Visualizzazione post con etichetta postmodernismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta postmodernismo. Mostra tutti i post

lunedì 7 gennaio 2019

La Filosofia e il Fantasma della Scienza


di Domenico D'Amico


Ci risiamo.
O meglio, siamo sempre lì, sul crinale ottocentesco della scienza come ancella della filosofia, una scienza stolidamente abbarbicata alle sue bagatelle materiali, che dalla bassezza del proprio orizzonte conoscitivo pretende di dirci come dobbiamo vivere. Ma perché mai questi tecnocrati del sapere non stanno una volta buona al loro posto di elargitori di comodità voluttuarie (Feyerabend)?
A ricordarcelo sono i filosofi del progetto Alétehia.
Molte loro riflessioni sono, per dir così, più che sensate lapalissiane:

Per i postmoderni sarebbe vana la pretesa della ragione di conoscere e stabilire sia i fini che i mezzi per raggiungerli. Nella sua furia distruttiva della tradizione moderna, essi non hanno gettato solo l’acqua sporca (la fede positivista nel progresso, l’idea dell’evoluzione lineare della storia) ma pure il bambino (i concetti di universale, di unità, totalità, di sostanza)”Occorre allora usare linguaggio e concetti con discernimento, dovremmo smettere di parlare di 'meta narrazioni' o 'grandi narrazioni', poiché essi non contengono solo un giudizio di fatto ma di valore. Linguaggio e concetti che i filosofi postmoderni han preso in prestito da certo strutturalismo, che insieme alla critica alle ideologie gettavano nella spazzatura anche le idee.”

E soprattutto:

L’egemonia del pensiero postmoderno, forse suo malgrado, ha finito per accompagnare quella del pensiero unico neoliberista.”

Fin qui, ripetiamo, siamo al minimo sindacale di qualsiasi teoria della conoscenza, dato che il costume postmodernista, nella sua piena manifestazione, non è discutibile, ma insensato.
Purtroppo, in cauda, ritroviamo alcuni dei vecchi (ottocenteschi) concetti filosofici riguardo la scienza:

(...) occorre contrastare la tendenza a delegittimare la filosofia assorbendola nel pensiero scientifico, per l’esattezza tecno-scientifico ed alla sua natura pratico-manipolativa. Può sembrare inaccettabile ciò che Heidegger disse della scienza, che essa “non pensa”, ma a ben pensare è proprio così, tanto più oggi che la tecno-scienza sembra essere assurta, su spinta delle élite dominanti, a nuova religione, con la pretesa di essere il solo sapere oggettivo e rigoroso. La scienza odierna non pensa poiché ad essa non interessa la verità, né si perita di cercare risposte ai dilemmi morali e spirituali dell’esistenza — che considera irraggiungibili noumeni—, poiché non si pone alcun fine se non quello, grazie alla tecnica, di mostrare la sua propria potenza. Di qui la sua hỳbris, l’atteggiamento di ostinata e titanica sopravvalutazione delle proprie forze.”

