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domenica 16 settembre 2018

Orban, Europa allo Specchio

(da Il Simplicissimus)


Scusate se oso farmi delle domande, circostanza che viola una delle leggi fondamentali della contemporaneità, ma questa faccenda del j’accuse di Bruxelles contro l’Ungheria puzza da qualsiasi parte la si rigiri, nonostante le certezze dei sempre indignati per partito preso. Lo posso fare perché questo blog ha denunciato già nel 2013, attraverso la penna di una intellettuale ungherese cosa stava accadendo a Budapest: Ungheria, prove tecniche di fascismo. Ma lo posso anche fare sulla base delle antinomie e delle contraddizioni che emergono da questa vicenda: come è possibile che a Bruxelles si condanni il regime di Orban per le limitazioni alla libertà di espressione quando quasi contemporaneamente si è approva una legge bavaglio nascondendola dietro il pretesto di arginare le major della rete? E’ certamente legittimo lamentarsi del fatto che l’Ufficio nazionale della magistratura sia stato messo sotto l’influenza politica diretta del governo, ma la dipendenza dei pubblici ministeri dal potere politico è qualcosa di diffuso in tutto il continente, salvo – per fortuna – che in Italia. Quanto agli attacchi del regime a questo o a quel magistrato ricordiamoci il ventennio berlusconiano, ma anche le polemiche in Francia sull’affaire Sarkozy. E per ciò che concerne i muri che vengono opposti alle politiche immigratorie imposte dalla Ue secondo criteri a dir poco grotteschi, esse sono ufficialmente condivise anche da altri Paesi come l’Austria e la Polonia, senza parlare del fatto che Bruxelles ha dato sei miliardi alla Turchia perché facesse da muro per i migranti.
La cosa ancor meno convincente è che tutto questo non è di ieri: la nuova costituzione che permette le cose deprecate dall’Ue è in vigore dal 2013, senza che la cosa abbia mai preoccupato più di tanto i maestrini di Bruxelles. Questi hanno cominciato a preoccuparsi quando la Banca di Ungheria è tornata sotto il controllo dello Stato e l’Fmi è stato tacitato con il pagamento anticipato del debito, tutte cose possibili grazie al fatto che l’Ungheria dispone ancora del Fiorino e non è facilmente ricattabile come la Grecia e l’Italia. Ma si è passati all’azione quando Orban ha cominciato ad attaccare direttamente Soros e la sua Central European University che rappresenta il cuore del progetto neo liberista globale: l’inatteso plebiscito ricevuto da Orban in aprile dagli elettori, ha convinto il magnate a spostare anche la sua famigerata Open Society da Bruxelles a Berlino.
Ora facciamo un apparente salto logico di qualche giorno e vediamo cosa ha detto Orban nel suo discorso a Strasburgo tenutosi prima della votazione: ha parlato di “schiaffo in faccia all’Ungheria” che “ha preso le armi contro il più grande esercito del mondo, l’esercito sovietico, e ha versato il suo sangue per la libertà”. Certo un modo un po’ strano per sottolineare l’alleanza di ferro con la Germania di Hitler, ma viste le vicende ucraine nelle quali il distacco dalla Russia viene giustificato dagli occidentali (e Soros c’entra parecchio anche in questo) con lo stesso argomento, il leader ungherese ha pensato che in qualche modo tali parole arrivassero al cuore di tenebra a quella sub cultura dell’Unione, mai esplicitata, ma in qualche modo operante al fondo di tante vicende. La testa neoliberista ci mette un attimo, come si è visto in Grecia, a galleggiare su un’anima grifagna e tirannica che si nasconde dietro un falso umanitarismo di comodo.
Del resto Viktor Orban nasce come personaggio interamente immerso in quel mondo: Il leader ungherese infatti è tutt’altro che un autoctono sarmatico, dal punto di vista culturale intendo, ma è una scheggia impazzita prodotta dal liberismo rampante degli anni ’90, l’ambiente con il quale ha tutt’ora fortissimi legami. Nell’1989, grazie a una borsa di studio della fondazione Soros, va a prendersi un master ad Oxford e l’anno dopo viene magicamente eletto nel Parlamento di Budapest; nel ’92 diviene leader di Fidesz, il partito conservatore che è tutt’oggi la prima forza politica del Paese; nel ’98 ascende per la prima volta al governo e in piena vicenda balcanica fa entrare l’Ungheria nella Nato; nel 2001 viene convocato da Bush e accetta di partecipare alla guerra infinita in Afganistan, in maniera così entusiasta da essere premiato da due organizzazioni parallele della Nato, la New Atlantic initiative e l’American enterprise institute. In seguito perde due elezioni consecutive vinte dai socialisti e torna al potere nel 2010. Qui inizia una seconda vita segnata dal rifiuto di entrare nell’euro, dalle rinazionalizzazioni (in particolare quella della banca centrale) e l’instaurazione di un regime autoritario con una legge elettorale liberticida e la Costituzione del 2013 che addirittura occhieggia alla monarchia e fa riferimento esplicito a vaste rivendicazioni territoriali.
Ora si dirà che questa frattura rispetto alle linee liberiste di Bruxelles e dell’Fmi gli dovrebbe aver alienato gli ambienti atlantisti e globalisti, anche se le previsioni di disastro economico preannunciate dai soloni economici non solo non si sono realizzate, ma l’Ungheria è uno dei Paesi del continente in cui c’è stata una crescita effettiva e non solo statistica. Però non è così: l’autoritarismo piace istintivamente alle elites economico – finanziarie e ai loro strumenti mediatici e militari: in realtà esse si sentono minacciate proprio dalla democrazia al punto che non perdono occasione di umiliarla, ridurla, disfarla nella noncuranza, salvo esportarne lo scalpo spolpato come feticcio da utilizzare nelle guerre del caos. Solo quando questo autoritarismo esce dai binari stabiliti e funzionali all’egemonia, si sottrae alle logiche globaliste o alle strategie messe a punto nei pensatoi dei ricchi, solo quando si traduce, insomma, in eresia, allora comincia il j’accuse.

Nel caso specifico Orban ha ecceduto in autonomia e sovranismo ed è per questo che la Costituzione in vigore da 5 anni e preparata, discussa, osteggiata nel totale silenzio, dai democratici ungheresi da 6, viene sanzionata solo ora come contraria ai principi europei, perché nel frattempo si è consumata una frattura ben più grave: il ritorno a logiche di cittadinanza che sia pure malamente interpretate, sono del tutto incompatibili con le visioni di una società diseguale e unicamente basata sul profitto. La società neoliberista insomma dove lo stato è solo un secondino dei poteri forti, dove non esiste una dimensione collettiva vera e propria, ma solo pulsioni individuali, attorno alle quali si addensa ciò che rimane dei diritti. Orban in fondo non è altro che l’immagine dell’ Europa oligarchica vista in uno specchio infranto, con destra e sinistra variamente invertite, dimensioni alterate, ma dove tratti e tendenze sono perfettamente riconoscibili.

mercoledì 8 agosto 2018

Cosa Succede Davvero in Nicaragua?

di Kevin Zeese e Nils McCune (da Popular Resistance, 10 luglio 2018)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico



Sul Nicaragua i media riportano una gran quantità di informazioni false e imprecise. Perfino a sinistra alcuni hanno semplicemente riportato le affermazioni discutibili della CNN e dei media oligarchici nicaraguensi che mirano alla rimozione del presidente Ortega. I media internazionali non hanno minimamente messo in discussione il quadretto di proteste non violente opposte alle squadre anti-sommossa e ai paramilitari di regime.
Questo articolo cerca di riequilibrare la situazione, descrivendo quel che accade in Nicaragua, e perché. Al momento in cui scriviamo, sembra che il golpe sia fallito, la gente ha manifestato per la pace (come dimostra questa imponente manifestazione di domenica 7 luglio), e la verità comincia a emergere (ad es. il deposito di armi scoperto il 9 luglio in una chiesa cattolica). È importante capire cosa sta succedendo perché il Nicaragua è un esempio del tipo di golpe violenti che Stati Uniti e classi abbienti utilizzano per instaurare governi neoliberisti e pro-business. Se la gente comprenderà queste tattiche, esse diventeranno meno efficaci.


