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giovedì 5 ottobre 2017

Il voto tedesco accelera la crisi europea. Recuperiamo la sovranità nazionale per difendere la democrazia



Dopo le elezioni in Germania si corre verso una nuova crisi dell'eurozona: per contrastare da una parte le suicide imposizioni autoritarie delle istituzioni europee e l'austerità imposta dai mercati finanziari, e dall'altra la montante onda dei nazionalismi xenofobi, l'unica possibilità di riscossa democratica è quella di difendere strenuamente gli interessi nazionali ripristinando la sovranità delle istituzioni elette dai cittadini.
 

di Enrico Grazzini da Micromega

Le elezioni tedesche e la fine delle illusioni europeiste

Nonostante i roboanti discorsi dell'ex banchiere Rothschild ed attuale presidente francese, Emmanuel Macron, e del premier italiano Paolo Gentiloni sulla “rifondazione europea”, il destino dell'eurozona appare sempre più cupo. Macron e Gentiloni possono declamare finché vogliono le magnifiche e progressive sorti dell'Europa vendendo illusioni europeiste con l'intento di distrarre i loro popoli dalla distruzione dello stato sociale e dalle controriforme del mercato del lavoro che i due leader stanno imponendo ai loro paesi.

Tuttavia, a parte i proclami franco-italiani, non la Francia e tanto meno l'Italia saranno determinanti per l'avvenire dell'Europa e della moneta unica: sarà sempre e solo la Germania a decidere del futuro dell'Unione Europea e dell'euro. E gli ultimi risultati elettorali indicano chiaramente una volta di più che – dopo lo spietato assoggettamento della Grecia – la Germania punterà a sganciarsi da qualsiasi vincolo europeo e a soddisfare esclusivamente i suoi interessi nazionalistici a scapito delle altre nazioni dell'eurozona.

La sorpresa che ha guastato le pur ostinate illusioni europeiste viene dalla Germania, proprio dal centro di gravità dell'Europa. Quasi tutti gli osservatori politici questa volta sono d'accordo: il nuovo probabile governo “giamaica” formato dai popolari, dai liberali e dai verdi, e guidato dalla inossidabile (anche se indebolita) Merkel, sarà ancora più inflessibile e duro di quello precedente verso le prospettive europeiste e in particolare verso i paesi mediterranei. Non avrà alcuna volontà di perseguire politiche europee di ampio respiro e di attuare politiche espansive. Non vorrà assolutamente mai mutualizzare i debiti e correre il rischio di trasferire risorse verso i “pigri e indolenti” paesi bagnati dal Mediterraneo. In una parola: nessuna volontà di cooperazione.

La Germania continuerà senza alcun dubbio ad avere record mondiali di avanzo commerciale, continuerà a fare una politica economica ultrarestrittiva che porta ad attivi di bilancio pubblico, e continuerà così ad esportare deflazione e disoccupazione in tutta Europa e nel mondo. Non ci sarà alcun accordo con Macron sulle sue richieste di una Europa più espansiva e più unita anche sul piano fiscale e politico: al massimo il nuovo governo Merkel riuscirà (forse) ad accordarsi con Macron per nominare un ministro del Tesoro europeo guardiano delle finanze dei paesi debitori, e soprattutto per condividere i costi del nucleare francese e delle avventure militari all'estero, e limitare drasticamente i flussi migratori dall'Africa e dall'Asia.

La nuova Germania che esce da queste elezioni è sempre più spostata a destra – grazie all'affermazione del partito AFD – e dichiaratamente nazionalista e anti-europea: nel nuovo probabile governo giamaica solo i verdi sono dichiaratamente pro-Europa. Però saranno costretti a puntare più sull'ecologia e sulle auto elettriche che sull'Europa unita. Tuttavia è dubbio che la prevedibile crescente durezza teutonica darà dei frutti: sarà difficile per il nuovo governo tedesco proseguire ancora più tenacemente nel soffocamento dei paesi debitori senza provocare nuove e più accese rivolte.

La moneta unica è stata fin dall'inizio basata sul dogma della libera e incontrollata circolazione dei capitali finanziari globali che mirano a sfruttare come parassiti le risorse economiche nazionali sfruttando i debiti dei Paesi più deboli. In questo contesto l'eurozona è diventata l'unione tra paesi creditori e paesi debitori. Un'unione monetaria snaturata e impossibile, gestita attraverso politiche neo coloniali di austerità che hanno come obiettivo la resa completa dei debitori, la svalutazione del lavoro e dei capitali produttivi nazionali, la spoliazione dei contribuenti, il depauperamento dei ceti medi dei paesi periferici. In una parola, questa eurozona serve ormai gli interessi puramente finanziari ed è molto utile ai paesi più forti per sottomettere quelli più deboli e impossessarsi delle loro risorse. A causa del risultato delle elezioni in Germania l'eurozona diventerà una camicia di forza ancora più stretta.

La convergenza dei paesi europei è diventata divergenza. Le diseguaglianze aumentano.

L'Unione Europea e l'eurozona sono nate per fare convergere le economia dei diversi paesi europei. Ma le diseguaglianze dentro e tra i Paesi dell'eurozona aumentano e non si riducono, come ha riconosciuto a chiare lettere e con dati statistici alla mano perfino Benoît Cœuré, membro dell'Executive Board della BCE.

Cœuré ha affermato “che non esiste quasi alcuna convergenza - misurata in termini di PIL pro capite - sin dai primi anni '90 tra i 12 Stati membri dell'area dell'euro che si sono uniti prima del 2002. E di recente abbiamo anche visto una vera e propria divergenza - certamente uno sviluppo preoccupante per una moneta unione. ...Le differenze nei livelli di reddito reale rimangono elevati e possono anche crescere... Senza prospettive credibili di recuperare i paesi con reddito più elevato, alcuni potrebbero mettere in discussione i vantaggi dell'appartenenza all'unione monetaria. In altre parole, senza una reale convergenza, non potremmo garantire la promessa che abbiamo fatto quando l'euro è stato introdotto, cioè che avrebbe portato prosperità e opportunità”. 1

Per salvare l'euro e il sistema finanziario europeo la BCE ha inondato di liquidità le grandi banche con il suo programma di Quantitative Easing da 2 triliardi (migliaia di miliardi) di euro. La BCE sta comprando i titoli di debito degli stati europei e le obbligazioni delle maggiori corporations europee (come in Italia ENEL, ENI, Telecom). La BCE sta in effetti creando una bolla finanziaria che arricchisce solo gli operatori finanziari che scommettono in borsa e negli altri mercati finanziari e valutari; tuttavia la BCE non è riuscita a risollevare l'economia reale, cioè a rilanciare consumi e investimenti. Ora si lamenta perfino che (proprio a causa della sua politica) i salari non sono cresciuti abbastanza da rilanciare la domanda! La bolla finanziaria creata dal Q.E. prima o poi è destinata a scoppiare coinvolgendo nella crisi anche gli stati creditori.

L'architettura della moneta unica impedisce alla BCE di intervenire per monetizzare direttamente il debito degli stati in difficoltà e sottrarli così alla speculazione finanziaria; inoltre impedisce alla BCE di finanziare direttamente l'economia reale. Così, quando – prevedibilmente entro il prossimo anno – finirà il programma di espansione monetaria della BCE di Mario Draghi, ovvero quando Draghi smetterà di acquistare i titoli di stato dell'eurozona, la grande finanza internazionale potrà speculare senza più limiti sui debiti nazionali e colpire gli stati più esposti. Il problema è che, come ha scritto a chiare lettere Joseph Stiglitz, l'euro è una moneta insostenibile – a meno che, ha aggiunto lui, non ci sia la volontà politica di riformare strutturalmente l'eurosistema; ma questa volontà manifestamente manca del tutto -2.

Sindacati e Confindustria favorevoli all'euro che però soffoca le attività produttive e il lavoro.

E' paradossale ma, nonostante la palese crisi strutturale dell'eurozona, gran parte degli intellettuali e delle istituzioni della produzione e del lavoro continuano a rimanere ancora testardamente fedeli alle illusioni sulla moneta unica. Sindacati e Confindustria sembrano essere afflitti dalla sindrome di Stoccolma verso quel sistema dell'euro che in pochi anni ha tolto all'Italia il 25% della sua capacità produttiva e ha portato la disoccupazione ai livelli massimi. Con il Fiscal Compact l'economia italiana verrebbe poi distrutta.

Non si comprende perciò perché quasi tutta l'intelligenza italiana - come, per fare dei nomi, Sergio Fabbrini, docente della LUISS, l'università della Confindustria, che vorrebbe una Europa più sovranazionale e meno intergovernativa (ovvero una Europa che non esisterà mai) o come Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, che vorrebbe l'espansione degli investimenti europei (quando la Germania invece punta a contrarli) - continuino a illudersi e a illudere sulla possibilità di creare un'Europa più ricca ed equilibrata, mentre essa è invece egemonizzata dai concorrenti tedeschi e francesi.

Non si comprende come la confindustria e i sindacati, ma anche e soprattutto la sinistra, continuino a santificare l'Europa e l'euro, a illudersi di riuscire a farli diventare benevoli fattori di sviluppo e di crescita. Sindacati e Confindustria, in quanto rispettivamente rappresentanti (nel bene e nel male) del lavoro e del capitale industriale, dovrebbero invece difendere con vigore l'economia nazionale, le forze produttive, l'occupazione, senza subordinarsi agli interessi della finanza predatoria e al nazionalismo tedesco e francese.

I crediti germanici del Target 2 e il debito italiano

Il paradosso è che l'euro rischia di crollare addosso anche alla ricca Germania. Il Target 2 – il sistema dei pagamenti e di compensazione utilizzato dalle banche dell'eurozona – vede la Germania in credito (crescente) verso le altre nazioni dell'euro di ben 835 miliardi di euro – l'Italia ha invece un debito di 430 miliardi, anch'esso in crescita –. La Bundesbank ha il timore (peraltro in parte giustificato) di finanziare attraverso il Target 2 i deficit degli altri paesi europei, e, nel caso di una nuova probabile crisi, di non recuperare mai più centinaia di miliardi.

L'euro è intrinsecamente fragile e alla lunga si rivelerà controproducente per gli stessi creditori, Germania in primis.

Non a caso il tabù della moneta unica irreversibile – come scudo per i Paesi europei di fronte alle crisi – sta crollando. Il liberale Christian Wolfgang Lindner, ministro in pectore delle finanze tedesche, ha già affermato che non è più disposto a finanziare con fondi europei la Grecia e gli altri paesi debitori, e che è piuttosto preferibile che questi escano dall'euro. Probabilmente molti del costituendo governo tedesco preferirebbero perfino concordare lo scioglimento dell'euro – e questo non sarebbe male, anzi! – pur di non accollarsi il peso di una nuova crisi.

La fine dell'euro “strutturalmente insostenibile” – già preconizzata da Joseph Stiglitz nel suo libro sull'euro – potrebbe essere vicina. 3
E' per questo motivo che Mario Draghi ritarda continuamente la fine del Q.E.

