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venerdì 1 settembre 2017

Rivoluzione d’Ottobre e democrazia


di Domenico Losurdo da marx21

Il testo è la rielaborazione nella forma della Conferenza pronunciata a Napoli, presso la libreria Feltrinelli, il 6 luglio 2007, nell’ambito del ciclo «I venerdì della politica» promosso dalla Società di studi politici. 
Ho sviluppato i temi qui accennati in tre libri ai quali rinvio per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici: Controstoria del liberalismo (Laterza, 2005); Il linguaggio dell’Impero (Laterza, 2007), Stalin. Storia e critica di una leggenda nera (Carocci, 2008) (D.L)

L’ideologia e la storiografia oggi dominanti sembrano voler compendiare il bilancio di un secolo drammatico in una storiella edificante, che può essere così sintetizzata: agli inizi del Novecento, una ragazza fascinosa e virtuosa (la signorina Democrazia) viene aggredita prima da un bruto (il signor Comunismo) e poi da un altro (il signor Nazi-fascismo); approfittando anche dei contrasti tra i due e attraverso complesse vicende, la ragazza riesce alfine a liberarsi dalla terribile minaccia; divenuta nel frattempo più matura, ma senza nulla perdere del suo fascino, la signorina Democrazia può alfine coronare il suo sogno d’amore mediante il matrimonio col signor Capitalismo; circondata dal rispetto e dall’ammirazione generali, la coppia felice e inseparabile ama condurre la sua vita in primo luogo tra Washington e New York, tra la Casa Bianca e Wall Street. Stando così le cose, non è più lecito alcun dubbio: il comunismo è il nemico implacabile della democrazia, la quale ha potuto consolidarsi e svilupparsi solo dopo averlo sconfitto.

1. La democrazia quale superamento delle tre grandi discriminazioni

Sennonché, questa storiella edificante nulla ha a che fare con la storia reale. La democrazia, così come oggi la intendiamo, presuppone il suffragio universale: indipendentemente dal sesso (o genere), dal censo e dalla «razza», ogni individuo dev’essere riconosciuto quale titolare dei diritti politici, del diritto elettorale attivo e passivo, del diritto di votare per i propri rappresentanti e di essere eventualmente eletto negli organismi rappresentativi. E cioè, ai giorni nostri la democrazia, persino nel suo significato più elementare e immediato, implica il superamento delle tre grandi discriminazioni (sessuale o di genere, censitaria e razziale) che erano ancora vive e vitali alla vigilia dell’ottobre 1917 e che sono state superate solo col contributo, talvolta decisivo, del movimento politico scaturito dalla rivoluzione bolscevica.

Cominciamo con la clausola d’esclusione, macroscopica, che negava il godimento dei diritti politici alla metà del genere umano e cioè alle donne. In Inghilterra, le signore Pankhurst (madre e figlia), che promuovevano la lotta contro tale discriminazione e dirigevano il movimento femminista delle suffragette, erano costrette a visitare periodicamente le patrie prigioni. La situazione non era molto diversa negli altri grandi paesi dell’Occidente. Era Lenin invece, in Stato e rivoluzione, a denunciare l'«esclusione delle donne» dai diritti politici come una conferma clamorosa del carattere mistificatorio della «democrazia capitalistica». Tale discriminazione veniva cancellata in Russia già dopo la rivoluzione di febbraio, da Gramsci salutata come «rivoluzione proletaria» per il ruolo di protagonista svolto dalle masse popolari, com’era confermato dal fatto che la rivoluzione aveva introdotto «il suffragio universale, estendendolo anche alle donne». La medesima strada era poi imboccata dalla repubblica di Weimar, scaturita dalla «rivoluzione di novembre», scoppiata in Germania a un anno di distanza dalla rivoluzione d’ottobre e sull’onda e a imitazione di quest’ultima. Successivamente, in questa direzione si muovevano anche gli USA. In Italia e in Francia, invece, le donne conquistavano i diritti politici solo dopo la seconda guerra mondiale, sull’onda della Resistenza antifascista, alla quale i comunisti avevano contribuito in modo essenziale o decisivo.

Considerazioni analoghe si possono fare a proposito della seconda grande discriminazione, che ha anch’essa caratterizzato a lungo la tradizione liberale: mi riferisco alla discriminazione censitaria, che escludeva dai diritti politici attivi e passivi i non proprietari, i non abbienti, le masse popolari. Già efficacemente combattuta dal movimento socialista e operaio, pur fortemente indebolita, essa continuava a resistere pervicacemente alla vigilia della rivoluzione d’ottobre. Nel saggio sull’imperialismo e in Stato e rivoluzione Lenin richiamava l’attenzione sulle persistenti discriminazioni censitarie, camuffate mediante i requisiti di residenza o altri «"piccoli" (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale», che in paesi come la Gran Bretagna comportavano l'esclusione dai diritti politici dello «strato inferiore propriamente proletario». Si può aggiungere che proprio nel paese classico della tradizione liberale ha tardato in modo particolare ad affermarsi pienamente il principio «una testa, un voto». Solo nel 1948 sono dileguate le ultime tracce del «voto plurale», a suo tempo teorizzato e celebrato da John Stuart Mill: i membri delle classi superiori considerati più intelligenti e più meritevoli godevano del diritto di esprimere più di un voto, ciò che faceva rientrare dalla finestra la discriminazione censitaria cacciata dalla porta.

Per quanto riguarda l’Italia, sui manuali scolastici si può leggere che la discriminazione censitaria è stata cancellata nel 1912. In realtà continuavano a sussistere le «piccole» clausole di esclusione denunciate da Lenin. Ma non è questo il punto più importante. La legge varata in quell’anno concedeva graziosamente i diritti politici solo a quei cittadini di sesso maschile che, pur di modeste condizioni sociali, si fossero distinti o per «titoli di cultura e di onore» o per il valore militare mostrato nel corso della guerra contro la Libia terminata poco prima. In altre parole, non si trattava del riconoscimento di un diritto universale, bensì di una ricompensa in primo luogo per quanti avevano dato prova di coraggio e di ardore bellico nel corso di una conquista coloniale dai tratti brutali e talvolta genocidi.

In ogni caso, anche là dove il suffragio (maschile) era divenuto universale o pressoché universale, esso non valeva per la Camera Alta, che continuava a essere appannaggio della nobiltà e delle classi superiori. Nel Senato italiano vi sedevano, in qualità di membri di diritto, i principi di Casa Savoia: tutti gli altri erano nominati a vita dal re, su segnalazione del presidente del Consiglio. Non dissimile era la composizione delle altre Camere Alte europee che, a eccezione di quella francese, non erano elettive bensì caratterizzate da un intreccio di ereditarietà e nomina regia. Persino per quanto riguarda il Senato della Terza Repubblica francese, che pure aveva alle spalle una serie ininterrotta di sconvolgimenti rivoluzionari culminati nella Comune, è da notare che esso risultava da un'elezione indiretta ed era costituito in modo tale da garantire una marcata sovra-rappresentanza alla campagna (e alla conservazione politico-sociale), a danno ovviamente di Parigi e delle maggiori città, a danno cioè dei centri urbani considerati il focolaio della rivoluzione. Anche in Gran Bretagna, nonostante la secolare tradizione liberale alle spalle, la Camera Alta (interamente ereditaria, eccettuati pochi vescovi e giudici), non aveva nulla di democratico, e netto era il controllo esercitato dall’aristocrazia sulla sfera pubblica: era una situazione non molto diversa da quella che caratterizzava Germania e Austria. È per questo che un illustre storico (Arno J. Mayer) ha parlato di persistenza dell’antico regime in Europa sino al primo conflitto mondiale (e alla rivoluzione d’ottobre e alle rivoluzioni e agli sconvolgimenti che hanno fatto seguito a essa)

In quegli anni neppure negli USA erano assenti i residui di discriminazione censitaria. Rispetto all’Europa, però, l’antico regime si presentava in una versione diversa: l’aristocrazia di classe si configurava come aristocrazia di razza. Nel Sud del paese il potere era nelle mani degli ex-proprietari di schiavi, che nulla avevano perso della loro arroganza razziale o razzista e che non a caso erano bollati dai loro avversari quali Borboni; non era certo dileguato il regime talvolta celebrato dai suoi sostenitori e talaltra criticamente analizzato dagli studiosi contemporanei come una sorta di ordinamento castale, in quanto fondato su raggruppamenti etnico-sociali resi impermeabili dal divieto di miscegenation, e cioè dal divieto di rapporti sessuali e matrimoniali inter-razziali, severamente condannati e puniti in quanto suscettibili di mettere in discussione la white supremacy.

2. La duplice dimensione della discriminazione razziale

E veniamo così alla terza grande discriminazione, quella razziale. Prima della Rivoluzione d’Ottobre essa era più viva che mai e manifestava la sua vitalità in due modi. A livello globale il mondo era caratterizzato dal dominio incontrastato, per dirla con Lenin, di «poche nazioni elette» ovvero di un pugno di «nazioni modello» che attribuivano a se stesse «il privilegio esclusivo di formazione dello Stato», negandolo alla stragrande maggioranza dell’umanità, ai popoli estranei al mondo occidentale e bianco e pertanto indegni di costituirsi quali Stati nazionali indipendenti. E dunque, le «razze inferiori» erano escluse in blocco dal godimento dei diritti politici già per il fatto di essere considerate incapaci di autogoverno, incapaci di intendere e di volere sul piano politico. Tale esclusione era ribadita a un secondo livello, a livello nazionale: nell’Unione sudafricana e negli USA (il paese sul quale soprattutto ci soffermeremo), i popoli di origine coloniale erano ferocemente oppressi: essi non godevano né dei diritti politici né di quelli civili.

Si pensi ad esempio ai linciaggi che, tra Otto e Novecento, negli Stati Uniti erano riservati in particolare ai neri. Un illustre storico statunitense (Vann Woodward) ne ha dato una descrizione secca ma tanto più efficace e raccapricciante:

«Notizie dei linciaggi erano pubblicate sui fogli locali e carrozze supplementari erano aggiunte ai treni per spettatori, talvolta migliaia, provenienti da località a chilometri di distanza. Per assistere al linciaggio, i bambini delle scuole potevano avere un giorno libero.

Lo spettacolo poteva includere la castrazione, lo scoiamento, l'arrostimento, l'impiccagione, i colpi d'arma da fuoco. I souvenir per acquirenti potevano includere le dita delle mani e dei piedi, i denti, le ossa e persino i genitali della vittima, così come cartoline illustrate dell'evento».

Vediamo qui all’opera non la democrazia propriamente detta di cui favoleggia la storiella edificante di cui ho parlato agli inizi, bensì quella che eminenti studiosi statunitensi hanno definito la Herrenvolk democracy, una democrazia riservata esclusivamente al popolo dei signori, il quale esercitava una terroristica white supremacy non solo sui popoli di origine coloniale (afroamericani, asiatici ecc.) ma talvolta anche sugli immigrati provenienti da paesi (quali l’Italia) considerati di dubbia purezza razziale.

