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martedì 16 aprile 2019

Italia: come rovinare un paese in trent’anni

Sul sito dell’Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell’economia italiana, che perdura da trent’anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l’articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d’uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l’economista olandese  autore dell’articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori.





di Servaas Storm, 10 Aprile 2019

Traduzione per Voci dall’Estero di Gilberto Trombetta


La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona

La terza recessione italiana in 10 anni

Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l’OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.

«Non sottovalutate l’impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).

Alla luce di queste esposizioni, non c’è da meravigliarsi che Le Maire, e la Commissione europea con lui, sia preoccupato per la terza recessione italiana in un decennio, per la crescente retorica anti-euro e per l’atteggiamento del governo di coalizione italiano, composto dal Movimento 5 stelle (M5S) e dalla Lega. La consapevolezza che l’Italia sia troppo grande per fallire alimenta l’audacia del governo italiano nel suo tentativo di reclamare un maggiore spazio di manovra in politica fiscale, violando apertamente le regole di bilancio dell’Unione economica e monetaria (UEM) della UE.

Il risultato è un circolo vizioso. Più la Commissione europea cerca di far rientrare nei ranghi il governo italiano, più rafforzerà il sentimento anti-establishment e anti-euro presenti in Italia. D’altra parte, più la Commissione europea cederà alle richieste del Governo italiano, più perderà la propria credibilità quale custode del Patto di stabilità e crescita dell’UEM. Questa situazione di stallo non può essere superata finché l’economia italiana resta impantanata.

Una crisi del regime economico italiano post-Maastricht

È quindi fondamentale comprendere le vere origini della crisi economica dell’Italia al fine di trovare strade di uscita dalla sua stagnazione permanente. In un nuovo studio dimostro empiricamente le cause della crisi italiana, che, a mio avviso, deve essere considerata una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht, come lo chiama Thomas Fazi (2018). Fino all’inizio degli anni ’90 l’Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante i quali è riuscita a raggiungere il reddito (pro-capite) delle altre nazioni della zona euro (Figura 1). Nel 1960, il PIL pro capite dell’Italia (a prezzi costanti del 2010) era pari all’85% del PIL pro-capite francese e al 74% (come media ponderata) del PIL pro-capite di Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi (da qui in poi indicati con Euro-4).  A metà degli anni ’90 l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il PIL pro capite italiano era il 97% di quello francese) e anche i Paesi Euro-4 (il PIL pro capite italiano era il 94% di quello dell’Euro-4).

Figura 1 


Poi, però, è iniziato un profondo e costante declino, che ha letteralmente cancellato decenni di convergenza (di reddito). Il divario di reddito tra Italia e Francia è ora (al 2018) di 18 punti percentuali, superiore a quello del 1960; Il PIL pro-capite italiano è pari al 76% del PIL pro-capite nelle economie Euro-4.  Nella prima metà degli anni ’90 l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e, quindi, a rimanere indietro, poiché tutti i principali indicatori – reddito pro-capite, produttività del lavoro, investimenti, quote di mercato delle esportazioni, ecc. – hanno iniziato un costante declino.

Non è un caso che l’improvviso rovesciamento delle fortune economiche dell’Italia si sia verificato dopo l’adozione della “sovrastruttura giuridica e politica” imposta dal Trattato di Maastricht del 1992, che ha spianato la strada all’istituzione dell’UME nel 1999 e all’introduzione del moneta comune nel 2002. L’Italia, come mostro nell’articolo, è stata l’allievo modello dell’Eurozona, l’unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell’austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l’essenza stessa delle regole macroeconomiche dell’UME (Costantini 2017, 2018). L’Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell’Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.

L’austerità fiscale permanente

L’Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell’Eurozona in termini di austerità autoimposta e di riforme strutturali per soddisfare le condizioni dell’UEM (Halevi 2019). Questo è chiaro quando si confronta la politica fiscale italiana post ‘92 con quella di Francia e Germania. Diversi governi italiani hanno realizzato continui avanzi primari (quando la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per interessi passivi, è positiva), con una media del 3% del PIL all’anno nel periodo 1995-2008. I governi francesi, al contrario, hanno registrato in media disavanzi primari pari allo 0,1% del PIL ogni anno durante lo stesso periodo, mentre i governi tedeschi sono riusciti a generare un avanzo primario dello 0,7% in media all’anno negli stessi 14 anni. Gli avanzi primari permanenti dell’Italia nel periodo 1995-2008 avrebbero potuto ridurre il rapporto debito pubblico/PIL di circa 40 punti percentuali, facendolo passare dal 117% del 1994 al 77% nel 2008 (mantenendo tutti gli altri fattori costanti). Ma la lenta crescita (nominale) rispetto ai tassi di interesse (nominali) elevati ha spinto in alto il rapporto debito/PIL di 23 punti percentuali e ha mandato in fumo oltre la metà della riduzione del debito pubblico/PIL di 40 punti percentuali raggiunta con l’austerità. Non è che l’austerità permanente dell’Italia, intesa a ridurre il rapporto debito/PIL facendo registrare costanti avanzi primari, le si sia ritorta contro perché ha rallentato la crescita economica?

I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a realizzare ingenti avanzi primari (di oltre l’1,3% del PIL in media all’anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. La disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un’intervista del 2012 con la CNN, anche se ciò significava «distruggere la domanda interna» e spingere l’economia in recessione. L’abnegazione quasi “teutonica” dell’Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con l’atteggiamento francese (“laissez aller”): il governo francese ha fatto deficit primari in media del 2% del PIL nel 2008-2018, lasciando tranquillamente che il suo rapporto debito/PIL salisse a circa il 100% nel 2018. Lo stimolo fiscale cumulativo fornito dallo Stato francese ammontava a 461 miliardi di euro (a prezzi costanti del 2010), mentre il taglio fiscale complessivo sulla domanda interna italiana era di 227 miliardi di euro. I tagli al bilancio italiano si manifestano in contrazioni tutt’altro che banali della spesa pubblica per il welfare pro-capite, che ora (al 2018) è pari a circa il 70% della spesa sociale pro-capite di Germania e Francia. Pensate a come sarebbe stata la protesta dei “Gilets Jaunes” se, dopo la crisi del 2008, il Governo francese avesse attuato un consolidamento fiscale come quello dell’Italia…

Restrizioni salariali permanenti

Quando l’Italia firmò il Trattato di Maastricht i suoi alti tassi di inflazione e disoccupazione furono considerati come dei grandi problemi. L’inflazione era attribuita al potere “eccessivo” dei sindacati e a un sistema di contrattazione salariale “eccessivamente” centralizzato. Questo provocava una forte spinta inflazionistica e una contrazione dei profitti, poiché la crescita dei salari tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro, riducendo la quota profitti. Vista così, la causa dell’alta disoccupazione italiana potrebbe essere individuata nel suo “rigido” mercato del lavoro e nella ”aristocrazia operaia” troppo protetta. Ridurre l’inflazione e ripristinare la redditività ha richiesto la moderazione salariale, che a sua volta poteva essere raggiunta solo con una deregolamentazione radicale del mercato del lavoro o – come vengono chiamate eufemisticamente – con le “riforme strutturali”.