Sandinisti e seguaci del presidente Daniel Ortega sventolano le loro bandiere sandiniste, marciando per la pace, a Managua, domenica 7 luglio. Dal Morning Sun.

Confondere gli interessi di classe
In parte, gli opinionisti statunitensi traggono le loro informazioni da fonti come La Prensa di Jaime Chamorro-Cardenal e il Confidencial (appartenente alla stessa famiglia di oligarchi), i più attivi tra i media pro-golpe. Riprendendo e amplificando quelle storie, delegittimizzano il governo sandinista e presentano la resa incondizionata di Daniel Ortega come unica opzione accettabile. Questi opinionisti forniscono l'appoggio per interessi interni ed esterni miranti al controllo delle nazioni più povere (ma ricche di risorse) dell'America Centrale.
Il tentato golpe ha portato allo scoperto le divisioni di classe del Nicaragua. Piero Coen, l'uomo più ricco del Nicaragua, gestore di tutte le operazioni nazionali della Western Union e di un'industria agro-chimica, si è fatto vivo personalmente il primo giorno delle proteste al Politecnico di Managua, per incoraggiare gli studenti a continuare nelle proteste, promettendo il suo supporto presente e futuro.
La tradizionale oligarchia terriera, guidata politicamente dalla famiglia Chamorro, diffonde coi media di sua proprietà continui ultimatum al governo, e finanzia i blocchi stradali che nelle ultime otto settimane hanno paralizzato il paese.
La Chiesa Cattolica, alleata di lunga data degli oligarchi, ha esercitato tutta la sua influenza nel creare e sostenere azioni antigovernative, utilizzando le proprie università, i licei, le chiese, conti bancari, veicoli, tweet, sermoni domenicali, e tentativi di mediazione nel Dialogo Nazionale, schierati però da una parte soltanto. Alcuni vescovi hanno pronunciato minacce di morte per il presidente e la sua famiglia, e un sacerdote è stato filmato mentre supervisiona la tortura di sandinisti. Papa Francesco ha invocato un dialogo per la pace, e ha perfino convocato in Vaticano il Cardinale Leonardo Brenes e il Vescovo Rolando Alvarez per un incontro privato, dando origine alla voce che i monseñores siano stati rimproverati per il loro palese coinvolgimento in un conflitto in cui ufficialmente sarebbero i mediatori. La Chiesa resta una delle poche colonne a tenere in piedi il tentato golpe.
È stata diffusa l'affermazione che Ortega stia corteggiando l'oligarchia tradizionale, ma è vero il contrario. Questo è il primo governo dall'indipendenza del Nicaragua che non includa membri dell'oligarchia. Sin dal 1830 fino agli anni 90 del 900, tutti i governi nicaraguensi – perfino durante la rivoluzione sandinista – hanno incluso elementi delle grandi famiglie, i Chamorro, Cardenal, Belli, Pellas, Lacayo, Montealegre, Gurdiàn. Il governo in carica dal 2007 non l'ha fatto, ed è per questo che quelle famiglie sostengono il golpe.
I detrattori di Ortega sostengono che il suo dialogo trilaterale tra sindacati, capitalisti e Stato sia di fatto un'alleanza col big business. Di fatto, invece, questo processo ha prodotto il più alto tasso di crescita dell'America Centrale, un aumento annuale del salario minimo del 5-7% rispetto all'inflazione, un miglioramento della condizione di vita dei lavoratori e una diminuzione della povertà. Il progetto anti-povertà Borgen documenta una caduta del tasso di povertà del 30% tra il 2005 e il 2014.
Il governo a guid FSLN ha messo in opera un modello economico basato sugli investimenti pubblici e il rafforzamento degli ammortizzatori per le classi povere. Il governo investe nelle infrastrutture e nei trasporti, mantiene acqua ed elettricità nel settore pubblico, e ha spostato i servizi già privatizzati, cioè sanità e scuola primaria, anch'essi nel pubblico. Tutto questo ha assicurato una struttura economica stabile che favorisce l'economia reale rispetto a quella speculativa. Il grosso delle infrastrutture nicaraguensi è stato costruito negli ultimi 11 anni, una cosa paragonabile agli anni del New Deal negli Stati Uniti, incluse centrali a energia elettrica rinnovabile in tutto il paese.
Quello che i commentatori liberali (o perfino di sinistra) trascurano è che a differenza del governo Lula in Brasile, che ha ridotto la povertà tramite elargizioni in denaro alle famiglie povere, il Nicaragua ha redistribuito il capitale produttivo allo scopo di sviluppare un'economia popolare autosufficiente. Il modello dell'FSLN può essere meglio inquadrato come una maggior enfasi sull'economia popolare rispetto alle sfere statali o capitaliste.
Mentre il settore privato impiega circa il 15% dei lavoratori nicaraguensi, il settore informale ne occupa più del 60%. Il settore informale ha tratto beneficio di investimenti pubblici per 400 milioni di dollari, molti dei quali provenienti dai fondi ALBA destinati al finanziamento di piccole e medie imprese agricole. Altre iniziative, per facilitare il credito, le attrezzature, la formazione, l'acquisto di bestiame e combustibile, sono di ulteriore sostegno per queste imprese. I produttori piccoli e medi hanno permesso al paese di produrre l'80-90% del suo fabbisogno alimentare e di porre termine alla dipendenza dai prestiti dell'FMI.
Sono i lavoratori e i contadini – molti dei quali sono lavoratori autonomi che hanno avuto accesso a un capitale produttivo grazie alla rivoluzione sandinista e le sue lotte – a rappresentare un soggetto politico di peso nello stabile sviluppo sociale del dopoguerra, insieme alle centinaia di migliaia di piccoli coltivatori che hanno ottenuto la terra e quasi un quarto del territorio nazionale, collettivamente riconosciuto come territorio delle nazioni indigene. I movimenti sociali di lavoratori, contadini e indigeni sono stati la base del sostegno popolare che ha riportato l'FSLN al potere.
L'assegnazione delle terre e l'assistenza alla piccola impresa hanno anche incrementato l'uguaglianza per le donne, col risultato che il Nicaragua ha il livello più basso di disuguaglianza di genere in America Latina, e nel mondo si classifica al 12° posto su 145, proprio dopo la Germania.
Nel corso del tempo il governo dell'FSLN ha integrato questo vasto settore di lavoratori autonomi, così come i lavoratori delle maquiladoras (cioè quelli impiegati nelle industrie tessili di proprietà straniera situate nelle zone franche create dai precedenti governi neoliberisti) nel sistema sanitario e pensionistico, da qui la necessità di una nuova formula che assicurasse la stabilità fiscale. Le proposte di riforma della Sicurezza Sociale sono state la causa scatenante delle proteste del 18 aprile da parte del settore privato e degli studenti. La lobby affaristica ha indetto proteste quando Ortega ha proposto un aumento del 3,5% dei contributi ai fondi di sanità e pensioni da parte dei datori di lavoro, al contempo aumentando i contributi dei lavoratori appena dello 0,75% e riorientando il 5% dei contributi ai pensionati verso il loro fondo sanitario. La riforma rimediava anche a una scappatoia che permetteva a soggetti ad alto reddito di dichiararne uno più basso, ottenendo così accesso alle facilitazioni in campo sanitario.
Si trattava di una controproposta, a fronte della proposta del FMI che richiedeva l'innalzamento dell'età pensionabile e più del raddoppio dei contributi da versare in un fondo pensioni perché un lavoratore possa fruirne le indennità. Il fatto che il governo si senta abbastanza forte da respingere le pretese di austerity da parte di FMI e lobby affaristica è stato un segno del declino del potere contrattuale del capitale privato, dato che l'impressionante crescita economica del Nicaragua, dal 2006 al 2017 un aumento del PIL del 38%, è stata guidata da piccoli produttori e dalla spesa pubblica. Tuttavia, l'opposizione ha utilizzato messaggi ingannevoli via Facebook che presentavano la riforma come una misura di austerity, con l'aggiunta della notizia falsa della morte di uno studente il 18 aprile, allo scopo di generare il 19 aprile proteste in tutto il paese. Immediatamente, la macchina del cambiamento di regime si è messa in moto.
Il Dialogo Nazionale evidenzia gli interessi di classe che si contrappongono. Il partito d'opposizione Alleanza Civica per la Giustizia e la Democrazia presenta queste figure chiave: José Adan Aguirre, leader della lobby dell'impresa privata; Maria Nelly Rivas, direttrice della Cargill in Nicaragua e capo della Camera di Commercio USA-Nicaragua; gli studenti delle università private del Movimento 19 Aprile; Michael Healy, manager di una corporation colombiana dello zucchero e capo della lobby agroalimentare; Juan Sebastian Chamorro, che rappresenta l'oligarchia travestita da società civile; Carlos Tunnermann, ex ministro sandinista di 85 anni ed ex rettore onorario dell'Università Nazionale; Azalea Solis, leader di un'organizzazione femminista finanziata dal governo statunitense; e Medardo Mairena, “leader contadino” finanziato dal governo USA, che ha vissuto per 17 anni in Costa Rica, prima di essere espulso per traffico di esseri umani. Tunnerman, Solis e gli studenti del 19 Aprile sono tutti associati al Movimento per il Rinnovamento del Sandinismo (MRS), una ramificazione sandinista minuscola ma meritevole di particolare attenzione.
Negli anni 80, molti dei quadri di punta del Fronte Sandinista erano costituiti di fatto dai figli di alcune delle più famose famiglie di oligarchi, quali i fratelli Cardenal e parte della famiglia Chamorro, rispettivamente a capo dei ministeri della Cultura ed Educazione del governo rivoluzionario e dei suoi media. Dopo la sconfitta elettorale dell'FSLN del 1990, i figli dell'oligarchia misero in atto un esodo dal partito. Insieme a loro fuoriuscirono alcuni dei quadri più in vista nel settore intellettuale, militare e di intelligence, formando, nel tempo, l'MRS. Il nuovo partito ripudiò il socialismo, attribuì a Daniel Ortega tutti gli errori della rivoluzione, e prese col tempo il controllo del settore delle ONG in Nicaragua, incluse organizzazioni femministe, ambientaliste, giovanili, mediatiche e per i diritti umani.
Sin dal 2007, l'MRS si è avvicinato sempre di più all'estrema destra del Partito Repubblicano statunitense. Dall'inizio della violenza di aprile, la maggior parte, se non la quasi totalità delle fonti citate dai media occidentali (inclusa, ed è inquietante, Democracy Now! di Amy Goodman) proviene da questa formazione, che ha il sostegno di meno del 2% dell'elettorato nicaraguense. Ciò consente agli oligarchi di nascondere il tentativo violento di reinstaurare il neoliberismo dietro le formule in apparenza di sinistra di ex sandinisti critici del governo Ortega.
Affermare che operai e contadini siano all'origine dei disordini è grottesco. La Vìa Campesina, il Sindacato Nazionale Coltivatori e Allevatori, l'Associazione dei Lavoratori Rurali, il Fronte Nazionale dei Lavoratori, l'indigena Nazione Mayangna e altri movimenti e organizzazioni sono state chiarissime nel pretendere la fine delle violenze e nel loro sostegno al governo Ortega. Questi disordini sono un'operazione di cambio di regime a tutto campo, portata avanti dall'oligarchia dei media, una rete di ONG finanziate dal governo statunitense, elementi armati delle famiglie latifondiste e della Chiesa Cattolica, e ha offerto l'opportunità ai cartelli della droga e al crimine organizzato di farsi spazio in Nicaragua.


