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domenica 13 marzo 2016

Ancora la balla dell’austerità espansiva: L’Inkiesta

da scenarieconomici

Un articolo pubblicato sul sito L’Inkiesta ha attirato la nostra attenzione: “Non si scappa: per ridurre il debito pubblico l’austerity è l’unica via”. L’autore, sostenitore della famigerata austerità espansiva sconfessata perfino da FMI e OCSE, sostiene la singolare tesi che l’unica strada per la crescita è il taglio della spesa corrente statale. Il taglio della spesa per consumi delle PA sarebbe inevitabilmente seguito ‘dopo qualche anno’ da un aumento del PIL:

“Nell’area euro sembra che i Paesi che hanno avuto i maggiori aumenti dei tassi di crescita durante la ripresa dell’economia sembrano essere stati quelli che hanno compiuto i più grandi sforzi in riduzione del deficit, in particolare con il taglio delle spese”

Quello che ci ha incuriosito maggiormente è il metodo usato per la dimostrazione della singolare tesi:

“Basta guardare le righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL nel prospetto dei conti degli ultimi country report della Commissione Europea.”

Diamine, e io che pensavo che le serie di dati sull’economia delle nazioni fossero materia da studiare con modelli econometrici, inferenze, covarianze e scarti quadratici, intervalli di confidenza e dimostrazione del rapporto causa-effetto, come predicano (giustamente) i pro-euro! Niente di tutto questo, “basta guardare” due righe di un report della Commissione, e al diavolo il Post Hoc Ergo Propter Hoc! L’autore illustra la sua scoperta con screenshot opportunamente circolettati:

E conclude:

“In questi Stati, che erano quelli in condizioni più gravi, escludendo la Grecia, il miglioramento nella crescita è venuta dopo, e non prima, gli aggiustamenti. Il calo del deficit/PIL quindi sembra essere più correlato a tagli e risparmi che solo all’aumento del denominatore.”

E certo, “escludendo la Grecia”, perché lì per qualche arcano motivo (antropologico?) la legge del Balduzzi non funziona. La chiusa è splendida:

“ … debito, elefante nella stanza della nostra economia, la cui mole fingiamo di non vedere, ma che non viene dimenticata laddove nel mondo si prendono decisioni di investimento.”

Il problema sono gli investimenti esteri, come no.

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Per confutare la curiosa teoria del Balduzzi che correla calo della spesa corrente all’incremento del PIL per fortuna esistono strumenti statistici consolidati. Una delle tecniche per stabilire se due serie di dati sono correlate, ovvero se ogni coppia di variabili è legata più o meno dalla stessa legge, è la regressione lineare, che impiegheremo tra poco per verificare il “modello” proposto da Balduzzi. Dopo la correlazione occorrerebbe dimostrare la causazione, ma per adesso non spingiamoci troppo in là.

Balduzzi presuppone una correlazione inversa con sfasamento temporale. Nei suoi screenshot lo sfasamento tra riduzione della spesa corrente e crescita del PIL varia da 2 a 4 anni 8usiamo gli screenshot perché l’autore non fornisce dettagli concreti sulla correlazione asserita).

Deve necessariamente valere anche l’inverso, come del resto sostiene l’articolo: aumentando la spesa corrente il PIL dopo qualche anno cala (equivalenza ricardiana). Per testare questa correlazione abbiamo preso le tabelle OCSE (identiche a quelle della Commissione Europea) e misurato l’indice di correlazione R tra variazioni annuali di Real Public Consumption Expenditure e Real GDP di 43 paesi e due aree (euro e OECD) tra 2002 e 2015. Sono 1.260 variabili su due matrici, un solido set di dati.

Abbiamo calcolato R in 4 situazioni: sfasamento di 1, 2, 3 e 4 anni. Abbiamo poi effettuato la media degli indici per ognuno delle 4 situazioni.

Se la tesi del Balduzzi fosse vera l’indice di correlazione dovrebbe mostrare valori negativi e sensibilmente maggiori di 0. Se la tesi fosse falsa l’indice di correlazione tenderebbe a zero.

