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lunedì 30 gennaio 2017

Tempi imprevedibili e interessanti. La competizione interimperialistica ai tempi di Trump

di Sebastiano Isaia da sinistrainrete


L’aspetto politicamente più intrigante di un personaggio  “impolitico” (ma si vedrà presto fino a che punto questo cliché potrà reggere) come Donald Trump consiste, a parer mio, nella sua inclinazione a esprimere opinioni e concetti senza badare troppo ai paludati canoni della tradizionale mediazione politico-diplomatica. Il rude linguaggio del nuovo Presidente americano esprime il brutale linguaggio degli interessi, prim’ancora che le sue personali convinzioni sul mondo e su quant’altro. Detto questo, occorre anche dire che molte delle recenti dichiarazioni di Trump, che hanno messo in subbuglio l’establishment politico dell’Unione Europea e della Cina, mentre hanno invece rincuorato “l’amico Putin”, non esprimono un’assoluta originalità di linea politica, neanche rispetto alla sostanza di molti aspetti della politica estera – e in parte anche di quella interna: vedi la politica di contenimento dell’immigrazione ai confini del Messico – praticata dal progressista Premier uscente. Da anni Obama batte sul tasto dei costi della politica di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, ribadendo in ogni occasione utile la necessità di riequilibrarli a vantaggio degli USA. Su questo punto rinvio al mio post Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”. La novità sta piuttosto nella franchezza del linguaggio politico adoperato da Trump, franchezza che a sua volta segnala un’accelerazione nelle tendenze politico-strategiche degli Stati Uniti, riscontrabile nella seguente dichiarazione: «L’Alleanza Atlantica è obsoleta, perché è stata concepita tanti e tanti anni fa». In sé questa posizione non ha nulla di sconvolgente, e suona anzi quasi banale alla luce dei tanti e importanti avvenimenti che si sono prodotti dal 1989 in poi; soprattutto i geopolitici americani di orientamento “realista” sostengano dagli anni Novanta la tesi del superamento definitivo dell’Alleanza Atlantica e della necessità di “chiudere” il suo strumento militare: la NATO.
Ma è la prima volta, mi pare, che questa tesi viene formulata a così alti livelli, entrando a far parte, di fatto, del programma politico della nuova Amministrazione. Da minaccia velata, lo scioglimento della vecchia Alleanza Occidentale diventa moneta corrente nella politica estera statunitense. In ogni caso già nel marzo del 2016 Trump aveva messo le carte in tavola a proposito dell’Alleanza Atlantica:  «La Nato? È una buona cosa… se funzionasse anche senza di noi. Siamo seri. Gli sviluppi in Ucraina hanno investito molti paesi della Nato, ma non gli Stati Uniti. Eppure, se notate, stiamo facendo tutto noi. I nostri alleati cosa hanno fatto? Perché non interviene la Germania? Perché tutti i paesi confinanti con l’Ucraina non trattano con la Russia? Perché noi siamo la nazione più forte? È vero. La Nato come concetto va bene, ma all’atto pratico funziona solo se ci siamo noi dentro. Non ci aiuta nessuno. […] Regaliamo centinaia di miliardi di dollari per sostenere paesi che sono, in teoria, più ricchi di noi. O non lo sapete? Germania, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud. La Nato è stata istituita in un momento diverso. È stata creata quando eravamo un paese più ricco. Prendiamo denaro in prestito dai cinesi, lo capite? La Nato ci costa una fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in Europa. Non è giusto e non otteniamo nulla in cambio, così come il nostro impegno in Corea del Sud». Più chiaro di così.
Non raramente, anzi abbastanza frequentemente, nei momenti di svolta geopolitica e di accelerazione nei processi economici che investono quella che ancora oggi è la prima potenza imperialistica del pianeta, e che tale rimarrà, con ogni probabilità, ancora per diverso tempo, emergono nel panorama politico americano personaggi “stravaganti” o comunque non omogenei alla tradizionale postura politica dei repubblicani e dei democratici. Pensiamo a Ronald Reagan. Negli anni Settanta la classe dominante americana era molto divisa al suo interno, un po’ come accade oggi, e la debole Amministrazione Carter rispecchiò bene questa situazione. Solo con l’ex attore, di mediocre talento artistico ma molto versato sul piano della fascinazione popolare, la leadership politica del Paese riuscì a trovare il bandolo dell’intrigata matassa assecondando una ristrutturazione tecnologica delle imprese e una “rivoluzione finanziaria” non più procrastinabili. Si parlò di reaganismo – versione statunitense del thatcherismo. I nostalgici del vecchio capitalismo di stampo keynesiano parlarono di “controrivoluzione liberista”, palesando con ciò la miserabile idea di rivoluzione che avevano in testa. L’Amministrazione Reagan implementò misure di economia politica che all’inizio apparsero agli occhi di quasi tutti gli analisti economici americani ed europei estremamente contraddittorie e per questo destinate a un sicuro insuccesso. Sappiamo come è andata a finire. Lo stesso Barack Obama più volte ha esternato la propria ammirazione nei confronti della figura politica del leader americano che seppe piegare definitivamente «l’Impero del Male», altrimenti chiamato Unione Sovietica. Ma ritorniamo ai nostri giorni.