Incontro del Dialogo Nazionale per la Pace di Óscar Sánchez

L'Elefante nella Stanza
Il che ci porta al coinvolgimento del governo statunitense nel violento tentativo di golpe.
Come ha riferito Tom Ricker già all'inizio di questa crisi politica, parecchi anni fa il governo statunitense decise che piuttosto che finanziare i partiti politici di opposizione, che in Nicaragua hanno perso quasi ogni legittimazione, avrebbe finanziato il settore ONG della società civile. La National Endowment for Democracy (NED) ha speso più di 700.000 dollari per mettere su un'opposizione la governo nel 2017, e dal 2014 ne ha stanziati 4,4 milioni. Lo scopo generale di questi finanziamenti era quello di “fornire una strategia coordinata e una voce mediatica ai gruppi di opposizione in Nicaragua”. Ricker prosegue così:
Il risultato dell'assemblaggio e finanziamento delle organizzazioni di opposizione è stato quello di creare uno spazio informativo chiuso e autoreferenziale [echo chamber] che viene amplificato dai commentatori dei media internazionali – la maggior parte dei quali non ha corrispondenti nel paese e si affida a queste fonti secondarie”.
Il padre fondatore della NED, Allen Weinstein, ha descritto la NED come una CIA allo scoperto, dicendo: “Molto di quello che facciamo oggi, la CIA lo faceva clandestinamente 25 anni fa”. In Nicaragua, al posto della destra tradizionale, la NED finanzia le organizzazioni affiliate all'MRS, che fingono una critica di sinistra al governo sandinista. Gli attivisti del cambio di regime utilizzano slogan, simboli e canzoni sandiniste, perfino mentre stanno dando fuoco a monumenti storici, ricoprono le immagini in rosso e nero che commemorano i martiri caduti, e attaccano fisicamente membri del partito Sandinista.
Tra i gruppi di opposizione che partecipano al Dialogo Nazionale, l'organizzazione femminista di Azalea Solis e quella contadina di Medardo Mairena vengono finanziate attraverso sovvenzioni della NED, mentre gli studenti del 19 Aprile risiedono in hotel e fanno viaggi pagati dalla Freedom House, un altro organo finalizzato ai cambi di regime, anch'esso finanziato da NED e USAID. La NED finanzia anche Confidencial, l'organizzazione mediatica di Chamorro. Sovvenzioni della NED finanziano anche l'Istituto di Studi Strategici e Politica Pubblica (IEPP), il cui direttore esecutivo, Felix Maradiaga, è un altro quadro dell'MRS molto vicino all'ambasciata statunitense. In giugno Maradiaga è stato accusato di dirigere una rete criminale denominata Viper che, con base il campus occupato della UPOLI, organizzava sequestri di veicoli, incendi dolosi e omicidi al fine di creare caos e panico durante i mesi di aprile e maggio. Maradiaga è cresciuto negli Stati Uniti, dove divenne membro dell'Aspen Leadership Institute, prima di studiare politiche pubbliche ad Harvard. È stato segretario presso il Ministero della Difesa dell'ultimo presidente liberale, Enrique Bolaños. È un Young Global Leader presso il World Economic Forum, e nel 2015 il Chicago Council on Global Affairs lo ha premiato con la Gus Hart Fellowship, i cui precedenti destinatari sono stati la dissidente cubana Yoani Sánchez e Henrique Capriles Radonski, il leader dell'opposizione venezuelana che ha attaccato l'ambasciata cubana durante il tentato golpe del 2002.
È interessante notare come Maradiaga non sia l'unico leader golpista membro dell'Aspen World Leadership Network. Maria Nelly Rivas, direttrice in Nicaragua del colosso statunitense Cargill, è una delle principali portavoce del gruuppo di opposizione Civic Alliance. Rivas, al momento anche capo della Camera di Commercio USA-Nicaragua, si sta preparando come possibile candidata alle prossime elezioni presidenziali. Dietro questi leader formati dagli Stati Uniti c'è una rete di oltre duemila giovani, addestrati con fondi della NED all'uso di abilità nei social media per la difesa della democrazia. Questo battaglione di guerrieri dei social è stato in grado di plasmare da subito e controllare l'opinione pubblica di Facebook nei cinque giorni dal 18 aprile al 22, portando a violente proteste spontanee in tutto il paese.