Qui non siamo nemmeno ad Heidegger, piuttosto dalle parti di Croce e Gentile. Si badi bene, non è che i concetti suesposti siano errati, o distorti, o malconcepiti (a parte la stravaganza di rimproverare alla ricerca scientifica l'abbandono, ormai quasi secolare, di argomenti relativi alla verità, all'etica, alla teleologia, il che casomai è un merito – vedi i deliri di certa psicologia evoluzionistica), è solo che presuppongono una “scienza” che in realtà non ha alcuna consistenza storica o culturale o materiale, ma risiede, come uno spiritello platonico, nella testa dei filosofi.
In questa fantasia, la scienza è qualcosa di analogo alla Chiesa Cattolica: c'è una gerarchia, ci sono dei dogmi, dei rituali, un popolo di sacerdoti, un popolo di credenti, eccetera. L'origine di questi fantasmi è l'ambiguità del termine (“scienza”), fin troppo vago, che può includere l'atteggiamento empirico che chiunque assume nella vita quotidiana (anche i più devoti vattimisti), o il principio naturalistico di non prendere in considerazione cause sovrannaturali, o il rigetto di qualsiasi teleologia o antropocentrismo, oppure la sostituzione della verità con una valutazione statistica, o altro ancora. Di conseguenza abbiamo frasi come “(la scienza) non si pone alcun fine se non quello, grazie alla tecnica, di mostrare la sua propria potenza”, che sono pura mitografia. È qui il problema: in questo guazzabuglio in cui si frullano metodo scientifico, tecnologia, pratiche di potere e cultura (e propaganda) di massa, è naturale che il post-sinistro di turno (non parliamo di Alétheia, naturalmente) se ne venga fuori con l'antivaccinismo “antiliberista”, gradino ultimo dell'eutanasia dei diritti sociali in cambio dello zuccherino dei diritti individuali (a guisa di multiopzione consumistica).
Certo, i ricercatori che parlano in pubblico possono essere arroganti e offensivi, ma, cari filosofi, cercate di essere comprensivi: quando ti vengono a dire “Perché tutta questa urgenza di vaccinare, vaccinare, vaccinare? Non è mica scoppiata un'epidemia!”, dimostrando in questo modo di non avere nemmeno la più rudimentale cognizione di come funzionino il sistema immunitario e i vaccini (e parliamo di medici!), be', la pazienza può scappare.
Del resto, che vuoi che sia? Per il Capitale è molto meglio una manifestazione per una “vaccinazione informata”, piuttosto che una di gilet gialli con troppi grilli per la testa.
Cari compagni, filosofi e no: se non siamo capaci di capire la differenza tra un antibiotico e un drone, nessuna prassi, nessun metodo, nessuna epistemologia potrà salvarci.

venerdì 14 settembre 2018

Giobbe, Toni, Ivan e la Dolce Vita


I Morti, 2000


Non mi sono chiesto perché Toni Negri si sia interessato a Giobbe (Antonio Negri, Il Lavoro di Giobbe, SugarCo 1990), dato che tutti si sono interessati a Giobbe e, vuoi o non vuoi, nel campo intellettuale Negri è un soggetto di vaglia: niente di strano che voglia dire la sua. Più interessanti le motivazioni che espone, inusualmente terra terra: le cose vanno malissimo, la vita fa schifo, interroghiamoci insieme a Giobbe sull'insensatezza del cosmo, hai visto mai che venga fuori qualcosa di inedito... Toh, il lavoro! La creazione! Il Messia! Cthulhu fhtagn!