L’Italia non ha un salario minimo garantito (a differenza della Francia) e inoltre non ha un generoso sistema di sussidi per la disoccupazione (in termini di tassi di sostituzione e durata delle indennità di disoccupazione e requisiti per accedere ai benefici) rispetto alla media europea. La tutela dell’occupazione dei dipendenti regolari in Italia è all’incirca allo stesso livello di quelle di Francia e Germania. Le riforme strutturali del mercato del lavoro in Italia hanno comportato una drastica riduzione delle tutele per i lavoratori a tempo determinato e, di conseguenza, la quota di lavoratori temporanei nell’occupazione totale in Italia è passata dal 10% del periodo 1991-1993 al 18,5% del 2017. Tra il 1992 e il 2008, l’occupazione totale (netta) in Italia è aumentata di 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui quasi tre quarti (il 73%) erano posti di lavoro a tempo determinato. In Francia, l’occupazione (netta) è aumentata di 3,6 milioni di posti di lavoro nel periodo 1992-2008, di cui l’84% erano posti di lavoro regolari (permanenti) e solo il 16% erano lavori temporanei.

Inoltre, il potere contrattuale dei sindacati è stato ridotto dall’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione a favore della riduzione del debito pubblico (Costantini 2017), da una politica della Banca centrale molto più restrittiva (anti-inflazionistica) e dal tasso di cambio fisso. Di conseguenza la crescita dei salari reali per dipendente, in media del 3,2% all’anno nel periodo 1960-1992, è stata ridotta a un misero 0,1% all’anno nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.  All’interno della UE l’inversione di tendenza dell’Italia a è stata evidente: dal 1992 al 2008 la crescita dei salari reali italiani per lavoratore (0,35% annuo) è stata solo pari alla metà della crescita dei salari reali dei Paesi Euro-4 (0,7% annuo) e ancora inferiore rispetto alla crescita dei salari reali in Francia (0,9% all’anno). È interessante notare che, dal 1992 al 2008, la crescita dei salari reali per dipendente in Italia è stata leggermente inferiore a quella (già bassa) della crescita dei salari reali tedeschi (0,4% all’anno). Per vedere il quadro di lungo periodo la figura 2 mostra il rapporto tra il salario reale di un lavoratore italiano e il salario reale del lavoratore medio francese, tedesco e dei Paesi Euro-4 dal 1960 al 2018. Agli inizi degli anni ’60, il salario medio dei lavoratori italiani era pari a circa l’85% della retribuzione francese, rapporto salito al 92% nel biennio 1990-1991. A partire dal 1992, il salario reale italiano ha iniziato un costante declino rispetto ai salari medi francesi e, nel 2018, il lavoratore medio italiano ha guadagnato solo il 75% del salario guadagnato dal suo omologo francese. Il divario salariale tra Italia e Francia è più grande oggi di quanto non fosse negli anni ’60. Lo stesso schema vale quando si confrontano gli stipendi italiani con gli stipendi tedeschi ed Euro-4.

Figura 2 


La moderazione salariale dell’Italia si è dimostrata una strategia efficace per prendere tre piccioni (non solo due) con una fava. In primo luogo ha contribuito a ridurre l’inflazione al 3,4% di media all’anno dal 1992 al 1999 (rispetto al 9,6% di media all’anno nel periodo 1960-1992), ulteriormente al 2,5% all’anno dal 1999 al 2008 e all’1,1% dal 2008 al 2018. L’Italia non è più incline, in senso strutturale, a un’inflazione elevata e accelerata. In secondo luogo, la moderazione salariale ha aumentato l’intensità del lavoro nella crescita del PIL dell’Italia, riducendo così la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione dell’Italia ha raggiunto il picco a metà degli anni 90 superando l’11%, ma la deregolamentazione del mercato del lavoro e il contenimento salariale hanno fatto scendere la disoccupazione al 6,1% nel 2007 e al 6,7% nel 2008, inferiore ai tassi di disoccupazione di Francia (pari a 8% nel 2007 e 7,4% nel 2008) e Germania (dove la disoccupazione era dell’8,5% nel 2007 e del 7,4% nel 2008).  Infine, come previsto, la deflazione salariale ha comportato un aumento sostanziale della quota profitti del PIL dell’Italia: la quota profitti è aumentata di oltre 5,5 punti percentuali, dal 36% nel 1991 a circa il 41,5% dal 2000 al 2002, dopo di che si è stabilizzata intorno 40% fino al 2008. Negli anni 90, la ripresa della quota degli utili è stata considerevolmente più forte in Italia che in Francia, e paragonabile a quanto accaduto in Germania, nonostante il fatto che la quota profitti dell’Italia fosse già relativamente elevata.

In altre parole, le riforme strutturali italiane degli anni ’90 hanno dato buoni frutti in termini di una maggiore quota profitti che è rimasta sostanzialmente superiore a quella di Francia e Germania. Con un’inflazione ridotta, un’efficace compressione dei salari, una diminuzione della disoccupazione, l’indebitamento pubblico in declino e la quota profitti considerevolmente aumentata, l’Italia sembrava essere pronta per un lungo periodo di forte crescita. Non è andata così. L’operazione è stata un successo, ma il paziente è morto. Secondo l’autopsia del coroner, la causa della morte è una mancanza strutturale di domanda interna.

Il soffocamento della domanda interna italiana post ‘92

Restando fedele alle regole dell’EMU, la politica economica italiana ha creato una cronica carenza di domanda (interna). La crescita della domanda interna pro capite è stata in media dello 0,25% all’anno dal 1992 al 2014 – in forte calo rispetto alla crescita della domanda interna (del 3,3% all’anno) registrata nel trentennio 1960-1992 e molto al di sotto della crescita della domanda interna (dell’1,1% pro capite all’anno) dei Paesi Euro-4. Anche la crescita reale delle esportazioni italiane (pro capite) è diminuita, passando dal 6,6% di media all’anno del periodo 1960-1992 al 3% all’anno del 1992-2018. La crescita media annua delle esportazioni (pro capite) è stata del 4,4% nei Paesi Euro-4 da dal 1992 al 2018. La penuria di domanda cronica dell’Italia ha ridotto l’utilizzo della capacità (soprattutto nel settore manifatturiero) e questo, a sua volta, ha ridotto il tasso di profitti. Secondo le mie stime, l’utilizzo della capacità produttiva italiana è diminuita di ben 30 punti percentuali rispetto all’utilizzo della capacità produttiva francese tra il 1992 e il 2015.

