di Sebastiano Isaia da sinistrainrete
L’aspetto politicamente più intrigante di un personaggio
“impolitico” (ma si vedrà presto fino a che punto questo cliché potrà
reggere) come Donald Trump consiste, a parer mio, nella sua inclinazione
a esprimere opinioni e concetti senza badare troppo ai paludati canoni
della tradizionale mediazione politico-diplomatica. Il rude linguaggio
del nuovo Presidente americano esprime il brutale linguaggio degli
interessi, prim’ancora che le sue personali convinzioni sul mondo e su
quant’altro. Detto questo, occorre anche dire che molte delle recenti
dichiarazioni di Trump, che hanno messo in subbuglio l’establishment
politico dell’Unione Europea e della Cina, mentre hanno invece
rincuorato “l’amico Putin”, non esprimono un’assoluta originalità di
linea politica, neanche rispetto alla sostanza di molti aspetti della
politica estera – e in parte anche di quella interna: vedi la politica
di contenimento dell’immigrazione ai confini del Messico – praticata dal
progressista Premier uscente. Da anni Obama batte sul tasto dei costi
della politica di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, ribadendo in ogni
occasione utile la necessità di riequilibrarli a vantaggio degli USA. Su
questo punto rinvio al mio post Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”.
La novità sta piuttosto nella franchezza del linguaggio politico
adoperato da Trump, franchezza che a sua volta segnala un’accelerazione
nelle tendenze politico-strategiche degli Stati Uniti, riscontrabile
nella seguente dichiarazione: «L’Alleanza Atlantica è obsoleta, perché è
stata concepita tanti e tanti anni fa». In sé questa posizione non ha
nulla di sconvolgente, e suona anzi quasi banale alla luce dei tanti e
importanti avvenimenti che si sono prodotti dal 1989 in poi; soprattutto
i geopolitici americani di orientamento “realista” sostengano dagli
anni Novanta la tesi del superamento definitivo dell’Alleanza Atlantica e
della necessità di “chiudere” il suo strumento militare: la NATO.
Ma
è la prima volta, mi pare, che questa tesi viene formulata a così alti
livelli, entrando a far parte, di fatto, del programma politico della
nuova Amministrazione. Da minaccia velata, lo scioglimento della vecchia
Alleanza Occidentale diventa moneta corrente nella politica estera
statunitense. In ogni caso già nel marzo del 2016 Trump aveva messo le
carte in tavola a proposito dell’Alleanza Atlantica: «La Nato? È una
buona cosa… se funzionasse anche senza di noi. Siamo seri. Gli sviluppi
in Ucraina hanno investito molti paesi della Nato, ma non gli Stati
Uniti. Eppure, se notate, stiamo facendo tutto noi. I nostri alleati
cosa hanno fatto? Perché non interviene la Germania? Perché tutti i
paesi confinanti con l’Ucraina non trattano con la Russia? Perché noi
siamo la nazione più forte? È vero. La Nato come concetto va bene, ma
all’atto pratico funziona solo se ci siamo noi dentro. Non ci aiuta
nessuno. […] Regaliamo centinaia di miliardi di dollari per sostenere
paesi che sono, in teoria, più ricchi di noi. O non lo sapete? Germania,
Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud. La Nato è stata istituita in
un momento diverso. È stata creata quando eravamo un paese più ricco.
Prendiamo denaro in prestito dai cinesi, lo capite? La Nato ci costa una
fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco
di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli
Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in
Europa. Non è giusto e non otteniamo nulla in cambio, così come il
nostro impegno in Corea del Sud». Più chiaro di così.
