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venerdì 1 aprile 2016

Unaoil: la fabbrica della corruzione mondiale. Come l'azienda di Monaco ha corrotto l'industria petrolifera mondiale

da huffingtonpost


Nella lista delle grandi società mondiali, Unaoil non compare da nessuna parte. Ma per gran parte degli ultimi vent’anni, l’azienda di Monaco ha sistematicamente corrotto l’industria petrolifera mondiale, distribuendo diversi milioni di dollari in tangenti per conto dei colossi aziendali Samsung, Rolls Royce, Halliburton e del ramo aziendale offshore dell’australiana Leighton Holdings. Ora, una serie di email e documenti trapelati ha confermato quello che in molti sospettavano sull’industria petrolifera, rendendo note le attività del gruppo che ha comprato funzionari pubblici e truccato contratti in tutto il mondo. Una fuga di notizie consistente in documenti confidenziali ha esposto la reale portata della corruzione nell’industria petrolifera, coinvolgendo dozzine di compagnie di punta, burocrati e politici invischiati in una sofisticata rete mondiale di corruzione e tangenti.
Dopo due mesi di indagini in due continenti, Fairfax Media e The Huffington Post possono finalmente rivelare che miliardi di dollari in contratti governativi sono stati conferiti in seguito al pagamento di tangenti elargite per conto di alcune società, inclusa l’iconica Rolls Royce, il gigante statunitense Halliburton, l’australiana Leighton Holdings e i pezzi grossi della Corea, Samsung e Hyundai. L’indagine ruota intorno al gruppo monegasco che risponde al nome di Unaoil, guidato dall’influente famiglia Ahsani. Dopo l’apparizione di una pubblicità in codice su un giornale francese, una serie di incontri clandestini e telefonate notturne hanno condotto i nostri reporter alla scoperta di centinaia di documenti ed email della famiglia Ahsani. La raccolta di notizie rivela come il gruppo abbia avvicinato esponenti delle famiglie reali, partecipato ad eventi importanti, eluso il controllo delle agenzie anti-corruzione, manovrando una rete segreta di faccendieri e mediatori operanti nelle nazioni produttrici di petrolio.
La corruzione alimenta le disuguaglianze socio-economiche, già ben radicate, ed è tra i fattori che hanno scatenato la Primavera Araba. Oggi, Fairfax Media e Huffington Post rivelano come la Unaoil abbia dilaniato alcuni settori dell’industria petrolifera del Medio Oriente a vantaggio delle compagnie occidentali, tra il 2002 ed il 2012. Nella seconda parte ci occuperemo degli ex- stati russi impoveriti per mostrare la reale portata dell’immoralità delle multinazionali, inclusa Halliburton. Concluderemo la nostra indagine mostrando come tali pratiche corrotte si siano estese fino all’Asia ed all’Africa.
I file fuoriusciti rivelano la corruzione di due ministri del petrolio iracheni, di un faccendiere legato al dittatore siriano Bashar al-Assad, di alcuni funzionari anziani del regime libico di Gheddafi, esponenti dell’industria petrolifera iraniana, funzionari degli Emirati Arabi e un trader del Kuwait conosciuto come “The big Cheese”. Tra le compagnie occidentali coinvolte nelle operazioni di Unaoil in Medio Oriente spiccano anche alcune delle aziende più ricche e rispettate al mondo: Rolls Royce, Petrofac, ABB e Elliot dall’Inghilterra. Le compagnie americane FMC Tecnologies, Cameron e Weatherford; i colossi italiani Eni e Saipem, le aziende tedesche MAN Turbo e Siemens; l’olandese SMB e il gigante indiano Larsen & Toubro. La documentazione indica anche che il ramo aziendale offshore dell’australiana Leighton Holdings era coinvolto in un grave caso di corruzione pianificata.
I file rivelano inoltre che alcuni membri dello staff di queste compagnie credevano di essersi affidati a un lobbista onesto, mentre altri che sapevano o sospettavano ci fosse corruzione si sono limitati a chiudere un occhio. Ma qualcuno sapeva molto di più. Alcuni esponenti di compagnie come la spagnola Tecnicas Reunidas, la francese Technipe e il colosso delle trivellazioni MI SWACO, non solo hanno attivamente sostenuto la corruzione ma hanno anche intascato tangenti a loro volta. La multinazionale statunitense Honeywell a il ramo offshore dell’australiana Leighton hanno deciso di nascondere le tangenti dietro contratti fraudolenti in Iraq. Un manager Rolls Royce ha negoziato una tangente mensile in cambio di informazioni attinte dal cuore dell’azienda inglese. Molti di coloro che hanno ammesso il proprio coivolgimento, inclusa la stessa famiglia Ahsani che guida la Unaoil, continuano ad operare impuniti. I documenti mostrano chiaramente che la gente comune è stata tradita in Medio Oriente. Dopo la caduta di Saddam Hussein, gli USA dichiararono che il petrolio iracheno sarebbe stato amministrato a vantaggio della popolazione. Oggi, nella prima parte della denuncia “La fabbrica della corruzione mondiale”, questa dichiarazione viene smentita.

