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lunedì 3 settembre 2018

I Giganti – L'Élite del Potere Globale



di Robert J. Burrowes (da Z Net Italy)
Sviluppando la tradizione disegnata da C. Writgh Mills nel suo classico del 1956 The Power Elite[L’élite del potere], il professor Peter Phillips inizia esaminando la transizione dalle élite del potere dello stato-nazione descritte da autori come Mills, all’élite transnazionale del potere centralizzata sul controllo del capitale globale. Così, nel suo studio appena pubblicato Giants: The Global Power Elite, [Giganti: l’élite del potere globale], Phillips, professore di sociologia politica alla Sonoma State University, USA, identifica le diciassette società di gestione di patrimoni maggiori del mondo, quali BlackRock e J.P.Morgan Chase, ciascuna con più di un trilione di dollari di capitali d’investimento in gestione, come i “Giganti” del capitalismo mondiale. Le diciassette società gestiscono in totale più di 41 trilioni di dollari USA in una rete di auto-investimenti di capitali interconnessi che copre il globo.
Questi 41 trilioni di dollari rappresentano la ricchezza investito per profitto da migliaia di milionari, miliardari e imprese. I diciassette Giganti operano in quasi ogni paese del mondo e sono “le istituzioni centrali del capitale finanziario che alimenta il sistema economico globale”. Investono in qualsiasi cosa sia considerata redditizia da “terre agricole sulle quali i coltivatori indigeni sono sostituiti da investitori dell’élite del potere” ad attività pubbliche (quali le reti elettriche e idriche).
Inoltre Phillips identifica le reti più importanti dell’Élite del Potere Globale e i singoli membri. Egli nomina 389 individui (un piccolo numero dei quali è costituito da donne e un numero simbolico di essi proviene da paesi diversi dagli Stati Uniti e dai paesi più ricchi dell’Europa Occidentale) al centro delle reti non governative di pianificazione delle politiche che gestiscono, agevolano e difendono la continua concentrazione del capitale globale. L’Élite del Potere Globale svolge due funzioni unificanti, egli sostiene: mettono a disposizione giustificazioni ideologiche per i loro interessi condivisi (promulgate attraverso i media industriali) e definiscono i parametri d’azione per le organizzazioni governative transnazionali e per i gli stati-nazione capitalisti.
Più precisamente, Phillips identifica i 199 amministratori dei diciassette Giganti finanziari globali e offre brevi biografie e informazioni pubbliche del loro patrimonio netto. Questi individui sono strettamente interconnessi attraverso numerose reti associative tra cui il World Economic Forum, la International Monetary Conference, affiliazioni universitarie, vari comitati politici, circoli sociali e imprese culturali. Per un assaggio di alcuni di questi circoli si veda questo resoconto di The Links a New York. Come osserva Phillips: “E’ certamente sicuro concludere che tutti si conoscono l’un l’altro personalmente oppure si conoscono nel contesto condiviso delle loro posizioni di potere”.
I Giganti, documenta Phillips, investono gli uni negli altri ma anche in molte centinaia di società di gestione degli investimenti, molte delle quali sono semi-Giganti. Il risultato sono decine di trilioni di dollari coordinati in una singola vasta rete di capitali globali controllati da un numero molto limitato di persone. “Il loro obiettivo costante è trovare opportunità di investimenti sicuri sufficienti a garantire un ritorno sul capitale che consenta una crescita continua. Opportunità inadeguate di collocamento del capitale conducono a pericolosi investimenti speculativi, acquisto di beni pubblici e una permanente spesa per la guerra”.
Poiché gli amministratori di queste diciassette società di gestione degli investimenti rappresentano il nucleo centrale del capitale internazionale “gli individui possono ritirarsi o morire, e altre persone simili occuperanno il loro posto rendendo la struttura complessiva una rete autoperpetuante di controllo globale dei capitali. In quanto tali, queste 199 persone condividono un obiettivo comune di massimo ritorno degli investimenti per sé e per i propri clienti, e possono cercare di ottenere ritorni con ogni mezzo necessario, legale o no …. Le soluzioni istituzionali e strutturali all’interno dei sistemi di gestione del denaro del capitale globale cercano incessantemente di ottenere il massimo ritorno dagli investimenti e … le condizioni per le manipolazioni – legali o no – sono sempre presenti.”
Come alcuni ricercatori prima di lui, Phillips identifica l’importanza di quelle istituzioni transnazionali che assolvono a una funzione unificante. La Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, il G20, il G7, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il World Economic Forum (WEF), la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, la Banca dei Regolamenti Internazionali, il Gruppo dei 30 (G30), il Council on Foreign Relations, e la International Monetary Conference operano da meccanismi istituzionali per la costruzione del consenso in seno alla classe capitalista transnazionale e per la formulazione e l’attuazione delle politiche dell’élite del potere. Queste istituzioni internazionali servono gli interessi dei Giganti finanziari globali appoggiando politiche e regole che cercano di proteggere il flusso libero, non ostacolato del capitale e della raccolta di debito a livello mondiale.
Ma all’interno di questa rete di istituzioni transnazionali Phillips identifica due organizzazioni importantissime della pianificazione delle politiche dell’élite globale: il Gruppo dei Trenta (che ha 32 membri) e il comitato esecutivo ampliato della Commissione Trilaterale (che ha 55 membri). Queste società senza fini di lucro, che hanno ciascuna personale di ricerca e supporto, formulano politiche d’élite e diffondono istruzioni per la loro attuazione da parte di istituzioni governative transnazionali come G7, G20, FMI, WTO e Banca Mondiale. Le politiche d’élite sono anche attuate seguendo le istruzioni del relativo rappresentante, compresi i governi, nel contesto. Questi rappresentanti, poi, operano secondo le istruzioni ricevute. Così, questi 85 membri (perché due si sovrappongono) del Gruppo dei Trenta e della Commissione Trilaterale costituiscono un gruppo centrale di agevolatori del capitalismo globale, assicurando che “il capitale globale resti protetto, sicuro e crescente”.
Così, anche se molte delle maggiori istituzioni internazionali sono controllate da rappresentanti di stati-nazione e da banchieri centrali (con un potere proporzionale esercitato da sostenitori finanziari dominanti, quagli gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione Europea), Phillips è più interessato ai gruppi transnazionali di politiche che sono non governativi perché tali organizzazioni “contribuiscono a unire le élite di potere della TCC [Classe Capitalista Transnazionale) come classe” e gli individui coinvolti in queste organizzazioni agevolano il capitalismo mondiale. Operano come élite politiche che perseguono la continua crescita del capitale nel mondo.
Sviluppare questa lista di 199 amministratori delle maggiori società del mondo di gestione del denaro, sostiene Phillips, è un passo importante verso la comprensione di come funziona oggi globalmente il capitalismo. Questi amministratori dell’élite del potere globale prendono le decisioni riguardanti l’investimento di trilioni di dollari. Apparentemente in competizione, la ricchezza concentrata che condividono impone loro di collaborare per il loro bene maggiore identificando opportunità di investimento e soluzioni di condivisione dei rischi e di operare collettivamente per soluzioni politiche che creino vantaggi per il loro sistema di generazione di profitto nel suo complesso.
La loro priorità fondamentale consiste nel garantire un ritorno medio dagli investimenti compreso tra il 3 e il 10 per cento, o anche più. La natura dell’investimento è meno importante di ciò che produce: continui ritorni che supportino la crescita nel mercato complessivo. Dunque l’investimento di capitali nel tabacco, in armi belliche, in sostanze chimiche tossiche, nell’inquinamento e in altri beni e servizi socialmente distruttivi è giudicato unicamente in base al rendimento. L’interesse per i costi sociali e ambientali dell’investimento è inesistente. In altri termini, infliggere morte e distruzione va bene, perché è redditizio.
