in Italia non si possono replicare esperienze come quella di Podemos e per altri versi di Syriza, il primo nato sull'onda di un vasto movimento popolare e sulle ceneri di un'ideologia che suddivideva il mondo in categorie fruste come destra e sinistra, e la seconda come riverbero di una personalità fortemente carismatica. 
Per noi vale sempre la somma del pregresso e il nastro che si riavvolge per tornare sempre allo stesso punto. Per noi vale il fatto che a molta gente dobbiamo dare da campare e questi hanno solo la politica. 
Non è quello che volevo, ma va bene. Una cosa però non mi va giù: la mancanza di una visione chiara e condivisibile dell'Erupoa e della sua moneta, e quindi dell'economia. 
Questa nuova vecchia sinistra, stracolma di personaggi bolsi e incanutiti in cerca di autore e del senso placido di una poltrona all'ombra del potere, non dice nulla, non entra nel dettaglio, non fa proposte importanti, ma parla per proclami e categorie nobili, buone a scaldare cuori anemici. 
L'Europa, l'Unione dei popoli, il Welfare, il lavoro, i diritti ecc. Nuove categorie dello spirito. Se non si entra nel dettaglio e non si comincia a spiegare come si esce da questa crisi, come si rovescia il paradigma liberista, come si pensa di governare il cambiamento, con quale Europa, con quale moneta, con quale tipo di economia, siamo al manifesto politico buono per tutte le stagioni. 
Lo spirito e le buoni intenzioni a me non bastano e nemmeno le star come Stiglitz.

sabato 3 ottobre 2015

La forza dell'Impero

intervista a Leo Panitch di Nicola Melloni da Micromega

 
Leo Panitch è professore all’Università di York, a Toronto, editore del Socialist Register e, recentemente, autore, con Sam Gindin, di “The Making of Global Capitalism”, un libro di fondamentale importanza per capire le origini e le evoluzioni del capitalismo moderno e l’egemonia americana.

Iniziamo parlando delle tendenze del capitalismo globale alla luce della crisi finanziaria del 2007. Il capitalismo del XX secolo ha avuto diverse trasformazioni, scaturite da crisi sistemiche ma mai irreversibili. Nel vostro libro, tu e Sam Gindin sostenete che lo Stato moderno è comunque e sempre uno Stato capitalista le cui istituzioni sono costruite ed implementate per favorire gli interessi e la riproduzione del capitale: lo Stato Sociale è stato lo strumento per mercificare il lavoro, la finanziarizzazione è stata la risposta alla crisi degli Anni 70 per agevolare le occasioni di profitto e di consumo. Questa nuova crisi cosa modifica nel Capitalismo del XXI secolo?

La prima e più importante considerazione da fare è che questa crisi ha soprattutto mostrato la forza strutturale, la capacità di resistenza e quella di contenimento della crisi dello Stato capitalista. Non vi sono dubbi che lo sviluppo capitalista mostra moltissime contraddizioni, fallimenti, irrazionalità, ma questa fase di globalizzazione iniziata non negli anni 80, ma nel 1944 sotto l’egida di quello che chiamiamo Impero Americano non si è fermata.
Certo, non tutto funziona perfettamente. Geopoliticamente sono in corso mutamenti con la formazione di blocchi regionali antagonisti all’America, ma per ora senza nessuna vera possibilità di contrastarne l’egemonia.
Il contenimento della crisi ha mostrato grande efficienza da parte delle istituzioni americane, ma molto meno in Europa – dove è soprattutto la Germania ad avere grandi responsabilità. L’austerity ha danneggiato la ripresa economica ed acuito la crisi, eppure solo in un paese, la Grecia, un governo socialista ha preso il potere e pure quel caso è stato normalizzato nel giro di pochi mesi, confermando appunto la forza delle istituzioni del capitale.

Queste contraddizioni, però, rischiano di acuirsi, mi sembra. La politica economica europea è fallimentare e foriera di una nuova ondata nazionalista, mentre un po’ ovunque si ricomincia a parlare di protezionismo economico e politiche del tipo beggar thy neighbour. Tu hai scritto che la principale differenza tra la congiuntura attuale ed il 1929 è proprio il fatto che la globalizzazione del capitale non si sia fermata e che la crisi viene risolta in maniera pacifica. Ma non c’è un rischio che queste contraddizioni ancora in nuce possano esplodere?

Il più grave pericolo arriva dalla destra europea, aiutata enormemente dalle politiche di austerity della UE. Le colpe sono chiaramente della Germania che ha dimostrato di essere molto meno capace degli Stati Uniti di rispondere alle crisi economiche, e, soprattutto, recalcitrante ad assumersi le sue responsabilità di leader all’interno dell’Europa. Questa situazione non è per nulla ben vista in America, dove si teme una divisione europea che danneggerebbe il commercio transatlantico e gli interessi del capitale globale – non a caso gli Stati Uniti hanno fatto pressioni, inascoltate, per condizioni più morbide sul caso greco. La destra europea comunque si è fatta più forte. Non è chiaro se Marine Le Pen vincerà le elezioni in Francia ma la cosa non si può certamente escludere. La differenza fondamentale con gli anni 30 è, però, che le borghesie nazionali europee, che pure esistono, non sono pronte, né capaci, di puntare sull’autarchia e sulla rottura della globalizzazione economica. Il capitalismo americano le ha rese transnazionali nelle loro relazioni economiche.
Il problema non è però solo economico ma anche e soprattutto culturale, la libertà di movimento e Schengen sono messe sotto pressione, e questo potrebbe portare a sviluppi imprevisti per la sopravvivenza della UE.
Anche a sinistra, ovviamente, qualcosa si muove: non solo Syriza e Podemos ma anche l’incredibile vittoria di Corbyn e la rinascita del Labour su basi di sinistra, una novità storica all’interno di un partito di quel genere, dove la sinistra di Tony Benn è sempre stata minoranza. Qualche vero cambiamento sarà però possibile solo nel lungo periodo, nel breve periodo non ci sono le forze sufficienti per modificare le relazioni di forza che sono chiaramente sfavorevoli. Almeno finché non vedremo cambiamenti politici in senso progressista in Francia, Germania e nei paesi scandinavi.