Ancora negli anni ’30 i neri, che pure nel corso della prima guerra mondiale erano stati chiamati a combattere e a morire per la «difesa» del paese, continuavano a subire un regime di terrore che al tempo stesso funzionava come una ripugnante società dello spettacolo. Eloquenti sono di per sé i titoli e le cronache dei giornali locali del tempo. Li riprendiamo dall’antologia (100 Years of Lynchings) curata da uno studioso afroamericano (Ralph Ginzburg): «Grandi preparativi per il linciaggio di questa sera». Nessun particolare doveva essere trascurato: «Si teme che colpi d’arma da fuoco diretti al negro possano andare fuori bersaglio e colpire spettatori innocenti, che includono donne con i loro bambini in braccio»; ma se tutti si atterranno alle regole, «nessuno sarà deluso». L’inedita società dello spettacolo procedeva in modo implacabile. Vediamo altri titoli: «il linciaggio eseguito pressoché come previsto nell’annuncio pubblicitario»; «la folla applaude e ride per l’orribile morte di un negro»; «cuore e genitali recisi dal cadavere di un negro».

A subire il linciaggio non erano solo i neri colpevoli di «stupro» ovvero, il più delle volte, di rapporti sessuali consensuali con una donna bianca. Bastava molto meno per essere condannati a morte: l’«Atlanta Constitution» dell’11 luglio 1934 informava dell’avvenuta esecuzione di un nero di 25 anni «accusato di aver scritto una lettera “indecente e insultante” a una giovane ragazza bianca della contea di Hinds»; in questo caso la «folla di cittadini armati» si era accontentata di riempire di pallottole il corpo dello sciagurato. Per di più, oltre che sui «colpevoli», la morte, inflitta in modo più o meno sadico, incombeva anche sui sospetti. Continuiamo a sfogliare i giornali dell’epoca e a leggere i titoli: «Assolto dalla giuria, poi linciato»; «Sospetto impiccato a una quercia sulla pubblica piazza di Bastrop»; «Linciato l’uomo sbagliato». Infine la violenza non si limitava a prendere di mira il responsabile o il sospetto responsabile del misfatto a lui attribuito: accadeva che, prima di procedere al suo linciaggio, venisse data alle fiamme e bruciata completamente la capanna in cui abitava la sua famiglia.

È da aggiungere che la terza grande discriminazione finiva col colpire anche certi membri e certi settori della stessa casta o razza privilegiata. Sfogliando sempre l’antologia relativa ai cento anni di linciaggi negli USA, ci imbattiamo nel titolo di un articolo del «Galveston (Texas) Tribune» del 21 giugno 1934: «Una ragazza bianca è rinchiusa in carcere, il suo amico negro è linciato». Su quella ragazza bianca il regime di terroristica white supremacy si abbatteva in modo duplice: sia privandola della sua libertà personale, sia colpendola pesantemente nei suoi affetti.

3. Movimento comunista e lotta contro la discriminazione razziale

In che direzione, a quale movimento e a quale paese guardavano le vittime di tale orrore, per cercare solidarietà e ispirazione nella lotta di resistenza e di emancipazione? Non è difficile indovinarlo. Subito dopo la rivoluzione d’ottobre, gli afroamericani che aspiravano a scuotersi di dosso il giogo della white supremacy erano spesso accusati di bolscevismo, ma pronta era la replica di un militante nero che non si lasciava intimidire: «Se lottare per i nostri diritti significa essere bolscevichi, ebbene io sono bolscevico e che gli altri si rassegnino una volta per sempre».

Sono gli anni in cui i neri che diventavano militanti del Partito comunista degli USA o che visitavano la Russia sovietica facevano un’esperienza inedita e esaltante: si vedevano finalmente riconosciuti nella loro dignità umana; su un piano di parità con i loro compagni potevano partecipare alla progettazione di un mondo nuovo. Si comprende allora che essi guardassero a Stalin come al «nuovo Lincoln», al Lincoln che avrebbe messo fine questa volta in modo concreto e definitivo alla schiavitù dei neri, all’oppressione, alla degradazione, all’umiliazione, alla violenza e ai linciaggi che essi continuavano a subire. Non c’è da stupirsi per questa visione. Si tenga presente che per lungo tempo, nel periodo in cui la discriminazione razziale e il regime di supremazia bianca infuriavano pressoché indisturbati all’interno degli USA e a livello mondiale nel rapporto tra metropoli capitalistica e colonie, il termine «razzismo» ha avuto una connotazione positiva, quale sinonimo di comprensione sobria e scientifica della storia e della politica, una comprensione scientifica che solo gli ingenui (per lo più socialisti o comunisti) si ostinavano a ignorare o a mettere in discussione.

Quando interveniva il momento di svolta nella storia degli afroamericani? Nel dicembre 1952 il ministro statunitense della giustizia inviava alla Corte Suprema, che era stata chiamata a discutere la questione dell’integrazione nelle scuole pubbliche, una lettera eloquente: «La discriminazione razziale porta acqua alla propaganda comunista e suscita dubbi anche tra le nazioni amiche sull’intensità della nostra devozione alla fede democratica». Già per ragioni di politica estera occorreva sancire l’incostituzionalità della segregazione e della discriminazione anti-nera. Washington – osserva lo storico statunitense (Vann Woodward) che ricostruisce tale vicenda – correva il pericolo di alienarsi le «razze di colore» non solo in Oriente e nel Terzo Mondo ma nel cuore stesso degli Stati Uniti: anche qui la propaganda comunista riscuoteva un considerevole successo nel suo tentativo di guadagnare i neri alla «causa rivoluzionaria», facendo crollare in loro la «fede nelle istituzioni americane». In altre parole, non si poteva arginare la sovversione comunista senza mettere fine al regime di white supremacy. E dunque: la lotta ingaggiata dal movimento comunista e la paura del comunismo finivano con lo svolgere un ruolo essenziale nella cancellazione negli USA (e poi nel Sudafrica) della discriminazione razziale e nella promozione della democrazia.

A questo punto s’impone una riflessione. Le opzioni politiche di ciascuno di noi possono essere le più diverse. E, tuttavia, chi voglia fondare le sue affermazioni su una sia pur elementare ricostruzione storica, deve riconoscere un punto essenziale: la storiella edificante dalla quale abbiamo preso le mosse, e che continua a essere strombazzata dall’ideologia dominante, è per l’appunto una storiella. Se per democrazia intendiamo quantomeno l’esercizio del suffragio universale e il superamento delle tre grandi discriminazioni, è chiaro che essa non può essere considerata anteriore alla Rivoluzione d’Ottobre e non può essere pensata senza l’influenza che quest’ultima ha esercitato a livello mondiale.

4. La discriminazione razziale tra USA e Terzo Reich

Se da un lato spingeva le sue vittime a riporre le loro speranze nel movimento comunista e nell’Unione Sovietica, dall’altro il regime di white supremacy vigente negli USA e a livello mondiale suscitava l’ammirazione del movimento nazista. Nel 1930, Alfred Rosenberg, che poi sarebbe diventato il teorico più o meno ufficiale del Terzo Reich, celebrava gli Stati Uniti, con lo sguardo rivolto soprattutto al Sud, come uno «splendido paese del futuro» che aveva avuto il merito di formulare la felice «nuova idea di uno Stato razziale», idea che si trattava allora di mettere in pratica, «con forza giovanile», senza fermarsi a mezza strada. La repubblica nord-americana aveva coraggiosamente richiamato l’attenzione sulla «questione negra» e anzi l’aveva collocata «al vertice di tutte le questioni decisive». Ebbene, una volta cancellato per i neri, l’assurdo principio dell’uguaglianza doveva essere liquidato sino in fondo: occorreva trarre «le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei».

Non c’è dubbio, il regime di white supremacy ha profondamente ispirato il nazismo e il Terzo Reich. È un’influenza che ha lasciato tracce profonde anche sul piano categoriale e linguistico. Proviamo a interrogarci sul termine-chiave suscettibile di esprimere in modo chiaro e concentrato la carica di de-umanizzazione e di violenza genocida insita nell’ideologia nazista. In questo caso non c’è bisogno di ricerche particolarmente tormentose: è Untermensch il termine-chiave, che in anticipo priva di qualsiasi dignità umana quanti sono destinati a essere schiavizzati al servizio della razza dei signori o a essere annientati quali agenti patogeni, colpevoli di fomentare la rivolta contro la razza dei signori e contro la civiltà in quanto tale. Ebbene, il termine Untermensch, che un ruolo così centrale e così nefasto svolge nella teoria e nella pratica del Terzo Reich, non è altro che la traduzione dall’americano Under Man! Lo riconosce Rosenberg, il quale esprime la sua ammirazione per l’autore statunitense Lothrop Stoddard: a lui spetta il merito di aver per primo coniato il termine in questione, che campeggia come sottotitolo (The Menace of the Under Man) di un libro pubblicato a New York nel 1922 e della sua versione tedesca (Die Drohung des Untermenschen) apparsa tre anni dopo. Per quanto riguarda il suo significato, Stoddard chiarisce che esso sta a indicare la massa di «selvaggi e barbari», «essenzialmente incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili», con i quali bisogna procedere a una radicale resa dei conti, se si vuole sventare il pericolo che incombe di crollo della civiltà. Elogiato, prima ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover), Stoddard è successivamente ricevuto con tutti gli onori a Berlino, dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista, ma anche i più alti gerarchi del regime, compreso Adolf Hitler, ormai lanciato nella sua campagna di decimazione e schiavizzazione degli «indigeni» ovvero degli Untermenschen dell’Europa orientale, e impegnato nei preparativi per l’annientamento degli Untermenschen ebraici, considerati i folli ispiratori della rivoluzione bolscevica e della rivolta degli schiavi e dei popoli delle colonie.

Ben lungi dal poter essere assimilate l’una all’altra quali nemiche mortali della democrazia, Unione Sovietica e Germania hitleriana si sono storicamente collocate su posizioni contrapposte: la prima ha svolto un ruolo d’avanguardia nella lotta contro la terza grande discriminazione (quella razziale), mentre la seconda si è distinta nella lotta per radicalizzare ed eternizzare la terza grande discriminazione e, nel far ciò, si è richiamata all’esempio costituito dagli USA. Nel complesso, l’analisi storica costringe a riconoscere il contributo essenziale o decisivo fornito dal movimento scaturito dalla rivoluzione d’ottobre al superamento delle tre grandi discriminazioni e dunque alla realizzazione di un presupposto ineludibile della democrazia.

5. Un incompiuto processo di democratizzazione

Conviene ora porsi un’ultima domanda: le tre grandi discriminazioni sono oggi del tutto dileguate? Già diversi anni fa, un eminente storico statunitense, Arthur Schlesinger Jr, che è stato anche consigliere del presidente John Kennedy, tracciava un quadro ben poco lusinghiero della democrazia nel suo paese: «L'azione politica, una volta imperniata sull'attivismo, s’impernia ora sulla disponibilità finanziaria». Dati i «costi spaventosamente alti delle recenti campagne elettorali», si delineava nettamente la tendenza a «limitare l’accesso alla politica a quei candidati che hanno fortune personali o che ricevono denaro da comitati d’azione politica», ovvero da «gruppi di interessi» e lobbies varie. In altre parole, era come se la discriminazione censitaria, cacciata dalla porta, fosse rientrata dalla finestra. Conviene prenderne atto: la campagna neoliberista contro i «diritti sociali ed economici», solennemente proclamati e sanciti dall'ONU nel 1948 ma denunciati da Friedrich August von Hayek quali espressione dell'influenza (da lui considerata rovinosa) della «rivoluzione marxista russa», ha finito con l‘investire anche i diritti politici.