La situazione è confusa e incerta. Ma un fatto è certo. Di fronte all'irrigidimento nazionalistico di Germania e Francia, di fronte alla caduta delle illusioni europeiste, occorre riconoscere finalmente che bisogna innanzitutto salvaguardare con grande vigore e forza i nostri interessi nazionali. Recuperare la sovranità (che è potere decisionale autonomo) significa recuperare anche la democrazia, ovvero il potere dei cittadini di decidere, senza delegare a istituzioni sovranazionali e intergovernative (incontrollabili e incontrollate) il proprio destino.

La legge di bilancio di Padoan: l'Italia corre il pericolo di fare la fine della Grecia

I conti sono semplici ma spietati. La crescita reale del PIL italiano è attualmente di 1,5%, l'aumento dell'inflazione è pari a 0,8%, quindi noi cresciamo nominalmente del 2,3%, mentre il tasso di interesse che paghiamo ai mercati finanziari è del 3%. Questo significa che la nostra crescita reale e il tasso di inflazione non bastano a ripagare l'interesse sul debito pubblico e che dobbiamo indebitarci sempre di più per ripagare una posizione debitoria che continua a crescere.

Una situazione disastrosa che il grande economista americano Hyman Minsky descriveva come “la condizione Ponzi”, che porta dritto al crack finanziario. Una condizione ancora più grave se si considera che, come ha dimostrato Marcello Minenna in un recente articolo sul Financial Times, dal marzo 2015 al giugno 2017 circa 250 miliardi hanno lasciato l'Italia per essere investiti all'estero4. Ovvero gli investitori italiani e stranieri fuggono dall'Italia temendo il crollo. La fuga di capitali verso l'estero vale molto di più del saldo positivo della bilancia commerciale (50 miliardi). Quindi l'economia nazionale continua a perdere euro.

Per diminuire il debito pubblico il nostro ineffabile ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, nel Documento di economia e finanza (DEF) che prepara la prossima (assolutamente invotabile) legge di bilancio, ha programmato per i prossimi anni un saldo positivo tra entrate e spese pubbliche (il cosiddetto avanzo primario) pari al 3,5 % del PIL. Si tratta di un gigantesco e insopportabile salasso. Da due decenni ormai l'avanzo primario italiano – che segnala il fatto gravissimo che i contribuenti pagano più tasse di quanto lo stato spende per i servizi ai cittadini, cioè che lo stato depreda i cittadini per pagare il sistema finanziario – vale circa l'1-2% del PIL (dai 20 ai 30 miliardi circa). Questi avanzi non sono però sufficienti a coprire il debito dello stato e quindi lo stato è stato costretto a chiedere soldi al mercato finanziario per coprire gli oneri del debito stesso (circa 60-80 miliardi all'anno).

Per rompere il circolo vizioso, l'ineffabile Padoan intende fare crescere l'avanzo primario dal 1,7% del 2017 al 3,5% circa del PIL del 2020. Ovvero: più entrate e meno spese, cioè più tagli alla spesa sociale, più privatizzazioni dei beni comuni e anche più tasse! In questo modo i contribuenti dovrebbero pagare ogni anno ai creditori dello stato circa 67 miliardi all'anno per servire il debito pubblico e fare in modo che non aumenti. Una somma enorme che deriverebbe da ulteriori riduzioni selvagge a sanità, istruzione, pensioni, ecc e, certamente, dall'aumento della pressione fiscale.

Ma anche questo piano suicida è destinato a fallire miseramente dal momento che ogni taglio alla spesa pubblica comporta anche una più che proporzionale diminuzione del PIL (moltiplicatore keynesiano negativo). Vale a dire che i tagli peggiorano la situazione economica. E' così assolutamente prevedibile che il debito pubblico sul PIL continuerà a crescere, e che l'Italia dovrà sopportare una nuova condizione di grave crisi finanziaria (e sociale).

Non a caso anche il segretario del PD Matteo Renzi è entrato in conflitto con la politica di Padoan e con il suo furore europeista: Renzi, da politico consumato, ha compreso che i progetti di Padoan sono un suicidio economico compiuto sull'altare della servile subordinazione all'Europa, e che per cercare di conquistare l'elettorato e tentare di mantenersi in sella al governo occorre al contrario fare politiche espansive e cominciare a contestare le politiche europee.

Sovranità nazionale e sovranità monetaria
Nel mondo si assiste al contrasto sempre più acceso tra la globalizzazione incontrollata guidata dai capitali speculativi e il nazionalismo più bieco e sciovinista. Non si può ovviamente approvare né la globalizzazione finanziaria né lo sciovinismo commerciale e culturale. Ma occorre prendere atto che la grande finanza è per sua natura cosmopolita e “internazionalista”, mentre il lavoro ha forti radici nazionali: è un dato di fatto imprescindibile che le lotte del lavoro per la democrazia e per i diritti sociali si svolgono quasi esclusivamente dentro i confini dello stato nazionale. E' inoltre un dato di fatto che la neo-colonizzazione monetaria non solo attacca il lavoro ma svalorizza anche il capitale produttivo nazionale. La lotta per la democrazia e il progresso non può quindi che fondarsi innanzitutto sulla difesa dell'interesse nazionale sia sul piano economico che politico.

La difesa della sovranità nazionale dovrebbe essere il primo obiettivo delle forze progressiste e della sinistra democratica, mentre al contrario sembra che esse da tempo abbiano rinunciato alla salvaguardia degli interessi nazionali, forse per paura di confondersi con la destra sciovinista e razzista. Ma questo timore è assurdo: per esempio, destra e sinistra hanno entrambi votato contro la controriforma della Costituzione di Renzi, ma a nessuno è saltato in mente di pensare che le loro politiche convergano. La difesa dell'interesse nazionale dalle imposizioni di istituzioni europee non elette e dalle scorrerie del capitalismo speculativo non dovrebbe essere appannaggio della destra ma della sinistra. Senza riconquistare sovranità a livello nazionale è impossibile ricominciare a costruire una Europa cooperativa.

Con la svolta a destra della Germania, è possibile fare una previsione: tutti i grandi riformatori idealisti di sinistra, da Tsipras a Varoufakis, alla sinistra spinelliana, ai verdi europei, dovranno ben presto rinunciare a ogni bel sogno di riformare … tutto il continente! Le forze progressiste non sono riuscite a sconfiggere l'austerità nel loro Paese e hanno lasciato le classi più svantaggiate in mano alle retoriche nazionaliste delle destre scioviniste e xenofobe, dichiaratamente anti-europee. L'ondata di destra è pericolosa e crescente. E' ora che le forze progressiste riprendano a difendere gli interessi nazionali e popolari, altrimenti le destre domineranno definitivamente la scena politica.

Senza l'intervento deciso e massiccio dello stato, senza forme di moneta nazionale, senza una banca pubblica di sviluppo, senza investimenti pubblici, senza un Piano del Lavoro, senza politica industriale, non si esce dalla crisi. Se vogliamo risolvere la crisi occorre che le questioni della sovranità nazionale, della sovranità monetaria, della democrazia e della finanza – tutte strettamente collegate tra loro – tornino a essere centrali per realizzare a livello nazionale una politica di sviluppo sostenibile. In quest'ambito la sovranità monetaria gioca un ruolo fondamentale che non si può sottostimare. Per sostenere questa tesi vorrei qui citare alcune fonti autorevoli e autorevolissime.

Abramo Lincoln: «Il governo […] non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi e imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del governo e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del governo stesso. […] La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi»5,

Mayer Amschel Rothschild: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi.6

W. L. Mackenzie King, primo ministro canadese 1935-1948. "Se una nazione perde il controllo della moneta e del credito, non importa poi nulla chi fa le leggi. Fino a quando il controllo della moneta e del credito non viene recuperato dal governo e riconosciuto come la sua responsabilità più sacra, tutti i bei discorsi sulla sovranità del parlamento e della democrazia sono assolutamente inutili”7.

Luciano Gallino: “Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro . Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. … Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili. Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE”8.

Ricordo che Luciano Gallino ha promosso insieme a un gruppo di intellettuali ed economisti – me compreso – il progetto di moneta fiscale che costituisce un primo ma decisivo passo verso la ripresa della sovranità monetaria. Per dirla con le parole di Gallino: “La questione centrale è che questa proposta di moneta fiscale rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato. E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca”.

Infine in un libro appena pubblicato “Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World” William Mitchell e Thomas Fazi si propongono di dimostrare che la sovranità nazionale è indispensabile per contrastare la globalizzazione che arricchisce l'1% e impoverisce i popoli9.

“La lotta per difendere la sovranità e la democrazia dall'attacco della globalizzazione neoliberale è l'unica base sulla quale può essere rifondata la sinistra (e può anche venire contrastata con successo la destra nazionalista). Considerando la guerra costante che il neoliberismo conduce contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci il fatto che la questione della sovranità sia diventata il problema principale e il quadro di contesto della politica contemporanea... Lo svuotamento della sovranità nazionale e la compressione dei meccanismi di democrazia popolare – ovvero il processo definito spesso come “depoliticizzazione” – sono elementi essenziali del progetto neoliberista, finalizzato ad isolare le politiche macroeconomiche dalla critica popolare e a rimuovere qualsiasi ostacolo ai flussi commerciali e finanziari... Il fatto che la richiesta di sovranità nazionale sia stata al centro delle campagne di di Donald Trump e della Brexit, e che attualmente domini il discorso pubblico, che abbia un carattere reazionario e quasi-fascista – dal momento che la sovranità è definita in gran parte lungo linee etniche, xenofobe e autoritarie – non dovrebbe impedirci di rivendicare la sovranità nazionale in quanto tale. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono concetti intrinsecamente reazionari e necessariamente collegati a una ideologia di patriottismo guerrafondaio: in effetti sovranità nazionale e autodeterminazione nazionale sono state le parole d'ordine dei socialisti del diciannovesimo e ventesimo secolo e dei movimenti di liberazione di sinistra … Sarebbe un errore grave cercare di comprendere come Trump abbia sedotto i lavoratori considerando solo che questi siano imbevuti di ideologia di estrema destra. In realtà le classi lavoratrici si sono semplicemente rivolte agli unici movimenti e ai partiti che (finora) hanno promesso di proteggerli dai brutali processi di globalizzazione neoliberista (anche se ovviamente è assai discutibile che questi partiti possano o vogliano veramente mantenere la promessa)”.

Secondo Mitchell e Fazi per riconquistare la sovranità politica e la democrazia è indispensabile recuperare anche e soprattutto la sovranità monetaria.

