venerdì 24 maggio 2019

Europa: la democrazia dei triloghi


di Giovanna Cracco da rivistapaginauno

La farsa del Parlamento europeo
Ci sono immagini che colgono l’essenza delle cose, e in pochi secondi cristallizzano un momento di verità: le istantanee di un’Aula deserta, quella del Parlamento europeo durante il discorso di Renzi per la chiusura del semestre Ue il 13 gennaio scorso, sono fra queste. L’etica non ufficiale che per un momento fa capolino sul proscenio di quella ufficiale, svelandosi suo malgrado. Come se i 751 parlamentari, consapevoli di non avere alcun peso all’interno dell’Unione europea, si rifiutassero, per una volta (un rigurgito di onesta intellettuale?), di presenziare a una farsa.
La questione Europa-democrazia non è nuova; a sinistra fa parte della storia dei diversi partiti, a destra è stata cavalcata dopo la crisi economica. La cultura politica europea si basa sui concetti di Stato di diritto – l’esistenza di una Carta costituzionale scritta che lo stesso Stato deve rispettare nel proprio agire – e di democrazia – la sovranità appartiene al popolo, che la esercita in modo diretto o indiretto.
Uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto è la separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario. Dunque, lasciando da parte il campo giudiziario, uno Stato di diritto a regime democratico è caratterizzato da una Costituzione che non può essere violata, da un Parlamento, eletto dal popolo e suo rappresentante, con il potere di emanare le leggi, e da un governo, espressione della maggioranza politica, a cui spetta il compito di governare. (Non ci interessa in questa sede analizzare quanto la sovrastruttura democratica sia effettivamente inattuata in uno Stato di diritto, per motivi economici, sociali, a causa della struttura capitalistica ecc.; prendiamo per buono il principio democratico e ragioniamo su questo.)
La democratizzazione delle istituzioni europee è stato uno dei punti focali del programma politico della sinistra, soprattutto italiana, a partire dagli anni Sessanta quando, abbandonata la prima fase del rifiuto, il Pci si è arreso all’esistenza della Ue e ha cominciato a discutere su come modificarla dall’interno. Questione centrale della lotta politica è diventata trasformare il Parlamento europeo in un organo elettivo, espressione della sovranità popolare.
Il Parlamento nasce infatti come Assemblea comune della Ceca nel 1951, con 78 membri nominati dai governi nazionali con l’approvazione dei rispettivi Parlamenti; nel 1957, con il Trattato di Roma, i membri diventano 142 e nel 1962 il nome muta in Parlamento europeo e si allarga a 198 delegati; solo nel 1976 l’assemblea diviene elettiva, a suffragio universale diretto, e le elezioni del 1979 portano in Europa 410 parlamentari.
Alla fine degli anni Settanta dunque, formalmente, l’obiettivo è raggiunto. Il problema è che nella sostanza, il Parlamento eletto dai cittadini non esercita alcun potere legislativo, il quale resta nelle mani dell’esecutivo, nella fattispecie la Commissione europea (1) e il Consiglio (2): la prima
propone il testo di legge, il secondo lo approva o respinge; il Parlamento ha il solo potere di emettere un parere non vincolante.
Negli anni l’iter legislativo viene modificato, fino al Trattato di Maastricht del 1992 che introduce la ‘codecisione’: Parlamento e Consiglio votano su un piano di parità le proposte di legge della Commissione. La nuova procedura si applica solo in quarantaquattro settori di intervento, e occorre attendere il Trattato di Lisbona (2007) perché i settori siano portati a ottantacinque, in quella che oggi viene definita “procedura legislativa ordinaria”. Ne restano significativamente esclusi ambiti quali le liberalizzazioni di servizi, la concorrenza, le imposte, l’occupazione, in cui il Parlamento è tuttora confinato nell’inutile azione consultiva di un parere non vincolante. In aggiunta, la Commissione è ancora oggi l’unica detentrice del “diritto di iniziativa”: il Parlamento non può proporre una legge, al massimo può chiedere (!) alla Commissione di presentare una sua proposta.
Ottantacinque settori quindi, nei quali attualmente i parlamentari sembrerebbero avere perlomeno voce in capitolo. L’Unione europea si fa forza dell’esistenza di un’Assemblea elettiva: “Il fatto che si tratti di un organo eletto direttamente dai cittadini garantisce la legittimità democratica del diritto europeo” si legge in una delle tante pubblicazioni che mirano ad avvicinare i cittadini alla Ue (3).
Legittimità democratica, dunque. Per verificare quanto essa sia reale, o sia propaganda, occorre a questo punto intraprendere l’irta via delle procedure europee, che paiono scritte con l’intento di far desistere chiunque intenda cimentarsi nel tentativo di comprenderle.
La codecisione prevede tre possibili letture in Aula e un meccanismo di conciliazione tra Commissione, Consiglio e Parlamento, che si apre quando fallisce il passaggio della seconda lettura e mira a trovare un compromesso prima di arrivare alla terza e ultima (per i dettagli della procedura si rimanda alla Figura 1: descriverla a parole è impresa dai contorni kafkiani).

Figura 1. Procedura legislativa ordinaria Unione europea. Fonte: Unione Europea, Codecisione e conciliazione. Guida a come il Parlamento colegifera nel quadro del Trattato di Lisbona, gennaio 2012

Secondo la “Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione” dell’ultima legislatura (2009-2014), redatta dai vicepresidenti competenti per la conciliazione (Gianni Pittella, Alejo Vidal-Quadras e Georgios Papastamkos), “rispetto alle due legislature precedenti (1999-2004 e 2004-2009), il numero di accordi raggiunti nella fase iniziale ha registrato un sensibile aumento […] Per un numero molto elevato di fascicoli (455 [su 488, n.d.a.]) sono stati raggiunti accordi nella fase iniziale (vale a dire in prima lettura o all’inizio della seconda lettura). Questo numero rappresenta il 93% di tutti i fascicoli di codecisione approvati, rispetto al 54% e all’82% rispettivamente durante la quinta e la sesta legislatura. […] solo 9 fascicoli sono stati oggetto di conciliazione, di cui 8 sono stati approvati in terza lettura”.
Il Parlamento europeo quindi, tra il 2009 e il 2014 è riuscito ad approvare il 93% delle proposte di legge tra la prima e la seconda lettura, senza dover arrivare al passaggio ristretto della conciliazione. Parrebbe positivo: l’attività di dibattito, confronto, compromesso tra le varie anime politiche all’interno dell’Assemblea ha prodotto nuova legislazione (non entriamo nel merito delle norme approvate, di stampo neoliberista: ancora una volta sottolineiamo che qui ci interessa analizzare solo l’aspetto ‘democratico’ delle istituzioni europee). In realtà le cose stanno diversamente: la maggiore attività e rapidità legislativa è dovuta all’espansione dei ‘triloghi’.
Procedura informale non prevista in alcun trattato europeo, ma via via istituzionalizzata con il suo inserimento nelle ‘modalità pratiche’ della codecisione e successivamente nel regolamento del Parlamento, i triloghi sono riunioni ad accesso ristretto tra Commissione, Consiglio e Parlamento, a cui partecipano tre gruppi negoziali composti ciascuno da non più di dieci persone: trenta persone in tutto quindi, che a porte chiuse – nessuna trascrizione né relazione ufficiale esce da questi consessi – cercano la quadra di una proposta di legge, spesso già in fase di prima lettura. Trovato il compromesso, 751 parlamentari ricevono le istruzioni di voto, e pigiano il relativo bottone.

Figura 2. Percentuale dei fascicoli di codecisione approvati in prima, inizio seconda e terza lettura nel periodo 2009-2014 per commissione parlamentare; tra parentesi è indicato il numero dei fascicoli approvati dalla commissione durante la legislatura europea. Fonte: Unione europea, Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione, 14 luglio 2009/30 giugno 2014, settima legislatura

Per il quinquennio 2009-2014 la Relazione segnala la messa in piedi di 1.500 triloghi su circa 350 proposte di legge, e arriva a definirli “una caratteristica distintiva della procedura legislativa ordinaria”. Poche righe dopo, la stessa Relazione lancia un allarme: “Dati l’aumento del numero di fascicoli di codecisione adottati nelle fasi iniziali e il parallelo aumento dei negoziati interistituzionali ‘dietro le quinte’, le preoccupazioni circa la trasparenza e il rendiconto del processo legislativo sono continuate sotto la legislatura 2009-2014”.
In chiusura, il testo arriva addirittura a suggerire delle proposte per cercare di rendere i triloghi più “trasparenti”: “Inevitabilmente, i timori circa la trasparenza della procedura di codecisione continuano a essere una delle principali priorità dell’agenda politica […] tra gli esperti della codecisione l’impressione generale è che la procedura sia efficiente ed efficace e in grado di offrire normative importanti e di qualità ai propri cittadini. Tuttavia si riconosce nel contempo che, mentre la trasparenza al 100% dei negoziati non è né possibile, né necessaria [!], si potrebbero prevedere alcune misure concrete per migliorare la trasparenza e la pubblicità dei negoziati e dei fascicoli adottati. Per esempio, alla Conferenza il vicepresidente della Commissione Šefcovic ha proposto che le istituzioni prendano in considerazione la creazione di un registro pubblico sui triloghi che potrebbe essere reso pubblico e contenere, tra l’altro, informazioni sui fascicoli oggetto di negoziato e la composizione delle squadre negoziali e, una volta raggiunto l’accordo su un fascicolo specifico, tutta la relativa documentazione. Si tratta di un’idea sulla quale le istituzioni potrebbero riflettere ulteriormente insieme”.
Dal suggerimento della Relazione si possono trarre alcune considerazioni: non è possibile sapere pubblicamente quali proposte di legge siano oggetto di negoziazione nei triloghi; non è possibile conoscere pubblicamente la composizione dei tre gruppi di lavoro (Commissione, Consiglio, Parlamento) che vi partecipano; tutta la documentazione, come già accennato, è riservata. Infine: è evidente che la parola ‘trasparenza’ è un surrogato del termine ‘democrazia’, la cui assenza non può certo essere evidenziata in una relazione ufficiale; ma per quanto si scelga di usare un linguaggio mediato, la denuncia è forte, se si pensa l’ambito da cui proviene.
Significa che il meccanismo dei triloghi ha raggiunto livelli a tal punto preoccupanti da mettere in allarme la stessa classe dirigente; non tanto per il venir meno del principio democratico – difficile immaginarla affaccendata in simili angustie – quanto per la gestione interna dell’equilibro di potere tra le diverse formazioni politiche, divenuta probabilmente più ardua.
E in effetti, se si entra nel dettaglio delle varie commissioni parlamentari, specializzate nei diversi settori (economico, ambiente, sanità, agricoltura ecc.), si comprende immediatamente l’apprensione manifestata nella Relazione (figure 2 e 3). La commissione per i problemi economici e monetari (ECON), che ha portato il Parlamento ad approvare il 100% delle proposte di legge tra la prima (98%) e la seconda (2%) lettura, ha avuto il più alto numero di triloghi (331, per 54 leggi approvate); la commissione per l’ambiente, la sanita pubblica e la sicurezza alimentare (ENVI) registra il 98% delle proposte legislative approvate tra la prima (84%) e la seconda (14%) lettura, con 172 triloghi su 70 fascicoli di legge; la commissione per le libertà pubbliche, la giustizia e gli affari interni (LIBE) e riuscita a far approvare il 100% delle proposte legislative tra la prima (86%) e la seconda (14%) lettura, con 155 triloghi su 50 fascicoli di legge; e via a seguire (rimandiamo alle tabelle, per una lettura più immediata dei dati).