Allora qual è lo scopo dell’élite globale? In poche frasi Phillips lo descrive così: l’élite è largamente unita a sostegno dell’impero militare USA/NATO che persegue una guerra repressiva contro gruppi avversari – tipicamente definiti “terroristi” – intorno al mondo. Lo scopo reale della “guerra al terrore” è la difesa della globalizzazione transnazionale, il flusso non ostacolato di capitale finanziario in tutto il mondo, l’egemonia del dollaro e l’accesso al petrolio; non ha nulla a che fare con la repressione del terrorismo che genera, perpetua e finanzia per offrire copertura al suo piano reale. E’ per questo che gli Stati Uniti hanno una lunga storia di interventi militari e della CIA nel mondo ufficialmente a difesa degli “interessi nazionali”.
Ricchezza e potere
Un punto interessante che emerge, per me, dalla lettura dalla ponderata analisi di Phillips è che c’è una chiara distinzione tra gli individui e le famiglie che possiedono ricchezza e gli individui che possiedono (a volte in misura considerevole) meno ricchezza (che, tuttavia, resta considerevole) ma che, grazie alla loro posizione e ai loro collegamenti, esercitano una gran quantità di potere. Come Phillips spiega questa distinzione “la sociologia delle élite è più importante dei particolari individui d’élite e delle loro famiglie”. Solo 199 individui decidono come saranno investiti più di 40 trilioni di dollari. E questo è il punto centrale. Lasciatemi approfondire brevemente.
Ci sono nel mondo alcune famiglie realmente ricche, in particolare comprendenti le famiglie Rotschild (Francia e Regno Unito), Rockefeller (USA), Goldman-Sachs (USA), Warburg (Germania), Lehmann (USA), Lazards (Francia), Kuhn Loebs (USA), Israel Moses Seifs (Italy), Al-Saudi (Arabia Saudita), Walton (USA), Koch (USA), Mars (USA), Cargill-MacMillan (USA) e Cox (USA). Tuttavia non tutte queste famiglie perseguono apertamente il potere per piegare il mondo ai loro desideri.
Analogamente gli individui estremamente ricchi del mondo, quali Jeff Bezos (USA), Bill Gates (USA), Warren Buffett (USA), Bernard Arnault (Francia), Carlos Slim Helu (Messico) e Francoise Bettencourt Meyers (Francia) non sono necessariamente collegati in modo tale da esercitare un enorme potere. In realtà possono avere scarso interesse al potere in quanto tale, nonostante il loro ovvio interesse per la ricchezza.
In essenza alcuni individui e famiglie si accontentano di approfittare semplicemente di come funzionano il capitalismo e i suoi strumenti governativi e transnazionali ausiliari, mentre altri sono più politicamente impegnati nella ricerca di manipolare grandi istituzioni per ottenere risultati che non solo massimizzino il loro profitto, e dunque la loro ricchezza, ma anche modellino il mondo stesso.
Così, se si scorre la lista dei 199 individui che Phillips identifica al centro del capitale globale, essa non include nomi come Bezos, Gates, Buffett, Koch, Walton o persino Rothschild, Rockefeller o Windsor (la regina d’Inghilterra) nonostante la loro ricchezza ben nota e straordinaria. Come digressione, molti di tali nomi non sono presenti neppure nelle liste compilate da gruppi come Forbes e Bloomberg, ma la loro assenza da tali liste è dovuta a una ragione molto diversa, considerati la propensione di molti individui e famiglie realmente ricche di evitare certi tipi di pubblicità e il loro potere di assicurarsi di evitarla.
Diversamente dai nomi appena elencati, nell’analisi di Phillips nomi come Laurence (Larry) Fink (presidente e amministratore delegato di BlackRock), James (Jamie) Dimon (presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase) e John McFarlane (presidente di Barclays Bank), anche se non ricchi come quelli citati più sopra, esercitano molto più potere grazie alle loro posizioni e collegamenti in seno alla rete dell’élite globale di 199 individui.
Prevedibilmente allora, osserva Phillips, questi tre individui hanno stili di vita e orientamenti ideologici simili. Credono che il capitalismo sia un bene per il mondo e anche se disuguaglianza e povertà sono problemi importanti, credono che la crescita del capitale alle fine risolverà tali problemi. Sono relativamente inespressivi riguardo ai temi ambientali, ma riconoscono che le opportunità di investimento possono mutare in risposta alle “modificazioni” del clima. Da milionari sono proprietari di molte case. Hanno frequentato università d’élite e hanno salito rapidamente i gradini della finanza internazionale per arrivare al loro status attuale di giganti dell’élite del potere globale. “Le istituzioni che amministrano sono state dimostrate coinvolte in collusioni illegali con altri, ma le sanzioni amministrative legali da parte dei governi sono essenzialmente considerate come semplice parte dell’attività affaristica”.
Infine, come caratterizzerei questa descrizione, sono privi di un quadro legale o morale che guidi le loro azioni, che sia in relazione agli affari, agli altri esseri umani, alla guerra o all’ambiente e al clima. Sono evidentemente tipici dell’élite.
Ogni apparente interesse per le persone, come quello manifestato da Fink e Dimon in reazione alla violenza razzista a Charlottesville, USA, nell’agosto del 2017, è semplicemente inteso a promuovere “stabilità” o, più precisamente un clima stabile (cioè redditizio) per gli investimenti e i consumi.
L’assenza di interesse per le persone e per i problemi che potrebbero preoccupare molti di noi è evidente anche considerando l’ordine del giorno delle riunioni dell’élite. Si consideri la International Monetary Conference. Fondata nel 1956 è una riunione privata annuale delle poche centinaia di banchieri al vertice nel mondo. L’Associazione dei Banchieri Statunitensi (ABA) funge da segreteria della conferenza. Ma, come segnala Phillips, “nulla nell’ordine del giorno pare affrontare le conseguenze socioeconomiche degli investimenti per stabilire gli impatti sulle persone e sull’ambiente”. Una lettura casuale dell’agenda di qualsiasi riunione dell’élite rivela che questo commento di applica ugualmente a ogni forum dell’élite. Si veda, ad esempio, l’agenda della recente riunione del WEF a Davos. Qualsiasi discorso di “preoccupazione” è retorica fuorviante.
Dunque, nelle parole di Phillips, i 199 amministratori dei Giganti globale sono “un insieme molto selezionato di persone. Si conoscono tutti personalmente o sanno gli uni degli altri. Almeno 69 hanno partecipato al World Economic Forum dove spesso sono membri di comitati o tengono presentazioni pubbliche. Hanno prevalentemente frequentato le stesse università e interagiscono in ambienti dell’alta società nelle maggiori città del mondo. Sono tutti ricchi e detengono un numero considerevole di azioni in uno o più dei Giganti finanziari. Sono tutti profondamente dediti all’importanza di mantenere la crescita del capitale nel mondo. Alcuni sono sensibili a temi ambientali e di giustizia sociale, ma sembrano incapaci di collegare tali temi alla concentrazione globale del capitale”.
Naturalmente l’élite globale non può gestire da sola il sistema mondiale. L’élite ha bisogno di rappresentanti per svolgere molte delle funzioni necessarie per controllare le società nazionali e le persone al loro interno. “Gli interessi dell’Élite del Potere Globale e della TCC sono pienamente riconosciuti dalle maggiori istituzioni della società. Governi, servizi di spionaggio, decisori della politica, università, forze di polizia, esercito e media industriali operano tutti a sostegno dei loro interessi vitali”.
In altri termini, per elaborare il punto di Phillips e ampliarlo un po’, attraverso il loro potere economico i Giganti controllano tutti gli strumenti mediante i quali sono attuate le loro politiche. Che si tratti di governi, forze militari nazionali, “militari a contratto” o mercenari (con almeno 200 miliardi di dollari spesi globalmente per la sicurezza privata, l’industria impiega attualmente circa quindici milioni di persone in tutto il mondo) usati sia in guerre “all’estero” ma anche suscettibili di essere impiegati in futuro nel controllo interno, o di agenzie chiave di “intelligence”, di sistemi legali e di forze di polizia, di grandi organizzazioni non governative o delle accademie, delle industrie dell’istruzione, delle “pubbliche relazioni”, dei media industriali, delle industrie mediche, psichiatriche e farmaceutiche, tutti gli strumenti sono pienamente rispondenti al controllo dell’élite e sono progettati per disinformare, ingannare, togliere potere, intimidire, reprimere, imprigionare (in un carcere o in un manicomio), sfruttare e/o uccidere (a seconda dell’elettorato) il resto di noi, come è facilmente evidente.