NOTE


1 “Convergence matters for monetary policy” Speech by Benoît Cœuré, Member of the Executive Board of the ECB, at the Competitiveness Research Network (CompNet) conference on "Innovation, firm size, productivity and imbalances in the age of de-globalization" in Brussels, 30 June 2017
2 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” Einaudi, 2017
3 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” già citato
4 Marcello Minenna “The ECB’s story on Target2 doesn’t add up” Financial Times, 14 settembre 2017
5 A. Lincoln, in R.L. Owen, «National Economy and the Banking System of the United States», 76th Cong., 1st sess. Senate Doc. 23, United States Govt. Print. Off., Washington D.C. 1939.
6 Frase attribuita a Rothschild e citata in Monetarists Anonymous, Economist.com, 29 settembre 2012.
7 Citato da Sergio Cesaratto “Sovranità monetaria e democrazia” Economia e politica, 11 giugno 2011
8 Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.
9 William Mitchell e Thomas Fazi ““Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World”, Pluto Press 2017. La traduzione in italiano delle frasi citate è responsabilità mia.

sabato 23 settembre 2017

Per una Sinistra di Nuovo Grande

di William Mitchell e Thomas Fazi (da American Affairs)
traduzione di Domenico D'Amico



Attualmente l'Occidente si trova nel bel mezzo di una ribellione contro l'establishment, una ribellione di proporzioni storiche. Il voto sulla Brexit nel Regno Unito, l'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, il rifiuto della riforma costituzionale neoliberista di Matteo enzi in Italia, l'inopinata crisi di legittimità dell'Unione Europea – per quanto questi fenomeni, pur correlati, differiscano quanto a fini e motivazioni ideologiche, rappresentano tutti il rifiuto dell'ordine (neo)liberista che ha dominato il mondo, particolarmente l'Occidente, negli ultimi trent'anni.
Anche se il sistema si è dimostrato capace (per lo più) di assorbire e neutralizzare simili agitazioni elettorali, nell'immediato non ci sono segni che questa rivolta contro l'establishment possa placarsi. (1) Nel mondo industrializzato il consenso per i partiti anti-establishmant è al suo massimo dagli anni 30, e continua a crescere. (2) Contemporaneamente, il sostegno per i partiti maggiori, inclusi quelli di tradizione socialdemocratica, è crollato. Le cause immediate di questa reazione avversa sono piuttosto ovvie. La crisi finanziaria del 2007-2009 ha posto sotto gli occhi di tutti la terra bruciata che il neoliberismo lascia dietro di sé, per nascondere la quale le élite hanno fatto grandi sforzi, sia materialmente (tramite la finanziarizzazione) sia ideologicamente (tramite i richiami alla “fine della Storia”). Mentre il credito si esauriva, diventava evidente che per anni l'economia aveva continuato a crescere perché le banche stavano distribuendo, per mezzo del debito, il potere di acquisto che l'impresa non forniva col salario. Per parafrasare Warren Buffett, l'abbassamento della marea sollevata dal debito ha rivelato che quasi tutti, di fatto, stavano nuotando nudi.
La situazione, ieri come oggi, si è aggravata ulteriormente a causa delle politiche di austerità e di deflazione salariale perseguite dopo la crisi da molti governi occidentali, particolarmente quelli europei. Questi governi hanno visto nella crisi l'opportunità di imporre un regime neoliberista ancora più drastico, e di perseguire politiche delineate per compiacere il settore finanziario e le classi abbienti, a spese di chiunque altro. Per cui il progetto (ancora da portare a termine) a base di privatizzazioni, deregolamentazioni e tagli allo stato sociale, è stato rilanciato con rinnovato rigore.
In un contesto di crescente insoddisfazione popolare, disordini sociali e disoccupazione di massa in molti paesi europei, le élite politiche di entrambe le sponde dell'Atlantico hanno risposto con argomentazioni e politiche in continuità col passato. Come risultato, il contratto sociale che lega i cittadini ai tradizionali partiti di governo è più a rischio oggi di quanto lo sia mai stato dai tempi della II Guerra Mondiale – e in alcuni paesi è probabilmente già saltato.

Il Declino della Sinistra
Anche limitando il raggio della nostra analisi al periodo postbellico, movimenti e partiti anti-sistema non sono una novità in Occidente. Almeno fino agli anni 80, l'anticapitalismo rimaneva una forza rilevante con cui si doveva fare i conti. La novità è che oggi – a differenza di venti, trenta o quaranta anni fa – sono movimenti e partiti di destra ed estrema destra (insieme a nuove formazioni del neoliberista “estremo centro”, come il partito La République en Marche del neo-presidente francese Emmanuel Macron) a guidare la rivolta. Messi insieme, destra ed “estremo centro” sopravanzano di gran lunga movimenti e partiti di sinistra, sia in termini di forza elettorale sia in termini di influenza sull'opinione pubblica. A parte poche eccezioni, nella maggior parte dei paesi i partiti di sinistra – vale a dire quelli a sinistra dei tradizionali partiti socialdemocratici – sono relegati ai margini dello spettro politico. Contemporaneamente, paese europeo dopo paese europeo, le tradizionali forze socialdemocratiche vengono “pasokizzate” - cioè ridotte all'irrilevanza parlamentare, alla pari di molte delle loro controparti di centro-destra, per via della loro adesione al neoliberismo e all'incapacità di offrire credibili alternative allo status quo. (Il termine “pasokizzato” si riferisce al partito socialdemocratico greco PASOK, praticamente spazzato via nel 2014 come conseguenza della sua inetta gestione della crisi debitoria della Grecia, dopo aver dominato la scena politica per più di trent'anni). Un destino analogo si è abbattuto su molti ex giganti dell'establishment socialdemocratico, quali il Partito Socialista francese e il Partito Laburista olandese (PvdA). Il consenso dei partiti socialdemocratici è oggi al livello più basso degli ultimi settant'anni – e la discesa continua. (3)
Come dovremmo spiegarci il declino della Sinistra – non soltanto il declino elettorale di quei partiti che sono comunemente associati all'ala sinistra dello spettro politico, a prescindere dal loro effettivo orientamento politico, ma anche il declino dei valori fondamentali della Sinistra sia nei partiti sia nella società in generale? Come mai la Sinistra anti-establishment si è finora dimostrata incapace di riempire il vuoto provocato dal crollo della Sinistra di potere [establishment Left]? Più in generale, com'è giunta la Sinistra a contare così poco nella politica globale? È possibile per la Sinistra, sia culturalmente sia politicamente, tornare a essere una forza di primo piano nella nostra società? E nel caso, in qual modo?
In questi ultimi anni la Sinistra ha fatto qualche progresso in alcuni paesi. Esempi significativi includono Bernie Sanders negli Stati Uniti, il partito Podemos in Spagna e Jean-Luc Mélenchon in Francia, così come l'ascesa al potere di Syriza in Grecia (prima che venisse rapidamente rimessa in riga dall'establishment europeo). Tuttavia è innegabile che, per lo più, i movimenti e partiti di estrema destra siano stati più efficaci di quelli di sinistra o progressisti nell'attingere al malcontento di masse diseredate, marginalizzate, impoverite ed espropriate dalla quarantennale lotta di classe scatenata dalle classi dominanti. In particolare, queste sono le sole forze capaci di fornire una risposta (più o meno) coerente alla diffusa – e crescente – aspirazione a una maggiore sovranità territoriale o nazionale. Questa esigenza viene vista sempre di più come l'unico modo, in mancanza di un reale meccanismo rappresentativo sovranazionale, per riconquistare un qualche grado di controllo collettivo su politica e società, e in particolare sui flussi di capitale, sugli scambi e sulle persone che formano il nucleo della globalizzazione neoliberista.
Data la guerra che il neoliberismo ha condotto contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci che “la sovranità [sia] diventata lo schema dominante [master frame] [1] della politica contemporanea,” come nota Paolo Gerbaudo. (4) Dopotutto, lo svuotamento della sovranità nazionale e le restrizioni al meccanismo della democrazia popolare – ciò che si è definito come depoliticizzazione – è stato un elemento essenziale del progetto neoliberista, mirante a proteggere le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare, e a rimuovere qualsiasi ostacolo si opponesse agli scambi economici e ai flussi finanziari. Dati gli effetti nefasti della depoliticizzazione, è del tutto naturale che la rivolta contro il neoliberismo debba primariamente e principalmente assumere la forma di una richiesta impellente di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali.
Il fatto che alcune visioni della sovranità nazionale si configurino per linee etniche, esclusiviste e autoritarie, non dovrebbe essere visto come incriminante per la sovranità nazionale in se stessa. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono intrinsecamente concetti reazionari e sciovinisti – di fatto, essi sono stati il grido di battaglia di innumerevoli movimenti di liberazione, socialisti e di sinistra, nel XIX e XX Secolo.
Anche limitando la nostra analisi ai maggiori paesi capitalisti, è evidente che in pratica tutti i maggiori progressi sociali, economici e politici dei secoli passati sono stati ottenuti tramite le istituzioni dello stato-nazione democratico, e non per mezzo di istituzioni multilaterali, internazionali o sovranazionali. Anzi, le istituzioni globali sono state variamente utilizzate per far regredire quelle medesime conquiste, come abbiamo visto nel contesto della crisi dell'Euro, durante la quale istituzioni sovranazionali (che non rispondono a nessuno) come la Commissione Europea, l'Eurogruppo e la Banca Centrale Europea hanno usato il loro potere e la loro autorità per imporre una rovinosa austerità a paesi in difficoltà. Il problema, per farla breve, non è la sovranità in quanto tale, ma il fatto che questo concetto sia stato abbandonato nelle mani di chi cerca di imporre un progetto xenofobico e identitario. Sarebbe perciò un grave errore liquidare la seduzione del “Trumpenproletariat” da parte dell'Estrema Destra come un caso di falsa coscienza, come osserva Marc Saxer. (5) Le classi lavoratrici si stanno semplicemente rivolgendo agli unici (finora) movimenti e partiti che promettono loro un minimo di riparo dai venti brutali della globalizzazione neoliberista. Che intendano davvero mantenere simili promesse, questo è un altro discorso. A ogni modo, ciò fa sorgere un interrogativo ancora più grande: perché la Sinistra non è stata capace di offrire alle classi lavoratrici e alle classi medie sempre più proletarizzate un'alternativa credibile al neoliberismo e alla globalizzazione neoliberista? Più di preciso, perché non è stata capace di sviluppare una visione progressista della sovranità nazionale? Come diciamo nel nostro libro di imminente uscita, Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World (Pluto, Settembre 2017), le ragioni sono tante e intrecciate tra loro. Per cominciare, è importante comprendere che l'attuale crisi esistenziale della Sinistra ha profonde radici storiche, risalenti almeno fino a anni 60. Se vogliamo capire lo sbandamento della Sinistra, è da qui che la nostra analisi deve iniziare.