Contestatori gridano dietro le barricate erette per fronteggiare le forze di sicurezza, presso l'università Politecnica de Nicaragua, Managua, il 21 aprile 2018 (Fonte: Voice of America)

Parlando di Violenza
Uno dei modi in cui l'informazione riguardo il Nicaragua si è maggiormente allontanata dalla verità è stato quello di definire l'opposizione come “non violenta”. Il copione della violenza, modellato sulle manifestazioni guarimba del 2014 e 2017 in Venezuela, consiste nell'organizzare assalti armati contro sedi governative, inducendo la polizia a inviare le squadre antisommossa, filmare gli scontri e poi diffondere materiale montato in modo da poter affermare che è il governo a essere violento contro una protesta non violenta.
Sono stati dati alle fiamme più di 60 edifici governativi, sono stati attaccati ospedali, scuole, ambulatori, danneggiate 55 ambulanze, con danni alle infrastrutture di 112 milioni di dollari, piccole attività hanno chiuso i battenti, e sono andati in fumo 200.000 posti di lavoro, infliggendo al paese, durante le proteste, un devastante danno economico.
Queste violenze, oltre alle migliaia di feriti, hanno portato alla morte di 15 studenti e 16 funzionari di polizia, così come al sequestro di più di 200 sandinisti, molti dei quali sono stati torturati pubblicamente. Atrocità commesse dall'opposizione sono state falsamente attribuite alla repressione governativa. Se è importante difendere il diritto del pubblico alla contestazione, a prescindere da quali siano le sue opinioni politiche, sarebbe ipocrita ignorare che la strategia di quest'opposizione necessita e si alimenta di morte e violenza.
I notiziari nazionali e internazionali attribuiscono morti e feriti alla “repressione” senza chiarire il contesto. I media ignorano le bombe molotov, i mortai, le pistole e i fucili d'assalto usati dai gruppi d'opposizione, e quando simpatizzanti sandinisti, poliziotti o semplici passanti vengono uccisi, essi vengono falsamente messi in conto alla repressione di stato. Affermazioni clamorose dell'opposizione, riguardo massacri di bambini e uccisioni di donne, si sono dimostrate false, e i casi di tortura, sparizioni ed esecuzioni extra-giudiziarie da parte delle forze di polizia non sono state confermate da prove o legittime investigazioni. È vero che ci sono prove che confermano le dichiarazioni dell'opposizione sui cecchini che hanno tirato contro contestatori, uccidendoli, ma non c'è spiegazione logica all'uso di cecchini da parte dello stato all'unico scopo di aumentare il numero dei morti, e visto che anche contro-contestatori sono rimasti vittime del fuoco dei cecchini, questo potrebbe suggerire un'opera di “provocazione” di una terza parte interessata alla violenza destabilizzatrice. Quando un'intera famiglia di sandinisti è stata bruciata viva a Managua, tutti i media di opposizione hanno citato un testimone che affermava che era stata la polizia a dare fuoco alla casa, malgrado questa si trovasse in un quartiere chiuso da barricate che impedivano l'accesso alle forze dell'ordine.
La polizia Nazionale del Nicaragua è da tempo ben considerata per il suo modello di interazione con la comunità (in contrasto con la polizia militarizzata di molti paesi dell'America Centrale), la relativa mancanza di corruzione e i gradi alti occupati in prevalenza da donne. La strategia golpista ha cercato di distruggere la fiducia del pubblico nella polizia attraverso il massiccio uso di false notizie, come quelle relative a insistenti assassinii , pestaggi, torture e sparizioni durante la settimana tra il 17 e il 23 aprile. Molte persone di giovane età, le cui foto quali vittime della violenza poliziesca venivano inalberate nelle manifestazioni dell'opposizione, sono risultate vive e vegete.
La polizia si è rivelata decisamente inadeguata e impreparata in una situazione di conflitto armato. Gli attacchi contro edifici pubblici effettuati in una sola notte e il primo dei più gravi incendi dolosi hanno spinto gli impiegati pubblici alla vigilanza notturna, provvisti di bidoni pieni d'acqua e, spesso, anche di pietre e bastoni per respingere gli attaccanti. L'opposizione, frustrata perché non riusciva a ottenere maggiori conflitti con la polizia, ha cominciato a costruire barricate per tutto il paese e bruciare le case dei sandinisti, arrivando perfino a uccidere e bruciare intere famiglie, in atroci crimini d'odio. Contrariamente a quanto riferito da La Prensa, i nicaraguensi si accorti benissimo dell'assenza della polizia e della mancanza di sicurezza nei loro quartieri, e molti di loro sono stati vittima di violenze.
A partire da maggio, la strategia dell'opposizione è stata quella di costruire blocchi stradali per tutto il paese, impedendo i trasporti e intrappolando i cittadini. I blocchi, di solito costruiti con grosse lastre stradali, sono presidiati da 5 fino a 100 uomini armati, con indosso bandane o maschere. Mentre i media raccontano di giovani idealisti in cima alle barricate, la stragrande maggioranza dei blocchi stradali sono tenuti da uomini a libro paga dal curriculum di piccola delinquenza. Quando a essere bloccate sono vaste aree urbane, ed è impedito l'accesso alle forze governative e di polizia, le attività legate alla droga si intensificano, e adesso bande di spacciatori controllano e finanziano molti dei blocchi.
Questi blocchi stradali sono stati teatro di violenze, i lavoratori che hanno bisogno di attraversarli vengono spesso derubati, presi a pugni, insultati e, se sospettati di essere sandinisti, legati, denudati, torturati, dipinti di blu e bianco, e talvolta uccisi. Ci sono stati tre casi di persone decedute dentro ambulanze impossibilitate a superare i blocchi, e il caso di una bambina di dieci anni sequestrata e stuprata presso un blocco di Las Maderas. Quando cittadini organizzati o la polizia elimina un blocco, i gruppi armati si dileguano per poi riorganizzarsi per dare fuoco a edifici, sequestrare o ferire qualcuno per vendetta. Tutte le vittime causate da questa violenza vengono attribuite dai media principali alla repressione governativa, una falsità integrale.
Il governo nicaraguense ha affrontato questa situazione per lo più tenendo la polizia lontano dalle strade, per prevenire scontri e accuse di repressione. Al contempo, invece che arrestare i contestatori violenti, il che avrebbe fornito all'opposizione i martiri cui aspira, il governo ha indetto un Dialogo Nazionale, mediato dalla Chiesa Cattolica, nel quale l'opposizione possa avanzare qualsiasi proposta relativa a diritti umani e riforme politiche. Il governo ha istituito una Commissione per la Verità e per la Pace, insieme all'inchiesta di un Pubblico Ministero indipendente.
Con la polizia assente nelle strade, la violenza dell'opposizione in maggio e in giugno si è intensificata. Di conseguenza, si è sviluppato un processo di autodifesa di quartiere. Famiglie ritrovatesi senza casa, giovani che sono stati picchiati, derubati o torturati, insieme a veterani dell'insurrezione del 1979 e/o della guerra dei Contras, sorvegliano le sedi del Fronte Sandinista in ogni centro urbano. In molti posti costruiscono barricate contro gli attacchi dell'opposizione, e i media li hanno falsamente definiti forze paramilitari. Nei luoghi dove non esistono queste barricate comunitarie il prezzo in vite umane della violenza dell'opposizione è molto più ingente. Il Sindacato Nazionale degli Studenti Nicaraguensi è stato particolarmente oggetto della violenza dell'opposizione. Uno studente delegato presso il Dialogo Nazionale, Leonel Morales, è stato sequestrato, ferito all'addome con un'arma da fuoco e gettato a morire in un fossato, sia per sabotare il dialogo sia per punirlo per aver messo in dubbio il diritto degli studenti del 19 Aprile di parlare a nome di tutti gli studenti nicaraguensi.
Da aprile si sono svolte quattro grandi manifestazioni dell'opposizione, con l'intento di mobilitare i nicaraguensi di classe medio-alta che vivono nei sobborghi tra Managua e Masaya. A queste manifestazioni ha partecipato il gotha dell'alta società, incluse reginette di bellezza, uomini d'affari, oligarchi, insieme agli studenti del Movimento 19 Aprile, facciata virtuosa dell'opposizione [the moral high-ground fore the opposition].
Dopo tre mesi di disordini, non c'è stata una sola vittima di estrazione borghese. Provengono tutte dalle classi popolari del Nicaragua. Nonostante si gridi alla più totale delle repressioni, i borghesi si sentono perfettamente al sicuro quando partecipano alle manifestazioni diurne – per quanto l'ultima manifestazione sia degenerata in un caotico assalto, da parte dei dimostranti, contro degli abusivi che occupavano, cosa curiosa, una proprietà di Piero Coen, l'uomo più ricco del Nicaragua. Gli assalti a mano armata condotti di notte vengono in genere eseguiti da gente che viene dai quartieri poveri, che per lo più riceve un compenso da due a quattro volte la paga minima giornaliera, in cambio di una notte di distruzione.
Sfortunatamente, la maggior parte delle organizzazioni per i diritti umani del Nicaragua è finanziata dalla NED e controllata dal Movimento per il Rinnovamento del Sandinismo. Queste organizzazioni hanno accusato il governo nicaraguense di essere dittatoriale e genocida durante tutta la presidenza Ortega. Le organizzazioni internazionali per i diritti umani, inclusa Amnesty International, sono state criticate per i loro resoconti unilaterali, che omettono qualsiasi informazione proveniente dal governo o da individui che si identificano come sandinisti.
Il governo ha invitato la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani (IACHR) dell'OAS, un'istituzione con base a Washington notoriamente ostile nei confronti dei governi di sinistra, di condurre un'inchiesta sugli avvenimenti di aprile e determinare se ci sia stata o meno repressione. Le stessa sera in cui una controversa scaramuccia sulla sopraelevata vicino all'Università Agraria di Managua terminava con una tregua negoziata di 48 ore, il direttore dell'IACHR Paulo Abrao si è recato sul posto per manifestare il suo sostegno all'opposizione. L'IACHR ha ignorato la diffusa violenza esercitata dall'opposizione, documentando solo la violenza difensiva del governo. Queste dichiarazioni sono state respinte categoricamente dal cancelliere Denis Moncada, che le ha definite un “insulto alla dignità del popolo nicaraguense”, e inoltre la risoluzione che approvava il resoconto dell'IACHR ha trovato il sostegno di soli 10 paesi su 34.
Nel frattempo, il Movimento 19 Aprile, composto da studenti ed ex studenti universitari favorevoli al cambio di regime, mandavano una delegazione a Wasington, e riuscivano a inimicarsi gran parte del pubblico nicaraguense, ghignando in foto assieme a membri interventisti di estrema destra del Congresso statunitense, Ileana Ros Lehtinen, Marco Rubio e Ted Cruz tra gli altri. I leader del Movimento hanno anche applaudito il vicepresidente Mike Pence e il suo monito bellicoso che il Nicaragua sia sulla lista dei paesi che presto conosceranno cosa intende per libertà l'amministrazione Trump; hanno avuto inoltre incontri con il partito ARENA di El Salvador, noto per i suoi legami con gli squadroni della morte responsabili dell'assassinio dell'Arcivescovo Oscar Romero, sostenitore della Teologia della Libertà. All'interno del Nicaragua, la massa critica delle proteste studentesche si è esaurita settimane fa, le grandi manifestazioni civili di protesta di aprile e maggio sono venute meno, lasciando in mano alle solite vecchie facce della politica di destra il conto degli enormi danni materiali e delle vite perdute.