Figura 3. Percentuale di triloghi per commissione parlamentare durante la settima legislatura europea (2009-2014). Fonte: Unione europea, Relazione di attività sulla codecisione e la conciliazione, 14 luglio 2009/30 giugno 2014 settima legislatura

In sostanza, l’alto numero di triloghi ha portato a una più rapida approvazione delle leggi da parte del Parlamento, attraverso un meccanismo estremamente semplice: la sua esautorazione.
La trasformazione dei parlamentari in utili idioti – non se ne abbiano a male, ma a questa stregua non si sa che altro ruolo attribuirgli, non certo quello di legislatori – che votano a comando.
Stato di diritto, dunque, si diceva, separazione dei poteri, e democrazia. Possiamo considerare i trattati istitutivi dell’Unione come la sua Carta costituzionale, e i triloghi non sono contemplati all’interno della procedura legislativa di codecisione – l’Unione non è dunque uno Stato di diritto. Commissione e Consiglio sono organi esecutivi, eppure detengono anche il potere legislativo – l’Unione quindi non rispetta la separazione dei poteri. Il Parlamento è l’istituzione espressione della sovranità popolare, ma non ha il diritto di iniziativa legislativa ed è di fatto estromesso dall’esercizio del proprio potere – l’Unione quindi non è democratica. Si ribatterà che la Ue, come tipologia di istituzione, non è uno Stato, e questo è certo: nasce come un insieme di trattati economici di impostazione liberista, e tuttora non è nulla più di questo (4). Niente quindi le impone di rispettare principi come Stato di diritto, separazione dei poteri, democrazia. Soprattutto nel momento in cui quest’ultima, per il pensiero neoliberista, è un ostacolo. Ma a questo punto il quesito fondamentale è: per quanto tempo ancora i cittadini europei accetteranno di essere rimbecilliti dalla propaganda?
 


1) Organo esecutivo in cui siede un rappresentante per ogni Stato membro dell’Unione, designato dal presidente della Commissione in accordo con i governi dei diversi Paesi; il Parlamento europeo deve approvare l’elezione del Presidente – il cui nome, per la prima volta nelle elezioni del 2014, è stato preventivamente indicato nella scheda elettorale accanto al
simbolo dei diversi partiti politici – e dei 27 commissari. Attualmente il presidente è Jean-Claude Juncker, e il commissario italiano è Federica Mogherini
2) Composto da un ministro per ogni Paese, competente per il tema trattato (trasporti, giustizia, ambiente, affari economici ecc.
3) Come funziona l’Unione europea. Guida del cittadino alle istituzioni dell’Ue, Pubblicazioni dell’Unione europea, 2013
4) Cfr. Giovanna Cracco, L’Europa vista da sinistra, Paginauno n. 39/2014