Andiamo indietro un attimo ai cambiamenti del capitalismo globale, questa volta dal lato politico. Il capitalismo ha dimostrato di funzionare benissimo con la liberal-democrazia, che pure si è evoluta con i cambiamenti della struttura economica – dalla re-distribuzione e compromesso sociale del Welfare State, fino all’accesso al mercato del credito e all’illusione monetaria del finanz-capitalismo, che per inciso ha portato alla crisi dei subprime proprio per favorire il consumo dei ceti più disagiati. La crisi attuale ha ripercussioni importanti su questo modello sociale, perché blocca l’economia del debito (tanto pubblico che privato) e non riapre certo canali di redistribuzione del profitto. Lo scontento è cresciuto e così la repressione poliziesca. Non pensi che la democrazia occidentale rischi di entrare in crisi?


Iniziamo dicendo che sarebbe meglio non romanticizzare e sopravvalutare gli spazi democratici che c’erano in passato. I socialisti ed il mondo del lavoro, è vero, erano forti e si erano conquistati spazi e diritti, ma comunque nel contesto di un capitale molto forte – che non permetteva di andare oltre un certo limite. Non bisogna dimenticare quanto fosse forte e violenta la repressione negli anni 60 e 70, non possiamo minimizzare il ruolo avuto dalle forze di sicurezza in molte pagine nere della democrazia occidentale, soprattutto nel vostro Paese, in Italia. Si trattava di una violenza che era in qualche modo una risposta alla forza della sinistra – e non mi riferisco certo al Terrorismo che in Italia conoscete bene – quanto alla forza reale tanto dei movimenti quanto della sinistra istituzionale impegnata in un confronto aspro con il Capitale. Per meglio capire la forza politica della repressione e gli spazi limitati della democrazia, basti pensare che una delle più importanti svolte politiche del PCI, quella Berlingueriana del Compromesso Storico, fu dettata dalla paura della repressione dopo il colpo di Stato in Cile. E che forse la deriva a destra del PD attuale può trovare le radici proprio in quella svolta. Quegli anni, è vero, erano basati anche su un compromesso tra Capitale e Lavoro, ma era un compromesso fragile e c’erano forze all’interno della sinistra che se ne rendevano conto e puntavano al superamento della socialdemocrazia (si riferisce a Tony Benn nel Labour, al Piano Meidner in Svezia e pure a Pietro Ingrao nel PCI, nda).
La repressione è in realtà calata solo quando quei movimenti sono stati sconfitti e i partiti di sinistra hanno smesso di lottare per cambiare il sistema.
Ora vediamo un ritorno della repressione, di sicuro il peggiorare delle condizioni materiali, la mancanza di accesso al credito induriscono lo scontro sociale. Allo stesso tempo la nascita di movimenti come Occupy o gli Indignados aumenta la repressione delle classi dominanti, appunto come in passato.
C’è di più. Se la destra europea dovesse continuare la sua crescita, a sinistra si riproporrebbe l’opzione dei Fronti Unitari contro la destra – che le classi dominanti accetterebbero solo in cambio di una rinuncia ad ogni pretesa di cambiamento, riducendo di conseguenza gli spazi politici e democratici. E’ uno scenario fosco perché sarebbe un dilemma che porterebbe comunque ad una sconfitta – lotta contro la destra per difendere la democrazia, al costo di una netta riduzione degli spazi di agibilità politica – ed ad una contraddizione insanabile nella dialettica democratica.

Che spazi ci sono, allora, per la Sinistra. Anche Syriza, a prescindere dalla resa finale, non sembrava aver un piano davvero di cambiamento radicale del sistema, ricordo un famoso articolo di Varoufakis sul Guardian dove si spiegava che il compito storico della sinistra era, ad oggi, di salvare il capitalismo europeo dai capitalisti.

Il problema in Grecia è il bilanciamento delle forze a livello europeo – e globale. Tanto Varoufakis che Tsipras avevano detto fin dall’inizio che erano disposti a lottare solo all’interno dello spazio europeo, e questo spazio alla prova dei fatti è risultato inesistente. Tsipras ha cercato una sponda nel Sud-Europa, chiaramente non da Renzi, ma piuttosto sperando in una vittoria di Podemos in Spagna. In ogni caso, anche questo non sarebbe bastato. Varoufakis stesso non aveva nessun vero piano B per uscire dall’Euro. Le possibilità di cambiare a livello europeo esistono solo qualora le cose cambino in Francia e Germania.
Su una cosa poi bisogna essere molto chiari. Gran parte della sinistra europea chiede una Unione politica più forte per fronteggiare moneta e mercato unico. Si tratta di uno sbaglio clamoroso: così si accentra solo il potere, lo si porta lontano dai luoghi sociali, si restringono le possibilità di azione della sinistra.
Quello, invece, da cui la Sinistra deve ripartire sono pratiche sociali diverse, dalla produzione al consumo che siano in contrasto con i paradigmi non solo economici ma anche culturali del capitalismo dominante. Certo serve mobilizzarsi, serve manifestare, serve l’azione politica, ma serve soprattutto la ricostruzione di una coscienza sociale, di classe, alternativa.