Nell’atto di accusa contro la Rivoluzione d’Ottobre formulato dal patriarca del neoliberismo (e premio Nobel per l’Economia nel 1974) si può e si deve leggere un grande riconoscimento. Quella rivoluzione ha contribuito alla realizzazione dei diritti economici e sociali e all’edificazione anche in Occidente; non a caso, ai giorni nostri, al venire meno della sfida del movimento comunista corrisponde lo smantellamento dello Stato sociale nella stessa Europa, con il risultato che la discriminazione censitaria finisce col ripresentarsi in forme nuove.

E per quanto riguarda le altre due grandi discriminazioni? Non c’è tempo per un’analisi approfondita, ma non posso fare a meno di una breve osservazione a proposito della terza grande discriminazione. Certo, la storia non è l’eterno ritorno dell’identico, come pretendeva Nietzsche. Sarebbe errato e fuorviante ignorare i mutamenti intervenuti e i risultati conseguiti dalla lotta di emancipazione. Ai giorni nostri nessuno oserebbe fare professione di razzismo e proclamare ad alta voce la necessità di difendere o ristabilire la white supremacy. Non bisogna però dimenticare che, storicamente, un aspetto essenziale della terza grande discriminazione è stato la gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni. L’ha ben compreso Lenin che abbiamo visto definire l’imperialismo come la pretesa di «poche nazioni elette» ovvero di poche «nazioni modello» di riservare esclusivamente a se stesse il diritto di costituirsi in Stato nazionale indipendente. È stata abbandonata una volta per sempre tale pretesa? In occasione di gravi conflitti politici e diplomatici, l’Occidente e in particolare il suo paese-guida si rivolgono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché autorizzi l’intervento militare da loro auspicato o programmato, ma al tempo stesso dichiarano che, anche in assenza di autorizzazione, essi si riservano il diritto di scatenare sovranamente la guerra contro questo o quel paese. E’ evidente che, arrogandosi il diritto di dichiarare superata la sovranità di altri Stati, i paesi occidentali si attribuiscono una sovranità dilatata e imperiale, da esercitare ben al di là del proprio territorio nazionale, mentre per i paesi da loro presi di mira il principio della sovranità statale è dichiarato superato e privo di valore. In forme nuove si riproduce la dicotomia (nazioni elette e realmente fornite di sovranità/popoli indegni di costituirsi in Stato nazionale autonomo) che è propria dell’imperialismo e del colonialismo. Con la forza delle armi continua a esser fatto valere il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni.

Nel caso degli USA questa sedicente gerarchia è proclamata ad alta voce e viene persino religiosamente trasfigurata. Nel settembre del 2000, nel condurre la campagna elettorale che l’avrebbe portato alla presidenza, George W. Bush enunciava un vero e proprio dogma: «La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo». È un dogma ben radicato nella tradizione politica statunitense. Bill Clinton aveva inaugurato il suo primo mandato presidenziale, con una proclamazione ancora più enfatica del primato degli USA e del diritto-dovere a dirigere il mondo: «La nostra missione è senza tempo»!

Si direbbe che alla white supremacy sia subentrata la western supremacy ovvero l’American supremacy. Resta fermo il principio della gerarchizzazione dei popoli e delle nazioni, una gerarchizzazione naturale, eterna e persino consacrata dalla volontà divina, come nella monarchia assoluta dell’Antico regime! Almeno per quanto riguarda la sua dimensione internazionale, la terza grande discriminazione non è dileguata. Detto altrimenti: almeno per quanto riguarda i rapporti internazionali, siamo ben lontani dalla democrazia. Il processo di democratizzazione iniziato con la rivoluzione d’ottobre è ancora ben lungi dalla sua conclusione.

Testo pubblicato dalla Casa editrice «La Scuola di Pitagora», Napoli. Ringraziamo Domenico Losurdo, Presidente dell'Associazione Marx XXI, per la richiesta di pubblicazione nel nostro sito.



venerdì 25 novembre 2016

Democrazia, capitalismo e “rottura populista”

di Carlo Formenti da Micromega

 
La lunga recensione (quasi un saggio breve) a "La variante populista" (DeriveApprodi) apparsa su queste pagine e firmata da Alessandro Somma (che ringrazio vivamente per l’attenzione con cui ha letto e analizzato il libro) mi stimola a compiere alcune precisazioni in merito alle tesi da me sostenute, nonché a marcare convergenze e divergenze fra i nostri punti di vista. L’intervento di Somma si articola in varie sezioni, ma può essere sostanzialmente ricondotto a due parti: la prima, in cui ripercorre la pars destruens delle mie argomentazioni (che mi pare condivida in larga misura), la seconda, più breve, in cui analizza le mie proposte politiche e nella quale si concentrano i dissensi. Andrò quindi di fretta sulla prima parte per arrivare al nocciolo della discussione contenuto nella seconda.

Provo a riassumere così le cose su cui siamo sostanzialmente d’accordo: 1) Somma riprende e articola le mie critiche alle tesi di coloro che vedono nel cosiddetto “capitalismo della conoscenza” il presupposto di una transizione spontanea e indolore a una società postcapitalista – critiche che io muovo a partire soprattutto dai lavori di Antonio Negri e André Gorz (anche seguendo le argomentazioni di Dardot e Laval) e dai teorici della New Economy come Yochai Benkler, mentre lui allarga il campo a Paul Mason e al suo Postcapitalismo; 2) riprende inoltre il tema della non neutralità delle forze produttive (cruciale per superare le visioni “oggettiviste” della transizione al socialismo, presenti nello stesso Marx); 3) riprende infine la mia analisi (che arricchisce in relazione al caso Uber) sulle mistificazioni della sharing economy che, assieme alle nuove forme di “lavoro del consumatore” mediate dai social network, rappresenta un nuovo, formidabile dispositivo di potenziamento delle forme di sfruttamento e controllo del capitale sul lavoro.

Passiamo alle osservazioni critiche che mi vengono rivolte nella seconda parte. Le elenco qui di seguito per poi discuterle singolarmente: 1) in riferimento alla metafora delle “tessere del mosaico”, che io utilizzo per alludere al lavoro di ricostruzione di un fronte unitario dei soggetti sociali e politici che la “guerra di classe dall’alto” (per usare la definizione di Gallino) del capitale globale è riuscito a disarticolare, Somma mi rimprovera di averne una visione rigida e riduttiva, cui contrappone la maggiore flessibilità con cui le sinistre radicali tedesche guardano alla costruzione di un blocco controegemonico, di un attore anticapitalista eterogeneo; 2) in questo blocco Somma schiera a pieno titolo quei movimenti che, nel secondo capitolo del libro, io considero invece integrati nella governance neoliberista; 3) mi attribuisce poi una piena adesione alle tesi di Laclau sul populismo, con conseguente semplificazione/banalizzazione del conflitto sociale, ridotto alle coppie oppositive popolo/élite, alto/basso; 4) critica il mio discorso sulla sovranità popolare e nazionale come regressivo e, non ritenendo sufficiente la variante post-nazionale che ne suggerisco, ribadisce che, a suo parere, questi termini, in quanto patrimonio della narrazione di destra, sono inservibili a sinistra; 5) infine – ribadito che dal suo punto di vista non si danno diritti sociali se non si riconoscono i diritti civili (il riferimento è alla mia polemica contro l’inversione gerarchica a favore dei secondi ad opera delle sinistre sia moderate che radicali) – rifiuta la mia idea del divorzio fra liberalismo e democrazia, rivendicando la possibilità di coniugare superamento del capitalismo e liberal democrazia.

Per quanto riguarda il primo punto: non ho mai preteso di dare una definizione completa ed esaustiva dei soggetti arruolabili in un blocco anticapitalista, tanto è vero che, a un amico che nel corso di una presentazione mi ha detto che il libro finisce là dove dovrebbe iniziare, ho risposto che il mio proposito è sollevare i problemi nodali su cui considero urgente aprire la discussione, perché la loro soluzione non può arrivare dal contributo di un singolo ma non può che essere collettiva. Ciò detto, resto convinto che nessun blocco sociale può essere una mera sommatoria di soggetti ma va costruito gerarchicamente, a partire dall’identificazione di quelle classi, movimenti, comunità politiche e culturali, ecc. che più di altre sono portatrici di un potenziale antagonista. Ciò non significa che creda nell’esistenza di avanguardie definibili apriori come tali (quasi “naturalisticamente”) e a chi (non Somma, mi pare) mi rivolge tale accusa, replico che si tratta di identificare, di volta in volta, la “composizione politica” di classe – cioè quegli strati sociali che attivamente e concretamente lottano contro il neoliberismo – composizione che per definizione appare mutevole e contingente.

Quanto appena affermato ci porta direttamente al terzo punto (saltando il secondo, su cui tornerò più avanti), nella misura in cui chiama in causa il concetto gramsciano di egemonia. Curiosamente Somma nella sua recensione non cita mai Gramsci, mentre mi attribuisce, come scrivevo poco fa, una posizione appiattita sul pensiero di Laclau. Ora il merito di Laclau consiste, a mio avviso, nell’aver saputo descrivere empiricamente la dinamica della “rottura populista” che viene a determinarsi a partire dall’incapacità dei sistemi neo liberisti di dare risposta differenziale ai bisogni dei vari soggetti sociali, la cui rabbia e frustrazione tende appunto a convergere in un fronte populista e a innescare l’opposizione antagonista fra popolo ed élite, alto e basso (tipica la parola d’ordine di Occupy Wall Street: “We the 99%”). Ciò detto, io rivolgo una serie di critiche radicali alle sue tesi (ripudio dell’analisi di classe, esaltazione del ruolo del leader carismatico, difesa delle istituzioni rappresentative, illusioni neo socialdemocratiche, ecc.) e le reinterpreto appunto alla luce delle categorie gramsciane di blocco sociale, egemonia, farsi partito e farsi stato delle classi subordinate, guerra di posizione, ecc. Se il populismo – sia esso di sinistra o di destra, perché esistono anche le “rivoluzioni passive” – è la forma che la lotta di classe tende ad assumere nell’era dell’eclissi delle sinistre storiche e dell’impotenza di quelle radicali, la sua declinazione gramsciana dovrebbe essere la valorizzazione del suo potenziale di rottura antisistemica, la spinta alla creazione di istituzioni di democrazia diretta e partecipativa (vedi i processi costituenti delle rivoluzioni bolivariane, pur con tutti i loro limiti) e la lotta egemonica all’interno di tali processi per orientarli in senso anticapitalista.

