di Mimmo Porcaro da sinistrainrete
Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso
tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della
sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del
secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello
comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai,
Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in
mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei
fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per
la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e
quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è
caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio
di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri
dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a
dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi
meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit,
l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che
alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma
prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione)
succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla
scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla
crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la
guerra e con una nuova forma di capitalismo.
Eludere lo stato
Eppure
dello stato la sinistra (soprattutto quella sedicente antagonista,
critica ed alternativa) non parla quasi mai. Parla invece molto del
non-stato: autorganizzazione, autogestione, produzione diretta di
socialità, sperimentazione di forme extrastatuali di politica e di forme
extramercantili di economia. Che bei concetti, che finezza di analisi,
che assoluta, totale, irresponsabile mancanza di concretezza! Poi dice
che il “popolo” si butta a destra! Prendiamo il sistema sanitario
nazionale: disegnatene, se siete capaci, un modello fondato su
autogestione e produzione diretta di socialità (con l’inevitabile
corredo del decentramento…), dimostratemi che funziona e, se funzione,
dimostratemi che non aggrava le differenze tra classi e territori. Come
dite? Dite che è difficile? Che questo è un esempio estremo? Ma quale
esempio estremo! Si tratta dell’essenziale, dell’eguaglianza di
tutti di fronte alla malattia ed al dolore: e per ottenere questa
eguaglianza è necessaria l’esistenza di strutture burocratiche,
centralizzate e dotate della capacità di finanziarsi, ovvero di imporre
anche ai riottosi la solidarietà fiscale. Dunque serve, ahinoi, un
apparato coercitivo. Che orrore, vero? Si dirà che apparati del genere
tendono inevitabilmente a sclerotizzarsi, a divenire autoreferenziali,
autoritari ecc. . Verissimo! Affianchiamoli allora con agili ed efficaci
associazioni autonome di cittadini e lavoratori che sappiano
controllarli, contrastarli, proporre modelli alternativi, preparare
gruppi dirigenti di ricambio. Ma non pensiamo di sostituirli con queste associazioni. Elaboriamo una nuova teoria dello stato ed una teoria della dialettica permanente
tra stato e organismi di classe e cittadinanza. Non limitiamoci a
pensare soltanto a ciò che sta fuori dallo stato, perché così lasciamo
la gestione dello stato stesso ad altri (ben contenti del nostro
antistatalismo…) e partecipiamo alla privatizzazione delle funzioni
pubbliche sotto il manto della loro socializzazione.
Come superare il lavoro salariato
Un
discorso analogo vale per la questione del lavoro. Vogliamo superare la
forma-salario? Bene: cominciamo a garantire la piena occupazione (cosa
che oggi, e soprattutto in Italia, si può ottenere solo con l’intervento
pubblico e con la proprietà pubblica nei settori strategici) e così
riduciamo al minimo l’esercito industriale di riserva e con esso il
ricatto costante del licenziamento, che è la forma più brutale della
schiavitù salariale. Poi riportiamo ad un livello decente le prestazioni
del welfare, e così aumentiamo la quota del reddito percepito
indipendentemente dalla prestazione lavorativa. Poi, sulla base della
piena occupazione, iniziamo a ridurre l’orario di lavoro a parità di
reddito (anche utilizzando, a questo punto, forme di reddito
integrativo), e sviluppiamo libere – ma socialmente verificabili –
attività di cura dell’ambiente sociale e naturale che costituiscano non
già il titolo individuale per la fruizione dei servizi del welfare, ma
la condizione sociale perché detti servizi siano sempre più estesi e
gratuiti. Non basta? Fate un po’ voi. Vi sembra una proposta reazionaria
(come dicono Grillo ed i postoperaisti) perché prevede il lavoro per
tutti quando oggi non ci sarebbe più bisogno di lavorare, o quasi, e
quindi sarebbe giunta l’ora del reddito incondizionato svincolato dal
lavoro? Un tempo vi avrei detto: liberi di pensare e dire quel che
volete. Oggi vi dico che ogni parola spesa in questo senso alimenta la crescita della destra dura. Perché?
Come non superare il lavoro salariato
Perché,
vedete, potrei farvi tanti bei discorsi in cui spiegarvi l’ovvio. E
cioè che si deve preferire il lavoro garantito al reddito garantito
perché ci sarà pure l’espansione del lavoro intellettuale (che comunque è
anch’esso lavoro, e assai più duro e “materiale” di quanto molti non
dicano), ma qualcuno deve pur lavorare per costruire le sedie dove il
“cognitariato” posa il suo pensoso posteriore, qualcuno deve pur
scaricarsi i bancali carichi delle merci ecologicamente irreprensibili
che consumate tra un clik e l’altro. E poi che non si può dire che si
partecipa alla cooperazione sociale (e quindi si ha diritto per questo
solo motivo a un reddito) anche solo facendo zapping davanti alla TV,
perché così, secondo la vostra ipotesi, si forniscono informazioni che
poi il capitale usa per valorizzarsi. In quel momento infatti non si è
lavoratori (ossia membri di un processo collettivo consapevolmente
orientato) ma prodotti, merci (ossia individui trasformati in spettatori dalla macchina mediatica), attori passivi della circolazione del
capitale: altro che espressione della libera cooperazione produttiva,
base del comunismo. Potrei dirvi questo ed altro, ma preferisco per una
volta avere un approccio diverso, e mettermi nei panni di un lavoratore
che, sia privato o pubblico, schiacciato dal superlavoro, non vede l’ora
che una bella leva di giovani venga a dargli man forte. Provate a
dirgli che tutti quei giovani disoccupati, in realtà disoccupati non
sono perché producono socialità, e “quindi” valore, anche quando sparano
cazzate al bar (attività peraltro nobilissima), e che perciò devono
percepire un bastevole reddito a prescindere. E che poco importa
se per fornirglielo si dovrà attingere dalla sanità o dal sistema
pensionistico o magari ridurre un tantinello il reddito di chi si ostina
a fare il lavoratore tradizionale. Provate a dirgli che invece di avere
al suo fianco un paio di nuovi colleghi che alleggeriscono il suo
lavoro, verranno piuttosto alleggerite le sue tasche per finanziare una
indennità di disoccupazione mascherata. Provate a dirglielo: non voterà
per Salvini, ma direttamente per Hitler. Insomma: non abbiamo diritto al
reddito perché siamo “sempre” lavoratori. Abbiamo diritto al lavoro e al reddito, diretto o indiretto che sia, perché siamo cittadini.
E dobbiamo lavorare, ossia svolgere una funzione socialmente
essenziale, perché tutto ciò che giustamente percepiremo a prescindere
dal lavoro non sia una mancia revocabile a piacimento, non sia una
diminuzione della nostra dignità, ma un frutto di essa.
Giochi di sovranità
L’odio
per lo stato si accompagna benissimo all’amore sconsiderato per
l’Europa. Perché l’Unione europea si presenta come un non-stato: e poco
importa se in essa il (presunto) declino dello stato si accompagna al
dominio del mercato: secondo la nostra sinistra basta sostituire le
relazioni mercantili con quelle sociali e il gioco è fatto. E che ci
vorrà mai? Gli è, però, che l’Unione non è la tomba della sovranità in
generale: è la tomba della sovranità democratica e popolare, di quella
sovranità che è essenziale al funzionamento di ogni costituzione. Anche
la forma in apparenza meramente economica assunta dell’Unione è in
realtà frutto della sovranità, o meglio, dell’incrocio di tre distinte
sovranità statali: quella degli Stati uniti (che non hanno mai voluto
un’Europa apertamente politica), quella della Germania (che sapeva di
non poter egemonizzare l’Europa, almeno all’inizio, in forma
direttamente politica) e quella degli altri stati europei, che
regolavano così i conti con le proprie classi subalterne fingendo che le
decisioni dipendessero da altri. L’emergere della crisi ha fatto
riemergere il carattere totalmente intergovernativo delle
decisioni, e se un qualche superamento della frammentazione premierà gli
sforzi dei fanatici del “più Europa” (tra i quali, of course, la sinistra) sarà, non tanto paradossalmente, un rafforzamento della forma peggiore di sovranità: una kernEuropa unita da vincoli economici ancor più classisti e soprattutto da un comune potere militare.
Bella fine, per gli antisovranisti, partecipare alla costruzione di un
maxi-sovrano che premierà la Germania conferendole l’arma nucleare!
La riforma impossibile
Eppure, perseverare diabolicum,
si continua ad illudersi sulla riformabilità dell’Unione, a predicare
piani B, ad esigere riforme dei trattati, a volere l’Europa “sociale”, a
chiedere cioè cose che, se mai si realizzassero, provocherebbero l’exit
della Germania e la fine dell’Unione, e a chiederle
avventuristicamente, ossia senza minimamente prepararsi a quel ritorno
alla nazione che sarà la forma inevitabile (almeno all’inizio) della
rottura dell’Ue. Ma in realtà si chiedono queste cose perché si sa
benissimo che non si realizzeranno mai. E’ infatti impossibile che non
si capisca che non esistono le condizioni politiche né per la formazione
di un’efficace movimento di classe o di cittadinanza europeo, né per
utilizzare una qualche positiva divisione delle classi dominanti
europee. Negli ultimi dieci anni e più abbiamo visto crisi,
disoccupazione, guerre, miseria crescente, muri contro i migranti, ma
non abbiamo visto mai nessun movimento sindacale o civile a livello europeo capace anche solo di iniziare
una vera controffensiva. Abbiamo avuto l’evidente sofferenza dei paesi
dell’Europa meridionale e la risposta dei dominanti europei è stata la
punizione della Grecia: e se qualche divisione si vede in Europa non è
tra la Merkel e qualcosa di meglio, ma tra la Merkel e la destra
peggiore. Tutto ciò non avviene a caso. La “cecità” dell’Europa
centro-settentrionale è in realtà il lucido perseguimento dell’obiettivo
della centralizzazione dei capitali e dello sfruttamento del lavoro e
del risparmio del sud a profitto del nord. E l’inesistenza di movimenti
antiliberisti efficaci deriva dal fatto che l’Unione non è semplicemente
uno spazio, che qualcuno può ritenere “migliore” di quello nazionale per il semplice fatto che è più “grande, ma è piuttosto una macchina che avanza distruggendo le forze che dovrebbero – in ipotesi – democratizzarla.
Trappole europee
Sono
tre le micidiali trappole che impediscono sul nascere la formazione di
una opposizione sociale unitaria a livello europeo. La prima è la
“trappola di Von Hayek”, il quale fin dagli anni trenta aveva capito che
per rendere strutturalmente impossibile il socialismo sarebbe
stato opportuno costruire una bella federazione con una bella moneta
comune, perché in tal modo ogni singolo stato, vincolato da una
disciplina monetaria decisa altrove, avrebbe dovuto rinunciare a
politiche di redistribuzione del reddito, delegandole al livello
sovranazionale: ma al livello sovranazionale le storiche divisioni fra
stati avrebbero avuto il sopravvento rendendo così impossibile qualunque
tipo di redistribuzione. Ben pensato e ben fatto, direi! La seconda è
la “trappola della sovranità”: protestate a Roma e vi dicono di andare
Bruxelles, andate a Bruxelles e vi dicono di rivolgervi a Francoforte, e
qui il banchiere centrale vi dice che si limita ad applicare norme
tecniche coerenti con le dinamiche del mercato mondiale: e vorrete mica
mettervi contro il mercato mondiale, voi poveri untorelli? E poi, alla
fin fine, sono gli stati nazionali a nominare di fatto il banchiere:
rivolgetevi a loro! La terza è la trappola della governance: chi
comanda davvero, in questi decenni, ha centralizzato e reso impermeabili
le decisioni strategiche ma ha delegato alla negoziazione sociale
quelle secondarie: una vera bazza per tutte quelle ong, quei sindacati e
simili che così possono illudersi di contare qualcosa, e soprattutto
possono contare i denari che vengono dalla partecipazione a questo o
quel progetto europeo. Credete che da questo mondo associativo, che
costituisce una delle più strutturate basi della sinistra, possa venir
fuori qualcosa di serio contro la logica dell’Unione?