La fabbrica delle mazzette.
Il gruppo monegasco ha quasi raggiunto la perfezione nell’arte della corruzione. L’azienda risponde al nome di Unaoil, ed è guidata da alcuni membri della famiglia Ahsani, milionari di Monaco vicini a principi, sceicchi ed esponenti delle élites aziendali europee ed americane. Alla guida vi sono il capo famiglia Ata Ahsani ed i suoi due elengatissimi figli: Cyrus e Saman. Le loro associazioni benefiche sostengono l’arte e i bambini in difficoltà ed alcuni membri della famiglia Ahsani siedono al tavolo di ONG insieme ad ex-politici e miliardari. Dieci anni fa un tabulato rivelò che la famiglia era in possesso di denaro liquido, azioni e proprietà per un totale di 190 milioni di euro. Appartengono al gotha mondiale. Come incassano tanti soldi? È semplice.

I paesi ricchi di petrolio sono spesso piegati da un’amministrazione mediocre e da alti livelli di corruzione. Il business plan di Unaoil prevede di giocare sulle paure delle grandi compagnie occidentali, convinte di non potere accapararsi contratti validi senza la sua intercessione. A quel punto, gli agenti di Unaoil corrompono i funzionari delle nazioni produttrici per aiutare questi clienti ad ottenere progetti finanziati dal governo. I funzionari corrotti possono truccare un bando di gara, far trapelare informazioni interne oppure assicurare un contratto senza una gara d’appalto pubblica.
Stando alle parole di Ata Ahsani sarebbe tutto alla luce del sole: “Non ci occupiamo di organizzare truffe per conto di terzi. Il nostro è un lavoro piuttosto elementare. Tutto ciò che facciamo è integrare la tecnologia occidentale e le possibilità locali” ha dichiarato a Fairfax Media e Huffington Post. Unaoil ha corrotto funzionari pubblici? “La risposta è: assolutamente no”. Ma le informazioni trapelate dalla mail e giunte, con una fuga di notizie, fino a Fairfax Media e Huffington Post dimostrano chiaramente che le parcelle da milioni di dollari che Unaoil riceve dai suoi clienti sono frutto di un’operazione di corruzione industriale che non fa che esarcerbare questo malcostume già radicato tra le società più influenti.
Le banche di New York e Londra hanno facilitato il riciclaggio di denaro perpetrato da Unaoil, mentre gli Ahsani hanno stabilito un’azienda di investimenti immobiliari nel centro di Londra. Dal 2007, la Unaoil è stata certificata dall’agenzia anti-corruzione Trace International. Già solo questo solleva seri dubbi sul valore di questa certificazione internazionale. Ma per le società occidentali, messe di fronte alle indagini previste dalle leggi anti-corruzione delle rispettive giurisdizioni, Unaoil sembra essere un intermediario rispettabile e discreto, che permette alle aziende elencate di godere della cosiddetta “smentibilità plausibile”. Le aziende interrogate da Fairfax Media e Huffington Post, a proposito dei loro contratti con Unaoil, hanno sottolineato che seguono rigide politiche anti-corruzione e che s’impegnano a far luce sui loro rapporti con il gruppo di Monaco.
IRAQ
Dopo aver vinto la seconda Guerra del Golfo, la coalizione guidata dagli Stati Uniti è passata a salvaguardare il Ministro del petrolio, lasciando il Museo di Baghdad indifeso ed esposto al saccheggio dei suoi tesori. Ma la coalizione non è riuscita a proteggere l’industria petrolifera dai ladri. I file Unaoil rivelano che le stesse compagnie occidentali, insieme alla nuova élite irachena, avevano dato inizio ad un’intensa attività di sciacallaggio. Unaoil pagò almeno 25 milioni di tangenti attraverso degli intermediari per assicurare il sostegno di potenti funzionari, continuando a lamentarsi perché considerati “stronzi e avidi”. Tra il 2004 e il 2012, Unaoil ha corrottamente esercitato la propria influenza anche su pezzi grossi dell’industria petrolifera del paese: Hussein al‐Shahristani, vice Primo Ministro dell’Iraq diventato Ministro dell’Istruzione; il Ministro per il Petrolio Abdul Kareem Luaibi (sostituito nel 2004); il direttore generale della South Oil Company, Dhia Jaffar al-Moussawi che nel 2015 è diventato vice-ministro ed un funzionario di spicco del minister del petrolio, Oday al‐Quraishi