Passiamo alla questione della sovranità popolare e nazionale. Somma afferma che: a) si tratta di una visione irrealistica e nostalgica e che b) chiama in causa parole irreversibilmente “contaminate” dalla narrativa di destra. Su a): oggi la lotta di classe si presenta anche e soprattutto come conflitto fra flussi globali (di merci, denaro, informazioni, membri delle élite) e luoghi (i territori colonizzati dai flussi dove vivono, lavorano e lottano le classi subalterne) – una diagnosi confermata dalle dichiarazioni del direttore del Wall Street Journal, il quale, in un’intervista al Corriere della Sera, ha dichiarato che il conflitto sociale sarà sempre meno fra progressisti e conservatori e sempre più fra globalisti e populisti - ; ma se questo è vero, irrealistica mi pare piuttosto l’idea di competere al livello globale, laddove il capitale controlla tutte le regole del gioco, mentre l’unica chance di rottura sistemica si dà a livello di territorio locale (regionale e/o nazionale). Né rimpiango lo stato nazione del trentennio glorioso (che poi tanto glorioso non era), ma penso a forme di aggregazione federativa, dal basso, di entità post nazionali (non fondate cioè su basi identitarie, ma su comunità di lotta, lavoro, ecc.). La sovranità non è necessariamente quella descritta dalla filosofia politica classica, può assumere anche le forme descritte da Hannah Arendt, o sperimentate nelle esperienze storiche del consiliarismo. Quanto a b): le narrazioni cambiano, e consegnare certe parole alla destra senza lottare per mutarne il significato mi pare un grave errore; egemonia è anche e soprattutto lotta per il controllo del linguaggio, del senso comune.  

Siamo al punto 5 e qui compare, dopo Gramsci, un secondo “convitato di pietra”, cioè Norberto Bobbio, il quale mi pare faccia implicitamente capolino dietro quel Benedetto Croce che Somma cita alla fine del suo articolo, a proposito della sua polemica con Einaudi e della tesi di un possibile divorzio fra democrazia liberale e capitalismo. Il vero dissidio è qui, ed è lo stesso che in altre occasioni mi ha visto discutere amabilmente con altri amici come Stefano Rodotà: sono infatti convinto che, mentre il divorzio fra democrazia e capitalismo è ormai fatto compiuto, liberalismo politico e liberismo siano strettamente interconnessi e che la lotta per la riconquista della democrazia passi inevitabilmente per il superamento del liberismo economico e del liberalismo politico. Del resto gli argomenti con cui questa tesi è già stata da altri sostenuta sono arcinoti. Per citarne solo un paio: il liberalismo politico comporta la delega della sovranità popolare attraverso il meccanismo della democrazia rappresentativa, ma le elezioni non assicurano la prevalenza della volontà generale se le risorse economiche e i mezzi d’informazione appartengono alla proprietà privata; il liberalismo politico riconosce a ognuno un diritto uguale, ma senza equità sociale tale riconoscimento resta una mera affermazione di principio.

A fronte di questi problemi i teorici della democrazia radicale riconoscono come tale solo la democrazia diretta e partecipativa, l’autogoverno, o, nel caso si diano forme di rappresentanza, chiedono che vengano vincolate al mandato breve e imperativo e alla possibilità di revocare l’eletto in qualsiasi momento. Ecco dove affonda le radici la differenza attorno alla questione della relazione gerarchica fra diritti civili e diritti sociali: per Somma, come detto, non si possono dare diritti sociali senza diritti civili, per me è il contrario (e qui, com’è ovvio, è in questione anche la relazione gerarchica fra diritti individuali e diritti collettivi). Ecco perché ho inserito nel secondo capitolo (quello sull’eutanasia delle sinistre) la critica di quei movimenti che hanno progressivamente abbandonato la lotta per i diritti sociali in favore di quella per i diritti civili, ed ecco perché Somma, al contrario, mi invita a riaccoglierli nel mio Pantheon di soggetti anticapitalisti.

Non credo si tratti di stabilire chi ha torto e chi ha ragione, perché siamo di fronte a due paradigmi differenti (forse anche a due modelli etici ed epistemologici differenti: realismo politico versus costituzionalismo, come una volta mi ha detto Rodotà). Le due posizioni sono necessariamente incompatibili? No, perché abbiamo un obiettivo comune, cioè uscire dal capitalismo, poi si tratta di vedere come, ma soprattutto si tratta di vedere cosa fare una volta che se ne sia usciti, ma questo, purtroppo è a tutt’oggi un problema remoto.     

venerdì 12 giugno 2015

La «stabilità dei mercati» contro la democrazia

di Marco Bascetta da Il Manifesto


Ale­xis Tsi­pras lo ha dichia­rato nella maniera più sem­plice e lineare pos­si­bile. La posta in gioco nella logo­rante guerra di trin­cea che da mesi oppone Atene a Bru­xel­les e Ber­lino, occu­pando, quasi per intero, la scena euro­pea è «l’ammissione di un fallimento».
Un fal­li­mento teo­rico, eco­no­mico e, soprat­tutto sociale e poli­tico. Dopo anni di appli­ca­zione delle poli­ti­che di auste­rità impo­ste e pilo­tate dalle isti­tu­zioni euro­pee nes­suno dei risul­tati pro­messi è stato raggiunto.
Ren­dendo chiaro ai più che l’indebitamento, e il suo costo cre­scente, sono sostan­zial­mente ine­sau­ri­bili, un mec­ca­ni­smo desti­nato a ripro­dursi all’infinito e non solo in Gre­cia. Si tratta, infatti, di un gigan­te­sco pro­cesso di con­cen­tra­zione della ric­chezza desti­nato a pro­trarsi fino a quando una forza poli­tica di senso con­tra­rio (e non certo su scala nazio­nale) non inter­venga ad arre­starlo e inver­tirne la rotta.
La vit­to­ria di Syriza ad Atene è stata, prima di ogni altra cosa, la piena per­ce­zione di que­sto fal­li­mento da parte dei cit­ta­dini greci. Favo­riti, in que­sta con­sa­pe­vo­lezza, dall’averlo vis­suto sulla pro­pria pelle. Ciò che il pre­mier greco pre­tende ora è che anche gli arte­fici delle poli­ti­che che hanno con­dotto a que­sto disa­stro rico­no­scano l’errore ces­sando di riba­dire insi­sten­te­mente, come un disco rotto, i ver­setti sata­nici della loro dot­trina. È del tutto evi­dente che non inten­dono farlo per­ché anche la più pic­cola crepa nel for­ti­li­zio, cui una incon­sa­pe­vole comi­cità affida la «sta­bi­lità dei mer­cati», rischie­rebbe di ren­dere peri­co­lante l’intero edi­fi­cio. L’ assunto è che, con altre poli­ti­che, i conti, più che non potere, non devono tor­nare. E, pur­tut­ta­via, sul fronte della poli­tica, imba­razzi e scric­chio­lii comin­ciano a mostrarsi. Per­fino la ultra­con­ser­va­trice Frank­fur­ter All­ge­meine, ini­zia a doman­darsi timi­da­mente cosa sia andato storto nelle ricette restrit­tive. Gli argo­menti a loro favore si fanno, infatti, sem­pre più impro­ba­bili, sem­pre meno prag­ma­tici e sem­pre più ideo­lo­gici.
Un impa­reg­gia­bile Lorenzo Bini Sma­ghi, già alto fun­zio­na­rio della Bce, sostiene che la demo­cra­zia greca (secondo la ben nota for­mula che Stuart Mill appli­cava alla libertà) debba tro­vare il suo limite in tutte le altre demo­cra­zie dell’eurozona in cui si sup­pone che l’austertà goda di un indi­scusso entu­sia­smo popo­lare. Come se le poli­ti­che eco­no­mi­che euro­pee fos­sero sot­to­po­ste a una qual­che forma di con­trollo demo­cra­tico e come se la grande mag­gio­ranza dei cit­ta­dini euro­pei potesse trarre, come il capi­tale finan­zia­rio, qual­che van­tag­gio dallo stran­go­la­mento di Atene. Forte è la ten­ta­zione di rispon­dere con la bat­tuta di un cele­bre film di Elio Petri: «Ma che min­chia c’entrano con la demo­cra­zia!» Fatto sta che que­sto è il livello di cul­tura poli­tica dei «tec­nici» che spe­diamo a Francoforte.

Quanto alla sco­lo­rita social­de­mo­cra­zia euro­pea, non è certo da meno. Il pre­si­dente dell’Europarlamento, il social­de­mo­cra­tico Mar­tin Schulz non trova di meglio dal dichia­rare che Tsi­pras e Varou­fa­kis gli danno sui nervi e di que­sta sto­ria greca non se ne può dav­vero più. Qual­che com­men­ta­tore in Ger­ma­nia, come Wol­fgang Muen­chau su der Spie­gel, si sor­prende che la Spd, potendo con­tare fra l’altro sulle cre­scenti divi­sioni in seno alla Cdu tra la Can­cel­liera Angela Mer­kel e i pasda­ran del rispar­mio a tutti costi, a par­tire dalla que­stione della Gre­cia non colga l’occasione per intro­durre qual­che ele­mento di argine alle logi­che del rigore, sul piano euro­peo e su quello interno. Ma, invece di spin­gere Mer­kel a un com­pro­messo con Atene, anche con­tro buona parte del suo par­tito, (cir­cola voce che i poteri deci­sio­nali di Schau­ble siano stati alquanto ridi­men­sio­nati) i social­de­mo­cra­tici sem­brano col­lo­carsi piut­to­sto sul fronte dello zelo restrit­tivo. Insomma, una occa­sione inspie­ga­bil­mente per­duta. Ma forse, invece, una spie­ga­zione c’è. Le forze di sini­stra pie­na­mente con­ver­tite al neo­li­be­ri­smo, dalla Spd, al Pd, allo spet­trale Par­tito socia­li­sta fran­cese, mal dige­ri­scono pos­si­bili con­fronti con le aspi­ra­zioni poli­ti­che di Syriza e con la rin­no­vata demo­cra­zia greca. E allora si capi­sce che la capar­bia resi­stenza di Atene possa dare sui nervi. Non è dun­que sor­pren­dente che pro­prio que­ste forze tifino, più o meno aper­ta­mente, per una par­ziale capi­to­la­zione della Grecia.
Ma c’è anche un’altra voce che da sui nervi ai fal­chi di Ber­lino: è una voce grossa, quella ame­ri­cana, che non cessa di eser­ci­tare pres­sioni per­ché i tede­schi allen­tino i cor­doni della borsa e comin­cino a pre­oc­cu­parsi di espan­sione in Europa.
È vero che Washing­ton, come azio­ni­sta di mag­gio­ranza dell’Fmi, potrebbe influire diret­ta­mente sulla situa­zione greca. Ma anche da quelle parti nes­suno vuole met­tere in que­stione i dogmi del cre­dito (espo­nen­dosi a ulte­riori pre­tese e richie­ste) e sarebbe dun­que pre­fe­ri­bile agire per inter­po­sta Europa. Intanto, in Ger­ma­nia, come testi­mo­nia una ricerca citata ieri da Rita di Leo su que­sto gior­nale, cre­sce la dif­fi­denza dei tede­schi nei con­fronti della Nato e una sostan­ziale indi­spo­ni­bi­lità (le cui cause sto­ri­che e i cui inte­ressi eco­no­mici non sono dif­fi­cili da imma­gi­nare) a lasciarsi coin­vol­gere diret­ta­mente in un even­tuale scon­tro sui con­fini orientali.
Fatto sta che la com­pre­senza di una osti­lità verso la Nato (per quanto peri­co­losa e inco­sciente si riveli la sua poli­tica nei con­fronti della Rus­sia) e la pre­tesa di eser­ci­tare una ege­mo­nia euro­pea attra­verso l’imposizione dei pro­pri modelli eco­no­mici spinge nella dire­zione del nazio­na­li­smo tede­sco. Il cosid­detto Gre­xit fer­me­rebbe del tutto il corso, già piut­to­sto sgan­ghe­rato, della costru­zione poli­tica euro­pea. E senza Europa poli­tica una Ger­ma­nia «anti­a­tlan­tica» rap­pre­sen­te­rebbe una pro­spet­tiva deci­sa­mente inquie­tante. Angela Mer­kel ha dun­que sva­riate ragioni poli­ti­che, imme­diate e di più lunga pro­spet­tiva, per chiu­dere un ono­re­vole com­pro­messo con la Gre­cia di Tsi­pras. Ma dovrà fare i conti con i pre­giu­dizi e gli acce­ca­menti ideo­lo­gici che il suo stesso par­tito ha con­tri­buito a dif­fon­dere nell’opinione pub­blica tede­sca, non­ché con i Fachi­dio­ten, gli «idioti spe­cia­liz­zati», cui ha affi­dato il governo eco­no­mico dell’Unione.