Studenti nicaraguensi si incontrano coi Repubblicani di destra Marco Rubio e Ileana Ros Lehtinen, a Washington, D.C. - Fonte: Twitter di Thruthdig

Perché il Nicaragua?
Nel 2016 Ortega ha vinto la sua terza presidenza col 72,4% dei voti, data un'affluenza del 66%, molto alta in confronto a quella delle elezioni statunitensi. Non solo il Nicaragua ha dato inizio a un'economia che tratta i poveri come classe produttiva, alzando il loro livello di vita in modo rimarchevole negli ultimi dieci anni, ma ha anche un governo coerentemente contrario all'imperialismo degli USA, e alleato invece con Cuba, Venezuela e Palestina, oltre a sostenere l'indipendenza di Porto Rico e una soluzione pacifica per la crisi coreana. Il Nicaragua è membro dell'Alleanza Bolivariana delle Americhe e della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (un'alternativa latinoamericana alla OAS), nessuna delle quali include Stati Uniti o Canada. Il Nicaragua ha stretto un'alleanza con la Cina per il progetto di un nuovo canale [alternativo a quello panamense], e con la Russia per le politiche di sicurezza. Per tutte queste ragioni gli USA vogliono installare in Nicaragua un governo ben disposto nei loro confronti.
Di ancora più grande importanza è l'esempio che il Nicaragua offre come modello sociale ed economico al di fuori della sfera di dominio statunitense. Ricavando più del 75% della propria energia da fonti rinnovabili, il Nicaragua è stato l'unico paese a possedere l'autorità morale per opporsi agli accordi di Parigi sul clima, giudicandoli troppo blandi (in seguito ha aderito, il giorno dopo il ritiro degli USA di Trump, con l'affermazione: “Noi ci siamo opposti agli accordi di Parigi per senso di responsabilità, gli Stati Uniti si oppongono per senso di irresponsabilità”). Il governo FMLN di El Salvador, anche se meno maggioritario di quello del Fronte Sandinista, ha preso l'esempio di buon governo dal Nicaragua, proibendo di recente l'estrazione di metalli [per motivi ecologici] e la privatizzazione dell'acqua. Perfino l'Honduras, eterno bastione del potere statunitense in America Centrale, aveva mostrato segni di una svolta a sinistra, fino al golpe del 2009 sostenuto dagli USA. Da allora si è attivata una massiccia repressione contro gli attivisti in campo sociale, ci sono state le elezioni del 2017, palesemente truccate, e il paese ha permesso l'incremento delle basi militari statunitensi vicine al confine col Nicaragua.
Nel 2017 la Camera degli Stati Uniti ha votato all'unanimità il Nicaraguan Investment Conditionality Act (NICA Act), che se approvato anche dal Senato costringerà il governo statunitense a porre il suo veto a prestiti da parte di enti internazionali a favore del governo nicaraguense. Quest'atto di imperialismo danneggerà gravemente, tra l'altro, le possibilità del Nicaragua di costruire strade, riqualificare ospedali, costruire impianti di energia rinnovabile, e una transizione da una situazione di allevamento intensivo a un sistema integrato con la silvicoltura. Potrebbe anche significare la fine di molti popolari programmi sociali, come i contributi per le spese elettriche, un calmiere dei prezzi nei trasporti urbani e le cure gratuite per i malati cronici. L'esecutivo statunitense ha utilizzato il Global Magnitsky Act allo scopo di prendere di mira, in Nicaragua, le finanze di membri del Tribunale Elettorale Supremo, la Polizia Nazionale, il governo di Managua e l'ALBA. Funzionari di polizia o della sanità pubblica si sono visti revocato il visto per entrare negli Stati Uniti. Il punto, ovviamente, non è se questi funzionari abbiano o meno commesso atti passibili di sanzioni in Nicaragua, ma se il governo degli Stati Uniti possa avere il diritto legale di intimidire e mettere all'angolo pubblici ufficiali del Nicaragua.
Nonostante il proseguire di atti di sadica violenza, la strategia dei golpisti che mirava alle dimissioni del governo è fallita. La risoluzione della crisi politica avverrà tramite le elezioni, e l'FSLN probabilmente le vincerà, sbarrando la strada una nuova, drammatica e improbabile offensiva dell'opposizione di destra.


