Visualizzazione post con etichetta losurdo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta losurdo. Mostra tutti i post

giovedì 28 giugno 2018

Intervista a Domenico Losurdo

Dall'intervista che chiude il mio libro L'humanité commune : Dialectique hégélienne, critique du libéralisme et reconstruction du matérialisme historique chez Domenico Losurdo (Delga, Paris 2012).

Grazie di tutto.



di Stefano Azzarà
_________________

Azzarà - Come incide questa debolezza teorica sullo stato della sinistra attuale? L'Europa si confronta oggi con trasformazioni imponenti che stanno mutando il volto del mondo. Sono trasformazioni che riguardano i rapporti di forza internazionali sul piano politico e su quello economico, ma anche l'equilibrio tra Stato e mercato, la natura della democrazia, le grandi migrazioni. La sinistra non sembra avere oggi né idee, né prospettive politiche.

Losurdo - Con la crisi prima e col crollo poi del «socialismo reale», in Occidente e in Italia in modo particolare la sinistra ha smarrito ogni reale autonomia. Sul piano storico ha sostanzialmente desunto dai vincitori il bilancio storico del Novecento. Due sono i punti centrali di tale bilancio: per larghissima parte della sua storia, la Russia sovietica è il paese dell'orrore e persino della follia criminale. Per quanto riguarda la Cina, il prodigioso sviluppo economico che si verifica a partire dalla fine degli anni 70 non ha nulla a che fare col socialismo ma si spiega soltanto con la conversione del grande paese asiatico al capitalismo. A partire da questi due capisaldi ogni tentativo di costruire una società post-capitalistica è oggetto di totale liquidazione e persino di criminalizzazione, e l'unica possibile salvezza risiede nella difesa o nel ristabilimento del capitalismo. È paradossale, ma sia pure con sfumature e giudizi di valore talvolta diversi, questo bilancio viene spesso sottoscritto dalla sinistra, compresa quella «radicale».
Ancora più grave è la subalternità di cui la sinistra dà prova sul piano più propriamente teorico. Nell'analizzare la grande crisi storica che si sviluppa nel Novecento, l'ideologia dominante evita accuratamente di parlare di capitalismo, socialismo, colonialismo, imperialismo, militarismo. Queste categorie sono considerate troppo volgari. I terribili conflitti e le tragedie del Novecento sono invece spiegate con l'avvento delle «religioni politiche» (Voegelin), delle «ideologie» e degli «stili di pensiero totalitari» (Bracher), dell'«assolutismo filosofico» ovvero del «totalitarismo epistemologico» (Kelsen), della pretesa di «visione totale» e di «sapere totale» che già in Marx produce il «fanatismo della certezza» (Jaspers), della «pretesa di validità totale» avanzata dalle ideologie novecentesche (Arendt). Se questa è l'origine della malattia novecentesca, il rimedio è a portata di mano: è sufficiente un'iniezione di «pensiero debole», di «relativismo» e di «nichilismo» (penso al Vattimo degli anni Ottanta). In tal modo non solo la sinistra fornisce il suo bravo contributo alla cancellazione di capitoli fondamentali di storia: i massacri e i genocidi coloniali sono stati tranquillamente teorizzati e messi in pratica in un periodo di tempo in cui il liberalismo si coniugava spesso con l'empirismo e il problematicismo; prima ancora dell'avvento del pensiero forte novecentesco, la prima guerra mondiale ha imposto col terrore a tutta la popolazione maschile adulta la disponibilità e la prontezza ad uccidere e ad essere uccisi. Per di più, come medico per eccellenza della malattia novecentesca viene spesso celebrato Nietzsche, che pure si attribuisce il merito di essersi opposto «ad una falsità che dura da millenni» e che aggiunge: «Io per primo ho scoperto la verità, proprio perché per primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata» (Ecce homo, Perché io sono un destino, 1). Così enfatica è l'idea di verità, che coloro i quali sono riluttanti ad accoglierla sono da considerare folli: sì, si tratta di farla finita con le «malattie mentali» e con il «manicomio di interi millenni» (L'Anticristo, § 38). D'altro canto, il presunto campione del «pensiero debole» e del «relativismo» non esita a lanciare parole d'ordine ultimative: difesa della schiavitù quale fondamento ineludibile della civiltà; «annientamento di milioni di malriusciti»; «annientamento delle razze decadenti»! La piattaforma teorico-politica suggerita a suo tempo da Vattimo - ma che Vattimo stesso pare oggi mettere in discussione - mi sembra insostenibile da ogni punto di vista.
Altre correnti del pensiero dominante indicano il rimedio alle tragedie del Novecento non già nel relativismo, ma, al contrario, nel recupero della saldezza delle norme morali, sacrificate da comunisti e nazisti sull'altare del machiavellismo e della Realpolitik (Aron e Bobbio) ovvero della filosofia della storia e della presunta necessità storica (Berlin e Arendt). Nella sinistra e nella stessa sinistra radicale (si pensi a Empire di Hardt e Negri) è divenuta un punto di riferimento soprattutto Arendt. Rimossa o sottoscritta è la liquidazione a cui lei procede di Marx e della rivoluzione francese con la connessa celebrazione della rivoluzione americana (e il conseguente indiretto omaggio al mito genealogico che trasfigura gli Usa quale «impero per la libertà», secondo la definizione cara a Jefferson, che pure era proprietario di schiavi). In questo caso ancora più assordante è il silenzio sulla tradizione colonialista e imperialista alle spalle delle tragedie del Novecento. Arendt condanna l'idea di necessità storica nella rivoluzione francese, e soprattutto in Marx e nel movimento comunista; dimentica però che il movimento comunista si è formato nel corso della lotta contro la tesi del carattere ineluttabile e provvidenziale dell'assoggettamento e talvolta dell'annientamento delle «razze inferiori» ad opera dell'Occidente, si è formato nel corso della lotta contro il «partito del destino», secondo le definizione cara a Hobson, il critico inglese dell'imperialismo, letto e apprezzato da Lenin. Arendt contrappone negativamente la rivoluzione francese, sviluppatasi all'insegna dell'idea di necessità storica, alla rivoluzione americana, che trionfa all'insegna dell'idea di libertà. In realtà l'idea di necessità storica agisce con modalità diverse in entrambe le rivoluzioni: se in Francia viene considerata ineludibile anche l'emancipazione degli schiavi, che è in effetti è sancita dalla Convenzione giacobina, negli Usa il motivo del Manifest Destiny consacra la conquista dell'Ovest, inarrestabile nonostante la riluttanza e la resistenza dei pellerossa, già agli occhi di Franklin destinati dalla «Provvidenza» ad essere spazzati via.
Arendt muore nel 1975, non ancora settantenne. In questa morte precoce c'è un elemento paradossale di fortuna sul piano filosofico. Solo successivamente intervengono gli sviluppi storici che falsificano totalmente la piattaforma teorica della filosofa scomparsa: a partire dalla presidenza Reagan sono proprio gli Stati Uniti a impugnare la bandiera della filosofia della storia contro l'Urss e i paesi che si richiamano al comunismo, destinati a finire nella «spazzatura della storia» e comunque collocati ai giorni nostri - lo proclamano Obama e Hillary Clinton - «dalla parte sbagliata della storia». Più longevi ma meno fortunati sul piano filosofico sono i devoti di Arendt, che continuano a ripetere la vecchia filastrocca, senza accorgersi del radicale rovesciamento di posizioni che nel frattempo si è verificato sul piano mondiale.
Subalterna sul piano del bilancio storico così come delle categorie filosofiche, la sinistra (compresa quella radicale) è chiaramente incapace di procedere a un' «analisi concreta della situazione concreta». Tanto più, se teniamo presente che alla catastrofe teorico-politica ha contribuito ulteriormente una mossa sciagurata, quella che contrappone negativamente il «marxismo orientale» al «marxismo occidentale». Alle spalle di questa mossa agisce una lunga e infausta tradizione. In Italia, subito dopo la Rivoluzione d'Ottobre, Filippo Turati, che continua a fare professione di marxismo, non riesce a vedere nei Soviet null'altro che l'espressione politica di un«orda» barbarica (estranea e ostile all'Occidente). A partire dagli anni 70 del secolo scorso, la divaricazione tra marxisti orientali e marxisti occidentali ha visto contrapporsi da un lato marxisti che esercitano il potere e dall'altro marxisti che sono all'opposizione e che si concentrano sempre più sulla «teoria critica», sulla «decostruzione», anzi sulla denuncia del potere e dei rapporti di potere in quanto tali, e che progressivamente nella loro lontananza dal potere e dalla lotta per il potere ritengono di individuare la condizione privilegiata per la riscoperta del marxismo «autentico». È una tendenza che ai giorni nostri raggiunge il suo apice nella tesi formulata da Holloway, in base alla quale il problema reale è di «cambiare il mondo senza prendere il potere»! A partire da tali presupposti, cosa si può capire di un partito come il Partito comunista cinese che, gestendo il potere in un paese-continente, lo libera dalla dipendenza economica (oltre che politica), dal sottosviluppo e dalla miseria di massa, chiude il lungo ciclo storico caratterizzato dall'assoggettamento e annientamento delle civiltà extra-europee ad opera dell'Occidente colonialista e imperialista, dichiarando al tempo stesso che tutto ciò è solo la prima tappa di un lungo processo all'insegna della costruzione di una società post-capitalistica?

venerdì 1 settembre 2017

Rivoluzione d’Ottobre e democrazia


di Domenico Losurdo da marx21

Il testo è la rielaborazione nella forma della Conferenza pronunciata a Napoli, presso la libreria Feltrinelli, il 6 luglio 2007, nell’ambito del ciclo «I venerdì della politica» promosso dalla Società di studi politici. 
Ho sviluppato i temi qui accennati in tre libri ai quali rinvio per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici: Controstoria del liberalismo (Laterza, 2005); Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci, 2008) (D.L)

L’ideologia e la storiografia oggi dominanti sembrano voler compendiare il bilancio di un secolo drammatico in una storiella edificante, che può essere così sintetizzata: agli inizi del Novecento, una ragazza fascinosa e virtuosa (la signorina Democrazia) viene aggredita prima da un bruto (il signor Comunismo) e poi da un altro (il signor Nazi-fascismo); approfittando anche dei contrasti tra i due e attraverso complesse vicende, la ragazza riesce alfine a liberarsi dalla terribile minaccia; divenuta nel frattempo più matura, ma senza nulla perdere del suo fascino, la signorina Democrazia può alfine coronare il suo sogno d’amore mediante il matrimonio col signor Capitalismo; circondata dal rispetto e dall’ammirazione generali, la coppia felice e inseparabile ama condurre la sua vita in primo luogo tra Washington e New York, tra la Casa Bianca e Wall Street. Stando così le cose, non è più lecito alcun dubbio: il comunismo è il nemico implacabile della democrazia, la quale ha potuto consolidarsi e svilupparsi solo dopo averlo sconfitto.

1. La democrazia quale superamento delle tre grandi discriminazioni

Sennonché, questa storiella edificante nulla ha a che fare con la storia reale. La democrazia, così come oggi la intendiamo, presuppone il suffragio universale: indipendentemente dal sesso (o genere), dal censo e dalla «razza», ogni individuo dev’essere riconosciuto quale titolare dei diritti politici, del diritto elettorale attivo e passivo, del diritto di votare per i propri rappresentanti e di essere eventualmente eletto negli organismi rappresentativi. E cioè, ai giorni nostri la democrazia, persino nel suo significato più elementare e immediato, implica il superamento delle tre grandi discriminazioni (sessuale o di genere, censitaria e razziale) che erano ancora vive e vitali alla vigilia dell’ottobre 1917 e che sono state superate solo col contributo, talvolta decisivo, del movimento politico scaturito dalla rivoluzione bolscevica.