sabato 4 maggio 2019

Euro: una questione di classe

di Thomas Fazi
 
[Ringraziando Stefano Tancredi, Robin Piazzo e Domenico Cerabona Ferrari per il bell'incontro di ieri a Settimo Torinese, riporto il testo del mio intervento, in cui rispondevo alla seguente domanda: «Un singolo Stato può “reggere” dal punto di vista economico l’uscita dalla realtà economica neoliberista dell’UE? Se “no” perché? È più opportuno un processo di riforme economiche nel contesto europeo? Come rapportarsi ai vincoli economici imposti dall’UE? Se si può “reggere” questa uscita come? Quali strategie adottare? Si deve ritornare alla propria moneta? È possibile un’alleanza economica con altri Stati dalla struttura economica più simile alla nostra?»].
La prima cosa da dire è che c’è poco da scegliere. O meglio, la scelta non è se uscire dall’UE o se riformare l’UE, per il semplice fatto che quest’ultima opzione non è praticabile.
L’UE è strutturata in maniera tale da non essere riformabile, perlomeno non nel senso che auspicano gli integrazionisti di sinistra, cioè nella direzione di una riforma dell’UE in senso democratico e progressivo/sociale, men che meno nella direzione di un vero e proprio Stato federale sul modello degli Stati Uniti o dell’Australia.
Come disse il compianto Luciano Gallino poco prima di morire: «Nessuna realistica modifica dell’euro sarà possibile», in quanto esso è stato progettato «quale camicia di forza volta a impedire ogni politica sociale progressista, e le camicie di forza, vista la funzione per cui sono state create, non accettano modifiche “democratiche”».
Basti pensare che per “riformare i trattati” è necessaria l’unanimità di tutti e 28 gli Stati membri dell’UE. In altre parole, sarebbe necessario che in tutti e 28 i paesi dell’UE salissero al potere dei governi progressisti che condividono le stesse prospettive di riforma “di sinistra” dell’euro. Ora, non bisogna essere particolarmente pessimisti per capire perché questo non accadrà mai.
E non accadrà mai innanzitutto perché le condizioni economiche, politiche, sociali, ecc. che si registrano nei diversi Stati sono estremamente eterogenee: ci sono paesi che registrano tassi di disoccupazione estremamente bassi (come la Germania) e paesi come il nostro che registrano tassi di disoccupazione altissimi; ci sono paesi che crescono e paesi che non crescono, ecc.
E la ragione non è che ci sono paesi virtuosi e paesi che non virtuosi, come vorrebbe la narrazione dominante: la ragione è che l’architettura dell’eurozona va bene per alcuni paesi – nella fattispecie i paesi che hanno storicamente una forte propensione all’export: vedi appunto la Germania – e non va bene per altri, come il nostro, che invece storicamente sono molto più dipendenti dalla domanda interna.
Detta in altre parole: gli interessi di noi italiani – e in particolare gli interessi dei lavoratori italiani – non sono gli stessi interessi dei lavoratori tedeschi. Questa è la realtà dei fatti: hai voglia a parlare di “internazionalismo”, come insiste a fare la sinistra europeista.
Come scrive Fritz Scharpf, ex direttore del Max-Planck-Institute: «L’impatto economico dell’attuale regime dell’euro è fondamentalmente asimmetrico. È modellato sulle precondizioni strutturali e sugli interessi economici dei paesi del nord, mentre è in conflitto con le condizioni strutturali delle economie dei paesi del sud, che si vedono così condannati a lunghi periodi di declino, stagnazione o bassa crescita».
Ma questa non è una peculiarità dell’eurozona. Questo è tipico di tutte le unioni monetarie ed economiche: poiché i paesi, come è normale che siano, hanno diverse strutture economiche – ma non solo: hanno pratiche sociali, istituzionali, ecc. diverse –, l’unione monetaria o economica finisce sempre per privilegiare un certo modello – di solito quello dei paesi dominanti: nel nostro caso la Germania – a scapito di altri.
Questo succede anche all’interno degli Stati nazionali: basti pensare agli squilibri che si registrano in Italia tra regioni del nord e regioni del sud. La differenza fondamentale è che negli Stati nazionali – cioè nelle federazioni compiute – questi squilibri sono compensati da trasferimenti perequativi (fiscali e di altro tipo) da parte delle regioni più ricche e da parte dello Stato centrale.
Che è esattamente quello che non c’è – e non ci sarà, almeno non nel futuro prossimo – in Europa. È assolutamente impensabile, infatti, che nel breve-medio termine la Germania accetti un sistema di trasferimenti fiscali permanenti nei confronti degli Stati più poveri della periferia. Chiunque conosce un minimo la Germania ed il dibattito tedesco sa che è così.
E non perché la Germania sia “cattiva”, ma perché non sussistono – non sono mai sussistite e non sussisteranno nel futuro prossimo – le condizioni per una reale statualità europea: per la trasformazione cioè dell’UE in uno Stato democratico sovranazionale. E la ragione di fondo, a prescindere delle questioni più aritmetiche di cui parlavo prima, è che la democrazia – come si evince dal termine stesso – si fonda necessariamente su un demos sottostante: cioè su una comunità politica – che solitamente si contraddistingue per un linguaggio, una cultura, una storia, un sistema normativo comuni e relativamente omogenei, ecc. – i cui membri si sentono sufficientemente uniti non solo da sottostare a un processo democratico e dunque da accettare la legittimità del volere della maggioranza, ma anche e soprattutto da accettare di impegnarsi in prassi solidaristiche quali appunti le politiche redistributive tra classi e/o regione.
In una parola, senza demos non può esistere democrazia, men che meno una democrazia sociale, cioè solidaristica. E oggi, checché ne dicano i federalisti, un demos europeo semplicemente non esiste: non solo parliamo lingue diverse, ma abbiamo prassi sociali, culturali, ecc. molto diversi.
Dunque oggi – come ieri – la democrazia è possibile solo al livello nazionale perché solo il livello nazionale storicamente è stato in grado di creare le condizioni per l’emergere di un demos. Questo non vuol dire che non possa emergere in futuro un demos europeo, ma proprio la storia della formazione degli Stati nazionali ci insegna che questi sono processi molto lunghi e complessi che richiedono secoli – e da noi il processo è a malapena iniziato.
E questo alcuni dei primi teorizzatori dell’UE – come per esempio Hayek, uno dei padri del neoliberismo – lo sapevano benissimo e anzi ne auspicavano la creazione proprio per questo motivo, cioè proprio perché sapevano che la diversità di interessi presenti all’interno dell’unione avrebbe reso impossibile il tipo di intervento pubblico nell’economia e di politiche redistributive (che osteggiavano) che invece sono possibili all’interno dello Stato nazionale, che presenta una maggiore omogeneità interna.
Dunque, per ricollegarmi a quello che dicevo all’inizio, non si tratta di scegliere tra riformare l’UE o uscire dall’UE. Si tratta di scegliere tra rimanere nell’UE a grandi linee così com’è ora – con tutto quello che comporta in termini non solo di costi economici e sociali ma anche in termini di una ormai sempre più evidente sospensione della democrazia – o uscire dal sistema (in particolare dall’euro ma a mio avviso anche dalla stessa UE) e recuperare quel minimo di autonomia economica e politica – e dunque di democrazia – necessaria per poter tornare a immaginare un futuro diverso dal presente. Cioè per rimettere in moto le lancette della storia. Questa è la scelta che abbiamo di fronte. Tertium non datur.
E anche qua io sono d’accordo sempre con Luciano Gallino, che poco prima di morire era giunto alla conclusione che «il costo economico, politico e sociale delle sovranità perdute a causa dell’euro supera il costo di uscirne». E se guardiamo a quanto ammonta quel conto, è difficile dargli torto.
Ora, per quanto riguarda la possibilità o meno di uno Stato di “sopravvivere” fuori dall’UE, bisogna distinguere tra due livelli: il primo è l’impatto che avrebbe l’uscita nel breve termine; il secondo è la possibilità o meno per uno Stato di sopravvivere nel “mare magnum della globalizzazione” – secondo un’accezione diffusa – fuori dall’UE.
Per quanto riguarda l’impatto di breve termine, è ovvio che ci sarebbe un costo. Ma è anche chiaro a mio avviso che la cosa sarebbe gestibile a livello tecnico. Senza entrare nei dettagli, ricordiamoci che la storia è piena di unioni monetarie che si sono disfatte (basti pensare all’Unione Sovietica, alla Jugoslavia o all’unione monetaria cecoslovacca) così come di paesi che hanno abbandonato unilateralmente delle unioni monetarie (per esempio diversi paesi africani nel corso degli anni hanno abbandonato il franco CFA, l’unione monetaria imposta dalla Francia alle sue ex colonie). E spesso l’hanno fatto in condizioni molto più deboli e tecnologicamente arretrate di quanto non lo sia l’Italia oggi.
Basti pensare al fatto che la stragrande maggioranza delle transazioni e del “denaro” circolante oggi sono digitali; dunque, non ci sarebbe bisogno di stampare e di distribuire alle banche vagonate di banconote da un giorno all’altro, ma in un primo tempo si potrebbe introdurre una nuova valuta a livello digitale. Dunque la cosa è tecnicamente fattibile, anche se ovviamente ci sarebbero dei costi, alcuni dei quali non sono quantificabili perché dipendono da fattori esogeni che sono al di fuori del controllo del paese uscente.
E poi c’è un altro punto: in politica raramente ci sono scelte che beneficiano tutti indistintamente. Ogni decisione politica ed economica tende ad avere degli effetti redistributivi che vanno a beneficio di alcune classi e a scapito di altre classi. Dunque la domanda che ognuno dovrebbe porsi non è se sia nell’interesse “dell’Italia” o meno uscire dall’euro, ma se sia nell’interesse mio in quanto lavoratore precario, in quanto disoccupato, in quanto persona che fatica arrivare a fine mese, in quanto classe lavoratrice, recuperare quelle leve economiche necessarie per rilanciare gli investimenti, la produzione e l’occupazione. Diverso è il discorso, per esempio, se avete un bel gruzzolo di risparmi in banca o se possedete titoli di Stato italiani. In quel caso sicuramente subireste una perdita netta.
Dunque è importare adottare una prospettiva di classe in queste cose. Così come l’euro non ha fatto male a tutti – e anzi c’è chi ci ha guadagnato molto: in particolare le classi parassitiche, i rentier, ma anche i grandi capitalisti –, allo stesso modo uscire dall’euro non farebbe male a tutti e non beneficerebbe tutti.
Dunque la prima domanda che uno dovrebbe porsi è: «A qualche classe appartengo io?». E sulla base di quello valutare l’auspicabilità o meno di un’uscita.
Questo per quanto riguarda l’impatto di breve. Per quanto riguarda invece l’idea stessa che un paese non possa sopravvivere fuori dall’UE, mi pare che qui si tracimi nel campo della pura ideologia: basta infatti guardarsi intorno per vedere centinaia di paesi – di ogni tipo: grandi, piccoli, medi, sviluppati, emergenti, democratici, autoritari, ecc. – che se la cavano benissimo fuori dall’UE e anzi in molti casi se la cavano molto meglio dei paesi dell’eurozona.
Per limitarci all’Europa, non mi pare che l’Islanda, la Norvegia, la Svezia, la Svizzera, ecc. siano in preda a carestie, more, invasioni di cavallette e altre piaghe di questo tipo; anzi, come sappiamo bene, sono tutti paesi che in media se la passano meglio dei paesi dell’eurozona.
Dunque l’idea che l’Italia – una delle prime dieci economie al mondo – non potrebbe “farcela” fuori dall’UE è un’affermazione semplicemente ridicola. Il problema semmai è psicologico: anni e anni di autoflagellazione – spesso e volentieri fomentata ad arte – ci hanno convinto di non essere in grado di autogovernarci, di avere bisogno del “vincolo esterno” dell’Europa per non sprofondare nella barbarie, ecc.
Ma si tratta, appunto, di un problema psicologico. Basti pensare che prima di Maastricht – dunque di prima di aderire all’UE – l’Italia se la passava molto meglio di oggi. Dunque, a meno di non pensare che in questi trent’anni sia avvenuta una trasformazione antropologica tale da averci reso dei minus habens, è evidente che il problema è perlopiù di natura psicologica. Abbiamo tutte le capacità tecniche, intellettuali, morali per ricostruire il paese. Dobbiamo solo convincercene.
Più in generale, comunque, è del tutto fallace l’idea che oggi staremmo assistendo al declino – se non addirittura alla morte – degli Stati-nazione. Semmai è vero l’esatto contrario.
E a proposito dell’argomentazione per cui l’Italia avrebbe bisogno dell’UE per non essere “schiacciata” dai nuovi giganti dell’economia mondiale come la Cina, vi invito a leggere ciò che scriveva il Financial Times qualche settimana fa: che se oggi tutti i paesi europei – inclusa l’Italia – spalancano le porte agli investimenti cinesi è perché l’Europa non investe: non investono gli Stati, in virtù degli assurdi vincoli di bilancio europei, ma non investono neanche le istituzioni dell’UE.
Dunque, l’Europa, lungi dal proteggerci da questi potenze, ci espone alla loro mercé. Sentite per esempio cosa dice Alberto Bradanini, ambasciatore a pechino tra il 2013 e il 2015, quindi non esattamente un radicale: «L’Italia potrà qualche beneficio da un’interlocuzione con la Cina se, dopo aver recuperato la propria sovranità monetaria, saprà avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20 per cento nell’ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ciò, l’Italia è destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto Belt and Road».
Chiaro? Dunque, per concludere, non solo l’Italia può farcela fuori dall’euro, ma, come dice Bradanini, può farcela *solo* fuori dall’euro.

martedì 16 aprile 2019

Italia: come rovinare un paese in trent’anni

Sul sito dell’Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell’economia italiana, che perdura da trent’anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l’articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d’uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l’economista olandese  autore dell’articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori.





di Servaas Storm, 10 Aprile 2019

Traduzione per Voci dall’Estero di Gilberto Trombetta


La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona

La terza recessione italiana in 10 anni

Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l’OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.

«Non sottovalutate l’impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).

Alla luce di queste esposizioni, non c’è da meravigliarsi che Le Maire, e la Commissione europea con lui, sia preoccupato per la terza recessione italiana in un decennio, per la crescente retorica anti-euro e per l’atteggiamento del governo di coalizione italiano, composto dal Movimento 5 stelle (M5S) e dalla Lega. La consapevolezza che l’Italia sia troppo grande per fallire alimenta l’audacia del governo italiano nel suo tentativo di reclamare un maggiore spazio di manovra in politica fiscale, violando apertamente le regole di bilancio dell’Unione economica e monetaria (UEM) della UE.

Il risultato è un circolo vizioso. Più la Commissione europea cerca di far rientrare nei ranghi il governo italiano, più rafforzerà il sentimento anti-establishment e anti-euro presenti in Italia. D’altra parte, più la Commissione europea cederà alle richieste del Governo italiano, più perderà la propria credibilità quale custode del Patto di stabilità e crescita dell’UEM. Questa situazione di stallo non può essere superata finché l’economia italiana resta impantanata.