Il tasso di utilizzo del manifatturiero italiano rispetto alla manifattura tedesca è passato dal 110% del 1995 al 76% del 2008 ed è ulteriormente diminuito al 63% nel 2015, con un calo di ben 47 punti percentuali. Una minore utilizzazione delle capacità ha ridotto il tasso di profitto della produzione italiana di 3-4 punti percentuali rispetto ai tassi di profitto francesi e tedeschi. Ciò ha notevolmente depresso gli investimenti e la crescita della produzione italiana. Permettetemi di sottolineare il fatto che il tasso di profitto dell’Italia è diminuito anche quando la quota profitti rispetto ai redditi è aumentata. Ciò significa che la strategia italiana di austerità fiscale e di contenimento salariale si è rivelata controproducente, perché non ha migliorato il tasso di profitto: il calo della domanda interna e dell’utilizzo della capacità produttiva hanno avuto un impatto (negativo) maggiore sulla redditività dell’azienda rispetto all’aumento della quota profitti.

Come sostengo nello studio, questa condizione di carenza cronica di domanda interna è stata creata, in particolare, da (a) austerità fiscale perpetua, (b) contenimento permanente dei salari reali e (c) mancanza di competitività tecnologica che, in combinazione con un tasso di cambio sfavorevole (euro), riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato delle esportazioni a fronte della crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito (Cina in particolare). Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda, riducendo l’utilizzo della capacità produttiva e la redditività delle aziende e colpendo gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività. Stanno quindi bloccando il Paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento della matrice produttiva dell’economia italiana e della composizione qualitativa dei suoi flussi commerciali (Simonazzi et al., 2013).

Il settore manifatturiero italiano non è “ad alta intensità tecnologica” e soffre di una stagnazione della produttività. Come mostrano le figure 3 e 4, la competitività di costo dei produttori italiani rispetto ai Paesi Euro-4 dipende dai bassi salari e non dalle prestazioni superiori della produttività. Mentre i lavoratori industriali in Francia e Germania guadagnavano 35 euro all’ora (a prezzi costanti del 2010) nel 2015, e i loro colleghi in Belgio e Olanda guadagnavano ancora di più, i lavoratori italiani nel settore manifatturiero stavano portando a casa solo 23 euro all’ora (in prezzi costanti del 2010) – o un terzo in meno (vedi Figura 3). Ma allo stesso tempo la produttività del lavoro industriale per ora di lavoro è considerevolmente più alta in Francia e Germania (a € 53 all’ora a prezzi costanti 2010) che in Italia, dove è di circa € 33 all’ora (Figura 4). I produttori italiani stanno quindi prendendo una strada sterrata, mentre le imprese dei Paesi Euro-4 viaggiano su un’autostrada. In altre parole, rispetto ai produttori tedeschi e francesi, le aziende italiane soffrono di una mancanza di forza tecnologica, che in Germania si basa su alta produttività, sforzi innovativi e alta qualità del prodotto. È vero che le aziende italiane si distinguono per la loro alta qualità relativa in prodotti di esportazione più tradizionali e a bassa tecnologia come calzature, prodotti tessili e altri prodotti minerali non metallici. Ma hanno costantemente perso terreno nei mercati di esportazione di prodotti più dinamici caratterizzati da livelli più elevati di ReS (ricerca e sviluppo) e intensità tecnologica, come prodotti chimici, farmaceutici e apparecchiature di comunicazione (Bugamelli et al., 2018).

Bloccati in una posizione di debolezza strutturale

Per due ragioni questa specializzazione nelle attività a bassa e medio-bassa tecnologia mette il Paese in una posizione quasi permanente di debolezza strutturale. Il primo è che l’elasticità del tasso di cambio della domanda di esportazione è maggiore per le esportazioni tradizionali rispetto alle esportazioni di media e alta tecnologia. Di conseguenza l’apprezzamento dell’euro ha danneggiato gli esportatori italiani di prodotti tradizionali più duramente rispetto alle imprese tedesche e francesi che esportano più beni e servizi “dinamici”. In poche parole un euro sopravvalutato penalizza le esportazioni italiane più che quelle delle economie dei Paesi Euro-4.

Il secondo fattore è che le imprese italiane operano in mercati globali e quindi maggiormente esposti alla crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito, in particolare della Cina. Nel 1999, il 67% delle esportazioni italiane era costituito da prodotti (tradizionali) esposti a una concorrenza medio-alta da parte di imprese cinesi – rispetto a un’esposizione simile alla concorrenza cinese del 45% delle esportazioni in Francia e del 50% delle esportazioni in Germania (Bugamelli et al . 2018). La quota delle esportazioni italiane nelle importazioni mondiali è passata dal 4,5% del 1999 al 2,9% del 2016 e la perdita della quota di mercato è stata fortemente concentrata in segmenti di mercato più tradizionali, caratterizzati da un’elevata esposizione alla concorrenza cinese (Bugamelli et al., 2018). Mano a mano che le imprese cinesi e di altre economie emergenti continuano ad espandere le loro capacità produttive e ad aumentare la loro competitività, le pressioni concorrenziali aumenteranno anche in segmenti a media e medio-alta tecnologia. Le imprese italiane hanno difficoltà ad affrontare la concorrenza dei Paesi a basso reddito: sono generalmente troppo piccole per esercitare qualsiasi potere riguardo al prezzo, troppo spesso si tratta di produttori di singoli prodotti incapaci di diversificare i rischi di mercato e troppo dipendenti dai mercati esteri, poiché il loro mercato interno è in depressione.

Figura 3 


Figura 4 



La crisi permanente dell’Italia è un segnale d’allarme per l’Eurozona

Esistono modi razionali per far uscire l’economia italiana dall’attuale paralisi, nessuno dei quali facile, e tutti fondati su una strategia a lungo termine di “camminare su due gambe”: (a) rilanciare la domanda interna (ed estera) e (b) diversificare e migliorare la struttura produttiva e le capacità innovative e rafforzare la competitività tecnologica delle esportazioni italiane (per allontanarsi dalla concorrenza diretta sui costi salariali con la Cina). Ciò significa che sia l’austerità che la soppressione della crescita dei salari reali devono cessare. Il governo italiano dovrebbe attrezzarsi per fornire un orientamento inequivocabile all’economia attraverso maggiori investimenti pubblici (nelle infrastrutture pubbliche e nella conversione ecologica dei sistemi energetici e di trasporto) e nuove politiche industriali per promuovere l’innovazione, l’imprenditorialità e una maggiore competitività tecnologica .

Non c’è carenza di proposte da parte degli economisti italiani per portare l’Italia fuori dalla crisi attuale. Tra questi Guarascio e Simonazzi (2016), Lucchese et al. (2016), Pianta et al. (2016), Mazzucato (2013), Dosi (2016) e Celi et al. (2018). Queste proposte sono tutte incentrate sulla creazione di un processo autorinforzante di crescita guidato dagli investimenti e dall’innovazione, orchestrato da uno “stato imprenditoriale” e fondato su rapporti datore di lavoro-dipendenti regolamentati e coordinati, piuttosto che su mercati del lavoro liberalizzati e rapporti di lavoro ultraflessibili. Queste proposte potrebbero funzionare.