Cominciamo con la clausola d’esclusione, macroscopica, che negava il godimento dei diritti politici alla metà del genere umano e cioè alle donne. In Inghilterra, le signore Pankhurst (madre e figlia), che promuovevano la lotta contro tale discriminazione e dirigevano il movimento femminista delle suffragette, erano costrette a visitare periodicamente le patrie prigioni. La situazione non era molto diversa negli altri grandi paesi dell’Occidente. Era Lenin invece, in Stato e rivoluzione, a denunciare l'«esclusione delle donne» dai diritti politici come una conferma clamorosa del carattere mistificatorio della «democrazia capitalistica». Tale discriminazione veniva cancellata in Russia già dopo la rivoluzione di febbraio, da Gramsci salutata come «rivoluzione proletaria» per il ruolo di protagonista svolto dalle masse popolari, com’era confermato dal fatto che la rivoluzione aveva introdotto «il suffragio universale, estendendolo anche alle donne». La medesima strada era poi imboccata dalla repubblica di Weimar, scaturita dalla «rivoluzione di novembre», scoppiata in Germania a un anno di distanza dalla rivoluzione d’ottobre e sull’onda e a imitazione di quest’ultima. Successivamente, in questa direzione si muovevano anche gli USA. In Italia e in Francia, invece, le donne conquistavano i diritti politici solo dopo la seconda guerra mondiale, sull’onda della Resistenza antifascista, alla quale i comunisti avevano contribuito in modo essenziale o decisivo.

Considerazioni analoghe si possono fare a proposito della seconda grande discriminazione, che ha anch’essa caratterizzato a lungo la tradizione liberale: mi riferisco alla discriminazione censitaria, che escludeva dai diritti politici attivi e passivi i non proprietari, i non abbienti, le masse popolari. Già efficacemente combattuta dal movimento socialista e operaio, pur fortemente indebolita, essa continuava a resistere pervicacemente alla vigilia della rivoluzione d’ottobre. Nel saggio sull’imperialismo e in Stato e rivoluzione Lenin richiamava l’attenzione sulle persistenti discriminazioni censitarie, camuffate mediante i requisiti di residenza o altri «"piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale», che in paesi come la Gran Bretagna comportavano l'esclusione dai diritti politici dello «strato inferiore propriamente proletario». Si può aggiungere che proprio nel paese classico della tradizione liberale ha tardato in modo particolare ad affermarsi pienamente il principio «una testa, un voto». Solo nel 1948 sono dileguate le ultime tracce del «voto plurale», a suo tempo teorizzato e celebrato da John Stuart Mill: i membri delle classi superiori considerati più intelligenti e più meritevoli godevano del diritto di esprimere più di un voto, ciò che faceva rientrare dalla finestra la discriminazione censitaria cacciata dalla porta.

Per quanto riguarda l’Italia, sui manuali scolastici si può leggere che la discriminazione censitaria è stata cancellata nel 1912. In realtà continuavano a sussistere le «piccole» clausole di esclusione denunciate da Lenin. Ma non è questo il punto più importante. La legge varata in quell’anno concedeva graziosamente i diritti politici solo a quei cittadini di sesso maschile che, pur di modeste condizioni sociali, si fossero distinti o per «titoli di cultura e di onore» o per il valore militare mostrato nel corso della guerra contro la Libia terminata poco prima. In altre parole, non si trattava del riconoscimento di un diritto universale, bensì di una ricompensa in primo luogo per quanti avevano dato prova di coraggio e di ardore bellico nel corso di una conquista coloniale dai tratti brutali e talvolta genocidi.

In ogni caso, anche là dove il suffragio (maschile) era divenuto universale o pressoché universale, esso non valeva per la Camera Alta, che continuava a essere appannaggio della nobiltà e delle classi superiori. Nel Senato italiano vi sedevano, in qualità di membri di diritto, i principi di Casa Savoia: tutti gli altri erano nominati a vita dal re, su segnalazione del presidente del Consiglio. Non dissimile era la composizione delle altre Camere Alte europee che, a eccezione di quella francese, non erano elettive bensì caratterizzate da un intreccio di ereditarietà e nomina regia. Persino per quanto riguarda il Senato della Terza Repubblica francese, che pure aveva alle spalle una serie ininterrotta di sconvolgimenti rivoluzionari culminati nella Comune, è da notare che esso risultava da un'elezione indiretta ed era costituito in modo tale da garantire una marcata sovra-rappresentanza alla campagna (e alla conservazione politico-sociale), a danno ovviamente di Parigi e delle maggiori città, a danno cioè dei centri urbani considerati il focolaio della rivoluzione. Anche in Gran Bretagna, nonostante la secolare tradizione liberale alle spalle, la Camera Alta (interamente ereditaria, eccettuati pochi vescovi e giudici), non aveva nulla di democratico, e netto era il controllo esercitato dall’aristocrazia sulla sfera pubblica: era una situazione non molto diversa da quella che caratterizzava Germania e Austria. È per questo che un illustre storico (Arno J. Mayer) ha parlato di persistenza dell’antico regime in Europa sino al primo conflitto mondiale (e alla rivoluzione d’ottobre e alle rivoluzioni e agli sconvolgimenti che hanno fatto seguito a essa)

In quegli anni neppure negli USA erano assenti i residui di discriminazione censitaria. Rispetto all’Europa, però, l’antico regime si presentava in una versione diversa: l’aristocrazia di classe si configurava come aristocrazia di razza. Nel Sud del paese il potere era nelle mani degli ex-proprietari di schiavi, che nulla avevano perso della loro arroganza razziale o razzista e che non a caso erano bollati dai loro avversari quali Borboni; non era certo dileguato il regime talvolta celebrato dai suoi sostenitori e talaltra criticamente analizzato dagli studiosi contemporanei come una sorta di ordinamento castale, in quanto fondato su raggruppamenti etnico-sociali resi impermeabili dal divieto di miscegenation, e cioè dal divieto di rapporti sessuali e matrimoniali inter-razziali, severamente condannati e puniti in quanto suscettibili di mettere in discussione la white supremacy.

2. La duplice dimensione della discriminazione razziale

E veniamo così alla terza grande discriminazione, quella razziale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre essa era più viva che mai e manifestava la sua vitalità in due modi. A livello globale il mondo era caratterizzato dal dominio incontrastato, per dirla con Lenin, di «poche nazioni elette» ovvero di un pugno di «nazioni modello» che attribuivano a se stesse «il privilegio esclusivo di formazione dello Stato», negandolo alla stragrande maggioranza dell’umanità, ai popoli estranei al mondo occidentale e bianco e pertanto indegni di costituirsi quali Stati nazionali indipendenti. E dunque, le «razze inferiori» erano escluse in blocco dal godimento dei diritti politici già per il fatto di essere considerate incapaci di autogoverno, incapaci di intendere e di volere sul piano politico. Tale esclusione era ribadita a un secondo livello, a livello nazionale: nell’Unione sudafricana e negli USA (il paese sul quale soprattutto ci soffermeremo), i popoli di origine coloniale erano ferocemente oppressi: essi non godevano né dei diritti politici né di quelli civili.

Si pensi ad esempio ai linciaggi che, tra Otto e Novecento, negli Stati Uniti erano riservati in particolare ai neri. Un illustre storico statunitense (Vann Woodward) ne ha dato una descrizione secca ma tanto più efficace e raccapricciante:

«Notizie dei linciaggi erano pubblicate sui fogli locali e carrozze supplementari erano aggiunte ai treni per spettatori, talvolta migliaia, provenienti da località a chilometri di distanza. Per assistere al linciaggio, i bambini delle scuole potevano avere un giorno libero.

Lo spettacolo poteva includere la castrazione, lo scoiamento, l'arrostimento, l'impiccagione, i colpi d'arma da fuoco. I souvenir per acquirenti potevano includere le dita delle mani e dei piedi, i denti, le ossa e persino i genitali della vittima, così come cartoline illustrate dell'evento».

Vediamo qui all’opera non la democrazia propriamente detta di cui favoleggia la storiella edificante di cui ho parlato agli inizi, bensì quella che eminenti studiosi statunitensi hanno definito la Herrenvolk democracy, una democrazia riservata esclusivamente al popolo dei signori, il quale esercitava una terroristica white supremacy non solo sui popoli di origine coloniale (afroamericani, asiatici ecc.) ma talvolta anche sugli immigrati provenienti da paesi (quali l’Italia) considerati di dubbia purezza razziale.

Ancora negli anni ’30 i neri, che pure nel corso della prima guerra mondiale erano stati chiamati a combattere e a morire per la «difesa» del paese, continuavano a subire un regime di terrore che al tempo stesso funzionava come una ripugnante società dello spettacolo. Eloquenti sono di per sé i titoli e le cronache dei giornali locali del tempo. Li riprendiamo dall’antologia (100 Years of Lynchings) curata da uno studioso afroamericano (Ralph Ginzburg): «Grandi preparativi per il linciaggio di questa sera». Nessun particolare doveva essere trascurato: «Si teme che colpi d’arma da fuoco diretti al negro possano andare fuori bersaglio e colpire spettatori innocenti, che includono donne con i loro bambini in braccio»; ma se tutti si atterranno alle regole, «nessuno sarà deluso». L’inedita società dello spettacolo procedeva in modo implacabile. Vediamo altri titoli: «il linciaggio eseguito pressoché come previsto nell’annuncio pubblicitario»; «la folla applaude e ride per l’orribile morte di un negro»; «cuore e genitali recisi dal cadavere di un negro».

A subire il linciaggio non erano solo i neri colpevoli di «stupro» ovvero, il più delle volte, di rapporti sessuali consensuali con una donna bianca. Bastava molto meno per essere condannati a morte: l’«Atlanta Constitution» dell’11 luglio 1934 informava dell’avvenuta esecuzione di un nero di 25 anni «accusato di aver scritto una lettera “indecente e insultante” a una giovane ragazza bianca della contea di Hinds»; in questo caso la «folla di cittadini armati» si era accontentata di riempire di pallottole il corpo dello sciagurato. Per di più, oltre che sui «colpevoli», la morte, inflitta in modo più o meno sadico, incombeva anche sui sospetti. Continuiamo a sfogliare i giornali dell’epoca e a leggere i titoli: «Assolto dalla giuria, poi linciato»; «Sospetto impiccato a una quercia sulla pubblica piazza di Bastrop»; «Linciato l’uomo sbagliato». Infine la violenza non si limitava a prendere di mira il responsabile o il sospetto responsabile del misfatto a lui attribuito: accadeva che, prima di procedere al suo linciaggio, venisse data alle fiamme e bruciata completamente la capanna in cui abitava la sua famiglia.

È da aggiungere che la terza grande discriminazione finiva col colpire anche certi membri e certi settori della stessa casta o razza privilegiata. Sfogliando sempre l’antologia relativa ai cento anni di linciaggi negli USA, ci imbattiamo nel titolo di un articolo del «Galveston (Texas) Tribune» del 21 giugno 1934: «Una ragazza bianca è rinchiusa in carcere, il suo amico negro è linciato». Su quella ragazza bianca il regime di terroristica white supremacy si abbatteva in modo duplice: sia privandola della sua libertà personale, sia colpendola pesantemente nei suoi affetti.

3. Movimento comunista e lotta contro la discriminazione razziale

In che direzione, a quale movimento e a quale paese guardavano le vittime di tale orrore, per cercare solidarietà e ispirazione nella lotta di resistenza e di emancipazione? Non è difficile indovinarlo. Subito dopo la rivoluzione d’ottobre, gli afroamericani che aspiravano a scuotersi di dosso il giogo della white supremacy erano spesso accusati di bolscevismo, ma pronta era la replica di un militante nero che non si lasciava intimidire: «Se lottare per i nostri diritti significa essere bolscevichi, ebbene io sono bolscevico e che gli altri si rassegnino una volta per sempre».

