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lunedì 13 febbraio 2017

Nancy Fraser: La fine del neoliberismo progressista

da rifondazione.it 

[Pubblichiamo la traduzione di due articoli della femminista americana Nancy Fraser dal sito della rivista DISSENT. Il primo The end of “progressive neoliberalism” è del 2 gennaio 2017, il secondo Against Progressive Neoliberalism, A New Progressive Populism è stato pubblicato il 28 gennaio ed è una replica a un articolo critico di Johanna Brenner There Was No Such Thing as “Progressive Neoliberalism” del 14 gennaio. Nancy Fraser ha lanciato insieme a Angela Davis e altre femministe americane l'appello per uno sciopero internazionale e militante per l'8 marzo]
L’elezione di Donald Trump rappresenta una della serie di drammatiche rivolte politiche che insieme segnalano un crollo dell’egemonia neoliberista. Queste rivolte comprendono tra le altre il voto per la Brexit nel Regno Unito, il rifiuto delle riforme di Renzi in Italia, la campagna di Bernie Sanders per la nomination del Partito Democratico negli Stati Uniti e il sostegno crescente per il Fronte Nazionale in Francia. Anche se differiscono per  ideologia e obiettivi, questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi. In ogni caso, gli elettori stanno dicendo “No!” alla combinazione letale di austerità, libero commercio, debito predatorio e lavoro precario mal pagato che caratterizza il capitalismo finanziarizzato oggi. I loro voti sono una risposta alla crisi strutturale di questa forma di capitalismo che si è prima materializzata con il quasi crollo dell’ordine finanziario globale nel 2008.
Fino a tempi recenti, però, la risposta principale alla crisi era la protesta sociale – drammatica e vivace, di sicuro, ma in gran parte effimera. I sistemi politici, al contrario, sembravano relativamente immuni, ancora controllati da funzionari di partito e dalle élite dell’establishment, almeno negli stati capitalistici potenti come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Germania. Ora, però, le onde d’urto elettorali si riverberano in tutto il mondo, anche nelle cittadelle della finanza globale. Coloro che hanno votato per Trump, come quelli che hanno votato per la Brexit e contro le riforme italiane, sono insorti contro i loro padroni politici. Prendendo per il naso la classe dirigente di partito, hanno ripudiato il sistema che ha eroso le loro condizioni di vita negli ultimi trent’anni. La sorpresa non è che lo hanno fatto, ma che ci abbiano messo così tanto tempo.
Tuttavia, la vittoria di Trump non è solo una rivolta contro la finanza globale. Ciò che i suoi elettori hanno respinto non era il neoliberismo tout court, ma il neoliberismo progressista. Questo può sembrare ad alcuni come un ossimoro, ma è un reale, anche se perverso, allineamento politico che costituisce la chiave per comprendere i risultati elettorali degli Stati Uniti e forse alcuni sviluppi anche altrove. Nella sua forma degli Stati Uniti, il neoliberismo progressista è un’alleanza tra correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ), da un lato, e settori di business di fascia alta “simbolica” e basati sui servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood), dall’altro. In questa alleanza, le forze progressiste sono effettivamente unite con le forze del capitalismo cognitivo, in particolare della finanziarizzazione. Tuttavia involontariamente le prime prestano il loro carisma a quest’ultima. Ideali come la diversità e la responsabilizzazione, che potrebbero in linea di principio servire scopi diversi, ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un tempo erano le vite della classe media.
Il neoliberismo progressista si è sviluppato negli Stati Uniti nel corso degli ultimi tre decenni ed è stato ratificato con l’elezione di Bill Clinton nel 1992. Clinton è stato il principale artefice e portabandiera dei “Nuovi Democratici”, l’equivalente statunitense del “New Labour” di Tony Blair. Al posto della coalizione di lavoratori manifatturieri sindacalizzati, afro-americani e classi medie urbane del New Deal, ha forgiato una nuova alleanza di imprenditori, abitanti dei suburbi, nuovi movimenti sociali e giovani che proclamano tutti la loro buona fede moderna, progressista abbracciando la diversità, il multiculturalismo e i diritti delle donne. Mentre appoggiava questi concetti progressisti, l’amministrazione Clinton corteggiava Wall Street. Consegnando l’economia a Goldman Sachs, ha liberalizzato il sistema bancario e negoziato gli accordi di libero scambio che accelerarono la deindustrializzazione. Ad essere abbandonata fu la Rust Belt – un tempo roccaforte della democrazia sociale del New Deal, e ora la regione che ha consegnato il collegio elettorale a Donald Trump.
Quella regione, insieme ai nuovi centri industriali del sud, ha subito un grande colpo quando la finanziarizzazione galoppante si è dispiegata nel corso degli ultimi due decenni. Continuate dai suoi successori, tra cui Barack Obama, le politiche di Clinton hanno degradato le condizioni di vita di tutti i lavoratori, ma soprattutto degli occupati nella produzione industriale. In breve, il clintonismo ha una quota pesante di responsabilità per l’indebolimento dei sindacati, il declino dei salari reali, la crescente precarietà del lavoro e l’ascesa della famiglia a doppio stipendio (two–earner family) al posto del defunto salario familiare.
Come suggerisce questo ultimo punto, l’assalto alla sicurezza sociale è stato lucidato con una patina di carisma emancipatorio, preso in prestito dai nuovi movimenti sociali. Nel corso degli anni in cui la produzione si craterizzava, il paese brulicava di discorsi su “diversità”, “empowerment,” e “non-discriminazione.” Identificando il “progresso” con la meritocrazia, invece che con l’uguaglianza, questi termini hanno equiparato l’”emancipazione” con l’ascesa di una piccola elite di donne, minoranze e omosessuali “di talento” nella gerarchia aziendale dei vincenti che prendono tutto invece che con l’abolizione di quest’ultima. Queste interpretazioni liberal-individualiste del “progresso” gradualmente hanno sostituito le interpretazioni dell’emancipazione  più espansive, anti-gerarchiche, egualitarie, sensibili alla classe, anti-capitaliste che erano fiorite negli anni ’60 e ’70. Mentre la New Left declinava, la sua critica strutturale della società capitalistica sbiadiva, e la caratteristica mentalità liberal-individualista del paese si riaffermava, riducendo impercettibilmente le aspirazioni dei “progressisti” e degli autoproclamati esponenti della sinistra. Quella che sigillò l’accordo, però, è stata la coincidenza di questa evoluzione con l’ascesa del neoliberismo. Un partito dedito alla liberalizzazione dell’economia capitalistica trovò il suo compagno perfetto in un femminismo aziendale meritocratico focalizzato sul “farsi avanti” e “rompere il soffitto di cristallo”.
Il risultato è stato un “neoliberismo progressista” che mixava insieme ideali troncati di emancipazione e forme letali di finanziarizzazione. E’ stato quel mix che è stato respinto in toto dagli elettori di Trump. In prima fila tra coloro che sono stati abbandonati in questo nuovo mondo cosmopolita sono stati di sicuro gli operai industriali, ma anche manager, piccoli imprenditori, e tutti coloro che si basavano sull’industria nel Rust Belt e nel Sud, così come le popolazioni rurali devastate dalla disoccupazione e dalla droga. Per queste popolazioni, al danno della deindustrializzazione si è aggiunta la beffa del moralismo progressista, che li etichetta regolarmente come culturalmente arretrati. Rifiutando la globalizzazione, gli elettori di Trump hanno anche ripudiato il cosmopolitismo liberal identificato con essa. Per alcuni (se non tutti), è stato breve il passo a incolpare per il peggioramento delle loro condizioni la correttezza politica, le persone di colore, gli immigrati e i musulmani. Ai loro occhi, le femministe e Wall Street erano due gocce d’acqua, perfettamente unite nella persona di Hillary Clinton.
Ciò che ha reso possibile quella fusione è stata l’assenza di qualsiasi vera sinistra. Nonostante esplosioni periodiche, come Occupy Wall Street, che si è rivelata di breve durata, non vi era stata alcuna presenza prolungata della sinistra negli Stati Uniti per diversi decenni. Né c’è stata alcuna narrazione esauriente di sinistra che avrebbe potuto collegare le legittime rivendicazioni dei sostenitori di Trump con una critica smaccata della finanziarizzazione, da un lato, e con una visione anti-razzista, anti-sessista, e anti-gerarchica di emancipazione, dall’altro. Ugualmente devastanti, i potenziali legami tra lavoro e nuovi movimenti sociali sono stati lasciati languire. Scissi l’uno dall’altro, quei poli indispensabili di una valida sinistra sono stati a miglia di distanza, in attesa di essere contrapposti come antitetici. Almeno fino alla straordinaria campagna per le primarie di Bernie Sanders che ha lottato per unirli dopo qualche incitamento da Black Lives Matter. Facendo esplodere il buon senso neoliberista dominante, la rivolta di Sanders è stata il parallelo sul lato democratico di quella di Trump. Proprio mentre Trump stava rovesciando l’establishment repubblicano, Bernie non è riuscito per un soffio a sconfiggere la successora consacrata di Obama, i cui burocrati controllavano ogni leva di potere nel Partito Democratico. Tra di loro, Sanders e Trump hanno galvanizzato una grande maggioranza degli elettori americani. Ma solo il populismo reazionario di Trump è sopravvissuto.