Difesa dell’élite del potere
Phillips osserva che l’élite del potere si preoccupa continuamente della ribellione “delle turbolente masse sfruttate” contro la sua struttura di ricchezza concentrata. E’ per questo che l’impero militare statunitense svolge da lungo tempo il ruolo di difensore del capitalismo globale. In conseguenza gli Stati Uniti hanno più di 800 basi militari (alcuni studiosi suggeriscono 1.000) in 70 paesi e territori. In confronto il Regno Unito, la Francia e la Russia hanno circa 30 basi all’estero. Inoltre le forze militari statunitensi sono oggi schierate nel 70 per cento delle nazioni del mondo con il Comando delle Operazioni Speciali USA (SOCOM) che ha soldati in 147 paesi, un aumento dell’80 per cento dal 2010. Queste forze conducono regolarmente attacchi antiterrorismo, tra cui assassinii con i droni e incursioni di uccisione/cattura.
L’impero militare statunitense ha alle spalle centinaia di anni di sfruttamento coloniale e continua ad appoggiare governi repressivi, sfruttatori che collaborano con il programma imperiale del capitale globale. Governi che accettano investimenti esterni di capitale, di cui beneficia un piccolo segmento dell’élite del paese, lo fanno sapendo che il capitale pretende un ritorno dagli investimenti che comporta esaurire risorse e persone per guadagno economico. L’intero sistema prosegue la concentrazione di ricchezza per le élite e un’accresciuta disuguaglianza abietta per le masse…”
Comprendere la guerra permanente come una valvola economica di sfogo per il surplus di capitale è una parte vitale della comprensione del capitalismo oggi nel mondo. La guerra offre opportunità di investimenti per i Giganti e le élite della TCC e un ritorno garantito sul capitale. La guerra svolge anche una funzione repressiva mantenendo le masse sofferenti dell’umanità impaurite e obbedienti”.
Come elabora Phillips: è per questo che la difesa del capitale globale è il principale motivo per il quale oggi i paesi della NATO rappresentano l’85 per cento della spesa militare mondiale; gli Stati Uniti spendono per l’esercito più del resto del mondo messo insieme.
In essenza “l’Élite del Potere Globale usa la NATO e l’impero militare statunitense per la sua sicurezza mondiale. Questo fa parte di una strategia in espansione di dominio militare statunitense nel mondo, mediante il quale l’impero militare USA/NATO, consigliato dall’Atlantic Council dell’élite del potere, opera al servizio della Classe Industriale Transnazionale per la protezione del capitale internazionale ovunque nel mondo.”
Questo comporta “ulteriore impoverimento della metà in basso della popolazione mondiale e un’incessante spirale al ribasso dei salari per l’80 per cento del mondo. Il mondo sta affrontando una crisi economica e la soluzione neoliberista consiste nello spendere meno per i bisogni umani e più per la sicurezza. E’ un mondo di istituzioni finanziarie finite fuori controllo in cui la risposta al collasso economico consiste nello stampare più moneta attraverso alleggerimenti quantitativi, inondazione della popolazione con trilioni di nuovi dollari che producono inflazione. E’ un mondo di guerra permanente, nella quale spendere per la distruzione richiede altra spesa per ricostruire, un ciclo che avvantaggia i Giganti e le reti globali del potere economico. E’ un mondo di uccisioni mediante droni, assassinii extragiudiziali, morte e distruzione in patria e all’estero.”
Dove sta andando tutto questo?
Dunque quali sono le implicazioni di questo stato di cose? Phillips risponde in modo inequivocabile: “Questa concentrazione di ricchezza protetta conduce a una crisi di umanità, nella quale la povertà, la guerra, la fame, l’alienazione di massa, la propaganda mediatica e la devastazione dell’ambiente stanno diventando una minaccia a livello di specie. Ci rendiamo conto che il genere umano è a rischio di possibile estinzione”.
Egli prosegue affermando che l’Élite del Potere Globale è probabilmente la sola entità “in grado di correggere questa situazione senza grandi disordini, guerra e caos” ed elabora un fine importante del suo libro: suscitare la consapevolezza dell’importanza del cambiamento sistemico e della ridistribuzione della ricchezza sia tra i lettori generali del libro, sia anche presso l’élite “nella speranza che possa avviare il processo di salvare l’umanità”. Il poscritto del libro è “Una lettera all’Élite del Potere Globale”, cofirmata da Phillips e da 90 altri, che implora l’élite di agire in conformità.
Non è più a lungo accettabile per voi credere di poter gestire il capitalismo in modo che si apra la via crescendo dalle grossolane disuguaglianze che tutti oggi viviamo. L’ambiente non può accettare altro inquinamento e sprechi e a un certo punto diventano inevitabili dovunque agitazioni civili. L’umanità ha bisogno che voi vi facciate avanti ad assicurare che ciò che è lasciato calare dall’alto diventi un fiume di risorse che raggiunga ogni bambino, ogni famiglia e tutti gli esseri umani. Vi sollecitiamo a usare il vostro potere per operare i cambiamenti necessari per la sopravvivenza dell’umanità”.
Ma egli sottolinea anche che i movimenti sociali nonviolenti, usando la Dichiarazione dei Diritti Umani come codice morale, possono accelerare il processo di ridistribuzione della ricchezza esercitando pressioni perché l’élite agisca.
Conclusione
Peter Phillips ha scritto un libro importante. Per quelli di noi interessati a comprendere il controllo del mondo da parte dell’élite questo libro è un’aggiunta vitale alla propria libreria. E come ogni buon libro, come vedrete dai miei commenti più sopra e di seguito, ha sollevato per me ancora altre domande, pur contemporaneamente rispondendo a molte.
Nel leggere lo stimolante e schietto resoconto di Phillips riguardo al comportamento dell’élite mi sono ricordato, ancora una volta, che l’élite per potere globale è straordinariamente violenta e del tutto folle: felice di uccidere persone in gran numero (attraverso la fame o la violenza militare) e di distruggere la biosfera per profitto, con zero senso del futuro oggi limitato dell’umanità. Si veda The Global Elite is Insane Revisited’ e ‘Human Extinction by 2026? A Last Ditch Strategy to Fight for Human Survival’ con spiegazioni più dettagliate della violenza e della follia qui: Why Violence?’ and ‘Fearless Psychology and Fearful Psychology: Principles and Practice’.
Per questo motivo io non condivido la sua fiducia in appelli morali all’élite, come articolati nella lettera del suo poscritto. Fare un appello va bene, ma la storia non offre alcuna evidenza che suggerisca che ci sarà una qualche reazione significativa. La morte e la distruzione inflitte dalle élite sono notevolmente redditizie, vecchie di secoli e continue. Ci vorranno campagne nonviolente potenti, focalizzate strategicamente (o il collasso della società) per forzare i cambiamenti necessari del comportamento delle élite. Dunque io sottoscrivo pienamente il suo appello ai movimenti sociali nonviolenti perché forzino l’azione dell’élite nel caso non fossimo in grado di operare i necessari cambiamenti senza il suo coinvolgimento. Se vedanoA Nonviolent Strategy to End Violence and Avert Human Extinction and Nonviolent Campaign Strategy.
Incoraggerei anche l’azione indipendente, in uno o più di numerosi modi, da parte di quegli individui e comunità sufficientemente forti per condurla. Ciò include far crescere individui forti facendo My promise to Children”, partecipando a “The Flame Tree Project to Save Life on Earthe firmando l’impegno in rete di “The People’s Charter to Create a Nonviolent World”.
Fondamentalmente “Giants: The Global Power Eliteè una chiamata all’azione. Il professor Peter Phillips è profondamente consapevole della nostra emergenza – politicamente, socialmente, economicamente, ambientalmente e climaticamente – e del ruolo critico svolto dall’élite del potere globale nel generare tale emergenza.
Se non riusciamo a convincere l’élite del potere globale a reagire sensatamente a tale emergenza, o non riusciamo in modo nonviolento a costringerla a farlo, il tempo dell’umanità sulla terra è davvero limitato.
Robert J. Burrowes è impegnato da una vita a comprendere la violenza umana e a porvi fine. Conduce estese ricerche dal 1966 in un tentativo di comprendere perché gli esseri umani siano violenti ed è un attivista nonviolento dal 1981. E’ autore diWhy Violence?”. Il suo indirizzo email èflametree@riseup.net e il suo sito web è qui.
Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

