lunedì 27 marzo 2017

Dal diario di un impaziente Note sparse su sinistra, Europa, sovranità

di Mimmo Porcaro da sinistrainrete


Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai, Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit, l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione) succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la guerra e con una nuova forma di capitalismo.

Eludere lo stato
Eppure dello stato la sinistra (soprattutto quella sedicente antagonista, critica ed alternativa) non parla quasi mai. Parla invece molto del non-stato: autorganizzazione, autogestione, produzione diretta di socialità, sperimentazione di forme extrastatuali di politica e di forme extramercantili di economia. Che bei concetti, che finezza di analisi, che assoluta, totale, irresponsabile mancanza di concretezza! Poi dice che il “popolo” si butta a destra! Prendiamo il sistema sanitario nazionale: disegnatene, se siete capaci, un modello fondato su autogestione e produzione diretta di socialità (con l’inevitabile corredo del decentramento…), dimostratemi che funziona e, se funzione, dimostratemi che non aggrava le differenze tra classi e territori. Come dite? Dite che è difficile? Che questo è un esempio estremo? Ma quale esempio estremo! Si tratta dell’essenziale, dell’eguaglianza di tutti di fronte alla malattia ed al dolore: e per ottenere questa eguaglianza è necessaria l’esistenza di strutture burocratiche, centralizzate e dotate della capacità di finanziarsi, ovvero di imporre anche ai riottosi la solidarietà fiscale. Dunque serve, ahinoi, un apparato coercitivo. Che orrore, vero? Si dirà che apparati del genere tendono inevitabilmente a sclerotizzarsi, a divenire autoreferenziali, autoritari ecc. . Verissimo! Affianchiamoli allora con agili ed efficaci associazioni autonome di cittadini e lavoratori che sappiano controllarli, contrastarli, proporre modelli alternativi, preparare gruppi dirigenti di ricambio. Ma non pensiamo di sostituirli con queste associazioni. Elaboriamo una nuova teoria dello stato ed una teoria della dialettica permanente tra stato e organismi di classe e cittadinanza. Non limitiamoci a pensare soltanto a ciò che sta fuori dallo stato, perché così lasciamo la gestione dello stato stesso ad altri (ben contenti del nostro antistatalismo…) e partecipiamo alla privatizzazione delle funzioni pubbliche sotto il manto della loro socializzazione.

Come superare il lavoro salariato
Un discorso analogo vale per la questione del lavoro. Vogliamo superare la forma-salario? Bene: cominciamo a garantire la piena occupazione (cosa che oggi, e soprattutto in Italia, si può ottenere solo con l’intervento pubblico e con la proprietà pubblica nei settori strategici) e così riduciamo al minimo l’esercito industriale di riserva e con esso il ricatto costante del licenziamento, che è la forma più brutale della schiavitù salariale. Poi riportiamo ad un livello decente le prestazioni del welfare, e così aumentiamo la quota del reddito percepito indipendentemente dalla prestazione lavorativa. Poi, sulla base della piena occupazione, iniziamo a ridurre l’orario di lavoro a parità di reddito (anche utilizzando, a questo punto, forme di reddito integrativo), e sviluppiamo libere – ma socialmente verificabili – attività di cura dell’ambiente sociale e naturale che costituiscano non già il titolo individuale per la fruizione dei servizi del welfare, ma la condizione sociale perché detti servizi siano sempre più estesi e gratuiti. Non basta? Fate un po’ voi. Vi sembra una proposta reazionaria (come dicono Grillo ed i postoperaisti) perché prevede il lavoro per tutti quando oggi non ci sarebbe più bisogno di lavorare, o quasi, e quindi sarebbe giunta l’ora del reddito incondizionato svincolato dal lavoro? Un tempo vi avrei detto: liberi di pensare e dire quel che volete. Oggi vi dico che ogni parola spesa in questo senso alimenta la crescita della destra dura. Perché?

Come non superare il lavoro salariato
Perché, vedete, potrei farvi tanti bei discorsi in cui spiegarvi l’ovvio. E cioè che si deve preferire il lavoro garantito al reddito garantito perché ci sarà pure l’espansione del lavoro intellettuale (che comunque è anch’esso lavoro, e assai più duro e “materiale” di quanto molti non dicano), ma qualcuno deve pur lavorare per costruire le sedie dove il “cognitariato” posa il suo pensoso posteriore, qualcuno deve pur scaricarsi i bancali carichi delle merci ecologicamente irreprensibili che consumate tra un clik e l’altro. E poi che non si può dire che si partecipa alla cooperazione sociale (e quindi si ha diritto per questo solo motivo a un reddito) anche solo facendo zapping davanti alla TV, perché così, secondo la vostra ipotesi, si forniscono informazioni che poi il capitale usa per valorizzarsi. In quel momento infatti non si è lavoratori (ossia membri di un processo collettivo consapevolmente orientato) ma prodotti, merci (ossia individui trasformati in spettatori dalla macchina mediatica), attori passivi della circolazione del capitale: altro che espressione della libera cooperazione produttiva, base del comunismo. Potrei dirvi questo ed altro, ma preferisco per una volta avere un approccio diverso, e mettermi nei panni di un lavoratore che, sia privato o pubblico, schiacciato dal superlavoro, non vede l’ora che una bella leva di giovani venga a dargli man forte. Provate a dirgli che tutti quei giovani disoccupati, in realtà disoccupati non sono perché producono socialità, e “quindi” valore, anche quando sparano cazzate al bar (attività peraltro nobilissima), e che perciò devono percepire un bastevole reddito a prescindere. E che poco importa se per fornirglielo si dovrà attingere dalla sanità o dal sistema pensionistico o magari ridurre un tantinello il reddito di chi si ostina a fare il lavoratore tradizionale. Provate a dirgli che invece di avere al suo fianco un paio di nuovi colleghi che alleggeriscono il suo lavoro, verranno piuttosto alleggerite le sue tasche per finanziare una indennità di disoccupazione mascherata. Provate a dirglielo: non voterà per Salvini, ma direttamente per Hitler. Insomma: non abbiamo diritto al reddito perché siamo “sempre” lavoratori. Abbiamo diritto al lavoro e al reddito, diretto o indiretto che sia, perché siamo cittadini. E dobbiamo lavorare, ossia svolgere una funzione socialmente essenziale, perché tutto ciò che giustamente percepiremo a prescindere dal lavoro non sia una mancia revocabile a piacimento, non sia una diminuzione della nostra dignità, ma un frutto di essa.

Giochi di sovranità
L’odio per lo stato si accompagna benissimo all’amore sconsiderato per l’Europa. Perché l’Unione europea si presenta come un non-stato: e poco importa se in essa il (presunto) declino dello stato si accompagna al dominio del mercato: secondo la nostra sinistra basta sostituire le relazioni mercantili con quelle sociali e il gioco è fatto. E che ci vorrà mai? Gli è, però, che l’Unione non è la tomba della sovranità in generale: è la tomba della sovranità democratica e popolare, di quella sovranità che è essenziale al funzionamento di ogni costituzione. Anche la forma in apparenza meramente economica assunta dell’Unione è in realtà frutto della sovranità, o meglio, dell’incrocio di tre distinte sovranità statali: quella degli Stati uniti (che non hanno mai voluto un’Europa apertamente politica), quella della Germania (che sapeva di non poter egemonizzare l’Europa, almeno all’inizio, in forma direttamente politica) e quella degli altri stati europei, che regolavano così i conti con le proprie classi subalterne fingendo che le decisioni dipendessero da altri. L’emergere della crisi ha fatto riemergere il carattere totalmente intergovernativo delle decisioni, e se un qualche superamento della frammentazione premierà gli sforzi dei fanatici del “più Europa” (tra i quali, of course, la sinistra) sarà, non tanto paradossalmente, un rafforzamento della forma peggiore di sovranità: una kernEuropa unita da vincoli economici ancor più classisti e soprattutto da un comune potere militare. Bella fine, per gli antisovranisti, partecipare alla costruzione di un maxi-sovrano che premierà la Germania conferendole l’arma nucleare!

La riforma impossibile
Eppure, perseverare diabolicum, si continua ad illudersi sulla riformabilità dell’Unione, a predicare piani B, ad esigere riforme dei trattati, a volere l’Europa “sociale”, a chiedere cioè cose che, se mai si realizzassero, provocherebbero l’exit della Germania e la fine dell’Unione, e a chiederle avventuristicamente, ossia senza minimamente prepararsi a quel ritorno alla nazione che sarà la forma inevitabile (almeno all’inizio) della rottura dell’Ue. Ma in realtà si chiedono queste cose perché si sa benissimo che non si realizzeranno mai. E’ infatti impossibile che non si capisca che non esistono le condizioni politiche né per la formazione di un’efficace movimento di classe o di cittadinanza europeo, né per utilizzare una qualche positiva divisione delle classi dominanti europee. Negli ultimi dieci anni e più abbiamo visto crisi, disoccupazione, guerre, miseria crescente, muri contro i migranti, ma non abbiamo visto mai nessun movimento sindacale o civile a livello europeo capace anche solo di iniziare una vera controffensiva. Abbiamo avuto l’evidente sofferenza dei paesi dell’Europa meridionale e la risposta dei dominanti europei è stata la punizione della Grecia: e se qualche divisione si vede in Europa non è tra la Merkel e qualcosa di meglio, ma tra la Merkel e la destra peggiore. Tutto ciò non avviene a caso. La “cecità” dell’Europa centro-settentrionale è in realtà il lucido perseguimento dell’obiettivo della centralizzazione dei capitali e dello sfruttamento del lavoro e del risparmio del sud a profitto del nord. E l’inesistenza di movimenti antiliberisti efficaci deriva dal fatto che l’Unione non è semplicemente uno spazio, che qualcuno può ritenere “migliore” di quello nazionale per il semplice fatto che è più “grande, ma è piuttosto una macchina che avanza distruggendo le forze che dovrebbero – in ipotesi – democratizzarla.

Trappole europee
Sono tre le micidiali trappole che impediscono sul nascere la formazione di una opposizione sociale unitaria a livello europeo. La prima è la “trappola di Von Hayek”, il quale fin dagli anni trenta aveva capito che per rendere strutturalmente impossibile il socialismo sarebbe stato opportuno costruire una bella federazione con una bella moneta comune, perché in tal modo ogni singolo stato, vincolato da una disciplina monetaria decisa altrove, avrebbe dovuto rinunciare a politiche di redistribuzione del reddito, delegandole al livello sovranazionale: ma al livello sovranazionale le storiche divisioni fra stati avrebbero avuto il sopravvento rendendo così impossibile qualunque tipo di redistribuzione. Ben pensato e ben fatto, direi! La seconda è la “trappola della sovranità”: protestate a Roma e vi dicono di andare Bruxelles, andate a Bruxelles e vi dicono di rivolgervi a Francoforte, e qui il banchiere centrale vi dice che si limita ad applicare norme tecniche coerenti con le dinamiche del mercato mondiale: e vorrete mica mettervi contro il mercato mondiale, voi poveri untorelli? E poi, alla fin fine, sono gli stati nazionali a nominare di fatto il banchiere: rivolgetevi a loro! La terza è la trappola della governance: chi comanda davvero, in questi decenni, ha centralizzato e reso impermeabili le decisioni strategiche ma ha delegato alla negoziazione sociale quelle secondarie: una vera bazza per tutte quelle ong, quei sindacati e simili che così possono illudersi di contare qualcosa, e soprattutto possono contare i denari che vengono dalla partecipazione a questo o quel progetto europeo. Credete che da questo mondo associativo, che costituisce una delle più strutturate basi della sinistra, possa venir fuori qualcosa di serio contro la logica dell’Unione?