Sono gli anni in cui i neri che diventavano militanti del Partito comunista degli USA o che visitavano la Russia sovietica facevano un’esperienza inedita e esaltante: si vedevano finalmente riconosciuti nella loro dignità umana; su un piano di parità con i loro compagni potevano partecipare alla progettazione di un mondo nuovo. Si comprende allora che essi guardassero a Stalin come al «nuovo Lincoln», al Lincoln che avrebbe messo fine questa volta in modo concreto e definitivo alla schiavitù dei neri, all’oppressione, alla degradazione, all’umiliazione, alla violenza e ai linciaggi che essi continuavano a subire. Non c’è da stupirsi per questa visione. Si tenga presente che per lungo tempo, nel periodo in cui la discriminazione razziale e il regime di supremazia bianca infuriavano pressoché indisturbati all’interno degli USA e a livello mondiale nel rapporto tra metropoli capitalistica e colonie, il termine «razzismo» ha avuto una connotazione positiva, quale sinonimo di comprensione sobria e scientifica della storia e della politica, una comprensione scientifica che solo gli ingenui (per lo più socialisti o comunisti) si ostinavano a ignorare o a mettere in discussione.

Quando interveniva il momento di svolta nella storia degli afroamericani? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia inviava alla Corte Suprema, che era stata chiamata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista e suscita dubbi anche tra le nazioni amiche sull’intensità della nostra devozione alla fede democratica». Già per ragioni di politica estera occorreva sancire l’incostituzionalità della segregazione e della discriminazione anti-nera. Washington – osserva lo storico statunitense (Vann Woodward) che ricostruisce tale vicenda – correva il pericolo di alienarsi le «razze di colore» non solo in Oriente e nel Terzo Mondo ma nel cuore stesso degli Stati Uniti: anche qui la propaganda comunista riscuoteva un considerevole successo nel suo tentativo di guadagnare i neri alla «causa rivoluzionaria», facendo crollare in loro la «fede nelle istituzioni americane». In altre parole, non si poteva arginare la sovversione comunista senza mettere fine al regime di white supremacy. E dunque: la lotta ingaggiata dal movimento comunista e la paura del comunismo finivano con lo svolgere un ruolo essenziale nella cancellazione negli USA (e poi nel Sudafrica) della discriminazione razziale e nella promozione della democrazia.

A questo punto s’impone una riflessione. Le opzioni politiche di ciascuno di noi possono essere le più diverse. E, tuttavia, chi voglia fondare le sue affermazioni su una sia pur elementare ricostruzione storica, deve riconoscere un punto essenziale: la storiella edificante dalla quale abbiamo preso le mosse, e che continua a essere strombazzata dall’ideologia dominante, è per l’appunto una storiella. Se per democrazia intendiamo quantomeno l’esercizio del suffragio universale e il superamento delle tre grandi discriminazioni, è chiaro che essa non può essere considerata anteriore alla Rivoluzione d’Ottobre e non può essere pensata senza l’influenza che quest’ultima ha esercitato a livello mondiale.

4. La discriminazione razziale tra USA e Terzo Reich

Se da un lato spingeva le sue vittime a riporre le loro speranze nel movimento comunista e nell’Unione Sovietica, dall’altro il regime di white supremacy vigente negli USA e a livello mondiale suscitava l’ammirazione del movimento nazista. Nel 1930, Alfred Rosenberg, che poi sarebbe diventato il teorico più o meno ufficiale del Terzo Reich, celebrava gli Stati Uniti, con lo sguardo rivolto soprattutto al Sud, come uno «splendido paese del futuro» che aveva avuto il merito di formulare la felice «nuova idea di uno Stato razziale», idea che si trattava allora di mettere in pratica, «con forza giovanile», senza fermarsi a mezza strada. La repubblica nord-americana aveva coraggiosamente richiamato l’attenzione sulla «questione negra» e anzi l’aveva collocata «al vertice di tutte le questioni decisive». Ebbene, una volta cancellato per i neri, l’assurdo principio dell’uguaglianza doveva essere liquidato sino in fondo: occorreva trarre «le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei».

Non c’è dubbio, il regime di white supremacy ha profondamente ispirato il nazismo e il Terzo Reich. È un’influenza che ha lasciato tracce profonde anche sul piano categoriale e linguistico. Proviamo a interrogarci sul termine-chiave suscettibile di esprimere in modo chiaro e concentrato la carica di de-umanizzazione e di violenza genocida insita nell’ideologia nazista. In questo caso non c’è bisogno di ricerche particolarmente tormentose: è Untermensch il termine-chiave, che in anticipo priva di qualsiasi dignità umana quanti sono destinati a essere schiavizzati al servizio della razza dei signori o a essere annientati quali agenti patogeni, colpevoli di fomentare la rivolta contro la razza dei signori e contro la civiltà in quanto tale. Ebbene, il termine Untermensch, che un ruolo così centrale e così nefasto svolge nella teoria e nella pratica del Terzo Reich, non è altro che la traduzione dall’americano Under Man! Lo riconosce Rosenberg, il quale esprime la sua ammirazione per l’autore statunitense Lothrop Stoddard: a lui spetta il merito di aver per primo coniato il termine in questione, che campeggia come sottotitolo (The Menace of the Under Man) di un libro pubblicato a New York nel 1922 e della sua versione tedesca (Die Drohung des Untermenschen) apparsa tre anni dopo. Per quanto riguarda il suo significato, Stoddard chiarisce che esso sta a indicare la massa di «selvaggi e barbari», «essenzialmente incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili», con i quali bisogna procedere a una radicale resa dei conti, se si vuole sventare il pericolo che incombe di crollo della civiltà. Elogiato, prima ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover), Stoddard è successivamente ricevuto con tutti gli onori a Berlino, dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista, ma anche i più alti gerarchi del regime, compreso Adolf Hitler, ormai lanciato nella sua campagna di decimazione e schiavizzazione degli «indigeni» ovvero degli Untermenschen dell’Europa orientale, e impegnato nei preparativi per l’annientamento degli Untermenschen ebraici, considerati i folli ispiratori della rivoluzione bolscevica e della rivolta degli schiavi e dei popoli delle colonie.

Ben lungi dal poter essere assimilate l’una all’altra quali nemiche mortali della democrazia, Unione Sovietica e Germania hitleriana si sono storicamente collocate su posizioni contrapposte: la prima ha svolto un ruolo d’avanguardia nella lotta contro la terza grande discriminazione (quella razziale), mentre la seconda si è distinta nella lotta per radicalizzare ed eternizzare la terza grande discriminazione e, nel far ciò, si è richiamata all’esempio costituito dagli USA. Nel complesso, l’analisi storica costringe a riconoscere il contributo essenziale o decisivo fornito dal movimento scaturito dalla rivoluzione d’ottobre al superamento delle tre grandi discriminazioni e dunque alla realizzazione di un presupposto ineludibile della democrazia.

5. Un incompiuto processo di democratizzazione

Conviene ora porsi un’ultima domanda: le tre grandi discriminazioni sono oggi del tutto dileguate? Già diversi anni fa, un eminente storico statunitense, Arthur Schlesinger Jr, che è stato anche consigliere del presidente John Kennedy, tracciava un quadro ben poco lusinghiero della democrazia nel suo paese: «L'azione politica, una volta imperniata sull'attivismo, s’impernia ora sulla disponibilità finanziaria». Dati i «costi spaventosamente alti delle recenti campagne elettorali», si delineava nettamente la tendenza a «limitare l’accesso alla politica a quei candidati che hanno fortune personali o che ricevono denaro da comitati d’azione politica», ovvero da «gruppi di interessi» e lobbies varie. In altre parole, era come se la discriminazione censitaria, cacciata dalla porta, fosse rientrata dalla finestra. Conviene prenderne atto: la campagna neoliberista contro i «diritti sociali ed economici», solennemente proclamati e sanciti dall'ONU nel 1948 ma denunciati da Friedrich August von Hayek quali espressione dell'influenza (da lui considerata rovinosa) della «rivoluzione marxista russa», ha finito con l‘investire anche i diritti politici.

Nell’atto di accusa contro la Rivoluzione d’Ottobre formulato dal patriarca del neoliberismo (e premio Nobel per l’Economia nel 1974) si può e si deve leggere un grande riconoscimento. Quella rivoluzione ha contribuito alla realizzazione dei diritti economici e sociali e all’edificazione anche in Occidente; non a caso, ai giorni nostri, al venire meno della sfida del movimento comunista corrisponde lo smantellamento dello Stato sociale nella stessa Europa, con il risultato che la discriminazione censitaria finisce col ripresentarsi in forme nuove.

E per quanto riguarda le altre due grandi discriminazioni? Non c’è tempo per un’analisi approfondita, ma non posso fare a meno di una breve osservazione a proposito della terza grande discriminazione. Certo, la storia non è l’eterno ritorno dell’identico, come pretendeva Nietzsche. Sarebbe errato e fuorviante ignorare i mutamenti intervenuti e i risultati conseguiti dalla lotta di emancipazione. Ai giorni nostri nessuno oserebbe fare professione di razzismo e proclamare ad alta voce la necessità di difendere o ristabilire la white supremacy. Non bisogna però dimenticare che, storicamente, un aspetto essenziale della terza grande discriminazione è stato la gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni. L’ha ben compreso Lenin che abbiamo visto definire l’imperialismo come la pretesa di «poche nazioni elette» ovvero di poche «nazioni modello» di riservare esclusivamente a se stesse il diritto di costituirsi in Stato nazionale indipendente. È stata abbandonata una volta per sempre tale pretesa? In occasione di gravi conflitti politici e diplomatici, l’Occidente e in particolare il suo paese-guida si rivolgono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché autorizzi l’intervento militare da loro auspicato o programmato, ma al tempo stesso dichiarano che, anche in assenza di autorizzazione, essi si riservano il diritto di scatenare sovranamente la guerra contro questo o quel paese. E’ evidente che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, i paesi occidentali si attribuiscono una sovranità dilatata e imperiale, da esercitare ben al di là del proprio territorio nazionale, mentre per i paesi da loro presi di mira il principio della sovranità statale è dichiarato superato e privo di valore. In forme nuove si riproduce la dicotomia (nazioni elette e realmente fornite di sovranità/popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo) che è propria dell’imperialismo e del colonialismo. Con la forza delle armi continua a esser fatto valere il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni.

Nel caso degli USA questa sedicente gerarchia è proclamata ad alta voce e viene persino religiosamente trasfigurata. Nel settembre del 2000, nel condurre la campagna elettorale che l’avrebbe portato alla presidenza, George W. Bush enunciava un vero e proprio dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo». È un dogma ben radicato nella tradizione politica statunitense. Bill Clinton aveva inaugurato il suo primo mandato presidenziale, con una proclamazione ancora più enfatica del primato degli USA e del diritto-dovere a dirigere il mondo: «La nostra missione è senza tempo»!

Si direbbe che alla white supremacy sia subentrata la western supremacy ovvero l’American supremacy. Resta fermo il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni, una gerarchizzazione naturale, eterna e persino consacrata dalla volontà divina, come nella monarchia assoluta dell’Antico regime! Almeno per quanto riguarda la sua dimensione internazionale, la terza grande discriminazione non è dileguata. Detto altrimenti: almeno per quanto riguarda i rapporti internazionali, siamo ben lontani dalla democrazia. Il processo di democratizzazione iniziato con la rivoluzione d’ottobre è ancora ben lungi dalla sua conclusione.