Piccole monete per piccole patrie
E
infatti ne vengono fuori solo palliativi, pannicelli caldi, o vere e
proprie “furbate” dagli esiti paradossali. Prendete questa cosa delle
monete “sociali” o della “moneta fiscale”. Intendiamoci, nulla in
contrario, in linea di principio, in determinati momenti e per
determinate questioni. Ma questi espedienti, pensati per non porre il problema dell’exit,
avrebbero bisogno, per funzionare davvero, proprio di quella rigida
chiusura nazionalistica, quando non localistica, che si rimprovera a chi
dall’euro vuole uscire. Infatti la moneta fiscale e quella locale
funzionano (come soluzione principale) solo per una nazione o una
regione completamente chiuse agli scambi con l’estero. Se invece a
questi scambi ti devi aprire ti accorgi che è impossibile usare queste monete per regolare i conti con l’estero,
ossia per affrontare quello che è il problema principale di un’economia
ormai dipendente come la nostra. Proprio per questo l’eventuale
momentaneo beneficio di una moneta sociale e fiscale (i soldi comunque
girano, le attività economiche riprendono e così la domanda ecc. ecc.)
si convertirebbe da subito in un aumento del deficit con l’estero che,
non potendo mai risolversi (per quanto riguarda i rapporti con i paesi
europei) con la flessibilità monetaria, dovrebbe essere risolto con la
flessibilità salariale. Al ribasso, ovviamente. Ecco che cosa succede a
schivare il concreto, concretissimo problema dell’euro
Poesia e prosa
Ma
che ce lo diciamo a fare? Qui non è questione di opinioni, di “franca e
fraterna discussione”, di lotta ideologica. Certo, c’è una parte non
piccola di militanti di sinistra che rimane europeista per dubbi sul
prima e sul dopo (sulla genesi dell’Ue e sui modi dell’exit), per
abitudine intellettuale, per diffidenza verso certe forme di sovranismo.
Con costoro bisogna essere pazienti e non spocchiosi. Bisogna
ricordarsi che non è stato facile neanche per noi uscire
dall’europeismo: e l’abbiamo fatto di fronte alla palese evidenza del coup d’état
di Napolitano-Monti: la droga soporifera successivamente spacciata da
Mario Draghi ha annebbiato la vista a molti. Ma per la gran parte della
sinistra, ed in particolare per i gruppi dirigenti ed i quadri
intermedi, non è questione di poesia europeista ma di prosa. In
Italia chi guadagna più di 1.500 euro al mese è europeista. Chi ne
guadagna dai 1.000 ai 1.500 è indeciso. Chi sta sotto i 1.000, o chi è
disoccupato, è antieuropeista: e se invece per ora si tiene in disparte,
domani sarà decisamente anti-euro. Questo per dirvi come va il mondo.
La nostra tragedia sta nel fatto che la base sociale della sinistra
(quella da cui provengono i quadri) e la sua base di massa (quella da
cui provengono gli elettori) appartengono generalmente al primo e al
secondo scaglione: e i dirigenti soprattutto al primo. Chi glielo fa
fare di rompere gli equilibri e di correre i rischi politici dell’exit? E
chi glielo fa fare di porsi il problema dello stato, visto che sulle
questioni essenziali (ossia sull’indiscutibilità dell’europeismo) lo
stato italiano si muove secondo i desiderata della sinistra e per
il resto con 1.500 e più euro al mese, welfare e pensione da lavoratore
di lungo corso si vivacchia mica male?
Ancora una divisione tra i lavoratori
La
nostra vera tragedia, la tragedia di quel che resta del movimento dei
lavoratori e del movimento socialista e comunista, e quella di tutti i
cittadini che ancora credono alla Carta fondamentale non è lo strapotere
del capitale ma la divisione interna al mondo del lavoro.
L’esperienza della lotta di classe post ’45 è certamente ambigua e
contraddittoria, ma è difficile negare che nello stato sociale e nel
partito di massa, il lavoro qualificato (fosse esso di origine “colta” o
meno) aveva la funzione di mediare tra lo stato e la parte meno
qualificata del lavoro stesso. Stato e partito erano il luogo di
un’alleanza. Progressivamente, il ritrarsi dello stato e la forma
privata assunta da molte attività intellettuali hanno creato una
frattura che al momento non si vede come risanare, se non con una grande
esperienza collettiva di emancipazione, dettata da una qualche
necessità storica. Insomma: in Italia esiste un blocco deflazionista,
composto non solo dai possessori di grandi e medi capitali, ma anche
dai medi risparmiatori e da grandissima parte dei lavoratori garantiti,
un blocco che teme l’instabilità e l’inflazione più di ogni altra cosa,
che egemonizza il movimento dei lavoratori facendo dimenticare a tutti
che l’inflazione è inseparabile da una politica di piena occupazione, e
viceversa. Finché questo blocco non si estinguerà (per la progressiva
scomparsa del lavoro garantito) o non si spaccherà, non risolveremo
nulla. Per adesso questo blocco si candida, qualora ce ne fosse bisogno,
a salvare l’appartenenza dell’Italia all’Unione promuovendo una sacra
alleanza contro il populismo sovranista. Ad amministrare la miseria
italiana per conto della Germania. Nuovi Tsipras crescono.
Sovranità e classe
Qualche
evoluzione a sinistra, e nelle vicinanze, si inizia per fortuna a
vedere. C’è però troppa timidezza nell’accettare in pieno il terreno
della sovranità nazionale. Si ha forse paura di tornare a un tempo in
cui l’aggettivo “nazionale” (interesse nazionale, solidarietà nazionale)
copriva pratiche di compromesso di classe a perdere. E lo posso capire.
Ma oggi le cose stanno all’opposto: oggi la sovranità nazionale viene
distrutta proprio per rendere impossibili politiche pro labour.
Ed oggi la rinazionalizzazione della politica (un dato di fatto, non una
scelta degli ottusi sovranisti) non è un incidente di percorso che
interrompe la pacifica marcia della globalizzazione: è piuttosto l’inevitabile risultato dialettico della globalizzazione stessa,
che è stata ed è un processo di gerarchizzazione a cui si risponde,
inevitabilmente, situandosi in quegli spazi che storicamente hanno (o
possono tornare ad avere) quel quantum di forza finanziaria e
politica che serve ad ostacolare il libero movimento del capitale. Ossia
le nazioni. Dice: ma la sovranità rimanda ad un potere assoluto,
trascendente, nemico della società e quindi dei lavoratori… . Ma quando
mai? Nella logica del pensiero costituzionale italiano (Mortati in primis)
la sovranità è la possibilità di porre in essere comandi politici che
non siano condizionati da potentati, interni o esterni allo stato, che
possano ostacolare la funzione redistributiva dello stato stesso. La
sovranità è la base di una costituzione lavorista, e dalla costituzione
stessa è limitata(giustamente: perché il sovrano, quand’anche sia il
popolo, può sempre sbagliare). La lotta per l’autonomia di classe ha
bisogno di strumenti di politica economica che solo la sovranità
nazionale può fornire, ed è per questo che autonomia di classe e
sovranità nazionale si intrecciano. Una sovranità nazionale che è primo
passo per la creazione di nuove relazioni internazionali che
costituiscano lo spazio necessario a condurre in porto efficaci
esperienze socialiste. Siamo socialisti ed internazionalisti: quindi
vogliamo ricostruire uno stato capace di redistribuire (e per questo ci
serve la condizione formale della sovranità nazionale), e quindi dobbiamo
anche poter far muro contro la piena libertà di movimento dei capitali
(e per questo ci serve uno spazio internazionale cooperativo – e non
gerarchico come è quello dell’Unione).
Sovranità e democrazia di base
Dice:
ma come, proprio tu che per anni hai teorizzato la necessità di una
politica che non si fissi sullo stato, che sia in grado di intaccare i
poteri sociali più diffusi, che consenta una attivazione diretta dei
lavoratori e della cittadinanza, proprio tu mi vai a riscoprire lo
stato, la sovranità e addirittura la nazione? Si, e non sento nemmeno il
bisogno di fare troppa autocritica (se non per aver dato troppo credito
al “movimento dei movimenti”, non cogliendo fino in fondo la natura
relativamente aristocratica di certe forme di mobilitazione). Non ho mai
assunto una posizione anarchica (anzi, ho polemizzato espressamente con
Negri ed Hardt). Non ho mai detto che si cambia il mondo senza prendere
il potere (anzi, ho polemizzato espressamente con Holloway, pur
riconoscendone i meriti). Ho semplicemente detto: a) che la funzione di
un’entità “terza” che dirima grazie all’autorità politica i conflitti
sociali (inevitabili anche nel migliore dei mondi) è ineludibile, e che
quindi è ineludibile una qualche forma di stato, altrimenti il soviet
più forte mangerà sempre il soviet più debole; b) che ogni stato, anche e
soprattutto lo stato che si pretende espressione diretta del popolo,
della classe o della famosa moltitudine, tende inevitabilmente
alla degenerazione gerarchica; c) che quindi è necessario affiancare
allo stato una rete di associazioni autonome dei lavoratori e dei
cittadini, capace di interloquire e confliggere con lo stato stesso e,
se necessario, di produrre nuovi gruppi dirigenti in sostituzione di
quelli eventualmente degenerati. Aggiungo che tali associazioni, se sono
veramente mosse dall’esigenza di organizzare la lotta dei ceti popolari
per più decenti condizioni di vita e di costruire forme efficaci di
democrazia di base, troverebbero oggi grande giovamento proprio da una ricostruzione della sovranità nazionale,
perché così avrebbero di fronte ad un interlocutore preciso,
identificabile e certamente assai più permeabile della Commissione
europea e di consimili mostri. Per capirci: le “città ribelli”, se si
organizzano contro un governo nazionale per esigerne politiche
coerentemente redistributive, sono un grande momento di presa di parola
delle classi popolari e di costruzione delle condizioni
dell’eguaglianza. Se invece si presentano come snodi di una governance
europea, si perdono nell’indefinito dei progetti macro-clientelari e
divengono vettore di diseguaglianza, creando un solco trai luoghi che
hanno le possibilità ed il coraggio di ribellarsi e quelli che non sanno
o non possono farlo. C’è qualcuno, trai movimenti, le associazioni ecc.
ecc. che abbia voglia di affrontare questo “piccolo” problema? Vogliamo
proprio far sì che l’anarchismo perda tutta la sua possibile funzione
critica e si riduca ad essere anarcocapitalismo d’accatto, ideologia del
dominio dei penultimi sugli ultimi?