Parliamo del Canada. Un paese per molti misterioso, un mix di liberalismo progressista – diritti dei gay, aperto all’immigrazione, sanità pubblica – ma anche una sorta di protettorato americano. Spesso, fuori dai confini candesi, non è molto chiara la prepotente svolta a destra che si è compiuta negli ultimi dieci anni sotto il governo di Harper. Un paese che ha fatto molto meglio di altri durante la crisi finanziaria ma che è ora in recessione, soprattutto a causa del crollo del prezzo delle materie prime, di cui è grande esportatore. Cosa ci puoi dire?


Per molti miei amici americani, progressisti e socialisti, il Canada è un po’ la Svezia d’America. In realtà, è mancata la percezione di quanto a destra siano stati i mandati di Harper. La guida politica è in mano a ideologi neo-liberali che hanno costruito una base di consenso attraverso una serie infinita di tax breaks per le più svariate categorie sociali a cui si è aggiunta una alleanza con la destra cristiana fondamentalista. L’aspetto che però io considero più allarmante e deteriore di questo governo è l’affermazione di una cultura militarista, totalmente estranea alla cultura del Canada. Questa non è una destra libertaria, come quella di Ron Paul in America, ma una destra retriva e conservatrice, reazionaria. Il Canada non ha mai avuto un tale DNA – non aveva partecipato alla guerra in Vietnam, e neanche all’invasione dell’Iraq – ed invece Harper ha spinto in questa direzione con forza. Basta assistere ad un qualsiasi evento pubblico o sportivo, dove al pubblico è richiesto di alzarsi per applaudire qualche persona in divisa. E’ un cambiamento culturale profondo molto preoccupante.
Naturalmente anche in passato c’era un notevole livello di ipocrisia da parte dei liberali al governo, ma quantomeno non si insisteva in modo così plateale su una cultura militarista come col governo attuale. Jean Chretien (allora Primo Ministro, ndr) non mandò le truppe in Iraq – naturalmente aumentò il contingente canadese in Afghanistan, ma almeno si fece passare il messaggio, non da poco, che non si possono fare guerre senza mandato ONU.
Lo stesso tipo di atteggiamento smodato e vergognoso lo si rileva su un tema importante quale quello dei cambiamenti climatici: quando erano al governo i liberali predicavano bene ma razzolavano male, ma per quanto condannabile questo atteggiamento rimane ben diverso da quello dei conservatori che negano il global warming e che semplicemente se ne infischiano delle conseguenze delle loro azioni. E’ un cambiamento molto significativo, e molto sinistro.
La cosa positiva è che sembra che ora finalmente ci sia una reazione da parte della maggioranza dei canadesi. I conservatori alle ultime elezioni hanno ottenuto il 39%, ma ora i sondaggi li danno ai 29%. Un quarto di meno. E anche se riusciranno a raggiungere il 34%, il significato sarà comunque molto chiaro: la maggioranza dei canadesi rigetta questa svolta a destra.
Le motivazioni economiche ci sono, ma non sono decisive: i canadesi hanno sempre saputo che la recessione ha colpito di meno le nostre banche solo grazie all’intervento pubblico e che la recessione è stata contenuta – ma comunque sanguinosa – grazie al prezzo del petrolio, allora alto. Anche ora sanno che la recessione è figlia di una congiuntura economica estremamente sfavorevole – e certo di un modello economico sbagliato – ma l’attesa sconfitta dei conservatori, io credo, parte soprattutto da un rigetto del modello culturale della destra. E penso che questo sia uno sviluppo estremamente positivo, anche a prescindere dalla pochezza delle alternative, i liberali e l’NDP.

Parliamo allora di queste alternative. L’NDP era un partito socialista, elettoralmente marginale che alle ultime elezioni per la prima volta è arrivato secondo – divenendo l’opposizione ufficiale al governo conservatore – ed ora è dato in testa ai sondaggi per le elezioni di Ottobre. In 10 anni il Partito ha decuplicato i seggi, ma questo è avvenuto con un graduale spostamento verso il centro, puntando a rimpiazzare i liberali come principale partito progressista – a tal punto che ora i Liberali criticano da sinistra l’NDP per non voler rompere definitivamente il ciclo dell’austerity e rimanere fedele al feticismo del pareggio di bilancio. Cosa ci puoi dire sulla sinistra canadese?

L’NDP è un partito con una lunga storia di sinistra, socialista, per quanto da sempre anti-comunista. Ha sempre avuto un forte radicamento nella provincia canadese ed è stato all’avanguardia nello stabilire un sistema sanitare pubblico e non mercificato (il Canada ha una sanità pubblica molto simile a quella italiana, ndr). Naturalmente lungo la strada ha perso le sue ambizioni progressiste, come è successo d’altronde ai partiti socialisti europei. Ha sostituito il cambiamento sociale con la difesa della sanità – ed in fondo va bene così. Non possiamo farci illusioni: ogni volta che è andato al governo a livello locale, l’NDP si è sempre compromesso con i poteri forti, accettando la logica dell’austerity, dei tagli. Per molti dirigenti l’orizzonte è divenuto quello della Terza Via blairiana, abbracciando la mercificazione dei rapporti sociali invece di combatterla. L’obiettivo è chiaramente sostituire i Liberali (da sempre il partito del potere, in Canada, ndr). Trovo terribile che un partito che si dichiara di sinistra si riferisca ai capitalisti come “creatori di posti di lavoro”, esaltandone il coraggio e cancellando completamente, anche nell’immaginario collettivo, la dialettica sociale e le contrapposizioni tra capitale e lavoro.
Detto questo, l’NDP offre un piano per una scuola materna universale, difende la sanità pubblica, e soprattutto si oppone alla mercificazione del settore farmaceutico. Sono chiaramente cose positive. Come è positivo che i Liberali li pungolino da sinistra con proposte di politica economica keynesiane.
L’aspetto più importante non è tanto il cambiamento che un nuovo governo potrà introdurre, quanto, appunto, l’opposizione a questa destra. NDP e Liberali hanno diverse somiglianze e dovranno probabilmente governare insieme (forse con un governo di minoranza dei primi) ma non riescono a raggiungere una intesa minima sulla strategia elettorale, nella forma quantomeno di una desistenza nei collegi dove una divisione tra Liberali e NDP favorirebbe una vittoria conservatrice (nel Canada vige un sistema maggioritario secco, ndr).