L’Unione Europea, ha detto Trump, è stata creata per far concorrenza economica agli Stati Uniti d’America, e per questo gli americani non hanno alcun interesse a sostenerla. Il discorso, come si dice, non fa una grinza. L’Unione Europea come tentativo di creare un polo imperialista europeo a guida franco-tedesca in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti, con la Cina e con la Russia: è una tesi che può impressionare solo chi non capisce nulla di processo storico-sociale mondiale. È dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso che il contenzioso economico-finanziario tra gli Stati Uniti e i suoi maggiori alleati strategici (Germania e Giappone in primis) è diventato il più importante fattore nella determinazione della politica estera americana. Negli anni Ottanta gli USA hanno ricercato a tutti i costi la superiorità militare nei confronti dell’Unione Sovietica non solo nel tentativo, peraltro riuscito, di assestare ai russi il colpo del KO (ma, com’è noto, un colosso cade ingloriosamente solo se ha i piedi d’argilla), ma anche e soprattutto per surrogare con la potenza politico-militare una superiorità economico-tecnologica che gli americani non vantavano più nei confronti degli europei e dei giapponesi. Ecco perché fino all’ultimo Reagan cercò di puntellare politicamente Gorbaciov, ossia per non spezzare quel confronto bipolare che aveva tenuto sotto scacco l’intero Vecchio Continente. Probabilmente per gli americani sarebbe stato più utile un nemico “sovietico” certamente indebolito e ridotto al rango di potenza regionale ma in grado tuttavia di reggere l’antica funzione di spauracchio antioccidentale, e quindi legittimare l’ordine mondiale scaturito dal Secondo macello mondiale. Più che di scardinare quell’ordine, Washington lavorava per aggiornarlo e “ristrutturarlo” alla luce dell’ascesa della Germania e del Giappone al rango di potenze capitalistiche di prima grandezza. Lo stesso Presidente francese Mitterrand parlò nei primi anni Ottanta della necessità di una «nuova Yalta». Scriveva in quegli stessi anni l’ex Presidente Richard Nixon su un saggio dedicato al confronto USA-URSS: «Le nostre differenze rendono impossibile una pace perfetta e ideale, ma i nostri interessi comuni rendono conseguibile una pace pragmatica e vera». Allora il nemico numero uno del capitalismo a stelle e strisce si chiamava, appunto, Giappone, contro la cui economia Washington implementò diverse rappresaglie commerciali e monetarie. «In Giappone non vengono rispettati gli standard di tutela dei diritti dei lavoratori che noi invece garantiamo alle nostre maestranze, e ciò rende disonesta la capacità competitiva del made in Japan»: così scrivevano i “giornaloni” statunitensi nel pieno del conflitto economico con il Sol Levante. È, questo, un ritornello propagandistico che alla fine degli anni Novanta sarà impiegato, mutatis mutandis, nei confronti dell’«immorale capitalismo cinese».
Personalmente condivido la tesi di chi sostiene che «il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali [è] stata la Germania. «Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Carlo Jean, Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica.
In realtà l’Unione Europea è stata concepita dalla Francia e dall’Inghilterra soprattutto per controllare e marcare da vicino la potenza sistemica della Germania, e magari usarla all’occorrenza in funzione antirussa e antiamericana. Come spesso accade la volontà politica si deve arrendere al cospetto della forza dell’economia. Ancora Trump: «Guardate l’Ue e vi ritrovate la Germania, è un grosso strumento per la Germania. È la ragione per la quale credo che il Regno Unito abbia fatto bene ad uscirne». La verità a volte può avere l’effetto della benzina gettata sul fuoco. «In questo momento stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale»: è quanto ha dichiarato la Premier britannica Theresa May circa il piano del governo sulla Brexit. Oggi la “relazione speciale” angloamericana appare più forte che mai e le ambiziose, ma non saprei dire quanto fondate, parole della May la dicono lunga sul mutamento dello scenario nel cuore stesso del Vecchio Continente. Come reagirà alle “provocazioni” e alle sfide la “riluttante” Germania? E che dire della Cina!