Mentre lui ha facilmente rovesciato i suoi rivali repubblicani, compresi quelli favoriti dai grandi donatori e dai boss di partito, l’insurrezione di Sanders è stata effettivamente bloccata da un molto meno democratico Partito Democratico. Al momento delle elezioni generali, l’alternativa di sinistra era stata soppressa. Ciò che restava era la scelta di Hobson tra il populismo reazionario e il neoliberismo progressista. Quando la cosiddetta sinistra ha serrato le fila attorno a Hillary Clinton, il dado era tratto.
Ciononostante, e da questo punto in poi, questa è una scelta che la sinistra dovrebbe rifiutare. Invece di accettare i termini presentati a noi da parte delle classi politiche, che oppongono l’emancipazione alla protezione sociale, dobbiamo lavorare per ridefinirli attingendo al fondo vasto e crescente di repulsione sociale contro l’attuale ordine. Piuttosto che schierarsi con la finanziarizzazione-cum-emancipazione contro la protezione sociale, dovremmo costruire una nuova alleanza di emancipazione e di protezione sociale contro la finanziarizzazione. In questo progetto, che si basa su quello di Sanders, l’emancipazione non significa diversificare la gerarchia aziendale, ma piuttosto abolirla. E la prosperità non significa aumentare il valore delle azioni o il profitto aziendale, ma i prerequisiti materiali di una buona vita per tutti. Questa combinazione rimane l’unica risposta di principio e vincente nella congiuntura.
Io non ho versato lacrime per la sconfitta del neoliberismo progressista. Certo, c’è molto da temere da un’amministrazione Trump, razzista, anti-immigrati, anti-ecologica. Ma non dovremmo piangere né l’implosione dell’egemonia neoliberista, né la frantumazione del pugno di ferro del clintonismo sul Partito democratico. La vittoria di Trump ha segnato una sconfitta per l’alleanza di emancipazione e finanziarizzazione. Ma la sua presidenza non offre alcuna soluzione alla crisi attuale, nessuna promessa di un nuovo regime, nessuna egemonia sicura. Quello che abbiamo di fronte, piuttosto, è un interregno, una situazione aperta e instabile in cui i cuori e le menti sono in palio. In questa situazione, non c’è solo pericolo, ma anche opportunità: la possibilità di costruire una nuova new left.
Se questo avviene dipenderà in parte da alcuni gravi di coscienza tra i progressisti che hanno sostenuto la campagna della Clinton. Dovranno abbandonare il mito confortante, ma falso che hanno perso a causa di un “branco di miserabili”* (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi) aiutati da Vladimir Putin e dall’FBI. Dovranno riconoscere la propria parte di colpa nel sacrificare la causa della tutela sociale, del benessere materiale, e della dignità della classe lavoratrice a false interpretazioni dell’emancipazione in termini di meritocrazia, diversità, e empowerment. Dovranno riflettere profondamente su come potremmo trasformare l’economia politica del capitalismo finanziarizzato, facendo rivivere lo slogan “socialismo democratico” di Sanders e capire cosa possa significare nel ventunesimo secolo. Dovranno, soprattutto, raggiungere la massa degli elettori di Trump che non sono né razzisti, né impegnati esponenti della destra, ma essi stessi vittime di un “sistema truccato”, che possono e devono essere reclutati per il progetto anti-neoliberista di una sinistra rinnovata. Questo non significa silenziare le pressanti preoccupazioni per il razzismo o il sessismo. Ma significa dimostrare come queste oppressioni storiche di vecchia data trovano nuove espressioni e motivi oggi, nel capitalismo finanziarizzato. Rifiutando il falso pensiero a somma zero che ha dominato la campagna elettorale, dobbiamo collegare le offese subite dalle donne e dalle persone di colore a quelle subite dai tanti che hanno votato per Trump. In questo modo, una rivitalizzata sinistra potrebbe gettare le basi per una nuova e potente coalizione impegnata nella lotta per tutti.
*“Basket of deplorables”, solitamente tradotto dai giornali  italiani come “branco di miserabili” è il termine con il quale la Clinton etichettò i sostenitori di Trump durante la campagna elettorale
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Contro il neoliberismo progressista, un nuovo populismo progressista
La lettura del mio saggio da parte di Johanna Brenner non coglie la centralità del problema dell’egemonia. Il punto centrale è che il capitale finanziario ha raggiunto il dominio odierno, oltre che con la forza, anche attraverso il “consenso”, come lo chiama Gramsci. Forze che favoriscono la finanziarizzazione, la globalizzazione delle imprese e la deindustrializzazione sono riuscite a conquistare il Partito Democratico statunitense, ho affermato, perché hanno presentato queste politiche, palesemente contrarie ai lavoratori, come progressiste. I neoliberisti hanno conquistato potere ammantando il loro progetto in una nuova etica cosmopolita, che privilegia la diversità, l’emancipazione delle donne, e i diritti LGBTQ. Adescando chi professa questi ideali, i neoliberisti hanno forgiato un nuovo blocco egemonico, che ho battezzato neoliberismo progressista. Nell’identificare e analizzare questo blocco, non ho perso di vista il potere del capitale finanziario, come mi rimprovera Johanna Brenner, ma ho tentato di spiegare la sua supremazia politica.
L’ottica dell’egemonia fa luce anche sulla posizione dei movimenti nei confronti del neoliberismo. Invece di isolare collusi e cooptati, mi sono concentrata sul diffuso slittamento dall’uguaglianza alla meritocrazia nel pensiero progressista. Negli ultimi decenni, questo pensiero ha sovraccaricato la comunicazione e ha influenzato non solo le femministe liberali e i sostenitori della diversità, che ne hanno abbracciato con consapevolezza l’etica individualista, ma ha influenzato anche molti all’interno dei movimenti. Anche quelle che Brenner chiama femministe del “social welfare” hanno trovato nel neoliberismo progressista elementi in cui identificarsi, e hanno chiuso un occhio sulle sue contraddizioni. Ciò non significa dar loro la colpa, come sostiene Brenner, ma chiarire come funziona l’egemonia, cioè attirandoci e seducendoci, al fine di capire come meglio costruire una controegemonia.
Quest’idea è il canone di valutazione delle sorti della sinistra dagli anni ottanta ad oggi. Rivisitando questi anni, Johanna Brenner esamina una mole impressionante di attivismo di sinistra, che lei appoggia ed ammira al pari di me. Ma l’ammirazione non viene meno quando si osserva che l’attivismo non è assurto ad una controegemonia. Non è riuscito a presentarsi come un’alternativa credibile al neoliberismo progressista, né a sostituire i “noi” e i “loro” del neoliberismo con dei propri “noi” e “loro”. Il perché richiederebbe un lungo studio, ma una cosa è chiara: restii alla sfida frontale con le varianti progressiste-neoliberiste del femminismo, dell’antirazzismo e del multiculturalismo, gli attivisti di sinistra non sono mai stati in grado di raggiungere i “reazionari populisti” (vale a dire, i bianchi della classe operaia industriale), che hanno finito per votare per Trump.
Bernie Sanders è l’eccezione che conferma la regola. La sua campagna elettorale, con tutte le imperfezioni del caso, ha contestato direttamente le linee consolidate di separazione politica. Ha preso di mira “la classe dei miliardari”, ha teso la mano ai derelitti del neoliberismo progressista, si è rivolta alle comunità che si aggrappano al loro tenore di vita da “classe media”, le ha considerate alla stregua di vittime di una “economia truccata”, che meritano rispetto e possono fare causa comune con altre vittime, molte delle quali non hanno mai avuto accesso ai posti di lavoro della “classe media”. Nel contempo, Sanders ha strappato via una buona fetta di coloro che gravitavano verso il neoliberismo progressista. Anche se sconfitto da Hillary Clinton, Sanders ci ha indicato la strada verso una controegemonia possibile: ci ha fatto intravedere, invece dell’alleanza progressista-neoliberista fra finanziarizzazione ed emancipazione, un nuovo blocco “progressista-populista” che unisce emancipazione e protezione sociale.
A mio parere, nell’era di Trump la scelta di Sanders resta l’unica strategia onesta e vincente.  A coloro che adesso si mobilitano con la bandiera della “resistenza”, suggerisco il contro-progetto della “correzione di rotta”. Invece di ostinarsi nella definizione progressista-neoliberista di “noi” (progressisti) contro “loro” (i “deplorevoli” partigiani di Trump), questo contro-progetto ridisegna la mappa politica, e fa causa comune con tutti quelli che l’amministrazione Trump si accinge a tradire: non solo gli immigrati, le femministe, e le persone di colore che gli hanno votato contro, ma anche quegli strati della classe operaia della “Rust Belt” e del Sud che hanno votato per lui. Johanna Brenner mi rinfaccia di dissolvere la “politica dell’identità” nella “politica di classe.” Al contrario, la questione è identificare chiaramente le radici comuni delle ingiustizie di classe e di status nel capitalismo finanziario, e costruire alleanze tra coloro che devono unirsi per combattere entrambe.
traduzione di Maurizio Acerbo e Ludovico Fischer
per aderire alla brigata traduttori mandare una mail a traduttori@rifondazione.it
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venerdì 3 febbraio 2017