Non
raramente, anzi abbastanza frequentemente, nei momenti di svolta
geopolitica e di accelerazione nei processi economici che investono
quella che ancora oggi è la prima potenza imperialistica del pianeta, e
che tale rimarrà, con ogni probabilità, ancora per diverso tempo,
emergono nel panorama politico americano personaggi “stravaganti” o
comunque non omogenei alla tradizionale postura politica dei
repubblicani e dei democratici. Pensiamo a Ronald Reagan. Negli anni
Settanta la classe dominante americana era molto divisa al suo interno,
un po’ come accade oggi, e la debole Amministrazione Carter rispecchiò
bene questa situazione. Solo con l’ex attore, di mediocre talento
artistico ma molto versato sul piano della fascinazione popolare, la
leadership politica del Paese riuscì a trovare il bandolo dell’intrigata
matassa assecondando una ristrutturazione tecnologica delle imprese e
una “rivoluzione finanziaria” non più procrastinabili. Si parlò di
reaganismo – versione statunitense del thatcherismo. I nostalgici del
vecchio capitalismo di stampo keynesiano parlarono di “controrivoluzione
liberista”, palesando con ciò la miserabile idea di rivoluzione che
avevano in testa. L’Amministrazione Reagan implementò misure di economia
politica che all’inizio apparsero agli occhi di quasi tutti gli
analisti economici americani ed europei estremamente contraddittorie e
per questo destinate a un sicuro insuccesso. Sappiamo come è andata a
finire. Lo stesso Barack Obama più volte ha esternato la propria
ammirazione nei confronti della figura politica del leader americano che
seppe piegare definitivamente «l’Impero del Male», altrimenti chiamato
Unione Sovietica. Ma ritorniamo ai nostri giorni.
L’Unione
Europea, ha detto Trump, è stata creata per far concorrenza economica
agli Stati Uniti d’America, e per questo gli americani non hanno alcun
interesse a sostenerla. Il discorso, come si dice, non fa una grinza.
L’Unione Europea come tentativo di creare un polo imperialista europeo a
guida franco-tedesca in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti, con
la Cina e con la Russia: è una tesi che può impressionare solo chi non
capisce nulla di processo storico-sociale mondiale. È dalla seconda metà
degli anni Settanta del secolo scorso che il contenzioso
economico-finanziario tra gli Stati Uniti e i suoi maggiori alleati
strategici (Germania e Giappone in primis) è diventato il più
importante fattore nella determinazione della politica estera americana.
Negli anni Ottanta gli USA hanno ricercato a tutti i costi la
superiorità militare nei confronti dell’Unione Sovietica non solo nel
tentativo, peraltro riuscito, di assestare ai russi il colpo del KO (ma,
com’è noto, un colosso cade ingloriosamente solo se ha i piedi
d’argilla), ma anche e soprattutto per surrogare con la potenza
politico-militare una superiorità economico-tecnologica che gli
americani non vantavano più nei confronti degli europei e dei
giapponesi. Ecco perché fino all’ultimo Reagan cercò di puntellare
politicamente Gorbaciov, ossia per non spezzare quel confronto bipolare
che aveva tenuto sotto scacco l’intero Vecchio Continente. Probabilmente
per gli americani sarebbe stato più utile un nemico “sovietico”
certamente indebolito e ridotto al rango di potenza regionale ma in
grado tuttavia di reggere l’antica funzione di spauracchio
antioccidentale, e quindi legittimare l’ordine mondiale scaturito dal
Secondo macello mondiale. Più che di scardinare quell’ordine, Washington
lavorava per aggiornarlo e “ristrutturarlo” alla luce dell’ascesa della
Germania e del Giappone al rango di potenze capitalistiche di prima
grandezza. Lo stesso Presidente francese Mitterrand parlò nei primi anni
Ottanta della necessità di una «nuova Yalta». Scriveva in quegli stessi
anni l’ex Presidente Richard Nixon su un saggio dedicato al confronto
USA-URSS: «Le nostre differenze rendono impossibile una pace perfetta e
ideale, ma i nostri interessi comuni rendono conseguibile una pace
pragmatica e vera». Allora il nemico numero uno del capitalismo a stelle
e strisce si chiamava, appunto, Giappone, contro la cui economia
Washington implementò diverse rappresaglie commerciali e monetarie. «In
Giappone non vengono rispettati gli standard di tutela dei diritti dei
lavoratori che noi invece garantiamo alle nostre maestranze, e ciò rende
disonesta la capacità competitiva del made in Japan»: così
scrivevano i “giornaloni” statunitensi nel pieno del conflitto economico
con il Sol Levante. È, questo, un ritornello propagandistico che alla
fine degli anni Novanta sarà impiegato, mutatis mutandis, nei confronti dell’«immorale capitalismo cinese».