Ora, il presupposto di Negri, che Giobbe deprivi la razionalità del suo potere operativo, in quanto il giusto si ritrova immerso in una situazione totalmente priva di senso (di senso categorizzabile, descrivibile), data l'impossibilità di individuare una dialettica tra termini ultimativamente sproporzionati (Giobbe e Dio), questo presupposto, a mio avviso, è totalmente errato.
È vero che Giobbe descrive in lungo e in largo una realtà che non solo è in contrasto con la teodicea “ortodossa” dei suoi amici (Dio premia i giusti e castiga gli empi, e se il giusto soffre è solo una cosa temporanea, egli si pentirà dei propri peccati e Dio lo colmerà di ogni bene, spirituale e materiale), ma la vanifica totalmente: non è che Dio sia cattivo, e si sia messo a premiare i malvagi e a vessare i giusti, no, le cose stanno peggio ancora, empi e pii ricevono grazie e disgrazie in maniera totalmente casuale, in assenza di un sistema sanzionatorio riconoscibile. È come se Dio non esistesse.
Ma Giobbe grida al non senso del mondo non per descriverlo, ma per contestarlo. Non abbandona la ragione (etica) in quanto resa obsoleta da un cosmo insensato e a-dialettico, al contrario, egli invoca un ristabilimento di una legalità “razionale”, vedendola come unica sua possibilità di salvezza: smettila di punirmi preventivamente (illegalità), smettila di nascondere gli eventuali indizi a mio carico (illegalità), non impedirmi di starti davanti come querelante di diritto (illegalità), insomma, rendi “ragionevole” (legale, rispondente cioè a norme condivise e comprensibili) questo procedimento contro di me, e io confido di poter dimostrare la mia innocenza. È vero che Giobbe dispera di poter ottenere giustizia, dato che nessun terzo può fare da arbitro tra lui e Dio, perché Dio è legislatore, giudice, testimone e carnefice, e non lo si può costringere a essere “giusto”, perché è lui a stabilire quello che è giusto, ma questa consapevolezza non lo fa desistere: schiacciato, come un Joseph K, da una giustizia insensata e senza forma, continua a chiedere che gli sia concesso di difendersi in un regolare processo (habeas corpus: Giobbe è un liberale ante litteram?).
Del resto, anche l'affermazione secondo cui una dialettica Giobbe-Dio sia fondamentalmente impossibile anzi, vista l'incommensurabilità dei due termini, insensata, anche questa osservazione di Negri è, di nuovo a mio avviso, totalmente errata. Dice Negri che una dialettica che può avere come esito non il superamento della contraddizione ma la distruzione di uno dei termini (in questo caso Giobbe, umano infinitamente piccolo di fronte all'infinitamente grande), si consegna all'insensato. Ma è lui stesso a osservare come Dio non abbia senso senza coorti di angeli che gli sfilano davanti, senza un satana che gli propone scommesse, e, soprattutto, senza esseri umani che lo adorino. E sottolinea anche (Negri) che Dio insiste più di una volta sulla necessità che Giobbe rimanga in vita, e si capisce: se Giobbe muore la scommessa con il satana non ha più senso, ma soprattutto non ci sarebbe più nessuno ad assistere all'epifania di Dio. Se non c'è l'essere umano a contemplare e a meravigliarsi delle sue opere, Dio perde la sua identità, magari anche la propria esistenza.
Quindi la dialettica Dio-Giobbe sussiste, eccome, proprio perché l'opzione di annichilimento di uno dei termini (Giobbe) non si pone.
E qui Negri introduce la parola “lavoro”, che sembrerebbe avere qualcosa a che fare con il “valore”, in qualche modo collegato alla teodicea retributiva (Dio premia i virtuosi e castiga i peccatori) degli amici di Giobbe, ed essendo quest'ultima falsa ne consegue anche che il “lavoro” è una cosa brutta. Ma, e ce lo aspettavamo, questo termine assume la solita, postmoderna, polimorficità. È il lavoro maledizione inflitta ad Adamo, una metafora della condizione umana (“i suoi giorni si snodano come quelli di un cottimista”), ma anche “avventura prometeica dell'uomo” (pag.106).
Negri si chiede, a questo punto, come liberare il lavoro (qualsiasi cosa ciò significhi), e indica la soluzione in un Messia della carne, della creaturalità, invocato dalle tante interiezioni “viscerali” di Giobbe.