venerdì 17 marzo 2017

L’Europa, da trent’anni al fianco della finanza



La crisi finanziaria del 2007-9 può essere considerata una conseguenza di quel trentennale processo di finanziarizzazione – termine di cui esistono diverse definizioni ma che per semplicità possiamo identificare con il peso e il potere crescenti assunti dalla finanza e dal capitale finanziario nell’economia – che fu la risposta (indubbiamente geniale) del capitalismo alla stagnazione dei salari provocata dalla guerra vittoriosa ingaggiata dal capitale nei confronti del lavoro nel corso e per mezzo di quella che è stata definita la “controrivoluzione neoliberista”. In sostanza, la crescente erosione dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali fu “compensata” dall’aumento esponenziale dell’indebitamente privato, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di “keynesismo privatizzato”. Sarebbe a dire che le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni ’70 in poi.
Questo processo di finanziarizzazione si è espletato sostanzialmente in due modi: (i) a livello internazionale, attraverso la liberalizzazione dei flussi di capitale, che – è il caso di sottolineare – fu una scelta squisitamente politica e non una conseguenza inevitabile della modernità e del progresso, come spesso viene detto, anche a sinistra; (ii) a livello nazionale, attraverso la liberalizzazione dei sistemi bancari e creditizi nazionali, per mezzo dello smantellamento di tutta quell’architettura regolatoria messa in piedi in alcuni paesi in seguito alla grande depressione e poi in maniera più diffusa in seguito alla seconda guerra mondiale, e che fu una delle architravi del cosiddetto “trentennio glorioso” (che poi tanto glorioso non fu ma quello è un altro discorso).
Su entrambi questi fronti l’Europa – e, ahimè, la sinistra europea – ha fatto da apripista. Sul fronte della liberalizzazione dei capitali l’Europa ha praticamente anticipato tutti. Basti pensare che già nell’Atto unico dell’86 – quindi parliamo di un momento in cui praticamente tutti i paesi europei impiegavano controlli di capitale di qualche tipo ed anzi questi erano considerati fondamentali per il corretto funzionamento del mercato unico – Jacques Delors, l’allora presidente della Commissione, riuscì a inserire la libera circolazione dei capitali (non solo tra paesi membri ma anche tra paesi della CEE e paesi terzi) tra le architravi della nascente costituzione economica europea. Questo diede uno spinta decisiva alla liberalizzazione dei flussi di capitale a livello globale. Come scrive Rawi Abdelal, professore di management internazionale ad Harvard: «Questa nuova definizione del carattere economico europeo rappresentò il motore principale della diffusione della libera circolazione dei capitali a livello mondiale… I mercati finanziari globali sono globali in primo luogo grazie al processo di integrazione finanziaria europea». Tale processo ha inoltro giocato un ruolo cruciale nel determinare la crisi dell’eurozona, come vedremo.
Questo per quanto riguarda la liberalizzazione dei flussi di capitale. L’Europa però ha fatto da apripista anche sull’altro fronte di tale processo, la liberalizzazione e la deregolamentazione dei sistemi bancari nazionali. Si è parlato tanto in questi anni del ruolo giocato nella crisi finanziaria dall’abrogazione da parte di Clinton, nel 1999, della famosa legge Glass-Steagall, introdotta da Roosevelt negli anni ’30 per separare le banche commerciali dalle banche d’investimento e impedire la formazione di quelle banche “too big to fail” che hanno giocato un ruolo determinate nella crisi. Ora, quello fu sicuramente un passaggio importante per quanto riguarda il contesto statunitense. Quello che però spesso ci si dimentica di dire è che l’Europa anticipò praticamente di un decennio gli Stati Uniti nell’abrogare le varie leggi “Glass-Steagall” che esistevano nei diversi ordinamenti nazionali europei. Già nel 1989 la Seconda direttiva bancaria della CEE, finalizzata alla creazione di un mercato unico dei servizi finanziari, gettò di fatto le basi legali per l’estensione del cosiddetto “modello tedesco” della banca universale – sarebbe a dire un sistema in cui alle banche è permesso di partecipare ad attività diverse e di agire sia da banca commerciale che da banca d’investimento – al resto della Comunità europea.
La Seconda direttiva rappresentò una sorta di legge bancaria sovranazionale che funse da quadro di riferimento per le riforme dei vari sistemi bancari nazionali negli anni a venire. In Italia la direttiva fu recepita nella Legge Amato del 1990, che permise alle banche di superare il divieto, introdotto nel 1936, di operare contemporaneamente come imprese commerciali e di investimento. Rappresentò in un certo senso l’equivalente italiano dell’abolizione della Glass-Steagall fatta da Clinton, con dieci anni di anticipo rispetto agli Stati Uniti però. Come per la liberalizzazione dei flussi di capitale, anche questo ebbe inevitabilmente un impatto a livello internazionale, fornendo l’impulso alla liberalizzazione dei sistemi bancari anche all’infuori dell’Europa e in particolare negli USA. Uno dei risultati della Seconda direttiva bancaria, infatti, fu il progressivo consolidamento delle banche europee, che in pochi anni divennero significativamente più grandi e concentrate delle loro corrispettive statunitensi, tanto che cominciarono ad acquisire diverse banche statunitense. Fu proprio la minaccia (reale) rappresentata dalle banche europee a cui si appellarono le banche statunitensi per ottenere dai legislatori l’abolizione della Glass-Steagall.
Arriviamo così alla crisi finanziaria del 2007-9. Va notato che persistono ancora delle letture molto discutibili di cosa fu realmente quella crisi. È ancora diffusa, per esempio, l’opinione secondo cui le banche e le istituzioni europee furono semplici “vittime collaterali” di una crisi generatasi oltreoceano. Non è così. Come scrisse Luciano Gallino: «Non si è affatto trattato di una crisi americana seguita da una crisi europea; in realtà la prima e la seconda sono due volti, o due fasi, di una medesima crisi del capitale finanziario». Come è noto, negli Stati Uniti la crisi fu il risultato dello scoppio della bolla dei cosiddetti subprime: mutui facili concessi dalle banche americane a soggetti a basso reddito che non erano in grado di ripagare tali debiti, cosa che però importava poco alla banche giacché questi debiti venivano impacchettati (“cartolarizzati”) e poi rivenduti a terzi.
Le stesse dinamiche ebbero luogo in Europa, solo su scala molto più grande. Prima di entrare nel merito della faccenda, è opportuno notare che – proprio in virtù del ruolo di avanguardia giocato dall’Europa nei processi di finanziarizzazione – alla vigilia della crisi (ma lo stesso è vero anche oggi) il sistema bancario europeo si presentava molto più grande di quello americano. Tanto per farsi un’idea: a fine 2007, tra i primi venti gruppi bancari del mondo per volume degli attivi, ben quattordici erano europei e solo tre erano americani. In totale, alla vigilia della crisi finanziaria, gli istituti finanziari europei (esclusi quelli svizzeri) – settemila in tutto – detenevano attivi per 37,7 trilioni di euro, pari quasi al 300 per cento del PIL dell’Unione. Di questi, 20 trilioni – pari al 150 per cento del PIL dell’UE – erano in mano a dieci mega-banche (con attivi equivalenti a una grossa fetta del PIL dei rispettivi paesi). Per contro, gli attivi totali del sistema bancario americano ammontavano “solo” al 78 per cento del PIL.