Piccole monete per piccole patrie
E infatti ne vengono fuori solo palliativi, pannicelli caldi, o vere e proprie “furbate” dagli esiti paradossali. Prendete questa cosa delle monete “sociali” o della “moneta fiscale”. Intendiamoci, nulla in contrario, in linea di principio, in determinati momenti e per determinate questioni. Ma questi espedienti, pensati per non porre il problema dell’exit, avrebbero bisogno, per funzionare davvero, proprio di quella rigida chiusura nazionalistica, quando non localistica, che si rimprovera a chi dall’euro vuole uscire. Infatti la moneta fiscale e quella locale funzionano (come soluzione principale) solo per una nazione o una regione completamente chiuse agli scambi con l’estero. Se invece a questi scambi ti devi aprire ti accorgi che è impossibile usare queste monete per regolare i conti con l’estero, ossia per affrontare quello che è il problema principale di un’economia ormai dipendente come la nostra. Proprio per questo l’eventuale momentaneo beneficio di una moneta sociale e fiscale (i soldi comunque girano, le attività economiche riprendono e così la domanda ecc. ecc.) si convertirebbe da subito in un aumento del deficit con l’estero che, non potendo mai risolversi (per quanto riguarda i rapporti con i paesi europei) con la flessibilità monetaria, dovrebbe essere risolto con la flessibilità salariale. Al ribasso, ovviamente. Ecco che cosa succede a schivare il concreto, concretissimo problema dell’euro

Poesia e prosa
Ma che ce lo diciamo a fare? Qui non è questione di opinioni, di “franca e fraterna discussione”, di lotta ideologica. Certo, c’è una parte non piccola di militanti di sinistra che rimane europeista per dubbi sul prima e sul dopo (sulla genesi dell’Ue e sui modi dell’exit), per abitudine intellettuale, per diffidenza verso certe forme di sovranismo. Con costoro bisogna essere pazienti e non spocchiosi. Bisogna ricordarsi che non è stato facile neanche per noi uscire dall’europeismo: e l’abbiamo fatto di fronte alla palese evidenza del coup d’état di Napolitano-Monti: la droga soporifera successivamente spacciata da Mario Draghi ha annebbiato la vista a molti. Ma per la gran parte della sinistra, ed in particolare per i gruppi dirigenti ed i quadri intermedi, non è questione di poesia europeista ma di prosa. In Italia chi guadagna più di 1.500 euro al mese è europeista. Chi ne guadagna dai 1.000 ai 1.500 è indeciso. Chi sta sotto i 1.000, o chi è disoccupato, è antieuropeista: e se invece per ora si tiene in disparte, domani sarà decisamente anti-euro. Questo per dirvi come va il mondo. La nostra tragedia sta nel fatto che la base sociale della sinistra (quella da cui provengono i quadri) e la sua base di massa (quella da cui provengono gli elettori) appartengono generalmente al primo e al secondo scaglione: e i dirigenti soprattutto al primo. Chi glielo fa fare di rompere gli equilibri e di correre i rischi politici dell’exit? E chi glielo fa fare di porsi il problema dello stato, visto che sulle questioni essenziali (ossia sull’indiscutibilità dell’europeismo) lo stato italiano si muove secondo i desiderata della sinistra e per il resto con 1.500 e più euro al mese, welfare e pensione da lavoratore di lungo corso si vivacchia mica male?

Ancora una divisione tra i lavoratori
La nostra vera tragedia, la tragedia di quel che resta del movimento dei lavoratori e del movimento socialista e comunista, e quella di tutti i cittadini che ancora credono alla Carta fondamentale non è lo strapotere del capitale ma la divisione interna al mondo del lavoro. L’esperienza della lotta di classe post ’45 è certamente ambigua e contraddittoria, ma è difficile negare che nello stato sociale e nel partito di massa, il lavoro qualificato (fosse esso di origine “colta” o meno) aveva la funzione di mediare tra lo stato e la parte meno qualificata del lavoro stesso. Stato e partito erano il luogo di un’alleanza. Progressivamente, il ritrarsi dello stato e la forma privata assunta da molte attività intellettuali hanno creato una frattura che al momento non si vede come risanare, se non con una grande esperienza collettiva di emancipazione, dettata da una qualche necessità storica. Insomma: in Italia esiste un blocco deflazionista, composto non solo dai possessori di grandi e medi capitali, ma anche dai medi risparmiatori e da grandissima parte dei lavoratori garantiti, un blocco che teme l’instabilità e l’inflazione più di ogni altra cosa, che egemonizza il movimento dei lavoratori facendo dimenticare a tutti che l’inflazione è inseparabile da una politica di piena occupazione, e viceversa. Finché questo blocco non si estinguerà (per la progressiva scomparsa del lavoro garantito) o non si spaccherà, non risolveremo nulla. Per adesso questo blocco si candida, qualora ce ne fosse bisogno, a salvare l’appartenenza dell’Italia all’Unione promuovendo una sacra alleanza contro il populismo sovranista. Ad amministrare la miseria italiana per conto della Germania. Nuovi Tsipras crescono.

Sovranità e classe
Qualche evoluzione a sinistra, e nelle vicinanze, si inizia per fortuna a vedere. C’è però troppa timidezza nell’accettare in pieno il terreno della sovranità nazionale. Si ha forse paura di tornare a un tempo in cui l’aggettivo “nazionale” (interesse nazionale, solidarietà nazionale) copriva pratiche di compromesso di classe a perdere. E lo posso capire. Ma oggi le cose stanno all’opposto: oggi la sovranità nazionale viene distrutta proprio per rendere impossibili politiche pro labour. Ed oggi la rinazionalizzazione della politica (un dato di fatto, non una scelta degli ottusi sovranisti) non è un incidente di percorso che interrompe la pacifica marcia della globalizzazione: è piuttosto l’inevitabile risultato dialettico della globalizzazione stessa, che è stata ed è un processo di gerarchizzazione a cui si risponde, inevitabilmente, situandosi in quegli spazi che storicamente hanno (o possono tornare ad avere) quel quantum di forza finanziaria e politica che serve ad ostacolare il libero movimento del capitale. Ossia le nazioni. Dice: ma la sovranità rimanda ad un potere assoluto, trascendente, nemico della società e quindi dei lavoratori… . Ma quando mai? Nella logica del pensiero costituzionale italiano (Mortati in primis) la sovranità è la possibilità di porre in essere comandi politici che non siano condizionati da potentati, interni o esterni allo stato, che possano ostacolare la funzione redistributiva dello stato stesso. La sovranità è la base di una costituzione lavorista, e dalla costituzione stessa è limitata(giustamente: perché il sovrano, quand’anche sia il popolo, può sempre sbagliare). La lotta per l’autonomia di classe ha bisogno di strumenti di politica economica che solo la sovranità nazionale può fornire, ed è per questo che autonomia di classe e sovranità nazionale si intrecciano. Una sovranità nazionale che è primo passo per la creazione di nuove relazioni internazionali che costituiscano lo spazio necessario a condurre in porto efficaci esperienze socialiste. Siamo socialisti ed internazionalisti: quindi vogliamo ricostruire uno stato capace di redistribuire (e per questo ci serve la condizione formale della sovranità nazionale), e quindi dobbiamo anche poter far muro contro la piena libertà di movimento dei capitali (e per questo ci serve uno spazio internazionale cooperativo – e non gerarchico come è quello dell’Unione).

Sovranità e democrazia di base
Dice: ma come, proprio tu che per anni hai teorizzato la necessità di una politica che non si fissi sullo stato, che sia in grado di intaccare i poteri sociali più diffusi, che consenta una attivazione diretta dei lavoratori e della cittadinanza, proprio tu mi vai a riscoprire lo stato, la sovranità e addirittura la nazione? Si, e non sento nemmeno il bisogno di fare troppa autocritica (se non per aver dato troppo credito al “movimento dei movimenti”, non cogliendo fino in fondo la natura relativamente aristocratica di certe forme di mobilitazione). Non ho mai assunto una posizione anarchica (anzi, ho polemizzato espressamente con Negri ed Hardt). Non ho mai detto che si cambia il mondo senza prendere il potere (anzi, ho polemizzato espressamente con Holloway, pur riconoscendone i meriti). Ho semplicemente detto: a) che la funzione di un’entità “terza” che dirima grazie all’autorità politica i conflitti sociali (inevitabili anche nel migliore dei mondi) è ineludibile, e che quindi è ineludibile una qualche forma di stato, altrimenti il soviet più forte mangerà sempre il soviet più debole; b) che ogni stato, anche e soprattutto lo stato che si pretende espressione diretta del popolo, della classe o della famosa moltitudine, tende inevitabilmente alla degenerazione gerarchica; c) che quindi è necessario affiancare allo stato una rete di associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini, capace di interloquire e confliggere con lo stato stesso e, se necessario, di produrre nuovi gruppi dirigenti in sostituzione di quelli eventualmente degenerati. Aggiungo che tali associazioni, se sono veramente mosse dall’esigenza di organizzare la lotta dei ceti popolari per più decenti condizioni di vita e di costruire forme efficaci di democrazia di base, troverebbero oggi grande giovamento proprio da una ricostruzione della sovranità nazionale, perché così avrebbero di fronte ad un interlocutore preciso, identificabile e certamente assai più permeabile della Commissione europea e di consimili mostri. Per capirci: le “città ribelli”, se si organizzano contro un governo nazionale per esigerne politiche coerentemente redistributive, sono un grande momento di presa di parola delle classi popolari e di costruzione delle condizioni dell’eguaglianza. Se invece si presentano come snodi di una governance europea, si perdono nell’indefinito dei progetti macro-clientelari e divengono vettore di diseguaglianza, creando un solco trai luoghi che hanno le possibilità ed il coraggio di ribellarsi e quelli che non sanno o non possono farlo. C’è qualcuno, trai movimenti, le associazioni ecc. ecc. che abbia voglia di affrontare questo “piccolo” problema? Vogliamo proprio far sì che l’anarchismo perda tutta la sua possibile funzione critica e si riduca ad essere anarcocapitalismo d’accatto, ideologia del dominio dei penultimi sugli ultimi?