mercoledì 29 aprile 2015

“Lui è lui, voi nun sete un ca…”

di Tonino D’Orazio
38esimo voto di fiducia in un anno e la saga non è finita. Ormai la cosiddetta sinistra del PD, una specie di ossimoro incomprensibile, continua a collezionare ceffoni su ceffoni. Tra il no no no e voto si si si per “salvare l’Italia”, o la fuga, la farsa è completa. Ma i ceffoni sono per tutti i parlamentari embedded, in sostanza che accettano la protezione del capo per un seggio futuro e quindi le limitazioni imposte alla propria libertà di movimento e di espressione. Una specie di simonia morale. Dire di coscienza mi pare esagerato di questi tempi. Il ricatto chiaro è: tutti a casa con me.
Nessun sussulto di orgoglio né di vergogna. Nemmeno l’idea che per la storia siano essi stessi gli affossatori della democrazia costituzionale a favore della “democrazia personale” o “padronale”. Altro che padri riformatori! Servi appiattiti nelle gabbie costruite da loro stessi in questi anni e dove passeggiano intrappolati. Hanno diritto solo alla parola, ce la raccontano anche a noi per rallegrare la platea, per il resto si tratta di ubbidire, anche facendo finta di uscire dall’Aula al momento del voto sapendo che fanno comunque vincere la maggioranza. Pensano di salvare la loro coscienza dismettendo le loro responsabilità.
In nessun paese è successo che i senatori votino la loro dissoluzione e abdichino alla rappresentanza affidata loro dai cittadini. Solo perché chiesto da un capo partito  non eletto da nessuno se non dai propri fans, nemmeno dai propri iscritti. Senza nemmeno chiedere il parere di chi li ha votati, come se questa fosse una “piccola riforma” che in fondo gratta solo un pochino la Costituzione.
Non vi è dubbio che una nuova Resistenza li porterebbe tutti davanti ai tribunali del popolo. Per appropriazione indebita delle istituzioni che appartengono al popolo e non ai partiti, ormai strumenti di corruzione, furto e prevaricazione, evidenti ogni giorno, ai danni della propria nazione. Per essere passati da governo Esecutivo a Parlamento che esegue capovolgendo le istituzioni. Per furto del diritto di voto (non voteremo più, intanto per le Province, poi per il Senato e poi, poi, voteremo per quelli che il capo di turno avrà deciso). Per svendita di beni pubblici che non appartengono loro. E’ stato solo chiesto loro di gestirli da “buon padri di famiglia” non di venderli agli amici degli amici o regalarli dopo averli dissanguati. Il risultato è eccezionale e sembrano anche vantarsene. Per impoverimento organizzato e finalizzato a schiavizzare il popolo togliendogli la dignità e la sussistenza che solo il lavoro permette. Per assassinio in “guerre di pace” promosse al di fuori del nostro territorio mai stato in pericolo. Si tratta di aspettare. Anche se la storia non si ripete le analogie con il passato, non tanto lontano, sono tante.
In quanto al presidente della Repubblica, degno successore dell’altro, non c’è speranza. Potrà mai entrare in contraddizione con se stesso? Prima è padre della legge elettorale detta “matterellum” che prevedeva già i “premi”, dichiarati poi da lui stesso costituzionalmente proibiti; poi per quella detta “porcellum” ci ha messo 6 anni a dichiararla formalmente e sostanzialmente con “gravi lacune costituzionali”, compresi i premi previsti dalla sua legge. Lacune tali da inficiare Parlamento, Senato e tutte le leggi di questi ultimi anni, perché non avevano titolo a farle. Lo stesso Berlusconi, adesso dopo averne usufruiti, dichiara che vi sono 149 deputati “illegali” in Parlamento. Adesso addirittura Mattarella dovrà approvare e sostenere una legge peggiore. Ed è sicuro che lo farà. Renzi non è matto, se sta forzando significa che è “autorizzato” e si aspetta una blanda resistenza di facciata. Magari rimandandola almeno una volta alle Camere. Una splendida carriera, l’uomo sempre al posto giusto al momento giusto. In realtà è la dimostrazione che non abbiamo più grandi statisti. Se i deputati stessi si votano favorevolmente le pregiudiziali di costituzionalità (malgrado i pareri di costituzionalisti rinomati) della legge elettorale a maggioranza, cosa e quando la Corte Costituzionale (o la Presidenza della Repubblica) potrà decidere se sono vere? Eppure la Corte presieduta da Mattarella ha già deciso che alcune norme non sono costituzionalmente “corrette”. Diciamo che la povertà politica e servile delle classi padronali, difficile parlare di dirigenti politici, è arrivata molto in alto. Ma la furbizia, la menzogna, la corruzione, il furto sistematico, l’immoralità e l’amoralità invece ci vengono riconosciuti dappertutto. Basta vedere su questi temi dove si trova l’Italia nelle graduatorie internazionali. Ma a volte bastano i sorrisetti compiacenti e pietosi dei nostri partners europei, davanti alla tracotanza berlusconiana in un certo modo e renziana nell’altro. Tutto fumo e niente arrosto. Chiacchiere della “Commedia dell’Arte”. La realtà invece parla ripetutamente, (Wall Street Journal), di un futuro avviato alla bancarotta che chiamano educatamente default, dopo averci spolpati.
Ma che importa! Si troverà sempre di chi è la colpa, magari dei parlamentari che non hanno più coscienza, della mondializzazione che non abbiamo capito, oppure di Grillo e il M5S a causa della loro opposizione dura che impedisce al capo del governo di corre più velocemente nelle cosiddette riforme ordinategli da altra gente non eletta, come lui, magari dalle banche internazionali, dalla troika di Bruxelles, o da qualche potente cordata massonica internazionale alle quali molti nostri “dirigenti” politici sono ufficialmente affiliati. A questo ubbidiscono le coscienze attuali della maggioranza dei nostri rappresentanti parlamentari. Questo votiamo e voteremo.
La bagarre in Aula non è uno scandalo, magari c’è ancora qualcuno che fa finta di stupirsi, ma rappresenta solo una scenografia ipocrita all’aumento del patos necessario per gli spettatori (tele) e i fans, poi vedrete che tutto andrà come previsto da tempo dalla P2 di Licio Gelli al traguardo. E non sarà più necessario nemmeno votare perché non vi sarà più “rappresentanza” nelle istituzioni, già blindate da oggi e sottratteci.