La piovra globalista

di Tonino D’Orazio 2 febbraio 2017. da altervista

Posseggono tutte le più grandi banche mondiali (fra le prime dieci, otto sono americane) e fanno il bello e cattivo tempo “monopolizzando e manovrando abusivamente le Borse” (D. Trump dixit in campagna elettorale). Posseggono le Agenzie di rating, collegate alle loro banche, che decidono della vita o della morte di un paese.
I vassalli del gruppetto si riuniscono in gruppi semi-segreti: Committee of 300; Illuminati; Bildeberg Group; Skull&Bones; New World Order (Bush, Ratzinger …). I valvassini in ulteriori gruppi continentali, politici e nazionali tramite lo strumento facilitato delle fondazioni. Confrontate i think tank italiani (65) e a cosa servono.

Ha messo le mani sull’umanità intera. In cima alla piramide, cioè all’occhio, c’è un gruppetto oligarchico che ci possiede tutti. Non si tratta di complottismo ma di ricerca ragionata che tutti possono fare e confrontare, pezzo per pezzo, ogni mattone e incrocio citati. I nomi e le sigle sono tutti su Wikipedia, compreso gli intrecci azionari più vistosi. (Con tempo, pazienza e onestà intellettuale). E’ la cupola formata da manipolatori con “partecipazioni” e flussi finanziari in tutti i tentacoli di controllo dei bisogni e delle attività umane: Rothchilds, Rockfeller, Carnegie, Morgan, Harrisson, Schiff, Warburg.
I tentacoli possidenti del gruppetto, tramite denaro, “partecipazioni” e “investimenti”, sono:
- Controllo del denaro (Banca Centrale, Riserva Federale, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, controllo mascherato della BCE.Euro) e dei metalli e pietre preziose che possono garantire la carta straccia.
- Controllo dell’energia (petrolio, gas, carbone,energia nucleare, green energia).
- Controllo dell’alimentazione (Agribusiness e Ogm, Word Trade, Water Sources).
- Controllo della sanità, World Healt Org., (farmaceutica, facoltà di medicina, ricerca, alternative naturali).
- Controllo del commercio tramite WTO e controllo del denaro con metro-misura dollaro e banche, finché non diventerà più facile con la sola moneta elettronica anche individuale.
- Indottrinamento (standard educativi, mass media, industria del cinema e dei divertimenti, attacco ai media liberi internet, controllo Fb …).
- Controllo delle politiche tramite G8, G10, G20… cioè Global (Governance) Control.
- Controllo del dissenso tramite leggi (Patriotic act, organismi sorveglianza, RFID Chips o monitoraggio della nostra vita privata, cfr Grande Fratello, Prisma, Echelon…), con espansione in tutti i paesi amici e non. Controllo politico del Tribunale Penale Internazionale contro tutti i “nemici”. Regolamenti internazionali favorevoli.
Gran parte di questi controlli sono demandati ad Organismi Internazionali, più facili da dirigere dall’alto, diretti da persone assolutamente non elette,( a parte i G…), ma designate.

Organi politici continentali: American Union; Pacific Union; African Union; European Union.
In Europa, Trichet (pres. Central Bank), Junker (pres. Commissione), Van Rompuy (pres. Del
Consiglio Europeo). Organi con stesse regole e stessa maniera. Servi non eletti.
Organi con ramificazioni in Nations States and Regions, dove viene praticamente “impedito” il più possibile al popolo di partecipare pienamente. (“riforma” delle Costituzioni democratiche e parlamenti a legislazione limitata, per la forma, come quello Europeo, pur se eletto a suffragio universale).

Organi tecnici pubblici o semi-pubblici (ma da “privatizzare”, o già fatto; operazione in atto da decenni che indica un piano ben preciso): banche (già disgiunte dal potere politico e dal controllo popolare e tutte in mano alla cupola, per debiti o scambio azionario, che le affonda, le deruba e i cittadini pagano), commercio (tentativi TTIP, Ceta,TTP trans Pacifico,Nafta, Unasur … da ricondurre ad interesse preminente e pensiero unico), militare (es. Nato e armamenti), partiti politici dipendenti (“sostegno” o corruzione), educazione e formazione (organismi che ne decidono metodo e qualità a “partecipazione” e interessi privati), mass media (agenzie di stampa che inviano “informazioni” pilotate che tutti ripetono ad ogni livello più basso come grancassa o banditori medievali), religione (quanto ci sarebbe da dire!), agenzie di intelligence (semi-coordinate quasi nel mondo intero dalla CIA,- per noi ancora funzionanti come Gladio o Stay Behind -, con Awarres Office, M15 inglese, Corte Suprema di Israele gestita direttamente dai Rothchilds), medicina e farmaceutica, Ong a “caschi bianchi”, persino organizzazioni criminali (droghe illegali, scandali dell’Agenzia Food and Drug Administration,) e riciclaggio mondiale del denaro sporco che “non ha odore”, tramite banche (sempre le stesse) offshore, illegali e fuori controllo.
Curiosità? La cima della piramide non si nasconde, anzi si presenta chiaramente con il simbolo dell’occhio nel triangolo, “che vede tutto”, come Dio. Lo potete notare sul semplice dollaro, ma anche su tanti e vari organismi Corporates, AOL (Time Warner/Cable), CBS … Basta avere occhio.
Tecnica comune di vampirizzazione, o impoverimento di un paese. (J. Perkins)
1) Si va in paesi che posseggono risorse naturali.
2) Accordo su enorme prestito, tramite il coccodrillo che piange, cioè il FMI, per lo sfruttamento delle risorse.
3) Le infrastrutture per lo sfruttamento vanno alle imprese americane (o occidentali), non a quelle del paese, se non i subappalti poveri.
4) Si aggiungono mega progetti infrastrutturali, strade, porti, ferrovie, centrali elettriche, autostrade, zone industriali. Si muove tutta la piovra. Il popolo ripaga prestiti e interessi (eliminando i pochi servizi sociali esistenti, spesso già miseri). Tralasciamo la corruzione, legale per le tasse americane, basta più o meno dichiararla.
5) Il paese viene lasciato in grande debito, ringraziato per le risorse a basso prezzo, e fomentato da ovvie rivolte sociali. Allora si aggiungono prestiti per le armi, le guerre e i medicinali. Se non possono pagare sono costretti a privatizzare tutto, beni, acqua e cibo compresi.
Gli esempi più vistosi sono in tutti i paesi africani e sud americani. Ma guardando bene intanto al cosiddetto “indebitamento” pubblico dei paesi occidentali e soprattutto di quelli mediterranei … non siamo lontani.
Il concetto di complotto è stato spesso ridicolizzato pur di nascondere delle così macro evidenze. Tanto l’auto-informazione costa troppo, sia in tempo che in caparbia curiosità. Questa è una ricerca onesta. Ogni parola o nomi propri citati sono un tassello controllabile del mosaico.
Si può uscire da una trappola così ben costruita? Difficile in questo contesto politico-culturale globale senza alternative forti e in associazione ad altri “prigionieri”, almeno dello stesso campo.
Anche per questo Trump sarà uguale a tutti gli altri presidenti americani e ci farà solo divertire. America e neoliberismo first. 

lunedì 30 gennaio 2017

Tempi imprevedibili e interessanti. La competizione interimperialistica ai tempi di Trump