Una crisi del regime economico italiano post-Maastricht

È quindi fondamentale comprendere le vere origini della crisi economica dell’Italia al fine di trovare strade di uscita dalla sua stagnazione permanente. In un nuovo studio dimostro empiricamente le cause della crisi italiana, che, a mio avviso, deve essere considerata una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht, come lo chiama Thomas Fazi (2018). Fino all’inizio degli anni ’90 l’Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante i quali è riuscita a raggiungere il reddito (pro-capite) delle altre nazioni della zona euro (Figura 1). Nel 1960, il PIL pro capite dell’Italia (a prezzi costanti del 2010) era pari all’85% del PIL pro-capite francese e al 74% (come media ponderata) del PIL pro-capite di Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi (da qui in poi indicati con Euro-4).  A metà degli anni ’90 l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il PIL pro capite italiano era il 97% di quello francese) e anche i Paesi Euro-4 (il PIL pro capite italiano era il 94% di quello dell’Euro-4).

Figura 1 


Poi, però, è iniziato un profondo e costante declino, che ha letteralmente cancellato decenni di convergenza (di reddito). Il divario di reddito tra Italia e Francia è ora (al 2018) di 18 punti percentuali, superiore a quello del 1960; Il PIL pro-capite italiano è pari al 76% del PIL pro-capite nelle economie Euro-4.  Nella prima metà degli anni ’90 l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e, quindi, a rimanere indietro, poiché tutti i principali indicatori – reddito pro-capite, produttività del lavoro, investimenti, quote di mercato delle esportazioni, ecc. – hanno iniziato un costante declino.

Non è un caso che l’improvviso rovesciamento delle fortune economiche dell’Italia si sia verificato dopo l’adozione della “sovrastruttura giuridica e politica” imposta dal Trattato di Maastricht del 1992, che ha spianato la strada all’istituzione dell’UME nel 1999 e all’introduzione del moneta comune nel 2002. L’Italia, come mostro nell’articolo, è stata l’allievo modello dell’Eurozona, l’unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell’austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l’essenza stessa delle regole macroeconomiche dell’UME (Costantini 2017, 2018). L’Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell’Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.

L’austerità fiscale permanente

L’Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell’Eurozona in termini di austerità autoimposta e di riforme strutturali per soddisfare le condizioni dell’UEM (Halevi 2019). Questo è chiaro quando si confronta la politica fiscale italiana post ‘92 con quella di Francia e Germania. Diversi governi italiani hanno realizzato continui avanzi primari (quando la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per interessi passivi, è positiva), con una media del 3% del PIL all’anno nel periodo 1995-2008. I governi francesi, al contrario, hanno registrato in media disavanzi primari pari allo 0,1% del PIL ogni anno durante lo stesso periodo, mentre i governi tedeschi sono riusciti a generare un avanzo primario dello 0,7% in media all’anno negli stessi 14 anni. Gli avanzi primari permanenti dell’Italia nel periodo 1995-2008 avrebbero potuto ridurre il rapporto debito pubblico/PIL di circa 40 punti percentuali, facendolo passare dal 117% del 1994 al 77% nel 2008 (mantenendo tutti gli altri fattori costanti). Ma la lenta crescita (nominale) rispetto ai tassi di interesse (nominali) elevati ha spinto in alto il rapporto debito/PIL di 23 punti percentuali e ha mandato in fumo oltre la metà della riduzione del debito pubblico/PIL di 40 punti percentuali raggiunta con l’austerità. Non è che l’austerità permanente dell’Italia, intesa a ridurre il rapporto debito/PIL facendo registrare costanti avanzi primari, le si sia ritorta contro perché ha rallentato la crescita economica?

I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a realizzare ingenti avanzi primari (di oltre l’1,3% del PIL in media all’anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. La disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un’intervista del 2012 con la CNN, anche se ciò significava «distruggere la domanda interna» e spingere l’economia in recessione. L’abnegazione quasi “teutonica” dell’Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con l’atteggiamento francese (“laissez aller”): il governo francese ha fatto deficit primari in media del 2% del PIL nel 2008-2018, lasciando tranquillamente che il suo rapporto debito/PIL salisse a circa il 100% nel 2018. Lo stimolo fiscale cumulativo fornito dallo Stato francese ammontava a 461 miliardi di euro (a prezzi costanti del 2010), mentre il taglio fiscale complessivo sulla domanda interna italiana era di 227 miliardi di euro. I tagli al bilancio italiano si manifestano in contrazioni tutt’altro che banali della spesa pubblica per il welfare pro-capite, che ora (al 2018) è pari a circa il 70% della spesa sociale pro-capite di Germania e Francia. Pensate a come sarebbe stata la protesta dei “Gilets Jaunes” se, dopo la crisi del 2008, il Governo francese avesse attuato un consolidamento fiscale come quello dell’Italia…

Restrizioni salariali permanenti

Quando l’Italia firmò il Trattato di Maastricht i suoi alti tassi di inflazione e disoccupazione furono considerati come dei grandi problemi. L’inflazione era attribuita al potere “eccessivo” dei sindacati e a un sistema di contrattazione salariale “eccessivamente” centralizzato. Questo provocava una forte spinta inflazionistica e una contrazione dei profitti, poiché la crescita dei salari tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro, riducendo la quota profitti. Vista così, la causa dell’alta disoccupazione italiana potrebbe essere individuata nel suo “rigido” mercato del lavoro e nella ”aristocrazia operaia” troppo protetta. Ridurre l’inflazione e ripristinare la redditività ha richiesto la moderazione salariale, che a sua volta poteva essere raggiunta solo con una deregolamentazione radicale del mercato del lavoro o – come vengono chiamate eufemisticamente – con le “riforme strutturali”.

L’Italia non ha un salario minimo garantito (a differenza della Francia) e inoltre non ha un generoso sistema di sussidi per la disoccupazione (in termini di tassi di sostituzione e durata delle indennità di disoccupazione e requisiti per accedere ai benefici) rispetto alla media europea. La tutela dell’occupazione dei dipendenti regolari in Italia è all’incirca allo stesso livello di quelle di Francia e Germania. Le riforme strutturali del mercato del lavoro in Italia hanno comportato una drastica riduzione delle tutele per i lavoratori a tempo determinato e, di conseguenza, la quota di lavoratori temporanei nell’occupazione totale in Italia è passata dal 10% del periodo 1991-1993 al 18,5% del 2017. Tra il 1992 e il 2008, l’occupazione totale (netta) in Italia è aumentata di 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui quasi tre quarti (il 73%) erano posti di lavoro a tempo determinato. In Francia, l’occupazione (netta) è aumentata di 3,6 milioni di posti di lavoro nel periodo 1992-2008, di cui l’84% erano posti di lavoro regolari (permanenti) e solo il 16% erano lavori temporanei.

Inoltre, il potere contrattuale dei sindacati è stato ridotto dall’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione a favore della riduzione del debito pubblico (Costantini 2017), da una politica della Banca centrale molto più restrittiva (anti-inflazionistica) e dal tasso di cambio fisso. Di conseguenza la crescita dei salari reali per dipendente, in media del 3,2% all’anno nel periodo 1960-1992, è stata ridotta a un misero 0,1% all’anno nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.  All’interno della UE l’inversione di tendenza dell’Italia a è stata evidente: dal 1992 al 2008 la crescita dei salari reali italiani per lavoratore (0,35% annuo) è stata solo pari alla metà della crescita dei salari reali dei Paesi Euro-4 (0,7% annuo) e ancora inferiore rispetto alla crescita dei salari reali in Francia (0,9% all’anno). È interessante notare che, dal 1992 al 2008, la crescita dei salari reali per dipendente in Italia è stata leggermente inferiore a quella (già bassa) della crescita dei salari reali tedeschi (0,4% all’anno). Per vedere il quadro di lungo periodo la figura 2 mostra il rapporto tra il salario reale di un lavoratore italiano e il salario reale del lavoratore medio francese, tedesco e dei Paesi Euro-4 dal 1960 al 2018. Agli inizi degli anni ’60, il salario medio dei lavoratori italiani era pari a circa l’85% della retribuzione francese, rapporto salito al 92% nel biennio 1990-1991. A partire dal 1992, il salario reale italiano ha iniziato un costante declino rispetto ai salari medi francesi e, nel 2018, il lavoratore medio italiano ha guadagnato solo il 75% del salario guadagnato dal suo omologo francese. Il divario salariale tra Italia e Francia è più grande oggi di quanto non fosse negli anni ’60. Lo stesso schema vale quando si confrontano gli stipendi italiani con gli stipendi tedeschi ed Euro-4.

Figura 2 


La moderazione salariale dell’Italia si è dimostrata una strategia efficace per prendere tre piccioni (non solo due) con una fava. In primo luogo ha contribuito a ridurre l’inflazione al 3,4% di media all’anno dal 1992 al 1999 (rispetto al 9,6% di media all’anno nel periodo 1960-1992), ulteriormente al 2,5% all’anno dal 1999 al 2008 e all’1,1% dal 2008 al 2018. L’Italia non è più incline, in senso strutturale, a un’inflazione elevata e accelerata. In secondo luogo, la moderazione salariale ha aumentato l’intensità del lavoro nella crescita del PIL dell’Italia, riducendo così la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione dell’Italia ha raggiunto il picco a metà degli anni 90 superando l’11%, ma la deregolamentazione del mercato del lavoro e il contenimento salariale hanno fatto scendere la disoccupazione al 6,1% nel 2007 e al 6,7% nel 2008, inferiore ai tassi di disoccupazione di Francia (pari a 8% nel 2007 e 7,4% nel 2008) e Germania (dove la disoccupazione era dell’8,5% nel 2007 e del 7,4% nel 2008).  Infine, come previsto, la deflazione salariale ha comportato un aumento sostanziale della quota profitti del PIL dell’Italia: la quota profitti è aumentata di oltre 5,5 punti percentuali, dal 36% nel 1991 a circa il 41,5% dal 2000 al 2002, dopo di che si è stabilizzata intorno 40% fino al 2008. Negli anni 90, la ripresa della quota degli utili è stata considerevolmente più forte in Italia che in Francia, e paragonabile a quanto accaduto in Germania, nonostante il fatto che la quota profitti dell’Italia fosse già relativamente elevata.