Lo stesso non si può dire, tuttavia, dello stimolo fiscale “a una gamba” proposto dal governo di coalizione M5S-Lega, il cui scopo è una ripresa a breve termine della domanda interna attraverso una maggiore spesa pubblica (consumo). Nessuna delle spese proposte però aiuterà a risolvere i problemi strutturali dell’Italia. Ciò che manca completamente è un orizzonte a lungo termine, o la seconda gamba di una strategia praticabile – che la neoliberale Lega non fornirebbe volentieri e che il cosiddetto progressista M5S sembra incapace di concepire (Fazio 2018). Tutto cambia perché nulla cambi.

Ancora più importante, qualsiasi strategia di sviluppo razionale “a due gambe” è incompatibile con il rispetto dei vincoli macroeconomici della UE e con la stabilità dei mercati finanziari, che dovrebbero fungere da disciplinatori dei sovranismi dell’Eurozona (Costantini 2018, Halevi 2019). Questo è evidente da quanto accaduto quando il Governo gialloverde se ne uscì con un bozza di bilancio per il 2019. L’impatto totale dello stimolo fiscale a una gamba proposto nel DEF del 2019 era pari a circa l’1,2% del PIL nel 2019, l’1,4% nel 2020 e l’1,3% nel 2021, e anche questa minuscola espansione del bilancio ha scatenato la risposta scomposta della Commissione europea e il conseguente aumento del rendimento dei titoli italiani.

Blanchard et al. (2018, p.2) formalizzano questo status quo in un modello meccanico di dinamica del debito e concludono che il DEF 2019 rischia di innescare «spread ingestibili e gravi crisi, inclusa l’uscita involontaria dall’Eurozona». Blanchard et al. (2018, pagina 16) sono a favore di un bilancio fiscalmente neutro, che a loro avviso porterebbe a tassi di interesse più bassi e “probabilmente” (secondo loro) a una crescita più elevata e occupazione. Equazioni, grafici e un linguaggio economico-tecnocratico sono usati con destrezza per trasformare ciò che di fatto costituisce una trasgressione estremanente modesta dei vincoli UE in un evento catastrofico a bassa probabilità e che tutti vorrebbero evitare (vedi Costantini 2018). Ciò che è tragico è che il DEF del 2019 non si avvicina nanche lontanamente a ciò che sarebbe necessario per una strategia razionale. Tutto quello strepitare e quella furia sono inutili.

Peggio ancora è il fatto che il mantenimento dello status quo dell’Italia, che è quello che significherebbe un bilancio fiscalmente neutro, comporta un rischio reale largamente ignorato, a bassa probabilità e ad alto impatto: una rottura della stabilità politica e sociale nel Paese. La stagnazione continua alimenterà il risentimento e le forze anti-establishment e anti-euro in Italia. Questo destabilizzerà non solo l’Italia, ma l’intera Eurozona. La crisi italiana costituisce quindi un campanello d’allarme per l’Eurozona nel suo insieme: austerità continua e moderazione dei salari reali, in combinazione con la de-democratizzazione delle scelte di politica economica, costituiscono un “gioco pericoloso” (Costantini 2018), un gioco che rischia di rafforzare ulteriormente le forze anti-sistema anche negli altri Paesi dell’Eurozona.

È come aprire il vaso di Pandora. Nessuno può dire come finirà. Gli economisti (compresi quelli italiani) hanno un’enorme responsabilità in tutto questo, sia perché sono corresponabili della situazione, sia perché continuano a non riuscire ad unirsi intorno a soluzioni strategiche razionali per risolvere la crisi italiana. “Forse”, ha scritto John Maynard Keynes, “è storicamente vero che nessun ordine sociale perisce mai se non per sua stessa mano ” (Keynes 1919). Gli economisti razionali devono dimostrare che il verdetto di Keynes è sbagliato, a partire dall’Italia, se non altro perché il pasticcio che è diventata la Brexit sembra ormai essere oltre il recuperabile.



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI





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lunedì 26 settembre 2016

Fesserie di un economista



A proposito di un incredibile articolo di Giorgio Lunghini

di Leonardo Mazzei da Sollevazione

 
Poi c'è chi si chiede come mai, davanti al disastro dell'euro, la sinistra brancoli nel buio più della destra. Certo, c'è il problema della direzione politica e non è poco. Ma ci sono anche economisti che sparano immani stupidaggini spacciandole per verità. Il bello è che le loro improbabili certezze neppure provano a spiegarle. Le buttano lì come fossero indiscutibili, tanto per quella mercanzia un Manifesto che le pubblica si trova sempre, così come è sicuro che un anemico sito come quello del Prc le rilancerà con gioia.

E' questo il caso di un articolo di Giorgio Lunghini, uscito venerdì scorso. L'articolo è talmente maldestro che ce occupiamo solo per l'indiscussa fama dell'autore. Il fatto che certe cose vengano dette da un illustre cattedratico, già presidente della Società italiana degli economisti, è infatti la migliore dimostrazione di come l'ideologia (in questo caso quella eurista) prevalga quasi sempre su cultura, conoscenza, esperienza e capacità d'analisi che certo al Nostro non mancano.

Vediamo di cosa si tratta.
Nel breve testo intitolato "Le conseguenze di un'uscita dall'euro", Lunghini giunge a vette davvero ineguagliate. La sua non è un'analisi più o meno pacata, ma un elenco di traumi economici che colpirebbero il Paese al determinarsi del temuto evento. Il fatto è che neppure gli euristi più sfegatati, i liberisti più accaniti, gli indefessi adoratori della moneta unica a prescindere, sono mai giunti a sparare certe cifre.

Non siamo tra quelli che pensano che l'uscita dall'euro sarà una passeggiata. Non lo sarà di certo, ma i ceti popolari da molti anni non "passeggiano". Non siamo comunque tra coloro che si nascondono i problemi di una scelta pure necessaria. Ma che a sinistra circolino ancora "ragionamenti" terroristici come quello di Lunghini è di una gravità inaudita.

Esageriamo a parlare di terrorismo? Giudichino i lettori.
Prendiamo due previsioni contenute nel suo articolo, quella sul livello di inflazione e quella sulla caduta del Pil che si determinerebbe con l'uscita dall'euro.

Partiamo dall'inflazione, che secondo l'economista salirebbe al 20% annuo, non si sa - bontà sua - per quanti anni. Alla base di questa previsione ce n'è un'altra concernente la percentuale di svalutazione, che egli stima al 30% nei confronti della Germania.