Finiamo parlando degli Stati Uniti. L’aspetto che mi sembra più interessante analizzare è una qual certa radicalizzazione e polarizzazione della politica americana. Come noto, il sistema politico americano si è da sempre basato sul binomio Repubblicani-Democratici. Come scrivi nel tuo libro, nonostante ci siano delle differenze, entrambi i partiti sono espressione di un certo tipo di interessi, quelli del capitale e dell’ “impero” americano, più militaristi i Repubblicani, mentre i Democratici, con Clinton ad esempio, sono stati decisivi per la penetrazione del capitale finanziario in tutti gli angoli del globo. Quello cui ci troviamo però di fronte ora sono fenomeni se non nuovi, quantomeno non usuali. Negli ultimi anni abbiamo avuto Occupy e i Tea Party, ora abbiamo Bernie Sanders (l’unico senatore americano che si definisce socialista) e anche Donald Trump. Cosa ci puoi dire su questa possibile evoluzione della democrazia americana?

Pare anche a me che ci sia una certa polarizzazione. A destra c’è una radicalizzazione evidente con i Tea Party. Non è un fatto nuovo, in realtà questa destra “esaltata” è sempre esistita negli Stati Uniti, risorgendo a livello nazionale a intervalli regolari. Come scrive il mio amico Frances Fox Peven, esperto di movimenti sociali americani, è sempre esistito un 30% di americani “politicamente certificabili come squilibrati i a destra”; era vero nel 1930 con Father Coughlin (un predicatore radiofonico, ndr) e nel1840 con il Know Nothing Movement (un movimento anti-cattolico e anti-immigrazione, ndr) e ora vedi Trump o Fiorina, e sembrano tornati quei tempi lugubri. Non bisogna sottovalutarli, perché sono molto forti nel Congresso e hanno una vera influenza politica. Allo stesso tempo non sono mai davvero riusciti a bloccare lo Stato americano, il Tesoro, la FED. Perché? Perché sanno che i bond americani, che lo Stato americano, è il centro fondamentale ed imprescindibile del capitalismo globale – un santuario intoccabile. E’ comunque assai curioso che sia la destra estrema e non certo la sinistra a mettere in pericolo l’impero americano. Di sicuro questo dimostra la disfunzionalità della politica americana, e certo è preoccupate vedere questi movimenti prendere forma e forza così spesso negli Stati Uniti.
A sinistra, insieme al radicalismo quasi anarchico di Occupy, ci sono stati anche molti movimenti locali e grassroot auto-organizzati di lavoratori, di consumatori, di cittadini. Sono organizzazioni molto vive e molto attive che sorprenderebbero tanti osservatori europei. Non esiste però alcuna forma di strutturazione e di organizzazione politica, soprattutto a livello nazionale, e questi movimenti spariscono in fretta come sorgono, non lasciando purtroppo molte tracce. La candidatura di Sanders è una cosa ottima, su una piattaforma molto progressista su molti punti. Nuovamente però, si tratta, credo, di una candidatura, per quanto importante, un po’ fine a se stessa perché senza le ambizioni di costruire qualche cosa che duri nel tempo, oltre la campagna elettorale.
Non ho molte aspettative a dire il vero. Nel Partito Democratico è impossibile che Sanders possa davvero vincere la nomination, la sua candidatura è estranea alla natura di quel Partito e sono sicuro che se si avvicinasse ad una impresa del genere, verrebbe fuori all’ultimo momento un nuovo candidato per unificare il resto del Partito contro di lui. E’ vero che nel passato i Democratici hanno già avuto momenti di radicalizzazione, non bisogna dimenticare la campagna di Jesse Jackson e soprattutto il movimento che portò alla candidatura di McGovern nel 1972 e che fu poi distrutto dai Sindacati che preferirono vedere Nixon vincere piuttosto che la Sinistra conquistare il paese. Per concludere, c’è sicuramente una nuova ondata di movimentismo politico, ma non mi sembra in grado di mettere davvero in difficoltà la forza dell’ “Impero” Americano. 


martedì 22 settembre 2015

Brancaccio:«Tsipras farebbe bene a preparare comunque la Grexit»

L’economista Emiliano Brancaccio commenta la nascita del secondo governo di Syriza. «Quelli del memorandum sono obiettivi insostenibili», dice, e punta il dito sulle privatizzazioni: «Ne guadagneranno solo gli acquirenti». Tra cui la Germania

di Luca Sapino da  espresso.repubblica

Il nuovo esecutivo farebbe bene a prepararsi comunque all’eventualità di un’uscita dall’euro». Ottimista non è, la conclusione di Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio. Lui però dice di applicare solo logica ed esperienza: «Syriza può mitigare alcune misure, ma la direzione che seguirà il parlamento greco - svuotato di ogni potere - è stata decisa altrove, a Bruxelles, ed è la solita: austerity e attacco ai salari. La conseguenza è che gli obiettivi di bilancio risulteranno insostenibili». Il problema, allora, è capire come attrezzarsi, e se arriverà «un finanziatore estero» capace di sostenere il Paese in caso di uscita dall’Euro. Ma andiamo con ordine.