In altre parole, le riforme strutturali italiane degli anni ’90 hanno dato buoni frutti in termini di una maggiore quota profitti che è rimasta sostanzialmente superiore a quella di Francia e Germania. Con un’inflazione ridotta, un’efficace compressione dei salari, una diminuzione della disoccupazione, l’indebitamento pubblico in declino e la quota profitti considerevolmente aumentata, l’Italia sembrava essere pronta per un lungo periodo di forte crescita. Non è andata così. L’operazione è stata un successo, ma il paziente è morto. Secondo l’autopsia del coroner, la causa della morte è una mancanza strutturale di domanda interna.

Il soffocamento della domanda interna italiana post ‘92

Restando fedele alle regole dell’EMU, la politica economica italiana ha creato una cronica carenza di domanda (interna). La crescita della domanda interna pro capite è stata in media dello 0,25% all’anno dal 1992 al 2014 – in forte calo rispetto alla crescita della domanda interna (del 3,3% all’anno) registrata nel trentennio 1960-1992 e molto al di sotto della crescita della domanda interna (dell’1,1% pro capite all’anno) dei Paesi Euro-4. Anche la crescita reale delle esportazioni italiane (pro capite) è diminuita, passando dal 6,6% di media all’anno del periodo 1960-1992 al 3% all’anno del 1992-2018. La crescita media annua delle esportazioni (pro capite) è stata del 4,4% nei Paesi Euro-4 da dal 1992 al 2018. La penuria di domanda cronica dell’Italia ha ridotto l’utilizzo della capacità (soprattutto nel settore manifatturiero) e questo, a sua volta, ha ridotto il tasso di profitti. Secondo le mie stime, l’utilizzo della capacità produttiva italiana è diminuita di ben 30 punti percentuali rispetto all’utilizzo della capacità produttiva francese tra il 1992 e il 2015.

Il tasso di utilizzo del manifatturiero italiano rispetto alla manifattura tedesca è passato dal 110% del 1995 al 76% del 2008 ed è ulteriormente diminuito al 63% nel 2015, con un calo di ben 47 punti percentuali. Una minore utilizzazione delle capacità ha ridotto il tasso di profitto della produzione italiana di 3-4 punti percentuali rispetto ai tassi di profitto francesi e tedeschi. Ciò ha notevolmente depresso gli investimenti e la crescita della produzione italiana. Permettetemi di sottolineare il fatto che il tasso di profitto dell’Italia è diminuito anche quando la quota profitti rispetto ai redditi è aumentata. Ciò significa che la strategia italiana di austerità fiscale e di contenimento salariale si è rivelata controproducente, perché non ha migliorato il tasso di profitto: il calo della domanda interna e dell’utilizzo della capacità produttiva hanno avuto un impatto (negativo) maggiore sulla redditività dell’azienda rispetto all’aumento della quota profitti.

Come sostengo nello studio, questa condizione di carenza cronica di domanda interna è stata creata, in particolare, da (a) austerità fiscale perpetua, (b) contenimento permanente dei salari reali e (c) mancanza di competitività tecnologica che, in combinazione con un tasso di cambio sfavorevole (euro), riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato delle esportazioni a fronte della crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito (Cina in particolare). Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda, riducendo l’utilizzo della capacità produttiva e la redditività delle aziende e colpendo gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività. Stanno quindi bloccando il Paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento della matrice produttiva dell’economia italiana e della composizione qualitativa dei suoi flussi commerciali (Simonazzi et al., 2013).

Il settore manifatturiero italiano non è “ad alta intensità tecnologica” e soffre di una stagnazione della produttività. Come mostrano le figure 3 e 4, la competitività di costo dei produttori italiani rispetto ai Paesi Euro-4 dipende dai bassi salari e non dalle prestazioni superiori della produttività. Mentre i lavoratori industriali in Francia e Germania guadagnavano 35 euro all’ora (a prezzi costanti del 2010) nel 2015, e i loro colleghi in Belgio e Olanda guadagnavano ancora di più, i lavoratori italiani nel settore manifatturiero stavano portando a casa solo 23 euro all’ora (in prezzi costanti del 2010) – o un terzo in meno (vedi Figura 3). Ma allo stesso tempo la produttività del lavoro industriale per ora di lavoro è considerevolmente più alta in Francia e Germania (a € 53 all’ora a prezzi costanti 2010) che in Italia, dove è di circa € 33 all’ora (Figura 4). I produttori italiani stanno quindi prendendo una strada sterrata, mentre le imprese dei Paesi Euro-4 viaggiano su un’autostrada. In altre parole, rispetto ai produttori tedeschi e francesi, le aziende italiane soffrono di una mancanza di forza tecnologica, che in Germania si basa su alta produttività, sforzi innovativi e alta qualità del prodotto. È vero che le aziende italiane si distinguono per la loro alta qualità relativa in prodotti di esportazione più tradizionali e a bassa tecnologia come calzature, prodotti tessili e altri prodotti minerali non metallici. Ma hanno costantemente perso terreno nei mercati di esportazione di prodotti più dinamici caratterizzati da livelli più elevati di ReS (ricerca e sviluppo) e intensità tecnologica, come prodotti chimici, farmaceutici e apparecchiature di comunicazione (Bugamelli et al., 2018).

Bloccati in una posizione di debolezza strutturale

Per due ragioni questa specializzazione nelle attività a bassa e medio-bassa tecnologia mette il Paese in una posizione quasi permanente di debolezza strutturale. Il primo è che l’elasticità del tasso di cambio della domanda di esportazione è maggiore per le esportazioni tradizionali rispetto alle esportazioni di media e alta tecnologia. Di conseguenza l’apprezzamento dell’euro ha danneggiato gli esportatori italiani di prodotti tradizionali più duramente rispetto alle imprese tedesche e francesi che esportano più beni e servizi “dinamici”. In poche parole un euro sopravvalutato penalizza le esportazioni italiane più che quelle delle economie dei Paesi Euro-4.

Il secondo fattore è che le imprese italiane operano in mercati globali e quindi maggiormente esposti alla crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito, in particolare della Cina. Nel 1999, il 67% delle esportazioni italiane era costituito da prodotti (tradizionali) esposti a una concorrenza medio-alta da parte di imprese cinesi – rispetto a un’esposizione simile alla concorrenza cinese del 45% delle esportazioni in Francia e del 50% delle esportazioni in Germania (Bugamelli et al . 2018). La quota delle esportazioni italiane nelle importazioni mondiali è passata dal 4,5% del 1999 al 2,9% del 2016 e la perdita della quota di mercato è stata fortemente concentrata in segmenti di mercato più tradizionali, caratterizzati da un’elevata esposizione alla concorrenza cinese (Bugamelli et al., 2018). Mano a mano che le imprese cinesi e di altre economie emergenti continuano ad espandere le loro capacità produttive e ad aumentare la loro competitività, le pressioni concorrenziali aumenteranno anche in segmenti a media e medio-alta tecnologia. Le imprese italiane hanno difficoltà ad affrontare la concorrenza dei Paesi a basso reddito: sono generalmente troppo piccole per esercitare qualsiasi potere riguardo al prezzo, troppo spesso si tratta di produttori di singoli prodotti incapaci di diversificare i rischi di mercato e troppo dipendenti dai mercati esteri, poiché il loro mercato interno è in depressione.

Figura 3 


Figura 4 



La crisi permanente dell’Italia è un segnale d’allarme per l’Eurozona

Esistono modi razionali per far uscire l’economia italiana dall’attuale paralisi, nessuno dei quali facile, e tutti fondati su una strategia a lungo termine di “camminare su due gambe”: (a) rilanciare la domanda interna (ed estera) e (b) diversificare e migliorare la struttura produttiva e le capacità innovative e rafforzare la competitività tecnologica delle esportazioni italiane (per allontanarsi dalla concorrenza diretta sui costi salariali con la Cina). Ciò significa che sia l’austerità che la soppressione della crescita dei salari reali devono cessare. Il governo italiano dovrebbe attrezzarsi per fornire un orientamento inequivocabile all’economia attraverso maggiori investimenti pubblici (nelle infrastrutture pubbliche e nella conversione ecologica dei sistemi energetici e di trasporto) e nuove politiche industriali per promuovere l’innovazione, l’imprenditorialità e una maggiore competitività tecnologica .

Non c’è carenza di proposte da parte degli economisti italiani per portare l’Italia fuori dalla crisi attuale. Tra questi Guarascio e Simonazzi (2016), Lucchese et al. (2016), Pianta et al. (2016), Mazzucato (2013), Dosi (2016) e Celi et al. (2018). Queste proposte sono tutte incentrate sulla creazione di un processo autorinforzante di crescita guidato dagli investimenti e dall’innovazione, orchestrato da uno “stato imprenditoriale” e fondato su rapporti datore di lavoro-dipendenti regolamentati e coordinati, piuttosto che su mercati del lavoro liberalizzati e rapporti di lavoro ultraflessibili. Queste proposte potrebbero funzionare.

Lo stesso non si può dire, tuttavia, dello stimolo fiscale “a una gamba” proposto dal governo di coalizione M5S-Lega, il cui scopo è una ripresa a breve termine della domanda interna attraverso una maggiore spesa pubblica (consumo). Nessuna delle spese proposte però aiuterà a risolvere i problemi strutturali dell’Italia. Ciò che manca completamente è un orizzonte a lungo termine, o la seconda gamba di una strategia praticabile – che la neoliberale Lega non fornirebbe volentieri e che il cosiddetto progressista M5S sembra incapace di concepire (Fazio 2018). Tutto cambia perché nulla cambi.

