Voglio parlare di cose leggere: il cinema, anche se tanto leggere alla fine non sono.
Mi irrita la pervicace propaganda antirussa dell maggioranza di film e serie TV americane, che nella graduatoria ufficiosa supera ormai di gran lunga quella anticoreana, anticubana (adesso siamo quasi amiconi), antiaraba (qui non si va tanto per il sottile, anche se Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono buoni amici). Prendete Blindspot, CSI Miami, NCIS (nelle varie edizioni), The Black List e non ricordo più quanti altri telefilm. Un tocco di propagnda contro il tiranno machista russo è d'obbligo. Sempre, secondo me da contratto con le agenzie. Riguardo ai film devo fare mente locale, ma se ci penso dal film di John Milius Alba Rossa a oggi non è cambiato molto. Insopportabile poi il tono autocelebrativo dei good guys irrimendiabilmente buoni e dalla parte giusta della barricata. L'ultima chicca è "Attacco al potere 2. London has fallen", dove il protagonista è persino sadico contro gli arabi cattivi, tanto per fare da controcanto alle peggiori flatulenze delle pance occidentali. Il bersaglio privilegiato però sono i russi, privati di qualsiasi legittimità anche formale, tanto da cacciarli via da un funerale di stato: " manca il presidente russo" si insinua sibillina la voce della donna propotipo clintoniana, "non ne sentiremo la mancanza". Un capolavoro di propaganda.
Scusate, ma questi mi stanno davvero rendendo simpatico Putin.
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mercoledì 1 giugno 2016
martedì 3 marzo 2009
Dr House Vs Madre Teresa di Calcutta
di Franco Cilli
Ho appena finito di vedere l'ultimo episodio della serie televisiva House MD. Alla fine della puntata il Dr. House rinuncia ad assumere il metadone, un farmaco che si era rivelato estremamente efficace nel far cessare del tutto il suo dolore cronico, perchè questo aveva un tale potere euforizzante su di lui al punto da sviare le sue capacità di giudizio e condurlo a scelte sbagliate nelle diagnosi.
C'è da premettere che in un altro episodio house descrive il suo dolore come qualcosa che "quando va bene è insopportabile". Chi accetterebbe di tenersi un dolore così atroce pur di non rinunciare alla propria lucidità di giudizio? Ma soprattutto chi sarebbe tanto stolto da credere che il dolore sia un viatico indispensabile per poter vedere le cose nella loro giusta prospettiva, senza essere sviato da un innaturale quanto accecante ottimismo? E' vero, alcuni studi eseguiti su pazienti depressi rivelano che quest'ultimi tendono a valutare i fatti in termini più realistici rispetto alle persone maggiormente inclini all'ottimismo, ma non è un buon motivo per credere che soffrire le pene dell'inferno favorisca le tue capacità di giudizio.
Ma non è questo il punto. Il punto è che temo che in House inizi ad intravedersi lo svolgersi della classica parabola, la quale dopo un calvario costellato di dolore e di profondi conflitti interiori, conduce inevitabilmente alla resipiscenza e ad una nuova consapevolezza di sè e del mondo.
Quello che mi ha sempre attratto del personaggio House è il suo assoluto disincanto, un atteggiamento che gli fa rigettare con sarcasmo qualsiasi mitologia del cammino verso la fede e del rinnovamento spirituale, e persino verso il cambiamento interiore tout court.
Non mi piace pensare alla serie di House come ad una sorta di romanzo di formazione. Insomma non ce lo vedo House nelle vesti dell'eroe romantico che passa da una fase di immaturità giovanile, fatta di ingenuità e aspettative vane, ad una fase della piena consapevolezza del proprio destino, sia esso tragico che eroico; e nemmeno alla favola della conquista dell'equilibrio interiore e della saggezza attraverso un cammino sui sentieri impervi della vita, col suo fardello di dolore e con il lento disvelamento di maschere artificiali che nasconderebbero la vera natura dell'io. Di questa mitologia si sono nutrite abbondantemente la letteratura e la psiconalisi, e la ritengo un qualcosa che fa parte dell'infanzia dell'umanità. Anche la mitologia cristiana e religiosa in generale vede nel dolore e nella sofferenza il viatico che conduce alla vera conoscenza, che si conquista solo con "l'abbraccio di Dio", e questo abbraccio è per forza di cose un abbraccio doloroso, perchè solo il dolore ti dispensa dalla colpa orginaria dell'uomo e di da il passasporto verso l'eternità.
House finora ha rappresentato una delle poche aree di libero pensiero, lontane dalla retorica dei buoni sentimenti, da morali salvifiche e da quel turpe immondezzaio di sentimentalismo da discount, alternato all'ottimismo beota dei "consigli per gli acquisti", che ci propina la TV. Speriamo che continui ad esserlo.
domenica 3 agosto 2008
Il destino di un paragnosta
postato da Ullikummi alle ore 18:19 domenica, 03 agosto 2008
THE MENTALIST
In arrivo a settembre sulla CBS, The Mentalist è un telefilm che promette (finalmente) l'avvento di un poliziesco di vaglia che si possa affiancare a giganti del tipo Law & Order Criminal Intent e Criminal Minds (il quale ultimo, col finale della terza stagione, ci ha lasciato col duodeno in sospeso).
Ovviamente possiamo trarre gli auspici solo basandoci sul pilota (un preair, cioè il primo episodio di una serie di imminente programmazione lasciato filtrare attraverso la rete, probabilmente dalle stesse reti televisive, con intenti promozionali; spesso questi preair risultano leggermente diversi dai pilot che verranno trasmessi a tempo debito: è successo con Heroes e The Sarah Connor Chronicles), ma la prima impressione è notevole.
I tasselli potrebbero sembrare un po' consumati (il poliziotto eterodosso che aggira i regolamenti, ed è anche l'eroe con alle spalle un tragico evento primario che lo ha cambiato, facendone il personaggio complicato della storia, e che ha anche una missione vendicatrice davanti a sé), ma l'insieme sembra reggere benissimo, sia per l'idea di base sia per l'interpretazione.
Il protagonista è un ex paragnosta, uno di quei channeler janqui che vedono il fantasma di tua nonna che ti sbava su una spalla, un professionista televisivo di un certo successo. Un evento terribile gli fa decidere di utilizzare le sue doti nelle indagini di polizia. Le sue doti di eccezionale osservatore, si badi bene. Perché l'ex paragnosta afferma esplicitamente che i poteri paranormali non esistono (“There's no such thing like real psychics”), e riesce a farci toccare con mano la profondità delle sue percezioni del comportamento umano. Inoltre è ateo (“There is no other side. This is it”), e speriamo che la serie non ci infligga i dubbi spirituali che hanno (quasi) sfiorato perfino il mitico dottor House! Inoltre, Simon Baker (che abbiamo visto in passato nel pregevole The Guardian) delinea un protagonista dalla profonda sensibilità, adeguatamente stazzonato, e con una venatura di sornioneria che non stride col resto. E l'alchimia con Robin Tunney, la coprotagonista, per ora sembra funzionare.
Insomma, The Mentalist è quello che ci saremmo aspettati da Psych, che invece si è rivelato di un piattume estenuante.
A settembre!
Domenico D'Amico
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