Non “tornare” ma “inventare”
Non vedo solo una timidezza nell’accettare il terreno della sovranità. Vedo anche una certa leggerezza nell’accettarlo. Intendiamoci: rivendicare la sovranità è condicio sine qua non di qualunque politica degna di questo nome. Ma non si può semplicemente dire “torniamo alla sovranità nazionale”. Se è vero che oggi la sovranità è limitata anche formalmente (e questa è una grave regressione) non si può dimenticare che negli anni successivi al ’45 essa era comunque sostanzialmente limitata. Una funzione fondamentale della sovranità, quella militare, era concentrata nello stato egemone. Ed anche la sovranità economica era sottoposta a vincoli, per quanto, almeno all’inizio, molto elastici. Queste limitazioni, poi erano strettamente funzionali al mantenimento delle gerarchie di classe interne ad ogni paese. Insomma, se si vuole usare la sovranità nazionale come momento di controffensiva dei lavoratori bisogna reinventarne le condizioni, lavorare per la formazione di un mondo multipolare e per il suo equilibrio pacifico, scegliere le relazioni internazionali che meglio consentano lo sviluppo della lotta di classe. Un terreno tutto da dissodare. E così non si può dire semplicemente “torniamo alla politica mediterranea cooperativa” tipica dell’Italia. Tale politica infatti non fu solo cooperativa, ma anche a suo modo imperialistica, fu in fondo solo una variante tattica dell’atlantismo – e difatti perse ogni autonomia quando il sovrano atlantico lo impose, e si mosse in un ambiente di interlocutori stabili che oggi non esistono più. Qui, per noi, abituati a pensare alla politica estera più che altro in termini di slogan e tifo, c’è davvero un lavoro enorme da fare. Né si può dire semplicemente ”torniamo alle imprese pubbliche”, perché queste veramente pubbliche non furono, a causa di una forma giuridica e di un regime di controlli che le resero man mano oggetto di uso privatistico da parte di manager e partiti. Soprattutto, dato il monopolio manageriale del know how, la redazione delle norme che avrebbero dovuto regolare il comportamento delle grandi imprese era di fatto affidata alle imprese stesse (e lo stesso discorso vale per la Banca d’Italia). Si deve quindi inaugurare la stagione dell’impresa pubblica nel nostro paese. E le competenze della società civile potrebbero avere oggi molto da dire nell’ambito di una ripresa ragionata dell’economia mista.
Ecco, vogliamo parlare di queste cose o ci basta cianciare su Minzolini e sulle pseudo-scissioni del PD? E’ possibile che non si riescano a studiare in maniera organizzata tutte queste questioni? E’ possibile. E così, reso impaziente dall’età avanzata e dall’avanzare dei tempi, mi toccherà di stizzirmi ancora, e di sfogarmi ancora con v