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Dalla tabella si ricava che:

le variazioni sono piuttosto casuali, con indici di correlazione che variano da -0.6 a +0.7.
Diversi stati hanno correlazioni sia positive che negative, al variare dello sfasamento temporale.
Alcuni stati hanno forti correlazioni positive, ovvero aumentando la spesa corrente aumenta il PIL (il contrario della tesi di Balduzzi). Altri hanno la forte correlazione negativa cercata dal Balduzzi.
La media degli indici di correlazione però tende a 0 in tutte le situazioni considerate.

Conclusione: la regressione statistica conferma che non esiste nessuna correlazione evidente tra taglio della spesa corrente e aumento del PIL. Almeno, nessuna correlazione evidenziabile con un semplice sguardo alle righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL.

Il motivo è semplice: oltre alla spesa corrente esistono molte altre variabili da considerare: pressione fiscale, spesa per investimenti, spesa per interessi etc etc. Puntare solo sulla spesa corrente genera il sospetto che si voglia far passare un’idea preconcetta, e ahimé non suffragata da evidenze empiriche.

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Siamo quindi di fronte a una classica ‘analisi monovariata‘ con annesso Post Hoc Ergo Propter Hoc …







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Qui la tabella completa degli indici di correlazione.
 INDICE DI CORRELAZIONE
VARIAZ. SPESA CORRENTE – VARIAZ. PIL
    +4  ANNI   +3      ANNI  +2  ANNI +1ANNO
Australia 0,6 -0,1 0,0 0,3
Austria -0,1 -0,1 0,3 -0,2
Belgium 0,2 0,5 0,2 -0,5
Brazil 0,3 0,1 -0,1 0,4
Canada 0,5 0,0 0,1 -0,4
Chile -0,2 -0,2 -0,3 0,4
Colombia -0,4 -0,3 -0,2 0,1
Costa Rica 0,0 -0,2 -0,2 -0,3
Czech Rep 0,4 0,4 0,4 0,2
Denmark -0,1 -0,4 0,1 -0,2
Estonia 0,2 -0,2 -0,5 -0,2
Finland 0,0 0,3 0,5 0,2
France 0,3 0,3 0,2 0,4
Germany 0,0 0,0 0,1 -0,3
Greece -0,1 0,2 0,4 0,7
Hungary -0,2 0,2 0,8 0,2
Iceland -0,2 -0,2 0,0 0,1
India1 -0,4 -0,6 0,1 0,0
Indonesia 0,3 0,0 0,3 -0,2
Ireland -0,2 -0,2 -0,2 0,2
Israel -0,1 -0,6 -0,3 -0,4
Italy -0,2 0,3 0,4 0,3
Japan 0,0 0,6 -0,1 0,5
Korea 0,4 -0,1 0,0 0,3
Latvia -0,1 -0,1 -0,1 0,3
Lithuania -0,1 0,1 0,1 0,3
Luxembourg -0,1 0,1 0,3 0,0
Mexico -0,3 -0,4 -0,2 -0,2
Netherlands 0,0 -0,7 0,0 0,2
New Zealand -0,6 -0,6 -0,2 -0,1
Norway 0,1 0,1 0,0 -0,6
Poland -0,2 0,1 0,4 0,7
Portugal -0,3 -0,1 0,3 0,5
Russia 0,4 0,0 0,0 0,0
Slovak Rep -0,1 -0,5 0,3 0,2
Slovenia -0,2 -0,1 0,2 0,1
South Africa 0,2 0,4 0,6 0,3
Spain -0,5 -0,2 0,0 0,4
Sweden 0,6 -0,3 -0,1 0,1
Switzerland 0,2 0,1 0,1 0,4
Turkey 0,4 -0,4 -0,3 -0,1
UK -0,2 0,1 0,3 0,2
USA 0,0 0,1 0,1 -0,1
Euro area 0,0 -0,1 0,0 0,1
Total OECD 0,1 0,0 0,1 0,0
 MEDIA 0,00 -0,06 0,08