Ancora più importante, qualsiasi strategia di sviluppo razionale “a due gambe” è incompatibile con il rispetto dei vincoli macroeconomici della UE e con la stabilità dei mercati finanziari, che dovrebbero fungere da disciplinatori dei sovranismi dell’Eurozona (Costantini 2018, Halevi 2019). Questo è evidente da quanto accaduto quando il Governo gialloverde se ne uscì con un bozza di bilancio per il 2019. L’impatto totale dello stimolo fiscale a una gamba proposto nel DEF del 2019 era pari a circa l’1,2% del PIL nel 2019, l’1,4% nel 2020 e l’1,3% nel 2021, e anche questa minuscola espansione del bilancio ha scatenato la risposta scomposta della Commissione europea e il conseguente aumento del rendimento dei titoli italiani.

Blanchard et al. (2018, p.2) formalizzano questo status quo in un modello meccanico di dinamica del debito e concludono che il DEF 2019 rischia di innescare «spread ingestibili e gravi crisi, inclusa l’uscita involontaria dall’Eurozona». Blanchard et al. (2018, pagina 16) sono a favore di un bilancio fiscalmente neutro, che a loro avviso porterebbe a tassi di interesse più bassi e “probabilmente” (secondo loro) a una crescita più elevata e occupazione. Equazioni, grafici e un linguaggio economico-tecnocratico sono usati con destrezza per trasformare ciò che di fatto costituisce una trasgressione estremanente modesta dei vincoli UE in un evento catastrofico a bassa probabilità e che tutti vorrebbero evitare (vedi Costantini 2018). Ciò che è tragico è che il DEF del 2019 non si avvicina nanche lontanamente a ciò che sarebbe necessario per una strategia razionale. Tutto quello strepitare e quella furia sono inutili.

Peggio ancora è il fatto che il mantenimento dello status quo dell’Italia, che è quello che significherebbe un bilancio fiscalmente neutro, comporta un rischio reale largamente ignorato, a bassa probabilità e ad alto impatto: una rottura della stabilità politica e sociale nel Paese. La stagnazione continua alimenterà il risentimento e le forze anti-establishment e anti-euro in Italia. Questo destabilizzerà non solo l’Italia, ma l’intera Eurozona. La crisi italiana costituisce quindi un campanello d’allarme per l’Eurozona nel suo insieme: austerità continua e moderazione dei salari reali, in combinazione con la de-democratizzazione delle scelte di politica economica, costituiscono un “gioco pericoloso” (Costantini 2018), un gioco che rischia di rafforzare ulteriormente le forze anti-sistema anche negli altri Paesi dell’Eurozona.

È come aprire il vaso di Pandora. Nessuno può dire come finirà. Gli economisti (compresi quelli italiani) hanno un’enorme responsabilità in tutto questo, sia perché sono corresponabili della situazione, sia perché continuano a non riuscire ad unirsi intorno a soluzioni strategiche razionali per risolvere la crisi italiana. “Forse”, ha scritto John Maynard Keynes, “è storicamente vero che nessun ordine sociale perisce mai se non per sua stessa mano ” (Keynes 1919). Gli economisti razionali devono dimostrare che il verdetto di Keynes è sbagliato, a partire dall’Italia, se non altro perché il pasticcio che è diventata la Brexit sembra ormai essere oltre il recuperabile.



RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI





  • Blanchard, O., Á. Leandro, S. Merler and J. Zettelmeyer. 2018. “Impact of Italy’s draft budget on growth and fiscal solvency.” Policy Brief 18-24. Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics.
  • Bugamelli, M., S. Fabiani, S. Federico, A. Felettigh, C. Giordano and A. Linarello. 2018. “Back on track? A micro-macro narrative of Italian exports.” Ministry of Economy and Finance Working Paper No. 1. Rome: Ministry of Economy and Finance.
  • Celi, G., A. Ginzburg, D. Guarascio and A. Simonazzi. 2018. Crisis in the European Monetary Union: A Core-Periphery Perspective. London: Routledge.
  • Costantini, O. 2017. “Political economy of the Stability and Growth Pact.” European Journal of Economics and Economic Policy: Intervention 14 (3): 333-350.
  • Costantini, O. 2018. “Italy holds a mirror to a broken Europe.” Blog post, Institute for New Economic Thinking, June 14.
  • Dosi, G. 2016. “Beyond the ‘magic’ of the market. The slow return of industrial policy (but not yet in Italy).” Economia e Politica Industriale 43 (3): 261-264.
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  • Halevi, J. 2019. “From the EMS to the EMU and …. to China.” INET Working Paper. Forthcoming.
  • Horobin, W. 2019. “Le Maire Says Italian Recession Threatens France’s Economy.” February 20, Bloomberg.com.
  • Jäger, K. 2017. EU KLEMS Growth and Productivity Accounts 2017 Release. Description of Methodology and General Notes. New York: The Conference Board.
  • Keynes, J.M. 1919. The Economic Consequences of the Peace. New York: Harcourt, Brace and Howe.
  • Lucchese, M., L. Nascia and M. Pianta. 2016. ‘Industrial policy and technology in Italy.’ Economia e Politica Industriale 43 (3): 4-31.
  • Mazzucato, M. 2013. The Entrepreneurial State: Debunking Public vs. Private Sector Myths. London: Anthem.
  • Monti, M. 2012. “Transcript of an interview with Fareed Zakaria of CNN.”
  • Paternesi Meloni, W. and A. Stirati. 2018. “Macroeconomics and the Italian vote.” Blog post, Institute for New Economic Thinking, August 6.
  • Pianta, M., M. Lucchese and L. Nascia. 2016. What is to Be Produced? The Making of a New Industrial Policy in Europe. Brussels: Rosa Luxemburg Stiftung.
  • Simonazzi, A. , A. Ginzburg and G. Nocella. 2013. ‘Economic relations between Germany and southern Europe.’ Cambridge Journal of Economics 37 (3): 653–675.
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giovedì 11 aprile 2019

Piddini che non capiscono



di Giuseppe Masala

Piddini che non capiscono e che vorrebbero spiegarti che “in Europa si sta come si deve stare ovvero compentendo per primeggiare”. Peccato che sono proprio i loro Leader che ci hanno portato in Europa con “spirito cooperativo” ovvero con le pistole ad acqua, tranguiando di tutto quando gli altri si facevano letteralmente i fatti loro a partire dai tedeschi. Ci siamo piegati a tutto, a partire dalle assurde regole di finanza pubblica che hanno castrato gli investimenti pubblici facendo dell’Italia un paese arretrato e non competitivo sull’innovazione. Non solo, i tedeschi ci hanno mosso una guerra con il dumping salariale da paura obbligandoci ad una rincorsa folle su questa traiettoria che ha demolito la domanda interna. Non solo, non solo, non solo. C’è un altro cecchino che agisce alle spalle oltre al dumping salariale tedesco: il dumping fiscale dei paesi parassiti (Olanda, Lussemburgo e Irlanda) che rendono più conveniente l’investimento finanziario e l’emorragia di capitali privati dall’Italia verso questi paesi piuttosto che l’investimento degli utili conseguiti. In altri termini, anche se per paradosso la legislazione italiana reintroducesse la schiavitù per combattere il dumping salariale tedesco non è detto che basti per riattivare gli investimenti privati visto il dumping fiscale interno all’area europea. E in tutto questo, l’investimento pubblico in ricerca e s sviluppo (ma anche nell’intervento diretto in economia, se il privato non investe, permetti che l’intervento diretto è necessario?).è completamente azzerato a causa delle regole di finanza pubblica imposte da Bruxelles.

E poi c’è la ciliegina sulla torta: una Francia con i conti con l’estero completamente scassati – e che si tiene a galla con i prestiti e gii investimenti dei paesi in surplus – non si arrende a fare quelle manovre di austerità necessarie per stare in Europa come vorrebbero i tedeschi e vuole compensare con un aggressività in politica estera spaventosa. Ormai lo fanno apertis verbis; mandano soldati in Libia per sbattere fuori l’ENI ed impossessarsi delle nostre fonti di approvigionamento energetico. Non è che non ci venderanno petrolio e gas: saranno ben lieti di venderceli ovviamente pagando il profitto alla Total. Della serie se non riesco a sistemare la bilancia commerciale compenso pompando profitti dall’estero sistemando la bilancia delle partite correnti.

E il piddino questo gioco spaventoso, questo terribile trappolone dove siamo caduti, non lo vede. Niente, niente da fare. Sono ottusi, competenti (ovviamente, non lo vedete come vestono bene e le loro cravatte da 100 euro?) ma ottusi.

lunedì 7 gennaio 2019

La Filosofia e il Fantasma della Scienza


di Domenico D'Amico


Ci risiamo.
O meglio, siamo sempre lì, sul crinale ottocentesco della scienza come ancella della filosofia, una scienza stolidamente abbarbicata alle sue bagatelle materiali, che dalla bassezza del proprio orizzonte conoscitivo pretende di dirci come dobbiamo vivere. Ma perché mai questi tecnocrati del sapere non stanno una volta buona al loro posto di elargitori di comodità voluttuarie (Feyerabend)?
A ricordarcelo sono i filosofi del progetto Alétehia.
Molte loro riflessioni sono, per dir così, più che sensate lapalissiane:

Per i postmoderni sarebbe vana la pretesa della ragione di conoscere e stabilire sia i fini che i mezzi per raggiungerli. Nella sua furia distruttiva della tradizione moderna, essi non hanno gettato solo l’acqua sporca (la fede positivista nel progresso, l’idea dell’evoluzione lineare della storia) ma pure il bambino (i concetti di universale, di unità, totalità, di sostanza)”Occorre allora usare linguaggio e concetti con discernimento, dovremmo smettere di parlare di 'meta narrazioni' o 'grandi narrazioni', poiché essi non contengono solo un giudizio di fatto ma di valore. Linguaggio e concetti che i filosofi postmoderni han preso in prestito da certo strutturalismo, che insieme alla critica alle ideologie gettavano nella spazzatura anche le idee.”

E soprattutto:

L’egemonia del pensiero postmoderno, forse suo malgrado, ha finito per accompagnare quella del pensiero unico neoliberista.”