sabato 7 febbraio 2015

Colpo di stato in Svezia

di Tonino D'Orazio

Se le elezioni democratiche dovessero danneggiare il neoliberismo in espansione, allora è meglio non fare votare i cittadini. Semplice.
I fatti. Nelle ultime elezioni svedesi è cresciuto nei voti un nuovo partito, SD, considerato quindi “populista” (come se gli altri non si riferissero al popolo), fino al 12%. Diciamo un partito di opposizione. Al momento del voto sul bilancio dello stato si è alleato con un altro partito e dopo il voto contrario, è normalmente caduto il governo.
Dappertutto, nelle nostre democrazie, si va a nuove elezioni, tanto che queste vengono indette per il 22 marzo prossimo. Ma ecco che i sondaggi danno alla SD una percentuale così ampia da scombussolare gli eventuali storici accordi, in modo tale che né i Socialisti-Verdi né il Centro-destra avrebbero potuto governare ancora. Temendo di perdere le poltrone occupate da anni in amabile alternanza decidono di spartirsi i posti non più alternativamente ma simultaneamente. Per sempre. O comunque fino al 2022, data della prima revisione del loro accordo.
Quindi niente votazioni nel 2015. L’altra sarà nel 2019, ma il popolo, indipendentemente dal voto, saprà in anticipo la composizione del governo e la spartizione già effettuata. Il governo rimarrà al suo posto indipendentemente dai risultati. Ma se in televisione appare il governo vestito da abiti civili, non da militari pretoriani, e il parlamento una farsa, allora è un colpo di stato. Chi avrebbe immaginato la Svezia come una repubblica delle banane?
Oppure è un nuovo concetto della democrazia al quale bisogna trovare un altro nome credibile. Oppure è la maschera della democrazia rappresentativa, nella sua versione post-moderna e corrotta, che cade.
In apparenza le istituzioni democratiche restano in piedi, ma svuotate. L’accordo tra socialisti-verdi-centro-destra organizza un sistema di governo doppio. Il parlamento ufficiale (costituito da nominati in liste bloccate), rimane in piedi, ma nell’ombra e in segreto, i sette partiti tradizionali, decidono le politiche. Ogni tanto presentano le decisioni al parlamento che le ratifica, una semplice formalità. La democrazia è salva.
Il nuovo sistema può essere descritto come “dittatura consensuale”. Chi governerà nei prossimi 8 anni avrà tutti i poteri del tipo dittatoriale: bilanci, linee politiche, maggioranza garantita. Sembra che cercheranno l’unanimità su questioni come la difesa, la sicurezza, le pensioni e l’energia. Perché no? Abbiamo davanti tutte le esperienze delle “Grosse Koalitionen”, ufficiali o nascoste, di vari stati europei, e per i propri interessi anche degli americani.
Questa volta, mi dispiace, ma gli svedesi non sono all’avanguardia. Ci siamo noi, con tutte le analogie del patto segreto del Nazareno. I nostri già sanno che rimarranno fino al 2018 e che con la prossima legge elettorale un po’ truccata sono garantiti per il futuro. Mattarella non ancora.
L’arrivo al potere in questo modo non è la prova di una falla nella democrazia ma il risultato di manovre di corridoio, vestite dal bel nome di governo di unione, (da noi celato/evidente imposto dall’ex di tutto Napolitano), che nega di per sé le scelte differenziate dell’elettorato. La questione è quella dell’onestà di quelli che si dicono democratici e poi si accordano per neutralizzare i voti che non gli convengono. Si è democratici o non lo si è. E’ un concetto indivisibile, come quello della libertà. Non vi sono eccezioni. Chi manipola in nome della governabilità, o di qualunque cosa, è altro.
Quali conclusioni trarre da queste situazioni?
Uno, i grandi ideali di democrazia o di valore della Costituzione esplodono immediatamente quando la casta si sente minacciata. Due, contro questo non vi è difesa con il voto: il putsch si fa discretamente, nelle notti di negoziazioni e patti segreti, poi è troppo tardi. I puschisti cambiano immediatamente le regole del gioco, anche la Costituzione, in corso d’opera. In nome del dio riforme, che pochi sanno per fare cosa e a che fini. Però lo sa bene il neoliberismo, cioè il vero moderno neofascismo. I Padri costituzionali avrebbero dovuto imporre, per modificare la Costituzione, una maggioranza del 90%; mai potevano immaginare che non bastasse il 75%. Non immaginavano l’avvento di un nuovo Partito Unico che potesse stravolgerla così facilmente. Partito vagheggiato dalla loggia P2 e in corso d’opera. Non avevano creduto all’idea che aveva Gramsci sul potere monopolistico della borghesia capitalistica.
Un umorista diceva che se proprio i politici sono così aggrappati ai soldi, alle prebende, li si potrebbe pagare in anticipo e farli rimanere a casa. Farebbero meno danno e costerebbero di meno. Un uomo inutile costa solo il suo salario, mentre un parassita attivo costa in più tutti i danni giornalieri che è capace di fare. Pensate che beneficio anche nel caso del governo … Tanto, un parlamento che ratifica soltanto quello che decide il capo è inutile, (30 carrozzoni-leggi passati con voto di fiducia in sette mesi), se non per la sceneggiata e la commedia dell’arte. “Non sono d’accordo ma lo voto”. Per la maschera della democrazia. Potrebbero anche votare da casa, almeno non ci sommergerebbero di chiacchiere.
Si può dire che in Svezia la democrazia è morta. La Svezia non è lontana. Altri paesi seguono. Il nostro anche. Non è un caso. Il neoliberismo o il fascismo non hanno nulla a che vedere con la democrazia. Anche il concetto di libertà è a senso unico. L’economia dell’Europa è moribonda e anche le democrazie lo sono, perché assoggettate solo ad essa. L’ultimo rantolo permette a questa gestione europea di legarsi mani e piedi, con il trattato TTPI (anche qui una immensa truffa da Nato economica segreta), un atto di assoluto asservimento e di cessione totale di autonomia alla potenza nord americana. Gli unici capaci di difendere e proteggere il neoliberismo rampante qualora qualche popolo si svegliasse in Europa e mettesse la vita degli esseri umani al primo posto invece delle merci e delle banche. Anche per svegliarsi mi sembra tardi, ma vale la pena tentare, almeno di pensare e ragionare. Anche questo è una forma di lotta.

sabato 17 gennaio 2015

E’ andato via, quasi

di Tonino D'Orazio
 
Ma il vilipendio rimane anche per gli ex presidenti? Sapete, la libertà di pensiero. Nessuno ha distrutto di più il paese come questo strano uomo. Un uomo sempre a galla e senza ideali sicuri, dalla sua presenza nel PCI di Napoli, sin dal dopoguerra, e successivamente aderente alle varie mode politiche dei decenni seguenti. Da comunista all’acqua di rosa, a socialista ombra nel periodo di Craxi, ministro dell’interno contestato, fantasma presente ai vari passaggi Pds, Ds, Pd. Risuscitato da D’Alema per un posto presidenziale dove non doveva fare altro che eseguire ciò che i “poteri forti” (ossimoro di anti-democrazia) gli avrebbero ordinato. E così è stato anche per il suo innamoramento senza ritegno per la Germania della Merkel e per la Commissione europea, di destra e anti-operaia.
Non basta aprire una Veuve Clicot per festeggiare. Non solo non è andato via veramente, ma prepotente e imbevuto di sé stesso com’è continuerà sicuramente ad intrigare dal suo scanno di senatore a vita. Morirà in Parlamento dopo più di dodici lustri di attaccamento alla poltrona. Che presidenza penosa in un confronto impossibile con Pertini e persino con Cossiga, malgrado tutta la casta dei giornalisti ci provi. Mai nessun presidente è stato “insultato” quanto lui per le banalità espresse, fino a rifiutare in massa di ascoltarlo per gli “auguri” di fine anno. Anche nel 2013. Le audience hanno palesemente mentito. La gente aveva altro da fare. Da sempre al servizio dei poteri forti e delle classi dominanti, l'ex fascista (iscritto al GUF, Gruppo Universitario Fascista), l'ex comunista (iscritto al Partito Comunista Italiano), l'ex del PDS, l’ex dei DS e infine l’ex democratico (Partito Democratico), finalmente a 90 anni suonati va in pensione d’oro. Amen. Forse. Fino ad ex senatore a vita.
Un uomo che è stato ministro e padre della peggiore legge anti-immigrati esistente in un paese europeo e civile (dixit: Tribunale Internazionale dei Diritti Umani). Un uomo che ha accompagnato la distruzione del lavoro e dello stato sociale italiano allo stadio attuale. Un uomo che doveva essere garante della Costituzione e invece ne è stato, con Berlusconi-Fini e il PD, il peggior sgretolatore. Un uomo che ha imposto alla repubblica parlamentare una repubblica presidenziale e monocratica. Ha scelto lui direttamente gli ultimi tre presidenti del consiglio, minacciando e ricattando di volta in volta il Parlamento con le sue dimissioni, fino all’ultimo Pinocchio apprendista stregone. Conoscendolo avrà sicuramente indicato e costruito il nuovo nome prima di andarsene. Ha necessità di continuità e di elogi, anche se falsi, per uscire con la testa alta. Non certamente un nome che riporti il paese e la funzione di presidente garante sulla retta via. Magari un banchiere proveniente da Goldman Sachs andrebbe proprio bene. O un amico degli amici, ma di quelli vecchi e implicati con il passato e l’omertà. Magari di quelli che hanno governato a suon di stragi e di bombe.
L’uomo giusto per la cultura giusta. Nel 1981 definì le parole di Berlinguer sulla questione morale ("I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali") "vuote invettive".
Non deve stupire i ringraziamenti delle varie caste che hanno occupato le istituzioni e se ne sono appropriate anche col suo sostegno perché senza contrasto. I parlamentari collusi e corrotti che in fondo ha protetto. I giornalisti sempre osannanti, i banchieri, gli imprenditori, soprattutto quelli corrotti ai quali ha permesso di rimanere agganciati al sistema politico attuale inamovibile, predatorio e impunito.
Né si può pensare che la Corte Costituzionale, avendo definito le due ultime leggi elettorali incostituzionali, innescando un meccanismo di falsa legalità dei Parlamenti succedutisi sotto il suo regno di garante se non della sua elezione, possa essere diventato un organo inutile e che mette il bastone alle ruote dei super leader massimo che hanno condotto il Paese allo sfacelo attuale. A colpi di centinaia di leggi carrozzoni con “voto di fiducia” (massima debolezza di un governo veramente democratico ed normalmente esecutivo dei dettami del Parlamento) che lui avrebbe dovuto contrastare e nei quali ha partecipato direttamente, con un doppio-pettismo sfacciato. Il piagnucolare per i giovani senza lavoro mentre li affossava con la sua firma sulle varie leggi di precarizzazione. Le altre due leggi dichiarate incostituzionali dalla Corte riguardanti il Lodo Alfano e il Legittimo Impedimento indicano la sua partecipazione a sostegno di Berlusconi, il quale in questi giorni lo cita come persona “antidemocratica”. Il bue che dice cornuto all’asino. Un tribunale storico contro il vilipendio della Costituzione e l’impoverimento del paese lo vedrebbe, insieme all’amico Berlusconi e altri, sicuramente imputato. Non fa parte ancora dei vincitori che possono ricostruire la storia a modo loro per poter essere considerato “padre della patria”. Anzi. L’autonomia di questo Paese, che lui ha scorporato e sottomesso a tutti i poteri esterni e internazionali senza ritegno, non è ancora finita. Che può voler dire, tenuto conto della loro fobia, “un comunista amato dagli americani”, se non la controprova di ciò che asseriamo.
Non sono mai state realmente fugate le sue implicazioni, se non l’alone della sua partecipazione, allo storico evidente accordo Stato-mafia, dovute ad una serie di interferenze non giustificate, di tentennamenti sulla lesa maestà, se non sul riserbo ufficiale del segreto di Stato, sulle sue intercettazioni distrutte e su una specie di parodia propedeutica nel tribunale di Palermo.
Capisco anche che abbia molti tifosi ai quali, e come tali, interessa poco la realtà dei fatti. Molti di loro amano, aspettano e difendono sempre l’uomo della provvidenza che ci salverà. Non sono mai arrivati e quest’ultimo proprio non né è stato uno. Ma sperano sicuramente che lo sarà il prossimo.
Visto che siamo in fase critica di libertà di pensiero lasciatemi alle mie riflessioni, e probabilmente non solo mie. Ho sempre anch’io la speranza che la storia possa raccontare una parte di verità, prima o poi, anche se dopo il “chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato”.

domenica 11 gennaio 2015

Non è sangue sulla libertà.



di Tonino D'Orazio

 
E’ sangue sull’ineguaglianza. Non è possibile ad una mente critica confondere i due concetti.

Dire che, in pagina di copertina e a caratteri cubitali, (cfr google) il Corano è una merda non rileva molto della satira. Diciamo non fa né ridere né sorridere. Come in genere nessun linguaggio escrementizio.

Immaginate su un nostro settimanale scrivere in pagina di copertina, almeno dieci volte all’anno, che il Vangelo è una merda. Oppure la Bibbia, questa strana raccolta di storie di violenza, di sopraffazione, di genocidi a fil di spada, di meretrici all’opera, di un maschilismo esacerbato e predominante, di un dio padre spesso umanamente vendicativo, rabbioso e di parte, di una continuità storica immorale fino al genocidio palestinese attuale nel suo nome, immaginate insomma che questa Bibbia venga trascinata nello sterco. Ci sarebbe subito del penale e del vilipendio. Oppure provate a bestemmiare, atto inutile e per questo stupido o perlomeno provocatorio, e una multa dal garante dell’ordine pubblico non ve la leva nessuno. Come dire che per le religioni invece c’è chi può e chi non può.