Non “tornare” ma “inventare”
Non
vedo solo una timidezza nell’accettare il terreno della sovranità. Vedo
anche una certa leggerezza nell’accettarlo. Intendiamoci: rivendicare
la sovranità è condicio sine qua non di qualunque politica degna di questo nome. Ma non si può semplicemente dire “torniamo alla sovranità nazionale”. Se è vero che oggi la sovranità è limitata anche formalmente (e questa è una grave regressione) non si può dimenticare che negli anni successivi al ’45 essa era comunque sostanzialmente
limitata. Una funzione fondamentale della sovranità, quella militare,
era concentrata nello stato egemone. Ed anche la sovranità economica era
sottoposta a vincoli, per quanto, almeno all’inizio, molto elastici.
Queste limitazioni, poi erano strettamente funzionali al mantenimento
delle gerarchie di classe interne ad ogni paese. Insomma, se si vuole
usare la sovranità nazionale come momento di controffensiva dei
lavoratori bisogna reinventarne le condizioni, lavorare per la
formazione di un mondo multipolare e per il suo equilibrio pacifico,
scegliere le relazioni internazionali che meglio consentano lo sviluppo
della lotta di classe. Un terreno tutto da dissodare. E così non si può
dire semplicemente “torniamo alla politica mediterranea
cooperativa” tipica dell’Italia. Tale politica infatti non fu solo
cooperativa, ma anche a suo modo imperialistica, fu in fondo solo una
variante tattica dell’atlantismo – e difatti perse ogni autonomia quando
il sovrano atlantico lo impose, e si mosse in un ambiente di
interlocutori stabili che oggi non esistono più. Qui, per noi, abituati a
pensare alla politica estera più che altro in termini di slogan e tifo,
c’è davvero un lavoro enorme da fare. Né si può dire semplicemente ”torniamo
alle imprese pubbliche”, perché queste veramente pubbliche non furono, a
causa di una forma giuridica e di un regime di controlli che le resero
man mano oggetto di uso privatistico da parte di manager e partiti.
Soprattutto, dato il monopolio manageriale del know how, la
redazione delle norme che avrebbero dovuto regolare il comportamento
delle grandi imprese era di fatto affidata alle imprese stesse (e lo
stesso discorso vale per la Banca d’Italia). Si deve quindi inaugurare
la stagione dell’impresa pubblica nel nostro paese. E le competenze
della società civile potrebbero avere oggi molto da dire nell’ambito di
una ripresa ragionata dell’economia mista.
Ecco, vogliamo parlare
di queste cose o ci basta cianciare su Minzolini e sulle
pseudo-scissioni del PD? E’ possibile che non si riescano a studiare in
maniera organizzata tutte queste questioni? E’ possibile. E così, reso
impaziente dall’età avanzata e dall’avanzare dei tempi, mi toccherà di
stizzirmi ancora, e di sfogarmi ancora con v
lunedì 27 marzo 2017
domenica 19 marzo 2017
Euro: cronistoria di un fallimento. Le tappe del declino industriale italiano
di Nicola Boidi da Nuova Atlantide
«Abbiamo
fatto una moneta senza Stato; noi abbiamo avuto la pretesa faustiana di
riuscire a gestire una moneta senza metterla sotto l’ombrello di un
potere caratterizzato da quei mezzi e modi che sono propri dello Stato e
che avevano fatto ritenere che fossero le ragioni della forza e poi
della credibilità che ciascuna moneta ha».
Giuliano Amato
«Non
dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi
crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per
definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello
comunitario.…È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di
appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere
pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del
non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in
atto, visibile, conclamata. ».
Mario Monti
«Abbiamo gettato via il bambino con l’acqua sporca».
Federico Caffè
A
ben vedere sia l’uno che l’altro titolo sono appropriati a descrivere
lo status quo economico, sociale e giuridico, a cui la costruzione
«frankesteiniana» della moneta unica dell’Unione Europea, denominata
Euro, ci ha portati. Il primo titolo indica che un percorso cronologico a
tappe, dislocate negli anni e nei decenni precedenti, ha contribuito a
determinare la situazione disastrosa economica e sociale a cui la
maggiore parte dei paesi membri dell’Unione europea si trova soggetta
ormai da nove anni, con uno stato prolungato di agonia.
Il
sottotitolo suggerisce che il processo di deindustrializzazione e di
declino generale dell’economia italiana ha conosciuto un suo personale
cammino che lungo la sua strada ha incrociato le dinamiche e le logiche
economiche e politiche internazionali, per infine convergere nel
calderone o nella «fornace» dell’edificazione dell’Unione europea e
dell’euro, con il trattato fondativo di Maastricht 1992, poi confermato
da quelli di Amsterdam 1999 e di Lisbona 2007, trattati dalla
configurazione tutt’altro che democratica, una sorta di dittatura
politico-finanziaria, che era destinata ad esasperare una situazione già
di per sé negativa.
Ma
quali sono i dati concreti, le cifre del disastro in atto? Bene, se
prendiamo il caso dell’Italia confrontandolo con gli altri principali
paesi dell’ Eurozona e dell’economia globale vediamo che tra il 2007 e
il 2014 l’Italia ha avuto un perdita secca di 10 punti percentuali del
Pil, mentre nello stesso periodo il Pil della Cina cresceva del 74,4%,
quello degli Stati Uniti dell’8,7%,il Giappone dello 0,4%, mentre nell’
Eurozona a fronte della crescita del 5,8% della Germania, ( del cui caso
«eccezionale» disquisiremo più avanti) la Francia è cresciuta del 2,8%.
Tra i paesi Eurozona con segno negativo del Pil nello stesso periodo,
accanto all’Italia vi sono la Spagna al – 3,8%, e la Grecia pressoché
«defunta». ( caso esemplare di un’ aberrazione giuridica, uno stato
sovrano di cui è stato proclamato lo stato fallimentare, cioè declassato
da soggetto di diritto pubblico a soggetto di diritto privato) al
-25,1%.
Negli ultimi
due anni, 2015 e 2016, il Pil dell’Italia ha recuperato uno 0,8% annuo,
per un totale in due anni del 1,6%. Il tasso di disoccupazione in Italia
nello stesso periodo preso in esame non corrisponde a quello
ufficialmente proclamato del 12%, il quale non considera le persone
sfiduciate che non cercano più lavoro, ma sale vertiginosamente al 22,8 %
della popolazione in età lavorativa se nel computo vengono appunto
comprese le persone inattive che si suddividono nelle seguenti
categorie: gli inattivi che non cercano più lavoro ma sono disponibili a
lavorare (un milione e cinquecentomila) , e gli inattivi che cercano
lavoro non attivamente ma disponibili a lavorare (due milioni e
centomila), per un totale complessivo tra disoccupati «ufficiali» e
«ufficiosi» di sei milioni e seicentomila.
Voragine
al centro della disoccupazione italiana è la disoccupazione giovanile
attestatasi intorno al 40 %. Nel 2016 (dati Istat aggiornati a Novembre)
la disoccupazione «ufficiale» è passata dal 11,7 del Novembre 2015
all’11,9, con dati disomogenei tra le diverse classi d’età ( più
occupazione degli over 50, meno occupazione per gli under 40). Sempre
nello stesso periodo di tempo abbiamo perso il 25 % della produzione
industriale e il 33% della produzione manifatturiera, o per cessata
attività o per passaggio nelle mani di multinazionali straniere, da che
ne è seguita, nel migliore dei casi, il mantenimento della produzione e
dei posti di lavoro in Italia e il trasferimento dei profitti
all’estero, nel peggiore la pronta delocalizzazione delle produzioni. Il
differenziale di Pil pro capite medio ( Pil suddiviso per ogni persona)
tra Germania e Italia dagli anni 90 agli anni 2000 è passato da 1500
euro a oltre 8000 ( in precedenza era costante) con una perdita secca di
6.500 euro a testa. Negli anni 90 l’Italia aveva un Pil pro capite
medio di 4000 euro superiore alla media europea. Oggi il Pil pro capite
italiano è sotto la media europea di 4.500 euro.
In
una zona euro costantemente depressa nei suoi ritmi di crescita, sempre
con la cospicua eccezione della Germania ( guarda caso), l’Italia
continua a distinguersi, ahimé, in negativo, ponendosi in coda nella
classifica di crescita del Pil annuo degli Stati membri (+0,8) nel 2016.
Eppure, a metà degli anni 90, l’Italia come sistema paese era «ancora» o
«nonostante tutto» ( e vedremo in che senso virgolettiamo tali
affermazioni) la quinta potenza industriale del mondo, il secondo paese
manifatturiero d’Europa dietro la Germania, dunque il suo principale
competitore. Oggi siamo al quarantanovesimo posto nella classifica delle
economie mondiali.
Come
è potuto accadere tutto ciò, come è stato possibile? A moh di battuta
potremmo rispondere che si è verificata una «congiunzione astrale
avversa» che ci ha portati nel giro di vent’anni alla situazione
attuale. Ma non ci troviamo in quella commedia con protagonista Renato
Pozzetto che nel ruolo d’imprenditore di cantieri navali, in evidente
difficoltà nei pagamenti degli stipendi dei suoi operai, addiviene a un
accordo di cessione della sua attività a un ricco sceicco degli Emirati
arabi, non accorgendosi di una spiacevole postilla inserita nel
contratto di compravendita, al che si vede costretto a darsi alla fuga
esclamando : «il c… non è una postilla».
No,
non si tratta di una commedia ma piuttosto di una tragedia economica,
sociale e politica, per cui più che congiunzione il termine «congiura »
parrebbe essere più indicato. Per capire come ci siamo cacciati in
quella che appare a tutta prima una dannata trappola bisogna però fare
un rapido percorso a ritroso per risalire ai lontani antefatti di questo
fallimentare progetto di Unione Europea, un edificio costruito alla
rovescia, invece che dalle fondamenta e dalle pareti ( convergenza di
fattori politici, giuridici, economici, fiscali, sociali e culturali)
per poi eventualmente giungere al «tetto » della moneta unica, si è
cominciata da questa nell’idea che per partenogenesi essa avrebbe
generato tutto il resto. In questo percorso a ritroso ci faremo guidare
dalle annotazioni su Unione Europea ed euro di Antonino Galloni,
economista, e Giuseppe Guarino, professore emerito di diritto
costituzionale e pubblico.
Antonino
Galloni, fu consulente economico dell’allora ministero del bilancio (
oggi ministero dell’economia), tra il 1979 e il 1981. Lasciò l’incarico
per i motivi che vedremo fra poco, ma fu richiamato al ministero
nell’estate del 1989 dall’allora presidente del consiglio Giulio
Andreotti, ma dovette dimettersi dopo pochi mesi. Giuseppe Guarino da
parte sua fu ministro dell’industria nel 1987 nel governo De Mita, e poi
ministro delle finanze e delle partecipazioni statali nel governo Amato
nel 1992, anno della ratifica dei trattati europei di Maastricht da
parte dell’Italia. Convinto europeista, testimone di tutti i principali
passaggi che hanno portato alla Ue e all’euro, si è negli ultimi anni
dichiarato pentito perché a suo avviso lo spirito e gli articoli
fondamentali del trattato di Maastricht sono stati traditi e rovesciati
nel loro significato al momento della ratifica definitiva dell’ingresso
della moneta unica euro, relativamente agli scambi commerciali tra i
diversi Stati membri, il 1 gennaio 1999. In quel momento, osserva
Guarino, «un ladro è entrato in casa». Ma per capire questa affermazione
dobbiamo un attimo risalire ai lontani antefatti.