Presidenti dell'America Latina: Zelaya (Honduras), Correa (Ecuador), Chavez (Venezuela), Ortega (Nicaragua) e Morales (Bolivia) celebrano il secondo mandato di Correa, a Quito, Ecuador. Fonte: Prensa Presidencial

Lotta di Classe alla Rovescia
È importante comprendere la natura dei colpi di stato gestiti dagli Stati Uniti e dalle oligarchie, e del ruolo delle menzogne di media e ONG, perché è un meccanismo che si ripete in svariati paesi dell'America Latina e di altri continenti.
Possiamo aspettarci attacchi del genere contro Andrés Manuel López Obrador in Messico, se perseguirà i cambiamenti che ha promesso.
Gli Stati Uniti hanno cercato di dominare il Nicaragua sin dalla metà dell'800. Le classi abbienti del Nicaragua hanno operato per il ritorno a una politica filostatunitense sin dalla presa del potere dei sandinisti. Il fallimento di quest'ultimo tentativo di golpe non pone certo fine ai loro sforzi, e nemmeno alla disinformazione dei media corporativi. La conoscenza di ciò che avviene realmente e la condivisione di tale conoscenza è l'antidoto che può sconfiggerli, sia in Nicaragua sia nel resto del mondo.
Il Nicaragua assiste a una lotta di classe rovesciata. Il governo ha migliorato la qualità della vita della maggioranza impoverita tramite una redistribuzione della ricchezza. Gli oligarchi e gli Stati Uniti, non potendo imporre il neoliberismo con le elezioni, hanno creato una crisi politica, esacerbata dai media menzogneri, per costringere Ortega a dare le dimissioni. Il golpe sta fallendo, la verità comincia a emergere e non bisogna dimenticarla.

Kevin Zees è avvocato e co-direttore di Popular Resistance (USA).
Nils McCune fa parte dello staff tecnico di IALA Mesoamerica (Istituto Agroecologico dell'America Latina in Nicaragua) e ricercatore associato alla University of Michigan.

venerdì 6 aprile 2018

Video e Foto Diario da Ghouta Es

di Vanessa Beeley (da 21st Century Wire)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico

29 marzo 2018

Guidando verso il campo di Wafedin, che sta ricevendo i civili evacuati da Ghouta Est. (Foto: Vanessa Beeley)

La verità finisce per venir fuori. L'abbiamo visto a Homs, Aleppo, Deir Ezzor, Raqqa, Madaya – in tutte le zone della Siria dove i civili vengono liberati dall'esercito di gruppi terroristici che agiscono su mandato della Coalizione statunitense. Stavolta tocca a Ghouta mostrare la campagna dell'industria mediatica occidentale per quello che è, una propaganda sensazionalistica continuata per gli ultimi sette anni di questo conflitto senza senso, imposto dall'esterno allo stato sovrano della Siria e al suo popolo.


Conferenza stampa delle NU presso l'Hotel Four Seasons, 28 marzo 2018. (Foto: Vanessa Beeley)

Ieri, a Damasco, le Nazioni Unite hanno tenuto una conferenza stampa. Siamo arrivati in ritardo, ma in tempo per sentire parlare di 75.000 civili che sono fuggiti da Ghouta Est verso la sicurezza dei centri allestiti dal governo siriano per accogliere questa gente traumatizzata che scappa dall'occupazione terroristica delle loro città e villaggi, attraverso i corridoi umanitari aperti e negoziati da Russia e Siria.
Secondo un funzionario delle NU, 25.000 di questi civili sono stati riuniti alle loro famiglie grazie al governo siriano, mentre altri 50.000 si trovano in centri per sfollati interni [IDP centres], assistiti da organizzazioni della società civile siriana.
Le cifre fornite dalle NU sono inferiori a quelle diffuse da rappresentanti siriani e russi, ma in questo campo la discrepanza, per le NU, non è insolita. L'agenzia siriana SANA [Syrian Arab News Agency] ha comunicato di recente cifre più vicine a 135.000. Comunque sia, le cifre delle NU dimostrano come quelle, molto più basse, diffuse dai media occidentali, siano nel migliore dei casi inesatte, nel peggiore ingannevoli.
Assaf Abood, della BBC Arabic, mi ha riferito che le NU non fanno abbastanza per assistere questi centri per sfollati e ha sollevato la questione durante l'incontro. Mi ha inoltre informato che c'è ancora un numero stimato di 130.000 civili nella parte di Douma controllata dal Jaish Al Islam.
Sono in corso negoziati tra Russia, governo siriano e il Jaish Al Islam (un gruppo terroristico finanziato dai sauditi), per decidere sulla loro destinazione finale, importante condizione tra quelle per la loro resa e il rilascio di tutti i civili sotto il loro controllo.
Vale la pena rilevare che il Jaish Al Islam ha la reputazione di essere una delle formazioni terroristiche più brutali ed estremiste tra quelle che occupano Ghouta Est. È lì che si trova la famigerata “prigione del pentimento” [“repentance prison”]:
Questi terroristi prendono civili come ostaggi, hanno una prigione a Douma (la principale località di Ghouta Est) chiamata la Prigione del Toubah, sapete che significa Toubah in arabo? Vuol dire “pentimento”, non si esce finché non ci si pente. Hanno preso prigioniere migliaia di persone innocenti, civili, e li hanno rinchiusi in questa prigione di Douma. E ogni tanto prendono donne e bambini, li mettono dentro delle gabbie e li portano in strada. [Syria News]

Il Campo di Wafedin
Ieri sono stata al Campo di Wafedin, che si trova all'estremità al rpincipale corridoio umanitario che ha permesso ai civili di abbandonare, sotto la protezione dell'Esercito Siriano, il Ghouta Est occupato.
Questi corridoi sono stati regolarmente bombardati, e i civili colpiti da cecchini, nel tentativo, da parte dei terroristi, di impedire il loro esodo.
La perdita di scudi umani e strumenti di propaganda è un duro colpo per questi gruppi terroristici sostenuti dai membri della NATO. C'è anche il timore di ciò che quegli stessi civili riferiranno una volta al sicuro e liberi di esprimersi senza la minaccia di imprigionamento o peggio. È quello che abbiamo visto ad Aleppo Est.


All'arrivo dei civili, i media siriani erano presenti, ma quelli occidentali, che io sappia, no. (Foto: Vanessa Beeley)

Curiosamente, l'industria mediatica sembra di nuovo diventata muta quando i civili si riversano fuori dalle zone che, negli ultimi sette anni, quella stessa industria aveva definito zone controllate da “ribelli democratici”.