Certamente quello dei redattori di Charlie Hebdo è un vigliacco assassinio, e va fermamente condannato, ma non possiamo dimenticare o pensare che le centinaia, migliaia ormai di civili musulmani morti (donne e bambini) sotto i nostri bombardamenti occidentali, siano solo effetti collaterali della benemerita e bombarola politica di esportazione armata della nostra letale democrazia. Sarebbe, come predica la Bibbia, un occhio per un occhio, una vita per una vita? O magari dieci o cento vite palestinesi per una ebrea? Mille vite musulmane per un bianco cristiano? In nome dello stesso dio? Tutto regolare, eccetto per chi non può decidere nulla perché c’è chi è più uguale di un altro.

L’Islam è compatibile con la democrazia? Tanto quanto il cristianesimo prevaricante o fondamentalista. In epoca romana (e per quattro secoli) il cristianesimo era totalmente incompatibile con la concezione generale dello stato e del diritto romano, e dopo una certa ambigua fase storica di fondamentalismo, fu dichiarato religione ufficiale dell’impero romano morente. Da allora ha sostituito lo Stato e la democrazia, imponendo la sua visione, oltre le minacce per l’eventuale “al di là”, anche degli affari terreni, fino a crimini orrendi di ignoranza e di strapotere. Ancora oggi i dieci comandamenti sono il fulcro dei codici, sia civile che penale, dell’occidente. Gli illuministi, i razionalisti e gli atei possono stare all’angolo, non sono liberi, oppure lo sono finché non danno fastidio e non cerchino di costruire la loro visione del mondo su valori non religiosi. Non sono uguali agli altri per libertà di pensiero. L’Islam è compatibile con la democrazia tanto quanto viene accettato da quasi due miliardi di individui, né più né meno ignoranti di noi, e tradotto in pratica di governo delle loro società. Forse abbiamo qualche responsabilità nell’aver, dividit et imperat, creato e sostenuto (e armato) i loro filoni più estremistici a noi confacenti e utili per interventi umanitari armati e per derubarli. L’attacco vigliacco a Charlie Hebdo si sta traducendo proprio in una maggior accettazione del corso storico da noi creato in quelle aree; in un rinsaldamento della nostra occidentalità cristiana (Salvini: “torniamo alle radici”); in una guerra di religioni appena repressa dalle Crociate ad oggi (guerra potente, ma la voglio tralasciare in questo articolo); in un mai sopito e sempre reiterato appello alla pena di morte; in un potenziamento dei filoni culturali e politici razzisti, destre tanto utili al sostegno neoliberista europeo e nord americano per continuare a costruire ingiustizia, ineguaglianza e appropriazione indebita; in un razzismo populista strisciante e ben orchestrato, con venti di guerra e di vendetta (Hollande). La nostra, la loro non è uguale, e “pagheranno” (chi?). Noi no, mai.

Per avere sempre ragione abbiamo costruito un sembiante di diritto internazionale addomesticato ai nostri voleri, diciamo alle nostre armi, la Nato che ormai si espande oltre i suoi confini e i suoi compiti, il Tribunale Internazionale Penale (di cui giustamente non fanno parte né Israele né gli Stati Uniti) per punire i genocidi non nostri e solo i mostri che non ci piacciono e non ci ubbidiscono, l’Onu che ratifica sempre più la sua dipendenza dagli Stati forti, quelli con l’atomica. L’ineguaglianza e l’ingiustizia regnano dappertutto sul globo. E volete che non succeda nulla?

La rivoluzione francese è stata fondamentale per i concetti sociali, per niente religiosi, espressi in tre parole, “liberté, egalité e fraternité”. A queste parole il popolo parigino, da allora, associa una manifestazione tematica. Si riunisce automaticamente a Place de la République quando si minaccia lo Stato complessivamente, a Place de la Bastille quando si minaccia la libertà o lo stato sociale. Fraternité non è riferita alla fratellanza cristiana ma a quella umana illuministica e utopica espressa successivamente con la parola solidarietà che ha permesso il diritto allo stato sociale. Ma include anche le altre due parole chiavi e viceversa, in modo indissolubile. Non esiste l’una senza le altre.

A mio avviso quindi non hanno percepito solo un attacco alla libertà ma soprattutto quello allo Stato, alla Francia, come in fase di guerra, anche religiosa s’intende.

L’uguaglianza è la con­di­zione di esi­stenza della giu­sti­zia in seno alle comu­nità umane. Non v’è giu­sti­zia senza ugua­glianza. Già le classi sociali rappresentano la sconfitta di tutti e due i concetti. La lotta per l’eliminazione delle ine­gua­glianze rispetto ai diritti è stata nel pas­sato il motore e l’assioma della Rivoluzione Francese e delle prin­ci­pali rivolte, insur­re­zioni e rivo­lu­zioni sociali e poli­ti­che, insieme alla lotta per le libertà col­let­tive. Una società con l’una, l’uguaglianza (tentativo del socialismo reale) senza l’altra, la libertà generale e degli individui, non può essere che totalitaria, anche se “dolce” e condivisa, come sta capitando alle nostre, gestite sempre più dai “poteri forti”, occulti o sfacciati. Non abbiamo più un granché da insegnare al mondo. Anzi dovremmo proprio ricominciare dalla tematica égalité per riconquistare noi stessi libertà e democrazia. E’ l’unico programma socialista possibile.

Ecco perché non è sangue sulla libertà, ma sull’ineguaglianza e l’ingiustizia globale.





venerdì 25 luglio 2014

Controriforma del Senato

dal blog di Tonino D'Orazio
 
Ovvero abolizione di parte della Costituzione verso la prima tappa del presidenzialismo previsto dalla P2 dei massoni eversivi di Gelli. Ma non è che nella famosa cupola, rimasta segreta, della P2 non vi siano i maggiori attori attuali?
Ancora un piccolo sforzo e la P2 targata DC andrà in porto, del resto la ministro Boschi non a caso cita Fanfani, un democristiano destroide, per rafforzare il suo(nefasto) ragionamento per far approvare il nuovo corso che porterà i senatori non ad essere scelti e votati dai cittadini, ma nominati dai poteri forti o dai capi bastone (anche con tanti inquisiti da salvare), il tutto grazie all’accordo renzi-berlusconi,un accordo che porterà altri disastri e rovina per i cittadini, lavoratori e pensionati. Il democristiano citato dalla Boschi, non solo è un suo (e di Renzi ) corregionale, ma addirittura un suo “compaesano”. Entrambi aretini. Non si può non ricordare in questo caso, come disse Dante, “di Arezzo, manco l’aria è bona”.
Né poteva mancare l’intervento a gamba tesa di re Giorgio a sostegno del suo ragazzo, forse ha fretta di vedere il risultato della decostituzionalizzazione prima di morire, dopo avervi lavorato per benino per 10 anni. E’ un giudizio sui risultati non sul lesa maestà con piccole diplomatiche indisposizioni.
Non a caso l’altra destra, Roberto Calderoni, quando e’ il suo turno di intervenire in aula al Senato dice:”Abbiamo riportato sui binari un treno che andava per conto suo” e rilancia il presidenzialismo, caro a Berlusconi che ci spera ancora, e ultimo tassello della P2.
Piccola differenza di posizioni nel PD:
- Bozza Chiti: i deputati vengono ridotti a 400, i senatori vengono ridotti a 106 ancora eletti direttamente dal popolo. Resta il voto e si risparmia sui costi della politica.
- Bozza Renzi: i deputati restano 630, i senatori vengono ridotti a 148 non eletti ma nominati dai 1100 consiglieri regionali dei quali quasi la metà (521) sono attualmente indagati.
Viene tolto il voto e i costi della politica aumentano, in quanto bisognerebbe pagare le trasferte ai senatori part-time ogni volta che si recano a Roma. Oltre al fatto che in realtà il Senato non conterà più nulla, viene messo su un binario morto e la sua abolizione è prevista sicuramente nella prossima urgentissima e necessaria riforma per rilanciare il paese. S’intravede già il pungolo del canuto Napoletano ad accelerare.
Comunque i “dissidenti” hanno annunciato che non voteranno contro il testo. Mezza faccia salvata. Stanno solo scherzando, nella commedia dell’arte la parodia è un elemento fondamentale.
Certo non si può cambiare la Costituzione così, a tutta velocità, con un gruppo di potere che si è consolidato grazie ad un colossale conflitto di interessi, e leggi anticostituzionali, così non è più democrazia. I potenti, favoriti dai loro servi, si rinserrano nella loro roccaforte. La democrazia si trasforma non solo di fatto ma anche di diritto in un’ oligarchia. Una specie di democrazia monarchica. Quando si dice riforme!
L’importante è tenere fuori il popolo. Come si fa? Referendum: serviranno 800.000 firme. Dopo le prime 400.000 la Corte costituzionale (sempre più politicizzata. A quando la sua semi-abolizione?) darà un parere preventivo di ammissibilità. Potranno riguardare o intere leggi o una parte purché essa abbia un valore normativo autonomo (!). Insomma hanno reso più difficile il ricorso ai referendum, cioè il ricorso alla democrazia diretta. (Ricordate i consigli di Junker per Grecia, Austria e Cipro?).
Per i Ddl di iniziativa popolare: salgono da 50.000 a 250.000 le firme necessarie per presentare un ddl di iniziativa popolare. Però i regolamenti della Camera dovranno indicare tempi precisi di esame, clausola che oggi non esiste, e speriamo senza “ghigliottina”.