I LONTANI ANTEFATTI
Nel
1970 dopo vent’anni di CECA ( Comunità economica del carbone e
dell’acciaio) e di CEE ( Comunità economica europea ), istituzioni
costituite sulla situazione esistente in Europa Occidentale, fu avviato
un progetto totalmente nuovo di Unione Europea, senza precedenti
storici. Il progetto perseguiva l’idea di creare, con il consenso degli
Stati membri, un’ unione politica priva di un potere politico centrale,
con una moneta nuova che per la prima volta nella storia non si
appoggiasse a un potere politico. Nessun confronto al riguardo è
possibile con ad es. la Federal Reserve statunitense, la quale agisce in
cooperazione con il governo statunitense. Diverse furono le fonti
d’ispirazione di un tale progetto, diverse e tra di loro contrastanti.
Vi
era certamente il progetto federalista europeo contenuto nel Manifesto
di Ventotene in cui firmatari furono Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed
Eugenio Colorni. L’idea del Manifesto era che di fronte alla catastrofe
europea della seconda guerra mondiale solo un’organizzazione federale
avrebbe potuto ridare all ‘Europa un ruolo di protagonista sulla scena
internazionale, ponendo fine a secoli di guerre fratricide. Ma accanto a
questa ispirazione ideale il progetto dell’Unione europea incontrò
anche le ragioni di real politik degli Stati Uniti, che nel contrasto al
blocco comunista dell’Europa dell’est guidato dall’Unione sovietica,
vedeva con favore il rafforzarsi di una «zona cuscinetto» tra sé e
l’Urss già costituita con il sorgere della Organizzazione del Trattato
dell’atlantico del nord (Nato).
Ogni
riduzione di sovranità nazionale che contenesse l’endemica
conflittualità tra gli Stati europei e favorisse la costituzione di una
tale zona cuscinetto e di un Unione Europea era di conseguenza ben vista
dall’America. Infine un terzo movente o movimento spinse avanti l’idea
di un unione transnazionale incentrata sull’unione dei mercati economici
e sul suo «mediatore» universale, la moneta unica. Questo movimento lo
potremmo chiamare « la rivincita » o la riscossa del capitalismo delle
corporations o multinazionali. Che cosa intendiamo dire? Per capirlo
dobbiamo tornare all’estate del 1971 quando fu posto fine dall’allora
presidente Statunitense Nixon agli accordi di Bretton Woods in vigore
dal 1944, secondo cui il dollaro era fissato al valore dell’oro ( 35
dollari un’oncia d’oro) e tutti i cambi tra le valute a loro volta erano
fissati al valore del dollaro. Questo per evitare una troppa facile e
abbondante emissione di valuta da parte degli Stati che non trovasse un
corrispondente quantitativo di beni e servizi sui mercati interni,
incentivando così una domanda eccedente l’offerta e di conseguenza un
aumento vertiginoso dei prezzi dei beni al consumo, ossia un classico
caso di scuola d’ inflazione.
Ma
tra gli accordi di Bretton Woods, che riguardavano i Paesi alleati
nella lotta al nazifascismo e al militarismo giapponese, ma che poi
sarebbero stati estesi nel dopo guerra a tutti paesi del blocco
occidentale, non c’era solo l’ancoraggio dei cambi al dollaro/ oro ma
anche una sorta di solidarietà tra Stati per cui, se la bilancia dei
pagamenti ( le cosiddette partite correnti interne a uno Stato) vedeva
un eccessivo sbilanciamento in favore delle importazioni e a detrimento
delle esportazioni, oppure quello Stato aveva dei deficit strutturali
nel suo apparato produttivo, gli era consentito di attuare una
svalutazione competitiva della sua moneta, per rilanciare la sua
bilancia dei pagamenti dal lato delle esportazioni. Erano anche previsti
aiuti finanziari agli Stati in difficoltà, senza sufficienti
infrastrutture produttive, da parte di istituzioni internazionali create
per queste specifiche finalità quali il Fondo monetario
internazionale(che doveva controllare la stabilità dei cambi tra le
valute o, in alternativa, la concessione di leggere svalutazioni e dei
conseguenti riallineamenti tra le diverse divise) e la Banca Mondiale
(destinata alle operazioni di soccorso finanziario ai singoli Stati).
Pensando al modus operandi di FMI e BM oggi, tutto ciò sarebbe
inconcepibile.
Nixon
nel 1971 pone fine alla convertibilità dollaro/ oro per due ragioni : 1)
per poter a piacere stampare dollari senza più essere vincolato alle
riserve auree della Federal Reserve, in modo da far fronte alle
necessità impellenti e sempre crescenti di finanziamento dell’impegno
bellico nel Vietnam; 2) perché la crescita smisurata di circolante in
valuta americana – i cosiddetti «eurodollari» nelle transazioni
commerciali nella CEE, i «petrodollari» nelle transazioni commerciali
tra i petrolieri – metteva in crisi la stessa possibilità della Fed di
farvi fronte con le sue riserve aurifere.
Dal
1971 in poi i cambi tra le monete cominciano a fluttuare liberamente,
producendo svalutazioni e incontrando però forti attacchi dalla
speculazione finanziaria, finché per quando riguarda l’ area dei mercati
dell’Europa Occidentale viene istituito un nuovo sistema di cambi
«semirigido» ( con un range di svalutazione oscillante tra il 2% per la
maggior parte delle valute europee e il 6% per Italia, Gran Bretagna,
Spagna e Portogallo ) in riferimento ad un ‘unità di conto comune
chiamata ECU. Il sistema è denominato SME ( Sistema monetario europeo).
Lo SME entra in vigore nel 1979. Nello stesso 1979 il G7 di Tokio pone
fine agli ultimi accordi previsti dalla conferenza di Bretton Woods,
finisce la solidarietà tra le diverse economie: ogni Stato d’ora in poi
dovrà aggiustare da sé i propri squilibri nella bilancia dei pagamenti,
nei surplus o nei deficit tra importazioni ed esportazioni di merci o
tra importazioni ed esportazioni di capitali, ossia sarà tenuto a far
crescere i tassi d’interesse sui propri titoli di Stato per finanziare
la propria spesa pubblica.
Tramonta
così, a 35 anni dal suo inizio, un modello di «economia mista » tra il
governo pubblico o politico dell’economia e il libero processo di un
‘economia di mercato, un compromesso tra il controllo politico dei
meccanismi macroeconomici ( moneta, bilancia dei pagamenti, indirizzi
strategici delle industrie infrastrutturali dell’energia, dei trasporti e
delle telecomunicazioni) e il libero sviluppo dei singoli settori
produttivi.
In
Italia tale processo, che ha portato questo Paese ad essere, verso la
fine degli anni settanta, la quinta potenza industriale del mondo, ha
conosciuto un suo specifico sviluppo. La sua articolazione presentava
grandi imprese infrastrutturali a partecipazione pubblica ( L’Eni,
l’Enel, la Sip,Alitalia, le Ferrovie dello Stato, la Società delle
autostrade e il colosso dell’IRI, su cui qui non possiamo soffermarci)
che significa che la proprietà e i capitali d’investimento erano dello
Stato e dei suoi rappresentanti politici nei ministeri chiave, ma il
management era affidato a imprenditori privati( il più famoso dei quali
fu il manager dell’Eni, Enrico Mattei). Presentava inoltre grandi
industrie private nel settore automobilistico (la FIAT) nei settori
siderurgici, metalmeccanici e chimici. Vi era infine una fitta rete di
piccole e medie imprese dislocate in territori circoscritti e
storicamente determinati, specializzate in una o più fasi di un processo
produttivo e integrate mediante una rete complessa di interrelazioni: i
cosiddetti «distretti industriali».
Come
potremmo definire il modello di capitalismo appena descritto ?
L’economista Galloni lo definisce un modello di capitalismo
«sviluppista» o «sostenibile». in cui l’esito del processo di
accumulazione del capitale, dei suoi elementi e stadi, e cioè il
profitto, vedeva una tripartizione tra gli stipendi dei lavoratori, in
generale in netta crescita, la quota riservata allo Stato mediante le
tasse e il profitto vero e proprio riservato al proprietario dei mezzi
di produzione, e cioè il capitalista. In questo processo il capitalista
aveva un margine di profitto relativamente ridotto per unità di prodotto
venduta, e sostanzialmente un ruolo abbastanza marginale ad es.
rispetto al manager che era incentivato a portare lo sviluppo della
produzione al suo massimo e a pianificare investimenti finalizzati a
valorizzare l’impresa e ad aumentare vendite e profitti sul medio e
lungo termine. Ma, e questa è la considerazione di Galloni, il
capitalista orientato invece a ottenere i suoi obiettivi nell’immediato o
comunque sul breve termine, non poteva ritenersi soddisfatto di tale
stato di cose e la classe imprenditoriale internazionale, sopratutto a
livello delle Corporations, stava preparando in quegli anni settanta la
sua rivincita.
Approfittando
anche di eventi di crisi inflazionistica ( aumento dei prezzi dei beni
al consumo), causati dalle crisi petrolifere successive alla guerra del
Kippur del 1973 e alla Rivoluzione iraniana del 1979, inflazione
attribuita non alla riduzione di approvvigionamento e all’aumento
vertiginoso dei prezzi delle materie prime ( petrolio e derivati) ma a
un presunta gestione «allegra » di emissione di moneta da parte degli
Stati sovrani e ai fenomeni di svalutazione nei rapporti tra le diverse
valute, i potentati economici e finanziari cominciarono ad avocare a sé
il diritto di controllo sulla emissione, regolazione e distribuzione
della moneta. Avrebbe dovuto essere la «libera» legge della domanda e
dell’offerta di titoli o obbligazioni pubbliche sui «sovrani mercati
finanziari» a governare i flussi di moneta e sostituire il monopolio e
la sovranità degli Stati nella creazione di denaro.
In
un più generale quadro di rivincita di modelli liberistici di mercato,
rivincita nei confronti del modello misto di capitalismo dei
trentacinque anni precedenti, che potremmo definire di ispirazione
keynesiana, mentre ora tornavano in auge le teorie neoliberiste della
scuola economica austriaca di Von Hajek, il cui testimone era nel
frattempo stato preso da Milton Friedman e la sua Scuola di Chicago, il
primo ministro inglese appena nominato Margaret Tatcher annunciò i
lineamenti fondamentali di tale dottrina. Sostanzialmente la Banca
centrale d’Inghilterra non doveva più sentirsi obbligata a stampare
moneta né ad acquistare titoli di Stato rimasti invenduti nelle aste
appositamente allestite. Lo Stato Britannico avrebbe dovuto seguire un
altro modello di finanziamento della propria spesa,non più basato
principalmente su un grande quantitativo di emissione di moneta, ma
sostanzialmente basandosi sul taglio della spesa pubblica ( dello Stato
sociale) sull’aumento della tassazione indiretta sui consumi in
corrispondenza della diminuzione della tassazione diretta sui redditi,
sulla vendita ai privati delle grandi industrie di Stato. Le teorie
monetariste di Milton Friedman, secondo cui il rallentamento della
emissione di moneta avrebbe ridotto i fenomeni inflazionistici, avevano
trionfato in Inghilterra.