lunedì 18 marzo 2013

Crisi finanziaria e governo dell'economia (parte I)

di Alberto Bagnai da costituzionalismo

Abstract – La crisi dei subprime è stata il detonatore della crisi dell’eurozona. Fra le concause di queste due crisi molti annoverano difetti di regolamentazione dei mercati finanziari. In questo lavoro, più che considerare l’aspetto microeconomico della questione, ci soffermiamo su quello macroeconomico. L’asimmetria del sistema monetario internazionale rende ineluttabili copiosi afflussi di capitali verso gli Stati Uniti, aprendo la strada a un loro impiego inefficiente (come i mutui subprime) e quindi a ricorrenti shock reali sul resto dell’economia globale. L’asimmetria e la scarsa fondatezza teorica ed empirica delle regole europee rendono inevitabile l’accumulazione di debito privato nei paesi della periferia, fragilizzando l’intera Unione rispetto a shock esterni, come previsto dalla teoria delle Aree Valutarie Ottimali. Purtroppo, le riforme delle regole proposte nel dibattito corrente, quando non sono evidentemente insostenibili sotto il profilo politico, sembrano andare in direzione di un aggravamento di questi mali.
« L'obscurité n'est pas un défaut quand on parle à des bons jeunes gens avides de savoir, et surtout de paraître savoir. »
Stendhal, Promenades dans Rome, 17 mars 1828.

1. Introduzione

Accolgo con vivo piacere l’invito a contribuire a questo numero dedicato al governo del sistema monetario europeo e internazionale. Se posso permettermi un po’ di leggerezza, mi solleva il fatto che qualcuno sia ancora interessato a raccogliere le opinioni di un economista, in un periodo nel quale la scienza economica è particolarmente discreditata per non aver saputo prevedere lo scoppio della crisi, e per non averne saputo scongiurare le conseguenze. Non credo che questi rilievi siano del tutto corretti: esempi illustri di analisi “profetiche” non mancano. Ammetto però che da qualche tempo gli scambi più proficui su questo tema mi capita di averli con studiosi esterni alla mia professione: storici, geografi, giuristi. Questo dipende in parte dal mio percorso, che mi rende insofferente verso l’omodossia economica (non chiamerei “ortodossia” il cosiddetto pensiero mainstream, che è certamente unanime - omos - ma, visti i risultati, probabilmente non del tutto corretto - orthos). I benefici di questi scambi interdisciplinari dipendono però soprattutto dal fatto che essi costringono a riorganizzare le proprie categorie, a cercare nuove strade di trasmissione del proprio sapere “tecnico”, a reagire a stimoli imprevisti. Un esercizio utilissimo, da compiere con umiltà e con quel senso di responsabilità che deriva dal costituirsi rappresentante della categoria verso un mondo “esterno”. Il che obbliga a porsi due domande ben precise: in che modo posso aiutare la riflessione dei colleghi che hanno seguito altri percorsi (e farmi aiutare nella mia)? E in che modo posso fornire loro una rappresentazione critica ma non distorta dei risultati e delle aporie della mia disciplina?