La maggior parte dei politici più anziani ha ricevuto cifre da milioni di dollari, mentre chi si trovava ai piani bassi della catena alimentare veniva pagato di meno. Quraishi, che ha supervisionato il più importante progetto di espansione dell’industria petrolifera irachena, ha intascato mensilmente una somma pari a 6.000 dollari (5.000 per lui e 1.000 per gli eventuali regali da offrire), oltre ad importanti tangenti aggiuntive. Il ministro, il dottor Shahristani, attualmente a capo del Ministero dell’Istruzione, ha affermato di non essere coinvolto in alcun reato. Altri funzionari iracheni non hanno risposto alle richieste di commenti. Unaoil ha anche comprato insider a servizio delle aziende petrolifere internazionali che sono stati messi sotto contratto dall’Iraq per gestire i suoi giacimenti. I documenti trapelati denunciano la corruzione all’interno del colosso italiano Eni, che gestisce le procedure di gara per gli appaltatori che operano sul vasto giacimento di Zubair. Tra i clienti di Unaoil in Iraq figurano il gigante Rolls Royce, le compagnie americane FMC Technologies e Cameron, l’italiana Saipem, la tedesca MAN Turbo, la Weatherford (azienda quotata negli Stati Uniti), la compagnia olandese SBM e il ramo offshore dell’australiana Leighton.
La replica di Eni "Il comportamento attribuito ad alcuni dipendenti Eni è a danno della compagnia, così come in diretto e chiaro conflitto con il codice etico di Eni che ogni dipendente è obbligato a rispettare integralmente. Non intendiamo commentare né sui nomi dei dipendenti indicati, né sull'esito di possibili indagini interne".
IRAN
“Tutto funziona e va avanti grazie ai contatti ed ai rapporti con talenti speciali”. Così scrive un faccendiere iraniano, parte dell’eccezionale rete Unaoil, a proposito degli insider intenti a pagare e intascare mazzette. Dopo il recente indebolimento delle sanzioni da parte dell’UE, degli Stati Uniti e dell’Europa, questa rete è diventata ancora più preziosa. Nel 2006, questo agente Unaoil si lamentava nelle sue mail: uno dei clienti del gruppo, l’inglese Weir Pumps (ora proprietà dell’americana SPX) gli doveva centinaia di miglialia di dollari che lui aveva già promesso di piazzare, in parte, in Iran.
“Siamo alla fine del nuovo anno iraniano: le aspettative sono alte, sono a corto di soldi e circa cinque milioni di sterline di affari con la Weir sono a rischio. Perché non posso rispettare gli impegni presi con il mio team di supporter”. Qualora il denaro non fosse stato disponibile la Weir Pumps avrebbe rischiato di “sciogliersi come un pezzo di ghiaccio, giorno dopo giorno”. “... più di mezzo milione di dollari della mia parcella per la consulenza... Li ho già spesi per promuovere i loro affari in Iran”.