Alexis Tsipras vince le elezioni e continua nel suo obiettivo dichiarato: governare da sinistra il memorandum siglato con le autorità europee. È un’impresa possibile?
 «Temo di no. Tsipras ha compiuto un capolavoro tattico che ha sbaragliato il dissenso interno, ma controllerà un parlamento che è stato ancor più svuotato delle sue funzioni. Il memorandum imposto dai creditori stabilisce fin nei minimi dettagli l’agenda politica alla quale la Grecia dovrà attenersi: dal taglio ulteriore della spesa pensionistica, all’aumento delle tasse in caso di sforamento degli obiettivi di bilancio, fino all’ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva. Le tranches dei finanziamenti europei necessari a pagare i debiti in scadenza e a ricapitalizzare le banche greche sono condizionate al tassativo rispetto di questo programma. Il governo di Atene cercherà di rallentare il ritmo di marcia, ma la direzione è stata già decisa a Bruxelles, ed è la solita di sempre: liberismo, austerity e deflazione salariale».

Dopo la vittoria alle elezioni Alexis Tsipras, leader di Syriza, ha giurato nelle mani del presidente Pavlopoulos: subito dopo aver firmato il documento ufficiale, si è poi trattenuto con il capo dello stato per un breve colloquio privato












Juncker e Merkel sostengono che il nuovo programma consentirà finalmente di risanare i conti della Grecia. Anche il ministro Padoan si è espresso in questo senso. Sono previsioni attendibili?
 «Sono mistificazioni. La ricetta del memorandum è la stessa che ha contribuito negli ultimi cinque anni al crollo dell’occupazione in Grecia e all’esplosione del rapporto tra debito e reddito. Questa volta, oltretutto, il governo greco è chiamato a realizzare un’ondata senza precedenti di svendite all’estero di patrimonio pubblico. In un articolo di prossima pubblicazione sul Cambridge Journal of Economics, mostriamo che queste dismissioni rientrano in un processo di “centralizzazione forzata” dei capitali che aggrava la deflazione e può peggiorare la posizione finanziaria del Paese debitore: nel giro di un anno scopriremo che gli obiettivi di bilancio imposti alla Grecia sono insostenibili e che dal memorandum hanno tratto vantaggio solo gli acquirenti esteri di asset greci».

Potrebbe cambiare tutto il concretizzarsi della proposta di taglio del debito, che sembra sostenuta anche dal Fondo Monetario Internazionale?
 «Sempre che ci siano le condizioni per un accordo di questo tipo - e non mi sembra - per avere qualche effetto macroeconomico dovrebbe trattarsi di un taglio di notevoli proporzioni e dovrebbe esser pensato in modo da abbattere fin da subito l’ammontare dei rimborsi annui. In generale, comunque, la proposta presenta un limite logico che gli economisti ben conoscono: fino a quando i tassi d’interesse restano al di sopra dei tassi di crescita del reddito, tu puoi anche cancellare una parte del debito ma poi quello rischia di esplodere di nuovo. Per affrontare questo problema bisognerebbe orientare le politiche monetarie e fiscali verso l’obiettivo di far crescere il reddito al di sopra dei tassi d’interesse: ma nel quadro europeo questa semplice constatazione logica suona come un’eresia keynesiana e non verrà presa in considerazione».

Lei descrive una situazione molto critica ma alternative politiche non se ne vedono. Nonostante il sostegno dell’ex ministro Varoufakis, i fuoriusciti di Syriza sono rimasti fuori dal parlamento greco...
 «Assieme a larga parte della sinistra europea, Tsipras ha contribuito ad alimentare la speranza che una vittoria in Grecia avrebbe creato condizioni favorevoli per cambiare la politica economica dell’Unione. Fin dal 2012 in tanti abbiamo segnalato che questa era un’illusione, che non teneva conto dei reali rapporti di forza interni al capitalismo europeo. I fuoriusciti di Syriza hanno sollevato apertamente questo enorme problema solo nelle ultime settimane, quando sapevano di esser già stati messi alla porta».

Forse - soprattutto - è mancato il fantomatico “piano B”, oggi auspicato anche dal nostrano Stefano Fassina, con il francese Mélenchon, già leader del Front de Gauche, e il tedesco Oskar Lafontaine, l’ex ministro delle finanze tedesco, fondatore della Linke. Mancano gli aspetti tecnici che lo rendano credibile. In cosa potrebbe consistere? Monete complementari, crediti fiscali...
 «Il “piano B” non è per nulla fantomatico, ormai fa parte persino dei documenti ufficiali dell’Eurogruppo. Il problema è che per il momento sul tappeto c’è solo la versione elaborata dal governo tedesco, favorevole ai creditori e con una chiara matrice di “destra”. A sinistra anche su questo tema vedo enormi ritardi. In caso di nuove crisi dell’eurozona sarebbe opportuno che anche da quelle parti maturasse un’idea su come gestire la situazione. Le opzioni sono tante, tra cui il rilancio della “clausola della valuta scarsa” tuttora presente nello statuto del Fondo monetario internazionale».

Pur non essendo mai stato tenero con Tsipras, in un recente convegno alla Camera lei ha contestato l’appellativo “traditore” con cui gli oppositori lo additano, alludendo all’esito referendario. Perché?
 «Perché ancora non sappiamo se Tsipras avesse un’alternativa credibile. Le analisi di cui disponiamo indicano che se il governo greco avesse deciso di uscire dall’euro e attuare un minimo di politica espansiva, per qualche anno il Paese avrebbe avuto bisogno di un finanziatore estero che lo aiutasse a coprire l’eccesso di importazioni sulle esportazioni. Quel finanziatore esisteva? Tsipras ha dichiarato che nessuno si è fatto avanti, mentre altri hanno affermato il contrario. Questo punto solleva rilevanti questioni economiche e geopolitiche: finché non verrà chiarito sarà difficile dare una valutazione definitiva sulle mosse del Premier greco».