La Fine dell'Era Keynesiana
Oggi molti a Sinistra magnificano l'era “keynesiana” del secondo dopoguerra come un'età dell'oro in cui i lavoratori organizzati, insieme a pensatori e politici illuminati (come lo stesso Keynes) furono capaci di imporre ai capitalisti recalcitranti un “compromesso di classe” portatore di un progresso sociale mai visto prima – che però è stato in seguito rintuzzato dalla cosiddetta controrivoluzione neoliberista. Se ne è dedotto, quindi, che per sconfiggere il neoliberismo basterebbe che un numero sufficiente di appartenenti all'establishment adottasse un ordine di idee alternativo [al loro]. Tuttavia, l'ascesa e declino del keynesismo non si può spiegare semplicemente considerando il potere della classe lavoratrice o la vittoria di un'ideologia sull'altra, ma dovrebbe essere vista come il risultato della convergenza fortuita, nel secondo dopoguerra, di una serie di condizioni sociali, ideologiche, politiche, economiche, tecniche e istituzionali.
Non facendolo, si commetterebbe lo stesso errore che in molti, a Sinistra, commisero nell'immediato dopoguerra. Non riuscendo a valutare fino a che punto il compromesso di classe alla base del sistema fordista-keynesiano fosse, di fatto, elemento fondamentale di quello specifico (storicamente) regime di accumulazione, molti socialisti di quel periodo si convinsero “di aver fatto più del dovuto nel modificare l'equilibrio del potere di classe e la relazione tra stato e mercato”. (6) In linea con questo ragionamento, ignorarono il fatto che la classe capitalista aveva attivamente sostenuto il compromesso di classe solo nella misura in cui era funzionale al profitto, e che perciò, una volta cessata la sua utilità, l'avrebbe rigettato. Alcuni affermavano perfino che il mondo industrializzato fosse già entrato in una fase postcapitalista, nella quale tutti gli aspetti caratteristici del capitalismo erano scomparsi per sempre, grazie a una fondamentale traslazione di potere a favore del lavoro e a svantaggio del capitale, e dello stato a svantaggio del mercato. Inutile dirlo, le cose non stavano affatto così. In aggiunta, il monetarismo – precursore ideologico del neoliberismo – aveva cominciato a diffondersi nelle concezioni politiche della Sinistra sin dai tardi anni 60.
In tal modo, nella Sinistra furono in molti a trovarsi sprovvisti degli strumenti teorici necessari per comprendere contrastare adeguatamente la crisi capitalistica che negli anni travolse il modello keynesiano. Si convinsero invece che la lotta distributiva sorta a quell'epoca si potesse risolvere all'interno dei limiti angusti del sistema socialdemocratico. La verità era che il conflitto capitale-lavoro riemerso negli anni 70 si sarebbe potuto risolvere solo in due modi: dalla parte del capitale, attraverso una riduzione del potere contrattuale del lavoro, o dalla parte del lavoro, attraverso un estensione del controllo dello stato su produzione e investimenti. Come mostriamo in Reclaiming the State, riguardo l'esperienza dei governi socialdemocratici britannici e francesi degli anni 70 e 80, la Sinistra non ebbe la volontà di percorrere questa strada. L'unica scelta rimasta fu quella di “gestire la crisi del capitale per conto del capitale”, come scriveva Stuart Hall, legittimando ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione per la sopravvivenza del capitalismo. (7)
Da questo punto di vista, il governo britannico del laburista James Callaghan (1976-1979) reca gravi responsabilità. In un famoso (o famigerato) discorso del 1976 Callaghan giustificava il programma governativo di tagli alla spesa e moderazione salariale dichiarando che il keynesismo era morto, legittimando indirettamente l'emergente dogma monetarista (neoliberista) e creando di fatto le condizioni perché l'“austerity lite” [austerità moderata] del Partito Laburista venisse rimodulata da Margarett Tatcher in un assalto totale alla classe lavoratrice. Forse ancora peggio, Callaghan rese popolare il concetto che l'austerity fosse l'unica soluzione per la crisi degli anni 70, anticipando il mantra “non ci sono alternative” [there is no alternative (TINA)] di Tatcher, sebbene al tempo alternative radicali esistessero, come quelle proposte da Tony Benn e altri. Ma queste, tuttavia, “nella comune percezione non esistevano più” [no longer perceived to exist]. (8)
In questo senso, lo smantellamento del sistema keynesiano postbellico non può essere spiegato semplicemente come la vittoria di un'ideologia (“neoliberismo”) su un'altra (“keynesismo”), ma interpretato come la risultanza di numerosi, e intrecciati, fattori ideologici, economici e politici: la risposta dei capitalisti al calo dei profitti e alle implicazioni politiche delle strategie per la piena occupazione, i difetti strutturali del “keynesismo reale” [actually existing keynesism]; e la significativa incapacità della Sinistra di proporre una risposta coerente alla crisi del sistema keynesiano, men che meno un'alternativa radicale.

La Globalizzazione e lo Stato
Oltretutto, lungo gli anni 70 e 80, un nuovo (ed errato) concetto condiviso a sinistra cominciò a concretizzarsi nel contesto dell'internazionalizzazione economica e finanziaria – quella che oggi chiamiamo “globalizzazione” - e rese lo stato sempre più impotente rispetto alle “forze del mercato”. Ne conseguiva, questo il ragionamento, che le nazioni non avevano quasi altra scelta che abbandonare le strategie economiche nazionali e qualsiasi strumento tradizionale di intervento nell'economia – imposte e altre barriere commerciali, controllo del capitale, manipolazione di valute e tassi di scambio, politiche fiscali e politiche legate alle banche centrali. Al massimo, avrebbero potuto solo sperare in forme di gestione economica transnazionali o sovranazionali. In altre parole, l'intervento dei governi nell'economia veniva visto non solo come inefficace ma, sempre di più, come del tutto impossibile. Tale processo – generalmente (ed erroneamente) descritto come passaggio dallo stato al mercato – era accompagnato da un attacco feroce contro la stessa idea di sovranità nazionale, sempre più denigrata come reliquia del passato. Come scriviamo in Reclaiming the State, la Sinistra – in particolare la Sinistra europea – in queste vicende ha giocato anch'essa un ruolo essenziale, rafforzando la migrazione ideologica verso una visione del mondo post-nazionale e post-sovranità, spesso in anticipo sulla Destra. Al riguardo, uno dei punti di svolta più consequenziali fu, nel 1983, la svolta verso l'austerità di François Mitterrand – il cosiddetto tournant de la rigueur – appena due anni dopo la storica vitoria elettorale socialista del 1981. L'elezione di Mitterand fece credere a molti che una rottura radicale col capitalismo – almeno con la sua forma estrema affermatasi nei paesi anglosassoni – fosse ancora possibile. Giunti al 1983, comunque, i socialisti francesi erano riusciti a “dimostrare” l'esatto contrario: che la globalizzazione neoliberista era una realtà inevitabile e ineluttabile. Secondo le parole di Mitterand: “Ormai la sovranità nazionale non significa più granché, né possiede un ruolo apprezzabile nella moderna economia globale. (…) È indispensabile un alto grado di sovranazionalità”. (9)
Le ripercussioni del voltafaccia di Mitterand sono percepibili tutt'oggi. Intellettuali progressisti e di sinistra insistono spesso che quella svolta fosse prova del fatto che la globalizzazione e l'internazionalizzazione della finanza avesse posto fine all'era dello stato-nazione e alla sua capacità di perseguire politiche che non siano in consonanza coi diktat del capitale globale. Il concetto è questo: se un governo cerca autonomamente di perseguire la piena occupazione e un piano progressista e redistributivo, inevitabilmente verrà punito dalle forze anonime del capitale globale. Si pretende che Mitterand non avesse altra scelta che abbandonare i suoi progetti di riforme radicali. Per molti sinistrorsi di oggi, Mitterand rappresenta quindi un politico pragmatico consapevole delle forze capitalistiche globali cui doveva far fronte, e abbastanza responsabile da fare quel che era giusto per la Francia.
In realtà, uno stato sovrano che emetta moneta – come la Francia degli anni 80 – lungi dall'essere inerme dinanzi al capitale globale, possiede ancora la capacità di fornire ai propri cittadini piena occupazione e giustizia sociale. Quindi, com'è riuscita l'idea della “morte dello stato” a mettere radici così profonde nella coscienza collettiva? A questa visione postnazionale del mondo era (è) sottesa l'incapacità da parte del personale intellettuale e politico della Sinistra di comprendere – e in qualche caso il tentativo di nascondere – che la “globalizzazione” non era (non è) il risultato di cambiamenti economici e tecnologici inesorabili, ma in gran parte il prodotto di processi gestiti dallo stato. Tutti gli elementi che associamo alla globalizzazione neoliberista – delocalizzazione, deindustrializzazione, libero flusso di merci e capitali eccetera – sono stati (e sono), nella maggior parte dei casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nel promuovere, garantire e sostenere la struttura neoliberista internazionale (per quanto le cose sembrino in via di cambiamento) e insieme creare le condizioni interne che permettono all'accumulazione globale di prosperare.
La medesima cosa si può affermare per il neoliberismo tout court. È convinzione diffusa – particolarmente a sinistra – che il neoliberismo abbia implicato (anche oggi) una “marcia indietro”, uno “svuotamento” o “esaurimento” dello stato, il che a sua volta ha rafforzato il concetto che attualmente lo stato sia stato “sopraffatto” dal mercato. Tuttavia, uno sguardo più attento noterà che il neoliberismo non ha comportato un'uscita di scena dello stato quanto piuttosto una sua riconfigurazione, mirata a porre il timone della politica economica “nelle mani del capitale, e principalmente degli interessi finanziari”, come scrive Stephen Gill. (10)
È lapalissiano, dopotutto, che il processo neoliberista non sarebbe stato possibile se i governi – e in particolare quelli socialdemocratici – non fossero ricorsi a tutta una panoplia di strumenti per promuoverlo: la liberalizzazione di merci e flussi di capitale; la privatizzazione di risorse e servizi sociali; la deregolamentazione delle attività d'impresa, e dei mercati finanziari in particolare; la riduzione dei diritti dei lavoratori (primo e più importante, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell'attivismo sindacale; la riduzione delle tasse sulla ricchezza e sul capitale, a spese dei lavoratori e della classe media; la decimazione dei programmi sociali, e via e via. Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l'Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con inedita determinazione, e col sostegno di tutte le maggiori istituzioni internazionali e dei principali partiti politici.
Perfino la perdita di sovranità nazionale invocata nel passato, come lo è tuttora, per giustificare le politiche neoliberiste, è in gran parte il risultato di una volontaria e cosciente limitazione dei diritti sovrani degli stati da parte delle varie élite nazionali. A questo scopo, le svariate politiche adottate dai paesi occidentali includono: (1) ridurre il potere dei parlamenti, a fronte di quella delle burocrazie di governo; (2) rendere le banche centrali indipendenti dai governi, col fine dichiarato di sottomettere questi ultimi a una “disciplina basata sul mercato”; adottare una politica focalizzata sull'inflazione come strategia principale delle banche centrali – un approccio che mette in primo piano una bassa inflazione come principale obbiettivo della politica monetaria, escludendo altri obbiettivi quali, ad esempio, la piena occupazione; adottare regole limitatrici dell'azione politica – sulla spesa pubblica, sulla proporzione debito-PIL, sulla concorrenza eccetera – in modo da limitare quello che i politici possono fare su mandato dei loro elettori; (5) subordinare i settori di spesa al controllo delle tesorerie; (6) riadottare tassi di scambio fissi, che limitano gravemente la capacità dei governi di esercitare il controllo sulla politica economica; e infine, cosa forse più importante, (7) cedere prerogative nazionali nelle mani di istituzioni sovranazionali e burocrazie interstatali quali l'Unione Europea.
La ragione per cui i governi sceglievano volontariamente di “legarsi le mani” è fin troppo chiara: come esemplifica il caso europeo, la creazione di “vincoli esterni” autoimposti ha permesso alle classi politiche nazionali di ridurre il costo politico della transizione neoliberista – che implicava ovviamente politiche impopolari – dando la colpa a regole prestabilite e a istituzioni internazionali “indipendenti”, che a loro volta venivano presentate come il risultato inevitabile delle nuove, crude realtà della globalizzazione.