Ora, a parte il fatto che il 30% sulla Germania (calcolato sulla base della perdita di competitività verso quel paese) non è un 30% applicabile all'intera area euro, qui il punto è un altro. Ed è che non si capisce da cosa spunti fuori il 20% di inflazione, se non dal manifesto desiderio di terrorizzare i lettori.

In proposito è sufficiente ricordare due eventi, uno di un quarto di secolo fa, ed un altro invece recentissimo.

Il primo è quello della famosa svalutazione della lira rispetto al marco (anche qui, si badi, rispetto al marco, non ad un indistinto paniere di monete) del settembre 1992. Quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui ci parla oggi Lunghini. Bene. Quale fu l'effetto sull'inflazione di quella svalutazione? L'inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma l'inflazione media del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) - era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po' diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l'esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all'1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi uscendo dall'euro), per poi scendere all'1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi.

Lungo sarebbe il discorso sulle ragioni di tutto ciò, e magari uno come Lunghini potrebbe utilizzare la sua scienza per illuminarci un po' su questo, ma due dati balzano agli occhi di chiunque: primo, non ci fu alcun vero effetto inflattivo determinato dalla svalutazione del 1992; secondo, siamo comunque nel campo dei decimali, non certo dei rotondi 20% messi lì solo per incutere terrore. Che l'andamento dell'inflazione dipenda da numerose altre variabili, oltre che dalla variazione dei cambi, ci pare comunque cosa assai evidente.

Questa osservazione è in realtà piuttosto banale, anche se così non sembra all'illustre economista. C'è però un fatto recente che dimostra quanto egli abbia torto. Negli ultimi due anni l'euro si è svalutato di circa il 20% sul dollaro, eppure abbiamo l'inflazione a zero. Se il Nostro avesse ragione, e tenendo conto della maggiore importanza della valuta americana, con la quale si effettuano i pagamenti delle principali materie prime importate, dovremmo avere un'inflazione a due cifre. E invece siamo a zero. Perché Lunghini omette questo piccolo particolare? Anche qui, giudichino i lettori.

Veniamo ora al disastro annunciato del Pil. Se sull'inflazione Lunghini ha sparato a caso giusto per impressionare, è sul Pil che dà il meglio di se. Citiamo:
«Come conseguenza di tutto ciò(degli effetti dell'uscita dall'euro, ndr), la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio».
Avete letto bene: meno quaranta per cento, così per iniziare; poi un bel meno quindici per cento per almeno un triennio. Insomma l'azzeramento dell'economia italiana. Ma si può!!!???

Ora, ricordandoci che la pazienza è una virtù, andiamo a vedere il precedente di un autentico disastro: quello dell'Argentina. Quando uno dice Argentina sa di dire una cosa paurosa, che evoca i peggiori timori, l'esperienza peggiore che possa capitare all'economia di una nazione. E allora andiamo a vedere i dati di quell'inferno.

Nel 2002, anno in cui (a gennaio) viene abbandonato il cambio fisso con il dollaro, ed il pesoinizia a fluttuare, il Pil cala del 14,7%. Un calo drammatico e con gravissime conseguenze sociali, prima tra tutte la disoccupazione. Il calo, peraltro, fu anche il frutto del precipitare di una recessione già iniziata (proprio a causa del cambio fisso) nel 1999. In ogni caso drammatico, ma parliamo di un 14,7% in un paese con un'economia assai più debole di quella italiana, non certo dell'assurdo 40% che spara Lunghini per il nostro paese.

Questo per il primo anno. E negli anni seguenti? Per l'Italia il Nostro ha già parlato: meno quindici per cento all'anno, almeno per tre anni. E in Argentina, cosa successe al Pil negli anni successivi al divorzio con il dollaro? E' presto detto: +8,7% nel 2003, +8,3% nel 2004, +9,2% nel 2005, +8,5% nel 2006, +8,7% nel 2007. Detto in altri termini: in due anni si è più che recuperata la perdita del 2002, mentre nei cinque anni successivi allo sganciamento dal dollaro la crescita cumulata è stata del 51,6%. Dobbiamo aggiungere altro?

In Italia invece, rimanendo nell'euro, abbiamo un Pil inferiore dell'8% a quello dei livelli pre-crisi del 2007. Ecco le virtù della moneta unica! Ma i drammi sociali prodotti da questa situazione non preoccupano Lunghini quanto quelli ipotetici che seguirebbero l'uscita dall'euro.

Ad ogni modo, la cosa che grida vendetta è che il Nostro prevede per l'Italia —non si sa come, ma lasciamo perdere— un'Argentina moltiplicato tre per il primo anno post-euro, mentre per gli anni successivi il disastro continuerebbe, contraddicendo —ed anche qui non si sa perché— quanto avvenuto nel caso argentino.

Ora, la sparata è talmente colossale che conviene lasciare da parte ogni dettaglio tecnico. E' evidente che qui siamo davanti ad una religione, quella dell'euro, di fronte alla quale chi vi aderisce perde il lume della ragione. Che oggi, nell'anno 2016, si debbano leggere ancora robe di questo tipo fa però un certo effetto. Non che gli argomenti del Nostro siano nuovi. Al contrario, sono vecchissimi. Ma mentre nel campo degli economisti mainstream si evita ormai il ricorso a cifre così insensate, a sinistra invece non si riesce proprio a farne a meno.

"Sinistra"?
Ecco, forse su questo ci sarebbe da discutere. Un tempo "sinistra" significava anche, tra le altre cose, volontà di cambiamento, coraggio nell'affrontare il difficile compito della trasformazione dell'esistente. Oggi, ecco cosa ci propone invece Lunghini nella sua conclusione: «In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'«Hotel California nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Eccoci così arrivati al decisivo inno alla conservazione! Peggio: alla conservazione non per un supposto bene (come fanno da sempre gli "onesti" conservatori), ma per l'impossibilità anche solo di pensare ad un'alternativa al male presente.

E' sicuramente anche per questo male dell'anima che si vanno poi a sparare certe cifre. Ma in questo modo non ci si salva di certo né l'anima né la reputazione. 

domenica 13 marzo 2016

Ancora la balla dell’austerità espansiva: L’Inkiesta

da scenarieconomici

Un articolo pubblicato sul sito L’Inkiesta ha attirato la nostra attenzione: “Non si scappa: per ridurre il debito pubblico l’austerity è l’unica via”. L’autore, sostenitore della famigerata austerità espansiva sconfessata perfino da FMI e OCSE, sostiene la singolare tesi che l’unica strada per la crescita è il taglio della spesa corrente statale. Il taglio della spesa per consumi delle PA sarebbe inevitabilmente seguito ‘dopo qualche anno’ da un aumento del PIL:

“Nell’area euro sembra che i Paesi che hanno avuto i maggiori aumenti dei tassi di crescita durante la ripresa dell’economia sembrano essere stati quelli che hanno compiuto i più grandi sforzi in riduzione del deficit, in particolare con il taglio delle spese”

Quello che ci ha incuriosito maggiormente è il metodo usato per la dimostrazione della singolare tesi:

“Basta guardare le righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL nel prospetto dei conti degli ultimi country report della Commissione Europea.”