di Sebastiano Isaia da sinistrainrete


L’aspetto politicamente più intrigante di un personaggio  “impolitico” (ma si vedrà presto fino a che punto questo cliché potrà reggere) come Donald Trump consiste, a parer mio, nella sua inclinazione a esprimere opinioni e concetti senza badare troppo ai paludati canoni della tradizionale mediazione politico-diplomatica. Il rude linguaggio del nuovo Presidente americano esprime il brutale linguaggio degli interessi, prim’ancora che le sue personali convinzioni sul mondo e su quant’altro. Detto questo, occorre anche dire che molte delle recenti dichiarazioni di Trump, che hanno messo in subbuglio l’establishment politico dell’Unione Europea e della Cina, mentre hanno invece rincuorato “l’amico Putin”, non esprimono un’assoluta originalità di linea politica, neanche rispetto alla sostanza di molti aspetti della politica estera – e in parte anche di quella interna: vedi la politica di contenimento dell’immigrazione ai confini del Messico – praticata dal progressista Premier uscente. Da anni Obama batte sul tasto dei costi della politica di sicurezza dell’Alleanza Atlantica, ribadendo in ogni occasione utile la necessità di riequilibrarli a vantaggio degli USA. Su questo punto rinvio al mio post Gli Stati Uniti tra “isolazionismo” e “internazionalismo”. La novità sta piuttosto nella franchezza del linguaggio politico adoperato da Trump, franchezza che a sua volta segnala un’accelerazione nelle tendenze politico-strategiche degli Stati Uniti, riscontrabile nella seguente dichiarazione: «L’Alleanza Atlantica è obsoleta, perché è stata concepita tanti e tanti anni fa». In sé questa posizione non ha nulla di sconvolgente, e suona anzi quasi banale alla luce dei tanti e importanti avvenimenti che si sono prodotti dal 1989 in poi; soprattutto i geopolitici americani di orientamento “realista” sostengano dagli anni Novanta la tesi del superamento definitivo dell’Alleanza Atlantica e della necessità di “chiudere” il suo strumento militare: la NATO.
Ma è la prima volta, mi pare, che questa tesi viene formulata a così alti livelli, entrando a far parte, di fatto, del programma politico della nuova Amministrazione. Da minaccia velata, lo scioglimento della vecchia Alleanza Occidentale diventa moneta corrente nella politica estera statunitense. In ogni caso già nel marzo del 2016 Trump aveva messo le carte in tavola a proposito dell’Alleanza Atlantica:  «La Nato? È una buona cosa… se funzionasse anche senza di noi. Siamo seri. Gli sviluppi in Ucraina hanno investito molti paesi della Nato, ma non gli Stati Uniti. Eppure, se notate, stiamo facendo tutto noi. I nostri alleati cosa hanno fatto? Perché non interviene la Germania? Perché tutti i paesi confinanti con l’Ucraina non trattano con la Russia? Perché noi siamo la nazione più forte? È vero. La Nato come concetto va bene, ma all’atto pratico funziona solo se ci siamo noi dentro. Non ci aiuta nessuno. […] Regaliamo centinaia di miliardi di dollari per sostenere paesi che sono, in teoria, più ricchi di noi. O non lo sapete? Germania, Arabia Saudita, Giappone, Corea del Sud. La Nato è stata istituita in un momento diverso. È stata creata quando eravamo un paese più ricco. Prendiamo denaro in prestito dai cinesi, lo capite? La Nato ci costa una fortuna e sì, stiamo proteggendo l’Europa, ma stiamo spendendo un sacco di soldi. Punterò alla ridistribuzione dei costi ed assicuro che gli Stati Uniti non sopporteranno ancora il totale peso della difesa in Europa. Non è giusto e non otteniamo nulla in cambio, così come il nostro impegno in Corea del Sud». Più chiaro di così.
Non raramente, anzi abbastanza frequentemente, nei momenti di svolta geopolitica e di accelerazione nei processi economici che investono quella che ancora oggi è la prima potenza imperialistica del pianeta, e che tale rimarrà, con ogni probabilità, ancora per diverso tempo, emergono nel panorama politico americano personaggi “stravaganti” o comunque non omogenei alla tradizionale postura politica dei repubblicani e dei democratici. Pensiamo a Ronald Reagan. Negli anni Settanta la classe dominante americana era molto divisa al suo interno, un po’ come accade oggi, e la debole Amministrazione Carter rispecchiò bene questa situazione. Solo con l’ex attore, di mediocre talento artistico ma molto versato sul piano della fascinazione popolare, la leadership politica del Paese riuscì a trovare il bandolo dell’intrigata matassa assecondando una ristrutturazione tecnologica delle imprese e una “rivoluzione finanziaria” non più procrastinabili. Si parlò di reaganismo – versione statunitense del thatcherismo. I nostalgici del vecchio capitalismo di stampo keynesiano parlarono di “controrivoluzione liberista”, palesando con ciò la miserabile idea di rivoluzione che avevano in testa. L’Amministrazione Reagan implementò misure di economia politica che all’inizio apparsero agli occhi di quasi tutti gli analisti economici americani ed europei estremamente contraddittorie e per questo destinate a un sicuro insuccesso. Sappiamo come è andata a finire. Lo stesso Barack Obama più volte ha esternato la propria ammirazione nei confronti della figura politica del leader americano che seppe piegare definitivamente «l’Impero del Male», altrimenti chiamato Unione Sovietica. Ma ritorniamo ai nostri giorni.
L’Unione Europea, ha detto Trump, è stata creata per far concorrenza economica agli Stati Uniti d’America, e per questo gli americani non hanno alcun interesse a sostenerla. Il discorso, come si dice, non fa una grinza. L’Unione Europea come tentativo di creare un polo imperialista europeo a guida franco-tedesca in grado di confrontarsi con gli Stati Uniti, con la Cina e con la Russia: è una tesi che può impressionare solo chi non capisce nulla di processo storico-sociale mondiale. È dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso che il contenzioso economico-finanziario tra gli Stati Uniti e i suoi maggiori alleati strategici (Germania e Giappone in primis) è diventato il più importante fattore nella determinazione della politica estera americana. Negli anni Ottanta gli USA hanno ricercato a tutti i costi la superiorità militare nei confronti dell’Unione Sovietica non solo nel tentativo, peraltro riuscito, di assestare ai russi il colpo del KO (ma, com’è noto, un colosso cade ingloriosamente solo se ha i piedi d’argilla), ma anche e soprattutto per surrogare con la potenza politico-militare una superiorità economico-tecnologica che gli americani non vantavano più nei confronti degli europei e dei giapponesi. Ecco perché fino all’ultimo Reagan cercò di puntellare politicamente Gorbaciov, ossia per non spezzare quel confronto bipolare che aveva tenuto sotto scacco l’intero Vecchio Continente. Probabilmente per gli americani sarebbe stato più utile un nemico “sovietico” certamente indebolito e ridotto al rango di potenza regionale ma in grado tuttavia di reggere l’antica funzione di spauracchio antioccidentale, e quindi legittimare l’ordine mondiale scaturito dal Secondo macello mondiale. Più che di scardinare quell’ordine, Washington lavorava per aggiornarlo e “ristrutturarlo” alla luce dell’ascesa della Germania e del Giappone al rango di potenze capitalistiche di prima grandezza. Lo stesso Presidente francese Mitterrand parlò nei primi anni Ottanta della necessità di una «nuova Yalta». Scriveva in quegli stessi anni l’ex Presidente Richard Nixon su un saggio dedicato al confronto USA-URSS: «Le nostre differenze rendono impossibile una pace perfetta e ideale, ma i nostri interessi comuni rendono conseguibile una pace pragmatica e vera». Allora il nemico numero uno del capitalismo a stelle e strisce si chiamava, appunto, Giappone, contro la cui economia Washington implementò diverse rappresaglie commerciali e monetarie. «In Giappone non vengono rispettati gli standard di tutela dei diritti dei lavoratori che noi invece garantiamo alle nostre maestranze, e ciò rende disonesta la capacità competitiva del made in Japan»: così scrivevano i “giornaloni” statunitensi nel pieno del conflitto economico con il Sol Levante. È, questo, un ritornello propagandistico che alla fine degli anni Novanta sarà impiegato, mutatis mutandis, nei confronti dell’«immorale capitalismo cinese».
Personalmente condivido la tesi di chi sostiene che «il vero vincitore del ciclo storico delle guerre mondiali [è] stata la Germania. «Quest’affermazione può suonare paradossale; ha tuttavia il merito di sottolineare che l’impiego di strumenti puramente economici può consentire il riassetto della economia internazionale in modo addirittura più efficace del ricorso alla forza militare» (Carlo Jean, Manuale di geopolitica). Con «ciclo storico delle guerre mondiali» occorre intendere, secondo Jean, il lungo periodo che va dalla Prima guerra mondiale alla fine della cosiddetta Guerra Fredda, culminata agli inizi degli anni Novanta nella Riunificazione Tedesca e nella dissoluzione dell’Unione Sovietica.
In realtà l’Unione Europea è stata concepita dalla Francia e dall’Inghilterra soprattutto per controllare e marcare da vicino la potenza sistemica della Germania, e magari usarla all’occorrenza in funzione antirussa e antiamericana. Come spesso accade la volontà politica si deve arrendere al cospetto della forza dell’economia. Ancora Trump: «Guardate l’Ue e vi ritrovate la Germania, è un grosso strumento per la Germania. È la ragione per la quale credo che il Regno Unito abbia fatto bene ad uscirne». La verità a volte può avere l’effetto della benzina gettata sul fuoco. «In questo momento stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale»: è quanto ha dichiarato la Premier britannica Theresa May circa il piano del governo sulla Brexit. Oggi la “relazione speciale” angloamericana appare più forte che mai e le ambiziose, ma non saprei dire quanto fondate, parole della May la dicono lunga sul mutamento dello scenario nel cuore stesso del Vecchio Continente. Come reagirà alle “provocazioni” e alle sfide la “riluttante” Germania? E che dire della Cina!
Ecco cosa dichiarava Trump, sempre nel marzo del 2016, sulla Cina: «Noi abbiamo il potere commerciale sulla Cina. Non credo che inizieranno la terza guerra mondiale, ma dobbiamo essere imprevedibili, rispetto a ciò che siamo adesso, assolutamente scontati. Siamo totalmente prevedibili e questo è male. Conosco molto bene la Cina, faccio affari con loro da decenni. Hanno ambizioni incredibili e si sentono invincibili. Il fatto è che noi abbiamo ricostruito la Cina, grazie ai nostri miliardi. Se non fosse per noi, non avrebbero aeroporti, strade e ponti. La Cina va affrontata sotto il punto di vista commerciale. Il libero scambio ci ha rovinato. Loro portano ogni cosa nel nostro paese. Noi, invece, dobbiamo pagare». Ecco come ha risposto ieri il Presidente cinese Xi Jinping parlando al World Economic Forum di Davos: «La globalizzazione ha certamente creato dei problemi, ma non si deve gettare il bambino con l’acqua sporca. Nuotiamo tutti nello stesso oceano». Com’è noto, questo oceano si chiama Capitalismo Mondiale. Concludo la citazione: «Il protezionismo, il populismo e la de-globalizzazione sono in crescita, e questo non va bene per una più stretta cooperazione economica a livello globale».
Chiosa Alessandro Barbera su La Stampa: «Dalle alpi svizzere arriva il nuovo alfiere della globalizzazione, il presidente cinese Xi Jinping. Il messaggio del leader all’Europa è chiaro: se volete il mercato, il mercato siamo noi. L’avreste mai detto?» Se dico che io l’ho pure scritto, oltre che detto, commetto un grave peccato di presunzione? Certo, se uno crede nella colossale balla del «socialismo con caratteristiche cinese» può anche rimanere spiazzato da certe affermazioni di Xi.
«Il leader comunista difende la globalizzazione e il libero commercio»: è questo insomma il “mantra” che oggi impazza su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani e mondiali. Scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: «Corrono tempi particolari, quando il segretario del partito comunista cinese parla a Davos come Tony Blair dieci anni fa o Bill Clinton vent’anni fa. Stesse formule ben levigate sui benefici della globalizzazione o i danni del protezionismo». Federico Rampini parla invece di un «mondo capovolto»: il Paese fondato dal “comunista” (le virgolette sono a cura di chi scrive) Mao oggi si propone al mondo come il leader della globalizzazione e del libero mercato. Ma la discontinuità tra la Cina di Mao e quella di Xi non ha una natura ideologica, come crede Fubini, né essa segnala una radicale diversità di carattere storico-sociale rispetto al regime maoista, essendo stato esso fondato su un capitalismo di Stato che si trovò a dover fare i conti con il pesante retaggio storico del Paese, segnato da un lungo passato di colonia sfruttata e dalla più recente egemonia imperialistica imperniata sul bipolarismo USA-URSS. Il merito storico e politico di Mao fu quello di aver consegnato ai suoi eredi un Paese certamente prostrato sul piano economico e molto lacerato su quello sociale e politico, ma tuttavia un Paese ancora unito sul piano nazionale (anche in virtù di pesantissime repressioni ai danni delle minoranze etniche che vivono nell’area cinese) e pronto al decollo sulla scena mondiale. Un successo, quello di Mao, interamente ottenuto sul terreno dello sviluppo capitalistico e della costruzione di una potenza imperialistica, non certo sul terreno della costruzione del «socialismo con caratteristiche cinese», come blateravano ai “bei tempi” i maoisti europei e come continuano a blaterare i non pochi sostenitori italioti del «socialismo cinese». Sulla storia del maoismo rinvio a Tutto sotto il cielo – del Capitalismo e al post Žižek, Badiou e la rivoluzione culturale cinese.
Indubbiamente la Cina e la Germania sono i due Paesi che oggi hanno più da temere dalla politica estera di Trump, ed è per questo che i due Paesi sembrano parlare lo stesso linguaggio. «Pechino e Bruxelles hanno in comune molto più di quanto non possa accadere con la nuova amministrazione americana», si leggeva qualche giorno fa su un editoriale del quotidiano di Stato in inglese China Daily. Si scrive Bruxelles ma si legge, molto probabilmente, Berlino.
Scrive sul Foglio Giuliano Ferrara, il quale continua a non voler salire sul carro del vincitore, come invece si sono premurati a fare in molti, sia a “destra” sia a “sinistra” (anche qui, nessuno sbigottimento da parte di chi scrive, ma solo conferme): «Un celebre proverbio dice che devi pregare Iddio perché non ti faccia vivere in tempi interessanti. Bisogna pregare molto, molto, molto. Ma, a parte questo, che facciamo? Salire su quel carro mi sembra non auspicabile e anche impossibile. Fermarlo non è così semplice. […] La Merkel, considerata da Trump come una sfruttatrice dell’Europa unita, una cui concedere una fiducia a termine, potrebbe farcela ma non è certo». Sarà un anno interessante, purtroppo». Come si dice dalle mie parti, questo è poco ma è sicuro.
Quel che ci apprestiamo a vivere è dunque un tempo capovolto, insicuro, imprevedibile, interessante; di certo la contesa interimperialistica si fa sempre più aspra e disumana. E anche qui possiamo dire: questo sarà pure poco ma almeno è sicuro.  Una volta Keynes disse: «L’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre»; speriamo che «l’inatteso» almeno per una volta militi a favore delle classi subalterne e dell’umanità in genere. Di questi tempi mi tocca confidare pure in Keynes, e ho detto tutto!