Ora, il fatto che questi richiami al Messia-Incarnazione abbiano un pedigree autorevole non ne sminuisce l'abusività. L'invocazione per un giudice terzo, un Vendicatore, scusate se mi ripeto, sono la forma con cui Giobbe esige un ordine etico razionale che redima il difetto dell'attuale ordine retributivo (sballato e insensato). Se il continuo richiamo alla fisicità carnale di Giobbe ha un senso, è proprio questo: se non c'è giustizia per me, per questo corpo devastato ed esausto, per le sofferenze inflitte ai lavoratori, alla vedova e all'orfano, allora non c'è senso, Dio non ha senso (o, si potrebbe dire, esistenza). Di nuovo, Negri sbaglia nel voler vedere in tutto questo un approdo “altro” che lascia dietro di sé la ragione, uno schema retributivo e quant'altro. Se fosse così, andrebbe bene la soluzione prospettata in qualche punto dagli amici di Giobbe (soprattutto Elihu): vabbè, sembrerebbe che Dio non sia molto conseguente (eticamente razionale) nel premiare i giusti e punire gli empi, ma insomma, lui sa quello che fa, tu invece a che titolo vuoi contendere con lui, hai messo tu limiti agli oceani eccetera? È un espediente della teodicea che a tutt'oggi, nonostante le randellate ricevute, non si decide a emettere l'ultimo respiro. Il male? È un mistero, va' a sapere come ragiona Dio!
Negri non vede questa esigenza di razionalità etica (banalmente, di giustizia) perché è un postmoderno (anche se lui lo negherebbe), e quindi, deleuzianamente, qualsiasi cosa possa interpretare come un superamento-dismissione-allontanamento dalla ragione (o da qualcosa che gli somigli, anche solo vagamente) gli sembra positivo. Se fosse coerente con la premessa, la parabola di Giobbe dovrebbe approdare all'accettazione del totale non senso: non c'è giustizia, la sofferenza dei giusti è casuale e insensata, nessuno comanda, decide, retribuisce, non c'è dio. E non sarebbe una conclusione ingiustificata (non più dei richiami messianici di tanti interpreti del testo): in fondo Giobbe pencola molto verso il Qohelet, i suoi accenni a una nuova vita, a una resurrezione della carne, sono protocollari, è evidente che la sua concezione dello sheol è quella dell'ebraismo primitivo, una specie di aldilà appena abbozzato, un buco di cui si sa poco e niente. Questa posizione non ha nulla di religioso, tanto meno di mistico o di messianico. È una posizione pragmatica: Dio ti dice di fare certe cose (fare sacrifici a lui, aiutare i poveri eccetera), se lo fai prospererai, se no languirai e morirai. Tu scopri che le cose non vanno affatto così, e così ti ribelli, chiedi conto a Dio del suo comportamento. È impossibile, assurdo? Non ha importanza, perché non hai scelta. Lo schema retributivo razionale (eticamente) deve esistere, altrimenti... Altrimenti cosa? In realtà tutti i dettagli che affascinano Negri (la vacuità della retribuzione, Dio che ride delle sfortune degli uomini, l'impossibilità di un giudice terzo, eccetera) sono evocati da Giobbe solo come contrasto alla sua sicurezza di potersi dimostrare innocente. Giobbe non si distacca, non emigra, non va oltre la ragione distributiva, dice anzi: o la giustizia (razionale, comprensibile, condivisibile) o il nulla. Il richiamo messianico è solo retorica: ah, magari ci fosse un giudice terzo! Ah, magari potessi un giorno vivere di nuovo! Ah, magari ci fosse per me un vendicatore!
Ma siccome siamo “destrutturalisti” dobbiamo per forza superare la banalissima ragione, anche se non con la dialettica meschina “degli Hegel o degli Schelling” (pag.108), che è comunque paccottiglia razionalistica!
A questo punto un Messia è d'obbligo, ma di che si tratti non possiamo dire, perché Negri è Negri, e i concetti linguistici e metafisici si fanno fluidi e rizomatici, tutto è niente e niente è tutto. Non sorprende che il libro si concluda con un elogio degli apici dell'affabulazione post-strutturalista:
Deleuze-Guattari, nel loro formidabile «Mille Plateaux», descrivono esattamente le dinamiche che seguono la crisi metafisica (di superamento, della dialettica) nella modernità. Il limite superiore del mondo, l'assunta impossibilità di trascendimento, aprono orizzonti indefiniti, canali di scorrimento massicci. Il metodo e il processo, il rizoma e il flusso divengono le chiavi di un discorso sulla modernità. Nessuna presunzione di cogliere immanenti costituzioni della soggettività: ma, d'altra parte, il sempre nuovo riproporsi di insiemi, di limiti, di ritornelli dell'essere, di nodi di cooperazione e di espressione, che – disincarnati – sul limite, sull'incrocio, nella costellazione ritrovano carne – oggettivati, nella tragedia ritrovano determinazione soggettiva.” (pag.157)