Fin qui, ripetiamo, siamo al minimo sindacale di qualsiasi teoria della conoscenza, dato che il costume postmodernista, nella sua piena manifestazione, non è discutibile, ma insensato.
Purtroppo, in cauda, ritroviamo alcuni dei vecchi (ottocenteschi) concetti filosofici riguardo la scienza:

(...) occorre contrastare la tendenza a delegittimare la filosofia assorbendola nel pensiero scientifico, per l’esattezza tecno-scientifico ed alla sua natura pratico-manipolativa. Può sembrare inaccettabile ciò che Heidegger disse della scienza, che essa “non pensa”, ma a ben pensare è proprio così, tanto più oggi che la tecno-scienza sembra essere assurta, su spinta delle élite dominanti, a nuova religione, con la pretesa di essere il solo sapere oggettivo e rigoroso. La scienza odierna non pensa poiché ad essa non interessa la verità, né si perita di cercare risposte ai dilemmi morali e spirituali dell’esistenza — che considera irraggiungibili noumeni—, poiché non si pone alcun fine se non quello, grazie alla tecnica, di mostrare la sua propria potenza. Di qui la sua hỳbris, l’atteggiamento di ostinata e titanica sopravvalutazione delle proprie forze.”

Qui non siamo nemmeno ad Heidegger, piuttosto dalle parti di Croce e Gentile. Si badi bene, non è che i concetti suesposti siano errati, o distorti, o malconcepiti (a parte la stravaganza di rimproverare alla ricerca scientifica l'abbandono, ormai quasi secolare, di argomenti relativi alla verità, all'etica, alla teleologia, il che casomai è un merito – vedi i deliri di certa psicologia evoluzionistica), è solo che presuppongono una “scienza” che in realtà non ha alcuna consistenza storica o culturale o materiale, ma risiede, come uno spiritello platonico, nella testa dei filosofi.
In questa fantasia, la scienza è qualcosa di analogo alla Chiesa Cattolica: c'è una gerarchia, ci sono dei dogmi, dei rituali, un popolo di sacerdoti, un popolo di credenti, eccetera. L'origine di questi fantasmi è l'ambiguità del termine (“scienza”), fin troppo vago, che può includere l'atteggiamento empirico che chiunque assume nella vita quotidiana (anche i più devoti vattimisti), o il principio naturalistico di non prendere in considerazione cause sovrannaturali, o il rigetto di qualsiasi teleologia o antropocentrismo, oppure la sostituzione della verità con una valutazione statistica, o altro ancora. Di conseguenza abbiamo frasi come “(la scienza) non si pone alcun fine se non quello, grazie alla tecnica, di mostrare la sua propria potenza”, che sono pura mitografia. È qui il problema: in questo guazzabuglio in cui si frullano metodo scientifico, tecnologia, pratiche di potere e cultura (e propaganda) di massa, è naturale che il post-sinistro di turno (non parliamo di Alétheia, naturalmente) se ne venga fuori con l'antivaccinismo “antiliberista”, gradino ultimo dell'eutanasia dei diritti sociali in cambio dello zuccherino dei diritti individuali (a guisa di multiopzione consumistica).
Certo, i ricercatori che parlano in pubblico possono essere arroganti e offensivi, ma, cari filosofi, cercate di essere comprensivi: quando ti vengono a dire “Perché tutta questa urgenza di vaccinare, vaccinare, vaccinare? Non è mica scoppiata un'epidemia!”, dimostrando in questo modo di non avere nemmeno la più rudimentale cognizione di come funzionino il sistema immunitario e i vaccini (e parliamo di medici!), be', la pazienza può scappare.
Del resto, che vuoi che sia? Per il Capitale è molto meglio una manifestazione per una “vaccinazione informata”, piuttosto che una di gilet gialli con troppi grilli per la testa.
Cari compagni, filosofi e no: se non siamo capaci di capire la differenza tra un antibiotico e un drone, nessuna prassi, nessun metodo, nessuna epistemologia potrà salvarci.

venerdì 9 novembre 2018

Gli ex combattenti della Grande guerra e l’"orrido" sovranismo piccolo-borghese. Analogie ed errori a cent’anni di distanza

Domenico Moro da marxismo-oggi



“Coloro che non ricordano il passato sono costretti a ripeterlo”
George Santayana

Gli errori di cento anni fa
Cento anni fa aveva termine la Prima guerra mondiale. L’Italia ne uscì vittoriosa. Tuttavia, per assecondare le mire imperialiste del grande capitale industriale, pagò un prezzo molto superiore persino a quello della Seconda guerra mondiale: oltre 650mila caduti, centinaia di migliaia di feriti e mutilati e più di mezzo milione di vittime civili. Inoltre, la guerra provocò una crescita repentina ma squilibrata dell’industria, e, grazie agli enormi profitti e alle sovvenzioni statali, una fortissima centralizzazione del potere economico.
I quattro milioni di ex combattenti, dopo quattro anni di morte e sofferenza nelle trincee, ritornarono alle loro case ma non trovarono lavoro. Nelle città era difficilissimo riconvertire a scopi civili la ridondante industria bellica. Nelle campagne i proprietari avevano sostituito la forza lavoro partita per la guerra con moderni macchinari e non volevano espandere la produzione a causa della riduzione della domanda interna.
La guerra aveva scavato un solco tra le élite e le masse e l’Italia era attraversata da contraddizioni profonde che svilupparono ampie lotte sociali e democratiche. Il Partito socialista vinse le elezioni del 1919 con il 32,28% dei voti, seguito dai Popolari al 20,3% e dai Liberali al 15,9%. Inoltre, tra 1919 e 1920 il Paese fu attraversato da un imponente movimento di occupazione delle fabbriche. Eppure, nel giro di pochi anni la reazione capitalistica portò all’affermazione di una forza nuova, il fascismo, che la sinistra non riuscì a contrastare. Molti furono i fattori della vittoria fascista: le divisioni interne al Psi, il supporto degli apparati dello Stato, in particolare dello Stato maggiore dell’esercito e della monarchia. L’aspetto su cui crediamo valga la pena soffermarci è però un altro: l’incapacità dei socialisti e dei comunisti a entrare in contatto con i milioni di ex combattenti e con i settori intermedi della società, che finirono per diventare la massa di manovra del fascismo.
Contrariamente a quanto si può pensare, la massa gli ex combattenti era inizialmente tutt’altro che favorevole al fascismo[1], anzi molti ex combattenti saranno il nerbo della resistenza armata contro le squadre fasciste, come i pluridecorati Emilio Lussu e Ferruccio Parri, il quale successivamente sarà uno dei capi della Resistenza. Tuttavia, il partito socialista e poi il partito comunista fallirono nel compito di stabilire un rapporto con questo importantissimo settore della società dell’epoca, corteggiatissimo da Mussolini. Il partito comunista, guidato da Bordiga, rifiutò persino di collaborare con gli arditi del popolo. Una scelta criticata da Gramsci al Congresso di Lione del 1926: “Questa tattica [quella di Bordiga relativa agli arditi del popolo] (…) servì d’altra parte a squalificare un movimento di massa che partiva dal basso e che avrebbe potuto invece essere politicamente sfruttato da noi”[2]. Anche per queste ragioni i partiti operai non riuscirono a impedire la saldatura in un unico blocco sociale di piccola borghesia e grande capitale. Anni dopo, l’autocritica sarà molto severa. Così si esprime Palmiro Togliatti nelle famose Lezioni sul fascismo (1935).
“Nel periodo di sviluppo del fascismo italiano, prima della marcia su Roma, il partito ha ignorato questo importante problema: intralciare la conquista delle masse piccolo-borghesi malcontente da parte della grande borghesia. Questa massa era allora rappresentata dagli ex combattenti, da alcuni strati di contadini poveri in via di arricchimento, da tutta una massa di spostati creati dalla guerra. (…) Non abbiamo compreso che non si poteva semplicemente mandarli al diavolo. (…) Compito nostro era quello di conquistare una parte di questa massa, di neutralizzare l’altra parte onde impedire che diventasse una massa di manovra della borghesia. Questi compiti sono stati da noi ignorati.”[3]