Di
lì a poco anche il neoeletto presidente statunitense Reagan avrebbe
seguito la stessa strada percorsa dalla Tatcher e tracciata dalla teoria
monetarista friedmaniana, anche se con alcune cospicue differenze ( da
qui le dottrine economiche del Tatcherismo e della Reaganeconomics). E
l’Italia? Come si poneva in tale mutato contesto internazionale
giungendo proprio in quel fatidico passaggio tra gli anni settanta e gli
anni ottanta al culmine del suo sviluppo economico, pur non privo delle
sue contraddizioni interne? Dobbiamo ridare la parola ad Antonino
Galloni, il quale all’epoca non solo era un giovane brillante
economista, uno dei principali collaboratori dell’economista
postkeynesiano Federico Caffè, ma ebbe a svolgere un ruolo
nell’amministrazione pubblica e ad essere testimone,melgrè lui,di
decisioni fatali sul destino futuro dell’economia italiana.
COME CI HANNO DEINDUSTRIALIZZATO: ANTONINO GALLONI RACCONTA
Il modello di sviluppo economico italiano in quegli anni settanta non
era certo privo di contraddizioni, osserva l’economista Galloni. Le
grandi imprese infrastrutturali a partecipazione statale, che avevano
una presenza importante sul mercato internazionale e facevano da traino
all’intera economia italiana, presentavano però un «difetto strutturale »
rilevante: una pervasiva diffusione di una rete di corruzione basato su
un sistema di tangenti di cui godevano i dirigenti politici delle
imprese di Stato, tangenti che però si ricavavano su gli investimenti e
sul profitto degli investimenti. Dunque, annota Galloni «i dirigenti
della classe politica democristiana e socialista allora al governo
rubavano sugli investimenti ma consentivano investimenti produttivi
delle reti infrastrutturali a medio e lungo termine; rubavano sul
profitto ma allo stesso lo incentivavano». Il sistema delle
partecipazioni statali produceva altresì un rilevante livello
occupazionale e anche il settore industriale privato vero e proprio
presentava caratteristiche analoghe. In quegli anni settanta, nonostante
le due crisi inflattive determinate dagli shock petrolifici, in Italia
stipendi e pensioni erano garantiti nel loro potere d’acquisto dal
meccanismo d’adeguamento automatico all’inflazione chiamato «scala
mobile», e non si manifestavano fenomeni rilevanti di disoccupazione.
Questo
modello misto di capitalismo pubblico/ privato, osserva Galloni,
proprio per la tripartizione del profitto tra aumenti degli stipendi dei
lavoratori che puntavano ormai a diventare classe media( grazie anche
al supporto di forti organizzazioni sindacali), la quota destinata ad
essere incamerata dal sistema fiscale dello Stato, e la quota residua di
profitto destinata al capitalista vero e proprio, marginalizzato nel
suo ruolo anche dalla preponderanza della figura del manager,
«prefigurava una possibile uscita dal modello “ puro” del capitalismo
non più come “rivoluzione comunista” ma come evoluzione o
auto-superamento del sistema, ma le sinistre italiane non se ne
accorsero».
Certo il
pervasivo sistema di corruzione e clientelismo pesava sull’economia
italiana nel suo complesso ma non impediva il suo sviluppo.
Singolarmente, quella congiuntura internazionale di fine anni settanta,
di fine del sistema Bretton Woods, di entrata in crisi del modello
keynesiano di economia partecipata dallo Stato, di ritorno del pensiero
liberista, di volontà di rivincita del capitalismo delle multinazionali,
di recepimento di tale «mutamento di vento» da parte di alcuni Stati,
s’incontrò con un’ ondata di volontà di moralizzazione della classe
politica corrotta da parte delle forze progressiste italiane.
Tanto
la sinistra politica democristiana che una frazione del partito
socialista che l’intero ceto dirigente del partito comunista dell’epoca
concordarono sulla necessità di attuare misure drastiche per moralizzare
la classe dirigente corrotta. Nel 1981 l’allora ministro del tesoro
Andreatta concordò tramite un semplice scambio epistolare con il
governatore della Banca Italia Ciampi, che la Banca Italia non sarebbe
più stata obbligata ad acquistare la quota invenduta di titoli di stato
emessi dal tesoro e messi in vendita alle aste appositamente allestite
sui mercati finanziari.
Fino
ad allora il ministero del tesoro e il governo e lo Stato, per
interposta persona, finanziavano la grossa quota di spesa pubblica in
disavanzo dello Stato che non era coperta dalle entrate fiscali con
l’emissione di titoli pubblici a bassissimo tasso d’interesse ( il 3%);
quando alle aste dei titoli o obbligazioni di Stato una quota non era
comprata dagli acquirenti ( i privati ma sopratutto le grandi banche) la
Banca d’Italia era tenuta ad acquistarla immettendo così moneta nel
sistema di spesa pubblica.
Dopo
il divorzio tra tesoro e Banca Italia quote cospicue di titoli di Stato
non venivano più acquistate dalle grandi banche e dagli investitori
istituzionali ( fondi d’investimento pensione, fondi d’investimento
comune e compagnie assicurative) in modo che il tasso d’interesse
offerto potesse salire fino al 7/% in media, con punte anche oltre il
10%, dopo di ché l’intero stock di titoli venduti alla singola asta,
anche quelli già venduti al tasso d’interesse iniziale del 3%, veniva
portato al tasso d’interesse superiore di quelli rimasti inizialmente
invenduti, per equità della vendita.
L’effetto
immediato fu quello di far crescere vertiginosamente il debito pubblico
(attestatosi fino al 1981 al 58% del Pil annuo, destinato nel 1992 a
raddoppiare al 115% del Pil). Un altro effetto non immediato ma che si
sarebbe rovinosamente manifestato nel giro di pochi anni, fu che gli
investimenti nelle industrie a partecipazione pubblica non cessarono ma
diminuirono vertiginosamente, mantenendo la quota destinata a tangenti e
mazzette( la corruzione non fu debellata come pensavano alcuni tra i
sostenitori, «anime belle», del divorzio), una buona quota degli
investimenti destinandola allo stesso acquisto dei titoli di Stato
emessi dal tesoro per autofinanziarsi dato gli alti tassi di rendimento
che offrivano, e allocando solo una quota marginale agli investimenti
allo sviluppo ormai non più a medio e lungo termine ma di corto e
limitato raggio.
Da
parte loro le imprese private di grandi dimensioni stornarono buona
parte dei loro profitti da nuovi investimenti produttivi, anche perché
private del traino delle industrie di Stato, ma sopratutto perché ormai
risultava a loro molto più redditizio reinvestire i profitti
nell’acquisto di titoli di Stato che davano un rendimento medio del 7%.
Il 7% delle obbligazioni italiane degli anni 80 costituiva il benchmark
di riferimento dell’economia internazionale, ossia il paradigma di
massimizzazione del profitto assunto dalle imprese dei diversi settori,
sia dell’economia finanziaria che dell’economia reale. Da allora in poi i
capitalisti, proprietari delle imprese, davano mandato ai loro manager
di raggiungere, in qualsiasi modo un profitto annuo prefissato del 7%,
visto che questo era il rendimento speculativo delle obbligazioni
italiane. Il rischio d’impresa veniva così scaricato all’esterno della
impresa stessa, sui lavoratori, sugli Stati, sulla società. Terminava
così qualsiasi vestigia di «etica calvinista del capitalismo»,
cominciarono ad essere praticati licenziamenti in misura cospicua e la
stagnazione o riduzione degli stipendi dei dipendenti.
Antonino
Galloni chiese spiegazioni della decisione del divorzio da Banca Italia
al ministro del tesoro Andreatta, facendogli notare gli effetti
disastrosi assolutamente prevedibili che tale manovra avrebbe
comportato: crescita vertiginosa del debito pubblico tale da superare il
Pil annuale, un aumento della disoccupazione giovanile oltre il 50%, la
previsione che le piccole e medie imprese, esautorate dell’appoggio
delle industrie di Stato di cui avevano goduto come una sorta di filiera
dell’indotto industriale, e non in grado di finanziarsi sui mercati,
sarebbero anch’esse entrate in crisi.
Andreatta
gli rispose: «non ha capito, Galloni, noi vogliamo che le piccole e
medie imprese spariscano da questo Paese, dobbiamo sostituirle con
imprese di grandi dimensioni che competano sui mercati internazionali.
Se la disoccupazione giovanile crescerà questa sarà un ‘opportunità per
creare misure di contratti flessibili di lavoro per consentire ai
giovani di trovare occupazione».
Galloni
se ne andò dal ministero del Bilancio e dopo aver svolto brevemente un
incarico al ministero del lavoro, lasciò l’amministrazione pubblica
tornando a studiare economia presso le università americane. Nel 1989,
puntualmente, come effetti di lungo corso, si verificarono le previsioni
sulla crescita della disoccupazione giovanile in Italia ( record
mondiale al 56%) e sull’inizio di una fase di crisi economica del
sistema Paese. Venuta a conoscenza di ciò che era accaduto sia dagli
articoli pubblicati sulla rivista Terza fase diretta dall’Onorevole
Donat Cattin, che dai seminari di economia che Galloni teneva per conto
della stessa rivista, la giornalista Norma Rangeri fece un‘intervista a
Galloni sul Manifesto,in cui emerse che un giovane oscuro funzionario
del ministero del Bilancio aveva previsto ciò che sarebbe successo in
seguito al divorzio tra Tesoro e Banca Italia, e questo fece scalpore e
suscitò un tafferuglio sui mass media.
In
seguito a queste vicende Galloni fu contattato dall’allora presidente
del consiglio Giulio Andreotti che gli chiese se era disponibile a
collaborare per modificare le linee guida dell’economia italiana.
Eravamo nei primi mesi del 1989 e Andreotti si mostrava ancora
euroscettico, non entusiasta del progetto di Unione Europea e di
costruzione di una moneta unica per tutti i Paesi membri che si stava
delineando in quel periodo. Da lì a poco, con il crollo progressivo del
blocco dei paesi dell’Europa comunista tra l’estate e l’autunno di
quell’anno, si delineava la prospettiva concreta che potesse finalmente
avvenire la riunificazione tra le due Germanie.
In
questa ottica il presidente francese Mitterand pianificò un’alleanza o
intesa con il presidente della Germania federale Helmut Khol, affinché
la riunificazione dello «scomodo vicino» non potesse risultare una
minaccia sotto più punti di vista per la Francia: il partenariato doveva
prevedere l’ingresso della Germania sotto una Europa comune e una
moneta unica, nella previsione che la collaborazione tra i due colossi
europei, come asse privilegiato dell’intera Europa occidentale, avrebbe
guidato e trainato l’intero mercato europeo e fatto da premessa a un
futura costituzione politica e sociale comunitaria.
Ma
perché la Germania potesse accettare un tale accordo, e perché esso
facilitasse la sua riunificazione all’ex Germania Democratica, i
trattati costitutivi dell’Unione europea e l’euro dovevano avere
caratteristiche peculiari, assai confacenti alla fisionomia economica e
giuridica dello Stato tedesco, e non necessariamente compatibili con le
economie e costituzioni giuridiche degli altri Stati europei.