Rinuncio fin da ora al secondo obiettivo: vivrò senza sensi di colpa la mia faziosità, sapendo di rivolgermi a un pubblico che ha gli strumenti critici per difendersi qualora le mie tesi non lo convincano, e soprattutto qualora lo convincano. Per lo stesso motivo rinuncerò al parlare oscuro (utile, come ci ricorda Stendhal, quando si parla a giovanotti ansiosi di sfoggiare il proprio sapere): parlando a un pubblico maturo sceglierò la strada della semplicità, sperando di non compromettere il rigore dei miei argomenti. Rivolgendomi a dei giuristi la linea di attacco più naturale mi sembra quella di riflettere sulle relazioni fra la crisi e le regole, scritte o non scritte, che governano il sistema finanziario internazionale. Avrete notato che in questo periodo gli economisti (non tanto quelli accademici, quanto i “tecnici” e le istanze politiche che li esprimono) stanno chiamando al soccorso i costituzionalisti: le attuali strategie di contrasto alla crisi propongono l’iscrizione in costituzione di regole di politica finanziaria particolarmente rigide, come il pareggio del bilancio. Per i giuristi, chiamati a giocare, se pure in un ruolo notarile, la parte dei salvatori, ci sarebbe di che inorgoglirsi, ma credo ci sia soprattutto di che riflettere. Quale e quanta razionalità esprimono queste richieste?
Più in generale, l’evidenza ci suggerisce che la crisi attuale dipende dall’irrazionalità di certi movimenti internazionali di capitali, e diventa urgente chiedersi quanto questo disordine sia reso possibile, quando non esasperato, dalla “costituzione materiale” del sistema monetario internazionale, e da alcune regole di rilevanza “regionale” (nell’accezione che il termine ha in economia internazionale): e qui, ovviamente, mi riferisco all’Unione Economica e Monetaria (UEM) europea.
Non possiamo certo riformare il mondo in venti cartelle, ma dare una rappresentazione accessibile e documentata dei problemi di fondo è un obiettivo degno di essere perseguito. Se sia raggiungibile o addirittura raggiunto lo giudicheranno i lettori. Articolerò il tentativo in cinque paragrafi. Nel secondo valuterò la compatibilità dei principali “fatti stilizzati” che descrivono il funzionamento del sistema finanziario mondiale con alcuni principi basilari del pensiero economico. Nel terzo li rileggerò alla luce dell’analisi keynesiana dell’instabilità dei mercati finanziari, illustrando poi le tappe della controriforma teorica che ha portato ad affermare la superiorità delle regole fisse sugli interventi discrezionali in politica economica: una controriforma che costituisce in qualche modo il sostrato della costruzione europea, tutta regole e parametri. Nel quarto mi concentrerò sulle criticità determinate dalla struttura asimmetrica del sistema monetario internazionale. Nel quinto studierò la relazione fra alcune regole proposte dal Trattato sull’Unione Europea e la cosiddetta crisi dei debiti “sovrani”. È segno di buona volontà e onestà intellettuale concludere un lavoro indicando prospettive. Ci proverò (temo con scarso successo) nel paragrafo di conclusioni.