Diamine, e io che pensavo che le serie di dati sull’economia delle nazioni fossero materia da studiare con modelli econometrici, inferenze, covarianze e scarti quadratici, intervalli di confidenza e dimostrazione del rapporto causa-effetto, come predicano (giustamente) i pro-euro! Niente di tutto questo, “basta guardare” due righe di un report della Commissione, e al diavolo il Post Hoc Ergo Propter Hoc! L’autore illustra la sua scoperta con screenshot opportunamente circolettati:

E conclude:

“In questi Stati, che erano quelli in condizioni più gravi, escludendo la Grecia, il miglioramento nella crescita è venuta dopo, e non prima, gli aggiustamenti. Il calo del deficit/PIL quindi sembra essere più correlato a tagli e risparmi che solo all’aumento del denominatore.”

E certo, “escludendo la Grecia”, perché lì per qualche arcano motivo (antropologico?) la legge del Balduzzi non funziona. La chiusa è splendida:

“ … debito, elefante nella stanza della nostra economia, la cui mole fingiamo di non vedere, ma che non viene dimenticata laddove nel mondo si prendono decisioni di investimento.”

Il problema sono gli investimenti esteri, come no.

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Per confutare la curiosa teoria del Balduzzi che correla calo della spesa corrente all’incremento del PIL per fortuna esistono strumenti statistici consolidati. Una delle tecniche per stabilire se due serie di dati sono correlate, ovvero se ogni coppia di variabili è legata più o meno dalla stessa legge, è la regressione lineare, che impiegheremo tra poco per verificare il “modello” proposto da Balduzzi. Dopo la correlazione occorrerebbe dimostrare la causazione, ma per adesso non spingiamoci troppo in là.

Balduzzi presuppone una correlazione inversa con sfasamento temporale. Nei suoi screenshot lo sfasamento tra riduzione della spesa corrente e crescita del PIL varia da 2 a 4 anni 8usiamo gli screenshot perché l’autore non fornisce dettagli concreti sulla correlazione asserita).

Deve necessariamente valere anche l’inverso, come del resto sostiene l’articolo: aumentando la spesa corrente il PIL dopo qualche anno cala (equivalenza ricardiana). Per testare questa correlazione abbiamo preso le tabelle OCSE (identiche a quelle della Commissione Europea) e misurato l’indice di correlazione R tra variazioni annuali di Real Public Consumption Expenditure e Real GDP di 43 paesi e due aree (euro e OECD) tra 2002 e 2015. Sono 1.260 variabili su due matrici, un solido set di dati.

Abbiamo calcolato R in 4 situazioni: sfasamento di 1, 2, 3 e 4 anni. Abbiamo poi effettuato la media degli indici per ognuno delle 4 situazioni.

Se la tesi del Balduzzi fosse vera l’indice di correlazione dovrebbe mostrare valori negativi e sensibilmente maggiori di 0. Se la tesi fosse falsa l’indice di correlazione tenderebbe a zero.

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Dalla tabella si ricava che:

le variazioni sono piuttosto casuali, con indici di correlazione che variano da -0.6 a +0.7.
Diversi stati hanno correlazioni sia positive che negative, al variare dello sfasamento temporale.
Alcuni stati hanno forti correlazioni positive, ovvero aumentando la spesa corrente aumenta il PIL (il contrario della tesi di Balduzzi). Altri hanno la forte correlazione negativa cercata dal Balduzzi.
La media degli indici di correlazione però tende a 0 in tutte le situazioni considerate.

Conclusione: la regressione statistica conferma che non esiste nessuna correlazione evidente tra taglio della spesa corrente e aumento del PIL. Almeno, nessuna correlazione evidenziabile con un semplice sguardo alle righe relative alla riduzione della spesa pubblica e della crescita reale del PIL.

Il motivo è semplice: oltre alla spesa corrente esistono molte altre variabili da considerare: pressione fiscale, spesa per investimenti, spesa per interessi etc etc. Puntare solo sulla spesa corrente genera il sospetto che si voglia far passare un’idea preconcetta, e ahimé non suffragata da evidenze empiriche.

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Siamo quindi di fronte a una classica ‘analisi monovariata‘ con annesso Post Hoc Ergo Propter Hoc …







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Qui la tabella completa degli indici di correlazione.
 INDICE DI CORRELAZIONE
VARIAZ. SPESA CORRENTE – VARIAZ. PIL
    +4  ANNI   +3      ANNI  +2  ANNI +1ANNO
Australia 0,6 -0,1 0,0 0,3
Austria -0,1 -0,1 0,3 -0,2
Belgium 0,2 0,5 0,2 -0,5
Brazil 0,3 0,1 -0,1 0,4
Canada 0,5 0,0 0,1 -0,4
Chile -0,2 -0,2 -0,3 0,4
Colombia -0,4 -0,3 -0,2 0,1
Costa Rica 0,0 -0,2 -0,2 -0,3
Czech Rep 0,4 0,4 0,4 0,2
Denmark -0,1 -0,4 0,1 -0,2
Estonia 0,2 -0,2 -0,5 -0,2
Finland 0,0 0,3 0,5 0,2
France 0,3 0,3 0,2 0,4
Germany 0,0 0,0 0,1 -0,3
Greece -0,1 0,2 0,4 0,7
Hungary -0,2 0,2 0,8 0,2
Iceland -0,2 -0,2 0,0 0,1
India1 -0,4 -0,6 0,1 0,0
Indonesia 0,3 0,0 0,3 -0,2
Ireland -0,2 -0,2 -0,2 0,2
Israel -0,1 -0,6 -0,3 -0,4
Italy -0,2 0,3 0,4 0,3
Japan 0,0 0,6 -0,1 0,5
Korea 0,4 -0,1 0,0 0,3
Latvia -0,1 -0,1 -0,1 0,3
Lithuania -0,1 0,1 0,1 0,3
Luxembourg -0,1 0,1 0,3 0,0
Mexico -0,3 -0,4 -0,2 -0,2
Netherlands 0,0 -0,7 0,0 0,2
New Zealand -0,6 -0,6 -0,2 -0,1
Norway 0,1 0,1 0,0 -0,6
Poland -0,2 0,1 0,4 0,7
Portugal -0,3 -0,1 0,3 0,5
Russia 0,4 0,0 0,0 0,0
Slovak Rep -0,1 -0,5 0,3 0,2
Slovenia -0,2 -0,1 0,2 0,1
South Africa 0,2 0,4 0,6 0,3
Spain -0,5 -0,2 0,0 0,4
Sweden 0,6 -0,3 -0,1 0,1
Switzerland 0,2 0,1 0,1 0,4
Turkey 0,4 -0,4 -0,3 -0,1
UK -0,2 0,1 0,3 0,2
USA 0,0 0,1 0,1 -0,1
Euro area 0,0 -0,1 0,0 0,1
Total OECD 0,1 0,0 0,1 0,0
 MEDIA 0,00 -0,06 0,08


giovedì 5 novembre 2015

Gli eccessivi ottimismi sull’uscita dall’euro


E' doveroso riportare anche simili obiezioni ad un'uscita dall'euro, se non altro perché a differenza delle affermazioni di quelli che si limitano ad opporre fantasie visionarie sull'Europa perchè più grande e più bella, queste argomentazioni appaiono sensate.