Lo Statalismo del Neoliberismo
Inoltre, il neoliberismo è stato (ed è) associato a varie forme di autoritarismo di stato – quindi il contrario dello stato minimo invocato dai neoliberisti – dato che gli stati hanno rinforzato il settore securitario e poliziesco, componente di una generale militarizzazione della gestione delle manifestazioni di protesta. In altre parole, non solo la politica economica neoliberista richiede la presenza di uno stato forte, ma addirittura di uno stato autoritario sia a livello nazionale sia internazionale, in particolar modo quando si tratta di forme estreme di neoliberismo, come quelle sperimentate dai paesi periferici. In questo senso, l'ideologia neoliberista, almeno nelle sue vesti antistataliste, dovrebbe essere considerata come un mero, conveniente alibi per quello che è stato, ed è, un progetto essenzialmente politico e statale. Il capitale rimane dipendente dallo stato tanto oggi quanto al tempo del keynesismo – per tenere sotto controllo le classi lavoratrici, salvare grandi imprese che altrimenti finirebbero in bancarotta, aprire mercati in altri paesi (utilizzando a volte l'intervento militare) eccetera. L'ironia suprema, o chiamiamola indecenza, è che i partiti della Sinistra tradizionale, sia al governo sia all'opposizione, sono diventati i portabandiera del neoliberismo.
Nei mesi e anni seguenti al crollo finanziario del 2007-2009, la perenne dipendenza del capitale – e del capitalismo – la dipendenza dallo stato in un'era neoliberista è diventata vistosamente evidente, visto che i governi degli Stati Uniti, Europa e altrove hanno tratto in salvo le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di bilioni di dollari. Eppure a quel tempo nessun importante opinionista ha strillato “E i soldi da dove si prendono?” Ben presto, comunque, quegli stessi soggetti, alcuni dei quali diretti beneficiari dei provvedimenti di salvataggio, sono tornati al solito ritornello, ammonendoci che i governi sono in bancarotta, che i nostri nipoti saranno stritolati dal crescente peso del debito pubblico, e che l'iperinflazione è in agguato. Successivamente alla cosiddetta crisi dell'euro del 2010, in Europa tutto questo è stato accompagnato da un assalto su tutti i fronti contro il modello socioeconomico europeo del dopoguerra, con l'obbiettivo di ristrutturare e riprogettare le società e le politiche europee secondo linee maggiormente favorevoli al capitale. Una tale riconfigurazione radicale delle società europee – che, lo ripetiamo, ha visto in prima linea i governi socialdemocratici – non si basa su un arretramento dello stato rispetto al mercato, ma piuttosto da una ri-intensificazione dell'intervento statale a favore del capitale. (11)
Nondimeno, l'idea erronea del declino dello stato-nazione è diventata ormai elemento integrante [entrenched fixture] della Sinistra. Visto quanto sopra, non sorprende affatto che le maggiori formazioni di sinistra siano oggi del tutto incapaci di offrire una concezione positiva della sovranità nazionale che si contrapponga alla globalizzazione neoliberista. A peggiorare ulteriormente la situazione, molti a sinistra si sono bevuti le favole macroeconomiche che l'establishmant utilizza per scoraggiare qualsiasi uso alternativo delle misure fiscali dello stato. Ad esempio, hanno accettato senza fare domande la cosiddetta analogia del “bilancio familiare”, che sostiene che i governi emittenti valuta, come un nucleo familiare, hanno limiti finanziari ineludibili [are financially constrained], e che un deficit fiscale diventa un carico rovinoso per le future generazioni.

Dall'Emancipazione alla Ratificazione dello Status Quo
Tutto ciò procede di pari passo con un altro, parimenti tragico, sviluppo. Dopo la sua storica sconfitta, la tradizionale attenzione anticapitalista della Sinistra verso il concetto di classe ha lasciato il campo a una versione liberal-individualista dell'emancipazione. Soggiogati dalle teorie postmoderniste e poststrutturaliste, gli intellettuali della Sinistra hanno abbandonato le categorie marxiane di classe per concentrarsi invece su elementi del potere politico sull'uso di linguaggio e narrazioni come mezzo per consolidare i significati. Questo cambio di rotta ha anche delineato nuove aree di lotta politica che sono diametralmente opposte a quelle descritte da Marx. Negli ultimi trent'anni l'attenzione della Sinistra si è spostata dal “capitalismo” a questioni come il razzismo, la politica di genere, l'omofobia, il multiculturalismo eccetera. La marginalità non viene più descritta in termini di classe ma in termini di identità. La lotta contro l'illegittima egemonia della classe capitalista ha lasciato il campo alle lotte di una varietà di gruppi e minoranze (più o meno) oppresse e marginalizzate: donne, neri, LGBTQ eccetera. Il risultato è che la lotta di classe ormai non viene più vista come la via per la liberazione.
In questo mondo postmodernista, solo le categorie che trascendono i confini tra le classi vengono considerate rilevanti. In aggiunta, le istituzioni sviluppatesi per difendere i lavoratori contro il capitale – come sindacati e partiti socialdemocratici – sono ormai succubi di questi obbiettivi estranei alla lotta di classe [non-class struggle foci]. Come osserva Nancy Fraser, il risultato che è emerso, praticamente in tutti i paesi occidentali, è una perversa consonanza politica tra “le correnti principali dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, multiculturalismo e diritti LGBTQ) da una parte, e dall'altra i settori imprenditoriali di servizi 'simbolici' e di fascia alta (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”. (12) Il risultato è un progressismo neoliberista “che mette insieme ideali ridimensionati di emancipazione e forme letali di finanziarizzazione,” con i primi che prestano il loro carisma a queste ultime.
Man mano che la società si è andata dividendo sempre di più tra una classe urbanizzata, socialmente progressista, cosmopolita, ben educata, altamente mobile e specializzata, e una classe periferica, a bassa specializzazione, di bassa cultura, che lavora di rado all'estero e che affronta la concorrenza degli immigrati, la Sinistra di governo ha costantemente preso le parti della prima. In effetti, il divorzio tra le classi lavoratrici e la Sinistra intellettuale e culturale può essere considerato uno dei principali motivi dietro la ribellione di destra che investe attualmente l'Occidente. Come ha affermato Jonathan Haidt, il modo in cui le élite urbane globaliste parlano e agiscono innesca involontariamente le tendenze autoritarie di una frangia di nazionalisti. (13) In quest'orribile circolo vizioso, tuttavia, più le classi lavoratrici si volgono verso populismi e nazionalismo di destra, più la Sinistra intellettual-culturale moltiplica le sue fantasie liberali e cosmopolite, esacerbando ancora di più l'etnonazionalismo del proletariato.
Ciò è particolarmente evidente nel dibattito politico europeo in cui, nonostante gli effetti disastrosi di Unione Europea e unione monetaria, la Sinistra di governo – appellandosi spesso ai medesimi argomenti utilizzati più di una generazione addietro da Callaghan e Mitterand – resta aggrappata a simili istituzioni. A dispetto di ogni prova del contrario, la Sinistra di governo afferma che queste istituzioni possono essere riformate in chiave progressista, e rifiuta ogni argomentazione a favore di una nuova agenda progressista basata su una ritrovata sovranità nazionale, bollandola come un “arretramento su posizioni nazionaliste”, destinate inevitabilmente a far precipitare il continente in un fascismo stile anni 30. (14) Una tale posizione, per irrazionale che sia, non desta sorpresa, considerando che, dopotutto, l'unione monetaria europea è un'idea partorita dalla Sinistra europea. Tuttavia, questa posizione presenta numerosi problemi, che in definitiva hanno la loro radice nell'incapacità di comprendere l'autentica natura dell'Unione Europea e dell'unione monetaria. Per prima cosa, si ignora il fatto che la costituzione politica e l'economia dell'UE sono strutturate proprio per ottenere i risultati che abbiamo sotto gli occhi: l'erosione della sovranità popolare, il massiccio trasferimento della ricchezza dalle classi medie e basse a quelle dominanti, l'indebolimento della classe lavoratrice, e più in generale l'arretramento delle conquiste democratiche e socioeconomiche ottenute nel passato dalle classi subordinate. L'UE è progettata appositamente per impedire quel tipo di riforme radicali a cui aspirano i progressisti integrazionisti e federalisti.
Ancora più importante è il fatto che queste posizioni riducono la Sinistra al ruolo di difensore dello status quo, permettendo in tal modo alla Destra politica di monopolizzare le legittime rimostranze anti-sistema (e specificamente anti-UE) dei cittadini. Questo significa cedere alla Destra e all'estrema Destra la lotta discorsiva e politica per l'egemonia post-neoliberismo. Non è arduo accorgersi che se un cambiamento in chiave progressista si può attivare solo al livello globale o europeo – in altri termini, se l'alternativa offerta all'elettorato è tra un nazionalismo reazionario e un progressismo globalista – allora per la Sinistra la battaglia è persa in partenza.