Ecco cosa dichiarava Trump, sempre nel marzo del 2016, sulla Cina: «Noi abbiamo il potere commerciale sulla Cina. Non credo che inizieranno la terza guerra mondiale, ma dobbiamo essere imprevedibili, rispetto a ciò che siamo adesso, assolutamente scontati. Siamo totalmente prevedibili e questo è male. Conosco molto bene la Cina, faccio affari con loro da decenni. Hanno ambizioni incredibili e si sentono invincibili. Il fatto è che noi abbiamo ricostruito la Cina, grazie ai nostri miliardi. Se non fosse per noi, non avrebbero aeroporti, strade e ponti. La Cina va affrontata sotto il punto di vista commerciale. Il libero scambio ci ha rovinato. Loro portano ogni cosa nel nostro paese. Noi, invece, dobbiamo pagare». Ecco come ha risposto ieri il Presidente cinese Xi Jinping parlando al World Economic Forum di Davos: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano». Com’è noto, questo oceano si chiama Capitalismo Mondiale. Concludo la citazione: «Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale».
Chiosa Alessandro Barbera su La Stampa: «Dalle alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi. L’avreste mai detto?» Se dico che io l’ho pure scritto, oltre che detto, commetto un grave peccato di presunzione? Certo, se uno crede nella colossale balla del «socialismo con caratteristiche cinese» può anche rimanere spiazzato da certe affermazioni di Xi.
«Il leader comunista difende la globalizzazione e il libero commercio»: è questo insomma il “mantra” che oggi impazza su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani e mondiali. Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Corrono tempi particolari, quando il segretario del partito comunista cinese parla a Davos come Tony Blair dieci anni fa o Bill Clinton vent’anni fa. Stesse formule ben levigate sui benefici della globalizzazione o i danni del protezionismo». Federico Rampini parla invece di un «mondo capovolto»: il Paese fondato dal “comunista” (le virgolette sono a cura di chi scrive) Mao oggi si propone al mondo come il leader della globalizzazione e del libero mercato. Ma la discontinuità tra la Cina di Mao e quella di Xi non ha una natura ideologica, come crede Fubini, né essa segnala una radicale diversità di carattere storico-sociale rispetto al regime maoista, essendo stato esso fondato su un capitalismo di Stato che si trovò a dover fare i conti con il pesante retaggio storico del Paese, segnato da un lungo passato di colonia sfruttata e dalla più recente egemonia imperialistica imperniata sul bipolarismo USA-URSS. Il merito storico e politico di Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e politico, ma tuttavia un Paese ancora unito sul piano nazionale (anche in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale. Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del «socialismo con caratteristiche cinese», come blateravano ai “bei tempi” i maoisti europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti del «socialismo cinese». Sulla storia del maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
Indubbiamente la Cina e la Germania sono i due Paesi che oggi hanno più da temere dalla politica estera di Trump, ed è per questo che i due Paesi sembrano parlare lo stesso linguaggio. «Pechino e Bruxelles hanno in comune molto più di quanto non possa accadere con la nuova amministrazione americana», si leggeva qualche giorno fa su un editoriale del quotidiano di Stato in inglese China Daily. Si scrive Bruxelles ma si legge, molto probabilmente, Berlino.
Scrive sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale continua a non voler salire sul carro del vincitore, come invece si sono premurati a fare in molti, sia a “destra” sia a “sinistra” (anche qui, nessuno sbigottimento da parte di chi scrive, ma solo conferme): «Un celebre proverbio dice che devi pregare Iddio perché non ti faccia vivere in tempi interessanti. Bisogna pregare molto, molto, molto. Ma, a parte questo, che facciamo? Salire su quel carro mi sembra non auspicabile e anche impossibile. Fermarlo non è così semplice. […] La Merkel, considerata da Trump come una sfruttatrice dell’Europa unita, una cui concedere una fiducia a termine, potrebbe farcela ma non è certo». Sarà un anno interessante, purtroppo». Come si dice dalle mie parti, questo è poco ma è sicuro.
Quel che ci apprestiamo a vivere è dunque un tempo capovolto, insicuro, imprevedibile, interessante; di certo la contesa interimperialistica si fa sempre più aspra e disumana. E anche qui possiamo dire: questo sarà pure poco ma almeno è sicuro.  Una volta Keynes disse: «L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre»; speriamo che «l’inatteso» almeno per una volta militi a favore delle classi subalterne e dell’umanità in genere. Di questi tempi mi tocca confidare pure in Keynes, e ho detto tutto!