domenica 19 marzo 2017

Euro: cronistoria di un fallimento. Le tappe del declino industriale italiano

di Nicola Boidi da Nuova Atlantide 
  
«Abbiamo fatto una moneta senza Stato; noi abbiamo avuto la pretesa faustiana di riuscire a gestire una moneta senza metterla sotto l’ombrello di un potere caratterizzato da quei mezzi e modi che sono propri dello Stato e che avevano fatto ritenere che fossero le ragioni della forza e poi della credibilità che ciascuna moneta ha».
Giuliano Amato
«Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.…È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto, visibile, conclamata. ».
Mario Monti
«Abbiamo gettato via il bambino con l’acqua sporca».
 Federico Caffè
A ben vedere sia l’uno che l’altro titolo sono appropriati a descrivere lo status quo economico, sociale e giuridico, a cui la costruzione «frankesteiniana» della moneta unica dell’Unione Europea, denominata Euro, ci ha portati. Il primo titolo indica che un percorso cronologico a tappe, dislocate negli anni e nei decenni precedenti, ha contribuito a determinare la situazione disastrosa economica e sociale a cui la maggiore parte dei paesi membri dell’Unione europea si trova soggetta ormai da nove anni, con uno stato prolungato di agonia.
Il sottotitolo suggerisce che il processo di deindustrializzazione e di declino generale dell’economia italiana ha conosciuto un suo personale cammino che lungo la sua strada ha incrociato le dinamiche e le logiche economiche e politiche internazionali, per infine convergere nel calderone o nella «fornace» dell’edificazione dell’Unione europea e dell’euro, con il trattato fondativo di Maastricht 1992, poi confermato da quelli di Amsterdam 1999 e di Lisbona 2007, trattati dalla configurazione tutt’altro che democratica, una sorta di dittatura politico-finanziaria, che era destinata ad esasperare una situazione già di per sé negativa.
 Ma quali sono i dati concreti, le cifre del disastro in atto? Bene, se prendiamo il caso dell’Italia confrontandolo con gli altri principali paesi dell’ Eurozona e dell’economia globale vediamo che tra il 2007 e il 2014 l’Italia ha avuto un perdita secca di 10 punti percentuali del Pil, mentre nello stesso periodo il Pil della Cina cresceva del 74,4%, quello degli Stati Uniti dell’8,7%,il Giappone dello 0,4%, mentre nell’ Eurozona a fronte della crescita del 5,8% della Germania, ( del cui caso «eccezionale» disquisiremo più avanti) la Francia è cresciuta del 2,8%. Tra i paesi Eurozona con segno negativo del Pil nello stesso periodo, accanto all’Italia vi sono la Spagna al – 3,8%, e la Grecia pressoché «defunta». ( caso esemplare di un’ aberrazione giuridica, uno stato sovrano di cui è stato proclamato lo stato fallimentare, cioè declassato da soggetto di diritto pubblico a soggetto di diritto privato) al -25,1%.
Negli ultimi due anni, 2015 e 2016, il Pil dell’Italia ha recuperato uno 0,8% annuo, per un totale in due anni del 1,6%. Il tasso di disoccupazione in Italia nello stesso periodo preso in esame non corrisponde a quello ufficialmente proclamato del 12%, il quale non considera le persone sfiduciate che non cercano più lavoro, ma sale vertiginosamente al 22,8 % della popolazione in età lavorativa se nel computo vengono appunto comprese le persone inattive che si suddividono nelle seguenti categorie: gli inattivi che non cercano più lavoro ma sono disponibili a lavorare (un milione e cinquecentomila) , e gli inattivi che cercano lavoro non attivamente ma disponibili a lavorare (due milioni e centomila), per un totale complessivo tra disoccupati «ufficiali» e «ufficiosi» di sei milioni e seicentomila.
Voragine al centro della disoccupazione italiana è la disoccupazione giovanile attestatasi intorno al 40 %. Nel 2016 (dati Istat aggiornati a Novembre) la disoccupazione «ufficiale» è passata dal 11,7 del Novembre 2015 all’11,9, con dati disomogenei tra le diverse classi d’età ( più occupazione degli over 50, meno occupazione per gli under 40). Sempre nello stesso periodo di tempo abbiamo perso il 25 % della produzione industriale e il 33% della produzione manifatturiera, o per cessata attività o per passaggio nelle mani di multinazionali straniere, da che ne è seguita, nel migliore dei casi, il mantenimento della produzione e dei posti di lavoro in Italia e il trasferimento dei profitti all’estero, nel peggiore la pronta delocalizzazione delle produzioni. Il differenziale di Pil pro capite medio ( Pil suddiviso per ogni persona) tra Germania e Italia dagli anni 90 agli anni 2000 è passato da 1500 euro a oltre 8000 ( in precedenza era costante) con una perdita secca di 6.500 euro a testa. Negli anni 90 l’Italia aveva un Pil pro capite medio di 4000 euro superiore alla media europea. Oggi il Pil pro capite italiano è sotto la media europea di 4.500 euro.
In una zona euro costantemente depressa nei suoi ritmi di crescita, sempre con la cospicua eccezione della Germania ( guarda caso), l’Italia continua a distinguersi, ahimé, in negativo, ponendosi in coda nella classifica di crescita del Pil annuo degli Stati membri (+0,8) nel 2016. Eppure, a metà degli anni 90, l’Italia come sistema paese era «ancora» o «nonostante tutto» ( e vedremo in che senso virgolettiamo tali affermazioni) la quinta potenza industriale del mondo, il secondo paese manifatturiero d’Europa dietro la Germania, dunque il suo principale competitore. Oggi siamo al quarantanovesimo posto nella classifica delle economie mondiali.
Come è potuto accadere tutto ciò, come è stato possibile? A moh di battuta potremmo rispondere che si è verificata una «congiunzione astrale avversa» che ci ha portati nel giro di vent’anni alla situazione attuale. Ma non ci troviamo in quella commedia con protagonista Renato Pozzetto che nel ruolo d’imprenditore di cantieri navali, in evidente difficoltà nei pagamenti degli stipendi dei suoi operai, addiviene a un accordo di cessione della sua attività a un ricco sceicco degli Emirati arabi, non accorgendosi di una spiacevole postilla inserita nel contratto di compravendita, al che si vede costretto a darsi alla fuga esclamando : «il c… non è una postilla».
No, non si tratta di una commedia ma piuttosto di una tragedia economica, sociale e politica, per cui più che congiunzione il termine «congiura » parrebbe essere più indicato. Per capire come ci siamo cacciati in quella che appare a tutta prima una dannata trappola bisogna però fare un rapido percorso a ritroso per risalire ai lontani antefatti di questo fallimentare progetto di Unione Europea, un edificio costruito alla rovescia, invece che dalle fondamenta e dalle pareti ( convergenza di fattori politici, giuridici, economici, fiscali, sociali e culturali) per poi eventualmente giungere al «tetto » della moneta unica, si è cominciata da questa nell’idea che per partenogenesi essa avrebbe generato tutto il resto. In questo percorso a ritroso ci faremo guidare dalle annotazioni su Unione Europea ed euro di Antonino Galloni, economista, e Giuseppe Guarino, professore emerito di diritto costituzionale e pubblico.
Antonino Galloni, fu consulente economico dell’allora ministero del bilancio ( oggi ministero dell’economia), tra il 1979 e il 1981. Lasciò l’incarico per i motivi che vedremo fra poco, ma fu richiamato al ministero nell’estate del 1989 dall’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti, ma dovette dimettersi dopo pochi mesi. Giuseppe Guarino da parte sua fu ministro dell’industria nel 1987 nel governo De Mita, e poi ministro delle finanze e delle partecipazioni statali nel governo Amato nel 1992, anno della ratifica dei trattati europei di Maastricht da parte dell’Italia. Convinto europeista, testimone di tutti i principali passaggi che hanno portato alla Ue e all’euro, si è negli ultimi anni dichiarato pentito perché a suo avviso lo spirito e gli articoli fondamentali del trattato di Maastricht sono stati traditi e rovesciati nel loro significato al momento della ratifica definitiva dell’ingresso della moneta unica euro, relativamente agli scambi commerciali tra i diversi Stati membri, il 1 gennaio 1999. In quel momento, osserva Guarino, «un ladro è entrato in casa». Ma per capire questa affermazione dobbiamo un attimo risalire ai lontani antefatti.
I LONTANI ANTEFATTI
Nel 1970 dopo vent’anni di CECA ( Comunità economica del carbone e dell’acciaio) e di CEE ( Comunità economica europea ), istituzioni costituite sulla situazione esistente in Europa Occidentale, fu avviato un progetto totalmente nuovo di Unione Europea, senza precedenti storici. Il progetto perseguiva l’idea di creare, con il consenso degli Stati membri, un’ unione politica priva di un potere politico centrale, con una moneta nuova che per la prima volta nella storia non si appoggiasse a un potere politico. Nessun confronto al riguardo è possibile con ad es. la Federal Reserve statunitense, la quale agisce in cooperazione con il governo statunitense. Diverse furono le fonti d’ispirazione di un tale progetto, diverse e tra di loro contrastanti.
Vi era certamente il progetto federalista europeo contenuto nel Manifesto di Ventotene in cui firmatari furono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. L’idea del Manifesto era che di fronte alla catastrofe europea della seconda guerra mondiale solo un’organizzazione federale avrebbe potuto ridare all ‘Europa un ruolo di protagonista sulla scena internazionale, ponendo fine a secoli di guerre fratricide. Ma accanto a questa ispirazione ideale il progetto dell’Unione europea incontrò anche le ragioni di real politik degli Stati Uniti, che nel contrasto al blocco comunista dell’Europa dell’est guidato dall’Unione sovietica, vedeva con favore il rafforzarsi di una «zona cuscinetto» tra sé e l’Urss già costituita con il sorgere della Organizzazione del Trattato dell’atlantico del nord (Nato).
Ogni riduzione di sovranità nazionale che contenesse l’endemica conflittualità tra gli Stati europei e favorisse la costituzione di una tale zona cuscinetto e di un Unione Europea era di conseguenza ben vista dall’America. Infine un terzo movente o movimento spinse avanti l’idea di un unione transnazionale incentrata sull’unione dei mercati economici e sul suo «mediatore» universale, la moneta unica. Questo movimento lo potremmo chiamare « la rivincita » o la riscossa del capitalismo delle corporations o multinazionali. Che cosa intendiamo dire? Per capirlo dobbiamo tornare all’estate del 1971 quando fu posto fine dall’allora presidente Statunitense Nixon agli accordi di Bretton Woods in vigore dal 1944, secondo cui il dollaro era fissato al valore dell’oro ( 35 dollari un’oncia d’oro) e tutti i cambi tra le valute a loro volta erano fissati al valore del dollaro. Questo per evitare una troppa facile e abbondante emissione di valuta da parte degli Stati che non trovasse un corrispondente quantitativo di beni e servizi sui mercati interni, incentivando così una domanda eccedente l’offerta e di conseguenza un aumento vertiginoso dei prezzi dei beni al consumo, ossia un classico caso di scuola d’ inflazione.
Ma tra gli accordi di Bretton Woods, che riguardavano i Paesi alleati nella lotta al nazifascismo e al militarismo giapponese, ma che poi sarebbero stati estesi nel dopo guerra a tutti paesi del blocco occidentale, non c’era solo l’ancoraggio dei cambi al dollaro/ oro ma anche una sorta di solidarietà tra Stati per cui, se la bilancia dei pagamenti ( le cosiddette partite correnti interne a uno Stato) vedeva un eccessivo sbilanciamento in favore delle importazioni e a detrimento delle esportazioni, oppure quello Stato aveva dei deficit strutturali nel suo apparato produttivo, gli era consentito di attuare una svalutazione competitiva della sua moneta, per rilanciare la sua bilancia dei pagamenti dal lato delle esportazioni. Erano anche previsti aiuti finanziari agli Stati in difficoltà, senza sufficienti infrastrutture produttive, da parte di istituzioni internazionali create per queste specifiche finalità quali il Fondo monetario internazionale(che doveva controllare la stabilità dei cambi tra le valute o, in alternativa, la concessione di leggere svalutazioni e dei conseguenti riallineamenti tra le diverse divise) e la Banca Mondiale (destinata alle operazioni di soccorso finanziario ai singoli Stati). Pensando al modus operandi di FMI e BM oggi, tutto ciò sarebbe inconcepibile.
Nixon nel 1971 pone fine alla convertibilità dollaro/ oro per due ragioni : 1) per poter a piacere stampare dollari senza più essere vincolato alle riserve auree della Federal Reserve, in modo da far fronte alle necessità impellenti e sempre crescenti di finanziamento dell’impegno bellico nel Vietnam; 2) perché la crescita smisurata di circolante in valuta americana – i cosiddetti «eurodollari» nelle transazioni commerciali nella CEE, i «petrodollari» nelle transazioni commerciali tra i petrolieri – metteva in crisi la stessa possibilità della Fed di farvi fronte con le sue riserve aurifere.