Rivendicare lo Stato
Non dev'essere così per forza, tuttavia. Come spieghiamo in Reclaiming the State, una visione progressista, emancipazionista della sovranità nazionale radicalmente alternativa a quelle della Destra e dei neoliberisti – una visione basata sulla sovranità popolare, sul controllo democratico dell'economia, sul pieno impiego, la giustizia sociale, una redistribuzione dai ricchi verso i poveri, una politica di inclusione, e più in generale la trasformazione socio-ecologica della società e della produzione – una tale visione è possibile. È anzi indispensabile. Come scrive J. W. Mason:
“Qualsiasi ordinamento [sovranazionale] si possa immaginare in linea di principio, l'applicazione concreta degli apparati di sicurezza sociale, delle leggi sul lavoro, della protezione dell'ambiente e della redistribuzione della ricchezza avviene a livello nazionale, ed è perseguita da governi nazionali. Per definizione, ogni lotta mirante alla conservazione la democrazia sociale di oggi è una lotta per difendere le istituzioni nazionali.” (15)
In modo analogo, la lotta per difendere la sovranità democratica contro l'offensiva della globalizzazione neoliberista è l'unica base su cui si possa rifondare la Sinistra, sfidare la Destra nazionalista e ricucire lo strappo tra la Sinistra e la sua “naturale” base sociale – i diseredati. A questo fine, la Sinistra deve anche abbandonare la sua ossessione per le politiche identitarie e recuperare un “concetto di emancipazione più allargato, antigerarchico, egualitario, di classe e anticapitalistico” che un tempo era il suo marchio di fabbrica. Simili priorità, ovviamente, non sono in contraddizione con le lotte contro il razzismo, il patriarcato, la xenofobia e altre forme di oppressione e discriminazione. (16) Abbracciare una concezione progressista della sovranità significa anche lasciarsi alle spalle i tanti falsi miti macroeconomici che affliggono i pensatori progressisti e di sinistra. Come abbiamo già affermato, uno dei miti più diffusi e persistenti è il presupposto che i governi siano schiavi delle loro entrate. Dando credito a simili miti, la Sinistra è diventata incapace di concepire alternative radicali. E tuttavia, è proprio di alternative radicali che c'è bisogno. Come ha osservato di recente Perry Anderson: “Per i movimenti anti-sistema della Sinistra in Europa” - come altrove, del resto - “la lezione di questi ultimi anni è chiara. Se non vogliono farsi sorpassare dai movimenti di destra, non possono permettersi di essere meno radicali nell'attaccare il sistema, e in questa opposizione devono essere coerenti.” (17) In altre parole, la Sinistra deve tornare a essere radicale. In Reclaiming the State illustriamo quelli che riteniamo i requisiti necessari – in termini teorici, politici e istituzionali – per la creazione di una concezione all'interno della quale il perseguimento di un progetto socialmente ed economicamente progressista sia tecnicamente possibile. Questo è ciò che è necessario:

  1. Una concezione corretta delle capacità dei governi monetariamente sovrani (o comunque emittenti valuta), e più specificamente la consapevolezza che simili governi non sono mai vincolati alle entrate e alla solvibilità, dato che emettono la loro moneta con un atto legislativo e di conseguenza non possono “finire i soldi” o diventare insolventi. Questi governi hanno sempre una capacità illimitata di spendere la loro stessa valuta: cioè possono acquistare tutto ciò che vogliono, finché esistono beni e servizi acquistabili con la valuta da loro emessa, e possono utilizzare il loro potere di emettere moneta per finanziare massicci investimenti in infrastrutture sociali e materiali. Come minimo, possono reclutare i disoccupati e riutilizzarli produttivamente (ad esempio, con un Programma di Lavoro Garantito [job guarantee] [2] Questo, naturalmente, non si può applicare a paesi che facciano parte dell'Unione Monetaria Europea. La comprensione della realtà operativa delle moderne economie di emissione valutaria diviene quindi una conditio sine qua non per prefigurare una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale.
  2. Una drastica espansione del ruolo dello Stato – e un pari ridimensionamento del ruolo del settore privato – nel sistema di investimenti, produzione e distribuzione. Un progetto progressista per il XXI Secolo deve quindi di necessità comportare una larga ri-nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia – incluso, cosa più importante, il settore finanziario – e un nuovo e aggiornato concetto di pianificazione, mirato a porre le leve della politica economica sotto controllo democratico.

Questi due elementi, a nostro avviso, forniscono la base su cui costruire un'alternativa progressista e radicale al neoliberismo, i cui dettagli dovrebbero risultare da un ampio dibattito tra pensatori progressisti, movimenti sociali e pariti politici, a livello nazionale e internazionali.
Per finire, è chiaro che il possesso di un programma socioeconomico convincente non basta per conquistare il cuore e la testa della gente. A parte la centralità dello Stato dal punto di vista politico-economico, la Sinistra deve farsi una ragione del fatto che la gran maggioranza della gente che non appartiene – e mai apparterrà – all'élite internazionale e giramondo, la loro idea di cittadinanza, di identità collettiva e di bene comune sono inestricabilmente legati al concetto di nazionalità. Alla fine dei conti, essere un cittadino vuol dire dibattere con altri cittadini all'interno di una comunità politica condivisa, e far sì che la classe dirigente risponda delle proprie decisioni [hold decision-makers accountable]. Oggi la Destra è vittoriosa perché è in grado di intessere un'efficace narrazione dell'identità collettiva in cui la sovranità nazionale viene sviluppata in chiave nativista o addirittura razzista. I progressisti quindi devono essere in grado di produrre narrazioni e miti altrettanto potenti, che riconoscano il bisogno di appartenenza e interconnessione degli esseri umani. In questo senso, una visione progressista della sovranità nazionale dovrebbe mirare alla ricostruzione e ridefinizione dello stato-nazione come luogo in cui i cittadini possano trovare rifugio nella “sicurezza nella democrazia [democratic protection], la legalità popolare, l'autonomia locale, i beni collettivi e le tradizioni egualitariste” piuttosto che in una società culturalmente ed etnicamente omogeneizzata, come dice Wolfgang Streeck. (18) Questo è anche il requisito indispensabile per la costruzione di un nuovo ordine internazionale, basato sull'interdipendenza, e tuttavia indipendenza degli stati nazionali.

Articolo apparso in origine su American Affairs, Volume I, Numero 3 (Autunno 2017), pagg. 75-91

Note
1 See Perry Anderson, “Why the System Will Still Win,” Le Monde diplomatique, Marzo 2017.
2 Ray Dalio et al., Populism: The Phenomenon, Bridgewater, 22 marzo 2017.
3 “Rose Thou Art Sick,” Economist, 2 aprile 2016.
4 Paolo Gerbaudo, “Post-Neoliberalism and the Politics of Sovereignty,” openDemocracy, 4 novembre 2016.
5 Marc Saxer, “In Search of a Progressive Patriotism,” Medium, 15 aprile 2017.
6 Adaner Usmani, “The Left in Europe: From Social Democracy to the Crisis in the Euro Zone: An Interview with Leo Panitch,” New Politics 14, no. 54 (Inverno 2013), http://newpol.org/content/left-europe-social-democracy-crisis-euro-zone-interview-leo-panitch.
7 Stuart Hall, “The Great Moving Right Show,” Marxism Today (Gennaio 1979): 18.
8 Colin Hay, “Globalisation, Welfare Retrenchment and ‘the Logic of No Alternative’: Why Second-Best Won’t Do,” Journal of Social Policy 27, no. 4 (Ottobre 1998): 529.
9 John Ardagh, France in the New Century: Portrait of a Changing Society (London: Penguin, 2000), 687–88.
10 Stephen Gill, “The Geopolitics of Global Organic Crisis,” Analyze Greece!, 5 giugno 2015, http://www.analyzegreece.gr/topics/greece-europe/item/231-stephen-gill-the-geopolitics-of-global-organic-crisis.
11 Richard Peet, “Contradictions of Finance Capitalism,” Monthly Review 63, no. 7 (Dicembre 2011), https://monthlyreview.org/2011/12/01/contradictions-of-finance-capitalism/.
12 Nancy Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism,” Dissent, January 2, 2017, https://www.dissentmagazine.org/online_articles/progressive-neoliberalism-reactionary-populism-nancy-fraser.
13 Jonathan Haidt, “When and Why Nationalism Beats Globalism,” American Interest 12, no. 1 (Luglio 2016), https://www.the-american-interest.com/2016/07/10/when-and-why-nationalism-beats-globalism/.
14 Yanis Varoufakis e Lorenzo Marsili, “Varoufakis: ‘A un anno dall’Oxi, non rifugiamoci nei nazionalismi. Un’Europa democratica è possibile,’” La Repubblica, July 8, 2016, http://www.repubblica.it/esteri/2016/07/08/news/varoufakis_a_un_anno_dall_oxi_non_rifugiamoci_nei_nazionalismi_un_ europa_democratica_e_possibile_-143703316/.
15 J. W. Mason, “A Cautious Case for Economic Nationalism,” Dissent (Primavera 2017), https://www.dissentmagazine.org/article/cautious-case-economic-nationalism-global-capitalism.
16 Fraser, “The End of Progressive Neoliberalism.”
17 Anderson, “Why the System Will Still Win.”
18 Wolfgang Streeck et al., “Where Are We Now? Responses to the Referendum,” London Review of Books 38, no. 14 (14 luglio 2016), https://www.lrb.co.uk/v38/n14/on-brexit/where-are-we-now.


note del traduttore
[1] Master frame: cfr. (a cura di) Nicola Montagna, I movimenti Sociali e le Mobilitazioni Globali, Franco Angeli 2007, pagg. 28 e sgg.
[2] Crf. qui.

lunedì 27 marzo 2017

Dal diario di un impaziente Note sparse su sinistra, Europa, sovranità

di Mimmo Porcaro da sinistrainrete


Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai, Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit, l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione) succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la guerra e con una nuova forma di capitalismo.

Eludere lo stato
Eppure dello stato la sinistra (soprattutto quella sedicente antagonista, critica ed alternativa) non parla quasi mai. Parla invece molto del non-stato: autorganizzazione, autogestione, produzione diretta di socialità, sperimentazione di forme extrastatuali di politica e di forme extramercantili di economia. Che bei concetti, che finezza di analisi, che assoluta, totale, irresponsabile mancanza di concretezza! Poi dice che il “popolo” si butta a destra! Prendiamo il sistema sanitario nazionale: disegnatene, se siete capaci, un modello fondato su autogestione e produzione diretta di socialità (con l’inevitabile corredo del decentramento…), dimostratemi che funziona e, se funzione, dimostratemi che non aggrava le differenze tra classi e territori. Come dite? Dite che è difficile? Che questo è un esempio estremo? Ma quale esempio estremo! Si tratta dell’essenziale, dell’eguaglianza di tutti di fronte alla malattia ed al dolore: e per ottenere questa eguaglianza è necessaria l’esistenza di strutture burocratiche, centralizzate e dotate della capacità di finanziarsi, ovvero di imporre anche ai riottosi la solidarietà fiscale. Dunque serve, ahinoi, un apparato coercitivo. Che orrore, vero? Si dirà che apparati del genere tendono inevitabilmente a sclerotizzarsi, a divenire autoreferenziali, autoritari ecc. . Verissimo! Affianchiamoli allora con agili ed efficaci associazioni autonome di cittadini e lavoratori che sappiano controllarli, contrastarli, proporre modelli alternativi, preparare gruppi dirigenti di ricambio. Ma non pensiamo di sostituirli con queste associazioni. Elaboriamo una nuova teoria dello stato ed una teoria della dialettica permanente tra stato e organismi di classe e cittadinanza. Non limitiamoci a pensare soltanto a ciò che sta fuori dallo stato, perché così lasciamo la gestione dello stato stesso ad altri (ben contenti del nostro antistatalismo…) e partecipiamo alla privatizzazione delle funzioni pubbliche sotto il manto della loro socializzazione.