Come si vede, lo spostamento e il superamento sono valori in sé: un po' come i personaggi di Kerouac, il filosofo sente l'impulso di spostarsi, di stare sul margine, di cavalcare il flusso, proiettato verso un “it” totalmente privo di connotati, probabilmente solo sognato (o allucinato).

Come dicevo all'inizio, non mi sono chiesto come mai Toni Negri si interessasse a Giobbe, ma piuttosto (cedendo alle mie idiosincrasie, lo ammetto): perché Giobbe e non Ivan Karamazov?
L'interrogativo può sembrare pretestuoso: non lo è.
Tra le tante cose che il discorso di Ivan (contenuto nei capitoli III e IV del Libro Quinto dei Fratelli Karamazov) è e può essere, c'è anche il suo aspetto di “risposta a Giobbe”. Ivan fa letteralmente tabula rasa di qualsiasi teodicea, razionalistica o misticheggiante che sia, non confutandola ma rendendola umanamente indecente. Non a caso, nessuno è riuscito a dare una “risposta a Ivan”, se non rifugiandosi nel Mistero o aggrappandosi di nuovo a qualche brandello di teodicea, o semplicemente fraintendendo il suo discorso (di solito ricorrendo al trucco di concentrarsi sulla Leggenda del Grande Inquisitore, facendo finta che il resto non esista).
Il fatto è che il discorso di Ivan riesce davvero a sfondare i limiti del linguaggio e della razionalità, non virtualmente come nel chiacchiericcio post-strutturalista, e quindi ci sarebbe ben poco carburante per una macchina desiderante (con alla guida un corpo senza organi), qui Dostoevskij va oltre Giobbe, e oltre c'è solo il nulla.

Non sorprende, perciò, che si discuta di Giobbe e non di Ivan. Il dolore di Giobbe, essendo “socializzabile” (pag.132), offre una via di redenzione agli esseri umani, preconizza un Messia che può essere anche marxiano, mentre la ribellione di Ivan non apre a nessuna forma di riscatto.
La potenza è istaurata nel dolore, è potenza del non essere, è potenza della comunità – un'essenza inconclusa entro un processo indefinitivamente creativo.” (pag.133)

Cos'è questa, se non l'ennesima teodicea che vuole rendere la sofferenza “comprensibile”? Negri cavalca l'onda che porta lontano dalla ragione e dal senso, solo per imboccare, attraverso la porta del messianismo, la strada della vecchia sofferenza “istruttiva”, anche se con termini più barocchi. Bel paradosso.
Inoltre, Negri non accenna minimamente all'osservazione che farebbe Ivan: ah, certo, Giobbe viene restituito alla sua antica prosperità, tante greggi, tanti figli, tre figlie (naturalmente bellissime), e un pacco di soldi... E quelli di prima, i guardiani, i dipendenti di Giobbe massacrati nelle razzie? I poveri armenti periti in disastri mirati (dal satana scommettitore)? Tutta la prole sterminata (ah, queste case fatte col cemento della mafia!)? Quelle tre figlie, altrettanto belle, altrettanto virtuose, sono morte ingiustamente o no?
Sono domande ingenue e anacronistiche, certo, e allora? Ivan direbbe che nessuna ricchezza, nessuna figliolanza, nessun nuovo bestiame potranno mai compensare gli operai, i figli, le bestie sterminate ingiustamente. La redenzione è impossibile, anzi peggio, inaccettabile. Negri ha sacrosantamente ragione a sottolineare il carattere decisivo della visione diretta di Dio da parte di Giobbe. Questo cambia tutto, certo.
In peggio.
Giobbe conosce Dio faccia a faccia, e nell'interpretazione di Negri arriva a essere tutt'uno con la stessa Creazione (una conoscenza assoluta che significa diventare la cosa conosciuta). Ma questo non cancella l'ingiustizia. Quei morti, quel dolore restano irriscattabili.
Al posto di Giobbe, Ivan avrebbe detto:
Ti ho conosciuto faccia a faccia,
e ora taccio, mi copro di cenere e mi pento delle mie parole,
riconosco la tua gloria e la tua grandezza,
ma lasciami nella mia miseria, alle mie piaghe,
all'irrisione dei monelli,
non voglio armenti, non voglio pezzi d'oro, non voglio altri figli e figlie.
E ti volgo le spalle.
Ti ho visto, e ora distolgo da te il mio sguardo.”