Testo pubblicato dalla Casa editrice «La Scuola di Pitagora», Napoli. Ringraziamo Domenico Losurdo, Presidente dell'Associazione Marx XXI, per la richiesta di pubblicazione nel nostro sito.



venerdì 6 novembre 2015

I problemi della sinistra oggi

da sinistrainrete

 

“Il movimento socialista è nato dall'incontro fra teoria scientifica e lotta di classe: da qui dobbiamo partire!”

 

 #politicanuova intervista Domenico Losurdo


Domenico Losurdo, Professore emerito di Storia della Filosofia all'Università di Urbino, tra i maggiori intellettuali contemporanei, che recentemente ha pubblicato “La sinistra assente” (Carocci, 2014), un'analisi a proposito dell'assenza, in Occidente, di una forza d'opposizione in grado di incidere nella realtà e d'offrire la prospettiva della trasformazione sociale (A cura di Aris Della Fontana)
stillman91. Lei afferma che «la sinistra dilegua proprio nel momento in cui è chiamata a reagire ai processi in atto». Come si spiega questa contraddizione?
Quando parlo del dileguare della sinistra, mi riferisco all'Occidente. La sinistra dilegua, per esempio, dinanzi all'aggravarsi della situazione internazionale. Oggi stiamo assistendo a una serie di guerre neo-coloniali, particolarmente nel Medio Oriente: è un dato di fatto che viene riconosciuto persino da commentatori borghesi, ma che la sinistra occidentale, invece, tace. E oggi i pericoli di guerra si stanno aggravando: ne “La sinistra assente” cito un illustre analista quale Sergio Romano, secondo cui gli Stati Uniti hanno come obiettivo l'acquisizione di una sorta di monopolio sostanziale dell'arma nucleare; e ciò, all'occorrenza, anche al fine di poter scatenare un primo colpo nucleare impunito. Ci troviamo, dunque, dinanzi a una prospettiva decisamente allarmante. Ma la sinistra occidentale latita. Nel libro spiego le ragioni storiche di questa latitanza, ma fermarsi a ciò non basta. Di fronte all'aggravarsi dei conflitti sul piano internazionale, delle tendenze neo-colonialiste e della minaccia imperialista, s'impone la necessità d'una chiara risposta da parte della sinistra – anche sul piano ideologico - e con ciò una sua riorganizzazione. Ma purtroppo siamo ancora disgraziatamente lontani da tale momento.
2. Di fronte alla «crisi economica e politica» e ad un «deteriorarsi della situazione internazionale» che desta importante preoccupazione in particolare per i venti di guerra che spirano sempre più forti, si pone, per la sinistra, la questione delle tempistiche, e cioè della necessità di agire in rapporto a margini non eternamente posponibili? Se la sinistra non si attiva ora, in seguito sarà troppo tardi?
Per quanto concerne lo stato della situazione internazionale, ribadisco quanto sostenuto poco sopra. La sinistra è indubbiamente in ritardo. Questo di per sé non è un fatto nuovo. Prendere coscienza di una situazione oggettiva è un processo faticoso e quindi un certo ritardo è quasi la regola. Però oggi ci troviamo dinanzi a qualcosa di assolutamente inedito. In seguito al trionfo occidentale nella Guerra Fredda ha avuto luogo una demolizione sistematica della complessiva storia del movimento comunista. Ciò ha prodotto effetti devastanti sul fronte dell'incisività politica ed egemonica. Occorre dunque prima di tutto colmare tale ritardo. E, pur essendo un obbligo morale, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di un'impresa estremamente complessa. Occorre sentirne l'urgenza, ma senza scoraggiarci per i ritardi, i quali in qualche modo sono inevitabili.
3. Attraverso il «monopolio delle idee e soprattutto delle emozioni» le classi dominanti hanno eseguito un “salto di qualità” nell'ambito del controllo del potere, e cioè dell'egemonia e della lotta di classe? Il concentrarsi, da parte delle prime, sulla suggestione spettacolare denota una lacunosità in fatto di argomenti sostanziali? E, se ciò fosse tale, esistono i margini, da parte della sinistra, per incidere proprio attraverso un solido apparato analitico? Quest'ultima operazione, ancorché valente, non rischierebbe di essere silenziata dai fini meccanismi della «società dello spettacolo»? In tal senso, come va impostata, a sinistra, la questione comunicativa?
La situazione odierna è più difficile che ai tempi di Marx. Egli constatò come la classe che detiene il monopolio della produzione materiale ha anche il monopolio della produzione intellettuale. Ma oggi c'è una novità: la borghesia detiene, oltre a quello delle idee, anche e soprattutto il monopolio delle emozioni; ed è grazie a quest'ultimo che che si scatenano le guerre e i colpi di stato dell'imperialismo.
E, per rispondere al quesito, mi pare esemplare proprio il caso del ricorso a quello che definisco il «terrorismo dell'indignazione»[1], ossia il fatto di suscitare scientemente una vera e propria ondata di indignazione in grado di giustificare la guerra: ciò denota anche una mancanza di argomenti razionali da parte delle classi dominanti. Questa particolare forma di terrorismo, come detto, ha avuto una funzione decisiva nello scatenamento delle ultime guerre. Però non è adeguato assolutizzarne gli effetti. Se per esempio confrontiamo la reazione che a sinistra si è verificata, poco tempo fa, per i fatti di Ucraina con quella avutasi, in un passato un po' meno recente, in occasione della guerra contro la Libia o di quella contro la Jugoslavia, si può osservare come il terrorismo dell'indignazione incontri qualche difficoltà in più.
A sinistra, infatti, c'è qualcuno che comincia a comprendere il funzionamento e le finalità di questo terrorismo dell'indignazione. E personalmente credo, con la mia ricerca, di poter contribuire all'allargarsi di questa importante presa di coscienza. Ovviamente è inutile farsi illusioni: non esiste un'arma magica che neutralizzi una volta per sempre il monopolio della diffusione delle emozioni e con ciò il terrorismo dell'indignazione. La priorità, in tal senso, è contrapporre ad esso un solido sistema di argomentazioni alternative, in grado di essere ampiamente condiviso. E, per conseguire tale finalità, il partito di tipo leninista rappresenta uno strumento essenziale.
4. Se c'è una «sinistra imperiale» che si cala nella realtà con argomenti e progetti pressoché indistinguibili dagli altri partiti borghesi, ce n'è anche un'altra che «non si appiattisce sull'esistente, rispetto al quale anzi vuole costruire un'alternativa radicale». Quest'ultima, però, è in grado di prendere le mosse «dai movimenti e dalle 'lotte reali'», e quindi di porre i presupposti per incidere politicamente? Esiste, in tal senso, il pericolo della «fuga nella teoresi» (Burgio), e cioè dell'elusione delle responsabilità politiche e organizzative conseguente all'oggettiva difficoltà di muoversi tra i corpi reali?
Credo sia sufficiente sottolineare un fatto storico di centrale importanza: il movimento che si è richiamato al socialismo è nato dall'incontro fra, da una parte, la teoria rivoluzionaria e scientifica e, dall'altra, il movimento concreto e cioè le lotte di classe reali. Ed è attorno a tale specifico incontro che oggi, ancora, dobbiamo puntare. Da questo punto di vista, concretamente, si tratta di non abbandonarsi né al teoreticismo astratto né all'empirismo. Questa, invero, è la fondazione e la storia del leninismo.
5. Ne La sinistra assente viene usata l'espressione «romanticismo rivoluzionario»; di esso si afferma il ruolo fortemente negativo allorquando pervade coloro i quali si confrontano con il processo d'indipendenza dei paesi ex coloniali. Ad esso possono essere collegati tendenze quali il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale», trattate ne La lotta di classe (Laterza, 2013)?
Un'emblematica dimostrazione delle conseguenze del romanticismo rivoluzionario si ha nell'atteggiamento che taluni hanno di fronte alla figura di Ernesto Che Guevara. Egli suscita emozioni ed entusiasmo allorché si pensa al guerrigliero rivoluzionario – e ben si comprende, sia chiaro, questa intensa partecipazione. E, però, se riduciamo Che Guevara a questa raffigurazione, ne dimidiamo il profilo, poiché egli, oltre ad essere stato uno dei protagonisti della lotta armata che rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, è stato anche il teorico della lotta di Cuba contro l'aggressione economica - espressione non a caso da egli coniata.
Il romanticismo rivoluzionario è la dinamica nell'ambito della quale, da un lato, ci si commuove e ci si indigna allorché è in atto una lotta armata e, dall'altro, invece, si è incapaci di concepire che tale lotta armata, ai giorni nostri, ha la sua continuazione più spiccata nella lotta finalizzata alla liberazione dalla dipendenza economica e tecnologica e cioè nell'emancipazione dal neo-colonialismo. Cito spesso un passaggio di Empire (2000), lo scritto di Michael Hardt e Antonio Negri. I due autori esprimono una solidarietà nei confronti della Palestina che, tuttavia, si verrebbe a dileguare laddove quest'ultima divenisse uno Stato nazionale. Una solidarietà, dunque, che si attiva esclusivamente nei confronti d'un popolo palestinese che subisce disfatte; invece, nella misura in cui esso conseguisse potenziali vittorie e, in legame a ciò, si edificasse quale Stato nazionale indipendente, tale vicinanza si dileguerebbe. Il seguace del romanticismo rivoluzionario s'emoziona per gli sconfitti, ma non riesce a provare sentimenti simpatetici allorché lo sconfitto tenta di andare oltre la situazione che lo caratterizza. Un caso emblematico è quello dei paesi che consolidano la propria indipendenza politica attraverso lo sviluppo economico e tecnologico: è un compito ben più prosaico e oscuro rispetto alla resistenza contro un mostruoso Golia militare e politico, e ciò non affascina il seguace del romanticismo rivoluzionario[2].
Per quanto riguarda l'«ascetismo universale», ne La lotta di classe denuncio soprattutto il populismo, ossia la tendenza che individua nella miseria anche il luogo dell'eccellenza morale. Questo non è mai stato il punto di vista di Marx. Egli, infatti, se, da una parte, non idolatrò mai la ricchezza – al contrario: rinunciò a una vita agiata per seguire la sua vocazione rivoluzionaria – dall'altra men che meno idealizzò la miseria. In tal senso era quantomai consapevole del fatto che proprio la povertà dei rapporti sociali e materiali rende maggiormente difficile l'elaborazione di idee in qualche modo più illuminate. E nel Manifesto del Partito Comunista criticò il «rozzo egualitarismo» e l'«ascetismo universale» quali visioni del mondo che possono essere proprie dei movimenti proletari solo nelle fasi iniziali del loro sviluppo, ma che certamente dovranno essere superate da un movimento socialista collocatosi sul piano scientifico. È necessario, perciò, distinguere Marx da altri movimenti di protesta contro la società di classe. E, inoltre, va sottolineato come un elemento essenziale della visione marxista si rifà alla constatazione secondo cui il socialismo rappresenta un sistema sociale nettamente superiore al capitalismo, non soltanto ché procede ad una più equa redistribuzione della risorse, ma anche ché è in grado d'accrescere la produzione stessa e con essa la ricchezza sociale, la quale, invece, viene distrutta dal capitalismo, come dimostrano le ricorrenti crisi di sovrapproduzione e come sta dimostrando la crisi scoppiata nel 2008.
6. La fine della guerra fredda ha decretato il formarsi di un quadro radicalmente diverso rispetto ai paradigmi vigenti nella fase storica apertasi dopo la fine della seconda guerra mondiale. A questo proposito, lei ritiene che ciò abbia aperto uno spazio nuovo e amplissimo per l'«universalismo imperiale». Quali sono i suoi lineamenti essenziali? E ad esso con quale modalità si lega il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario»? Quale ruolo giocano, in tutto ciò, le Organizzazioni non governative (ONG)?
Nella Seconda Guerra Mondiale le grandi potenze europee e occidentali si erano scontrate a partire da «valori» tra loro inconciliabili: quello che oggi chiamiamo Occidente appariva lacerato. Con l'affermarsi di un'incontrastata egemonia statunitense, il politeismo dei valori cedette il posto all'Occidente quale custode di un monoteismo dei valori da universalizzare. Gli Stati Uniti, in linea a ciò, nella fase finale della guerra fredda, sfruttarono il grave indebolimento dei paesi socialisti e del movimento comunista sul piano ideologico, politico e propagandistico: abbandonarono, da una parte, il protezionismo economico e, dall'altra, quello politico-ideologico – e con esso il culto dell'irriducibile peculiarità americana[3] - al fine di riempire, con le coordinate dell'universalismo imperiale, lo spazio nuovo e amplissimo apertosi.
L'universalismo imperiale si è concretato nell'imperialismo del libero mercato e dei diritti umani; attorno a questi ultimi si è venuta definendo una vera e propria religione civile (manipolata), chiamata a glorificare l'Occidente e a ricoprire di vergogna i suoi avversari. E, se, da una parte, non esiste una concordanza nel definire questi valori – si pensi alle divergenze a proposito di questioni quali l'aborto, il porto d'armi e, soprattutto, la pena di morte – va sottolineato, dall'altra, come laddove tali valori sono effettivamente definiti, come nel caso delle varie «libertà», è proprio l'Occidente il primo a calpestarli[4].
E dato che l'Occidente si ritiene interprete dei valori universali e dunque titolare esclusivo del diritto ad esportarli, le guerre di aggressione possono essere argomentate in base a tale schema, che comporta una sovranità dilatata e imperiale. In forme nuove si riproduce la dicotomia propria dell'imperialismo – nazioni elette e realmente fornite di sovranità versus popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo. Oggi, specificatamente, il «neocolonialismo economico-tecnologico-giudiziario» si sostanzia in quattro elementi: esteso controllo economico; superiorità tecnologico-militare; dominio sul fronte multimediale; doppia giurisdizione, funzionale a garantire l'impunità dell'aggressore.
E, tra le varie istanze che si inseriscono in tali dinamiche, un ruolo significativo è svolto dalle Organizzazioni non governative. Innumerevoli e variegate, esse offrono un ampio spazio alle agenzie e ai servizi segreti delle grandi potenze; ma, se non mancano casi di ONG rappresentanti una traduzione immediata di un progetto imperiale, va detto che a svolgere un ruolo essenziale sono soprattutto l'influenza e l'egemonia ideologica: si pensi al contributo fornito da non poche ONG all'aizzamento di una nuova guerra fredda, sempre in agguato[5]. L'impatto egemonico si riscontra nitidamente nella gerarchia dei diritti umani stessi: non c'è più spazio per i diritti sociali ed economici, sanciti dall'Onu alla sua fondazione. Ciò è funzionale alla delegittimazione della rivoluzione anticoloniale. Per i paesi di nuova indipendenza, infatti, la priorità non può che essere la «libertà dalla paura» e la «libertà dal bisogno»: solo una volta sbarazzatisi della preoccupazione di dover fronteggiare l'aggressione e i tentativi di destabilizzazione, questi paesi, grazie allo sviluppo, possono garantire ai cittadini il diritto alla vita e avanzare sulla via del governo della legge e della democratizzazione dei rapporti sociali e delle istituzioni politiche.
7. In La lotta di classe (Laterza, 2013), tra le altre cose, si sviluppava criticamente un concetto di centrale importanza, ossia l'«idealismo della prassi». Di cosa si tratta?
Insistendo sulla trasformazione del mondo, il pensiero rivoluzionario è esposto all'«idealismo della prassi», in virtù del quale elementi quali il mercato, la nazione, la religione, lo Stato tendono a smarrire «il carattere dell'essere»[6]. Essi risultano cioè plasmabili in modo agevole e illimitato dall'azione politica; ma il confronto con la prassi effettuale non può che smentire una tale presunzione e rimettere al centro l'oggettività dell'essere sociale, dato che i fichtiani «vincoli delle cose in sé»[7] continuano a essere spessi e resistenti.