I soldati dell'Esercito Siriano che portano borse, beni personali e bambini. (Foto: Vanessa Beeley)

Ad accoglierci (me e il mio interprete), il Generale dell'Esercito Siriano incaricato delle operazioni di evacuazione a Wafedin. Cortese, cordiale ed efficiente, ci ha guidato fino al punto finale del corridoio, dove i civili entrano nell'area del campo sfollati. Soldati erano posizionati per reagire nel caso che i gruppi terroristici facessero fuoco sui civili. Come sempre in simili situazioni, non c'era tensione ma calma efficienza e attenzione per i civili. I soldati erano in allerta, pronti, ma consapevoli dei bisogni dei civili traumatizzati ed esausti che procedevano con aria stordita verso la salvezza.
Il video che segue è stato girato proprio mentre i civili arrivavano a quel “traguardo”.


La prima donna con cui abbiamo parlato era chiaramente esausta: “Il cuore mi batte talmente forte” ci ha detto. I suoi occhi erano di un azzurro impressionante, e sembrava ansiosa di procedere oltre, ma ci ha detto che, arrivata finalmente lì, si sentiva “rassicurata”. Un ragazzino ci ha detto quanto fosse molto meglio star lì che a Ghouta. Due giovani donne definirono tragiche le condizioni a Douma, ma si dissero speranzose che la situazione si risolvesse presto, così da poter tornare a casa.



Tra questi civili, molti gli uomini feriti, appoggiati a stampelle o procedenti con difficoltà. Abbiamo visto in molte occasioni la Mezza Luna Rossa siriana e la VERA Protezione Civile Siriana intervenire in aiuto di quelli che non erano in grado di percorrere quegli ultimi passi verso la libertà.
Abbiamo parlato con un membro della VERA Protezione Civile siriana. Con prosaica modestia ci ha detto che dell'assistenza all'evacuazione all'interno di Ghouta Est si occupa la La Mezzaluna Rozza. Mentre il ruolo della Protezione Civile è l'assistenza medica per i civili in arrivo, o il loro trasporto in ospedale per i casi più seri.


I civili venivano scortati fino al campo per sfollati di Wafedin. Una volta al suo interno molti di loro si sedevano a terra, visibilmente esausti e sollevati di poter finalmente riposare. I bambini apparivano chiusi in se stessi, e molti mostravano evidenti sintomi di stress e malnutrizione.


Un bambino appena arrivato a Wafedin. (Foto: Vanessa Beeley)


Bambini esausti, appoggiati a un muro del capo. (Foto: Vanessa Beeley)


Molti bambini mostravano denutrizione e perdita di capelli. (Foto: Vanessa Beeley)

Borse e oggetti personali venivano controllati dall'esercito prima che i civili potessero registrarsi presso il centro. Molti si riuniranno coi loro familiari a Damasco. Abbiamo intervistato alcuni di loro. Tutti hanno descritto la situazione a Douma come intollerabile. Ci hanno riferito di gruppi terroristici che si impossessavano di cibo e aiuti umanitari, per poi venderli a caro prezzo ai civili. Un chilo di riso poteva superare i 10 dollari, un chilo di zucchero i 36. Inoltre, la repressione delle opinioni dissenzienti, la privazione degli elementi essenziali della vita quotidiana, come acqua ed elettricità. L'intervista che segue è con un uomo appena arrivato da Douma con la sua famiglia.


Alla domanda su come si sentisse all'arrivo a Wafedin, l'uomo ha risposto, raggiante: “Mi sento nato di nuovo”. Una parola davvero appropriata, visto l'avvicinarsi del weekend di Pasqua a Damasco.


Qui di seguito, foto dell'evacuazione che trasmettono un senso di sollievo e liberazione che non si possono falsificare. Durante questa evacuazione i media occidentali si sono mostrati latitanti, forse perché avrebbero dovuto affrontare (ancora una volta) la verità delle sciagure che le loro menzogne hanno inflitto al popolo siriano, una verità che non possono affrontare, ma di cui dovrebbero essere chiamati a rendere conto.

















Leggi altre informazioni sulla Siria su 21st Century Wire Syria Files [in inglese]

domenica 23 aprile 2017

Venezuela, il corto circuito della propaganda

di Geraldina Colotti da la Città futura

 I paraocchi che impediscono di vedere i veri golpe in America   Latina.