giovedì 19 gennaio 2017

Davos, il tiranno Xi Jinping campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”

di Carlo Formenti da Micromega 

Meno male che c’è il compagno Xi Jinping: questo il mantra che politici, giornalisti e intellettuali europei recitano in coro dopo il discorso del presidente cinese a Davos. L’uomo che fino a ieri dipingevano come l’incarnazione del peggiore totalitarismo, oltre che come il più pericoloso concorrente nella corsa all’egemonia sui mercati globali, è improvvisamente divenuto il loro eroe, il campione delle leggi della libera concorrenza contro l’usurpatore Trump, la “traditrice” Theresa May e il principe del male Vladimir Putin.
Quale migliore prova del fatto che le litanie sulla democrazia delle élite occidentali non sono (né sono mai state) altro che una maschera dietro la quale nascondono i loro obiettivi di dominio politico ed economico sul resto del mondo? Il guaio dell’Europa è che, per lei, questi obiettivi, malgrado la potenza della locomotiva tedesca che guida manu militari il trenino Ue, possono essere realizzati solo sotto lo scudo della leadership politica e militare degli Stati Uniti, per cui ora, di fronte alla svolta anti europea e anti Nato di Trump, gli alleati del Vecchio Continente sono letteralmente in preda al panico, al punto da ammettere quello che da decenni vanno dicendo i critici marxisti del neoliberismo, cioè che il divorzio fra capitalismo e democrazia è fatto compiuto da almeno trent’anni. Quanto era già stato chiarito con la riduzione della Grecia a paese semicoloniale, culmine di un processo di espropriazione della sovranità popolare e nazionale a danno di tutti i popoli europei, viene ora ribadito con la nomina del tiranno Xi Jinping a campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”.
Ma a Davos c’è stato un altro acting out: in un empito di resipiscenza “buonista” i cacicchi che guardano il mondo dall’alto hanno riconosciuto che le batoste politiche subite nell’ultimo anno sono l’effetto collaterale dei livelli intollerabili di disuguaglianza che loro stessi hanno contribuito a creare: qualche mese fa si era detto che i 62 uomini più ricchi del pianeta possiedono la metà delle risorse mondiali, ora abbiano saputo che per realizzare il record ne bastano otto! Tutta brava gente, beninteso, dedita alla beneficienza nei confronti dei miliardi di pezzenti che lottano per sopravvivere ai loro piedi. Peccato che la beneficienza non basti più e che l’incazzatura cominci a montare dal basso; e peccato che non bastino più nemmeno le professioni di correttezza politica, come se le concessioni di diritti individuali e civili e l’adozione di un linguaggio pseudo femminista, “tollerante” e benevolente verso tutte le forme di diversità non fosse più in grado di far dimenticare le pratiche criminali di liquidazione dei diritti sociali che le classi subordinate avevano conquistato a costo di dure lotte.
Così, correndo qua e là come un branco di scarafaggi colti dall’improvvisa apparizione di piedi umani minacciosi, politici, finanzieri, imprenditori, accademici, giornalisti si agitano e corrono alla ricerca di un mobile sotto cui infilarsi e anche la credenza cinese diventa promessa di porto sicuro.
A fare tristezza è il fatto che in quel branco di insetti troviamo anche diversi (per fortuna non tutti) esponenti di una “sinistra radicale” che, più che di tradimento, appare colpevole di idiozia: incapace di leggere la natura politica (crollo sistemico di consenso e legittimazione) più che economica della crisi in corso, incapace di riconoscere la rabbia popolare e di assumerne la direzione (oggi in mano al populismo di destra, con poche eccezioni come quelle di Podemos in Europa e dei regimi bolivariani in America Latina), incapace di capire che solo lottando per riconquistare la sovranità popolare e nazionale si possono creare le condizioni di una riscossa delle classi subalterne, insegue improbabili progetti di riforma di una Europa agonizzante in cerca di nuovi protettori. Non è la lezione del tiranno antioperaio Xi Jinping che dovrebbe ispirarci la Cina, bensì la saggezza del vecchio detto maoista “bastonare il cane che affoga”.

venerdì 6 gennaio 2017

Syriana: la cecità dell’Occidente e dell’Italia

Zeroconsensus vi propone un interessante articolo di Alberto Negri pubblicato oggi su il Sole24Ore che fa il punto sulla crisi mediorientale e sulla disastrosa assenza di strategia sia della Nato, dell’UE, degli USA e anche dell’Italia.

 