Dal 1971 in poi i cambi tra le monete cominciano a fluttuare liberamente, producendo svalutazioni e incontrando però forti attacchi dalla speculazione finanziaria, finché per quando riguarda l’ area dei mercati dell’Europa Occidentale viene istituito un nuovo sistema di cambi «semirigido» ( con un range di svalutazione oscillante tra il 2% per la maggior parte delle valute europee e il 6% per Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo ) in riferimento ad un ‘unità di conto comune chiamata ECU. Il sistema è denominato SME ( Sistema monetario europeo). Lo SME entra in vigore nel 1979. Nello stesso 1979 il G7 di Tokio pone fine agli ultimi accordi previsti dalla conferenza di Bretton Woods, finisce la solidarietà tra le diverse economie: ogni Stato d’ora in poi dovrà aggiustare da sé i propri squilibri nella bilancia dei pagamenti, nei surplus o nei deficit tra importazioni ed esportazioni di merci o tra importazioni ed esportazioni di capitali, ossia sarà tenuto a far crescere i tassi d’interesse sui propri titoli di Stato per finanziare la propria spesa pubblica.
Tramonta così, a 35 anni dal suo inizio, un modello di «economia mista » tra il governo pubblico o politico dell’economia e il libero processo di un ‘economia di mercato, un compromesso tra il controllo politico dei meccanismi macroeconomici ( moneta, bilancia dei pagamenti, indirizzi strategici delle industrie infrastrutturali dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni) e il libero sviluppo dei singoli settori produttivi.
In Italia tale processo, che ha portato questo Paese ad essere, verso la fine degli anni settanta, la quinta potenza industriale del mondo, ha conosciuto un suo specifico sviluppo. La sua articolazione presentava grandi imprese infrastrutturali a partecipazione pubblica ( L’Eni, l’Enel, la Sip,Alitalia, le Ferrovie dello Stato, la Società delle autostrade e il colosso dell’IRI, su cui qui non possiamo soffermarci) che significa che la proprietà e i capitali d’investimento erano dello Stato e dei suoi rappresentanti politici nei ministeri chiave, ma il management era affidato a imprenditori privati( il più famoso dei quali fu il manager dell’Eni, Enrico Mattei). Presentava inoltre grandi industrie private nel settore automobilistico (la FIAT) nei settori siderurgici, metalmeccanici e chimici. Vi era infine una fitta rete di piccole e medie imprese dislocate in territori circoscritti e storicamente determinati, specializzate in una o più fasi di un processo produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni: i cosiddetti «distretti industriali».
Come potremmo definire il modello di capitalismo appena descritto ? L’economista Galloni lo definisce un modello di capitalismo «sviluppista» o «sostenibile». in cui l’esito del processo di accumulazione del capitale, dei suoi elementi e stadi, e cioè il profitto, vedeva una tripartizione tra gli stipendi dei lavoratori, in generale in netta crescita, la quota riservata allo Stato mediante le tasse e il profitto vero e proprio riservato al proprietario dei mezzi di produzione, e cioè il capitalista. In questo processo il capitalista aveva un margine di profitto relativamente ridotto per unità di prodotto venduta, e sostanzialmente un ruolo abbastanza marginale ad es. rispetto al manager che era incentivato a portare lo sviluppo della produzione al suo massimo e a pianificare investimenti finalizzati a valorizzare l’impresa e ad aumentare vendite e profitti sul medio e lungo termine. Ma, e questa è la considerazione di Galloni, il capitalista orientato invece a ottenere i suoi obiettivi nell’immediato o comunque sul breve termine, non poteva ritenersi soddisfatto di tale stato di cose e la classe imprenditoriale internazionale, sopratutto a livello delle Corporations, stava preparando in quegli anni settanta la sua rivincita.
Approfittando anche di eventi di crisi inflazionistica ( aumento dei prezzi dei beni al consumo), causati dalle crisi petrolifere successive alla guerra del Kippur del 1973 e alla Rivoluzione iraniana del 1979, inflazione attribuita non alla riduzione di approvvigionamento e all’aumento vertiginoso dei prezzi delle materie prime ( petrolio e derivati) ma a un presunta gestione «allegra » di emissione di moneta da parte degli Stati sovrani e ai fenomeni di svalutazione nei rapporti tra le diverse valute, i potentati economici e finanziari cominciarono ad avocare a sé il diritto di controllo sulla emissione, regolazione e distribuzione della moneta. Avrebbe dovuto essere la «libera» legge della domanda e dell’offerta di titoli o obbligazioni pubbliche sui «sovrani mercati finanziari» a governare i flussi di moneta e sostituire il monopolio e la sovranità degli Stati nella creazione di denaro.
In un più generale quadro di rivincita di modelli liberistici di mercato, rivincita nei confronti del modello misto di capitalismo dei trentacinque anni precedenti, che potremmo definire di ispirazione keynesiana, mentre ora tornavano in auge le teorie neoliberiste della scuola economica austriaca di Von Hajek, il cui testimone era nel frattempo stato preso da Milton Friedman e la sua Scuola di Chicago, il primo ministro inglese appena nominato Margaret Tatcher annunciò i lineamenti fondamentali di tale dottrina. Sostanzialmente la Banca centrale d’Inghilterra non doveva più sentirsi obbligata a stampare moneta né ad acquistare titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste appositamente allestite. Lo Stato Britannico avrebbe dovuto seguire un altro modello di finanziamento della propria spesa,non più basato principalmente su un grande quantitativo di emissione di moneta, ma sostanzialmente basandosi sul taglio della spesa pubblica ( dello Stato sociale) sull’aumento della tassazione indiretta sui consumi in corrispondenza della diminuzione della tassazione diretta sui redditi, sulla vendita ai privati delle grandi industrie di Stato. Le teorie monetariste di Milton Friedman, secondo cui il rallentamento della emissione di moneta avrebbe ridotto i fenomeni inflazionistici, avevano trionfato in Inghilterra.
Di lì a poco anche il neoeletto presidente statunitense Reagan avrebbe seguito la stessa strada percorsa dalla Tatcher e tracciata dalla teoria monetarista friedmaniana, anche se con alcune cospicue differenze ( da qui le dottrine economiche del Tatcherismo e della Reaganeconomics). E l’Italia? Come si poneva in tale mutato contesto internazionale giungendo proprio in quel fatidico passaggio tra gli anni settanta e gli anni ottanta al culmine del suo sviluppo economico, pur non privo delle sue contraddizioni interne? Dobbiamo ridare la parola ad Antonino Galloni, il quale all’epoca non solo era un giovane brillante economista, uno dei principali collaboratori dell’economista postkeynesiano Federico Caffè, ma ebbe a svolgere un ruolo nell’amministrazione pubblica e ad essere testimone,melgrè lui,di decisioni fatali sul destino futuro dell’economia italiana.
COME CI HANNO DEINDUSTRIALIZZATO: ANTONINO GALLONI RACCONTA
Il modello di sviluppo economico italiano in quegli anni settanta non era certo privo di contraddizioni, osserva l’economista Galloni. Le grandi imprese infrastrutturali a partecipazione statale, che avevano una presenza importante sul mercato internazionale e facevano da traino all’intera economia italiana, presentavano però un «difetto strutturale » rilevante: una pervasiva diffusione di una rete di corruzione basato su un sistema di tangenti di cui godevano i dirigenti politici delle imprese di Stato, tangenti che però si ricavavano su gli investimenti e sul profitto degli investimenti. Dunque, annota Galloni «i dirigenti della classe politica democristiana e socialista allora al governo rubavano sugli investimenti ma consentivano investimenti produttivi delle reti infrastrutturali a medio e lungo termine; rubavano sul profitto ma allo stesso lo incentivavano». Il sistema delle partecipazioni statali produceva altresì un rilevante livello occupazionale e anche il settore industriale privato vero e proprio presentava caratteristiche analoghe. In quegli anni settanta, nonostante le due crisi inflattive determinate dagli shock petrolifici, in Italia stipendi e pensioni erano garantiti nel loro potere d’acquisto dal meccanismo d’adeguamento automatico all’inflazione chiamato «scala mobile», e non si manifestavano fenomeni rilevanti di disoccupazione.
Questo modello misto di capitalismo pubblico/ privato, osserva Galloni, proprio per la tripartizione del profitto tra aumenti degli stipendi dei lavoratori che puntavano ormai a diventare classe media( grazie anche al supporto di forti organizzazioni sindacali), la quota destinata ad essere incamerata dal sistema fiscale dello Stato, e la quota residua di profitto destinata al capitalista vero e proprio, marginalizzato nel suo ruolo anche dalla preponderanza della figura del manager, «prefigurava una possibile uscita dal modello “ puro” del capitalismo non più come “rivoluzione comunista” ma come evoluzione o auto-superamento del sistema, ma le sinistre italiane non se ne accorsero».
Certo il pervasivo sistema di corruzione e clientelismo pesava sull’economia italiana nel suo complesso ma non impediva il suo sviluppo. Singolarmente, quella congiuntura internazionale di fine anni settanta, di fine del sistema Bretton Woods, di entrata in crisi del modello keynesiano di economia partecipata dallo Stato, di ritorno del pensiero liberista, di volontà di rivincita del capitalismo delle multinazionali, di recepimento di tale «mutamento di vento» da parte di alcuni Stati, s’incontrò con un’ ondata di volontà di moralizzazione della classe politica corrotta da parte delle forze progressiste italiane.
Tanto la sinistra politica democristiana che una frazione del partito socialista che l’intero ceto dirigente del partito comunista dell’epoca concordarono sulla necessità di attuare misure drastiche per moralizzare la classe dirigente corrotta. Nel 1981 l’allora ministro del tesoro Andreatta concordò tramite un semplice scambio epistolare con il governatore della Banca Italia Ciampi, che la Banca Italia non sarebbe più stata obbligata ad acquistare la quota invenduta di titoli di stato emessi dal tesoro e messi in vendita alle aste appositamente allestite sui mercati finanziari.
Fino ad allora il ministero del tesoro e il governo e lo Stato, per interposta persona, finanziavano la grossa quota di spesa pubblica in disavanzo dello Stato che non era coperta dalle entrate fiscali con l’emissione di titoli pubblici a bassissimo tasso d’interesse ( il 3%); quando alle aste dei titoli o obbligazioni di Stato una quota non era comprata dagli acquirenti ( i privati ma sopratutto le grandi banche) la Banca d’Italia era tenuta ad acquistarla immettendo così moneta nel sistema di spesa pubblica.
Dopo il divorzio tra tesoro e Banca Italia quote cospicue di titoli di Stato non venivano più acquistate dalle grandi banche e dagli investitori istituzionali ( fondi d’investimento pensione, fondi d’investimento comune e compagnie assicurative) in modo che il tasso d’interesse offerto potesse salire fino al 7/% in media, con punte anche oltre il 10%, dopo di ché l’intero stock di titoli venduti alla singola asta, anche quelli già venduti al tasso d’interesse iniziale del 3%, veniva portato al tasso d’interesse superiore di quelli rimasti inizialmente  invenduti, per equità della vendita.
L’effetto immediato fu quello di far crescere vertiginosamente il debito pubblico (attestatosi fino al 1981 al 58% del Pil annuo, destinato nel 1992 a raddoppiare al 115% del Pil). Un altro effetto non immediato ma che si sarebbe rovinosamente manifestato nel giro di pochi anni, fu che gli investimenti nelle industrie a partecipazione pubblica non cessarono ma diminuirono vertiginosamente, mantenendo la quota destinata a tangenti e mazzette( la corruzione non fu debellata come pensavano alcuni tra i sostenitori, «anime belle», del divorzio), una buona quota degli investimenti destinandola allo stesso acquisto dei titoli di Stato emessi dal tesoro per autofinanziarsi dato gli alti tassi di rendimento che offrivano, e allocando solo una quota marginale agli investimenti allo sviluppo ormai non più a medio e lungo termine ma di corto e limitato raggio.