Perché, come dice Lear:
Perché deve
Aver vita un cavallo, un cane, un topo,
E tu neanche un respiro? Tu non ritornerai,
Mai più, mai più, mai più, mai più, mai più.”


Annotazione poco seria:

Dio si manifesta direttamente a Giobbe, e tra le sue sublimi creazioni gli indica il Leviatano, mostro marino di proporzioni enormi, e dice, sarcasticamente (40, 30-31):
Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca,
se lo divideranno i commercianti?
Crivellerai di dardi la sua pelle
e con la fiocina la sua testa?

Insomma, Yahweh non ha letto Moby Dick.

Annotazione più che seria:

Giobbe, di solito, viene considerato un giusto per default, infatti tutte le speculazioni e discussioni e interpretazioni partono dal dato di fatto che Giobbe sia un virtuoso che soffre ingiustamente e che per questo chiede ragione a Dio. Elifaz insinua che Giobbe si meriti le sue sventure per atti malvagi commessi in prima persona, e non come uomo genericamente peccatore al cospetto di Dio (22, 6-9), ma si presume che lo dica per eccesso di zelo teologico.
E tuttavia, c'è un momento in cui Giobbe (che aiuta i poveri, le vedove, che si comporta con equità perfino coi suoi schiavi) nomina una categoria di persone che sembra escludere dalla sua pietà (30, 1-10):
Ora invece si ridono di me
i più giovani di me in età,
i cui padri non avrei degnato
di mettere tra i cani del mio gregge.
Anche la forza delle loro mani a che mi giova?
Hanno perduto ogni vigore;
disfatti dalla indigenza e dalla fame,
brucano per l'arido deserto,
da lungo tempo regione desolata,
raccogliendo l'erba salsa accanto ai cespugli
e radici di ginestra per loro cibo.
Cacciati via dal consorzio umano,
a loro si grida dietro come al ladro;
sì che dimorano in valli orrende,
nelle caverne della terra e nelle rupi.
In mezzo alle macchie urlano
e sotto i roveti si adunano;
razza ignobile, anzi razza senza nome,
sono calpestati più della terra.
Ora io sono la loro canzone,
sono diventato la loro favola!
Hanno orrore di me e mi schivano
e non si astengono dallo sputarmi in faccia!

Chi sono questi reietti? Sono contadini e allevatori che si sono indebitati e si sono “dati alla macchia” per evitare il peggio. Come dice David Graeber nel suo Debito, I Primi 5000 Anni (pag.92):
Sembra che l’economia dei regni ebraici, al tempo dei profeti, cominciasse a sviluppare le stesse crisi del debito, da tempo frequenti in Mesopotamia: specialmente negli anni del cattivo raccolto, il povero si indebitava con il ricco o con i ricchi prestatori di denaro della città, che iniziavano a togliere loro il titolo di proprietà sulla terra, divenendone proprietari, mentre i loro figli e figlie venivano portati via a integrare la servitù nelle abitazioni dei creditori, o per essere addirittura venduti come schiavi.