Come superare il lavoro salariato
Un discorso analogo vale per la questione del lavoro. Vogliamo superare la forma-salario? Bene: cominciamo a garantire la piena occupazione (cosa che oggi, e soprattutto in Italia, si può ottenere solo con l’intervento pubblico e con la proprietà pubblica nei settori strategici) e così riduciamo al minimo l’esercito industriale di riserva e con esso il ricatto costante del licenziamento, che è la forma più brutale della schiavitù salariale. Poi riportiamo ad un livello decente le prestazioni del welfare, e così aumentiamo la quota del reddito percepito indipendentemente dalla prestazione lavorativa. Poi, sulla base della piena occupazione, iniziamo a ridurre l’orario di lavoro a parità di reddito (anche utilizzando, a questo punto, forme di reddito integrativo), e sviluppiamo libere – ma socialmente verificabili – attività di cura dell’ambiente sociale e naturale che costituiscano non già il titolo individuale per la fruizione dei servizi del welfare, ma la condizione sociale perché detti servizi siano sempre più estesi e gratuiti. Non basta? Fate un po’ voi. Vi sembra una proposta reazionaria (come dicono Grillo ed i postoperaisti) perché prevede il lavoro per tutti quando oggi non ci sarebbe più bisogno di lavorare, o quasi, e quindi sarebbe giunta l’ora del reddito incondizionato svincolato dal lavoro? Un tempo vi avrei detto: liberi di pensare e dire quel che volete. Oggi vi dico che ogni parola spesa in questo senso alimenta la crescita della destra dura. Perché?

Come non superare il lavoro salariato
Perché, vedete, potrei farvi tanti bei discorsi in cui spiegarvi l’ovvio. E cioè che si deve preferire il lavoro garantito al reddito garantito perché ci sarà pure l’espansione del lavoro intellettuale (che comunque è anch’esso lavoro, e assai più duro e “materiale” di quanto molti non dicano), ma qualcuno deve pur lavorare per costruire le sedie dove il “cognitariato” posa il suo pensoso posteriore, qualcuno deve pur scaricarsi i bancali carichi delle merci ecologicamente irreprensibili che consumate tra un clik e l’altro. E poi che non si può dire che si partecipa alla cooperazione sociale (e quindi si ha diritto per questo solo motivo a un reddito) anche solo facendo zapping davanti alla TV, perché così, secondo la vostra ipotesi, si forniscono informazioni che poi il capitale usa per valorizzarsi. In quel momento infatti non si è lavoratori (ossia membri di un processo collettivo consapevolmente orientato) ma prodotti, merci (ossia individui trasformati in spettatori dalla macchina mediatica), attori passivi della circolazione del capitale: altro che espressione della libera cooperazione produttiva, base del comunismo. Potrei dirvi questo ed altro, ma preferisco per una volta avere un approccio diverso, e mettermi nei panni di un lavoratore che, sia privato o pubblico, schiacciato dal superlavoro, non vede l’ora che una bella leva di giovani venga a dargli man forte. Provate a dirgli che tutti quei giovani disoccupati, in realtà disoccupati non sono perché producono socialità, e “quindi” valore, anche quando sparano cazzate al bar (attività peraltro nobilissima), e che perciò devono percepire un bastevole reddito a prescindere. E che poco importa se per fornirglielo si dovrà attingere dalla sanità o dal sistema pensionistico o magari ridurre un tantinello il reddito di chi si ostina a fare il lavoratore tradizionale. Provate a dirgli che invece di avere al suo fianco un paio di nuovi colleghi che alleggeriscono il suo lavoro, verranno piuttosto alleggerite le sue tasche per finanziare una indennità di disoccupazione mascherata. Provate a dirglielo: non voterà per Salvini, ma direttamente per Hitler. Insomma: non abbiamo diritto al reddito perché siamo “sempre” lavoratori. Abbiamo diritto al lavoro e al reddito, diretto o indiretto che sia, perché siamo cittadini. E dobbiamo lavorare, ossia svolgere una funzione socialmente essenziale, perché tutto ciò che giustamente percepiremo a prescindere dal lavoro non sia una mancia revocabile a piacimento, non sia una diminuzione della nostra dignità, ma un frutto di essa.

Giochi di sovranità
L’odio per lo stato si accompagna benissimo all’amore sconsiderato per l’Europa. Perché l’Unione europea si presenta come un non-stato: e poco importa se in essa il (presunto) declino dello stato si accompagna al dominio del mercato: secondo la nostra sinistra basta sostituire le relazioni mercantili con quelle sociali e il gioco è fatto. E che ci vorrà mai? Gli è, però, che l’Unione non è la tomba della sovranità in generale: è la tomba della sovranità democratica e popolare, di quella sovranità che è essenziale al funzionamento di ogni costituzione. Anche la forma in apparenza meramente economica assunta dell’Unione è in realtà frutto della sovranità, o meglio, dell’incrocio di tre distinte sovranità statali: quella degli Stati uniti (che non hanno mai voluto un’Europa apertamente politica), quella della Germania (che sapeva di non poter egemonizzare l’Europa, almeno all’inizio, in forma direttamente politica) e quella degli altri stati europei, che regolavano così i conti con le proprie classi subalterne fingendo che le decisioni dipendessero da altri. L’emergere della crisi ha fatto riemergere il carattere totalmente intergovernativo delle decisioni, e se un qualche superamento della frammentazione premierà gli sforzi dei fanatici del “più Europa” (tra i quali, of course, la sinistra) sarà, non tanto paradossalmente, un rafforzamento della forma peggiore di sovranità: una kernEuropa unita da vincoli economici ancor più classisti e soprattutto da un comune potere militare. Bella fine, per gli antisovranisti, partecipare alla costruzione di un maxi-sovrano che premierà la Germania conferendole l’arma nucleare!

La riforma impossibile
Eppure, perseverare diabolicum, si continua ad illudersi sulla riformabilità dell’Unione, a predicare piani B, ad esigere riforme dei trattati, a volere l’Europa “sociale”, a chiedere cioè cose che, se mai si realizzassero, provocherebbero l’exit della Germania e la fine dell’Unione, e a chiederle avventuristicamente, ossia senza minimamente prepararsi a quel ritorno alla nazione che sarà la forma inevitabile (almeno all’inizio) della rottura dell’Ue. Ma in realtà si chiedono queste cose perché si sa benissimo che non si realizzeranno mai. E’ infatti impossibile che non si capisca che non esistono le condizioni politiche né per la formazione di un’efficace movimento di classe o di cittadinanza europeo, né per utilizzare una qualche positiva divisione delle classi dominanti europee. Negli ultimi dieci anni e più abbiamo visto crisi, disoccupazione, guerre, miseria crescente, muri contro i migranti, ma non abbiamo visto mai nessun movimento sindacale o civile a livello europeo capace anche solo di iniziare una vera controffensiva. Abbiamo avuto l’evidente sofferenza dei paesi dell’Europa meridionale e la risposta dei dominanti europei è stata la punizione della Grecia: e se qualche divisione si vede in Europa non è tra la Merkel e qualcosa di meglio, ma tra la Merkel e la destra peggiore. Tutto ciò non avviene a caso. La “cecità” dell’Europa centro-settentrionale è in realtà il lucido perseguimento dell’obiettivo della centralizzazione dei capitali e dello sfruttamento del lavoro e del risparmio del sud a profitto del nord. E l’inesistenza di movimenti antiliberisti efficaci deriva dal fatto che l’Unione non è semplicemente uno spazio, che qualcuno può ritenere “migliore” di quello nazionale per il semplice fatto che è più “grande, ma è piuttosto una macchina che avanza distruggendo le forze che dovrebbero – in ipotesi – democratizzarla.

Trappole europee
Sono tre le micidiali trappole che impediscono sul nascere la formazione di una opposizione sociale unitaria a livello europeo. La prima è la “trappola di Von Hayek”, il quale fin dagli anni trenta aveva capito che per rendere strutturalmente impossibile il socialismo sarebbe stato opportuno costruire una bella federazione con una bella moneta comune, perché in tal modo ogni singolo stato, vincolato da una disciplina monetaria decisa altrove, avrebbe dovuto rinunciare a politiche di redistribuzione del reddito, delegandole al livello sovranazionale: ma al livello sovranazionale le storiche divisioni fra stati avrebbero avuto il sopravvento rendendo così impossibile qualunque tipo di redistribuzione. Ben pensato e ben fatto, direi! La seconda è la “trappola della sovranità”: protestate a Roma e vi dicono di andare Bruxelles, andate a Bruxelles e vi dicono di rivolgervi a Francoforte, e qui il banchiere centrale vi dice che si limita ad applicare norme tecniche coerenti con le dinamiche del mercato mondiale: e vorrete mica mettervi contro il mercato mondiale, voi poveri untorelli? E poi, alla fin fine, sono gli stati nazionali a nominare di fatto il banchiere: rivolgetevi a loro! La terza è la trappola della governance: chi comanda davvero, in questi decenni, ha centralizzato e reso impermeabili le decisioni strategiche ma ha delegato alla negoziazione sociale quelle secondarie: una vera bazza per tutte quelle ong, quei sindacati e simili che così possono illudersi di contare qualcosa, e soprattutto possono contare i denari che vengono dalla partecipazione a questo o quel progetto europeo. Credete che da questo mondo associativo, che costituisce una delle più strutturate basi della sinistra, possa venir fuori qualcosa di serio contro la logica dell’Unione?

Piccole monete per piccole patrie
E infatti ne vengono fuori solo palliativi, pannicelli caldi, o vere e proprie “furbate” dagli esiti paradossali. Prendete questa cosa delle monete “sociali” o della “moneta fiscale”. Intendiamoci, nulla in contrario, in linea di principio, in determinati momenti e per determinate questioni. Ma questi espedienti, pensati per non porre il problema dell’exit, avrebbero bisogno, per funzionare davvero, proprio di quella rigida chiusura nazionalistica, quando non localistica, che si rimprovera a chi dall’euro vuole uscire. Infatti la moneta fiscale e quella locale funzionano (come soluzione principale) solo per una nazione o una regione completamente chiuse agli scambi con l’estero. Se invece a questi scambi ti devi aprire ti accorgi che è impossibile usare queste monete per regolare i conti con l’estero, ossia per affrontare quello che è il problema principale di un’economia ormai dipendente come la nostra. Proprio per questo l’eventuale momentaneo beneficio di una moneta sociale e fiscale (i soldi comunque girano, le attività economiche riprendono e così la domanda ecc. ecc.) si convertirebbe da subito in un aumento del deficit con l’estero che, non potendo mai risolversi (per quanto riguarda i rapporti con i paesi europei) con la flessibilità monetaria, dovrebbe essere risolto con la flessibilità salariale. Al ribasso, ovviamente. Ecco che cosa succede a schivare il concreto, concretissimo problema dell’euro

Poesia e prosa
Ma che ce lo diciamo a fare? Qui non è questione di opinioni, di “franca e fraterna discussione”, di lotta ideologica. Certo, c’è una parte non piccola di militanti di sinistra che rimane europeista per dubbi sul prima e sul dopo (sulla genesi dell’Ue e sui modi dell’exit), per abitudine intellettuale, per diffidenza verso certe forme di sovranismo. Con costoro bisogna essere pazienti e non spocchiosi. Bisogna ricordarsi che non è stato facile neanche per noi uscire dall’europeismo: e l’abbiamo fatto di fronte alla palese evidenza del coup d’état di Napolitano-Monti: la droga soporifera successivamente spacciata da Mario Draghi ha annebbiato la vista a molti. Ma per la gran parte della sinistra, ed in particolare per i gruppi dirigenti ed i quadri intermedi, non è questione di poesia europeista ma di prosa. In Italia chi guadagna più di 1.500 euro al mese è europeista. Chi ne guadagna dai 1.000 ai 1.500 è indeciso. Chi sta sotto i 1.000, o chi è disoccupato, è antieuropeista: e se invece per ora si tiene in disparte, domani sarà decisamente anti-euro. Questo per dirvi come va il mondo. La nostra tragedia sta nel fatto che la base sociale della sinistra (quella da cui provengono i quadri) e la sua base di massa (quella da cui provengono gli elettori) appartengono generalmente al primo e al secondo scaglione: e i dirigenti soprattutto al primo. Chi glielo fa fare di rompere gli equilibri e di correre i rischi politici dell’exit? E chi glielo fa fare di porsi il problema dello stato, visto che sulle questioni essenziali (ossia sull’indiscutibilità dell’europeismo) lo stato italiano si muove secondo i desiderata della sinistra e per il resto con 1.500 e più euro al mese, welfare e pensione da lavoratore di lungo corso si vivacchia mica male?