L’
euroscettico Andreotti, alla fine dell’estate del 1989, mise dunque
Galloni alla direzione generale del ministero del bilancio supportato da
una squadra di economisti e giuristi, con lo scopo di trovare il modo
di rovesciare la politica monetaria ed industriale inaugurata con il
divorzio Tesoro/ Banca Italia del 1981, e di ritardare l’entrata
dell’Italia nell’Unione europea e nella moneta unica in modo da non
dover sottostare a condizioni capestro per gli interessi del nostro
paese. Ma il progetto ebbe vita brevissima, solo pochi mesi. Dopo una
conferenza tempestosa tenutasi presso l’Università Bocconi di Milano nel
mese di ottobre di quell’anno, conferenza in cui, accompagnando il
ministro del Bilancio Pomicino, Galloni si scontrò con il professore
Mario Monti proprio in merito a quel progetto di riforma economica, si
scatenò una campagna di stampa avversa e una sollevazione di istituzioni
influenti quali la Fondazione Agnelli e Confindustria nei confronti del
neo-direttore del ministero del Bilancio. Infine si mobilitò
addirittura il cancelliere tedesco Helmut Khol, che in una telefonata al
ministro del tesoro Carli segnalò che: «qualcuno al ministero del
bilancio stà intralciando i nostri piani europeisti».
Non
passò molto tempo che Galloni fu costretto a dimettersi, lo stesso
presidente del consiglio Andreotti fino ad allora euroscettico,
«ricevette pressioni in tal senso»: il tentativo di rovesciare il
processo in corso era fallito. Ad anni di distanza riflettendo sugli
anni ottanta e su come l’economia italiana subì in quel periodo un
contraccolpo decisivo, Galloni ricordò come il suo maestro di studi
economici Federico Caffè, poco prima di sparire in circostanze
misteriose, commentò quelle vicende: «hanno buttato via il bambino con
l’acqua sporca». Di più, osservò Galloni, « il bambino, cioè lo
sviluppo, fu buttato, e ci siamo tenuti l’acqua sporca, cioè la
corruzione e il clientelismo». Perché un progetto europeo con quelle
caratteristiche di moneta unica, di istituzioni giuridiche ed economiche
configurate in modo da favorire nettamente la Germania e (
illusoriamente ) la Francia, potesse andare in porto, dovevano essere
messi da parte gli interessi dell’Italia principale concorrente
economica in Europa dei due colossi, «si doveva deindustrializzare
l’Italia» commenta Galloni.
IL ’92
Il
grande scrittore e romanziere francese Victor Hugò nell’ottocento
intitolò il suo romanzo che doveva dare l’affresco della Rivoluzione
francese Il 93’, prendendo il 1793 a simbolo della fase decisiva di
quelle vicende. Lo stesso potremmo fare noi prendendo a simbolo il 1992
come l’anno decisivo in cui i destini dell’economia italiana si
incrociarono in maniera definitiva e fatale con la nascita dell’Unione
europea e la pianificazione dell’euro. L’ultimo governo Andreotti,
mentre a Milano scoppiava il caso Tangentopoli, una vasta ramificazione
di sistema di corruzione tra il pubblico e privato che incominciava a
destabilizzare i partiti di maggioranza, a cominciare dal Psi di Craxi,
il 17 febbraio 1992 ratificò i Trattati di Maastricht che sancivano il
progetto Unione europea. Viene da chiedersi se i ministri competenti
dell’ultimo ministero Andreotti fossero pienamente consapevoli di quello
che andavano a sottoscrivere, se avessero esaminato dettagliatamente
gli articoli dei Trattati che definivano le istituzioni politiche, le
istituzioni finanziarie e le politiche economiche della UE nel loro
complesso.
L’istituto
della Commissione Europea andava a riempire il vuoto di potere della
mancanza di un governo europeo centrale, diventando di fatto il potere
esecutivo che accentrava a sè anche il potere legislativo,
configurandosi come un ‘istituzione totalmente autonoma nella sua
produzione e imposizione di leggi e dagli Stati membri e dal Parlamento
europeo, l’unica istituzione elettiva della Ue, totalmente svuotata di
qualsiasi prerogativa se non quella di fare da «notaio che registra in
differita» le leggi promulgate dalla Commissione. I singoli commissari
inoltre,ognuno dei quali designato alla sovraintendenza di una materia
specifica, essendo nominati ciascuno dal governo del proprio Stato,
rimaneva fin dall’inizio dubbio che nel promulgare nuove leggi lo
avrebbero fatto nell’interesse generale dell’Unione Europea e non
guardando esclusivamente ai propri interessi nazionali a discapito di
quelli di un altro Stato.
Il
quadro delle Istituzioni europee determinanti veniva completato dalla
costituzione della Banca Centrale Europea ( Bce) nel cui statuto,
fissato nell’articolo 104, era riconosciuto a tale istituzione il
monopolio di creazione della moneta unica euro (monopolio in realtà solo
nominale, come vedremo) e gli era fatto obbligo di non farsi prestatore
in ultima istanza di denaro agli Stati, ossia gli era vietato di
finanziare la spesa pubblica in deficit, dallo Stato via via a scendere
agli enti pubblici di grado inferiore. La Bce poteva solo immettere
liquidità sui mercati secondari, ossia acquistare presso enti finanziari
(banche ed affini) i titoli privati e pubblici, quest’ultimi emessi
dallo Stato per finanziarsi ai tassi d’interesse decisi dai mercati
finanziari. Era di fatto, e lo si vedeva benissimo già allora, la
degradazione dello Stato da ente pubblico, sovrano, a un‘ente qualsiasi
di diritto privato tra gli altri, che va in banca con il cappello in
mano a chiedere i prestiti.
L’Italia,
il cui sistema economico, dalla punta di eccellenza in cui si trovava
all’inizio degli anni ottanta, aveva conosciuto quei contraccolpi che
abbiamo raccontato, a partire dal 1992, attraverso i vari governi che si
succedettero, non fece altro che rincorrere l’adeguamento ai parametri
di politica economica fissati dagli articoli dei Trattati europei ( tra
cui il limite di deficit annuo di spesa al 3%, e l’obiettivo del
progressivo risanamento del debito pubblico fino alla riduzione al 60%
del Pil) , per poter essere accettato in un consesso per lei assai
svantaggioso, uno svantaggio di cui andiamo succintamente a riassumere i
punti.
1)
la moneta Euro era equiparata 1 a 1 al valore del marco tedesco, cioè
di una moneta mediamente assai più forte della lira, il che comportava
un notevole svantaggio per un sistema economico fortemente basato sulle
esportazioni quale era quello italiano, per cui da una parte non sarebbe
più stato possibile, in caso di necessità, una svalutazione competitiva
della moneta, e dall’altra parte la Germania non avrebbe più sofferto
di quello che era il meccanismo di rivalutazione della propria moneta
come conseguenza naturale dei meccanismi di riequilibrio dei movimenti
di importazioni ed esportazioni di merci e capitali sulla bilancia dei
pagamenti. Non a caso da diversi anni in qua il surplus di esportazioni
sulla bilancia dei pagamenti tedesca viaggia a colpi di 250 miliardi di
euro annui, frutto di una competitività delle imprese tedesche che,
oltre a efficienza e abilità proprie, godono di questa mancata
rivalutazione della moneta e di una contrazione dei salari e in generale
della domanda interna ( una divaricazione della forbice tra mercato
estero e mercato interno che potrebbe essere esplosiva).
2)
Se i parametri del non sforamento del deficit annuo del 3% della spesa
pubblica e il debito pubblico non superiore al 60% del Pil erano stati
inseriti negli articoli dei trattati, era perché di fatto erano le
condizioni dell’economia tedesca al momento della ratifica dei trattati
medesimi, ma evidentemente molto lontani dalla condizione effettiva
dell’economia italiana.
3)
Il divieto della Bce di farsi prestatore di denaro agli Stati anche in
caso di gravi crisi economiche, ossia di shock provenienti dall’esterno
quale fu la crisi delle banche private del 2007/2008, strangola
l’economia di paesi come l’Italia anche perché, non godendo più di
sovranità monetaria, il nostro Paese non si è dotato neppure di banche a
statuto pubblico che possano in qualche modo supplire al mancato
sostegno di una banca centrale di nome e di fatto. Che cosa intendiamo
dire? Semplicemente prendiamo come esempio il sistema creditizio della
Germania, che da questo punto di vista può senz’altro insegnarci molto:
fin dalla sua nascita nella seconda metà dell’ottocento il capitalismo
tedesco era caratterizzato da un’ibridazione tra banche e industria e da
un forte radicamento territoriale, così come da stretti rapporti con la
politica e con i governi delle regioni (Land) e della nazione tedesca.
Il sistema di banche tedesche è tutt’ora semi-pubblico.
Le
undici Landes banken o grandi banche regionali sono soggetti di
proprietà pubblica che stanno sulla cima di una piramide fatta da
migliaia di casse di risparmio di proprietà comunale. Se si considerano
anche gli istituti di credito immobiliare di proprietà pubblica, circa
la metà del totale del sistema bancario attivo tedesco appartiene al
settore pubblico. Queste banche sono strumenti fondamentali della
politica industriale tedesca, essendo specializzate nei prestiti al
Mittelstand,cioè al sistema di imprese di piccole e medie dimensioni che
sono il motore delle esportazioni del paese. Grazie alle Landesbanken,
le piccole imprese in Germania hanno lo stesso accesso al capitale delle
imprese di grandi dimensioni; non ci sono economie di scala nella
finanza. Questo significa anche che i lavoratori nel settore delle
piccole imprese guadagnano lo stesso salario di quelli impiegati nelle
grandi multinazionali, hanno le stesse competenze e la stessa formazione
e sono altrettanto produttivi.
Le
Landes banken svolgono una funzione di “banche universali” che operano
in tutti i settori del mercato dei servizi finanziari. Sono tutte
controllate da governi statali e operano come amministratori centrali di
casse di risparmio di proprietà municipale, chiamate in Germania
“Sparkassen”. Oggi le casse di risparmio operano con una rete di oltre
15.600 filiali e uffici, impiegano oltre 250.000 persone e si
caratterizzano per la notevole capacità di investire con saggezza nelle
imprese locali. Su questa loro natura si è creata una situazione di
conflitto tra la UE e le Landesbanken. La UE ha denunciato come la
proprietà statale comporti sovvenzioni pubbliche esplicite e implicite
che violano le regole della politica di concorrenza. Per oltre un
decennio, la UE ha combattuto perché il sistema fosse privatizzato,
spinta dagli interessi delle stesse grandi banche private tedesche.
Questo
è accaduto quando le Landes banken hanno assunto una posizione di
concorrenza sui mercati internazionali. Nel frattempo le più importanti
banche private tedesche erano entrate sul palcoscenico del grande casinò
internazionale del gioco delle scommesse speculative dei derivati
strutturati, riempiendo i loro bilanci di titoli tossici accumulandone
per diverse centinaia di miliardi di euro. Le landes banken invece,non
essendo società di capitali che dovevano soddisfare la fame sempre più
grande degli azionisti di dividendi, supportavano meglio l’economia
reale.
Il governo
tedesco della Merkel ha dovuto risanare e salvare, tra il 2009 e il
2010, le grandi banche tedesche private dai loro giochi di azzardo
speculativi immettendo 600 miliardi di euro di denaro pubblico ( fra
l’altro utilizzando la propria Cassa depositi e prestiti, il cui
bilancio però non era conteggiato nel debito pubblico tedesco, una sorta
di trucco contabile). Nel frattempo l’economia reale tedesca era
supportata finanziariamente dalla landesbanken, ma,e qui sta il punto,
ciò è stato possibile perché queste banche a statuto pubblico non
cadevano sotto la tagliola del regolamento della BCE né di quello del
SEBC ( Sistema europeo delle banche centrali) con il suo famoso divieto
di supporto e aiuto finanziario diretto ai governi nazionali. Un
ulteriore carico sul piatto tutto a vantaggio della Germania e a
svantaggio dell’Italia, ormai priva di qualsiasi ente di credito di
statuto pubblico.