La vittoria elettorale di Tsipras chiude definitivamente la controversia sull’uscita dall’euro, dibattito che ultimamente ha investito anche la sinistra europea?
 «No. Le politiche europee non attenuano gli squilibri tra Paesi debitori e Paesi creditori dell’eurozona ma al contrario tendono ad accentuarli. Questa forbice ricade sui bilanci bancari e preannuncia nuove crisi, che non potranno esser gestite con le esigue risorse della neonata Unione bancaria europea. Il problema della insostenibilità della moneta unica resta dunque attuale. Se le forze di sinistra intendono restare al passo con i tempi farebbero bene a non dividersi e ad assumere un approccio laico alla questione, che conoscono poco e ancor meno controllano».

Salvo imprevisti Euclid Tsakalotos verrà confermato alla guida del ministero delle finanze greco. Se lei fosse al suo posto quali provvedimenti riterrebbe urgente attuare?
 «Sono stato educato al realismo politico ma non sono al suo posto e non vorrei esserci. Ad ogni modo, se dovessi esprimere un parere sulla politica greca ventura, direi che le svendite di capitale pubblico e la riforma della contrattazione salariale rappresentano le “bestie nere” dell’accordo con i creditori. Piuttosto che attuare quelle, la priorità macroeconomica dovrebbe consistere nel preservare e rafforzare i controlli sui capitali e prepararsi comunque all’eventualità di una “Grexit”, riprendendo anche la ricerca di finanziatori esterni al memorandum europeo».
 

mercoledì 9 settembre 2015

Una strategia che non c'è più. Il Prc davanti alla resa di Tsipras

da contropiano


La vicenda greca ha segnato un punto di non ritorno nelle diverse esperienze della sinistra radicale europea, dalle sue componenti più "istituzionali" a quelle formalmente più "antagoniste". Fino alla vittoria di Syriza, nel gennaio di quest'anno, si poteva in buona fede credere che un vasto e articolato movimento politico, espressione diretta di un altrettanto articolato fronte sociale aggregatosi in un lungo processo di lotte e mobilitazioni, potesse arrivare al governo di un paese dell'Unione Europea e in questo modo mettere fine alle politiche di austerità, pur all'interno di un orizzonte "europeista" che non metteva in discussione la permanenza del paese all'interno dell'Unione Europea.
Oggi questa "innocenza" è impossibile. La "capriola" operata da Alexis Tsipras sotto la pressione della Troika ha reso evidente che la Ue non è riformabile, perché il sistema dei trattati che la tiene insieme è costituente e dunque sottratto alla possibilità di revisioni su input di uno o più paesi.
Di più. L'Unione Europea in questi mesi si è mostrata pubblicamente come una macchina statuale a-democratica concepita per ridisegnare il "modello sociale europeo" - sostanzialmente keynesiano - e fare del Vecchio Continente un competitor globale.
Di fatto, oggi, continuare a raccontare e raccontarsi che sarebbe possibile dire "basta all'austerità" senza rompere - in qualsiasi modo - l'Unione Europea e il suo sistema di vincoli è un atteggiamento suicida o consapevolmente complice. In ogni caso, la credibilità sociale di questa opzione è nulla. Quindi qualsiasi formazione non abbandoni questa illusione si autocondanna alla definitiva irrilevanza politica.
Discutere di "contenitori" più o meno "unitari" - con un occhio alle elezioni o ai conflitti sociali, non c'è differenza - facendo finta che l'atteggiamento verso l'Unione Europea (e la moneta unica) non sia del tutto equivalente a quello relativo alla votazione dei "crediti di guerra", esattamente un secolo fa, è una perdita di tempo. E per nulla innocente.
Per fortuna, anche se con esasperante lentezza, la consapevolezza dolorosa di questa realtà comincia a farsi strada un po' in tutti i settori della "sinistra extraparlamentare". Ne è una dimostrazione l'intervento di Dino Greco, lo scorso sabato, alla Direzione nazionale di Rifondazione Comunista, che segue la presa di posizione assunta "a caldo", nel mese di luglio. Intervento che dunque volentieri pubblichiamo come contributo a una più generale presa di coscienza della reale condizione in cui ci troviamo. Sia come comunisti che come movimento di classe.