da Keynesblog

AVVERTENZA: NULLA DI QUANTO CONTENUTO IN QUESTO ARTICOLO PUÒ ESSERE INTESO NEL SENSO DI UNA DIFESA DELL’UNIONE MONETARIA EUROPEA.
Riccardo Realfonzo e Angelantonio Viscione analizzano, in un articolo del 22 gennaio 2015 su Economia e Politica, le conseguenze di una possibile uscita dell’Italia dall’euro. Vi sono molte utili conclusioni nello studio, a partire da quella sulla scarsa crescita dell’occupazione. Se guardiamo al 1992, anzi, a crescere fu la disoccupazione. Così come è utile ricordare che l’effetto della svalutazione, se i salari tornassero a crescere (come socialmente auspicabile), sarebbe di breve durata. Del resto Roger Bootle, vincitore del premio Wolfson 2012 per il suo piano di uscita dall’euro, mette chiaramente in evidenza che devono essere i lavoratori a pagare le conseguenze dell’eurexit. L’alternativa “o si svaluta la moneta o si svaluta il lavoro” è fuorviante: in realtà spesso le grandi svalutazioni della moneta sono funzionali alla svalutazione del lavoro (si veda ad esempio l’andamento dei salari reali in Gran Bretagna negli ultimi anni e gli esempi portati dai Realfonzo e Vicarelli e da Brancaccio e Garbellini) al fine di aggirare la rigidità verso il basso dei salari nominali. Vi sono però due aspetti che ci paiono trascurati nell’analisi di Realfonzo e Viscione e che, se tenuti adeguatamente in conto, cambiano radicalmente il quadro.

“Una Lehman al quadrato”

Realfonzo e Viscione, nella loro analisi, assumono implicitamente che, dopo l’uscita dell’Italia dalla moneta unica, l’euro, l’Europa e il resto del mondo continuino a funzionare come se nulla fosse. L’uscita dall’euro viene cioè trattata dai due autori come una semplice svalutazione o al limite come l’uscita da un sistema di cambi fissi, come fu nel caso dell’uscita dallo SME nel 1992. Anche se così fosse, basta vedere cosa è accaduto in alcuni paesi dell’Est Europa dopo la rivalutazione da parte della Banca Nazionale Svizzera per comprendere che con la finanza globalizzata anche una semplice svalutazione può produrre effetti imprevedibili. Ma nel caso dell’uscita dell’Italia dall’euro, occorre prepararsi ad effetti molto più grandi e su scala più vasta.  
Come ammettono anche autori pur favorevoli alla fine della moneta unica, l’uscita unilaterale di un paese dall’eurozona, come l’Italia o la Spagna, determinerebbe un effetto contagio sull’intero sistema bancario europeo, che porterebbe all’uscita disordinata e in sequenza di altri paesi deboli. Esso poi colpirebbe in modo significativo la Francia e anch’essa sarebbe probabilmente costretta ad uscire. Infine il contraccolpo di questa “fine al rallentatore”, accompagnata dal panico dei mercati, si abbatterebbe sulle banche tedesche e sul resto del globo.  
L’intreccio finanziario nell’eurozona implica cioè quello che Yanis Varoufakis ha descritto come un “castello di carte”. Se si toglie una carta, tutto il castello crolla. Una conferma viene anche dalla lettura dei risultati dello stress test del Center for Risk Management di Losanna, che tiene conto dell’effetto contagio di un eventuale crisi finanziaria e mostra quanto sia fragile, e interconnesso, il sistema bancario europeo.
Il contagio finanziario potrebbe forse essere contenuto da un massiccio intervento della BCE e dell’ESM, che andrebbero in soccorso delle banche e degli Stati che necessitassero di assistenza per evitarne l’uscita dalla moneta unica. Molti giudicano gli strumenti finora messi in campo dall’UE (ESM, Unione Bancaria, OMT) insufficienti allo scopo, ma, anche se ciò non fosse vero, il contagio implicherebbe comunque un nuovo credit crunch e una nuova pesante recessione, accompagnata da un rafforzamento delle spinte deflattive, che rappresenterebbero altra benzina sul fuoco dei fallimenti bancari a catena.
Ma persino sulla capacità della BCE di frenare la dissoluzione incontrollata dell’eurozona e assicurare la tenuta del suo sistema finanziario si possono nutrire molti dubbi. Si immagini come i mercati potrebbero reagire all’uscita di un paese dall’eurozona (e all’eventuale default sui saldi Target 2) dopo che la Banca Centrale Europea esplicitamente ha impegnato se stessa sull’irreversibilità della moneta unica “per tutti i suoi membri”, attraverso l’OMT e poi il Quantitative Easing. La credibilità della BCE, l’unico collante che ha tenuto l’euro in piedi sinora, e quindi della stessa moneta che essa emette, ne verrebbe danneggiata e l’istituto di Francoforte difficilmente potrebbe svolgere efficacemente il ruolo attuale di garanzia di tenuta dell’Unione Monetaria Europea.
Il rischio è quello di una “Lehman Brothers al quadrato”, per dirla con Barry Eichengreen. La crisi del 2008 sin fondo si diffuse nel mondo grazie al fallimento di una sola banca, per quanto grande. E il nuovo shock avverrebbe non dopo anni di espansione, come nel caso di Lehman, ma a valle di una dura recessione. L’enfasi di Eichengreen pare quindi appropriata, anche considerando l’eccezionalità dell’eventuale esplosione dell’area euro, come confermano i fatti che riportiamo qui di seguito. 