Concretamente, ogni grande movimento rivoluzionario è portato a pensare che la propria vittoria sia in grado di porre fine a tutte le contraddizioni. In tal senso, per esempio, immediatamente dopo la Rivoluzione d'Ottobre, alcuni pensarono che il trionfo del socialismo fosse sinonimo del dileguare d'ogni confine statale e d'ogni contraddizione nazionale e, persino, del dissolversi del mercato in quanto tale. Circa quest'ultima istanza è utile rifarsi ai passaggi dei Quaderni ove Gramsci sottolinea il concetto di «mercato determinato»: ivi dimostrò che il «mercato» non è sinonimo di capitalismo, bensì assume declinazioni diverse lungo il corso storico. In altri lavori, specialmente nel libro su Gramsci[8], sottolineo come la sua grandezza stia nell'aver insistito su un punto essenziale: dobbiamo sviluppare un'idea di emancipazione – quella comunista - decisamente radicale, che tuttavia non coincida con la fine della storia. E in linea a ciò non dobbiamo nemmeno pensare alla fine dello Stato; Marx stesso talvolta parla di una sua estinzione, altre volte, invece, si riferisce alla sua estinzione nell'attuale senso politico: ed è questa seconda variante quella corretta. Lo stesso discorso vale per la questione delle nazionalità. Esse non si dileguano col dileguare del sistema capitalistico; e si tenga conto che Karl Kautsky e anche alcuni bolscevichi credevano che col superamento del capitalismo sarebbe scomparsa persino la lingua russa, una sciocchezza contro la quale, come noto, polemizzò anche Stalin (le identità linguistiche, in tal senso, sono al tempo stesso identità nazionali).
__________________________________________________________

Note

[1] «Grazie alla televisione, ai telefonini, ai computer e ai social media, l'indignazione spontanea o artificialmente prodotta può contare su una diffusione di una capillarità e pervasività senza precedenti, e di essa il paese più potente anche sul piano della tecnologia della comunicazione può servirsi per destabilizzare il paese nemico già dall'interno». «Potendo disporre di strumenti che rendono impossibile distinguere la verità dalla manipolazione, la Psywar ha acquisito un'importanza senza precedenti». Domenico Losurdo, La sinistra assente, Carocci, Roma 2014, p. 75 e p. 85

[2] Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 245

[3] «F. D. Roosvelt, nel celebrare il “nostro sistema americano” e nel criticare Jefferson per essersi lasciato troppo influenzare dalle “teorie dei rivoluzionari francesi”, chiamava i suoi concittadini a opporsi non solo al comunismo ma anche a “qualunque altro “ismo” forestiero». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 141

[4] «Ogni volta che a ragione o torto si è sentita in pericolo, la repubblica nordamericana ha proceduto a un rafforzamento più o meno drastico del potere esecutivo e a un restringimento più o meno pesante della libertà di associazione e di espressione. Ciò vale per gli anni immediatamente successivi alla rivoluzione francese, per la guerra di secessione, la prima guerra mondiale, la Grande Depressione, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda, la situazione venutasi a creare dopo l'attacco alle torri gemelle». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 168

[5] «Nel 2008 e nel 2014 esse si sono impegnate, se non a sabotare, a delegittimare le Olimpiadi estive di Pechino e quelle invernali di Sochi, accodandosi acriticamente alla campagna scatenata dall'Occidente prima contro la Cina e poi contro la Russia». Domenico Losurdo, La sinistra assente, cit., p. 192

[6] György Lukács, Ontologia dell'essere sociale, trad. it. a cura di A. Scarponi, Editori Riuniti, Roma 1976-81, p. 3

[7] Si veda Domenico Losurdo, Hegel e la Germania. Filosofia e questione nazionale tra rivoluzione e reazione, Guerini-Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Milano, cap. III, § 2

[8] Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico», Gamberetti, 1997

sabato 22 agosto 2015

Elogio dell'antimaricanismo (5 - 8)

di Domenico Losurdo da Kelebekler.com
 

5. Antisemitismo e antiamericanismo? Spengler e Ford
La campagna in corso contro coloro che osano criticare la politica di guerra preventiva di Washington ama associare l'antiamericanismo all'antisemitismo.
E di nuovo si rimane stupiti per il dileguare della memoria storica. Chi ricorda ancora la celebrazione del «genuino americanismo di Henry Ford» ad opera del Ku Klux Klan (in MacLean 1994, 90)?
Ad essere qui oggetto di ammirazione è il magnate dell'industria automobilistica, che si impegna a denunciare la rivoluzione bolscevica come il risultato in primo luogo del complotto ebraico e che a tale scopo fonda una rivista di larga tiratura, il Dearborn Independent : gli articoli qui pubblicati vengono raccolti nel novembre 1920 in un volume, L'ebreo internazionale che subito diventa un punto di riferimento dell'antisemitismo internazionale, tanto da poter esser considerato il libro che più di ogni altro ha contribuito alla celebrità dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion .
E' vero, dopo qualche tempo Ford è costretto a rinunciare alla sua campagna, ma intanto è stato tradotto in Germania e ha incontrato grande fortuna. Più tardi diranno di essersi ispirati a lui o di aver da lui preso le mosse gerarchi nazisti di primo piano come von Schirach e persino Himmler. Il secondo in particolare racconta di aver compreso «la pericolosità dell'ebraismo» solo a partire dalla lettura del libro di Ford: «per i nazionalsocialisti fu una rivelazione».
Seguì poi la lettura dei Protocolli dei Savi di Sion :
«Questi due libri ci indicarono la via da percorrere per liberare l'umanità afflitta dal più grande nemico di tutti i tempi, l'ebreo internazionale»; com è chiaro, Himmler fa uso di una formula che riecheggia il titolo del libro di Henry Ford.
Potrebbe trattarsi di testimonianze in parte interessate e strumentali. E' un dato di fatto però che nei colloqui di Hitler con Dietrich Eckart, la personalità che ha avuto su di lui la maggior influenza, lo Henry Ford antisemita è tra gli autori più frequentemente e positivamente citati.
E, d'altra parte, secondo Himmler, il libro di Ford assieme ai Protocolli , avrebbe svolto un ruolo «decisivo» (ausschlaggebend ) oltre che sulla sua formazione, anche su quella del Führer . Anche in questo caso, risulta evidente la superficialità della contrapposizione schematica tra Europa e Stati Uniti, come se la tragica vicenda dell'antisemitismo non avesse coinvolto entrambi. Nel 1933 Spengler sente il bisogno di fare questa precisazione: la giudeofobia da lui apertamente professata non va confusa col razzismo «materialistico» caro agli «antisemiti in Europa e in America» (Spengler 1933, 157).
L'antisemitismo biologico che soffia impetuoso anche al di là dell'Atlantico viene considerato eccessivo persino da un autore pure impegnato in una requisitoria contro la cultura e la storia ebraica in tutto l'arco della sua evoluzione. E' anche per questo che Spengler appare pavido e inconseguente agli occhi dei nazisti. I loro entusiasmi si rivolgono altrove: L'ebreo internazionale continua ad essere pubblicato con grande onore nel Terzo Reich con prefazioni che sottolineano il decisivo merito storico dell'autore e industriale americano (nell'aver fatto luce sulla «questione ebraica») e evidenziano una sorta di linea di continuità da Henry Ford a Adolf Hitler! (cfr. Losurdo 1991 b, 84-5).
La polemica in corso su antiamericanismo e antieuropeismo pecca di ingenuità: essa sembra ignorare gli scambi culturali e le influenze reciproche tra America e Europa.
Nel primo dopoguerra, Croce non aveva avuto difficoltà a sottolineare l'influenza che Theodore Roosevelt aveva esercitato su Enrico Corradini, il capo nazionalista poi confluito nel partito fascista (Croce, 1967, 251). Agli inizi del Novecento, lo statista americano aveva compiuto un viaggio trionfale in Europa, nel corso del quale aveva ricevuto una laurea honoris causa a Berlino e aveva conquistato – a notarlo questa volta è Pareto - numerosi «adulatori» (Pareto 1988, 1241-2, § 1436).
La rappresentazione secondo cui gli Stati Uniti costituirebbero una sorta di spazio sacro, immune dai morbi e dagli orrori dell'Europa, è un prodotto soprattutto della guerra fredda. Non bisogna mai perdere di vista la circolazione del pensiero tra le due rive dell'Atlantico: sì, l'americano Stoddard inventa la categoria-chiave del discorso ideologico nazista ( Untermensch ), ma nel far ciò egli ha alle spalle un soggiorno di studio in Germania e la lettura della teoria cara a Nietzsche del superuomo (Losurdo 2002, 886-7).
D'altro canto, mentre guarda con ammirazione al mondo della white supremacy, la reazione tedesca avverte ripugnanza e disprezzo nei confronti del melting pot . Rosenberg riferisce sdegnato che a Chicago una «grande cattedrale« cattolica «appartiene ai nigger». C'è persino un «vescovo nero» che vi celebra la messa: è l'«allevamento» di «fenomeni bastardi» (Rosenberg 1937, 471).
A sua volta, Hitler sentenzia e denuncia che «sangue ebraico» scorre nelle vene di Franklin Delano Roosevelt, la cui moglie ha comunque un «aspetto negroide» (Hitler 1952-54, II, 182, conversazione del 1 luglio 1942).