E' la mattina del 19 aprile. Scriviamo a ridosso di quella che l'opposizione venezuelana ha definito “la madre di tutte le manifestazioni”: la spallata di piazza al governo di Nicolas Maduro. Per la Mesa de la Unidad Democratica (Mud), quello diretto dall'ex operaio del metro è un “regime dittatoriale” che esemplifica il fallimento del socialismo - fosse anche nella forma attualizzata al XXI secolo - , e richiede il ritorno al Modello Fmi. Fondo Monetario e Banca Mondiale si sono infatti affrettati a dichiarare, proprio ieri: “Se ci chiamano, siamo qui, per evitare il default del Venezuela”.
Da mesi i grandi media raccontano un Venezuela sull'orlo del baratro: inflazione e prezzi alle stelle, penuria di alimenti e di medicine... Maduro – argomentano – guida un governo corrotto, repressivo e “narcotrafficante”, che ha portato alla fame un paese dotato di risorse naturali gigantesche. E si deve dimettere. In questo caso – vaticina l'Fmi – potrà sperare in una qualche ripresa economica, l'anno che viene. In questo caso, si sa, le proiezioni economiche – o almeno la loro lettura - cambiano come per incanto. Lo si è visto durante le elezioni in Argentina che hanno portato alla vittoria di Macri o nei mesi del golpe istituzionale contro Dilma Rousseff in Brasile.
I due grandi paesi sono adesso magicamente “in crescita”: pagata con migliaia e migliaia di licenziamenti e fino al punto di mettere, come nuova norma costituzionale, la limitazione per vent'anni della spesa sociale, in Brasile. Al contrario, in Venezuela la spesa sociale continua a costituire oltre il 70% del Pil: nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio e le agenzie di rating che impongono al paese – qualificato ad alto rischio – di pagare tassi stratosferici per ottenere un prestito. Ma a chi importa?
Come ai tempi di Allende, come nel Nicaragua sandinista, come durante tutto il corso della “rivoluzione bolivariana” iniziata con Chavez, l'obiettivo è quello di “far urlare l'economia” per provocare malcontento nella popolazione e giustificare i colpi di Stato di nuovo tipo (golpe istituzionale o “rivoluzione colorata”). Dal 15 aprile del 2013, quando Maduro ha vinto le elezioni dopo la morte di Chavez, è cominciato un attacco in crescendo, di rara proporzione: guerra economica e finanziaria, sabotaggi, sanzioni Usa, intervento di grandi organismi come l'Organizzazione degli Stati Americani nella persona del suo Segretario generale, Luis Almagro. Il tutto sostenuto da una poderosa propaganda di guerra a livello internazionale.
Se i cervelli non fossero stati terremotati dalla “fine delle ideologie”, dalla messa al bando della lotta di classe, del diritto dei popoli alla rivolta e della capacità di considerare illegittima una legalità che uccide anche se con le mani pulite, si affaccerebbe per lo meno un dubbio: davvero i vari Casini, Cicchitto, Tajani – promotori di mozioni sanzionatorie contro il Venezuela – sono i veri difensori del popolo venezuelano? Davvero governi come quello messicano, colombiano, honduregno, guatemalteco possono dare lezioni di diritti umani al socialismo bolivariano? Le fosse comuni in Messico (e i 43 studenti scomparsi), i falsi positivi e gli omicidi mirati in Colombia, il golpe e l'assassinio di ambientalisti in Honduras (Berta Caceres), le violazioni ai diritti umani e le 41 adolescenti bruciate vive in Guatemala non meriterebbero un'ossessione almeno pari a quella che anima le azioni di Almagro contro il Venezuela? E la compita indignazione contro il fascista Trump non meriterebbe qualche briciolo di coerenza in più quando egli sostiene che il governo Maduro non rispetta i diritti umani?
Trump è il vero difensore del popolo venezuelano”, ha dichiarato la signora Lilian Tintori (partito Voluntad Popular e moglie del suo leader in carcere Leopoldo Lopez) dopo essersi recata negli Usa. Nessun dubbio che qualcosa strida quando i governi conservatori esautorano la presidenza della Bolivia dall'Osa per votare le sanzioni al Venezuela? Nessuno. Come dubitare se anche grandi ong umanitarie assumono la difesa di Lopez trasformandolo in un “prigioniero di coscienza” contro la “dittatura”?
Accuso gli oppositori, la destra che ha manifestato e ha tolto la vita a mio figlio”, ha dichiarato Marbelys Jiménez, madre del ragazzino ucciso in un complesso di case popolari edificate dal chavismo, e ha chiesto giustizia. Di identico tenore le affermazioni di altri genitori, militanti chavisti, che hanno avuto il figlio ucciso da franchi tiratori. Uno scenario analogo a quello che si verificò durante il colpo di Stato contro Chavez, nel 2002. Epperò le destre venezuelane e i grandi media che li sostengono anche in Italia hanno immediatamente accusato “i collettivi”, le associazioni territoriali che appoggiano il governo e che contendono il territorio alle mafie e al paramilitarismo. Morti attribuite al “dittatore Maduro che si deve dimettere” senza aspettare le elezioni fissate per il 2018. Perché? Perché lo chiedono Washington e le grandi multinazionali.
Tutto serve a intorpidire le acque. Se in un sistema di equilibrio come quello bolivariano, basato su cinque poteri, uno di questi vuole prevalere sugli altri (il Parlamento, governato dalle destre), non è golpismo, ma democrazia. Se l'organo deputato a mantenere l'equilibrio – il Tribunal Supremo de Justicia – cerca di rimettere le cose a posto, è “autogolpe”. Nella propaganda, vince chi arriva per primo, obbligando gli altri a giocare di rimessa.
Torniamo all'esempio cileno. Perché, nonostante il caos provocato dalle destre, le sinistre di allora non invitavano Allende a dimettersi? Perché negli anni ’70 del secolo scorso, era più facile “situarsi” e distinguere. In Europa c’erano correnti politiche definite, c’erano una sinistra e un'estrema sinistra, si era capaci di “vedere” la destra cilena in piazza. Oggi, invece, i media ci raccontano di “società civile” e di diritti umani: termini talmente vaghi e “appetibili” che nascondono la storia, i soggetti, le ragioni del conflitto. L'alleanza Mud (il Tavolo dell'unità democratica) di democratico ha ben poco, di unitario ancora meno, trattandosi di un'alleanza in lotta per il potere che il tavolo è pronta a rovesciarlo in qualunque momento. Ma viene presentata come il massimo emblema della “democrazia”, perché presenta un quadro simile a quello europeo: è composta da partiti di estrema destra, di destra classica e di destra socialdemocratica.
La novità è che, mentre fino a trent'anni fa, la socialdemocrazia si poteva ancora situare a sinistra, oggi si pone a destra. L'irruzione del chavismo lo ha messo a nudo. L'alleanza oggettiva e “contro-natura” provoca però un corto circuito nella testa delle persone nei paesi come l'Italia dove a irrompere nella crisi politica è stato solo un ibrido come il Movimento 5 Stelle. Se dittatori veri e veri governi canaglia vengono assolti perché amici dell'Europa, se golpisti veri diventano maestri di etica e la “democrazia partecipativa” la peggiore delle dittature, c'entra senz'altro il bilancio deviato del Novecento, a 100 anni dalla rivoluzione bolscevica. C'entra la crisi della democrazia rappresentativa e delle rappresentanze politiche tradizionali. C'entra la corsa al centro delle destre socialdemocratiche, in Europa e nel sud globale. Soprattutto, però, c'entrano grandi interessi.
Il Venezuela evidenzia la paura delle classi dominanti e il tentativo di bloccare il ciclo redistributivo avviato dal “socialismo del XXI secolo” a favore dei settori popolari. Occorre perciò bandirlo come “ciclo populista” che deve terminare in fretta. La torta dev'essere spartita tra quelli di sempre, gli altri portino il basto e tacciano. Confondendo i cervelli con la categoria di “populismo” mettendo tutto nello stesso calderone, si preferisce favorire l'avanzata delle destre xenofobe per non aver a che fare con una sinistra vera. Come sostiene l'analista francese Maurice Lemoineè sbagliato continuare a dire che esiste una destra, una sinistra e una estrema sinistra: perché in realtà esiste una destra, una seconda destra e poi una sinistra”. Come giornalista – aggiunge - “sono disperato nel vedere lo stato in cui è ridotta la professione, non perché rifiuti il pluralismo ma perché non c’è più pluralismo, come ben si evince dal modo in cui vengono trattati questi temi. I grandi media sono un attore fondamentale nei processi di destabilizzazione. Non è un caso se la prima misura di Macri in Argentina è stata quella di prendersela con l’organismo regolatore dei media, con la rete che ritrasmette i dibattiti al Senato, con Telesur. Controllare i media è fondamentale”. Ma Lemoine, una delle poche voci dissonanti in Francia, rileva l'importanza anche di altri attori: “alcune grandi organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come Human Rights Watch e Amnesty international. Premetto – spiega - che sono stato per quattro anni caporedattore alla Chronique, la rivista di Amnesty International, e che ne apprezzo il lodevole lavoro. Tuttavia, le cose che hanno scritto sul Venezuela sono scandalose. Un’intervista al presidente della sezione venezuelana definiva il Venezuela degli anni ’80, quello della rivolta per fame del Caracazo, la Svizzera dell’America latina, mostrando così il suo livello di “imparzialità”. E come si fa a definire pacifiche le manifestazioni dell’anno scorso quando fra i 43 morti vi sono anche 8 poliziotti uccisi con colpi di arma da fuoco? In fondo, gli esponenti di queste Ong sono persone di classe media, poco toccate dal fatto che i primi diritti da garantire sono quelli economici. I giornalisti devono poter continuare a dire cose scomode o controcorrente. Quando Le Monde Diplomatique ha denunciato che Robert Menard, fondatore di Reporters sans frontière era un uomo della Cia, tutti ci hanno dato addosso, ora che si dichiara apertamente di estrema destra, tutti hanno potuto rendersi conto che dicevamo la verità”.
Questo significa che il governo Maduro ha fatto tutto bene e che non va criticato? Tutt'altro, ma è importante situare i termini del problema. Intanto, in un paese (e in un continente) in cui le storture hanno origini lontane (nel colonialismo e nei sistemi che lo hanno servito), agire per il meglio avendo costantemente un coltello puntato alla gola non è semplice. E non è semplice governare per chi intenda portare avanti riforme strutturali. In secondo luogo, occorre domandarsi se il ritorno delle destre e del neoliberismo selvaggio che vediamo in azione in Argentina o in Brasile saprebbe far meglio. Lo abbiamo visto anche con la Grecia. Occorre mettere a fuoco quale partita si stia giocando, la posta in gioco, gli attori in campo, i loro progetti e l'attitudine che assumono di fronte alla prospettiva che in Venezuela si arrivi al “modello libico”. Anche il Partito Comunista, Redes e altri movimenti minori che criticano il governo bolivariano per non aver spinto più in fretta sul pedale del socialismo, sono in piazza contro “le ingerenze imperialiste”. Marea Socialista (un piccolo agglomerato politico che raccoglie ex ministri chavisti e componenti di vario tipo) per quanto si affanni, non ha “una terza via”. Il laboratorio bolivariano deve resistere, rigenerarsi e rilanciare la prospettiva socialista. La partita è tutt'altro che scontata. Ma ci riguarda e occorre sostenerla, con decisione e senza paraocchi.