Se prendiamo la cosiddetta “leva finanziaria” – cioè il rapporto tra capitali propri e capitali presi a prestito – come misura della propensione al rischio e alla speculazione finanziaria di una certa banca, risulta evidente che le banche europee, lungi dall’essere delle vittime collaterali dei malaffari delle banche americane, erano dedite esattamente alle stesse pratiche ad altissimo rischio sistemico (e al limite della legalità) delle loro controparti d’oltreoceano. E spesso su scala ancora maggiore. Se Lehman Brothers e Bank of America – due delle banche al centro della crisi dei subprime – registravano alla vigilia della crisi rispettivamente una leva di 31:1 e 11:1, in Europea ING registrava una leva di 49:1, Deutsche Bank di 53:1 e Barclays – che risultava essere la banca più indebitata al mondo – addirittura di 61:1. Questo giusto per farsi un’idea di quanto sia fallace l’idea che esista una “cattiva” finanza americana e una “buona” finanza europea.
Dicevamo che in Europa abbiamo visto delle dinamiche simili alla crisi dei subprime USA. Ecco, sostanzialmente potremmo dire che se negli USA le banche si concentrarono su cittadini subprime, in Europa le banche si concentrarono su paesi subprime. Con l’introduzione dell’euro abbiamo assistito ad un’esplosione dei flussi finanziari transfrontalieri. In pratica, enormi flussi di capitale si sono riversati dai paesi del centro (come Francia e Germania) verso quelli della periferia, alla ricerca di margini di profitto più alti di quelli che potevano ottenere in patria. Nella maggior parte dei casi, questi flussi si sono riversati verso altre banche – contribuendo all’aumento dell’indebitamento privato dei paesi della periferia – ma in alcuni casi si sono riversati anche in titoli di Stato, come in Grecia, favorendo invece l’aumento dell’indebitamento pubblico. Questo ha contribuito ad alimentare enormi bolle speculative in paesi come Irlanda, Spagna e Grecia, che a loro volta sono all’origine degli altrettanto enormi squilibri di partite correnti generatisi in seguito all’introduzione dell’euro. In tutti i casi, comunque, l’aumento dei livelli di indebitamento – sia privato che pubblico – nel periodo antecedente alla crisi può essere ricondotto alla creazione e all’architettura ultra-finanziarizzata dell’unione monetaria, come ha riconosciuto lo stesso vicepresidente della BCE Vítor Constâncio.
Uno potrebbe dire: ma le banche non si rendevano conto di correre dei rischi a prestare grandi quantità di denaro alle banche e ai governi di paesi politicamente poco affidabili e strutturalmente piuttosto deboli? La risposta, di cui troviamo conferma nelle dichiarazioni di diversi banchieri europei, è che no, non pensavano di correre dei rischi perché erano sicuri che in caso di crisi le istituzioni pubbliche sarebbero intervenute per salvarle. E così è stato: secondo un rapporto della Commissione Europea, tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la Commissione stessa ha approvato 4.600 miliardi di euro di aiuti di Stato in favore delle istituzioni finanziarie da parte di paesi UE, equivalenti al 37 per cento del PIL dell’Unione. Quattro paesi hanno presentato programmi di aiuti alle banche che vanno dai 600 miliardi della Germania agli 850 del Regno Unito (che nel 2008 ha anche parzialmente nazionalizzato due banche, la Royal Bank of Scotland e la Lloyd Banking Group). I programmi di altri quattro paesi variavano tra i 320 miliardi dell’Olanda e i 350 della Francia. L’ammontare del sostegno pubblico effettivamente utilizzato dalle istituzioni finanziarie è stato di 960 miliardi di euro nel 2008 e 1100 miliardi nel 2009: oltre 2000 miliardi di euro in soli due anni.
Ovviamente questi salvataggi non hanno solo riguardato le banche dei paesi coinvolti: indirettamente hanno riguardato anche le banche creditrici, ossia le banche dei paesi del centro – Germania e Francia – che si erano indebitate nei confronti delle banche (e nel caso della Grecia del governo) della periferia. Salvando le banche della periferia i governi di quei paesi hanno indirettamente salvato le banche dei paesi del centro. Questi salvataggi sono ovviamente all’origine dell’esplosione dei livelli di deficit e di debito pubblico a cui abbiamo assistito dal 2009 in poi, che è stato poi utilizzato – in un’operazione di propaganda francamente vergognosa – per trasformare una crisi finanziaria e del debito privato in una crisi del debito pubblico e delle finanze pubbliche, giustificando così l’imposizione di quelle violentissime misure di austerità che sono all’origine della profondissima crisi sociale ed economica in cui versa l’Europa (e in particolare i paesi della periferia).
Ma non è finita qui. Come è noto, l’effetto dei salvataggi bancari – e più in generale della crisi economica – sulle finanze pubbliche di questi paesi è stato così devastante che di lì a poco, dopo la Grecia, anche Irlanda, Portogallo e Spagna si sono visti costretti a chiedere “aiuto” alla troika. Anche in questo caso, però, emerge che il grosso dei soldi è stato utilizzato per permettere alle banche della periferia (e nel caso della Grecia, allo Stato) di onorare gli impegni con le banche creditrici, in gran parte banche tedesche e francesi, non per risanare i buchi di bilancio. Di fatto, si è trattato di un doppio salvataggio a favore delle banche creditrici (triplo se includiamo anche il modo in cui il sistema TARGET2 della BCE ha permesso alle banche del centro di rientrare di una parte dei loro debiti nei confronti delle banche della periferia). Agli interventi statali a sostegno delle banche bisogna poi aggiungere il sostegno della BCE, che di fatto si è attivata per offrire una fonte illimitata di liquidità alle banche della zona euro.
Per concludere, potremmo dire che, di fronte di una crisi dettata da un’eccessiva finanziarizzazione dell’economia, le autorità pubbliche hanno sostanzialmente scelto di accelerare ancora di più nel siffatto processo di finanziarizzazione. L’Europa è un esempio lampante: da un lato abbiamo avuto misure di austerità feroce per i governi e per “l’economia reale” – che hanno accelerato processi di deindustrializzazione già in corso – mentre dall’altro abbiamo visto le autorità nazionali e sovranazionali fare di tutto di tutti per rilanciare i processi di accumulazione finanziaria, senza perseguire praticamente alcuna riforma fondamentale del sistema bancario. Non è dunque esagerato affermare che la crisi in Europa è stata utilizzata soprattutto per approfondire e “portare a termine”, per così dire, il processo di neoliberalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia, di cui oggi paghiamo le conseguenze in termini economici e politici.
Rielaborazione di una relazione tenuta in occasione dell’incontro su “Il sistema bancario europeo e la crisi” organizzato da Rethinking Economics Bologna all’Università di Bologna il 9 marzo 2017. 
Pubblicato da Eunews il 13/3/2017

sabato 9 luglio 2016

Brexit e banche, parla l’economista Galloni: “Si può uscire dal baratro senza l’Europa che alimenta la turbofinanza”