Personalmente
condivido la tesi di chi sostiene che «il vero vincitore del ciclo
storico delle guerre mondiali [è] stata la Germania. «Quest’affermazione
può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che
l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto
della economia internazionale in modo addirittura più efficace del
ricorso alla forza militare» (Carlo Jean, Manuale di geopolitica).
Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo
Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine
della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta
nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica.
In
realtà l’Unione Europea è stata concepita dalla Francia e
dall’Inghilterra soprattutto per controllare e marcare da vicino la
potenza sistemica della Germania, e magari usarla all’occorrenza in
funzione antirussa e antiamericana. Come spesso accade la volontà
politica si deve arrendere al cospetto della forza dell’economia. Ancora
Trump: «Guardate l’Ue e vi ritrovate la Germania, è un grosso strumento
per la Germania. È la ragione per la quale credo che il Regno Unito
abbia fatto bene ad uscirne». La verità a volte può avere l’effetto
della benzina gettata sul fuoco. «In questo momento stiamo abbandonando
l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth.
Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale»: è quanto ha
dichiarato la Premier britannica Theresa May circa il piano del governo
sulla Brexit. Oggi la “relazione speciale” angloamericana appare più
forte che mai e le ambiziose, ma non saprei dire quanto fondate, parole
della May la dicono lunga sul mutamento dello scenario nel cuore stesso
del Vecchio Continente. Come reagirà alle “provocazioni” e alle sfide la
“riluttante” Germania? E che dire della Cina!
Ecco cosa
dichiarava Trump, sempre nel marzo del 2016, sulla Cina: «Noi abbiamo il
potere commerciale sulla Cina. Non credo che inizieranno la terza
guerra mondiale, ma dobbiamo essere imprevedibili, rispetto a ciò che
siamo adesso, assolutamente scontati. Siamo totalmente prevedibili e
questo è male. Conosco molto bene la Cina, faccio affari con loro da
decenni. Hanno ambizioni incredibili e si sentono invincibili. Il fatto è
che noi abbiamo ricostruito la Cina, grazie ai nostri miliardi. Se non
fosse per noi, non avrebbero aeroporti, strade e ponti. La Cina va
affrontata sotto il punto di vista commerciale. Il libero scambio ci ha
rovinato. Loro portano ogni cosa nel nostro paese. Noi, invece, dobbiamo
pagare». Ecco come ha risposto ieri il Presidente cinese Xi Jinping
parlando al World Economic Forum di Davos: «La globalizzazione ha
certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con
l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano». Com’è noto, questo
oceano si chiama Capitalismo Mondiale. Concludo la citazione:
«Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in
crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione
economica a livello globale».
Chiosa Alessandro Barbera su La Stampa:
«Dalle alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il
presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è
chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi. L’avreste mai
detto?» Se dico che io l’ho pure scritto, oltre che detto, commetto un
grave peccato di presunzione? Certo, se uno crede nella colossale balla
del «socialismo con caratteristiche cinese» può anche rimanere spiazzato
da certe affermazioni di Xi.
«Il leader comunista difende la
globalizzazione e il libero commercio»: è questo insomma il “mantra” che
oggi impazza su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani e
mondiali. Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera:
«Corrono tempi particolari, quando il segretario del partito comunista
cinese parla a Davos come Tony Blair dieci anni fa o Bill Clinton
vent’anni fa. Stesse formule ben levigate sui benefici della
globalizzazione o i danni del protezionismo». Federico Rampini parla
invece di un «mondo capovolto»: il Paese fondato dal “comunista” (le
virgolette sono a cura di chi scrive) Mao oggi si propone al mondo come
il leader della globalizzazione e del libero mercato. Ma la
discontinuità tra la Cina di Mao e quella di Xi non ha una natura
ideologica, come crede Fubini, né essa segnala una radicale diversità di
carattere storico-sociale rispetto al regime maoista, essendo stato
esso fondato su un capitalismo di Stato che si trovò a dover fare i
conti con il pesante retaggio storico del Paese, segnato da un lungo
passato di colonia sfruttata e dalla più recente egemonia imperialistica
imperniata sul bipolarismo USA-URSS. Il merito storico e politico di
Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente
prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e
politico, ma tuttavia un Paese ancora unito sul piano nazionale (anche
in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche
che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale.
Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello
sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza
imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del «socialismo
con caratteristiche cinese», come blateravano ai “bei tempi” i maoisti
europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti
del «socialismo cinese». Sulla storia del maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
Indubbiamente
la Cina e la Germania sono i due Paesi che oggi hanno più da temere
dalla politica estera di Trump, ed è per questo che i due Paesi sembrano
parlare lo stesso linguaggio. «Pechino e Bruxelles hanno in comune
molto più di quanto non possa accadere con la nuova amministrazione
americana», si leggeva qualche giorno fa su un editoriale del quotidiano
di Stato in inglese China Daily. Si scrive Bruxelles ma si legge, molto probabilmente, Berlino.
Scrive sul Foglio
Giuliano Ferrara, il quale continua a non voler salire sul carro del
vincitore, come invece si sono premurati a fare in molti, sia a “destra”
sia a “sinistra” (anche qui, nessuno sbigottimento da parte di chi
scrive, ma solo conferme): «Un celebre proverbio dice che devi pregare
Iddio perché non ti faccia vivere in tempi interessanti. Bisogna pregare
molto, molto, molto. Ma, a parte questo, che facciamo? Salire su quel
carro mi sembra non auspicabile e anche impossibile. Fermarlo non è così
semplice. […] La Merkel, considerata da Trump come una sfruttatrice
dell’Europa unita, una cui concedere una fiducia a termine, potrebbe
farcela ma non è certo». Sarà un anno interessante, purtroppo». Come si
dice dalle mie parti, questo è poco ma è sicuro.
Quel che
ci apprestiamo a vivere è dunque un tempo capovolto, insicuro,
imprevedibile, interessante; di certo la contesa interimperialistica si
fa sempre più aspra e disumana. E anche qui possiamo dire: questo sarà pure poco ma almeno è sicuro.
Una volta Keynes disse: «L’inevitabile non accade mai, l’inatteso
sempre»; speriamo che «l’inatteso» almeno per una volta militi a favore
delle classi subalterne e dell’umanità in genere. Di questi tempi mi
tocca confidare pure in Keynes, e ho detto tutto!
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lunedì 30 gennaio 2017
martedì 12 maggio 2015
La polveriera asiatica
di Tonino D’Orazio
Il XXImo secolo viene preannunciato come quello cinese. Intanto la Cina (che nessuno cita più come comunista) non si fida degli USA e viceversa. Ma nell’area nessuno si fida più di nessuno, eppure si tenta di convivere.
Eppure, malgrado la pericolosità, la situazione non sembra quella della guerra fredda. Non vi è competizione di sistema tra Pechino e Washington. Sono tutti e due partigiani del liberismo economico, un po’ più statale il primo che il secondo, ma le loro economie, comprese le enormi riserve in dollari del primo, dipendono ormai l’una dall’altra. Due economie rivali il cui teatro principale è l’Asia.
Politicamente e storicamente bisogna risalire alla spartizione del mondo dell’accordo di Yalta, (1945) durante la 2° guerra mondiale, e dalla paura, in occidente e in Giappone, dell’avanzata del comunismo.
Anche in occidente vi fu per anni una rivalità tra Londra e Washington sulla questione coloniale tradizionale, propensa al mantenimento la prima (vedi il caos rimasto in Medio Oriente), contraria la seconda che preferisce quella economica.
Anche l’Unione Sovietica di Stalin ha problemi, intorno al 1962, di conflitto territoriale con la Cina, oggi risolti. Non sono risolti i problemi tra le due Coree quando nacquero, malgrado la sporca guerra, malgrado i bombardamenti americani (1953) a tappeto, al napalm appena inventato, dopo aver ridotto veramente in cenere gran parte delle città nord-coreane e le loro popolazioni civili (2.8 milioni di morti), e inizialmente (1950) anche quelle sud-coreane in gran parte nelle mani dei comunisti “invasori”. La minaccia dell’utilizzo della “nuova” e risolutiva bomba atomica, più volte programmata dal generale D. MacArthur, fu bloccata dai sovietici, dai cinesi con l’invasione della Corea del nord nella mischia, e dallo stesso presidente statunitense. L’immagine mondiale di Nagasaki e Hiroshima era abbastanza deleteria. Nulla è dimenticato, nemmeno oggi.