Ancora una divisione tra i lavoratori
La nostra vera tragedia, la tragedia di quel che resta del movimento dei lavoratori e del movimento socialista e comunista, e quella di tutti i cittadini che ancora credono alla Carta fondamentale non è lo strapotere del capitale ma la divisione interna al mondo del lavoro. L’esperienza della lotta di classe post ’45 è certamente ambigua e contraddittoria, ma è difficile negare che nello stato sociale e nel partito di massa, il lavoro qualificato (fosse esso di origine “colta” o meno) aveva la funzione di mediare tra lo stato e la parte meno qualificata del lavoro stesso. Stato e partito erano il luogo di un’alleanza. Progressivamente, il ritrarsi dello stato e la forma privata assunta da molte attività intellettuali hanno creato una frattura che al momento non si vede come risanare, se non con una grande esperienza collettiva di emancipazione, dettata da una qualche necessità storica. Insomma: in Italia esiste un blocco deflazionista, composto non solo dai possessori di grandi e medi capitali, ma anche dai medi risparmiatori e da grandissima parte dei lavoratori garantiti, un blocco che teme l’instabilità e l’inflazione più di ogni altra cosa, che egemonizza il movimento dei lavoratori facendo dimenticare a tutti che l’inflazione è inseparabile da una politica di piena occupazione, e viceversa. Finché questo blocco non si estinguerà (per la progressiva scomparsa del lavoro garantito) o non si spaccherà, non risolveremo nulla. Per adesso questo blocco si candida, qualora ce ne fosse bisogno, a salvare l’appartenenza dell’Italia all’Unione promuovendo una sacra alleanza contro il populismo sovranista. Ad amministrare la miseria italiana per conto della Germania. Nuovi Tsipras crescono.

Sovranità e classe
Qualche evoluzione a sinistra, e nelle vicinanze, si inizia per fortuna a vedere. C’è però troppa timidezza nell’accettare in pieno il terreno della sovranità nazionale. Si ha forse paura di tornare a un tempo in cui l’aggettivo “nazionale” (interesse nazionale, solidarietà nazionale) copriva pratiche di compromesso di classe a perdere. E lo posso capire. Ma oggi le cose stanno all’opposto: oggi la sovranità nazionale viene distrutta proprio per rendere impossibili politiche pro labour. Ed oggi la rinazionalizzazione della politica (un dato di fatto, non una scelta degli ottusi sovranisti) non è un incidente di percorso che interrompe la pacifica marcia della globalizzazione: è piuttosto l’inevitabile risultato dialettico della globalizzazione stessa, che è stata ed è un processo di gerarchizzazione a cui si risponde, inevitabilmente, situandosi in quegli spazi che storicamente hanno (o possono tornare ad avere) quel quantum di forza finanziaria e politica che serve ad ostacolare il libero movimento del capitale. Ossia le nazioni. Dice: ma la sovranità rimanda ad un potere assoluto, trascendente, nemico della società e quindi dei lavoratori… . Ma quando mai? Nella logica del pensiero costituzionale italiano (Mortati in primis) la sovranità è la possibilità di porre in essere comandi politici che non siano condizionati da potentati, interni o esterni allo stato, che possano ostacolare la funzione redistributiva dello stato stesso. La sovranità è la base di una costituzione lavorista, e dalla costituzione stessa è limitata(giustamente: perché il sovrano, quand’anche sia il popolo, può sempre sbagliare). La lotta per l’autonomia di classe ha bisogno di strumenti di politica economica che solo la sovranità nazionale può fornire, ed è per questo che autonomia di classe e sovranità nazionale si intrecciano. Una sovranità nazionale che è primo passo per la creazione di nuove relazioni internazionali che costituiscano lo spazio necessario a condurre in porto efficaci esperienze socialiste. Siamo socialisti ed internazionalisti: quindi vogliamo ricostruire uno stato capace di redistribuire (e per questo ci serve la condizione formale della sovranità nazionale), e quindi dobbiamo anche poter far muro contro la piena libertà di movimento dei capitali (e per questo ci serve uno spazio internazionale cooperativo – e non gerarchico come è quello dell’Unione).

Sovranità e democrazia di base
Dice: ma come, proprio tu che per anni hai teorizzato la necessità di una politica che non si fissi sullo stato, che sia in grado di intaccare i poteri sociali più diffusi, che consenta una attivazione diretta dei lavoratori e della cittadinanza, proprio tu mi vai a riscoprire lo stato, la sovranità e addirittura la nazione? Si, e non sento nemmeno il bisogno di fare troppa autocritica (se non per aver dato troppo credito al “movimento dei movimenti”, non cogliendo fino in fondo la natura relativamente aristocratica di certe forme di mobilitazione). Non ho mai assunto una posizione anarchica (anzi, ho polemizzato espressamente con Negri ed Hardt). Non ho mai detto che si cambia il mondo senza prendere il potere (anzi, ho polemizzato espressamente con Holloway, pur riconoscendone i meriti). Ho semplicemente detto: a) che la funzione di un’entità “terza” che dirima grazie all’autorità politica i conflitti sociali (inevitabili anche nel migliore dei mondi) è ineludibile, e che quindi è ineludibile una qualche forma di stato, altrimenti il soviet più forte mangerà sempre il soviet più debole; b) che ogni stato, anche e soprattutto lo stato che si pretende espressione diretta del popolo, della classe o della famosa moltitudine, tende inevitabilmente alla degenerazione gerarchica; c) che quindi è necessario affiancare allo stato una rete di associazioni autonome dei lavoratori e dei cittadini, capace di interloquire e confliggere con lo stato stesso e, se necessario, di produrre nuovi gruppi dirigenti in sostituzione di quelli eventualmente degenerati. Aggiungo che tali associazioni, se sono veramente mosse dall’esigenza di organizzare la lotta dei ceti popolari per più decenti condizioni di vita e di costruire forme efficaci di democrazia di base, troverebbero oggi grande giovamento proprio da una ricostruzione della sovranità nazionale, perché così avrebbero di fronte ad un interlocutore preciso, identificabile e certamente assai più permeabile della Commissione europea e di consimili mostri. Per capirci: le “città ribelli”, se si organizzano contro un governo nazionale per esigerne politiche coerentemente redistributive, sono un grande momento di presa di parola delle classi popolari e di costruzione delle condizioni dell’eguaglianza. Se invece si presentano come snodi di una governance europea, si perdono nell’indefinito dei progetti macro-clientelari e divengono vettore di diseguaglianza, creando un solco trai luoghi che hanno le possibilità ed il coraggio di ribellarsi e quelli che non sanno o non possono farlo. C’è qualcuno, trai movimenti, le associazioni ecc. ecc. che abbia voglia di affrontare questo “piccolo” problema? Vogliamo proprio far sì che l’anarchismo perda tutta la sua possibile funzione critica e si riduca ad essere anarcocapitalismo d’accatto, ideologia del dominio dei penultimi sugli ultimi?

Non “tornare” ma “inventare”
Non vedo solo una timidezza nell’accettare il terreno della sovranità. Vedo anche una certa leggerezza nell’accettarlo. Intendiamoci: rivendicare la sovranità è condicio sine qua non di qualunque politica degna di questo nome. Ma non si può semplicemente dire “torniamo alla sovranità nazionale”. Se è vero che oggi la sovranità è limitata anche formalmente (e questa è una grave regressione) non si può dimenticare che negli anni successivi al ’45 essa era comunque sostanzialmente limitata. Una funzione fondamentale della sovranità, quella militare, era concentrata nello stato egemone. Ed anche la sovranità economica era sottoposta a vincoli, per quanto, almeno all’inizio, molto elastici. Queste limitazioni, poi erano strettamente funzionali al mantenimento delle gerarchie di classe interne ad ogni paese. Insomma, se si vuole usare la sovranità nazionale come momento di controffensiva dei lavoratori bisogna reinventarne le condizioni, lavorare per la formazione di un mondo multipolare e per il suo equilibrio pacifico, scegliere le relazioni internazionali che meglio consentano lo sviluppo della lotta di classe. Un terreno tutto da dissodare. E così non si può dire semplicemente “torniamo alla politica mediterranea cooperativa” tipica dell’Italia. Tale politica infatti non fu solo cooperativa, ma anche a suo modo imperialistica, fu in fondo solo una variante tattica dell’atlantismo – e difatti perse ogni autonomia quando il sovrano atlantico lo impose, e si mosse in un ambiente di interlocutori stabili che oggi non esistono più. Qui, per noi, abituati a pensare alla politica estera più che altro in termini di slogan e tifo, c’è davvero un lavoro enorme da fare. Né si può dire semplicemente ”torniamo alle imprese pubbliche”, perché queste veramente pubbliche non furono, a causa di una forma giuridica e di un regime di controlli che le resero man mano oggetto di uso privatistico da parte di manager e partiti. Soprattutto, dato il monopolio manageriale del know how, la redazione delle norme che avrebbero dovuto regolare il comportamento delle grandi imprese era di fatto affidata alle imprese stesse (e lo stesso discorso vale per la Banca d’Italia). Si deve quindi inaugurare la stagione dell’impresa pubblica nel nostro paese. E le competenze della società civile potrebbero avere oggi molto da dire nell’ambito di una ripresa ragionata dell’economia mista.
Ecco, vogliamo parlare di queste cose o ci basta cianciare su Minzolini e sulle pseudo-scissioni del PD? E’ possibile che non si riescano a studiare in maniera organizzata tutte queste questioni? E’ possibile. E così, reso impaziente dall’età avanzata e dall’avanzare dei tempi, mi toccherà di stizzirmi ancora, e di sfogarmi ancora con v