Da queste situazioni insanabili (come il debito greco) derivò l'idea del Giubileo.
Quello che è curioso, però, è che Giobbe, che altrove nel testo deplora la situazione dei lavoratori sfruttati, dei poveri, degli orfani, delle vedove, non abbia che parole di disgusto verso questi paria fiscali (magari lui era uno dei suddetti prestatori), ma ancora di più stupisce che i post-strutturalisti di sinistra (foucaultiani o meno), con le loro simpatie metafisiche per il marginale, l'outcast, il delinquente, abbiano ignorato questo lumpenproletariat biblico.

venerdì 11 marzo 2016

La Sinistra Deve Lasciar Perdere il Postmodernismo


È ora che la Sinistra si sbarazzi definitivamente di quel coacervo “demential chic” [1] chiamato Postmodernismo (o Post-strutturalismo, come veniva chiamato in origine il movimento intellettuale francese che l'ha generato).
Tra parentesi, di questo soggetto posso parlarne per esperienza personale. Quando ero studente io stesso ho attinto parecchio dalle assurdità postmoderniste, incontrandole di frequente all'università, ma avevo il grande vantaggio di imparare un bel po' di filosofia analitica (un acido sotto la cui azione il Postmodernismo si squaglia), e di leggere e parlere con persone di sinistra che già allora lo riconoscevano per quell'idiozia che era e tuttora rimane.
Si tratta di un argomento importante, in Economia, perché ci sono economisti postkeynesiani che apparentemente ritengono di poter adottare una seria metodologia ed epistemologia di stampo “postmodernista” come fondamento di un'Economia postkeynesiana. Si tratta, a parer mio, di una sciagurata illusione.
Ecco alcune delle trovate perniciose prodotte dal Postmodernismo:
  1. L'idea che non esista alcuna verità oggettiva;
  2. Il relativismo culturale;
  3. L'idea (conseguente dal punto 2) che non esista alcuna morale oggettiva;
  4. L'idea che la scienza moderna non sia “vera”, e che sia solo una “narrazione”, “valida” quanto qualsiasi altra;
  5. L'idea che nessun testo possa possedere un significato stabile corrispondente alla volontà dell'autore.
Queste idee hanno condotto la Sinistra alla catastrofe intellettuale. Queste idee, seguite dal punto di vista epistemologico, sarebbe altrettanto devastanti per l'Economia postkeynesiana. John King (2002: 195 196), ad esempio, è assolutamente nel giusto quando sottolinea che le idee postmoderniste sono incompatibili coi principi basilari postkeynesiani, quali verità e realtà oggettive, o perfino con qualcosa tanto elementare quanto i “fatti stilizzati” che Nicholas Kaldor descrive nelle moderne economie capitalistiche.
Ma desidero qui unicamente gettare un rapido sguardo alle origini intellettuali del moderno Postmodernismo.
Le origini del Postmodernismo sono complesse. Verso la metà del XX Secolo lo Strutturalismo divenne la teoria in voga, sostituendo l'Esistenzialismo, e diffondendosi dalla linguistica all'antropologia, dalla psicanalisi alla teoria letteraria.
Ma negli anni 70 molti intellettuali francesi, in gran parte ex marxisti ed ex comunisti, reagirono contro lo Strutturalismo e il Marxismo, dando origine a una nuova filosofia post-strutturalista.
È vero che alcuni dei più noti filosofi associati al Poststrutturalismo non identificavano se stessi come “postmodernisti”, ma ciò non deve trarci in inganno: il movimento post-strutturalista francese è la fonte principale del moderno Postmodernismo.
All'interno del Post-strutturalismo francese esistevano almeno due filoni:
1) quello derivato dall'opera di Jacques Derrida (1930-2004), e
2)quello collegato all'opera di Michel Foucault (1926-1984).
Ma numerose altre tendenze sono confluite nella cacofonia postmodernista rintracciabile nelle moderne facoltà di letteratura, filosofia e cultural studies.
Una delle correnti entrate a far parte del moderno Postmodernismo è quella della semiotica, una disciplina in origine parte dello Strutturalismo, che però venne ad influenzare post-strutturalisti come Lacan e Foucault.
Una terza, ma sottovalutata, tendenza che ha influenzato il moderno Postmodernismo è quella angloamericana della Nuova Critica, forma dominante di critica letteraria tra la fine degli anni 50 e gli inizi dei 60 che, nonostante il suo tramonto, ha comunque influenzato la teoria della “decostruzione” testuale che è divenuta il feticcio di base del moderno Postmodernismo e delle facoltà di cultural studies.
Un'altra fonte della vacuità postmodernista è la pseudo-scienza della psicologia freudiana, insieme alla sua prole bastarda, la psicanalisi lacaniana e il lacanianismo.
Una quinta influenza, per quanto meno importante di quelle succitate, è venuta da Theodor Adorno e dalla Scuola di Francoforte, il cui marxismo sociale e culturale è stato precursore di molti temi del moderno Postmodernismo.
Molti componenti della Sinistra che si ritengono intellettuali o che (bizarramente) vengono ritenuti intellettuali di sinistra, hanno seguito con costanza una dieta a base di insensatezze postmoderniste: li si può sempre riconoscere per il loro gergo verboso ed ermetico, e dalla loro frequente incapacità di spiegare con espressioni piane e dirette il senso delle loro affermazioni. La vuota ritualità del gergo postmodernista è stata messa alla berlina dal Postmodernism Generator, un programma informatico in grado di comporre saggi, grammaticalmente corretti, in stile postmodernista, che tuttavia risultano del tutto privi di senso.
Come ha detto il famoso linguista Noam Chomsky, il Postmodernismo, come filosofia generale, dovrebbe finire nella spazzatura [2]. Tutto qui.
È possibile che alcune (poche) di queste idee siano recuperabili, ma sarei davvero sorpreso se non si trattasse di luoghi comuni o di cose che altri filosofi hanno conosciuto da lungo tempo.

traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico

note del traduttore
[1] Traduco così “fashionable nonsense” (lett. “assurdità alla moda”), che cita il titolo della versione inglese del famoso libro di Alan Sokal e Jean Bricmont Imposture Intellettuali.
[2] L'originale “should go to the flames” non è un nazistoide invito a un rogo di libri, ma un riferimento a Hume, che utilizza quest'espressione riguardo a opere filosofiche prive di qualsiasi valore conoscitivo. Il testo di Chomsky verrà tradotto presto per questo blog.

sabato 14 aprile 2012

Noam Chomsky sul postmodernismo

da officinacognitiva
 
Sono di ritorno da viaggi in cui ho tenuto delle discussioni, un’attività in cui impiego la maggior parte della mia vita, e ho trovato una serie di messaggi che estendono la discussione alla “teoria”, alla “filosofia”, un dibattito che trovo piuttosto curioso. Sebbene io conceda fin da subito che forse sono semplicemente incapace di capire cosa stia accadendo.
Da quanto ho capito, il dibattito è cominciato con l’accusa che io, Mike e forse altri, non abbiamo “teorie” e quindi non riusciamo a fornire spiegazioni del perché le cose procedano nel modo in cui procedono. Per ovviare a questa lacuna nei nostri sforzi per capire e occuparci di quanto succede nel mondo dobbiamo tornare alla “teoria”, alla “filosofia”, ai “costrutti teorici” e via dicendo. Non parlerò per Mike. La mia risposta finora si limita a ribadire quanto ho scritto 35 anni fa, molto prima che il “postmodernismo” spuntasse nella cultura letteraria intellettuale: “se c’è un insieme di teorie, ben testato e verificato, che si applica alla conduzione di affari esteri o alla risoluzione di conflitti internazionali o domestici, la sua esistenza è stata tenuta segreta, nonostante molta ostentazione pseudo-scientifica.”
Per quanto ne so, l’affermazione era corretta 35 anni fa e lo resta oggi; inoltre si estende allo studio delle questioni umane in generale, e si applica a quanto è stato fatto da allora. Ciò che nel frattempo è cambiato, per quanto ne so, è una notevole esplosione di auto- e reciproca ammirazione tra i propositori di ciò che loro stessi chiamano “teoria” o “filosofia”, ma ben poco al di là dell’ostentazione pseudo-scientifica. Questo poco, come ho scritto, è talvolta sicuramente interessante, ma privo di conseguenze per i problemi del mondo reale che occupano il mio tempo e le mie energie.