 di Alberto Negri da zeroconsensus

La Sigonella di Erdogan si chiama Incirlik, la base aerea concessa agli Usa per i raid anti-Isis. I turchi minacciano di chiuderla se gli americani non daranno loro soddisfazione, ovvero abbandonare i curdi siriani ritenuti da Ankara come il Pkk un gruppo terroristico e consegnare l’imam Gulen in auto-esilio dal ’99 in America.
Si può definire un ricatto oppure un modo di sventolare la bandiera del nazionalismo dopo aver rinunciato ad abbattere Assad, come è stato proclamato da Ankara per cinque anni. «Stiamo combattendo una nuova guerra di indipendenza», ha dichiarato Erdogan. Il fondatore della patria Ataturk, astuto stratega, si rivolterà nella tomba ma ognuno si salva alla sua maniera.
Come ha condotto Erdogan, fino a qualche tempo fa, la lotta al terrorismo? Ha aperto “l’autostrada dei jihadisti”, poi ha rilanciato la guerra ai curdi, buttando all’aria l’accordo con il Pkk raggiunto dal capo dei servizi Hakan Fidan, e quando ha perso la partita siriana con la caduta di Aleppo si è messo d’accordo con Putin e l’Iran.
Mosca e Teheran, due Stati sotto sanzioni occidentali, hanno imposto a un membro della Nato di mettere sotto controllo l’opposizione a Damasco in cambio della mano libera sui curdi siriani, una volta appoggiati anche dai russi.
Erdogan ha piegato la testa e ora fa pressione sugli alleati storici, americani ed europei: anche loro hanno perso la battaglia contro Assad ma fanno finta di niente perché si trincerano in una coalizione, di cui fa parte anche la Turchia, che assedia l’Isis a Mosul da cinque mesi.
La Turchia, dove gli attentati si susseguono, come si è visto ieri a Smirne, è un Paese in bilico: deve seguire la road map della Russia ma anche degli Usa e teme di restare stritolata un giorno da un possibile accordo tra Putin e Trump.
Il confronto strategico con la vicina repubblica islamica dell’Iran, pur sanzionata da tutti per decenni, è impietoso. Gli Usa hanno eliminato tutti i nemici dell’Iran: i talebani in Afghanistan nel 2001, Saddam in Iraq nel 2003, poi gli iraniani hanno visto gli ostili sauditi, i maggiori clienti di armi americane, impantanarsi in Yemen contro gli Houthi sciiti e dopo avere firmato il 14 luglio 2015 l’accordo sul nucleare, hanno trovato la Russia, una superpotenza atomica, pronta a schierarsi in Siria salvando l’asse sciita Teheran-Baghdad-Damasco-Beirut.
La Turchia oggi è il grande malato d’Oriente e Occidente insieme. I jihadisti si vendicano di Erdogan, i curdi colpiscono, gli apparati di sicurezza sono diventati più vulnerabili per le epurazioni seguite al golpe fallito di luglio.
La crisi della Turchia ci interessa direttamente. Gli europei chiederanno a Erdogan non solo di fare il custode di due milioni di profughi siriani ma di diventare l’argine al ritorno dei foreign fighters che combattevano per l’Isis e altri gruppi radicali.
Certo non si comincia bene quando il “poliziotto” ricatta il suo maggiore alleato, gli Stati Uniti. Ma siccome è tornato amico di Putin, Erdogan pensa di usare Nato e Usa per negoziare con Mosca svincolandosi da una fedeltà vista ormai come fumo negli occhi: l’America ospita Fethullah Gulen ed è ritenuta l’ispiratrice del golpe d’estate.
La lotta al terrorismo coincide quindi con un altro problema, quello della Turchia, che americani ed europei hanno lasciato incancrenire. Che cosa hanno fatto per frenare la deriva di Erdogan? Quasi niente. Anzi gli Usa dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton lo hanno incoraggiato nell’avventura siriana insieme alla Francia e alle monarchie del Golfo. Se Erdogan ha aperto l’autostrada della Jihad, americani ed europei hanno poi spalancato in Medio Oriente un’autostrada a Putin.
Il punto è che la corsa di Erdogan contro Assad è finita e quella successiva, contro il Califfato, è densa di incognite.
Abbattere l’Isis è fondamentale per privare i jihadisti dell’arma di propaganda delle conquiste territoriali: su questo si basa il mito sanguinoso del Califfato che ispira i terroristi. Ma non basta.
Chi farà l’offensiva a Raqqa, capitale dell’Isis? Secondo gli americani doveva essere una coalizione di arabi e curdi siriani ma questa opzione sembra naufragata. Ci sono alternative occidentali? No, a quanto pare. E questo avviene in un momento chiave: se il Califfato dovesse crollare, cosa accadrà alle legioni di Al Baghadi e ai foreign fighters, forse ventimila secondo i dati di Europol?
Ci dovremo affidare alla Russia, all’Iran, a Erdogan e anche ad Assad. Bisognerà meditare se non sia il caso di riaprire le ambasciate a Damasco, almeno a livello inferiore, perché è da lì che arrivano informazioni sui jihadisti. La Tunisia, pur ostile al regime siriano, lo ha già fatto perché ha 6mila foreign fighters tra Siria, Iraq e Libia. Ha riaperto anche l’Egitto di Al Sisi: fatto salvo il caso Regeni, forse serve rivedere la presenza diplomatica al Cairo in funzione della Libia dove l’Italia è stata spiazzata dall’ascesa del generale Khalifa Haftar sostenuto da egiziani, francesi e russi. Per l’Italia il fronte libico (immigrazione e sicurezza) è fondamentale è non può limitarsi a Tripoli e Misurata.
La lotta al terrorismo richiede, come ha sottolineato Gentiloni, la massima attenzione al contrasto della propaganda sul web e nelle carceri. Ma ci vuole una strategia nostra e occidentale per Siria e Libia. Tutti aspettano Trump ma intanto gli eventi in Medio Oriente vanno avanti. La guerra non dorme, il terrorismo non bussa alla porta, non prende appuntamenti. E l’Occidente, dimentico del passato, rischia di farsi sorprendere dal presente.

Fonte: il Sole24Ore (6-1-2017).

sabato 19 novembre 2016

LA SCONFITTA DELLA CLINTON, LA VITTORIA DI TRUMP. UN’ANALISI PROGRESSISTA

Will Denayer, 12 Novembre 2016 da Hubu Re via  vocidallestero
 


Da Flassbeck Economics una bellissima analisi progressista del risultato elettorale USA. Mentre l’establishment del partito democratico si affanna a scaricare sulla popolazione la colpa del fallimento e a ribadire la propria superiorità morale, l’autore ne denuncia l’ipocrisia e il ferale ruolo nel giustificare ideologicamente le infamie del liberismo. La vittoria di Trump è una grande sconfitta, ma è il primo passo verso il rifiuto delle attuale politiche bipartisan pro-élite, che vanno sostituite con vere politiche sociali e keynesiane.*




  
Introduzione

Secondo la disgustosa superiorità morale degli opinionisti più accreditati (una professione che dovrebbe essere vista con sospetto in ogni società aperta – non si tratta di giornalisti in alcun senso del termine) la vittoria di Trump è dovuta ai razzisti, ai bigotti, ai misogini, agli stupidi, agli hacker russi, all’FBI, a Wikileaks, a Jill Stein, eccetera. I liberali, di fronte all’indicibile stupidità delle masse, scuotono per lo sconcerto le loro incredule teste. L’unica cosa che non vogliono mettere in discussione è la loro incapacità di riflessione, la loro mancanza di empatia, la loro stessa ipocrisia. Se i liberali non avessero voluto che la bestia vincesse, non l’avrebbero dovuta creare. Se questa elezione vi mortifica è perché non vi siete scandalizzati abbastanza per ciò che l’ha preceduta.

Sembra che io non sia l’unico a considerare la Clinton una mina vagante e una pazza pericolosa. Secondo John Steppling, i potenti d’America la vedevano allo stesso modo e l’hanno lasciata affondare (leggete qui). Suona abbastanza incredibile, finché non ci pensate su. Molto è stato detto riguardo la lettera del direttore dell’FBI, Comey, due settimane prima delle elezioni, ma fu il Wall Street Journal a rivelare i comportamenti fraudolenti e corrotti della Clinton. Steppling scrive che l’establishment finanziario si è diviso sulla Clinton e che c’è stata un’ulteriore divisione tra i Capi di stato maggiore e il Pentagono dove, viene riferito, molti non erano d’accordo con i sogni della Clinton riguardo una no-fly zone in Siria. 
C’era una seria preoccupazione tra i militari che la mancanza di giudizio della Clinton sulla guerra fosse decisamente pericolosa. In altre parole, scrive Steppling, si era creata in ogni settore della struttura politica una crescente paura che la Clinton fosse la vera mina vagante in queste elezioni (leggete qui). Repellente per natura e fuori controllo riguardo la guerra: sono stati il Wall Street Journal, il Pentagono e i Capi di Stato maggiore che alla fine hanno affondato la Clinton. L’idea del suo dito sul bottone nucleare era insopportabile (leggete qui). Il futuro ci dirà se ci saranno altre conferme in questo senso. Io, per quel che vale, non ne sarei affatto sorpreso.



Le ragioni per cui la Clinton ha perso le elezioni sono: Hillary Clinton, la corruzione del Comitato Nazionale Democratico e, soprattutto, il neo liberalismo e il neo conservatorismo di un establishment del Partito Democratico marcio fino al midollo. La Clinton non aveva programmi che non fossero una continuazione degli attuali, e ancora più guerre. Ma l’America non ne può più dello status quo e, sebbene questo possa essere difficile o impossibile da capire per i liberali, l’elettorato americano non vuole rischiare una guerra con la Russia (leggete anche qui).


Neo liberalismo, neo conservatorismo e globalizzazione in carne e ossa

Trump ha vinto nella fascia della ruggine dell’Est, nel Michigan, in Wisconsin, in Ohio e in Pennsylvania. Questi stati una volta erano stabilmente democratici. Oggi tre di essi hanno un governatore repubblicano. La Pennsylvania ne ha avuto uno in passato. La Pennsylvania è stata, ironicamente ma non senza arguzia, descritta come Filadelfia all’est, Pittsburgh all’ovest e l’Alabama nel mezzo. Io ci ho vissuto. Non è più il primo mondo. E’ un cinematografico e spesso surreale paesaggio di piccole città in cui nulla è rimasto se non fabbriche vuote, infrastrutture lasciate ad arrugginire da trenta e più anni, persone impoverite, disperate, intorpidite o mezze matte per i tranquillanti, le droghe o l’alcol. 
Molti non hanno i mezzi per dare la colazione ai bambini, che vanno a scuola affamati, “se” vanno a scuola. Per molti la scelta è tra mangiare e pagare l’affitto. Dimenticatevi la sanità. Tutto questo in uno Stato che fu l’epitome del sogno americano: pieno di posti piacevoli e ameni, con un’enorme infrastruttura industriale, piena occupazione, buoni salari, sindacati forti, gente che lavorava duro, istruzione a portata di mano, mobilità sociale. Salvo qualche centro urbano, qualche sobborgo nelle aree suburbane, qualche comunità isolata, la Pennsylvania è il neoliberalismo in carne e ossa, un mondo in rovina, un puzzolente cimitero umano ed ecologico, qualche prigione qui e là, e il fracking ovunque. Tutto questo e gli oscenamente ricchi nelle loro tenute e sui loro yacht della Costa occidentale che hanno mostrato il dito medio alla gente negli ultimi 30 anni (leggete qui).





Come ha chiesto Glen Greenwald:
“Perché mai si dovrebbe pensare che una candidata che è la personificazione dell’Establishment del Potere Globalizzato, che letteralmente affoga personalmente e politicamente nel denaro di Wall Street, dovesse avere un “appeal” elettorale?” (leggete qui e qui – è sempre stato chiaro che parte dei sostenitori di Sanders non avrebbe mai votato per la Clinton).

Già, perché? Trump in Pennsylvania ha detto che il sostegno dei Clinton al NAFTA ha aiutato a distruggere gli stati industriali dell’alto midwest. Su questo non c’è alcun dubbio. La Clinton ha sostenuto il TTP e altri “accordi commerciali” che sconvolgeranno ancora di più le vite della gente. Il presidente Obama spenderà i suoi ultimi giorni di mandato per spingere il TTP (leggete qui).