Da parte loro le imprese private di grandi dimensioni stornarono buona parte dei loro profitti da nuovi investimenti produttivi, anche perché private del traino delle industrie di Stato, ma sopratutto perché ormai risultava a loro molto più redditizio reinvestire i profitti nell’acquisto di titoli di Stato che davano un rendimento medio del 7%. Il 7% delle obbligazioni italiane degli anni 80 costituiva il benchmark di riferimento dell’economia internazionale, ossia il paradigma di massimizzazione del profitto assunto dalle imprese dei diversi settori, sia dell’economia finanziaria che dell’economia reale. Da allora in poi i capitalisti, proprietari delle imprese, davano mandato ai loro manager di raggiungere, in qualsiasi modo un profitto annuo prefissato del 7%, visto che questo era il rendimento speculativo delle obbligazioni italiane. Il rischio d’impresa veniva così scaricato all’esterno della impresa stessa, sui lavoratori, sugli Stati, sulla società. Terminava così qualsiasi vestigia di «etica calvinista del capitalismo», cominciarono ad essere praticati licenziamenti in misura cospicua e la stagnazione o riduzione degli stipendi dei dipendenti.
Antonino Galloni chiese spiegazioni della decisione del divorzio da Banca Italia al ministro del tesoro Andreatta, facendogli notare gli effetti disastrosi assolutamente prevedibili che tale manovra avrebbe comportato: crescita vertiginosa del debito pubblico tale da superare il Pil annuale, un aumento della disoccupazione giovanile oltre il 50%, la previsione che le piccole e medie imprese, esautorate dell’appoggio delle industrie di Stato di cui avevano goduto come una sorta di filiera dell’indotto industriale, e non in grado di finanziarsi sui mercati, sarebbero anch’esse entrate in crisi.
Andreatta gli rispose: «non ha capito, Galloni, noi vogliamo che le piccole e medie imprese spariscano da questo Paese, dobbiamo sostituirle con imprese di grandi dimensioni che competano sui mercati internazionali. Se la disoccupazione giovanile crescerà questa sarà un ‘opportunità per creare misure di contratti flessibili di lavoro per consentire ai giovani di trovare occupazione».
Galloni se ne andò dal ministero del Bilancio e dopo aver svolto brevemente un incarico al ministero del lavoro, lasciò l’amministrazione pubblica tornando a studiare economia presso le università americane. Nel 1989, puntualmente, come effetti di lungo corso, si verificarono le previsioni sulla crescita della disoccupazione giovanile in Italia ( record mondiale al 56%) e sull’inizio di una fase di crisi economica del sistema Paese. Venuta a conoscenza di ciò che era accaduto sia dagli articoli pubblicati sulla rivista Terza fase diretta dall’Onorevole Donat Cattin, che dai seminari di economia che Galloni teneva per conto della stessa rivista, la giornalista Norma Rangeri fece un‘intervista a Galloni sul Manifesto,in cui emerse che un giovane oscuro funzionario del ministero del Bilancio aveva previsto ciò che sarebbe successo in seguito al divorzio tra Tesoro e Banca Italia, e questo fece scalpore e suscitò un tafferuglio sui mass media.
In seguito a queste vicende Galloni fu contattato dall’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti che gli chiese se era disponibile a collaborare per modificare le linee guida dell’economia italiana. Eravamo nei primi mesi del 1989 e Andreotti si mostrava ancora euroscettico, non entusiasta del progetto di Unione Europea e di costruzione di una moneta unica per tutti i Paesi membri che si stava delineando in quel periodo. Da lì a poco, con il crollo progressivo del blocco dei paesi dell’Europa comunista tra l’estate e l’autunno di quell’anno, si delineava la prospettiva concreta che potesse finalmente avvenire la riunificazione tra le due Germanie.
In questa ottica il presidente francese Mitterand pianificò un’alleanza o intesa con il presidente della Germania federale Helmut Khol, affinché la riunificazione dello «scomodo vicino» non potesse risultare una minaccia sotto più punti di vista per la Francia: il partenariato doveva prevedere l’ingresso della Germania sotto una Europa comune e una moneta unica, nella previsione che la collaborazione tra i due colossi europei, come asse privilegiato dell’intera Europa occidentale, avrebbe guidato e trainato l’intero mercato europeo e fatto da premessa a un futura costituzione politica e sociale comunitaria.
Ma perché la Germania potesse accettare un tale accordo, e perché esso facilitasse la sua riunificazione all’ex Germania Democratica, i trattati costitutivi dell’Unione europea e l’euro dovevano avere caratteristiche peculiari, assai confacenti alla fisionomia economica e giuridica dello Stato tedesco, e non necessariamente compatibili con le economie e costituzioni giuridiche degli altri Stati europei.
L’ euroscettico Andreotti, alla fine dell’estate del 1989, mise dunque Galloni alla direzione generale del ministero del bilancio supportato da una squadra di economisti e giuristi, con lo scopo di trovare il modo di rovesciare la politica monetaria ed industriale inaugurata con il divorzio Tesoro/ Banca Italia del 1981, e di ritardare l’entrata dell’Italia nell’Unione europea e nella moneta unica in modo da non dover sottostare a condizioni capestro per gli interessi del nostro paese. Ma il progetto ebbe vita brevissima, solo pochi mesi. Dopo una conferenza tempestosa tenutasi presso l’Università Bocconi di Milano nel mese di ottobre di quell’anno, conferenza in cui, accompagnando il ministro del Bilancio Pomicino, Galloni si scontrò con il professore Mario Monti proprio in merito a quel progetto di riforma economica, si scatenò una campagna di stampa avversa e una sollevazione di istituzioni influenti quali la Fondazione Agnelli e Confindustria nei confronti del neo-direttore del ministero del Bilancio. Infine si mobilitò addirittura il cancelliere tedesco Helmut Khol, che in una telefonata al ministro del tesoro Carli segnalò che: «qualcuno al ministero del bilancio stà intralciando i nostri piani europeisti».
Non passò molto tempo che Galloni fu costretto a dimettersi, lo stesso presidente del consiglio Andreotti fino ad allora euroscettico, «ricevette pressioni in tal senso»: il tentativo di rovesciare il processo in corso era fallito. Ad anni di distanza riflettendo sugli anni ottanta e su come l’economia italiana subì in quel periodo un contraccolpo decisivo, Galloni ricordò come il suo maestro di studi economici Federico Caffè, poco prima di sparire in circostanze misteriose, commentò quelle vicende: «hanno buttato via il bambino con l’acqua sporca». Di più, osservò Galloni, « il bambino, cioè lo sviluppo, fu buttato, e ci siamo tenuti l’acqua sporca, cioè la corruzione e il clientelismo». Perché un progetto europeo con quelle caratteristiche di moneta unica, di istituzioni giuridiche ed economiche configurate in modo da favorire nettamente la Germania e ( illusoriamente ) la Francia, potesse andare in porto, dovevano essere messi da parte gli interessi dell’Italia principale concorrente economica in Europa dei due colossi, «si doveva deindustrializzare l’Italia» commenta Galloni.
IL ’92
Il grande scrittore e romanziere francese Victor Hugò nell’ottocento intitolò il suo romanzo che doveva dare l’affresco della Rivoluzione francese Il 93’, prendendo il 1793 a simbolo della fase decisiva di quelle vicende. Lo stesso potremmo fare noi prendendo a simbolo il 1992 come l’anno decisivo in cui i destini dell’economia italiana si incrociarono in maniera definitiva e fatale con la nascita dell’Unione europea e la pianificazione dell’euro. L’ultimo governo Andreotti, mentre a Milano scoppiava il caso Tangentopoli, una vasta ramificazione di sistema di corruzione tra il pubblico e privato che incominciava a destabilizzare i partiti di maggioranza, a cominciare dal Psi di Craxi, il 17 febbraio 1992 ratificò i Trattati di Maastricht che sancivano il progetto Unione europea. Viene da chiedersi se i ministri competenti dell’ultimo ministero Andreotti fossero pienamente consapevoli di quello che andavano a sottoscrivere, se avessero esaminato dettagliatamente gli articoli dei Trattati che definivano le istituzioni politiche, le istituzioni finanziarie e le politiche economiche della UE nel loro complesso.
L’istituto della Commissione Europea andava a riempire il vuoto di potere della mancanza di un governo europeo centrale, diventando di fatto il potere esecutivo che accentrava a sè anche il potere legislativo, configurandosi come un ‘istituzione totalmente autonoma nella sua produzione e imposizione di leggi e dagli Stati membri e dal Parlamento europeo, l’unica istituzione elettiva della Ue, totalmente svuotata di qualsiasi prerogativa se non quella di fare da «notaio che registra in differita» le leggi promulgate dalla Commissione. I singoli commissari inoltre,ognuno dei quali designato alla sovraintendenza di una materia specifica, essendo nominati ciascuno dal governo del proprio Stato, rimaneva fin dall’inizio dubbio che nel promulgare nuove leggi lo avrebbero fatto nell’interesse generale dell’Unione Europea e non guardando esclusivamente ai propri interessi nazionali a discapito di quelli di un altro Stato.
Il quadro delle Istituzioni europee determinanti veniva completato dalla costituzione della Banca Centrale Europea ( Bce) nel cui statuto, fissato nell’articolo 104, era riconosciuto a tale istituzione il monopolio di creazione della moneta unica euro (monopolio in realtà solo nominale, come vedremo) e gli era fatto obbligo di non farsi prestatore in ultima istanza di denaro agli Stati, ossia gli era vietato di finanziare la spesa pubblica in deficit, dallo Stato via via a scendere agli enti pubblici di grado inferiore. La Bce poteva solo immettere liquidità sui mercati secondari, ossia acquistare presso enti finanziari (banche ed affini) i titoli privati e pubblici, quest’ultimi emessi dallo Stato per finanziarsi ai tassi d’interesse decisi dai mercati finanziari. Era di fatto, e lo si vedeva benissimo già allora, la degradazione dello Stato da ente pubblico, sovrano, a un‘ente qualsiasi di diritto privato tra gli altri, che va in banca con il cappello in mano a chiedere i prestiti.
L’Italia, il cui sistema economico, dalla punta di eccellenza in cui si trovava all’inizio degli anni ottanta, aveva conosciuto quei contraccolpi che abbiamo raccontato, a partire dal 1992, attraverso i vari governi che si succedettero, non fece altro che rincorrere l’adeguamento ai parametri di politica economica fissati dagli articoli dei Trattati europei ( tra cui il limite di deficit annuo di spesa al 3%, e l’obiettivo del progressivo risanamento del debito pubblico fino alla riduzione al 60% del Pil) , per poter essere accettato in un consesso per lei assai svantaggioso, uno svantaggio di cui andiamo succintamente a riassumere i punti.
1) la moneta Euro era equiparata 1 a 1 al valore del marco tedesco, cioè di una moneta mediamente assai più forte della lira, il che comportava un notevole svantaggio per un sistema economico fortemente basato sulle esportazioni quale era quello italiano, per cui da una parte non sarebbe più stato possibile, in caso di necessità, una svalutazione competitiva della moneta, e dall’altra parte la Germania non avrebbe più sofferto di quello che era il meccanismo di rivalutazione della propria moneta come conseguenza naturale dei meccanismi di riequilibrio dei movimenti di importazioni ed esportazioni di merci e capitali sulla bilancia dei pagamenti. Non a caso da diversi anni in qua il surplus di esportazioni sulla bilancia dei pagamenti tedesca viaggia a colpi di 250 miliardi di euro annui, frutto di una competitività delle imprese tedesche che, oltre a efficienza e abilità proprie, godono di questa mancata rivalutazione della moneta e di una contrazione dei salari e in generale della domanda interna ( una divaricazione della forbice tra mercato estero e mercato interno che potrebbe essere esplosiva).
2) Se i parametri del non sforamento del deficit annuo del 3% della spesa pubblica e il debito pubblico non superiore al 60% del Pil erano stati inseriti negli articoli dei trattati, era perché di fatto erano le condizioni dell’economia tedesca al momento della ratifica dei trattati medesimi, ma evidentemente molto lontani dalla condizione effettiva dell’economia italiana.
3) Il divieto della Bce di farsi prestatore di denaro agli Stati anche in caso di gravi crisi economiche, ossia di shock provenienti dall’esterno quale fu la crisi delle banche private del 2007/2008, strangola l’economia di paesi come l’Italia anche perché, non godendo più di sovranità monetaria, il nostro Paese non si è dotato neppure di banche a statuto pubblico che possano in qualche modo supplire al mancato sostegno di una banca centrale di nome e di fatto. Che cosa intendiamo dire? Semplicemente prendiamo come esempio il sistema creditizio della Germania, che da questo punto di vista può senz’altro insegnarci molto: fin dalla sua nascita nella seconda metà dell’ottocento il capitalismo tedesco era caratterizzato da un’ibridazione tra banche e industria e da un forte radicamento territoriale, così come da stretti rapporti con la politica e con i governi delle regioni (Land) e della nazione tedesca. Il sistema di banche tedesche è tutt’ora semi-pubblico.