Negli anni Ottanta, da funzionario, fu isolato per le sue posizioni ostili ai trattati e critiche su euro, sistema finanziario e banche. Oggi le sue teorie vengono prese a prestito anche da chi lo avversava. "Bisogna ribaltare i paradigmi senza venire a patti con le istituzioni: sono parte del problema e non hanno soluzioni", è la sua ricetta. Ai Cinque Stelle che attingono alle sue tesi dice: "Sono disponibile, ma per un progetto senza compromessi"



di Thomas Mackinson da ilfattoquotidiano

Alle cronache dell’epoca era passato come “l’oscuro funzionario che fece paura a Helmut Kohl”. Da una posizione di vertice al ministero del Bilancio dell’Italia anni Ottanta aveva osato avversare apertamente i trattati europei. Profetico, a tratti perfino eversivo nelle sue teorie macroeconomiche, metteva già in discussione le politiche neoliberiste, il futuro della moneta unica, il dogma degli investimenti senza debito. E ora, a distanza di trent’anni e di molti libri e conferenze, anche chi governa nei consessi internazionali, perfino chi manovra la nave dell’eurozona alla deriva, inizia a parlare la sua strana lingua. Chiamiamo Antonino Galloni che è sera. Il “pericoloso funzionario”, ormai vicino alla pensione, è alle prese con un pollo ruspante a chilometri zero, da cucinare con lime, vino, carote e timo: “Un peccato non usare certe ricette”, sospira. Le sue le ha scodellate da tempo al servizio di tutti ma per diversi decenni sono rimaste confinate sullo scaffale degli economisti eterodossi, quelli che i politici non ascoltano perché propongono cambiamenti radicali. Ex funzionario del ministero del Bilancio, direttore generale di quello del Lavoro, un tempo docente universitario, Nino Galloni non ha perso per strada le sue convinzioni che ha perfezionato nel tempo, soprattutto alla luce degli sconvolgimenti in corso. Le spiega con pazienza, al telefono, e si premura di avvertire i Cinque Stelle che tante volte alle sue tesi hanno attinto: “Sono pronto a dare una mano, purché l’ansia di governare non li faccia piegare alle richieste delle istituzioni internazionali di dimostrarsi affidabili a tutti i costi, perché così non cambierà nulla. Se qualcuno cerca un programma avanzato per uscire dal baratro, ecco, io ce l’ho”.
Partiamo dal baratro: le banche, i mercati e la finanza
Sempre lì siamo. E’ il conto che tutti paghiamo al dominio del pensiero unico di matrice neoconservatrice, quello che dagli anni Ottanta ha imposto un modello capitalistico irresponsabile che oggi non è più nemmeno di mercato ma guidato da algoritmi matematici. Il suo obiettivo è massimizzare l’emissione di titoli e i debitori – Stati compresi – perché siano deboli, poco solvibili e sottomessi. Questo costringe a far aumentare la circolazione di derivati e swap (scommesse su tutto, ci spiega). Così si fanno milioni di miliardi di dollari di titoli tossici. Il punto è come uscirne, perché è ormai chiaro che il soccorso che trasferisce Pil a copertura dei debiti delle banche non potrà durare per sempre. I titoli tossici e fasulli in circolazione, a livello planetario, rappresentano 54 volte il Pil mondiale. Stiamo salvando il peggio.

Appunto, come se ne esce?
C’è chi pensa a passare la nottata invece di fermare la roulette impazzita. Possiamo partire proprio dalle banche, ipotizzando un ruolo e una contabilità diversa. Si deve tornare alla separazione tra chi eroga credito operando come agente di sviluppo sul territorio e chi fa raccolta a fini speculativi. Nel credito, poi, si dovrebbe ragionare su una contabilità vera che metta nel conto economico delle banche tutti i versamenti delle rate a titolo di estinzione dei debiti, mentre ora vengono calcolati solo gli interessi.

Cosa cambierebbe?
Quella che oggi si chiama “perdita” o sofferenza sarebbe correttamente contabilizzata per quello che è: un mancato arricchimento. Si abbatterebbe il margine operativo, che resterebbe però sempre a livelli stratosferici, dell’ordine del 50-60%, detratti i costi di funzionamento della banca. E su quelli potrei fargli pagare le tasse, con un’aliquota che diventa bassa per tutti, ricavando così un gettito che concorra a tenere in piedi il sistema.

Un esempio, per capire…
Mettiamo che lei abbia un’impresa di spettacolo e si fa finanziare un milione di euro. Paga gli operai, i costi, l’intermediazione bancaria e alla fine riesce a restituire solo la metà. Ebbene quei 500mila euro, detratti i costi bancari che poniamo siano del 10%, la banca incassa comunque un attivo di 450mila euro netti. E’ una perdita o un guadagno? E più in generale: oggi si finanzia solo ciò che porta profitto ma siamo fuori dall’età della scarsità delle risorse e lo sviluppo responsabile potrebbe essere limitato solo dalla disponibilità del fattore umano, se solo si annoverassero tra le attività necessarie per un Paese i servizi alla persona, la cura dell’ambiente, l’innovazione tecnologica e tutti quei fattori che sono alla base dello sviluppo.

Perché non lo si fa?
Perché significherebbe avere piena occupazione e aumento dei salari, la gente non sarebbe più asservita e dunque un mondo rispetto al quale il vecchio modo di governare, basato sulla soggezione della gente, non funziona più e salta. Le soluzioni all’attuale crisi economica ci sono ma comportano un’emancipazione delle popolazioni, un aumento alla partecipazione democratica, il ripristino della classe media al posto della categoria dei cittadini-sudditi. Oggi la gente è disperata: non trova lavoro, non riesce a pagare il mutuo, ha paura di quello che può accadere al primo imprevisto. E sta buona. Senza questa sottomissione economica le classi dirigenti andrebbero in crisi: e come facciamo noi a sopravvivere?, si chiedono i parassiti.

E’ un fan delle teorie del controllo sociale alla Bildenberg?
I poteri forti esistono e dominano perché non c’è una classe politica degna di questo nome. Quando ci sono i Roosevelt, i Kennedy, i Moro, i Mattei è chiaro che questi poteri occulti hanno meno peso e importanza. Attraverso gli squilibri finanziari, monetari e bancari mantengono il controllo sulla formazione delle stese classi dirigenti che poi vanno formalmente a governare i paesi.

Che margini ci lasciano?
Si potrebbe ancora rovesciare il tavolo delle regole, forse. Ad esempio autorizzando i disavanzi dei Paesi in funzione del tasso di disoccupazione e non di parametri finanziari decisi chissà dove e come. Ma certo non lo può fare questa Unione Europea e le istituzioni che sono parte del problema.

E perché?
Perché sono lontanissime e tendenzialmente ostili a favorire la consapevolezza delle masse che un certo meccanismo si è rotto. E tendono a tamponare le situazioni per mantenere lo status quo. Le democrazie che guidano sono in crisi perché non sono riuscite a stabilire la differenza tra cittadino e suddito. Per ristabilirla, serve recuperare sovranità e capire quale è il modello economico oggi sostenibile. Ritengo che sia arrivato il momento di infrangere dei tabù e di tentare politiche opposte, di aumento dei salari e della spesa pubblica in disavanzo, di riconoscere la sostenibilità dei rendimenti negativi una volta si sia capito che credito e moneta sono a costo zero non hanno bisogno di copertura ma solo di stimolare la produzione di quei servizi necessari alla comunità di cui si dice erroneamente che mancano i soldi.

Ma abbiamo il debito pubblico alle stelle…
E’ vero. Ma su questo si deve fare un ragionamento finalmente vero e più onesto. Quando andiamo in banca ad accendere un mutuo ci viene concessa una somma fino a cinque volte il nostro reddito annuale. Il reddito di un Paese è il Prodotto interno lordo, ma il debito va paragonato al patrimonio che è di gran lunga superiore. Questa idea per cui siamo appesi ai conti economici delle entrate e delle uscite è una mistificazione che comprime le possibilità di sviluppo e di piena occupazione.

Da molto tempo è ai piani alti del ministero del Lavoro. Come sta andando l’occupazione?
Oggi ho incarichi di controllo ma non ho mai smesso di ragionare su dati, parametri e interventi che di volta in volta vengono fatti. Purtroppo non si è cambiato strada, le esigenze della società continuano a non trovare una risposta attraverso il lavoro. Un errore fondamentale è stato fatto quando ero direttore generale, allora lo denunciavo e oggi timidamente qualche ammissione arriva anche dal ministro. La flessibilizzazione è diventata sciaguratamente precarizzazione perché non si è realizzato il principio secondo cui il lavoratore flessibile doveva costare di più alle imprese di uno stabilizzato.