2. Omodossia

«Il est démontré, disait-il, que les choses ne peuvent être autrement : car tout étant fait pour une fin, tout est nécessairement pour la meilleur fin»
Voltaire, Candide, I, 45.

2.1 Il bicchiere mezzo vuoto e quello mezzo pieno

Se stiamo parlando di crisi finanziaria è perché qualcuno ha preso in prestito dei soldi che non riesce a restituire, e la crisi è internazionale perché creditore e debitore risiedono in paesi diversi. Per definizione quindi il problema esiste perché esistono i movimenti internazionali di capitali, cioè perché i risparmi accumulati in un paese possono essere impiegati in un altro paese (sottolineo, en passant, che questo non è di per sé un dato distintivo della moderna globalizzazione, ma qualcosa che è sempre successo)[1]. Ci sarà utile qualche precisazione terminologica.
Gli economisti parlano di importazione di capitali quando i capitali affluiscono in un paese. Questo significa in parole povere che il paese in questione si sta indebitando con l’estero, e quindi accumula passività (perché si presume che i capitali in questione non siano regalie, ma crediti, che, per chi li riceve, sono debiti). Notiamo che all’afflusso di capitale farà riscontro il deflusso di un reddito nei periodi successivi, visto che sui debiti si paga un interesse. La fuoriuscita di capitali è invece un’esportazione di capitali: in questo caso il paese sta accumulando crediti, cioè attività, e al deflusso di un capitale farà riscontro il successivo afflusso di redditi, visto che sulle somme prestate si esige il pagamento di un interesse.
Nessun paese ha solo debiti o solo crediti: la posizione creditoria/debitoria di un paese viene quindi valutata in termini netti (attivo meno passivo). La variazione di questa posizione netta sull’estero (cioè l’accreditamento/indebitamento estero netto di un paese) è il saldo delle “partite correnti” della bilancia dei pagamenti. Concorrono ad esso il saldo commerciale e quello dei redditi, il che significa, in buona sostanza, che un paese si indebita con l’estero se spende (per importazioni e pagamenti di interessi) più di quello che guadagna (per esportazioni e riscossione di interessi); di converso, un paese, per avere risorse da prestare all’estero, dovrà aver guadagnato (esportando) più di quanto ha speso (importando)[2]. Questo dato contabile abbastanza ovvio (anche ognuno di noi si indebita se spende più di quanto guadagna) ha una conseguenza: un paese importatore netto di beni (cioè con deficit delle partite correnti) è anche un importatore netto di capitali, e simmetricamente un paese esportatore netto di beni è anche esportatore netto di capitali. Ciò raccorda le dinamiche finanziarie (indebitamento/accreditamento) a quelle reali (acquisto/vendita di beni).
La comunicazione dei fatti economici tende a essere sempre schermata da valutazioni moralistiche. Il medesimo fenomeno può essere presentato surrettiziamente come positivo o negativo a seconda di quale termine (sempre tecnicamente corretto) si decida di adottare. Esempio: quando i giornali lamentano il fatto che il nostro paese non è sufficientemente attrattivo per i capitali esteri, stanno in effetti deplorando che il nostro paese non si stia indebitando abbastanza con l’estero. Insomma, da prospettive diverse lo stesso fenomeno si presenta in modo molto diverso. In effetti, nessuna variabile economica, e quindi tanto meno l’indebitamento con l’estero (movimenti internazionali di capitale in entrata), è di per sé “buona” o “cattiva”. È banalmente una questione di misura: il troppo stroppia. Sarebbe bello poter dare una valutazione più paludata in vesti scientifiche, ma purtroppo non è possibile. Uno dei limiti, ampiamente riconosciuti e ammessi, della scienza economica è proprio quello di non essere riuscita a fornire una definizione scientificamente fondata da un lato, e operativa dall’altro, del concetto di sostenibilità del debito[3]. Ne è prova il fatto che Nigel Chalk e Richard Hemming intitolano la loro rassegna “la sostenibilità in teoria e in pratica”, proprio per sottolineare questo insanabile scollamento fra teoria economica e indicatori utilizzati in pratica da istituzioni e mercati. Questo limite riconosciuto va ovviamente tenuto ben presente ogni qual volta vengano proposte regole di politica economica che hanno per scopo quello di garantire la “sostenibilità” delle finanze pubbliche, concetto che, come abbiamo visto, può apparire univoco solo a chi non lo ha studiato in termini scientifici.
Un’ultima precisazione: un paese non coincide con il suo settore pubblico e quindi, ad esempio, il debito estero dell’Italia (cioè i soldi che il “sistema paese” riceve dal resto del mondo), non coincide con il debito pubblico dell’Italia (cioè con i soldi che il governo prende a prestito, in Italia e all’estero). È un dato ovvio, ma conviene precisarlo, perché i mezzi di comunicazione ci bombardano con un messaggio fuorviante: nei loro resoconti il debito è tutto pubblico, un po’ come nel dizionario dei luoghi comuni di Flaubert gli agenti di borsa sono tutti ladri, gli architetti tutti imbecilli, le imperatrici tutte belle. Non mi intendo di architetti o imperatrici, ma certamente il debito non è tutto pubblico, e in particolare i capitali che viaggiano da un paese all’altro lo fanno principalmente per sovvenire a esigenze finanziarie del settore privato. In altre parole, indebitamento (deficit) pubblico e indebitamento (deficit) estero non sono “gemelli”. Di norma e in media un punto di indebitamento pubblico si scarica sull’estero solo per un terzo, il che significa che di norma e in media i due terzi degli afflussi di capitale di un paese sono assorbiti dal (cioè sono debito del) settore privato[4].