Le undici Landes banken o grandi banche regionali sono soggetti di proprietà pubblica che stanno sulla cima di una piramide fatta da migliaia di casse di risparmio di proprietà comunale. Se si considerano anche gli istituti di credito immobiliare di proprietà pubblica, circa la metà del totale del sistema bancario attivo tedesco appartiene al settore pubblico. Queste banche sono strumenti fondamentali della politica industriale tedesca, essendo specializzate nei prestiti al Mittelstand,cioè al sistema di imprese di piccole e medie dimensioni che sono il motore delle esportazioni del paese. Grazie alle Landesbanken, le piccole imprese in Germania hanno lo stesso accesso al capitale delle imprese di grandi dimensioni; non ci sono economie di scala nella finanza. Questo significa anche che i lavoratori nel settore delle piccole imprese guadagnano lo stesso salario di quelli impiegati nelle grandi multinazionali, hanno le stesse competenze e la stessa formazione e sono altrettanto produttivi.
Le Landes banken svolgono una funzione di “banche universali” che operano in tutti i settori del mercato dei servizi finanziari. Sono tutte controllate da governi statali e operano come amministratori centrali di casse di risparmio di proprietà municipale, chiamate in Germania “Sparkassen”. Oggi le casse di risparmio operano con una rete di oltre 15.600 filiali e uffici, impiegano oltre 250.000 persone e si caratterizzano per la notevole capacità di investire con saggezza nelle imprese locali. Su questa loro natura si è creata una situazione di conflitto tra la UE e le Landesbanken. La UE ha denunciato come la proprietà statale comporti sovvenzioni pubbliche esplicite e implicite che violano le regole della politica di concorrenza. Per oltre un decennio, la UE ha combattuto perché il sistema fosse privatizzato, spinta dagli interessi delle stesse grandi banche private tedesche.
Questo è accaduto quando le Landes banken hanno assunto una posizione di concorrenza sui mercati internazionali. Nel frattempo le più importanti banche private tedesche erano entrate sul palcoscenico del grande casinò internazionale del gioco delle scommesse speculative dei derivati strutturati, riempiendo i loro bilanci di titoli tossici accumulandone per diverse centinaia di miliardi di euro. Le landes banken invece,non essendo società di capitali che dovevano soddisfare la fame sempre più grande degli azionisti di dividendi, supportavano meglio l’economia reale.
Il governo tedesco della Merkel ha dovuto risanare e salvare, tra il 2009 e il 2010, le grandi banche tedesche private dai loro giochi di azzardo speculativi immettendo 600 miliardi di euro di denaro pubblico ( fra l’altro utilizzando la propria Cassa depositi e prestiti, il cui bilancio però non era conteggiato nel debito pubblico tedesco, una sorta di trucco contabile). Nel frattempo l’economia reale tedesca era supportata finanziariamente dalla landesbanken, ma,e qui sta il punto, ciò è stato possibile perché queste banche a statuto pubblico non cadevano sotto la tagliola del regolamento della BCE né di quello del SEBC ( Sistema europeo delle banche centrali) con il suo famoso divieto di supporto e aiuto finanziario diretto ai governi nazionali. Un ulteriore carico sul piatto tutto a vantaggio della Germania e a svantaggio dell’Italia, ormai priva di qualsiasi ente di credito di statuto pubblico.
Nonostante fosse evidente che si trattava di una corsa ad handicap, l’Italia e i suoi governi in rapida sequenza fecero di tutto per rientrare dentro i parametri europei suddetti tra il 1992 e il 1996 ( governo Andreotti, governo Amato, governo Ciampi, governo Berlusconi, governo Dini e infine governo Prodi). In quel fatidico 1992, però, accade anche che l’euroscetticismo fondato di Danimarca e Gran Bretagna verso i Trattati di Maastricht causò attacchi speculativi dei mercati finanziari verso il sistema di cambi semifissi dello Sme, in particolare nei confronti della lira e della sterlina, determinando l’uscita dal sistema d’Italia e Gran Bretagna,la svalutazione della lira del 25%, la manovra finanziaria supplettiva «lacrime e sangue » di oltre 100.000 miliardi di lire,con il famoso «prelievo forzato del 6 per 1.000» dai conti correnti, da parte del governo Amato.
Ma non finì lì «l’indimenticabile estate italiana» del ’92: in quella temperie di fine di prima repubblica sull’onda di Tangentopoli, dell’attacco della mafia siciliana corleonese allo Stato nelle figure di Falcone e Borsellino, si consumò anche il destino finale delle imprese a partecipazione statale e con esse di un intero modello ed epoca dello sviluppo industriale italiano. Che tale fine sia stata decisa nel celebre incontro del giugno 1992 sul panfilo reale Britannia tra un gruppo di banchieri inglesi e alcuni influenti manager e economisti italiani, oppure no, sta di fatto che a cominciare da quell’anno fu assegnato all’allora direttore generale del ministero del Tesoro Mario Draghi ( toh, chi si rivede!) il compito di vendere a privati l’ingente asset delle imprese a partecipazione statale,operazione che nel corso di quell’ anno ebbe il suo avvio e conobbe un ‘accelerazione negli anni seguenti.
In quegli anni opportuni decreti legge varati appositamente dai governi trasformarono la forma societaria delle aziende statali in S.P.A. ( società per azioni) e tra queste: IRI,ENI, ENEL,INA. Ferrovie dello Stato,l’Azienda autonoma dei monopoli dello Stato, le Telecomunicazioni,ANAS ( Azienda nazionale autostrade), SME, le quote detenute in alcune banche tra cui Credito italiano, Banca commerciale italiana, e poi una serie di enti culturali. La maggior parte di queste erano aziende di Stato strategiche relative ad infrastrutture che fino all’inizio degli anni ottanta avevano costituito l‘asse portante e trainante dell’economia italiana, asset di dimensione e valore internazionale, prima dell’inizio del declino le cui tappe abbiamo descritto.
Di quel patrimonio oggi resiste unicamente FinMeccanica, azienda di meccanica di precisione. Le privatizzazioni avvennero principalmente tra il 1992 e il 1993, ma proseguirono fino agli inizi degli anni 2000 con la definitiva privatizzazione delle telecomunicazioni. Nel 2010, a quasi vent’anni dai suoi inizi, la Corte dei Conti dà un giudizio consuntivo su tale processo complessivo : essa rileva un recupero di redditività non dovuto però a investimenti in innovazioni tecnologiche e maggiore efficienza dei servizi, ma a un aumento generalizzato delle tariffe ben al di sopra del livello medio degli altri paesi europei.
La Corte dei Conti dà poi la seguente valutazione sulle procedure di privatizzazione: «evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego dei proventi nella riduzione del debito». Ancora più lapidario il giudizio sulle responsabilità dell’allora direttore generale del Tesoro Mario Draghi da parte di Galloni: «Draghi fece da curatore fallimentare della svendita all’ingrosso, a prezzi di magazzino, delle industrie a partecipazione statale».
1 GENNAIO 1999: «UN LADRO E’ ENTRATO IN CASA».
L’attacco speculativo alla lira che aveva determinato la sua uscita dallo SME in quel 1992 aveva però paradossalmente prodotto un effetto benefico, l’ultimo «bagliore » per l’economia italiana: l’immediata svalutazione della lira del 25 % rispetto alle monete più forti aveva causato un rilancio della competitività delle nostre piccole e medie imprese ( nasceva in quegli anni il «miracolo del nord est») nelle esportazioni producendo un risultato positivo sia sul Pil che sulla bilancia dei pagamenti. Ma si trattò di un fuoco fatuo: il 1° gennaio 1997 fu fissato il nuovo regime di cambi fissi tra le monete dei paesi della neonata Unione Europea denominato ECU, premessa all’ingresso dell’Euro. Dopo di ché la produttività del nostro sistema si bloccò, iniziò una lunga fase di stagnazione nella crescita economica dell’Italia che sarebbe arrivata fino al 2007, preludio all’inferno sociale ed economico dei successivi 10 anni che abbiamo evocato in introduzione di discorso.
Ma ancora un passaggio era necessario perché la «gabbia» europea a trazione tedesca e cervello tecno-finanziario (leggesi Troika: Commissione Europea, BCE e Fondo monetario internazionale) si perfezionasse, ed è il passaggio di cui ci narra Giuseppe Guarino. Come già ricordato Guarino era professore emerito di diritto costituzionale di diritto pubblico e come ministro delle finanze e delle partecipazioni statali nel governo Amato nel 1992 seguì il processo di adesione ai trattati europei di Maastricht passo dopo passo. Guarino in questi ultimi anni ha portato avanti la tesi che i famigerati parametri di politica economica dell’Unione Europea nel loro assunto originario non avessero il carattere di un vincolo o un imperativo assoluto per i diversi governi nazionali sotto forma di regole e imposizioni di natura universale decise da organismi esterni non eletti e tali da non tenere conto delle esigenze specifiche di economie dalla natura e fisionomia assai diversa l’una dall’altra, ma solo il valore di uno stimolo nei confronti delle classi politiche nazionali per poter compiere quello che in modo autonomo difficilmente avrebbero realizzato.
Lo spirito originario avrebbe dovuto essere dunque la ricerca di convergenze macroeconomiche verso obbiettivi comuni,lasciando però margini di autonomia nelle scelte di politica economica in base alle differenti configurazioni politiche, economiche e sociali degli Stati. Ma questo spirito originario, è ciò che argomenta Guarino, sarebbe stato subdolamente rovesciato e stravolto attraverso l’attivazione di meccanismi automatici voluti da un ‘oligarchia autoreferenziale che riuscì a sottrarre alla gestione delle politiche dei diversi Stati, e pertanto al consenso democratico dei cittadini, qualsiasi spazio di autonomia nella determinazione delle politiche economiche per il raggiungimento degli obiettivi di crescita.
L’autore di questo vero e proprio colpo di mano è stato individuato da Guarino nella disciplina introdotta dal Regolamento 1466/97 approvato il 7 luglio 1997 ed entrato in vigore il 1 gennaio 1999 in occasione dell’introduzione dei cambi irrevocabili, una disciplina totalmente opposta rispetto a quella contemplata dal TUE e nello spirito iniziale degli stessi firmatari di Maastricht. Il Regolamento in questione, che non ha certo valore vincolante di un Trattato, rovescia proprio quell’obiettivo, fissato dall’Articolo 2 del Trattato costitutivo, del conseguimento delle politiche economiche secondo un percorso autonomo di ogni Paese membro in base alla specificità delle reali condizioni dell’economia del proprio Paese. Tra gli strumenti utilizzabili in caso di necessità allo scopo era contemplata la possibilità dell’indebitamento dei Singoli Stati nei limiti consentiti dall’art. 104 c, da interpretare ed applicare in conformità ai criteri fissati nei commi 2 e 3 del punto 2.
Il regolamento 1466/97 abroga tutto questo e cancella il ruolo che i Trattati di Maastricht assegnano agli Stati, nell’Articolo 2, per l’obiettivo dello sviluppo economico previsto dagli Articoli 102 A, 103 e 104 c. Il punto dirimente è dunque: secondo quanto è previsto dal TUE( Trattato dell’Unione Europea) se vi è contrasto, è la gestione dell’euro a doversi adeguare alla realtà economica, mentre secondo quanto previsto dal Regolamento in questione, invece è la realtà economica a doversi adeguare all’euro e ai suoi rigidi dogmi. In questo modo il Regolamento 1466/97 ha cancellato i poteri ed i mezzi con cui gli Stati avrebbero potuto e dovuto avvalersi per produrre sviluppo.
Se l’originario Trattato istitutivo della UE, agli articoli ricordati, lasciava spazi di autonomia nelle scelte di politica economica agli Stati membri, dall’altra parte successivamente il Regolamento avocava questa prerogativa a se, consegnando nelle mani e volontà della Commissione e degli organi tecnici ogni potere decisionale.
Giuseppe Guarino sottolinea che tra i tre firmatari del Regolamento suddetto, membri della Commissione Santer, vi è anche il professore Mario Monti. Il regolamento medesimo, introdotto il 1 gennaio 1999, è,nelle parole di Guarino, «il ladro che è entrato furtivamente nella casa dell’Unione Europea ». Si potrebbe commentare che se un tale colpo di mano giuridico è stato possibile è però perché già nella configurazione originaria dei suoi articoli fondamentali tanto in materia di istituzioni dell’Unione Europea ( la Commissione europea, la BCE, il Parlamento Europeo ), della natura vaga, indeterminata e contraddittoria dei suoi indirizzi generali (solidarietà+ competività+stabilità dei prezzi) e nella costruzione della moneta unica euro, vi erano ampi spazi per una manovra di tal fatta. Il difetto era nel manico.