E le misure del governo?
Col Jobs Act si sono ridotti i diritti dei lavoratori stabili per renderli più appetibili alle imprese e ha funzionato, tuttavia ha eroso la stabilità di chi era garantito. L’effetto lo si vede nell’esplosione dei 500mila voucher che hanno portato altrettanti lavoratori sotto lo schiaffo del caporalato segnando una grande sconfitta per il ministero, per il governo e per il Paese. Tocca chiedersi cosa succederà: se pretendiamo il rispetto della legalità finiremo per togliere lavoro a questa gente per poi reimportare arance e pomodori dal Nord Africa. E’ questo il sacco in cui si trova il lavoro. E tocca capire anche cosa succederà dopo tre anni, quando termineranno gli incentivi previdenziali. Nel frattempo assistiamo a un paradosso: in certi momenti l’occupazione (precaria) è cresciuta più del Pil, e allora il grande successo di queste politiche è… far calare la produttività.

Cosa pensa della Brexit? E’ il segno della disgregazione dell’Europa?
Ha creato un po’ di panico a livello delle classi dirigenti perché si è visto che la gente non si è fatta condizionare e ha scelto in base alla valutazione dei propri interessi. Significa che, in fondo, era stato sottovalutato l’impatto che le classi più umili, le persone più anziane, percepivano delle situazione come negativa. Gli inglesi che hanno votato “si” vogliono liberarsi di una serie di vincoli e problemi e tornare a un maggior realismo in economia, a una maggiore centratura sul livello locale e in parte anche sulle tradizioni. Ma in concreto a breve cambierà poco perché già la Gb non faceva parte dell’euro e ora potrà negoziare accordi di comune interesse. Se la sterlina si svaluta andremo in vacanza a Londra spendendo di meno e verranno meno turisti inglesi da noi. Ma la conseguenza più grande è che si possono rimettere in gioco parecchi equilibri.

Tanto rumore per nulla?
Diverso è se si considera la cosa a livello geopolitico. E’ chiaro che la Corona inglese non si sia spesa per il “remain”. Significa che aveva strategie alternative, come quelle mai nascoste di recuperare il controllo della sua colonia preferita cioè gli Usa che in questo  momento sono un po’ allo sbando. Quindi tramite la finanza e altri strumenti che sono il nocciolo duro dell’Inghilterra pensa di avvicinarsi di più ai cugini d’Oltreoceano. Non significa che il Regno Unito, se tale rimane, si allontani dall’Europa ma certo si avvicinerà di più all’America e potrebbe ad esempio rilanciare il TTIP, che era mezzo morto.

Se ci fosse un referendum in Italia come finirebbe?
Non è questo il punto. Se usciamo dall’Europa è per andare dove? Penso che l’Italia potrebbe giocare un ruolo fondamentale nel dialogo Usa-Russia per spostare il baricentro dell’economia europea verso il Mediterraneo che è necessario anche per gestire i flussi migratori e respingere il terrorismo a sfondo religioso. Paradossalmente, per giocarsela in Europa, l’Italia dovrebbe rompere con essa e fare un accordo restrittivo con la Russia, ma meglio portare avanti un dialogo tra Usa-Russia di cui siamo i principali referenti e beneficiari. Il governo italiano dovrebbe battersi per il superamento delle sanzioni.

Come reagirebbe l’Europa?
Il problema è che Renzi o chiunque altro, anche se legittimati da un referendum no euro, non potrebbero cogliere questa prospettiva  perché Francia e Germania non lo consentirebbero: loro che hanno avuto maggiori vantaggi di noi da questa Europa a due velocità, già soffrono e non ci stanno a perdere peso.

Le sue tesi piacciono al M5S che oggi ambisce a governare. Risponderebbe a una “chiamata”?
Sì, ma mi preme chiarire un aspetto. Dall’origine del Movimento ad oggi è successo qualcosa di importante e potenzialmente rischioso. Quando l’orizzonte era l’opposizione la mediazione era esclusa, non si scendeva a patti col potere. Oltre all’esigenza del consenso però il Cinque Stelle oggi coltiva l’ambizione del governo e questo sdoppia la sua matrice. Da una parte continua la deriva positiva degli anti-sistema al grido “onestà-onestà”, dall’altra una crescente propensione ad accreditarsi come referenti affidabili, anche presso i consessi internazionali. Ecco, se prevalesse la logica del “vedete, siamo bravi ragazzi” temo che anche mettendo a disposizione le mie ricette non cambierebbe nulla. Se invece vincesse lo spirito delle origini a favore di programmi e posizioni radicalmente innovativi, beh, io ci sarò”.


domenica 15 maggio 2016

Keynes, Draghi, Gollum, e i tassi negativi

 
(...scritto a 30000 piedi, da dove si vede più lontano...)


Come forse starete vedendo, sui media di regime è tutta una scoperta dell’acqua calda. Il Sole 24 Ore, il Corriere, la Stampa, scoprono quello che qui da sempre ci siamo detti: che il surplus tedesco più che dimostrazione di virtù è causa di problemi; che il debito privato, non quello pubblico, è origine della crisi; che curare il debito pubblico con l’austerity trasforma una situazione fisiologica in una patologica. Insomma: tutto quello da cui siamo partiti, parola per parola, viene oggi dato come assodato, come “mainstream”, da persone che spesse volte ci hanno denigrato, singolarmente o collettivamente, per averlo detto quando c’era ancora qualcosa da salvare.

Naturalmente nessuno è disposto a fare per primo l’ultimo passo, vale a dire che siccome solo la crescita potrebbe risolvere i nostri problemi, e siccome l’euro è nemico della crescita, perché la svalutazione interna (taglio dei salari) imposta dalla rigidità del cambio condanna alla deflazione, condizione necessaria per uscire dall’impasse è superare il sogno di una moneta imperiale ed evolvere verso un sistema monetario più flessibile.

Faranno questo ultimo passo quando sarà loro chiesto di farlo.

Noi, intanto, possiamo guardare avanti.

Per rendervi più agevole questo compito, e aiutarvi a perdonare chi con le sue menzogne ha distrutto un paese, vorrei oggi con voi allargare le prospettive, facendovi leggere qui quello che fra un anno leggerete sul Financial Times.

Avrete visto le polemiche fra un certo establishment tedesco e Draghi, accusato di fare politiche troppo espansive, di praticare tassi di interessi troppo bassi. Certo, al creditore tedesco i tassi di interesse troppo bassi danno fastidio, anzi, fanno paura, e questo per due motivi. Il primo è che tassi nulli o negativi compromettono la redditività del sistema bancario. Se le banche devono pagare la Bce quando depositano presso di essa liquidità in eccesso, e al contempo devono pagare i propri clienti affinché questi accettino prestiti (cioè si indebitino), capite bene che fare il banchiere non conviene più molto. Il secondo è che il sistema previdenziale tedesco ha un secondo pilastro basato sulla capitalizzazione. Con tassi di interesse bassi, se non negativi, i fondi non sono in grado di assicurare le prestazioni promesse ai risparmiatori/pensionati. Questa cosa, in un paese dalla demografia non florida, rischia di essere devastante, e, come qui sappiamo da tempo, a livello di istituzioni europee (cioè tedesche) la consapevolezza di queste dinamiche è piena.

Draghi ha risposto una cosa molto giusta: i tassi di interesse sono bassi perché non c'è crescita e la produttività langue. Tradotto: se non crei valore, non puoi distribuirlo né come reddito da lavoro, né come reddito da capitale (interessi). Naturalmente Draghi omette un passaggio, anzi due: il primo è che il valore non si riesce più a crearlo perché con cambi intraeuropei rigidi a una situazione di crisi non si può rispondere che creando disoccupazione (se le imprese del Sud non abbassano i prezzi chiudono, ma per abbassare i prezzi devono tagliare il “costo del lavoro”, e per convincere i lavoratori ad accettare questo passaggio normalmente occorre licenziarne un po’: motivo per il quale ovunque si fanno riforme che precarizzano il lavoro). Il valore si crea lavorando, l’euro impone la disoccupazione come risposta alle crisi, l’euro distrugge valore, e quindi i creditori in euro non devono lamentarsi.