6. Gli Stati Uniti, l'Occidente e la Herrenvolk democracy
A questo punto, chiaramente ideologica o mitologica si rivela la tesi della convergenza tra antiamericanismo di destra e di sinistra. In realtà, sono proprio gli aspetti messi in stato d'accusa dalla tradizione che dall'abolizionismo giunge sino al movimento comunista a suscitare simpatia e entusiasmo sul versante opposto. Quel che è amato dagli uni è odiato dagli altri, e viceversa.
Ma gli uni e gli altri si trovano dinanzi al paradosso che caratterizza la storia degli Stati Uniti sin dalla sua fonadzione e che è stato così formulato, nel Settecento, dallo scrittore inglese Samuel Johnson: «Come spiegare che ad acclamare più rumorosamente la libertà sono coloro i quali sono impegnati nella caccia ai neri?» (in Foner 1998, 32). E' un fatto: la democrazia nell'ambito della comunità bianca si è sviluppata contemporaneamente ai rapporti di schiavizzazione dei neri e di deportazione degli indios.
Per trentadue dei primi trentasei anni di vita degli USA, a detenere la presidenza sono proprietari di schiavi, e proprietari di schiavi sono anche coloro che elaborano la Dichiarazione di Indipendenza e la Costituzione. Senza la schiavitù (e la successiva segregazione razziale) non si può comprendere nulla della «libertà americana»: esse crescono assieme, l'una sostenendo l'altra (Morgan 1975). Se la «peculiar institution» (la schiavitù) assicura il ferreo controllo delle classi «pericolose» già sui luoghi di produzione, la mobile frontiera e la progressiva espansione ad Ovest disinnescano il conflitto sociale trasformando un potenziale proletariato in una classe di proprietari terrieri, a spese però di popolazioni condannate ad essere rimosse o spazzate via. Dopo il battesimo della guerra d'indipendenza, la democrazia americana conosce un ulteriore sviluppo, negli anni ‘30 dell'Ottocento, con la presidenza Jackson: la cancellazione, in larga parte, delle discriminazioni censitarie all'interno della comunità bianca va di pari passo col vigoroso impulso impresso alla deportazione degli indios e col montare di un clima di risentimento e di violenza a danno dei neri.
Una considerazione analoga può essere fatta anche per la cosiddetta «età progressista» che, partendo dalla fine del secolo scorso, abbraccia i primi tre lustri del Novecento: essa è caratterizzata certo da numerose riforme democratiche (che assicurano l'elezione diretta del Senato, la segretezza del voto, l'introduzione delle primarie e dell'istituto del referendum ecc.), ma costituisce al tempo stesso un periodo particolarmente tragico per neri (bersaglio del terrore squadristico del Ku Klux Klan) e indios (spogliati delle terre residue e sottoposti ad un processo di spietata omologazione che intende privarli persino della loro identità culturale). A proposito di questo paradosso che caratterizza la storia del loro paese, autorevoli studiosi statunitensi hanno parlato di Herrenvolk democracy , cioè di democrazia che vale solo per il «popolo dei signori» (per usare il linguaggio caro poi a Hitler) (Berghe 1967; Fredrickson 1987).
La netta linea di demarcazione, tra bianchi da una parte e neri e pellerossa dall'altra, favorisce lo sviluppo di rapporti di uguaglianza all'interno della comunità bianca. I membri di un'aristocrazia di classe o di colore tendono ad autocelebrarsi come i “pari”; la netta disuguaglianza imposta agli esclusi è l'altra faccia del rapporto di parità che s'instaura tra coloro che godono del potere di escludere gli «inferiori». Dobbiamo allora contrapporre positivamente l'Europa agli Stati Uniti? Sarebbe una conclusione precipitosa e errata.
In realtà, la categoria di Herrenvolk democracy può essere utile anche per spiegare la storia dell'Occidente nel suo complesso. Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, l'estensione del suffragio in Europa va di pari passo col processo di colonizzazione e con l'imposizione di rapporti di lavoro servili o semiservili alle popolazioni assoggettate; il governo della legge nella metropoli s'intreccia strettamente con la violenza e l'arbitrio burocratico e poliziesco e con lo stato d'assedio nelle colonie. E' in ultima analisi lo stesso fenomeno che si verifica nella storia degli Stati Uniti, solo che nel caso dell'Europa esso risulta meno evidente per il fatto che le popolazioni coloniali, invece di risiedere nella metropoli, sono da questa separati dall'oceano.