Trump invece lo ha capito subito. A Detroit ha minacciato la Ford che se fossero andati avanti con il loro piano di dismissioni e di trasferimenti verso il Messico, avrebbe sbattuto in faccia una tariffa doganale del 35% su ogni auto prodotta in Messico ed esportata negli Stati Uniti. A Pittsburgh, Trump ha chiesto alla Apple di produrre i suoi I-Phone negli Stati Uniti invece che in Cina. Che cosa è successo? Che la maggioranza degli iscritti ai sindacati e delle loro famiglie in questi quattro stati ha votato per Trump. La gente ne ha abbastanza e se il sistema è così truccato che la scelta deve essere tra Clinton e Trump, loro sceglieranno Trump. 
I democratici hanno creduto alle loro stesse bugie, hanno nutrito le loro stesse illusioni: “per ogni operaio democratico che noi perdiamo nella Pennsylvania occidentale, conquistiamo due o tre repubblicani moderati nei sobborghi di Filadelfia” diceva Schumer, uno stratega democratico, a luglio. Un altro stratega, Terry, twittava “ Voglio dire a voi sostenitori di Bernie che non appoggerete Hillary alle presidenziali: non abbiamo bisogno di voi. Dico davvero. Credetemi: non ne abbiamo bisogno”.


Oggi i democratici e i loro stenografi, gli apologisti del disordine globale neoliberista (ossia: il Guardian) stanno sputando fuori la favola della ”supremazia bianca” della Pennsylvania. Ma questa elezione non riflette la questione della razza. Non è il risultato di un razzismo che, a sentir loro, è salito a livelli mai visti negli ultimi anni. Questo non significa che questa patologia non esista. Naturalmente esiste, e siccome qualcuno deve essere il capro espiatorio, perché non i neri e i poveri? 
Tuttavia non c’è una ragione per credere – e lo provano gli alti livelli di approvazione di Obama che sono inconciliabili con la descrizione degli Stati Uniti come una nazione intossicata dal razzismo – che l’America fosse meno razzista nel 2008 o nel 2012. La maggior parte degli elettori di Trump sono bianchi, come la maggior parte degli elettori di colore ha sostenuto Obama. Questo prova una divisione razziale, non il razzismo. Come ha scritto Cohn sul New York Times “La Clinton ha subito le sue sconfitte più pesanti nei luoghi dove Obama era andato meglio tra l’elettorato bianco. Non è una semplice storia di razzismo” (vedete qui).
Ovvio che non è una semplice storia di razzismo. La vittoria di Trump è un colpo di coda contro la globalizzazione. E’ certamente una rivolta contro l’ordine liberale. Non sto dicendo che gli elettori di Trump abbiano capito tutto e che il razzismo non c’entri nulla, certamente c’entra, c’entra sempre. Nessuno ha capito tutto. Ma gli elettori di Trump hanno capito molto bene che le istituzioni li hanno abbandonati, che molti di loro sono finiti in gravi difficoltà e che i liberali non hanno fatto nient’altro che marginalizzarli e insultarli – questo è lampante. 
Certo, la vittoria di Trump è in un certo senso una ritirata nella misoginia e in un brutto razzismo. Certamente Trump ha detto cose indecenti e inaccettabili. Per questo i liberali lo chiamano fascista. Ma non hanno mai chiamato Obama in nessun modo, nonostante Obama abbia deportato milioni di persone. Obama non ha mai fatto una sola cosa, assolutamente e letteralmente una, per fermare le scandalose uccisioni della polizia. Obama ha bombardato sette paesi durante il suo mandato senza l’approvazione del Congresso (sulla base dei decreti Bush del 2001). 
Dov’erano i manifesti “Non è il mio presidente” quando Obama decideva di iniziare una guerra? Certo, tutto questo è assolutamente banale, ma è estremamente rilevante perché anche Obama è da incolpare, la grande speranza nera che ha passato otto anni a dimostrare quanto fosse legato all’ortodossia liberale in politica interna e all’agenda neocon in politica estera (leggete qui).



Mentre i liberali osannano Obama, è chiaro a chiunque non sia pagato per non vedere che dopo otto anni niente è migliorato per la popolazione nel suo complesso – il popolo dei lavoratori, molti dei quali non lavorano a meno che voi crediate alle statistiche ufficiali – e che molte cose vanno molto peggio. Questa è la nazione più ricca della terra, ma metà di essa vive vicino o sotto il livello di povertà. Andate a dire in Pennsylvania – che non è il caso peggiore di gran lunga – che Obama ha fatto un buon lavoro. Andate a dimostrare la vostra disconnessione dalla realtà.

Come scrive giustamente Jonathan Cook, Obama ha salvato un sistema completamente corrotto e criminale col risultato che una sottile, e già pornograficamente ricca, élite è diventata più ricca. Questi plutocrati riciclano vaste somme ai lobbisti per comprarsi gli accessi e i controlli che rendono irrilevante la voce degli americani qualunque. Non è certo una questione di opinioni, esiste una solida letteratura scientifica a riguardo. 
La guerra al terrore di Obama ha fatto in modo che ogni giorno fosse un giorno di paga per l’industria delle armi – come dice Cook, sganciando bombe indifferentemente sui jihadisti e sui civili, mentre riforniva gli stessi jihadisti di armi per poter uccidere più civili, in interminabili guerre senza fine (leggete qui). Se qualcuno si chiede perché tutto questo sia successo, si tratta sicuramente di un “estremista” di sinistra o un “idiota” di Trump.

Il Comitato Nazioale Democratico e l’establishment democratico sono stati così stupidi da lasciare che la Clinton declamansse la sua priorità assoluta, una no-fly zone in Siria. I lavoratori soffrivano di precarietà, disoccupazione, salari calanti, perdita dell’abitazione, dipendenze da sostanze, senza avere protezione o aiuto da parte del governo da trent’anni ormai. A questa gente non frega niente di una no-fly zone in Siria. Che cosa voleva inoltre la buona vecchia Hillary, la grande speranza liberale? La privatizzazione della sicurezza sociale (leggete qui). E’ davvero un mondo strano, insieme sorprendente e terrificante.



L’attacco al liberalismo

E’ evidente che né il partito Repubblicano né i Democratici servono gli interessi della popolazione. Da un punto di vista progressista, prima ci liberiamo della illusione che i democratici siano in qualche modo “migliori”, più socialdemocratici, più keynesiani, meglio sarà. Ma non leggerete questo sul Guardian ( e figuratevi su Repubblica n.d.t). Voi leggerete di “ una crisi senza precedenti del sistema politico” “del sorgere del fascismo” della “rivolta degli incompetenti” e del partito Democratico come la personificazione della ragione e della civiltà. 
Nessuno è più bravo nel nutrire queste illusioni dello stesso Obama – bei discorsi, una impressione di decoro umano, liberalismo, valori progressivi, diritti civili, eguaglianza, crescita, lavoro, sanità sostenibile, progresso, comunità, democrazia per il mondo, libertà, globalizzazione, risposta al cambiamento climatico (leggete qui).

Questo è il disco rotto di un sistema completamente corrotto e criminale. Oggi , gli ideologi stanno scrivendo la loro spazzatura condiscendente sugli “idioti” di Trump con la tipica arroganza liberale dei (relativamente!) meglio istruiti che confondono una laurea con il diritto di insultare le vittime delle politiche che hanno sempre sostenuto ideologicamente. Il loro discorso malato è tutto a proposito di cafoni, bigotti e razzisti. Non parla delle élite, delle banche, del sistema politico corrotto o da dove vengono fuori i cafoni, naturalmente no. 
Come disse Abraham Lincoln non potete mentire a tutti e per sempre. Tanti americani non ne possono più di questi scribacchini, delle loro menzogne senza fine, della loro arroganza e della loro ipocrisia. Non ne possono più di neoliberalismo e della guerra (guardate qui una interessante intervista a Pilger).


Non esiste un punto di vista in cui l’elezione di Trump non sia un disastro. Ma se è per questo, quand’è l’ultima volta che una elezione americana non è stata un disastro? Questa elezione è stata la scelta tra i due disastri, Clinton o Trump. Trump ha detto in una delle pubblicità di chiusura nella campagna elettorale “il nostro movimento sta nel rimpiazzare un establishment corrotto e fallimentare con un nuovo governo controllato da voi, dal popolo americano”, un annuncio che era immediatamente seguito da immagini flash di K street (la strada di Washington dove lavorano i lobbisti n.d.t) Wall Street e del CEO di Goldman Sachs, Lloyd Blankfein


Il team di transizione presidenziale di Trump è una summa di lobbisti, che coinvolgono le Industrie Koch, Disney, Goldman Sachs, Aetna e Verizon. Molti altri commessi viaggiatori delle corporation sono stati chiamati a gestire la transizione. Il nuovo capo dell’EPA (l’ente per la protezione dell’ambiente n.d.t.) è il super negazionista climatico Myron Ebell (leggete qui). Il Vice presidente eletto Pence  è un fondamentalista cristiano. Male, molto male.

Ma io non posso esimermi dal pensare che ci sono anche delle buone notizie. Ieri in una intervista al Wall Street Journal, Trump ha ipotizzato un allontanamento dalla politica dell’attuale amministrazione Obama di cercare dei gruppi di opposizione “moderata” siriani da sostenere nella cosiddetta “guerra civile” in Siria. “ In questo momento stiamo sostenendo dei ribelli contro la Siria e non abbiamo idea di chi siano….Io ho avuto una visione opposta rispetto a molti sulla Siria”. Ha ipotizzato una maggiore attenzione al combattere l’ISIS, in Siria, piuttosto che avere come priorità il defenestramento di Assad. Credo si tratti di un miglioramento, molto meglio di qualsiasi cosa il Nobel per la pace abbia mai fatto. Cosa leggerete riguardo a questa intervista sui giornali (nello specifico il New York Times e il Guardian, che hanno rullato i tamburi della guerra per mesi, esattamente come nel 2003)? Niente.