*****
Il peggio che si può fare nei momenti cruciali (e questo lo è di certo) è essere reticenti, con se stessi e fra di noi, compiendo - per un malintesa interpretazione del senso di responsabilità - omissioni ed autocensure che, alla fine, si traducono in atti di autolesionismo politico.
Invece è indispensabile venire in chiaro, assumendosi fino in fondo la responsabilità di gesti ed opinioni.
Mi riferisco, ovviamente, agli sviluppi politici della vicenda greca che stanno producendo una catena di eventi negativi nella sinistra, dentro e fuori da quel paese.
Il momento di svolta nello scontro del governo Tsipras con la troika è avvenuto con la decisione del gruppo dirigente di Syriza di ricorrere al referendum sul diktat dell’Eurogruppo: una decisione molto forte, accompagnata dalla dichiarazione che il nuovo governo di Atene si sarebbe attenuto al responso popolare, qualunque esso fosse stato.
Le agenzie che monitoravano le intenzioni di voto, manovrate dalla destra, davano il risultato in forse, col ‘Sì’ in progresso come conseguenza delle pratiche terroristiche messe in atto dalla Bce (la chiusura degli sportelli bancari) al fine di generare un clima di paura tale da stroncare la resistenza dei greci.
Ma questo non accade.
Il ‘No’ non solo vince, ma registra un successo di proporzioni stupefacenti.
Syriza incassa un consenso enormemente superiore a quello che le aveva consentito di andare al governo, eppure Tsipras decide di non capitalizzarlo.
Mentre in piazza Sintagma si festeggia, la segreteria del partito decide (a maggioranza) che al tavolo del negoziato non si rilancerà.
Ora, vorrei che nessuno considerasse ozioso interrogarsi sul perché Tsipras abbia indetto il referendum per poi – a vittoria conseguita – dichiarare la resa senza condizioni su quel medesimo testo che egli aveva definito “umiliazione e disastro”.
Invece, pudicamente, si sorvola su questo passaggio a vuoto.
Di fronte all’evidente incongruenza di quel comportamento meglio non porsi troppe domande, meglio immaginare che forse non è dato sapere tutto, ma una ragione ci sarà pur stata… (sopravvive intramontabile, nella sinistra, un riflesso fideistico che impedisce di guardare in faccia la realtà quando questa mette in discussione personalità a cui ci si era votati).
In effetti c’è sempre una spiegazione razionale: cercarla, però, non costituisce un ingeneroso processo alle intenzioni, serve semmai a capire di più, ad avvicinarsi alla verità delle cose, per spiacevoli che possano rivelarsi.
Provo a spiegarmi con un aneddoto.
Capita, talvolta, nella gestione di una vertenza difficile, caratterizzata da lotte e scioperi duri e prolungati, che il sindacalista che la guida si convinca (o tema) di non farcela, di non avere più frecce al proprio arco e avverta come insuperabile la forza del padrone che mette in atto rappresaglie, minacciando di chiudere la fabbrica.
Come uscirne, considerato che la parte più combattiva dei lavoratori non demorde?
La soluzione è quella di rimettere loro il giudizio, attraverso un pronunciamento che serva a decidere se continuare la lotta o a chiudere purchessia lo scontro ingaggiato.
Il sindacalista sa che in questi frangenti, sotto la sferza del il ricatto padronale, alla parte dei lavoratori che sta sempre col padrone si aggiunge quella meno combattiva e che anche nel proprio fronte, fiaccato dalla durezza del conflitto, si possono determinare degli smottamenti.
Il sindacalista pensa, in definitiva, che perderà il referendum e che dovrà capitolare, ma che così salverà la coscienza perché saranno stati i lavoratori a deciderlo.
Tuttavia, quando questo accade, dentro quel sindacalista, qualcosa si rompe, irrimediabilmente.
Ecco, io credo che in Grecia sia successo qualcosa del genere, con l’aggravante che l’Oki aveva stravinto e che l’abbandono della posizione è stata perciò vissuta come un evento incomprensibile, oltre che catastrofico.
E’ nota la spiegazione adottata: il referendum – si è detto - era contro l’austerità, ma non contro l’euro. Tenere ferma la posizione avrebbe comportato l’aborrita ‘grexit’, come minacciato dall’ineffabile signor Shauble.
Qui però sta il punto.
Se le due opzioni - fine dell’austerità e permanenza nell’area della moneta unica – sono in aperto conflitto, quale delle due prevale sull’altra?
Se la scelta è per la moneta, la lotta all’austerità passa inevitabilmente in secondo piano e il memorandum che ne è la quintessenza diventa l’orizzonte in cui da quel momento ti muovi.
In altri termini, il ‘No’ all’austerità vale solo fintanto che non sia in discussione la permanenza nell’euro. Fuori da quella cornice non c’è che la resa.
Tutto ciò che è seguito è la conseguenza del vicolo cieco in cui l’assenza di alternative (pensate, parzialmente, dal solo Varoufakis, ma subito rigettate dalla maggioranza della segreteria di Syriza) ha cacciato il confronto, mai in realtà esistito, perché in esso la Commissione europea, la Germania, la Bce e il Fmi si sono comportati esattamente come il gatto col topo, come lo strozzino con la sua vittima.
Sento sproloquiare sul presunto “leninismo” che avrebbe ispirato la mossa di Tsipras.
Si cita il Lenin di Brest Litovsk, quando nel 1918 i bolscevichi fecero durissime concessioni territoriali agli imperi centrali. Piccolo particolare: con quel trattato Lenin ritirò la Russia divenuta sovietica dalla guerra e difese la rivoluzione, il potere rivoluzionarIl dibattito nel Prcio e le sue conquiste.
In Grecia la resa non ha lasciato in piedi nulla. E temo che il peggio debba ancora venire.
L’illusione che ora sia possibile una gestione “da sinistra” del memorandum è il frutto più avvelenato della capitolazione: che sia oggi Tsipras a spiegare che quelle misure iugulatorie possono rimettere in corsa la Grecia quando rappresentano la più drammatica continuità con le vecchie politiche contro le quali Syriza è nata e ha vinto, mette grande tristezza.
Fra gli (inevitabili) effetti collaterali della sottoscrizione del diktat c’è la drammatica spaccatura di Syriza e – ciò che è peggio – c’è il vulnus democratico inflitto al partito il cui comitato centrale aveva respinto a maggioranza l’accordo, cosa che ha provocato le dimissioni del segretario, Tasos Koronakis, e quelle dell’ultimo segretario del Synaspismos, dal quale Syriza stessa è nata. Anche Theodoros Kollias (ghost writer di tanti interventi di Tsipras) ha abbandonato il partito, mentre l’organizzazione giovanile si sta sfaldando.
Ma c’è di più. Ora si va alle elezioni. E verosimilmente Tsipras non avrà la maggioranza assallaoluta.
Se la conquistasse dovrebbe comunque applicare diligentemente le misure sottoscritte con la troika.
Se non l’avrà dovrà farlo alleandosi con il Pasok e con To Potami, se non addirittura con la destra di Nuova democrazia in una grande coalizione, condividendo il potere (si fa per dire) con le forze contro cui Syriza aveva combattuto sino a due mesi fa.
Ora, vedo con estrema preoccupazione che nel gruppo dirigente del partito e in quello de L’Altra Europa si sta affermando un orientamento che suona come un’adesione incondizionata alla figura carismatica di Tsipras sino al punto di spendersi nel sostegno alla sua campagna elettorale.
L’A.E. parla addirittura di un proprio “legame indissolubile” col nome di Tsipras che “campeggia nel logo stesso dell’A.E”.
Insomma, noi dovremmo essere con Tsipras…a prescindere. Punto e basta.
Se è così, ci sono tutte le premesse per una profonda involuzione culturale, oltre che politica, della nostra strategia.
Se l’attuale linea di Tsipras diventa anche la nostra nuova bandiera, che ne è della nostra alternatività al Pse, al Pd (non solo nella versione di Renzi), alle politiche di austerità, al liberismo?
Quale torsione politica subirebbe la stessa ricerca, data più volte per raggiunta, di una “Costituente di sinistra”?
Quale profilo politico e programmatico assumerebbe, nell’insieme e nelle parti, un soggetto già così precario nelle sue figure più rappresentative?
Si vede già come alcuni dei partecipanti all’allegra Brigata Calimera abbiano prontamente fatto – a loro modo – i conti con la sconfitta di Tsipras per affogare nella culla (Sel) i propri neonati pIl dibattito nel Prcropositi di alternatività dichiarando che alle prossime elezioni amministrative andranno col Pd ovunque possibile.
La battaglia iniziata da Syriza, così carica di suggestioni e di potenzialità eversive dell’ordine capitalistico europeo, rischia, nel suo crepuscolo, di venire riassorbita (e noi con essa) dentro uno schema culturale subalterno che, in quanto tale, non sa più individuare le potenziali rotture di faglia per adattarsi al modello incarnatosi nella formazione economico-sociale europea.
La sconfitta serve se non la neghi, se la sai chiamare con il suo nome e se ne individui lucidamente le ragioni; e se sai spingere l’esame critico sino alla radice del tuo gap teorico e politico, come seppe fare Antonio Gramsci dopo la sconfitta operaia nel biennio rosso e dopo l’avvento del fascismo.
Altrimenti sulla nostra impotenza si consumerà una nuova pesante sconfitta di tutta la sinistra europea, non nella forma di una rivoluzione passiva, ma in quella di una vera e propria svolta che muterà (e già sta mutando) in forme reazionarie inedite il carattere dell’Europa.