Tanto più che (e questo è il secondo passaggio) le élite tedesche questo sistema lo hanno voluto nel loro interesse, e proprio per tutelare il valore del loro risparmio. La rigidità del cambio intraeuropeo aveva diverse dimensioni (da quella simbolica a quella commerciale a quella politica), ma la più importante era certamente la dimensione finanziaria: il cambio fisso serviva a rendere “credibili” i paesi del Sud, cioè a evitare che in caso di crisi la loro valuta fisiologicamente cedesse, ledendo l’interesse dei creditori. Insomma: il cambio rigido verso il Sud, e sottovalutato per il Nord, è servito al Nord non solo ad accumulare crediti verso il Sud, ma anche e soprattutto a difenderne il valore. L’euro non solo ha causato, come ormai è evidente, gli squilibri intraeuropei, ma è servito anche e soprattutto a difendere la posizione patrimoniale di chi ne aveva beneficiato, il quale ora, però, dato che il gioco si è spinto troppo in là, comincia a patirne anche lui le conseguenze.

Vedete, qui il discorso merita di essere ampliato un po’. Quando si parla di “leggi” economiche lo si fa (o lo si dovrebbe fare) con la consapevolezza che l’economia è una scienza sociale, non una scienza naturale. La legge di gravità non ammette eccezioni ed agisce in modo piuttosto cogente: se all’aereo che mi trasporta si stacca un’ala, è certo che voi questo post non lo leggerete. L’energia potenziale si trasforma in energia cinetica appena le viene consentito di farlo, portando un corpo verso una nuova situazione di equilibrio, mentre gli equilibri economici, come ad esempio quello negli scambi fra paesi, possono essere alterati a lungo da decisioni politiche, che possono trovare consenso, nonostante siano contro la “natura” economica, per diversi e complessi motivi sociali, culturali, antropologici. Solo che poi, alla fine, la razionalità individuale fatalmente deve sottostare alle regolarità empiriche collettive, che immancabilmente frustrano i tentativi individuali di violentare la natura economica.

Vi ricordate la proposta di Keynes a Bretton Woods?

Era una proposta molto razionale: i paesi creditori (cioè detentori di posizioni nette sull’estero positive) avrebbero dovuto pagare, anziché percepire, un interesse sui propri crediti. Una proposta che, come vi ho spiegato in due libri e innumerevoli post, e come meglio di me hanno chiarito Fantacci e Amato, aveva una razionalità economica intrinseca. Lo scambio avviene nell’interesse delle due parti. Il paese esportatore trae beneficio dal fatto che il paese importatore acquisti, e quindi nel momento in cui finanzia quest’ultimo non fa un favore solo a lui: fa un favore anche a se stesso. Dato che la finanza internazionale fa comodo a entrambi, è giusto che entrambi la paghino. Non solo: tesaurizzando i propri crediti internazionali per percepire su di essi un interesse positivo, il paese esportatore esporta anche disoccupazione e deflazione (Draghi rimprovera anche questo ai tedeschi: se il denaro costa poco, dice lui, è perché la Germania risparmia troppo). Se il creditore internazionale pagasse un interesse negativo sui suoi crediti, sarebbe invogliato a spenderli per l’acquisto di merci altrui, favorendo un riequilibrio degli scambi esteri. In tal modo, promuoverebbe la crescita dei paesi più deboli.

Una finanza più equilibrata per un mondo più equilibrato richiede una simmetrica penalizzazione degli squilibri finanziari internazionali.

Questa idea così semplice, purtroppo, non fa comodo a chi sa di essere destinato al ruolo di esportatore, cioè di creditore, il quale quindi naturalmente si oppone. Al tempo di Bretton Woods gli Stati Uniti si opposero alla proposta di Keynes, e oggi, qui da noi, la Germania si oppone a spendere il suo surplus per rianimare il circuito economico europeo.

Vedete però il paradosso? Alla fine l’economia si vendica.

I creditori esteri si sono rifiutati di costruire un sistema in cui, per prevenire gli squilibri, fosse loro chiesto di pagare un tasso di interesse negativo, e ora, a valle della creazione di enormi squilibri, la situazione qual è? Ma semplicemente quella che i creditori hanno disperatamente cercato di evitare: si ritrovano a percepire tassi di interesse nulli o negativi sul loro “tessssoro”. La ZIRP (zero interest rate policy) è l’unica possibilità per tenere insieme un sistema nel quale si sono accumulati squilibri finanziari enormi. Se la si abbandonasse, le posizioni debitorie a fronte del “tesssssoro” diventerebbero insostenibili, e i simpatici Gollum transalpini si troverebbero comunque con un pugno di mosche in mano. Loro se la prendono con Draghi, ma, oggettivamente, Draghi non può fare altro (se non andarsene, cosa che legittimamente non vuole fare).

Spettacolare, no? Keynes, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra!

Rientrato, ma, aggiungo, non in ottima forma. La differenza fra quello che voleva lui e quello che si sta verificando dovrebbe essere chiara. Lui voleva che i paesi forti, penalizzati da un tasso di interesse negativo sui loro crediti, venissero incentivati a spendere nei paesi deboli. I tassi negativi odierni invece si applicano a tutti: ai forti e ai deboli. Alla fine quindi essi servono per lo più a incentivare i paesi (e in generale gli agenti economici) deboli ad assumere nuovi debiti per rilanciare l’economia. Stiamo trasformando l’Eurozona in un posto in cui la banca ti paga perché tu ti indebiti: è così che è nata la crisi dei subprimes (come saprete), ed è così che stiamo risolvendo la crisi europea. Se il pensionato tedesco si preoccupa non ha torto. Peccato che questo sia il sistema che la Bild gli ha insegnato ad appoggiare politicamente! Tu l’as voulu, Hans Maier...

Quanto sarebbe meglio evolvere verso un sistema monetario maggiormente flessibile, come del resto sta facendo il resto del mondo, e come chiede il chief economist del Fondo Monetario Internazionale? Certo, nelle condizioni attuali ci sarebbe qualche mal di pancia da gestire: chi per tanti anni ha beneficiato del sistema, sarà riluttante a pagare la sua parte del conto, sotto forma di svalutazione dei propri crediti esteri. Succede sempre così: l’economia, alla fine, penalizza chi si è indebitamente avvantaggiato. Ricordate i mutui in ECU? Costavano poco, i tassi erano bassi, la rata era stabile perché eravamo agganciati allo SME... Ma quell’aggancio, che faceva bene al debitore, faceva male ad altri: le imprese esportatrici, ad esempio. Il debitore di questo non era consapevole, e se lo era se ne infischiava. Alla fine il mercato pareggiò i conti: chi aveva pagato tassi bassi si ritrovo una rata alta, e chi aveva accettato tassi alti (indebitandosi in lire) non subì perdite in conto capitale. Il pensionato tedesco che oggi si lamenta è, ahimè, nella stessa situazione, e i suoi mal di pancia li capisco. Ma tanto lì dobbiamo andare a parare, allo smantellamento del sistema, perché, come la storia che vi ho raccontato dimostra, alle leggi dell’economia si può sfuggire per un certo tempo, ma non per sempre. E più il tempo passa, più il contesto politico si degrada, e l’acredine si accumula, rendendo più arduo il componimento pacifico degli squilibri.


(...e naturalmente il componimento pacifico degli squilibri è impedito anche da un'altra cosa, ma inutile insistere: come vi ho detto, quello della menzogna è un problema che si risolverà da sé, come vi avevo preannunciato, e come state vedendo...