martedì 12 maggio 2015

La polveriera asiatica

di Tonino D’Orazio
 
Il XXImo secolo viene preannunciato come quello cinese. Intanto la Cina (che nessuno cita più come comunista) non si fida degli USA e viceversa. Ma nell’area nessuno si fida più di nessuno, eppure si tenta di convivere.
La Cina ha moltiplicato per tre le spese militari negli ultimi dieci anni. La Corea del Sud per due; il Vietnam per il 133%. L’India per più di un terzo. Il Giappone, sotto l’ombrello americano, rimane stabile. Pechino spende ufficialmente il 2,1 % del Pil, l’India il 2,4, la Corea del Sud il 2,6, gli Stati Uniti il 3,8.
Eppure, malgrado la pericolosità, la situazione non sembra quella della guerra fredda. Non vi è competizione di sistema tra Pechino e Washington. Sono tutti e due partigiani del liberismo economico, un po’ più statale il primo che il secondo, ma le loro economie, comprese le enormi riserve in dollari del primo, dipendono ormai l’una dall’altra. Due economie rivali il cui teatro principale è l’Asia.
Politicamente e storicamente bisogna risalire alla spartizione del mondo dell’accordo di Yalta, (1945) durante la 2° guerra mondiale, e dalla paura, in occidente e in Giappone, dell’avanzata del comunismo.
Anche in occidente vi fu per anni una rivalità tra Londra e Washington sulla questione coloniale tradizionale, propensa al mantenimento la prima (vedi il caos rimasto in Medio Oriente), contraria la seconda che preferisce quella economica.
Anche l’Unione Sovietica di Stalin ha problemi, intorno al 1962, di conflitto territoriale con la Cina, oggi risolti. Non sono risolti i problemi tra le due Coree quando nacquero, malgrado la sporca guerra, malgrado i bombardamenti americani (1953) a tappeto, al napalm appena inventato, dopo aver ridotto veramente in cenere gran parte delle città nord-coreane e le loro popolazioni civili (2.8 milioni di morti), e inizialmente (1950) anche quelle sud-coreane in gran parte nelle mani dei comunisti “invasori”. La minaccia dell’utilizzo della “nuova” e risolutiva bomba atomica, più volte programmata dal generale D. MacArthur, fu bloccata dai sovietici, dai cinesi con l’invasione della Corea del nord nella mischia, e dallo stesso presidente statunitense. L’immagine mondiale di Nagasaki e Hiroshima era abbastanza deleteria. Nulla è dimenticato, nemmeno oggi.
La storia più impressionante fu la sconfitta americana in Vietnam, sufficientemente conosciuta ma ricostruita in malo modo dal cinema di Hollywood per i giovani. Guerra della quale non si sono mai “rimessi”. Altrove la tecnica fu quella di piazzare governi e presidenti fantocci dopo vari colpi di stato, ad esempio l’Indonesia o le Filippine. Ancora oggi la tecnica funzione nell’area e altrove.
Vi sono conflitti latenti, momentaneamente solo dimostrazioni di muscoli, per il possesso (non risolto da Yalta) di piccole ma strategiche isole, tra Cina e Filippine (isole Spratley e Paracel); tra Cina e Giappone; tra Cina e Vietnam (isole Paracel). Questi ultimi hanno oggi addirittura il sostegno americano (!!), soliti guerrafondai.
I conflitti sono pur sempre per il petrolio, per le aree di pesca e per la strategia militare.