mercoledì 29 luglio 2015

#TalkReal: due puntate sui rapporti tra sinistra ed Europa

da DinamoPress
I negoziati tra la Grecia e i creditori, l’arroganza del governo tedesco, la portata del ricatto praticato attraverso il debito hanno aperto un grosso dibattito a sinistra sulle prospettive spaziali dei processi di trasformazione sociale.
In queste due puntate di Talk Real, una girata ad Atene ed una a Torino, ne abbiamo discusso con diversi attivisti e importanti intellettuali della scena europea, come Toni Negri, Sandro Mezzadra, Srecko Horvat, Costa Douzinas, e molti altri.
Da Atene: per la sinistra è davvero il momento di abbandonare l'UE?
Pochi giorni fa, il giornalista di The Guardian Owen Jones ha chiesto pubblicamente se per la sinistra sia giunto il momento di abbandonare l’Unione Europea. In questo episodio di #TalkReal, quattro ospiti d’eccezione discutono questo tema.
La strategia praticata da Syriza per mettere fine all’austerità è fallita. Che cosa comporta ciò per il futuro della sinistra greca e per il movimento europeo contro l’austerità?
Nelle ultime settimane, le maschere sono davvero cadute: le strutture e la legittimità della zona euro sembrano ora completamente distrutte. Ma è davvero giunto il momento per la sinistra di abbandonare la moneta unica, o addirittura l’Unione Europea? E che ruolo possono giocare i movimenti sociali nella ricostruzione di un progetto transnazionale radicale contro l’austerità e per un’Europa democratica e socialmente equa?
Queste sono alcune delle questioni al centro del nuovo episodio di Talk Real “Syriza and Europe”, registrato ad Atene durante la Democracy Rising Conference organizzata dal Global Centre for Advanced Studies.
Ne abbiamo discusso con: Costas Douzinas, noto intellettuale greco vicino a Syriza; Margarita Tsomou, performer greca e opinionista, residente a Berlino; Jerome Roos, scrittore e fondatore di ROAR Magazine; e Srećko Horvat, filosofo croato e membro del consiglio di European Alternatives. Presenta e modera Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives.
[In inglese, con la possibilità di attivare i sottotitoli in italiano]


Da Torino: si cambia quest’Europa?
Dalla Grecia all’immigrazione, il processo decisionale europeo continua ad accumulare errori storici. L’incapacità di costruire una reale democrazia transnazionale sta compromettendo il benessere di tutti i popoli d’Europa. Le vicende delle ultime settimane dimostrano con chiarezza che le strutture di governance sono rotte.
Ma l’Europa appare oggi a molti come uno spazio in cui è sempre più difficile costruire politiche ed economie realmente alternative al pensiero unico dominante.
Ma è ancora possibile immaginare una trasformazione radicale, democratica e costituzionale del nostro continente? Siamo ancora in tempo per farlo? E con quali mezzi? Con quali forze ed alleanze?
Nella puntata di TalkReal girata al festival dei Beni Comuni di Chieri, in provincia di Torino, abbiamo posto queste ed altre domande a: Toni Negri (controverso teorico dell’Autonomia e oggi tra i più noti intellettuali mondiali), Sandro Mezzadra (professore all’Università di Bologna e animatore del collettivo Euronomade), Ugo Mattei (giurista e personalità chiave del movimento per i beni comuni), Laura Pizzirani (attrice e attivista del Teatro Valle), e Guido de Togni (ricercatore e attivista). Presenta e modera Lorenzo Marsili, direttore di European Alternatives.