7. Missione imperiale e fondamentalismo cristiano nella storia degli USA
E' su un piano diverso che possiamo cogliere le reali differenze nello sviluppo politico e ideologico tra le due rive dell'Atlantico. Dopo essere stata profondamente segnata dalla grande stagione dell'illuminismo, alla fine dell'Ottocento l'Europa conosce un processo ancora più radicale di secolarizzazione: a ritenere ormai ineluttabile la «morte di Dio» sono sia i seguaci di Marx sia i seguaci di Nietzsche. Ben diverso è il quadro che presentano gli Stati Uniti.
Nel 1899, la rivista Christian Oracle spiega così la decisione di cambiare il suo nome in Christian Century : «Crediamo che il prossimo secolo sarà testimone, per la cristianità, dei più grandi trionfi di tutti i secoli e che esso sarà più autenticamente cristiano di tutti quelli precedenti» (in Olasky 1992, 135). In questo momento è in corso la guerra contro la Spagna, accusata dai dirigenti USA di privare ingiustamente Cuba del suo diritto alla libertà e all'indipendenza, per di più ricorrendo, in un'isola «così vicina ai nostri confini», a misure che ripugnano al «senso morale del popolo degli Stati Uniti» e che rappresentano una «disgrazia per la civiltà cristiana» (in Commager 1963, II, 5). Richiamo indiretto alla dottrina Monroe e appello alla crociata in nome al tempo stesso della democrazia, della morale e della religione s'intrecciano strettamente per scomunicare per così dire un paese cattolicissimo e conferire il carattere di guerra santa a tutti gli effetti ad un conflitto che avrebbe consacrato il ruolo di grande potenza imperiale degli USA.
Più tardi, il presidente McKinley spiega la decisione di annettere le Filippine con un'illuminazione di «Dio Onnipotente» che, dopo prolungate preghiere in ginocchio, finalmente, in una notte sino a quel momento particolarmente angosciosa, lo libera da ogni dubbio e indecisione. Non era lecito, lasciare nelle mani della Spagna la colonia o cederla «alla Francia o alla Germania, i nostri rivali commerciali in Oriente»; e neppure era lecito affidarla agli stessi filippini che, «inadatti all'autogoverno», avrebbero fatto piombare il loro paese in una condizione di «anarchia e malgoverno» ancora peggiori di quelli prodotti dal dominio spagnolo: «Non ci restava null'altro che mantenere le Filippine, che educare i filippini, innalzandoli, civilizzandoli e cristianizzandoli, e, con l'aiuto di Dio, fare il nostro meglio per loro, come nostri fratelli, per i quali, anche, Cristo è morto. E allora andai a letto, mi addormentai e dormii profondamente» (in Millis 1989, 384).
Oggi sappiamo degli orrori che ha comportato la repressione del movimento indipendentista nelle Filippine: la guerriglia da esso scatenata fu fronteggiata con la distruzione sistematica dei raccolti e del bestiame, rinchiudendo in massa la popolazione in campi di concentramento dove era falcidiata da inedia e malattie e in certi casi ricorrendo persino all'uccisione di tutti i maschi al di sopra dei dieci anni (McAllister Linn 1989, 27, 23). E, tuttavia, nonostante l'ampiezza dei «danni collaterali», la marcia dell'ideologia della guerra imperial-religiosa conosce una nuova trionfale tappa col primo conflitto mondiale. Subito dopo l'intervento, in una lettera al colonnello House, così Wilson si esprime a proposito dei suoi «alleati»: «Quando la guerra sarà finita, li potremo sottoporre al nostro modo di pensare per il fatto che essi, tra le altre cose, saranno finanziariamente nelle nostre mani» (in Kissinger 1994, 224). Indipendentemente da ciò, non ci sono dubbi sul fatto che «agiva un forte elemento di Realpolitik» (Heckscher 1991, 298) nell'atteggiamento da Wilson assunto sia nei confronti dell'America Latina che del resto del mondo. E, tuttavia, ciò non gli impedisce di condurre la guerra come una Crociata nel senso persino letterale del termine: i soldati americani sono «crociati» protagonisti di una «trascendente impresa» (Wilson 1927, II, 45, 414) di una «guerra santa, la più santa di tutte le guerre», destinata a far trionfare nel mondo la causa della pace, della democrazia e dei valori cristiani. E di nuovo, interessi materiali e geopolitici, ambizioni egemoniche e imperiali e buona coscienza missionaria e democratica si fondono in un'unità indissolubile e irresistibile.
Con questa medesima piattaforma ideologica, gli USA affrontano gli ulteriori conflitti del Novecento. Particolarmente significativa è la vicenda della guerra fredda. Uno dei suoi protagonisti, Foster Dulles, è, secondo la definizione di Churchill, «un puritano rigoroso». Egli è orgoglioso del fatto che «nel dipartimento di Stato nessuno conosce la Bibbia meglio di me». Il fervore religioso non è un affare privato: «Sono convinto che abbiamo bisogno di far sì che i nostri pensieri e pratiche politiche riflettano in modo più fedele la fede religiosa secondo cui l'uomo ha la sua origine e i suo destino in Dio» (in Kissinger 1994, 534-5.). Assieme alla fede, altre fondamentali categorie della teologia irrompono nella lotta politica a livello internazionale: i paesi neutrali che si rifiutano di prender parte alla Crociata contro l'Unione Sovietica si macchiano di «peccato», mentre gli USA che si pongono alla testa di tale Crociata sono il «popolo morale» per eccellenza (in Freiberger 1992, 42-3).
A guidare questo popolo che si distingue da tutti gli altri per la sua moralità e la sua vicinanza a Dio è, nel 1983, Ronald Reagan. Questi dà impulso alla fase culminante della guerra fredda, destinata a sancire la disfatta del nemico ateo, con un linguaggio esplicitamente e squillantemente teologico «Nel mondo c'è peccato e male e dalla Scrittura e da Gesù Nostro Signore siamo obbligati ad opporci ad essi con tutte le nostre forze» (in Draper 1994, 33). Veniamo infine ai giorni nostri. Nel discorso che inaugura il suo primo mandato presidenziale, Clinton non è meno religiosamente ispirato dei suoi predecessori e del suo successore: «Oggi celebriamo il mistero del rinnovamento americano». Dopo aver ricordato il patto intercorso tra «i nostri padri fondatori» e «l'Onnipotente», Clinton sottolinea: «La nostra missione è senza tempo» (Lott 1994, 366).
Riallacciandosi a questa tradizione e radicalizzandola ulteriormente, George W. Bush ha condotto la sua campagna elettorale proclamando un vero e proprio dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo» (Cohen 2000). Come si vede, nella storia degli Stati Uniti la religione è chiamata a svolgere a livello internazionale una funzione politica di primo piano. Siamo in presenza di una tradizione politica americana che si esprime con un linguaggio esplicitamente teologico. Più che alle dichiarazioni rilasciate dai capi di Stato europei, le «dottrine» di volta in volta enunciate dai presidenti statunitensi fanno pensare alle encicliche e ai dogmi diffuse o proclamati dai pontefici della Chiesa cattolica.
I discorsi inaugurali dei presidenti sono delle vere e proprie cerimonie sacre. Mi limito a due esempi. Nel 1953, dopo aver invitato i suoi ascoltatori ad inchinare il capo dinanzi a «Dio onnipotente», rivolgendosi direttamente a Lui, Eisenhower esprime questo auspicio : « che tutto possa svolgersi per il bene del nostro amato paese e per la Tua gloria. Amen» (Lott 1994, 302). In questo caso balza agli occhi con particolare evidenza l'identità che c'è tra Dio e America. A quasi mezzo secolo di distanza il quadro non cambia. Abbiamo visto in che modo si apre il discorso inaugurale di Clinton. Ma vediamo in che modo si conclude. Dopo aver citato la sacra «Scrittura», il neo-presidente termina così: «Da questa vetta della celebrazione noi udiamo una chiamata al servizio nella valle. Abbiamo sentito le trombe. Abbiamo fatto il cambio della guardia. Ed ora, ciascuno a suo modo e con l'aiuto di Dio, dobbiamo rispondere alla chiamata. Grazie e che Dio vi benedica tutti» (Lott 1994, 369). E di nuovo, gli Stati Uniti sono celebrati come la città sulla collina, la città benedetta da Dio.
Nel discorso pronunciato subito dopo la sua rielezione, Clinton sente il bisogno di ringraziare Dio di averlo fatto nascere americano. Dinanzi a questa ideologia, anzi a questa teologia della missione l'Europa si è sempre trovata a disagio. E' nota l'ironia di Clemenceau a proposito dei quattordici punti di Wilson: il buon Dio aveva avuto la modestia di limitarsi a dieci comandamenti! Nel 1919, in una lettera privata, John Maynard Keynes definisce Wilson «il più grande impostore della terra» (In Skidelsky, 1989, p. 444). In termini forse ancora più aspri si esprime Freud, a proposito della tendenza dello statista americano a ritenersi investito di una missione divina: siamo in presenza di «spiccatissima insincerità, ambiguità e inclinazione a rinnegare la verità»; d'altro canto, già Guglielmo II riteneva di essere «un uomo prediletto della Provvidenza» (Freud, 1995, 35-6).
Ma qui Freud si sbaglia; egli rischia di accostare due tradizioni ideologiche assai diverse. E' vero, anche l'Imperatore tedesco non disdegna di abbellire con motivi religiosi le sue ambizioni espansionistiche: rivolgendosi alle truppe in partenza per la Cina, egli invoca la «benedizione di Do» su un'impresa chiamata a stroncare nel sangue la rivolta dei Boxers e a diffondere il «cristianesimo» (Röhl 2001, 1157); è incline a considerare i tedeschi come «il popolo eletto di Dio» (Röhl 1993, 412). Lo stesso Hitler dichiara di sentirsi chiamato a svolgere «l'opera del Signore» e di voler obbedire alla volontà dell'«Onnipotente» (Hitler 1939, 70, 439), tanto più che i tedeschi sono «il popolo di Dio» (in Rauschning 1940, 227). D'altro canto, è noto e famigerato il motto Gott mit uns (Dio con noi)… E, tuttavia, non bisogna sopravvalutare il peso di queste dichiarazioni e di questi motivi ideologici.
In Germania (la patria di Marx e di Nietzsche) il processo di secolarizzazione è assai avanzato. L'invocazione della «benedizione di Dio» da parte di Guglielmo II non viene presa sul serio neppure nei circoli sciovinisti: almeno agli occhi dei loro esponenti più avveduti (Maximilian Harden), ridicoli appaiono il ritorno ai «giorni delle Crociate» e la pretesa di «conquistare il mondo al Vangelo»; «così gironzolano attorno al Signore i visionari e gli speculatori furbi» (in Röhl 2001, 1157). Sì, prima ancora di ascendere al trono, il futuro imperatore celebra i tedeschi come «il popolo eletto di Dio», ma a prenderlo in giro è già la madre, figlia della regina Vittoria e incline, semmai, a rivendicare il primato dell'Inghilterra (Röhl 1993, 412). E' un punto, quest'ultimo, su cui conviene riflettere ulteriormente.
In Europa i miti genealogici imperiali si sono in una certa misura neutralizzati a vicenda; le famiglie reali erano tutte imparentate tra di loro sicché, nell'ambito di ognuna di esse, si affrontavano idee di missione e miti genealogici imperiali tra loro diversi e contrastanti. A screditare ulteriormente queste idee e queste genealogie ha inoltre provveduto l'esperienza catastrofica di due guerre mondiali; d'altro canto, nonostante la sua finale sconfitta, qualche traccia ha pur lasciato nella coscienza europea la decennale agitazione comunista condotta in nome della lotta contro l'imperialismo e in nome del principio dell'uguaglianza delle nazioni. Il risultato di tutto ciò è chiaro: in Europa risulta priva di credibilità ogni idea di missione imperiale e di elezione divina agitata da questa o quella nazione; non c'è più spazio per l'ideologia imperial-religiosa che un ruolo così centrale occupa negli Stati Uniti.
Per quanto riguarda in particolare la Germania, la storia che va dal Secondo al Terzo Reich presenta un'oscillazione tra la nostalgia di un paganesimo guerresco e incentrato attorno al culto di Wotan e l'aspirazione a trasformare il cristianesimo in una religione nazionale, chiamata a legittimare la missione imperiale del popolo tedesco. Questo secondo tentativo trova la sua espressione più compiuta nel movimento dei Deutsche Christen , i «cristiani tedeschi». Poco credibile a causa già del processo di secolarizzazione che, oltre alla società nel suo complesso, aveva investito la stessa teologia protestante (si pensi a Karl Barth e a Dietrich Bonhoeffer) e poco credibile altresì a causa delle simpatie paganeggianti dei dirigenti del Terzo Reich, questo tentativo non poteva avere che scarso seguito. La storia degli Stati Uniti è, invece, attraversata in profondità dalla tendenziale trasformazione della tradizione ebraico-cristiana in quanto tale in una sorta di religione nazionale che consacra l' exceptionalism del popolo americano e la missione salvifica a lui affidata.
Ma questo intreccio di religione e politica non è sinonimo di fondamentalismo? Non è un caso che il termine fondamentalismo compare per la prima volta in ambito statunitense e protestante e come auto-designazione positiva e orgogliosa di sé. Possiamo ora comprendere i limiti dell'approccio di Freud e Keynes: ovviamente, nelle amministrazioni americane che via via si succedono non mancano gli ipocriti, i calcolatori, i cinici, ma non c'è motivo per dubitare della sincerità ieri di Wilson oggi di Bush jr. Non bisogna perdere di vista il fatto che siamo in presenza di una società scarsamente secolarizzata, nell'ambito della quale il 70 per cento degli abitanti crede nel diavolo e più di un terzo degli adulti pretende che Dio parli loro direttamente (Gray 1998, 126; Schlesinger jr., 1997).
Ma questo è un elemento di forza, non già di debolezza. La tranquilla certezza di rappresentare una causa santa e divina facilita non solo la mobilitazione corale nei momenti di crisi, ma anche la rimozione o bagatellizzazione delle pagine più nere della storia degli Usa. Sì, nel corso della guerra fredda Washington ha inscenato in America Latina sanguinosi colpi di Stato e imposto feroce dittature militari, mentre in Indonesia, nel 1965, ha promosso il massacro di alcune centinaia di migliaia di comunisti o di filo-comunisti; ma, per spiacevoli che possano essere, questi dettagli non sono in grado di offuscare la santità della causa incarnata dall'«Impero del Bene». E' più vicino alla verità Weber allorché, nel corso della prima guerra mondiale, denuncia il «cant» americano (Weber 1971, 144). Il «cant» non è la menzogna e neppure, propriamente, l'ipocrisia cosciente; è l'ipocrisia di chi riesce a mentire anche a se stesso; è un po' la falsa coscienza di cui parla Engels. Sia in Keynes sia in Freud si manifestano al tempo stesso la forza e la debolezza dell'illuminismo. Largamente immunizzata dall'ideologia imperial-religiosa che imperversa al di là dell'Atlantico, l'Europa si rivela tuttavia incapace di comprendere adeguatamente questo intreccio tra fervore morale e religioso da un lato e lucido e spregiudicato perseguimento dell'egemonia politica, economica e militare a livello mondiale dall'altro.
Ma è questo intreccio, anzi questa miscela esplosiva, è questo peculiare fondamentalismo a costituire oggi il pericolo principale per la pace mondiale. Più che ad una nazione determinata, il fondamentalismo islamico fa riferimento ad una comunità di popoli, i quali, non senza ragione, ritengono di essere il bersaglio di una politica di aggressione e di occupazione militare. Il fondamentalismo statunitense, invece, trasfigura e inebria un paese ben determinato che, forte della sua consacrazione divina, considera irrilevante l'ordinamento internazionale vigente, le leggi puramente umane. E' in questo quadro che va collocata la delegittimazione dell'Onu, la sostanziale messa fuori gioco della Convenzione di Ginevra, le minacce rivolte non solo ai nemici ma persino agli «alleati» della Nato.