Nonostante
fosse evidente che si trattava di una corsa ad handicap, l’Italia e i
suoi governi in rapida sequenza fecero di tutto per rientrare dentro i
parametri europei suddetti tra il 1992 e il 1996 ( governo Andreotti,
governo Amato, governo Ciampi, governo Berlusconi, governo Dini e infine
governo Prodi). In quel fatidico 1992, però, accade anche che
l’euroscetticismo fondato di Danimarca e Gran Bretagna verso i Trattati
di Maastricht causò attacchi speculativi dei mercati finanziari verso il
sistema di cambi semifissi dello Sme, in particolare nei confronti
della lira e della sterlina, determinando l’uscita dal sistema d’Italia e
Gran Bretagna,la svalutazione della lira del 25%, la manovra
finanziaria supplettiva «lacrime e sangue » di oltre 100.000 miliardi di
lire,con il famoso «prelievo forzato del 6 per 1.000» dai conti
correnti, da parte del governo Amato.
Ma
non finì lì «l’indimenticabile estate italiana» del ’92: in quella
temperie di fine di prima repubblica sull’onda di Tangentopoli,
dell’attacco della mafia siciliana corleonese allo Stato nelle figure di
Falcone e Borsellino, si consumò anche il destino finale delle imprese a
partecipazione statale e con esse di un intero modello ed epoca dello
sviluppo industriale italiano. Che tale fine sia stata decisa nel
celebre incontro del giugno 1992 sul panfilo reale Britannia tra un
gruppo di banchieri inglesi e alcuni influenti manager e economisti
italiani, oppure no, sta di fatto che a cominciare da quell’anno fu
assegnato all’allora direttore generale del ministero del Tesoro Mario
Draghi ( toh, chi si rivede!) il compito di vendere a privati l’ingente
asset delle imprese a partecipazione statale,operazione che nel corso di
quell’ anno ebbe il suo avvio e conobbe un ‘accelerazione negli anni
seguenti.
In
quegli anni opportuni decreti legge varati appositamente dai governi
trasformarono la forma societaria delle aziende statali in S.P.A. (
società per azioni) e tra queste: IRI,ENI, ENEL,INA. Ferrovie dello
Stato,l’Azienda autonoma dei monopoli dello Stato, le
Telecomunicazioni,ANAS ( Azienda nazionale autostrade), SME, le quote
detenute in alcune banche tra cui Credito italiano, Banca commerciale
italiana, e poi una serie di enti culturali. La maggior parte di queste
erano aziende di Stato strategiche relative ad infrastrutture che fino
all’inizio degli anni ottanta avevano costituito l‘asse portante e
trainante dell’economia italiana, asset di dimensione e valore
internazionale, prima dell’inizio del declino le cui tappe abbiamo
descritto.
Di quel
patrimonio oggi resiste unicamente FinMeccanica, azienda di meccanica di
precisione. Le privatizzazioni avvennero principalmente tra il 1992 e
il 1993, ma proseguirono fino agli inizi degli anni 2000 con la
definitiva privatizzazione delle telecomunicazioni. Nel 2010, a quasi
vent’anni dai suoi inizi, la Corte dei Conti dà un giudizio consuntivo
su tale processo complessivo : essa rileva un recupero di redditività
non dovuto però a investimenti in innovazioni tecnologiche e maggiore
efficienza dei servizi, ma a un aumento generalizzato delle tariffe ben
al di sopra del livello medio degli altri paesi europei.
La
Corte dei Conti dà poi la seguente valutazione sulle procedure di
privatizzazione: «evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno
dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto
monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle
procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza
del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione,
contractors ed organismi di consulenza al non sempre immediato impiego
dei proventi nella riduzione del debito». Ancora più lapidario il
giudizio sulle responsabilità dell’allora direttore generale del Tesoro
Mario Draghi da parte di Galloni: «Draghi fece da curatore fallimentare
della svendita all’ingrosso, a prezzi di magazzino, delle industrie a
partecipazione statale».
1 GENNAIO 1999: «UN LADRO E’ ENTRATO IN CASA».
L’attacco
speculativo alla lira che aveva determinato la sua uscita dallo SME in
quel 1992 aveva però paradossalmente prodotto un effetto benefico,
l’ultimo «bagliore » per l’economia italiana: l’immediata svalutazione
della lira del 25 % rispetto alle monete più forti aveva causato un
rilancio della competitività delle nostre piccole e medie imprese (
nasceva in quegli anni il «miracolo del nord est») nelle esportazioni
producendo un risultato positivo sia sul Pil che sulla bilancia dei
pagamenti. Ma si trattò di un fuoco fatuo: il 1° gennaio 1997 fu fissato
il nuovo regime di cambi fissi tra le monete dei paesi della neonata
Unione Europea denominato ECU, premessa all’ingresso dell’Euro. Dopo di
ché la produttività del nostro sistema si bloccò, iniziò una lunga fase
di stagnazione nella crescita economica dell’Italia che sarebbe arrivata
fino al 2007, preludio all’inferno sociale ed economico dei successivi
10 anni che abbiamo evocato in introduzione di discorso.
Ma
ancora un passaggio era necessario perché la «gabbia» europea a
trazione tedesca e cervello tecno-finanziario (leggesi Troika:
Commissione Europea, BCE e Fondo monetario internazionale) si
perfezionasse, ed è il passaggio di cui ci narra Giuseppe Guarino. Come
già ricordato Guarino era professore emerito di diritto costituzionale
di diritto pubblico e come ministro delle finanze e delle partecipazioni
statali nel governo Amato nel 1992 seguì il processo di adesione ai
trattati europei di Maastricht passo dopo passo. Guarino in questi
ultimi anni ha portato avanti la tesi che i famigerati parametri di
politica economica dell’Unione Europea nel loro assunto originario non
avessero il carattere di un vincolo o un imperativo assoluto per i
diversi governi nazionali sotto forma di regole e imposizioni di natura
universale decise da organismi esterni non eletti e tali da non tenere
conto delle esigenze specifiche di economie dalla natura e fisionomia
assai diversa l’una dall’altra, ma solo il valore di uno stimolo nei
confronti delle classi politiche nazionali per poter compiere quello che
in modo autonomo difficilmente avrebbero realizzato.
Lo
spirito originario avrebbe dovuto essere dunque la ricerca di
convergenze macroeconomiche verso obbiettivi comuni,lasciando però
margini di autonomia nelle scelte di politica economica in base alle
differenti configurazioni politiche, economiche e sociali degli Stati.
Ma questo spirito originario, è ciò che argomenta Guarino, sarebbe stato
subdolamente rovesciato e stravolto attraverso l’attivazione di
meccanismi automatici voluti da un ‘oligarchia autoreferenziale che
riuscì a sottrarre alla gestione delle politiche dei diversi Stati, e
pertanto al consenso democratico dei cittadini, qualsiasi spazio di
autonomia nella determinazione delle politiche economiche per il
raggiungimento degli obiettivi di crescita.
L’autore
di questo vero e proprio colpo di mano è stato individuato da Guarino
nella disciplina introdotta dal Regolamento 1466/97 approvato il 7
luglio 1997 ed entrato in vigore il 1 gennaio 1999 in occasione
dell’introduzione dei cambi irrevocabili, una disciplina totalmente
opposta rispetto a quella contemplata dal TUE e nello spirito iniziale
degli stessi firmatari di Maastricht. Il Regolamento in questione, che
non ha certo valore vincolante di un Trattato, rovescia proprio
quell’obiettivo, fissato dall’Articolo 2 del Trattato costitutivo, del
conseguimento delle politiche economiche secondo un percorso autonomo di
ogni Paese membro in base alla specificità delle reali condizioni
dell’economia del proprio Paese. Tra gli strumenti utilizzabili in caso
di necessità allo scopo era contemplata la possibilità
dell’indebitamento dei Singoli Stati nei limiti consentiti dall’art. 104
c, da interpretare ed applicare in conformità ai criteri fissati nei
commi 2 e 3 del punto 2.
Il
regolamento 1466/97 abroga tutto questo e cancella il ruolo che i
Trattati di Maastricht assegnano agli Stati, nell’Articolo 2, per
l’obiettivo dello sviluppo economico previsto dagli Articoli 102 A, 103 e
104 c. Il punto dirimente è dunque: secondo quanto è previsto dal TUE(
Trattato dell’Unione Europea) se vi è contrasto, è la gestione dell’euro
a doversi adeguare alla realtà economica, mentre secondo quanto
previsto dal Regolamento in questione, invece è la realtà economica a
doversi adeguare all’euro e ai suoi rigidi dogmi. In questo modo il
Regolamento 1466/97 ha cancellato i poteri ed i mezzi con cui gli Stati
avrebbero potuto e dovuto avvalersi per produrre sviluppo.
Se
l’originario Trattato istitutivo della UE, agli articoli ricordati,
lasciava spazi di autonomia nelle scelte di politica economica agli
Stati membri, dall’altra parte successivamente il Regolamento avocava
questa prerogativa a se, consegnando nelle mani e volontà della
Commissione e degli organi tecnici ogni potere decisionale.
Giuseppe
Guarino sottolinea che tra i tre firmatari del Regolamento suddetto,
membri della Commissione Santer, vi è anche il professore Mario Monti.
Il regolamento medesimo, introdotto il 1 gennaio 1999, è,nelle parole di
Guarino, «il ladro che è entrato furtivamente nella casa dell’Unione
Europea ». Si potrebbe commentare che se un tale colpo di mano giuridico
è stato possibile è però perché già nella configurazione originaria dei
suoi articoli fondamentali tanto in materia di istituzioni dell’Unione
Europea ( la Commissione europea, la BCE, il Parlamento Europeo ), della
natura vaga, indeterminata e contraddittoria dei suoi indirizzi
generali (solidarietà+ competività+stabilità dei prezzi) e nella
costruzione della moneta unica euro, vi erano ampi spazi per una manovra
di tal fatta. Il difetto era nel manico.
ULTIMO ATTO (PROVVISORIO) : DALLO SPREAD AL FISCAL COMPACT AL BAIL IN
Nel 2011, anno III° dall’inizio della grande recessione economica che
passerà alla storia come la crisi delle banche private «universali» (
banche di deposito e credito +investimenti) e del loro gigantesco casinò
speculativo dei derivati strutturati, sotto l’egida dei «crediti
subprime» e l’innesco della valanga nel default della Banking Holding
Company Lehman Brothers, all’interno dell’Eurozona la destabilizzazione
era ormai stata scaricata dai debiti privati ai debiti pubblici degli
Stati ex sovrani, a cominciare dalla Grecia. In quell’anno entrò nel
mirino l’Italia, già fortemente minata nella stabilità del suo sistema
economico: nell’estate del 2011 la Commissione Europea inviò al Governo
Berlusconi IV ° la famosa «letterina privata» dei compiti da fare a
casa,lettera a firma congiunta dell’uscente presidente della Bce Trichet
e del neo-presidente in pectore Mario Draghi, in cui si elencavano in
più punti le manovre correttive che il governo Berlusconi avrebbe dovuto
compiere per «mettere i conti a posto», ossia ridurre il peso del
debito pubblico italiano.