Si, è tutto molto preoccupante. E chi è preoccupato, fa paragoni. Due settimane fa, le mail di Podesta trapelate ci hanno fornito una visione del grande buco nero, dell’anima scomparsa del Partito Democratico. Queste mail mostrano esattamente dove sta il vero potere e quindi il vero problema: Froman, un dirigente della Citibank, scrivendo da un indirizzo della Citibank nel 2008, fa i nomi della maggior parte del governo Obama, ancor prima che la grande elezione della speranza e del cambiamento fosse vinta (questo può, casualmente, spiegare perché Citibank è stata salvata, sulle spalle dei cittadini, metà dei quali fa la fame o ci è vicina) (leggete qui).

Come scrive Greenwald, fin dagli anni ottanta, le élite in Occidente si sono appropriate di tutta la crescita e hanno chiuso le orecchie quando qualcun altro parlava (leggete qui). Dall’inizio della “ripresa” negli Stati Uniti, più del 90% di tutta la crescita è andato all’1%, e soprattutto allo 0,01% che non è mai stato così ricco e non è si mai arricchito così velocemente nella storia. Dopo più di 30 anni di carnaio sociale in senso stretto, di disastro ecologico su scala globale, e di una economia globale a pezzi, le élite osservano con orrore e incredulità la ribellione dei votanti. 

Che cosa si aspettavano? Il loro gioco è sempre stato quello di demonizzare le vittime della loro disfunzionalità, dei loro furti e guerre e di delegittimare le loro proteste. E’ indiscutibile , scrive Greenwald, che le istituzioni in Occidente hanno, per decenni, senza interruzioni e con assoluta indifferenza, calpestato lo stato sociale e la sicurezza sociale di centinaia di milioni di persone (leggete qui). Hanno completamente ignorato le vittime della loro ingordigia, tranne quando queste vittime si sono fatte sentire un po’ troppo. Allora provvedevano a condannarli sdegnosamente come trogloditi, diventati i giusti perdenti nel glorioso gioco globale della meritocrazia – gli “idioti” di Trump”. (leggete qui). 
Tuttavia le cose adesso sono chiare. Il vaso di Pandora si è scoperchiato e non si chiuderà: maggiore il neoliberalismo maggiori le ribellioni delle popolazioni (leggete qui e qui). Il centro non terrà, non ci sono dubbi in proposito.

La verità riguardo a questa elezione è che Sanders è stato fatto fuori dalla Clinton e dal suo corrotto cerchio magico. La Stein è stata resa invisibile da un sistema elettorale corrotto. Non sono contento che Trump abbia vinto, nemmeno lontanamente. Ma sono contento che la Clinton abbia perso. Quelli che non lo capiscono ignorano quello che è smaccatamente in piena luce: che la Clinton è in tasca ai banchieri e ai venditori di armi anche più di Obama (ammesso che sia possibile) (leggete qui).

Se c’è una cosa che non capisco è come il partito Democratico pensava di farla franca. Ecco qui questa donna scostante, che riceve milioni di dollari di assegni dai Sauditi, che intasca 250mila dollari per tre quarti d’ora di discorsi segreti su Wall Street, apparentemente senza la minima preoccupazione di come questo potesse nutrire il risentimento nei confronti suoi e del partito, che si mostravano essere lo strumento corrotto del mantenimento dello status quo dei ricchi e potenti (leggete qui). 
Tanti americani sono terrorizzati da questa decadente aristocrazia di zombie politici – un altro segno è che Jeb Bush non sia andato da nessuna parte. Gli americani non vogliono un altro Bush. E non vogliono neanche un altro membro dei Clinton.



Bisogna guardarsi indietro per valutare con esattezza l’ascesa di Trump al potere. Sotto il secondo Bush e Obama, l’America è diventata un paese in cui le autorità legali permettono al Presidente di condurre guerre clandestine. Coloro che sono spaventati da un golpe di Trump ignorano fino a che scandaloso punto Obama ha eroso il potere legislativo. E’ diventato possibile imprigionare persone senza processo, prendere di mira persone per assassinarle (anche se sono cittadini americani) senza controlli. 
Le agenzie statali nel settore della sicurezza agiscono come gruppi para militari (leggete qui). Il sistema penale consente imprigionamenti di massa. Il sistema di sorveglianza elettronica è diventato illimitato (leggete qui). Sia Bush jr che Obama hanno sfruttato la “dottrina del segreto di stato” per mettere al riparo le loro politiche più controverse dal pubblico americano (leggete qui). Questo non è un argomento “Repubblicani contro Democratici”. Come i conservatori hanno applaudito la gestione del potere di Bush, così i liberali hanno esaltato i decreti di Obama.

L’inganno è andato avanti per moltissimo tempo, probabilmente da sempre, ma sembra che la storia stia dando ragione alla visione di LincolnE’ stata tutta una bugia – dal macellaio dei Balcani, alle armi di distruzione di massa di Saddam, al genocidio di Gheddafi, alla necessità di intervento umanitario in Siria- niente di questo era vero (leggete qui). 
Come Steppling enfatizza, NIENTE di tutto questo era vero (leggete qui). I liberali e gli abbienti restano indifferenti alle sofferenze fino a quando non sono le loro sofferenze. Stavano abbastanza bene da ingoiare tutto questo. Quando è apparso evidente che il Comitato Nazionale Democratico stava falsando le primarie, hanno fatto spallucce. E allora? L’obiettivo era tenere fuori la bestia dalla Casa Bianca. Ma sono loro che l’hanno creata. I liberali non hanno avuto niente da dire – letteralmente niente – sulla Clinton che sghignazzava davanti all’assassinio di Gheddafi, sul suo golpe in Honduras, sul golpe fascista in Ucraina, sul disastro in Siria. Come una professoressa mi ha detto brutalmente la scorsa notte, come se fosse un dato di fatto “ io credo che Trump sia migliore, in politica estera. Ma a me questo non interessa. Io odio la sua visione delle donne e delle minoranze”.

E’ sufficiente rinunciare ad ogni senso di moralità per sentirsi moralmente superiori. Come “femministe” noi difendiamo le donne se sono le nostre donne, quelle della nostra classe, della bolla in cui noi viviamo, isolati dalle sofferenze dell’umanità. Bombardare donne e bambini non ci riguarda. E perché dovrebbe? La nostra professoressa non è destinata ad essere coinvolta da nessuno dei 400mila bambini yemeniti che stanno morendo di fame perché i Sauditi, praticamente il regime più condannabile del mondo e insieme nostri stretti alleati, stanno bombardando questo povero paese. Questi liberali sono la follia dell’umanità.



La più grande bugia che i liberal stanno creando è che Trump sta portando il fascismo, mentre invece il fascismo è già qui – forse non proprio qui, non ce n’è traccia sugli yacht dei super ricchi, o nella bella, decorosa, isolata e senza cuore upper class americana. Ma parlatene alla madre single che vive in una roulotte in Pennsylvania senza un lavoro e che ha perso il suo welfare. Ma ditelo a un nero nelle periferie impoverite di Baltimora, dove la speranza di vita è più bassa che nel Bangladesh, ripetetelo ad un contadino afghano che ha perso la sua famiglia in un attacco di droni, o a un veterano, che soffre di stress post traumatico, che dorme da qualche parte per strada e che rischia di essere prelevato dalla polizia nel paese più ricco del mondo e sentite se LORO non lo chiameranno fascismo. Andate e chiedete in Siria che cosa la gente pensa di questi “moderati” tagliagole islamici che aiutiamo perché combattono l’Isis, che a nostra volta aiutiamo perché combatte Assad, mentre la Clinton vuole una no-fly zone così che questi “moderati” possano tagliare più teste, così che i ricchi possano razziare di più.

Sono i liberali che hanno promosso il fascismo. Lo hanno razionalizzato, lo hanno giustificato, lo hanno celebrato. E’ stato semplicemente il loro compito. Se questa elezione significa che la gente ha capito tutto questo, anche solo parzialmente, anche solo intuitivamente, questa non è altro che una grande vittoria. Il mondo non sarà più lo stesso. L’elezione di Trump ha mostrato i limiti della macchina manipolativa più potente. Il risultato non è quello che abbiamo sperato. Le cose adesso non vanno bene, assolutamente no. Questo è un interregno. Ci saranno cambiamenti sistemici. La chiave è delegittimare i liberali, per vincere la battaglia ideologica. Un partito completamente nuovo deve nascere con politiche che favoriscano gli interessi della popolazione, politiche di crescita, redistribuzione, ricostruzione del welfare state, ricostruzione dell’infrastruttura produttiva. 
Esso dovrà perseguire un ordine globale, decenza e onestà, lavorare per i diritti umani e prendere la lotta al cambiamento climatico finalmente sul serio – tutte politiche che , secondo Chomsky, possono trovare una maggioranza nella popolazione (democratica e repubblicana) se solo ci fosse un partito che sostenga questi obiettivi. Questa è la grande scommessa. Richiederà tempo e sforzi. In queste elezioni il partito democratico è affondato. Se alle prossime elezioni, o nel futuro prossimo, anche il partito repubblicano affonderà, il popolo americano avrà conseguito una fantastico progresso sia per sé che per il mondo.

Addendum: Trump ha appena chiesto una legge bancaria “Glass-Steagall del 21mo secolo” (un’importantissima legge del 1933 che imponeva la separazione tra banche tradizionali e banche per investimenti, abolita in maniera criminale da Bill Clinton NdVdE) (guardate qui).
*Traduzione di Massimo Rocca (@RasoiodiRoccam )