8. Dalla campagna contro la «drapetomania» alla campagna contro l'antiamericanismo
Oltre che a combattere il «male» e a diffondere i valori cristiani e americani, la guerra contro l'Irak, e le altre che si profilano all'orizzonte, hanno il compito di espandere la democrazia nel mondo. Quale credibilità ha quest'ultima pretesa? Ritorniamo al giovane indocinese che abbiamo visto denunciare, nel 1924, l'orrore dei linciaggi contro i neri. Dieci anni più tardi, egli ritorna nella sua terra d'origine per assumere il nome, divenuto poi celebre in tutto il mondo, di Ho Chi Minh. Nel momento dei feroci bombardamenti scatenati da Washington avrà pensato il dirigente vietnamita all'orrore della violenza anti-nera scatenata dai campioni della white supremacy ? In altre parole, l'emancipazione degli afro-americani e la conquista da parte loro dei diritti civili e politici ha realmente significato una svolta oppure gli Stati Uniti continuano in sostanza ad essere una Herrenvolk democracy , anche se gli esclusi non sono più da ricercare sul territorio metropolitano ma al di fuori di esso, come d'altro canto a lungo si è verificato nell'ambito della storia della «democrazia» europea? Possiamo esaminare il problema da una diversa prospettiva, a partire da una riflessione di Kant: «Cos'è un monarca assoluto ? E' colui che quando comanda -la guerra deve essere,- la guerra segue». Ad essere qui presi di mira non sono gli Stati dell'Antico regime, bensì l'Inghilterra, che pure aveva alle sue spalle un secolo di sviluppo liberale (Kant 1900, 90 nota). Dal punto di vista del grande filosofo, il presidente degli Stati Uniti dovrebbe essere considerato dispotico due volte. In primo luogo, a causa dell'emergere negli ultimi decenni di una «imperial presidency» che, nell'intraprendere azioni militari, mette spesso il Congresso dinanzi al fatto compiuto. In questa sede, ci interessa soprattutto il secondo aspetto: la Casa Bianca decide in modo sovrano quando le risoluzioni dell'Onu sono vincolanti e quando non lo sono; decide in modo sovrano chi sono i rogue States , contro i quali è lecito imporre l'embargo, affamando un intero popolo, ovvero è lecito scatenare l'inferno di fuoco, compresi i proiettili ad uranio impoverito e le cluster bombs che continuano ad infierire sulla popolazione civile ben al di là della fine del conflitto. Sempre in modo sovrano, la Casa Bianca decide l'occupazione militare di questi paesi per tutto il tempo che essa ritiene necessario, condannando all'ergastolo o incarcerando i loro dirigenti e i loro «complici». Contro di loro e contro i «terroristi» è lecito ricorrere anche al targeted killing , ovvero ad un killing tutt'altro che targeted , ad esempio il bombardamento di un normale ristorante dove si ritiene che possa trovarsi Saddam Hussein… E' chiaro che le garanzie giuridiche non valgono per i «barbari». Anzi, a ben guardare, come dimostra il Patriot Act , la rule of law non si applica neppure per coloro che, pur non essendo« barbari» nel senso stretto del termine, sono tuttavia sospettabili di fare il loro gioco. E' interessante esaminare la storia alle spalle dell'espressione « rogue States ». A lungo, tra Sei e Settecento, in Virginia i semi-schiavi, gli schiavi a tempo di pelle bianca, allorché venivano catturati dopo la fuga cui spesso cercavano di far ricorso, erano marchiati a fuoco con la lettera R (che stava per « Rogue »): resi così immediatamente riconoscibili, non avevano più via di scampo. Più tardi, il problema dell'identificazione veniva risolto definitivamente sostituendo ai semi-schiavi bianchi gli schiavi neri: il colore della pelle rendeva superflua la marchiatura a fuoco, il nero era già di per sé sinonimo di Rogue . Ora ad essere marchiati come «Rogue» sono interi Stati. La Herrenvolk democracy è dura a morire… Ma questa è una storia vecchia. Nuova è invece l'insofferenza crescente che Washington mostra nei confronti degli «alleati». Anche loro sono chiamati a inchinarsi, senza troppe tergiversazioni, al volere della nazione eletta da Dio. Ben si comprendono le perplessità e le reazioni negative che provoca l'atteggiarsi da parte del presidente degli Stati Uniti a sovrano planetario non vincolato e non limitato da nessun organismo internazionale. Ed ecco che gli ideologi della guerra gridano allo scandalo per il diffondersi di questo morbo terribile che, come sappiamo, è l'antiamericanismo. Per singolare che sia tale reazione, essa non è priva di analogie storiche. Alla metà dell'Ottocento, nel sud degli Stati Uniti il regime schiavista è vivo e vitale. E', tuttavia, già si diffondono i primi dubbi e le prime inquietudini: aumenta il numero degli schiavi fuggitivi. Questo fenomeno non solo allarma ma stupisce gli ideologi della schiavitù e della white supremacy : com'è possibile che persone “normali” si sottraggano ad una società così bene ordinata e alla gerarchia della natura? Deve senza dubbio trattarsi di un morbo, di una turba psichica. Ma di cosa propriamente si tratta? Nel 1851, Samuel Cartwright, chirurgo e psicologo della Louisiana, ritiene finalmente di poter giungere ad una spiegazione che egli comunica ai suoi lettori dalle colonne di un'autorevole rivista scientifica, il «New Orleans Medical and Surgical Journal». Prendendo le mosse dal fatto che nel greco classico drapeths è lo schiavo fuggitivo, lo scienziato conclude trionfalmente che la turba psichica, il morbo che spinge gli schiavi neri alla fuga è per l'appunto la «drapetomania» (in Eakin, 2000). La campagna ai giorni nostri in corso contro l'antiamericanismo ha molti punti di contatto con la campagna scatenata oltre un secolo e mezzo fa contro la drapetomania!





Riferimenti bibliografici Richard Cohen, 2000 No, Mr. Lieberman, America Isn't Really God's Country , in «International Herald Tribune» dell'8 settembre, p. 7 (nell'articolo si parla erroneamente di Lieberman, ma il giorno dopo, a p. 6, sempre dell'IHT è apparsa la rettifica)
Henry S. Commager (a cura di), 1963 Documents of American History (VII ed.), Appleton-Century-Crofts, New York Benedetto Croce, 1967 Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (1927), Laterza, Bari
Emily Eakin, 2000 Is Racism Abnormal? A Psychiatrist Sees It as a Mental Disorder , in «International Herald Tribune» del 17 gennaio, p. 3
Theodore Draper, 1994 Mission Impossible (recensione a Tony Smith, America's Mission: The United States and the Worldwide Struggle for Democracy in the Twentieth Century , Princeton University Press, 1994) in «The New York Review of Books» del 6 Ottobre Orlando Figes, 2003 The Greatest Relief Mission of All , in «The New York Review of Books» del 13 marzo, pp. 22-4 Steven Z. Freiberger, 1992 Dawn over Suez. The Rise of American Power in the Middle East, 1953-1957 , Ivan R. Dee, Chicago
Sigmund Freud, 1995 Einleitung zu “Thomas Woodrow Wilson”. Eine psychologische Studie (1930; pubblicato per la prima volta nel 1971), tr. it., di Renata Colorni, Introduzione allo studio psicologico su Thomas Woodrow Wilson , in Opere , a cura di Cesare Luigi Musatti, vol. XI, Bollati Boringhieri, Torino, ristampa Madison Grant, 1917 The Passing of the Great Race or the Racial Basis of European History , Bell and Sons, London John Gray, 1998 False Dawn. The Delusion of Global Capitalism , Granta Books, London August Heckscher, 1991 Woodrow Wilson. A Biography , Scribner's Sons, New York-Toronto Adolf Hitler, 1939 Mein Kampf (1925/7), Zentralverlag der NSDAP, München Adolf Hitler, 1952-54 Libres Propos sur la Guerre et la Paix (sono le conversazioni a tavola di Hitler raccolte da Martin Bormann), a cura di François Genoud, Flammarion, Paris Immanuel Kant, 1965 Der Streit der Fakultäten (1798); tr. it. parziale in Id., Scritti politici e di filosofia della storia tradotti da G. Solari e G. Vidari, ed. postuma a cura di N. Bobbio, L. Firpo, V. Mathieu (1956), Torino, UTET, II ed. Henry Kissinger, 1994 Diplomacy , Simon & Schuster, New York Stefan Kühl, 1994 The Nazi Connection. Eugenics, American Racism and German National Socialism , Oxford University Press, New York-Oxford Nancy MacLean, 1994 Behind the Mask of Chivalry. The Making of the Second Ku Klux Klan , Oxford University Press, New York-Oxford Domenico Losurdo, 1991 a La comunità, la morte, l'Occidente. Heidegger e l'«ideologia della guer­ra» , Bollati Boringhieri, Torino Domenico Losurdo, 1991 b Marx et l'histoire du totalitarisme , in Jacques Bidet et Jacques Texier (eds.), Fin du communisme? Actualité du Marxisme? , Presses Universitaires de France, Paris Domenico Losurdo, 1993 Democrazia o bonapartismo. Trionfo e decadenza del suffragio universale, Bollati Boringhieri, Torino Domenico Losurdo, 1996 Il revisionismo storico. Problemi e miti , Laterza, Roma-Bari Domenico Losurdo, 1997 Antonio Gramsci dal liberalismo al «comunismo critico , Gamberetti, Roma Domenico Losurdo, 2002 Il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico , Bollati Boringhieri, Torino Karl Marx-Friedrich Engels, 1955 Werke , Dietz, Berlin, 1955 sgg. Per quanto riguarda la tr. it., utilizziamo liberamente quella contenuta nell'edizione delle Opere complete di Marx e Engels in corso di pubblicazione, da un pezzo interrotta, presso gli Editori Riuniti, Roma. John Millar, 1986 The Origin of the Distinction of Ranks (1806; 4° ed.); Reprint, Scientia Verlag, Aalen John Millar, 1989 The Origin of the Distinction of Ranks (1806, 4° ed.); tr. it., a cura di Enzo Bartocci, Osservazioni sull'origine delle distinzioni di rango nella società , Angeli, Milano Walter Millis, 1989 The Martial Spirit (1931), Elephant Paperbacks, Chicago Edmund S. Morgan, 1975 American Slavery American Freedom, The Ordeal of Colonial Virginia , Norton & Company, New York-London Marvin Olasky, 1992 The Tragedy of American Compassion , Regnery Gateway, Washington Vilfredo Pareto, 1988 Trattato di sociologia generale (1916), ed. critica a cura di Giovanni Busino, UTET, Torino Léon Poliakov, 1977 L'histoire de l'antisémitisme , volume 4, L'Europe suicidaire , Paris, Calman-Levy
John C. G. Röhl, 1993 Wilhelm II. Die Jugend des Kaisers 1859-1888 , Beck, München John C. G. Röhl, 2001 Wilhelm II. Der Aufbau der Persönlichen Monarchie, 1888-1900 , Beck, München
Hermann Rauschning, 1940 Gespräche mit Hitler (1939), Europa Verlag, New York, II ed. Theodore Roosevelt, 1951 The Letters , a cura di Elting E. Morison, John M. Blum, John J. Buckley, Harward University Press, Cambridge (Mass.), 1951 sgg. Alfred Rosenberg, 1937 a Der Mythus des 20. Jahrhunderts (1930), Hoheneichen, München Robert Skidelsky, 1989 John Maynard Keynes I. Hopes Betrayed 1881-1920 (1981, 1986, II ed.); tr. it., a cura di Federico Varese, John Maynard Keynes. Speranze tradite 1883-1920 , Bollati Boringhieri, Torino Oswald Spengler, 1933 Jahre der Entscheidung , Beck, München Oswald Spengler, 1980 Der Untergang des Abendlandes (1918-23), Beck, München Arthur Schlesinger jr., 1997 Has Democracy a Future? , in «Foreign Affairs», settembre-ottobre 1997 Lothrop Stoddard, 1925 The Revolt against Civilization. The Menace of the Under Man (1922), tr. ted. dall'americano, di Wilhelm Heise, Der Kulturumsturz. Die Drohung des Untermenschen , Lehmanns, München Lothrop Stoddard, 1984 The Revolt against Civilization. The Menace of the Under Man (1922), ristampa, Scribner, New York Wyn Craig Wade, 1997 The Fiery Cross. The Ku Klux Klan in America , Oxford University Press, New York-Oxford Max Weber, 1971 Zwischen zwei Gesetzen (1916), in Gesammelte politische Schriften , a cura di J. Winckelmann, III ed., Mohr (Siebeck), Tübingen
Sull'eugenetica tra Stati Uniti e Germania cfr. Kühl 1994, 61; il lusinghiero giudizio del presidente Harding è riportato ad apertura della versione francese di Stoddard 1925 ( Le flot montant des peuples de couleur contre la suprematie mondiale des Blancs , tr. fr. dal­l'americano di Abel Doysié, Paris, Payot). Si veda la testimonianza di Felix Kersten, il massaggiatore finlandese di Himmler, nel Centre de documentation Juive contemporaine di Parigi (Das Buch von Henry Ford, 22 December, 1940, n. CCX-31); su ciò cfr. Poliakov 1977, 278, e Losurdo 1991 b, 83-85.