Tutti sfidano tutti, il che si traduce in un aumento continuo delle spese militari. Le pedine dello scacchiere, occupate di volta in volta e militarizzate, sono le varie isole delle zone confinanti tra paesi in tutta l’area del Mare di Cina.
Le tensioni ci sono anche tra la Corea del Sud per le isole Takeshina (Giappone) e Dokdo (Sud Corea). Tra la Cina e il Giappone, sempre per le isole Senkake/Diaoyu, vendute da un ricco privato giapponese al proprio paese. La Cina ha decretato una zona “no fly” nelle vicinanze. Le due marine militari si sfidano nelle vicinanze con il rischio che una eventuale collisione potrebbe comportare. Ma la Cina ormai non considera più il Giappone come potenza, se non come una succursale degli Stati Uniti e una potenza economica ormai in declino.
La guerra economica tra Cina e Usa si sviluppa anche sugli armamenti. La Cina ha appena speso per la “difesa” 134 miliardi di dollari, 2,8 volte quella del Giappone e 3,6 volte quella dell’India. Lo scarto con gli Usa rimane, ma si riduce, era da 1 a 20 nel 2.000, oggi è da 1 a 4.
La Cina investe 1/3 della sua valuta straniera in Buoni del Tesoro americano, ma è anche il primo esportatore in quel paese. Inoltre ha la più grande riserva d’oro del mondo che continua annualmente ad accrescere. Hanno i piedi in due staffe. La Cina si rifiuta di rispettare l’embargo verso l’Iran. E con la nuova posizione della Russia, a Obama non resta che toglierlo, e tentare di bloccare il flusso di petrolio verso l’industria cinese.
Nell’area Asia-Pacifico ormai la Cina, oltre a potenza economica, è potenza militare, nucleare e spaziale. Un paese competitivo pericoloso, che continua a non voler rivalutare lo yuan e a conquistare mercati, soprattutto con una vera egemonia in Africa e si affaccia in Europa e in Italia in particolare (vedi tra l’altro il porto del Pireo e la Pirelli). Una Cina che, insieme agli altri paesi del Brics sta fondando una nuova Banca Mondiale di Sviluppo, concorrente e alternativa del FMI. Gli americani aumentano il valore del dollaro per far pagare la differenza alle monete costrette a svalutare, diminuendone il potere d’acquisto e aumentandone l’indebitamento. Negli ultimi 12 mesi il biglietto verde si è apprezzato del 40% sul real brasiliano, del 60% sul rublo russo, del 22% sulla lira turca, del 15% sulla rupia indonesiana e il peso messicano, del 23% sullo zloty polacco. Marcato l'apprezzamento anche sulle divise di aree economiche più forti: un dollaro oggi, rispetto a un anno fa, vale il 15% in più di uno yen, il 12% in più di una sterlina e il 26% in più di un euro. Ma i cinesi possono utilizzare il dollaro stesso in loro possesso con i Bot americani.
Gli Usa spingono sempre più la cooperazione militare con Giappone, Sud Corea, Filippine e Vietnam, con il solito concetto di “accerchiamento” degli avversari. In questo senso va visto il forte riarmo di Taiwan del 2011 per spingere la Cina a spendere e rinnovare continuamente il suo arsenale militare.