ULTIMO ATTO (PROVVISORIO) : DALLO SPREAD AL FISCAL COMPACT AL BAIL IN
Nel 2011, anno III° dall’inizio della grande recessione economica che passerà alla storia come la crisi delle banche private «universali» ( banche di deposito e credito +investimenti) e del loro gigantesco casinò speculativo dei derivati strutturati, sotto l’egida dei «crediti subprime» e l’innesco della valanga nel default della Banking Holding Company Lehman Brothers, all’interno dell’Eurozona la destabilizzazione era ormai stata scaricata dai debiti privati ai debiti pubblici degli Stati ex sovrani, a cominciare dalla Grecia. In quell’anno entrò nel mirino l’Italia, già fortemente minata nella stabilità del suo sistema economico: nell’estate del 2011 la Commissione Europea inviò al Governo Berlusconi IV ° la famosa «letterina privata» dei compiti da fare a casa,lettera a firma congiunta dell’uscente presidente della Bce Trichet e del neo-presidente in pectore Mario Draghi, in cui si elencavano in più punti le manovre correttive che il governo Berlusconi avrebbe dovuto compiere per «mettere i conti a posto», ossia ridurre il peso del debito pubblico italiano.
Tra i punti salienti vi erano: 1) privatizzare i servizi pubblici per migliorarne l’efficienza e attraverso la competitività e la flessibilità del mercato del lavoro mettere le premesse per la crescita; 2) tagliare la spesa pubblica, riducendo i costi per pensioni e stipendi del pubblico impiego; 3) inserire una clausola automatica di riduzione del deficit; 4) controllo sull’indebitamento e le spese delle autorità regionali e locali; 5) «parametrare» le perfomance dei servizi pubblici sanitario, giudiziario e scolastico ad indicatori prefissati; 6)misure per abolire o fondere enti pubblici intermedi quali le provincie( toh, assomiglia alla riforma Renzi sulle provincie).
Stante la gravità della situazione, la lettera richiedeva che le misure fossero intraprese quanto prima con decreto-legge, ratificato in Parlamento entro fine settembre. La lettera proseguiva ritenendo appropriata una riforma costituzionale che rendesse più stringenti le regole di bilancio.
Motivazione immediata del sollecito da parte della Bce era che il cosiddetto Spread (differenziale) tra i Btp ( titoli di stato italiani a scadenza decennale) e i Bund (titoli di Stato tedeschi) era salito vertiginosamente fino a oltre 500 punti. Che cosa era successo? Semplicemente il colosso finanziario tedesco Deutsche Bank, proprietario di molti titoli pubblici italiani, li aveva messi in vendita sui mercati finanziari sottoponendoli al libero gioco della domanda e dell’offerta e dunque al gioco speculativo della crescita dei tassi d’interesse. La Bce, che nel suo avaro statuto era tenuta ad acquistare sui mercati secondari i titoli di stato per evitare tale speculazione, non era intervenuta.
Fu prontamente attuata una manovra economica straordinaria da parte del governo Berlusconi in pieno agosto, ma due mesi dopo la manovra fu ugualmente giudicata insufficiente allo scopo della la riduzione del debito pubblico italiano da Germania e Francia. Seguì un ulteriore lettera in 39 punti del commissario europeo agli affari economici Oli Rhen che rincarava la dose e apriva alla crisi di maggioranza del governo Berlusconi. Nel novembre di quell’ anno cadeva il governo Berlusconi sostituito da un governo tecnico guidato da Mario Monti.
Il professore Mario Monti è uomo poliedrico dalla multipla carriera : accademico di economia ( professore prima e rettore poi della Bocconi), consulente in politica prima in Italia ( consulente sui temi del debito pubblico e dell’inflazione in varie commissioni parlamentari e ministeri ) e poi commissario nell’Unione Europea nella già citata commissione Santer con deleghe a Mercato interno, servizi finanziari e integrazione finanziaria, fiscalità e unione doganale e più tardi commissario alla Concorrenza; infine è stato consulente per la banca d’affari Goldmann Sachs, membro del direttivo del gruppo Bidelberg e presidente della Trilaterale ( influenti associazioni di alta finanza), incarico da cui si è dimesso per poter essere nominato prima senatore a vita e poi presidente del consiglio dal presidente Napolitano.
Rapidamente Monti in qualità di presidente del consiglio metteva in pratica i «suggerimenti» della lettera Trichet-Draghi e attuava una manovra fiscale anticrisi con revisioni strutturali, cioè tagli strutturali, su bilancio pubblico, pensioni e sviluppo, portava avanti la riforma del sistema pensionistico a totale carattere contributivo e con innalzamento dell’età pensionabile, ( la cosiddetta Riforma Fornero con gli «effetti collaterali» degli esodati). Seguiva la riforma del lavoro introdotta dalla Fornero nel marzo 2012 che si poneva i seguenti obiettivi: combattere la suddivisione del mercato del lavoro tra lavoratori a tempo indeterminato altamente protetti e lavoratori precari ma non nel senso di regolarizzare quest’ultimi; una riforma degli ammortizzatori sociali; una modernizzazione della pubblica amministrazione con la riduzione del personale attraverso le misure della mobilità obbligatoria, il part time e la revisione dell’organico. Lo spread scendeva ma la «cura» Monti non otteneva l’effetto annunciato di rilancio della crescita, dato che il Pil del 2012 scenderà ancora di 2 punti percentuali.
Nel frattempo la Commissione Europea, governo de facto della UE, varava un nuovo corso di meccanismi giuridici automatici in materia di politiche economiche europee che si chiamano FESF, MES, il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione Economica e monetaria, più noto per il suo Titolo terzo, Il Fiscal Compact. In sintesi il complesso di questi documenti aventi valore di norma comportava una severa e punitiva ( con sanzioni economiche automatiche in caso di violazione) regolazione volta ad agevolare la competitività, la riduzione dei debiti pubblici sovrani fino al limite del 60% rispetto al Pil, alla rigida osservanza del limite del deficit, al taglio delle spese sociali interne ai singoli Stati. ILMES ( Meccanismo europeo di stabilità) da parte sua istituiva una banca specificatamente finalizzata all’assistenza degli Stati membri in difficoltà di bilancio, previo naturalmente il rispetto assoluto di condizioni durissime. Il MES si poteva costituire solo previo il suo finanziamento da parte degli Stati membri in capitale di azioni per un valore complessivo di 700 miliardi di euro di cui 500 immediatamente nella prima fase.
Il Governo Monti mentre tagliava migliaia di posti letto negli ospedali e aumentava l’età pensionabile a sessantasei anni, perché in caso contrario la spesa sociale sarebbe stata insostenibile, faceva approvare immediatamente dal nostro parlamento questo Trattato e metteva in previsione la sua contribuzione al Mes con 125,4 miliardi di euro da versare in cinque rati annuali ( almeno 60 miliardi sono già stati versati). L’organismo «biogiuridico» della Commissione Europea, una sorta di organismo vivente continuamente autorigenerantesi, ha, da allora, proseguito imperturbabilmente la sua produzione di nuove leggi e tre queste l’Unione Bancaria Europea e il Bail in.
La UBE é nata come sistema di vigilanza bancaria unica e diretta della BCE sull’intero sistema delle banche dell’Unione Europea. La vigilanza bancaria viene esercitata dalla Bce attraverso le autorità nazionali dei vari paesi membri e si configura come supervisione diretta su 123 banche della UE. Ciò che caratterizza in maniera «peculiare» questo nuovo sistema di vigilanza è il nuovo meccanismo di salvataggio previsto in caso di crisi o fallimento degli istituti bancari europei: non più il bail out,ossia un meccanismo di risanamento esterno alle banche che prevedeva un intervento diretto da parte dello Stato nel piano di salvataggio delle banche attraverso i soldi di tutti i contribuenti, ma uno strumento interno (bailin o «cauzione interna»), che vede gli investitori delle banche stesse pagare di propria tasca per il fallimento dell’istituto. Ossia dovrebbero essere nell’ordine gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti della banca stessa a contribuire al salvataggio della società in crisi.
Eccezione solo per quei clienti delle banche che detengono un deposito inferiore a 100 mila euro, che viene protetto dal Fondo di Garanzia dei Depositi. Il principio ispiratore è che non debbano essere più i contribuenti degli Stati ad essere coinvolti nel risanamento e lo Stato dovrebbe intervenire solo come estrema ratio e nel caso in cui venga messo in pericolo il pubblico interesse, ma mai più con finanziamenti a fondo perduto. All’apparenza potrebbe sembrare un criterio di equità perché dovrebbe evitare (almeno in linea di massima) il coinvolgimento diretto degli Stati nel salvataggio di «banche troppo grandi per potere fallire» come è avvenuto nella crisi bancaria 2008/2009. Ma è solo l’apparenza perché a ben vedere questo nuovo modello rende responsabili della affidabilità degli istituti creditizi i loro clienti e non i banchieri, i loro funzionari più elevati di grado o gli apparati di controllo( sul territorio italiano Banca Italia e la Consob).
Forse sarebbe più auspicabile quale autentico criterio di equità quello di una profonda riforma del sistema degli istituti finanziari che contemplasse: 1) il ripristino della precedente separazione tra banche di deposito e credito( banche commerciali) e banche d’affari o d’investimento; 2) la limitazione degli attivi finanziari di un ente finanziario a una quota da non superare per non assumere le dimensioni gigantesche superiori al Pil di uno Stato sovrano; 3) il divieto alle banking holding companies di produrre il gigantesco sistema di derivati strutturati che ha causato il patatrac del 2007/2008; 4) cancellare la regola della «riserva frazionaria» dalle Banche per cui esse per ogni credito concesso devono detenere in bilancio una quota minima pari a 1 euro ogni 12 prestati, e riportare tutto il denaro, cartaceo o telematico che sia, poco importa, sotto la sovranità di una Banca centrale che sia però di statuto pubblico, ossia sotto il diretto controllo di un governo e di uno Stato, banca avente l’esclusivo monopolio della creazione del denaro dal nulla.
 E questo ci riporta, al termine della nostra lunga peregrinazione, al punto da cui eravamo partiti e cioè alla domanda iniziale: come ha fatto l’Italia, da quinta potenza industriale nel mondo nel 1980 a ridursi allo stato attuale? A ben vedere una risposta di sintesi sta nel fatto che progressivamente il nostro Stato ha perduto pezzi della sua sovranità,a cominciare da quella monetaria, e poi si è ridotta in stato di vassallaggio nell’ordine di poteri finanziari internazionali, di istituzioni europee dalla natura a noi ostile, del predominio di una potenza economica e politica quale la Germania perfettamente integrata, almeno nelle sue classi dirigenti, a quei poteri.
Abbiamo visto che responsabilità diffuse, dirette e indirette, in parte in buona fede e in parte no, delle nostre classi dirigenti, hanno contribuito fortemente a questo nostro destino, per cui esse consapevolmente o meno «hanno lavorato per il re di Prussia». Probabilmente in futuro i libri di storia definiranno questi ultimi trentacinque anni quali quelli di una nuova guerra europea innescata dalla rivincita del capitalismo internazionale, una guerra combattuta con mezzi non bellici bensì economici e politici,una guerra basata sulla rivalutazione del profitto capitalistico per via finanziaria, prima attraverso il mercato delle obbligazioni, poi quello delle azioni di borsa, e infine quello dei titoli tossici o derivati strutturati.
A queste tre fasi della guerra finanzcapitalistica l’Austerity dell’Unione Europea vi ha aggiunto un suo capitolo proprio: l’aggressione dei poteri finanziari, mediante le leggi europee, ai debiti sovrani degli Stati dell’ Eurozona allo scopo d’indurre lo smantellamento dei sistemi di Stato sociale e la privatizzazione dei loro rispettivi settori, settori potenzialmente di grande lucro per le istituzioni finanziarie. Potremmo definirlo il capitolo dell’avanzata dell’«ordoliberismo». In questi trentacinque anni la guerra economica-politica è stata combattuta dapprima a bassa intensità e poi via via sempre più distruttiva dei tessuti sociali e politici costituiti nei primi trenta / quaranta anni del dopo guerra. L’assunzione piena di consapevolezza di tale processo, consapevolezza che per svariate ragioni ancora manca, è il primo passo per poter voltare pagina.