Un evento senza paragoni storici

Di crisi bancarie è piena la storia, così come di svalutazioni e disfacimenti di sistemi monetari, ma non vi è alcun precedente storico paragonabile alla disintegrazione incontrollata dell’euro. Per avere un’idea del perché, basta ricordare alcuni dati, richiamati da Jens Nordvig e Nick Firoozye di Nomura, che pure sono favorevoli ad uno smantellamento controllato dell’eurozona (non a caso il titolo dello studio di Nordvig e Firoozye non è “Come uscire dall’euro” ma “Ripensare l’unione monetaria europea”):
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1) l’eurozona produce circa il 20% del PIL mondiale, a fronte dei pochi punti percentuali rappresentati dalle economie implicate in precedenti rotture monetarie;
2) Le banche dell’eurozona possiedono il 35% degli asset mondiali e il 34% dei prestiti internazionali;
3) l’euro è la seconda moneta di riserva internazionale: il 25% delle riserve delle banche centrali del mondo è denominato in euro e quasi il 40% degli scambi sui mercati valutari internazionali coinvolge l’euro;
4) il 30% dei debiti privati nell’eurozona è sotto legge estera e quindi non verrebbe ridenominato, con pesanti effetti sullo stato patrimoniale di grandi imprese e banche, che in alcuni paesi produrrebbe una nuova recessione da “balance sheet effect”;
5) se guardiamo ai derivati europei, ben il 95% è sotto legge estera (di solito britannica o statunitense). Cosa succederebbe a questi titoli? Il 2008 ci dice quanto i derivati possano diffondere il contagio finanziario a livello globale;
Nordvig e Firoozye (ricordiamolo ancora: due autori “noeuro”) ammettono quindi che una rottura disordinata dell’eurozona eccederebbe “per un ampio margine” quanto accaduto in passato nei mercati emergenti, a causa dell’ “enorme dimensione delle attività e delle obbligazioni denominate in euro”. Aggiungono che l’ “ondata di fallimenti avverrebbe a livello globale”. E concludono che “la più probabile implicazione tale processo di ridenominazione disordinata sarebbe un completo congelamento del sistema finanziario, non solo nella zona euro, ma anche a livello mondiale” con inevitabili ripercussioni sull’economia reale per un periodo prolungato. Qualcosa di molto diverso rispetto ad una semplice svalutazione.  
Nella sua risposta a Realfonzo e Vicarelli, il prof. Biasco contempla anche il problema di un eventuale default sul debito pubblico italiano, ma poiché esso è in larghissima parte sotto legge nazionale, costituisce forse un problema minore, sebbene non vada escluso l’effetto avverso dell’incertezza sull’esito di lunghi e complicati contenziosi legali, sia a livello nazionale che internazionale, dato che l’uscita unilaterale dall’euro non è prevista nei Trattati. Anche escludendo questo problema, tuttavia quanto abbiamo già richiamato sembra abbastanza.
Certo, forse si potrebbe trovare un modo per mettere in piedi una dissoluzione controllata, ma dobbiamo sapere che essa potrebbe essere costosa per i paesi debitori, richiedendo di mantenere per quanto possibile i debiti esteri, pubblici e privati, in una moneta comune (l’ECU di antica memoria) come suggeriscono ad esempio i già citati Nordvig e Firoozye, ma anche molti altri autori, seguita da un default controllato di alcuni paesi. Tale soluzione richiederebbe comunque un livello di solidarietà e coordinamento oggi impensabili, di gran lunga superiori alla “riparazione in corsa” dell’eurozona attraverso soluzioni tecnicamente più semplici e meno costose come quelle avanzate da Amato e Fantacci o da Varoufakis-Holland-Galbraith.

 


La svalutazione che non funziona

Un altro punto che l’analisi di Realfonzo e Viscione sembra trascurare è collegato agli effetti della svalutazione. In primo luogo, va rilevato che non è possibile stabilire l’ammontare della svalutazione che subirebbe la nuova moneta italiana perché, come abbiamo detto, l’evento “crollo dell’euro” non ha alcun paragone. Realfonzo e Viscione non lo fanno, ma molte analisi ipotizzano per l’Italia una svalutazione tra il 20% e il 30% nei confronti dell’euro residuo o del nuovo marco tedesco. Altri, come UBS, sostengono invece che l’eccezionalità dell’evento potrebbe portare a svalutazioni molto maggiori, potenzialmente dannose, invece che corroboranti per le economie deboli. Certo, si può ipotizzare di mettere dei controlli sui movimenti di capitali, di istituire apposite aste invece di abbandonare la nuova valuta alle decisioni dei normali mercati valutari, ma uscire dal mercato dei capitali significa dover poi chiedere aiuto al Fondo Monetario Internazionale (o agli Stati Uniti o alla Cina), se non altro per sostenere le imprese produttive e finanziarie indebitate in valuta estera, accettandone le condizioni. Inoltre, per quanto detto, la Comunità internazionale si troverebbe a soccorrere più paesi, tra i quali almeno due grandi economie (Italia e Spagna), che nel complesso rappresentano il 6-7% del PIL mondiale. La situazione sarebbe ancora più grave nel caso in cui anche la Francia si aggiungesse ai PIIGS.
Ipotizziamo tuttavia che la svalutazione sia contenuta e lasciamo stare per ora gli effetti finanziari. Se guardiamo al recente passato, molti paesi che hanno svalutato, in particolare dal 2011, non hanno avuto alcun beneficio. Alcuni, come Argentina, Gran Bretagna, Giappone, paesi pure molto diversi tra loro, hanno visto addirittura un peggioramento dei conti con l’estero, che poco sembra avere a che fare con la “curva J” e molto invece con la carenza di domanda estera. In seguito alla crisi, il commercio mondiale è cresciuto a ritmi a dir poco asfittici, dopo 20 anni di crescita a doppia cifra. E questo proprio per colpa dell’austerità europea. Ma l’esplosione dell’eurozona non porterebbe certo ad una reflazione: per quanto detto dovremmo semmai immaginare un nuovo periodo di crisi, ulteriore contrazione della domanda estera e una maggiore austerità, a partire dalla Germania. Serve a poco svalutare se i tuoi vicini sono in crisi e alla ricerca di risorse per puntellare il loro sistema bancario indebitato o colpito da pesanti perdite in conto capitale. E vale a poco quindi il paragone con il 1992, quando ci trovammo invece nella situazione esattamente opposta, con la Germania in deficit di bilancio. Quello di cui ha bisogno l’Europa (e il mondo) non è un aggiustamento basato sui prezzi, ma sulle quantità.  

Conclusioni

Come qualsiasi azione, anche l’uscita dall’euro va giudicata in base ad un calcolo di costi e benefici. Purtroppo le analisi di molti economisti “noeuro” tendono a sottovalutare i primi e sovrastimare i secondi. Realfonzo e Viscione sono molto più prudenti, e tuttavia sembrano anche essi muoversi nell’ottica dell’assenza di effetti di contagio finanziario e spill-over sul resto dell’eurozona (e oltre) e trascurano la contrazione della domanda estera che annullerebbe gli effetti positivi, ancorché transitori, della svalutazione.
Yanis Varoufakis ha giustamente sottolineato che l’eurozona è una nave costruita male, ma farla affondare e gettarsi nell’Oceano non è un’alternativa. In mancanza di quella cooperazione che non riusciamo a raggiungere su misure meno impegnative come salvare la piccola Grecia, ciò che ci attende è probabilmente l’acqua gelida e le incognite di un evento senza precedenti, non il tepore della ritrovata sovranità monetaria.