La storia più impressionante fu la sconfitta americana in Vietnam, sufficientemente conosciuta ma ricostruita in malo modo dal cinema di Hollywood per i giovani. Guerra della quale non si sono mai “rimessi”. Altrove la tecnica fu quella di piazzare governi e presidenti fantocci dopo vari colpi di stato, ad esempio l’Indonesia o le Filippine. Ancora oggi la tecnica funzione nell’area e altrove.
Vi sono conflitti latenti, momentaneamente solo dimostrazioni di muscoli, per il possesso (non risolto da Yalta) di piccole ma strategiche isole, tra Cina e Filippine (isole Spratley e Paracel); tra Cina e Giappone; tra Cina e Vietnam (isole Paracel). Questi ultimi hanno oggi addirittura il sostegno americano (!!), soliti guerrafondai.
I conflitti sono pur sempre per il petrolio, per le aree di pesca e per la strategia militare.
Tutti sfidano tutti, il che si traduce in un aumento continuo delle spese militari. Le pedine dello scacchiere, occupate di volta in volta e militarizzate, sono le varie isole delle zone confinanti tra paesi in tutta l’area del Mare di Cina.
Le tensioni ci sono anche tra la Corea del Sud per le isole Takeshina (Giappone) e Dokdo (Sud Corea). Tra la Cina e il Giappone, sempre per le isole Senkake/Diaoyu, vendute da un ricco privato giapponese al proprio paese. La Cina ha decretato una zona “no fly” nelle vicinanze. Le due marine militari si sfidano nelle vicinanze con il rischio che una eventuale collisione potrebbe comportare. Ma la Cina ormai non considera più il Giappone come potenza, se non come una succursale degli Stati Uniti e una potenza economica ormai in declino.
La guerra economica tra Cina e Usa si sviluppa anche sugli armamenti. La Cina ha appena speso per la “difesa” 134 miliardi di dollari, 2,8 volte quella del Giappone e 3,6 volte quella dell’India. Lo scarto con gli Usa rimane, ma si riduce, era da 1 a 20 nel 2.000, oggi è da 1 a 4.
La Cina investe 1/3 della sua valuta straniera in Buoni del Tesoro americano, ma è anche il primo esportatore in quel paese. Inoltre ha la più grande riserva d’oro del mondo che continua annualmente ad accrescere. Hanno i piedi in due staffe. La Cina si rifiuta di rispettare l’embargo verso l’Iran. E con la nuova posizione della Russia, a Obama non resta che toglierlo, e tentare di bloccare il flusso di petrolio verso l’industria cinese.
Nell’area Asia-Pacifico ormai la Cina, oltre a potenza economica, è potenza militare, nucleare e spaziale. Un paese competitivo pericoloso, che continua a non voler rivalutare lo yuan e a conquistare mercati, soprattutto con una vera egemonia in Africa e si affaccia in Europa e in Italia in particolare (vedi tra l’altro il porto del Pireo e la Pirelli). Una Cina che, insieme agli altri paesi del Brics sta fondando una nuova Banca Mondiale di Sviluppo, concorrente e alternativa del FMI. Gli americani aumentano il valore del dollaro per far pagare la differenza alle monete costrette a svalutare, diminuendone il potere d’acquisto e aumentandone l’indebitamento. Negli ultimi 12 mesi il biglietto verde si è apprezzato del 40% sul real brasiliano, del 60% sul rublo russo, del 22% sulla lira turca, del 15% sulla rupia indonesiana e il peso messicano, del 23% sullo zloty polacco. Marcato l'apprezzamento anche sulle divise di aree economiche più forti: un dollaro oggi, rispetto a un anno fa, vale il 15% in più di uno yen, il 12% in più di una sterlina e il 26% in più di un euro. Ma i cinesi possono utilizzare il dollaro stesso in loro possesso con i Bot americani.