Tra
i punti salienti vi erano: 1) privatizzare i servizi pubblici per
migliorarne l’efficienza e attraverso la competitività e la flessibilità
del mercato del lavoro mettere le premesse per la crescita; 2) tagliare
la spesa pubblica, riducendo i costi per pensioni e stipendi del
pubblico impiego; 3) inserire una clausola automatica di riduzione del
deficit; 4) controllo sull’indebitamento e le spese delle autorità
regionali e locali; 5) «parametrare» le perfomance dei servizi pubblici
sanitario, giudiziario e scolastico ad indicatori prefissati; 6)misure
per abolire o fondere enti pubblici intermedi quali le provincie( toh,
assomiglia alla riforma Renzi sulle provincie).
Stante
la gravità della situazione, la lettera richiedeva che le misure
fossero intraprese quanto prima con decreto-legge, ratificato in
Parlamento entro fine settembre. La lettera proseguiva ritenendo
appropriata una riforma costituzionale che rendesse più stringenti le
regole di bilancio.
Motivazione
immediata del sollecito da parte della Bce era che il cosiddetto Spread
(differenziale) tra i Btp ( titoli di stato italiani a scadenza
decennale) e i Bund (titoli di Stato tedeschi) era salito
vertiginosamente fino a oltre 500 punti. Che cosa era successo?
Semplicemente il colosso finanziario tedesco Deutsche Bank, proprietario
di molti titoli pubblici italiani, li aveva messi in vendita sui
mercati finanziari sottoponendoli al libero gioco della domanda e
dell’offerta e dunque al gioco speculativo della crescita dei tassi
d’interesse. La Bce, che nel suo avaro statuto era tenuta ad acquistare
sui mercati secondari i titoli di stato per evitare tale speculazione,
non era intervenuta.
Fu
prontamente attuata una manovra economica straordinaria da parte del
governo Berlusconi in pieno agosto, ma due mesi dopo la manovra fu
ugualmente giudicata insufficiente allo scopo della la riduzione del
debito pubblico italiano da Germania e Francia. Seguì un ulteriore
lettera in 39 punti del commissario europeo agli affari economici Oli
Rhen che rincarava la dose e apriva alla crisi di maggioranza del
governo Berlusconi. Nel novembre di quell’ anno cadeva il governo
Berlusconi sostituito da un governo tecnico guidato da Mario Monti.
Il
professore Mario Monti è uomo poliedrico dalla multipla carriera :
accademico di economia ( professore prima e rettore poi della Bocconi),
consulente in politica prima in Italia ( consulente sui temi del debito
pubblico e dell’inflazione in varie commissioni parlamentari e ministeri
) e poi commissario nell’Unione Europea nella già citata commissione
Santer con deleghe a Mercato interno, servizi finanziari e integrazione
finanziaria, fiscalità e unione doganale e più tardi commissario alla
Concorrenza; infine è stato consulente per la banca d’affari Goldmann
Sachs, membro del direttivo del gruppo Bidelberg e presidente della
Trilaterale ( influenti associazioni di alta finanza), incarico da cui
si è dimesso per poter essere nominato prima senatore a vita e poi
presidente del consiglio dal presidente Napolitano.
Rapidamente
Monti in qualità di presidente del consiglio metteva in pratica i
«suggerimenti» della lettera Trichet-Draghi e attuava una manovra
fiscale anticrisi con revisioni strutturali, cioè tagli strutturali, su
bilancio pubblico, pensioni e sviluppo, portava avanti la riforma del
sistema pensionistico a totale carattere contributivo e con innalzamento
dell’età pensionabile, ( la cosiddetta Riforma Fornero con gli «effetti
collaterali» degli esodati). Seguiva la riforma del lavoro introdotta
dalla Fornero nel marzo 2012 che si poneva i seguenti obiettivi:
combattere la suddivisione del mercato del lavoro tra lavoratori a tempo
indeterminato altamente protetti e lavoratori precari ma non nel senso
di regolarizzare quest’ultimi; una riforma degli ammortizzatori sociali;
una modernizzazione della pubblica amministrazione con la riduzione del
personale attraverso le misure della mobilità obbligatoria, il part
time e la revisione dell’organico. Lo spread scendeva ma la «cura» Monti
non otteneva l’effetto annunciato di rilancio della crescita, dato che
il Pil del 2012 scenderà ancora di 2 punti percentuali.
Nel
frattempo la Commissione Europea, governo de facto della UE, varava un
nuovo corso di meccanismi giuridici automatici in materia di politiche
economiche europee che si chiamano FESF, MES, il Trattato sulla
stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione Economica e
monetaria, più noto per il suo Titolo terzo, Il Fiscal Compact. In
sintesi il complesso di questi documenti aventi valore di norma
comportava una severa e punitiva ( con sanzioni economiche automatiche
in caso di violazione) regolazione volta ad agevolare la competitività,
la riduzione dei debiti pubblici sovrani fino al limite del 60% rispetto
al Pil, alla rigida osservanza del limite del deficit, al taglio delle
spese sociali interne ai singoli Stati. ILMES ( Meccanismo europeo di
stabilità) da parte sua istituiva una banca specificatamente finalizzata
all’assistenza degli Stati membri in difficoltà di bilancio, previo
naturalmente il rispetto assoluto di condizioni durissime. Il MES si
poteva costituire solo previo il suo finanziamento da parte degli Stati
membri in capitale di azioni per un valore complessivo di 700 miliardi
di euro di cui 500 immediatamente nella prima fase.
Il
Governo Monti mentre tagliava migliaia di posti letto negli ospedali e
aumentava l’età pensionabile a sessantasei anni, perché in caso
contrario la spesa sociale sarebbe stata insostenibile, faceva approvare
immediatamente dal nostro parlamento questo Trattato e metteva in
previsione la sua contribuzione al Mes con 125,4 miliardi di euro da
versare in cinque rati annuali ( almeno 60 miliardi sono già stati
versati). L’organismo «biogiuridico» della Commissione Europea, una
sorta di organismo vivente continuamente autorigenerantesi, ha, da
allora, proseguito imperturbabilmente la sua produzione di nuove leggi e
tre queste l’Unione Bancaria Europea e il Bail in.
La
UBE é nata come sistema di vigilanza bancaria unica e diretta della BCE
sull’intero sistema delle banche dell’Unione Europea. La vigilanza
bancaria viene esercitata dalla Bce attraverso le autorità nazionali dei
vari paesi membri e si configura come supervisione diretta su 123
banche della UE. Ciò che caratterizza in maniera «peculiare» questo
nuovo sistema di vigilanza è il nuovo meccanismo di salvataggio previsto
in caso di crisi o fallimento degli istituti bancari europei: non più
il bail out,ossia un meccanismo di risanamento esterno alle banche che
prevedeva un intervento diretto da parte dello Stato nel piano di
salvataggio delle banche attraverso i soldi di tutti i contribuenti, ma
uno strumento interno (bailin o «cauzione interna»), che vede gli
investitori delle banche stesse pagare di propria tasca per il
fallimento dell’istituto. Ossia dovrebbero essere nell’ordine gli
azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti della banca stessa a
contribuire al salvataggio della società in crisi.
Eccezione
solo per quei clienti delle banche che detengono un deposito inferiore a
100 mila euro, che viene protetto dal Fondo di Garanzia dei Depositi.
Il principio ispiratore è che non debbano essere più i contribuenti
degli Stati ad essere coinvolti nel risanamento e lo Stato dovrebbe
intervenire solo come estrema ratio e nel caso in cui venga messo in
pericolo il pubblico interesse, ma mai più con finanziamenti a fondo
perduto. All’apparenza potrebbe sembrare un criterio di equità perché
dovrebbe evitare (almeno in linea di massima) il coinvolgimento diretto
degli Stati nel salvataggio di «banche troppo grandi per potere fallire»
come è avvenuto nella crisi bancaria 2008/2009. Ma è solo l’apparenza
perché a ben vedere questo nuovo modello rende responsabili della
affidabilità degli istituti creditizi i loro clienti e non i banchieri, i
loro funzionari più elevati di grado o gli apparati di controllo( sul
territorio italiano Banca Italia e la Consob).
Forse
sarebbe più auspicabile quale autentico criterio di equità quello di
una profonda riforma del sistema degli istituti finanziari che
contemplasse: 1) il ripristino della precedente separazione tra banche
di deposito e credito( banche commerciali) e banche d’affari o
d’investimento; 2) la limitazione degli attivi finanziari di un ente
finanziario a una quota da non superare per non assumere le dimensioni
gigantesche superiori al Pil di uno Stato sovrano; 3) il divieto
alle banking holding companies di produrre il gigantesco sistema di
derivati strutturati che ha causato il patatrac del 2007/2008; 4)
cancellare la regola della «riserva frazionaria» dalle Banche per cui
esse per ogni credito concesso devono detenere in bilancio una quota
minima pari a 1 euro ogni 12 prestati, e riportare tutto il denaro,
cartaceo o telematico che sia, poco importa, sotto la sovranità di una
Banca centrale che sia però di statuto pubblico, ossia sotto il diretto
controllo di un governo e di uno Stato, banca avente l’esclusivo
monopolio della creazione del denaro dal nulla.
E
questo ci riporta, al termine della nostra lunga peregrinazione, al
punto da cui eravamo partiti e cioè alla domanda iniziale: come ha fatto
l’Italia, da quinta potenza industriale nel mondo nel 1980 a ridursi
allo stato attuale? A ben vedere una risposta di sintesi sta nel fatto
che progressivamente il nostro Stato ha perduto pezzi della sua
sovranità,a cominciare da quella monetaria, e poi si è ridotta in stato
di vassallaggio nell’ordine di poteri finanziari internazionali, di
istituzioni europee dalla natura a noi ostile, del predominio di una
potenza economica e politica quale la Germania perfettamente integrata,
almeno nelle sue classi dirigenti, a quei poteri.
Abbiamo
visto che responsabilità diffuse, dirette e indirette, in parte in
buona fede e in parte no, delle nostre classi dirigenti, hanno
contribuito fortemente a questo nostro destino, per cui esse
consapevolmente o meno «hanno lavorato per il re di Prussia».
Probabilmente in futuro i libri di storia definiranno questi ultimi
trentacinque anni quali quelli di una nuova guerra europea innescata
dalla rivincita del capitalismo internazionale, una guerra combattuta
con mezzi non bellici bensì economici e politici,una guerra basata sulla
rivalutazione del profitto capitalistico per via finanziaria, prima
attraverso il mercato delle obbligazioni, poi quello delle azioni di
borsa, e infine quello dei titoli tossici o derivati strutturati.
A
queste tre fasi della guerra finanzcapitalistica l’Austerity
dell’Unione Europea vi ha aggiunto un suo capitolo proprio:
l’aggressione dei poteri finanziari, mediante le leggi europee, ai
debiti sovrani degli Stati dell’ Eurozona allo scopo d’indurre lo
smantellamento dei sistemi di Stato sociale e la privatizzazione dei
loro rispettivi settori, settori potenzialmente di grande lucro per le
istituzioni finanziarie. Potremmo definirlo il capitolo dell’avanzata
dell’«ordoliberismo». In questi trentacinque anni la guerra
economica-politica è stata combattuta dapprima a bassa intensità e poi
via via sempre più distruttiva dei tessuti sociali e politici costituiti
nei primi trenta / quaranta anni del dopo guerra. L’assunzione piena di
consapevolezza di tale processo, consapevolezza che per svariate
ragioni ancora manca, è il primo passo per poter voltare pagina.
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