Analogie con la critica al sovranismo piccolo-borghese
Ora, è possibile stabilire una qualche analogia tra la sinistra socialista e comunista di allora e quella di oggi? I periodi sono molto diversi. Come ho già spiegato altrove, non siamo davanti al fascismo, anche perché oggi sono altre le forme della neutralizzazione della democrazia rappresentativa[4]. Tuttavia, anche oggi, come allora, sebbene in modo apparentemente meno drammatico, l’Italia è attraversata da rivolgimenti economici e sociali non meno profondi di quelli che gli ex combattenti del 1918 si trovarono davanti. Di conseguenza, si è creata una spaccatura tra élite e masse, le une beneficiate e le altre impoverite allora dalla guerra mondiale, ora dalla mondializzazione e dalla integrazione economica e valutaria europea. Di fronte a questa situazione una parte consistente della sinistra (anche radicale e comunista) mostra una incomprensione del movimento sociale profondo, che conduce a una incomprensione del fenomeno sovranista e populista. Oggi come allora si regalano certi settori all’avversario politico e non ci si pone neanche il problema di neutralizzarli. Lascia, a questo proposito, un po’ perplessi sentir parlare di <> sovranismo piccolo-borghese[5]. Orrido, secondo il dizionario Treccani, significa “che mette nell’animo un senso di orrore, di ribrezzo e di spavento”. Insomma, un termine, mi pare, poco adatto a una oggettiva analisi sociale e politica. Inoltre, sembrerebbe esserci qualche confusione tra piccola borghesia - strato intermedio tra capitale e classe operaia (contenendo anche stipendiati e lavoratori autonomi senza o con qualche dipendente) - e il capitale vero e proprio. Infatti, il sovranismo, definito piccolo-borghese, viene però attribuito ai “capitali nazionali in affanno contro una devastante centralizzazione trainata dai capitali più forti e ramificati a livello globale”[6].
Ad ogni modo, a sinistra non pochi sembrano ritirarsi inorriditi dinanzi a un sovranismo giudicato con disprezzo espressione di un ceto bottegaio miserabile, evasore fiscale e fondamentalmente anticaglia del passato. Una visione che, in alcuni casi, si collega a una interpretazione deterministica del movimento del capitale, derivata da una lettura parziale e semplicistica di Marx. La centralizzazione dei capitali di cui Marx parla nel Capitale non significa che le classi intermedie spariscano d’incanto, togliendosi dalle scatole e semplificando, per farci un piacere, una realtà che semplice non è. Di certo, oltre cento anni di storia dimostrano che la centralizzazione non elimina le classi intermedie (anzi ne produce di altro tipo), né favorisce di per sé la presa del potere da parte del lavoro salariato, né tantomeno la sua ricomposizione economica o politica. Era, invece, questa la concezione meccanicistica di Rudolf Hilferding, autore del pur importante Il capitale finanziario, già ministro socialdemocratico della Repubblica di Weimar e convinto che la centralizzazione sarebbe andata avanti fino alla definitiva e automatica socializzazione di imprese e banche da parte di una disciplinata classe operaia unita nel partito socialdemocratico e nei suoi sindacati[7]. Sindacati la cui preziosa organizzazione andava preservata e non messa a rischio in uno sciopero generale contro Hitler, come ebbe a dire un Hilferding fiducioso nel sistema democratico, appena pochi giorni prima di darsi alla fuga braccato dalla Gestapo, dopo la vergognosa resa dei sindacati stessi[8].
L’importanza delle classi intermedie
La verità è che Marx in tutte le opere, dove analizza le formazioni economico-sociali concrete, segue attentamente il movimento di tutte le varie classi, comprese quelle intermedie fra capitale e lavoro salariato, indicando come strategica l’alleanza della classe operaia con i settori intermedi, a partire da quello allora principale, la classe contadina piccola proprietaria.[9] Lenin e dopo di lui Gramsci dedicarono molte energie alla teoria e alla pratica delle alleanze di classe, che per l’appunto presuppongono l’esistenza di una pluralità di classi subalterne. Del resto, la Rivoluzione d’Ottobre vinse anche grazie alla parola d’ordine, poco ortodossa secondo il metro di alcuni, della terra ai contadini. Anzi, per Lenin, che parla proprio a proposito della situazione creatasi nel primo dopo-guerra (1920):
“Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletario <> non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletariato e il semiproletario (colui che si procura da vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza-lavoro), tra il semiproletario e il contadino (e il piccolo artigiano e il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se in seno la proletariato non vi fossero divisioni per regione, per mestiere, talvolta per religione, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità, la necessità incondizionata, assoluta per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e vincere.”[10]
Gramsci, che indica come seconda forza motrice della rivoluzione italiana i contadini del Mezzogiorno e delle altre parti d’Italia[11], scrive:
“In nessun Paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle nella lotta per l’abbattimento della società borghese.”[12]
Oggi, certamente i settori intermedi non sono quelli dell’epoca Marx e neanche di Lenin, ma esistono e sono particolarmente numerosi in Italia[13], così come la classe lavoratrice è divisa al suo interno per molti aspetti. La crisi e la concentrazione e centralizzazione dei capitali non li hanno eliminati, li hanno riempiti di paura e rabbia, allo stesso modo della classe operaia e del lavoro salariato tutto. Quello che viene definito sovranismo piccolo-borghese è l’espressione di questa paura e di questa rabbia. Definirlo “orrido”, di fronte alle conseguenze devastanti sulla società e sulle classi subalterne italiane ed europee prodotte dal trasferimento della sovranità sul bilancio pubblico e sulla valuta a organismi europei, acquista il sapore amaro della beffa. La mancata comprensione di questa situazione così come la sottovalutazione dei suddetti sentimenti di paura porta la sinistra (compresa in parte quella radicale e comunista) ad allontanarsi ancora di più dai settori popolari e a regalarli a chi sta costruendo il suo blocco sociale reazionario, come la Lega. Questa, ormai sempre più “nazionale”, sta mettendo insieme classe operaia del Nord, artigiani, lavoratori autonomi, partite iva, piccolissima, piccola e media impresa. Ma essa non parla solo a questi settori, parla anche a pezzi di capitale più importanti, grandi imprese e banche, con una forte base nazionale, ma non necessariamente non internazionalizzate, che nel mercato domestico sono state penalizzate dall’austerity europea e sui mercati europei e extraeuropei dalla concorrenza dei capitalismi francese e tedesco e dalla loro invadenza negli assetti proprietari delle imprese italiane. Bisogna, quindi, fare attenzione a individuare, tra tutte queste classi e settori, quelle che, per dirla con Gramsci, rappresentano la vera <> della Lega, distinguendole da quelle che ne sono la <>. Insomma, anche se non siamo davanti al fascismo, siamo davanti alla stessa capacità di formare un blocco che metta insieme piccola borghesia con grande borghesia, più pezzi importanti di lavoro salariato e classe operaia. Quest’ultima è una delle differenze maggiori con gli anni ’20. Ed è per questo che la situazione richiede ancora maggiori capacità di fare politica.
Conclusioni
Certe affermazioni sul sovranismo, invece, portano al rifiuto della politica, intesa come terreno pratico della costruzione e della modifica dei rapporti di forza fra le classi e i settori di classe. Rifugiarsi in astratte formule ideologiche rafforza proprio quelle tendenze, soprattutto il tatticismo elettoralista, che si vorrebbero eliminare e che ci hanno fatto perdere consensi. Dovremmo avere ormai capito che in un Paese con la storia e la struttura di classe dell’Italia va quantomeno neutralizzato, per usare le parole di Togliatti, il possibile ruolo reazionario di certi settori e classi sociali. Bisogna evitare di <> e individuare, all’interno della piccola borghesia e del lavoro indipendente, i settori con i quali, per le loro condizioni oggettive, si possano stabilire delle interlocuzioni sociali e politiche in funzione anticapitalistica. Anche per queste ragioni non ci si può permettere di lasciare il tema della sovranità e della lotta contro la Commissione europea e la Bce alla Lega e al Movimento cinque stelle, né si può restare sul vago sul ruolo dell’integrazione economica e valutaria europea e sulla posizione da assumere al riguardo. Bisogna, al contrario, avere la capacità di entrare nel cuore della battaglia politica, che è rappresentato dall’Europa, declinando la sovranità nell’unico modo in cui abbia senso, cioè in termini di sovranità democratica e popolare, come del resto recita la Costituzione, e dal punto di vista della classe lavoratrice. Quindi, non si tratta di un recupero della sovranità (genericamente nazionale) per rafforzare le posizioni del capitale “italiano”, ma del recupero e dell’allargamento democratico della sovranità popolare per modificare i rapporti di forza a favore del lavoro salariato e delle classi subalterne, bloccate nella gabbia del “vincolo esterno”. Ciò richiede, evidentemente, una maggiore capacità di lettura della composizione di classe della società italiana, una proposta economica nuova e organica, e soprattutto la volontà politica di porre le basi per la ricomposizione della classe lavoratrice e per la costruzione di un nuovo blocco sociale di alternativa al capitalismo, cioè di alleanze sociali e politiche tra il lavoro salariato e tutti i settori subalterni al grande capitale. Oggi l’integrazione europea – cioè la compressione della democrazia, della spesa pubblica, e del salario – è l’elemento non unico ma certamente centrale per la costruzione di un tale blocco sociale.

[1] Al primo congresso dei combattenti nel 1918 a Mussolini non fu neanche permesso di parlare.
[2] A. Gramsci, “Il Congresso di Lione”, in La costruzione del partito comunista, Einaudi, Torino 1971, p. 487.
[3] P. Togliatti, Corso sugli avversari, Einaudi, Torino 2010, pp. 8-9.
[4] D. Moro, “Quale antifascismo nell’epoca dell’euro e della democrazia oligarchica?”, Sinistra in rete, 26 settembre 2017. Vedi anche D. Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscire dall’euro è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia 2018.
[5] E. Brancaccio, “Classe (lotta di)”, in l’Espresso, 7 ottobre 2018.
[6] Ibidem.
[7] R. Hilferding, Il capitale finanziario, Mimesis edizioni, Milano 2011, p. 487.
[8] Episodio riferito all’economista Pietranera da un amico tedesco che parlò con Hilferding dopo la nomina di Hitler a cancelliere. Va ricordato che Hilferding pagò con la vita la sua militanza, morendo esule in Francia in circostanze ancora non chiarite. Sulla resa imbelle dei sindacati tedeschi e il rifiuto socialdemocratico di un fronte comune con i comunisti vedi F. Neumann, Behemot. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Bruno Mondadori, Milano 2000.
[9] K. Marx, Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Editori riuniti, Roma 1973. K. Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, Editori riuniti, Roma 1977, pp. 212-216.
[10] Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, Editori Riuniti, Roma 1974, p. 115. Il corsivo è mio.
[11] Cfr. A. Gramsci, “Tesi di Lione”, in La costruzione del partito comunista, op. cit., p.499.
[12] A. Gramsci, “Il congresso di Lione”, in op. cit., p. 483.
[13] Senza considerare i settori superiori del lavoro “dipendente” (management, ecc.), solo i lavoratori autonomi o indipendenti (15-74 anni), sebbene fortemente diminuiti con la crisi, sono quasi 5 milioni, di cui quasi 3,6 senza dipendenti. In Germania, con forze di lavoro molto più numerose, i lavoratori autonomi sono quasi 4 milioni (Eurostat database, LFS main indicators). L’Istat considera anche i coadiuvanti e arriva a circa 5,4 milioni, ossia il 23,2% degli occupati contro il 15,7% della media Ue (Focus – I lavoratori indipendenti. II trimestre 2017, 5 novembre 2018). Bisogna tenere conto che si tratta di un universo molto differenziato dal punto di vista del reddito, di classe e del rapporto con il capitale. Gli imprenditori veri e propri sono 273mila, mentre i lavoratori in proprio e i professionisti con dipendenti sono 1,1 milioni. Rimangono quasi 4 milioni di autonomi senza dipendenti.