Appare sulla scena anche l’India. Legata alla Cina nel Brics di libero scambio, rimane pur sempre un avversario politico ed economico. E’ un gigante mondiale di un miliardo di individui, in piena ascesa. E’ il primo importatore di armi al mondo. Potenza militare nucleare (150 bombe), in parte con reattori in buona riconversione civile, se non fosse nemica del Pakistan (a causa del conteso Kashmir) e dipendente ancora dalla Russia (80% del rifornimento militare), compresi una portaerei, un sommergibile atomico e più di un centinaio di aerei Mig. Nel 2013 ha speso 47,4 miliardi di dollari per la difesa, allargando piano piano la clientela. Nel 2020, con i 65 miliardi previsti diventerà il quarto paese a livello mondiale in armamenti, superando Francia, Gran Bretagna e Giappone. Con l’aiuto israeliano ha piazzato in orbita un satellite militare. Con l’aiuto cinese, ha inviato un satellite intorno a Marte con ottimo risultato nel settembre 2014. Con 1,3 milioni di soldati, uomini e donne, è numericamente il 3° esercito del mondo, dopo Cina e Usa.
Bisogna aggiungere che con questo ultimo nuovo governo il concetto ghandiano di “non allineamento” del paese sta scomparendo.
Ma l’amico più fedele per gli Usa, oltre alla Nuova Zelanda, è la cugina anglofona Australia, che si presenta come sceriffo aggiunto nell’area. Da qui al 2020, a Darwin (nord Australia) si stabilirà il 60% della flotta americana dell’Asia-Pacifico, e il 60% della forza aerea americana all’estero, compreso l’ambito spaziale, cibernetico e uno “scudo spaziale” anti-missili, tipo Polonia (prossimamente Ucraina e Lettonia). E’ l’accordo firmato dal pacificamente guerrafondaio Obama nel 2013 a Camberra. Sostituisce e rafforza il Patto del 1951 sottoscritto durante la guerra di Corea.
Gli altri punti forza sono a Singapore (Changi Est), in Tailandia (Korat), in India (Trivandium), in Filippine (Cubi-Point e Puerto Princesa), Corea del Sud (isola di Cheju), in Giappone (Okinwa con 9.000 militari), e altri aerodromi in Indonesia e in Malesia. Oltre alle svariate isole in loro possesso nel Pacifico, Guam in particolare.
A tutto questo si aggiunge la nuova visione politico-economica della Russia, spinta da UE e Usa verso l’est e l’Asia, con accordi energetici, militari e finanziari con gli altri due giganti del Brics, India e Cina. Si avvicinano agli accordi di “dedollarizzazione” anche Pakistan e Iran.
Insomma in tutta l’area, malgrado le provocazioni verbali e i nazionalismi montanti, cooperano tutti a livello economico, di ciberdifesa, di turismo e di cultura. La tematica di fondo è l’ambiguo concetto: contro “tutti i terrorismi”, non avendo sempre chiaro chi sono e chi ha deciso che lo siano.
Eppure sia le tematiche di “dedollarizzazione” che di anti-americanismo latente rendono tutta l’area (più della metà della popolazione mondiale) una vera polveriera.

mercoledì 26 settembre 2012

Mosca e Tehran rompono il monopolio Usa negli scambi sulle materie prime

Una decisione che avrà conseguenze non da poco sui rapporti diplomatici (e non solo) tra le grandi potenze. Un nuovo passaggio verso un mondo sempre più multi-polare.

di  Tommaso De Berlanga (il Manifesto)

La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.

Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.