Di nuovo la Boschi: “ma noi sappiamo che su questa riforma c’è un consenso ampio anche dal mondo accademico. La riforma non è un’approssimazione casuale, ma poggia su spalle solide”. Quale mondo accademico, quali spalle? Quello dei baroni universitari ormai asserviti al regime dalla Gelmini in poi e entrati “in affare e gestione” con la Confindustria? Guardate lo sfacelo in corso degli atenei. Ma gli altri noti costituzionalisti che non sono d’accordo? Qual’è veramente il vecchio che avanza? Mi devo sentire conservatore perché difendo la Costituzione?
La Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato, alla quale rimane qualche pudore democratico sedimentato nel passato: “Invito i colleghi, fermo restando che quest’aula è sovrana (ma va!) a riflettere sui toni che imprimiamo al nostro dibattito perché rischiamo di perdere per strada la pulizia (non c’era parola o lapsus più appropriati) dell’opera alla quale siamo chiamati, il rigore del disegno costituzionale. Le parole, se utilizzate con violenza, rischiano di diventare inutili. Le parole “regime”, “deriva autoritaria”, “violenza sulla Costituzione” se pronunciate in quest’aula sono macigni”. E’ quasi una demonizzazione della realtà, quella vera, non quella costruita ad hoc per chiacchieroni e babbei. Sembra invitare la Boldrini ad una nuova “tagliola”. Giusto per confermare che se si fa una volta, l’abuso e la deregolamentazione, si può fare sempre. Problema di assuefazione, tanto i media sono lì per giustificare e pipa. Magari la stessa opposizione non è democratica, è un nemico da abbattere.
Sempre nell’ambito della parodia, può un partitino come Sel, legato al carro del PD, sine qua non, proporre 6.000 emendamenti e alzare il polverone? Aiutano a giustificare la “tagliola” di Boldrini?
Per FI, Romani, non senza umorismo, si è soffermato sull’esigenza di “precisare meglio” alcuni punti del testo del nuovo articolo 57 della Costituzione e non propongono “cambiamenti rilevanti”. Ritenendo l’elezione dei futuri senatori da parte dei Consigli regionali, semplicemente “una piccola modifica sintattica”. Da doppiopettisti ormai conosciuti propongono intanto circa mille emendamenti.
Bisognerà pure ascoltare cos’ha da dire l’unica opposizione vera esistente, piaccia o no, nelle sedi parlamentari. Magari quelli che sostengono il valore della Costituzione repubblicana e antifascista ne potranno ritrovare il filo, Anpi compreso. M5S propone: l’elezione diretta ( che è il dettame della Corte Costituzionale, nulla di rivoluzionario) e il referendum senza quorum (affinché non si sprechino le opportunità di partecipazione quando il governo (magari il Parlamento!) fa quello che non va bene. Infatti i testi presentati dal M5S spaziano dall’introduzione dell’elezione diretta dei senatori, alla riduzione del 50% del numero dei deputati e dei senatori e nel dimezzare le loro indennità. Propone poi di rafforzare gli strumenti di democrazia diretta con referendum propositivi e abrogativi senza quorum. Tra gli emendamenti, anche uno per introdurre lo strumento del “recall”, con cui i cittadini possono togliere la fiducia ai singoli parlamentari fedifraghi o simoniaci della rappresentanza. Di questi tempi sembra un concetto amorale, abituati a scandalizzarci massimo per 30 secondi.
In realtà cosa nasconde questa fretta di riforma del Senato se non uno sfacelo economico e etico in atto e un narcisismo evidente da comando.
Una riforma al mese, pagamento di tutti i debiti della PA con le imprese entro 15 giorni, censimento sul patto di stabilità entro il 10 marzo, legge sul conflitto di interessi entro i primi 100 giorni, 4 miliardi per l’edilizia scolastica entro aprile, Job Act pronto per l’incontro con la Merkel, 1 miliardo per i giovani entro maggio, legge elettorale e porcata inclusa entro maggio, riforma del Senato entro luglio, giù le tasse per pensionati e partite IVA, 15 mila nuove assunzioni nella PA, pagamento tasse con un SMS, abolizione del 730, crescita entro l’anno (ipotesi duratura e rimandata da 10 anni! Eppure funziona ancora! Perché dimentichiamo che per pochi la crescita è raddoppiata e c’è ancora), nessuna nuova manovra finanziaria. Quest’ultima è incredibile, aspettiamo che ce lo “chieda l’Europa” così Renzi e il Partito Unico non ne hanno responsabilità e tutti i mass media saranno adoranti mentre lui farà finta di battere i pugni sul tavolo, almeno i suoi gli crederanno. Anzi tutto il Partito Unico (FI-PD) dovrà credergli. Vedremo cosa dirà quando dovrà applicare il dictat del FMI (preannunciato e ribadito da tempo), sul prelievo del 10% sui conti correnti dei cittadini che hanno la sfortuna di doverci lasciare qualche soldo, gli altri sono volati via da tempo. Un po’ come a Cipro dove la sperimentazione ha funzionato, e poi politicamente non è successo nulla. Allora si vede che se lo meritavano.
Dopo tutti questi annunci fini a se stessi e chiaramente falliti, (vero o no?), la sola cosa che Renzie sta facendo veramente è estendere l’immunità parlamentare ai sindaci e ai consiglieri, mantenerlo per Parlamento e futuro Senato perché ha troppi amici nei guai, a destra e sinistra, innalzare furbescamente le tasse e togliere il diritto di voto diretto. Oltre già a far ridere tutta l’Europa, che ovviamente ritenendolo semplicemente un italiano e non uno statista rivoluzionario della provvidenza come da noi, aspetta che “a da passà a nuttate” del semestre italiano, con tutte le sue chiacchiere. Qualcuno gli avrà pur detto che il suo 40% rappresenta solo 20 italiani su 100. Oltre alle proposte più strampalate e inesperte per la direzione delle Commissioni. Dove andrebbe bene sia la Mongherini che qualche vigile urbano toscano per la carica europea della rappresentanza delle politiche internazionali. Per quel che vale è forse meglio metterci direttamente qualche segretaria amministrativa anglosassone della Cia o della Nato. O la notissima e esperta amica Mongherini.

venerdì 17 maggio 2013

Appello urgente : è in pericolo la nostra democrazia e sovranità. Lidia Undiemi.


di Lidia Undiemi da italiaincrisi

  “Quello che sto per lanciare è un appello ai cittadini europei e in particalare ai cittadini dei 17 paesi che la politica europea vuole incanalare dentro un trattato che costituisce una organizzazione finanziaria intergovernativa. Questi paesi sono: il regno del Belgio, la repubblica federale di Germania, la repubblica di Estonia, l’Irlanda, la repubblica ellenica, il regno di Spagna, la repubblica francese, la repubblica italiana, la repubblica di Cipro, il gran ducato di Lussemburgo, di Malta, regno dei Paesi Bassi, repubblica d’Austria, repubblica portoghese, di Slovenia, repubblica slovacca, repubblica di Finlandia. 

Questi paesi hanno in comune una importantissima battaglia di democrazia, che forse è l’ultima di questo ciclo storico. La posta in gioco è troppo alta per essere indifferenti oppure per peccare in mancanza di coraggio ed è per tale ragione che ci siamo trovati in una situazione di grave crisi. In gioco non ci sono soltanto i nostri diritti, il nostro posto di lavoro, i nostri soldi. In gioco c’è anche il futuro delle nuove generazioni. I diritti, la libertà e la dignità : cose che una volta perse, una volta che abbiamo concesso ai poteri finanziari di poter denigrare totalmente la nostra democrazia non possiamo più veder tutelati in qualche modo. 
Ciò che sta affliggendo le nostre vite, infatti, non è la crisi economica : quella è la conseguenza del prevalere della logica del potere e del denaro sui principi di uguaglianza, democrazia e giustizia che hanno garantito fino ad oggi il benessere della maggior parte dei cittadini dei paesi europei. 
Immunità e privilegi, scudi patrimoniali e condoni fiscali, soggetti che gestiscono il fondo salva stati godendo di totale immunità nell’esercizio delle proprie funzioni. E’ con questo spirito che la politica europea intende delegare la gestione del debito pubblico degli stati in difficoltà ad un organizzazione finanziaria intergovernativa. 
Nonostante la scandalosa disinformazione sull’argomento, l’ESM (ossia l’organizzazione intergovernativa che gestirà il fondo salva stati) non è ancora entrato in vigore. Sentiamo parlare nelle ultime notizie di stampa dell’avvio di questo fondo salva stati tantè che la cancelliera Angela Merkel è andata in Cina per andare a contrattare una eventuale partecipazione della grande potenza asiatica nella gestione del debito pubblico. Tuttavia però attenzione perchè nonostante i governatori abbiano apposto la firma al trattato affinchè questo possa essere reso operativo nei 17 paesi membri che ho citato all’inizio occorre la ratifica da parte delle istituzioni nazionali. 
Se le istituzioni nazionali ratificano l’entrata in vigore del trattato ESM ossia dell’attribuzione ad un organizzazione intergovernativa del fondo salva stati si potrebbero anche verificare (e questa non è più ormai fantapolitica) degli scenari di retrocessione civile che nemmeno il più visionario dei registi sarebbe in grado di raprresentare. Forse magari nelle elezioni del 2013 possiamo candidare i nostri animali domestici. 
Dobbiamo fare qualcosa e dobbiamo farlo in fretta perchè abbiamo poco tempo. La nostra stessa vita rischia di sfuggire al nostro controllo perchè fin quando noi viviamo in uno stato di diritto e l’economia e la finanza speculativa in qualche modo abusano del diritto allora possiamo fare qualcosa. Ma li dove tutta la politica dei leader europei spinge verso una clamorosa autoassoluzione perchè è chiaro che è stata la politica a non essere stata in grado di sapere gestire il fenomeno della finanza speculativa. E adesso cosa vogliono fare? Attribuire ad una organizzazione finanziaria il nostro destino. Il destino dei cittadini di 17 paesi membri. Non possiamo più delegare e non possiamo più aspettare perchè nessuno verrà a salvarci. 
La logica del leaderismo delle persone deve tramontare. Dobbiamo ritornare a pensare nell’ottica della collettività. Dobbiamo iniziare ad avere il rispetto del NOI anzichè dell’IO perchè è esattamente per questo motivo che ci troviamo in questa situazione. E i nostri politici, mi dispiace dirlo, stanno dimostrando di non essere all’altezza della situazione perchè io non ho sentito parlare nessun politico del fatto che il fondo salva stati sarà gestito da una organizzazione che è essa stessa in quanto soggetto giuridico godrà dell’immunità cosi come i soggetti che gestiranno questo fondo. 
Io ho realizzato un dossier, sono una studiosa di economia e di diritto. Appena ho visto che c’era poca chiarezza… basta semplicemente mettere assieme gli articoli di giornale per capire che in fondo nessuno vuole spiegare che cos’è questo ESM. In questo dossier ho descritto un po quelle che sono le linee guida delle ultime vicende in materia di politiche internazionali e di finanza. Magari sarà anche un po lungo… anche un po noioso… per certi versi tecnico. Però visto che la posta in gioco qui è davvero troppo alta vi invito tutti quanti a leggerlo. Invito i magistrati, invito gli intellettuali, invito i giornalisti, invito i cittadini di qualsiasi categoria sociale, di qualsiasi partito politico, di qualsiasi ideologia a mettersi in prima linea contro quello che potrebbe essere anche l’ultimo atto per la realizzazione definitiva di una dittatura economica e le conseguenze noi non possiamo sapere quali possono essere. 
Bisogna avere comunque una idea. Bisogna avere un obiettivo. E bisogna soprattutto sapere come concretamente ciascun cittadino europeo può contribuire a bloccare l’entrata in vigore di questa organizzazione finanziaria intergovernativa. Occorre anzitutto che i cittadini verifichino nel proprio stato se effettivamente la ratifica da parte del proprio paese è stata concessa. Attenzione : ciò che è chiesto ai paesi nazionali non è la ratifica del trattato ESM che gestirà il fondo salva stati ma la modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea in cui si intende far approvare indirettamente (poichè è già stato firmato dai nostri ministri) il trattato che costituisce l’organizzazione intergovernativa. Dunque occorre che nei siti istituzionali si vada a verificare se è avvenuta la modifica dell’articolo 136 del trattato sul funzionamento dell’unione europea. 
Se deve esistere un europa deve essere quella dei cittadini e dei diritti, non un luogo dove potenti finanziari vengono ad acquistare degli stati in svendita. Leggete questo trattato ed è veramente allucinante il contenuto dello stesso. Rappresenta come una specie di delega in bianco ai poteri finanziari. E voglio dire una cosa alla cancelliera Merkel : lei è andata in Cina a contrattare con il premier cinese la partecipazione al fondo. Beh, ancora non ha ottenuto la ratifica da parte di tutti gli stati membri, quindi se c’è qualcosa che vuoi contrattare è il denaro che tieni nelle tue tasche e non il nostro.”