Gli Usa spingono sempre più la cooperazione militare con Giappone, Sud Corea, Filippine e Vietnam, con il solito concetto di “accerchiamento” degli avversari. In questo senso va visto il forte riarmo di Taiwan del 2011 per spingere la Cina a spendere e rinnovare continuamente il suo arsenale militare.
Appare sulla scena anche l’India. Legata alla Cina nel Brics di libero scambio, rimane pur sempre un avversario politico ed economico. E’ un gigante mondiale di un miliardo di individui, in piena ascesa. E’ il primo importatore di armi al mondo. Potenza militare nucleare (150 bombe), in parte con reattori in buona riconversione civile, se non fosse nemica del Pakistan (a causa del conteso Kashmir) e dipendente ancora dalla Russia (80% del rifornimento militare), compresi una portaerei, un sommergibile atomico e più di un centinaio di aerei Mig. Nel 2013 ha speso 47,4 miliardi di dollari per la difesa, allargando piano piano la clientela. Nel 2020, con i 65 miliardi previsti diventerà il quarto paese a livello mondiale in armamenti, superando Francia, Gran Bretagna e Giappone. Con l’aiuto israeliano ha piazzato in orbita un satellite militare. Con l’aiuto cinese, ha inviato un satellite intorno a Marte con ottimo risultato nel settembre 2014. Con 1,3 milioni di soldati, uomini e donne, è numericamente il 3° esercito del mondo, dopo Cina e Usa.
Bisogna aggiungere che con questo ultimo nuovo governo il concetto ghandiano di “non allineamento” del paese sta scomparendo.
Ma l’amico più fedele per gli Usa, oltre alla Nuova Zelanda, è la cugina anglofona Australia, che si presenta come sceriffo aggiunto nell’area. Da qui al 2020, a Darwin (nord Australia) si stabilirà il 60% della flotta americana dell’Asia-Pacifico, e il 60% della forza aerea americana all’estero, compreso l’ambito spaziale, cibernetico e uno “scudo spaziale” anti-missili, tipo Polonia (prossimamente Ucraina e Lettonia). E’ l’accordo firmato dal pacificamente guerrafondaio Obama nel 2013 a Camberra. Sostituisce e rafforza il Patto del 1951 sottoscritto durante la guerra di Corea.
Gli altri punti forza sono a Singapore (Changi Est), in Tailandia (Korat), in India (Trivandium), in Filippine (Cubi-Point e Puerto Princesa), Corea del Sud (isola di Cheju), in Giappone (Okinwa con 9.000 militari), e altri aerodromi in Indonesia e in Malesia. Oltre alle svariate isole in loro possesso nel Pacifico, Guam in particolare.
A tutto questo si aggiunge la nuova visione politico-economica della Russia, spinta da UE e Usa verso l’est e l’Asia, con accordi energetici, militari e finanziari con gli altri due giganti del Brics, India e Cina. Si avvicinano agli accordi di “dedollarizzazione” anche Pakistan e Iran.
Insomma in tutta l’area, malgrado le provocazioni verbali e i nazionalismi montanti, cooperano tutti a livello economico, di ciberdifesa, di turismo e di cultura. La tematica di fondo è l’ambiguo concetto: contro “tutti i terrorismi”, non avendo sempre chiaro chi sono e chi ha deciso che lo siano.
Eppure sia le tematiche di “dedollarizzazione” che di anti-americanismo latente rendono tutta l’area (più della metà della popolazione mondiale) una vera polveriera.
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mercoledì 26 settembre 2012
Mosca e Tehran rompono il monopolio Usa negli scambi sulle materie prime
Una decisione che avrà conseguenze non da poco sui rapporti
diplomatici (e non solo) tra le grandi potenze. Un nuovo passaggio verso
un mondo sempre più multi-polare.
di Tommaso De Berlanga (il Manifesto)
La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.
Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.
di Tommaso De Berlanga (il Manifesto)
La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.
Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.
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Il senso della sinistra per la fregatura Ho perseverato nell’idea di Europa prima di accorgermi che le idee vanno bene fintantoché è ...
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di Tonino D’Orazio Renzi sfida tutti. Semina vento. Appena possono lo ripagano. Che coincidenza! Appena la legge anticorruzione app...