In altri appunti venuti allo scoperto e risalenti al 2006, si dice che l’Unaoil avrebbe pagato “diecimila dollari al mese” per assicurare il sostegno dell’amministratore delegato di una ditta presieduta da un alto ufficiale iraniano, appartentente in parte ad un ente governativo iraniano e supervisionata da un consiglio “politicamente influente”. “L’AD vuole diecimila dollari al mese. AA (Ata Ahnasi di Unaoil) ha accettato, visti i suoi eccellenti contatti”. La rete iraniana di Unaoil, che è stata anche utilizzata per aiutare realtà come ABB, Elliot e la giapponese Yokogawa, si estende oltre l’industria petrolifera. Nel 2011, la Unaoil ha contribuito alla risoluzione di una disputa che vedeva coinvolto uno dei suoi clienti austrialiani, rivolgendosi a “diversi contatti influenti... incluso il capo della polizia iraniana”. Prima del recente alleggerimento delle sanzioni, la Unaoil utilizzò alcune strategie che includevano anche il ricorso a società “di facciata” per aggirare il controllo dei funzionari occidentali. Consigliò ai suoi faccendieri corrotti di non trasferire fondi in dollari americani e di utilizzare compagnie “il cui nome non comprendeva la parola Iran”.
LIBIA
Nel 2004, quando l’Occidente iniziò a rimuovere le sanzioni contro la Libia, mentre il regime del colonnello Gheddafi si apprestava a fare affari con le compagnie straniere, la Unaoil non si fece trovare impreparata. Nel 2011, la sua rete di insider corrotti includeva funzionari e referenti in grado di influenzare le operazione delle agenzie di petrolio e gas più importanti della Libia. Nel tardo 2008, una società di trivellazioni canadese (la Canuck Completion) disse all’Unaoil di essere “interessata alla tipologia di Backsheesh (dal persiano, indica le tangenti ndt) che bisogna garantire a questi uomini per ottenere lavori” in Libia.

Tra gli insider corrotti della Unaoil c’era anche un influente funzionario libico, Mustafa Zarti, uomo di fiducia del regime di Gheddafi. I documenti Unaoil descrivono Zarti come “un buon amico del Presidente Gheddafi, figlio della Libia; un uomo molto influente nelle attività lobbistiche in Libia”. Unaoil accettò di pagare a Zarti milioni di dollari, in segreto. In cambio, lui avrebbe esercitato la sua influenza per avvantaggiare i clienti di Unaoil. “MZ (Mustafa Zarti) è nel consiglio dell’ LFIC (Lybian Foreign Investement Commitee), che controlla... i fondi petroliferi (sei miliardi di dollari). Vede il suo ruolo in questo modo: noi procediamo e lui risolve i problemi in cui ci imbattiamo. MZ ha accettato di trasferirci tutti i lavori legati al petrolio ed alla benzina” svela una nota del settembre 2006. Le multinazionali clienti di Unaoil in Libia includono il colosso malese Ranhill , il conglomerato di imprese coreane ISU e la società spagnola Tecnicas Reunidas.
SIRIA e YEMEN
In Siria, Unaoil si è rivolta ad un intermediario vicino al regime del presidente Bashar al-Assad. Nel 2008 e nel 2009, Unaoil ha promesso 2,75 milioni di euro all’uomo per aiutare il suo cliente britannico Petrofac ad ottenere contratti dalle società petrolifere del regime di al-Assad. Alcune email “strettamente confidenziali” del 2008 indicano che questo intermediario promise di pagare altre persone per ottenere i contratti. Ma non vedendo arrivare il pagamento nel tempo stabilito, si lamentò dei ritardi che gli stavano causando dei problemi con alcuni “amici” in Siria.

“La situazione sta diventando molto spiacevole [sic] perché non sto rispettando le consegne” scisse ad Unaoil nel dicembre del 2009. Si ritiene che la Petrofac non fosse al corrente del coinvolgimento di Unaoil nelle sue operazioni siriane e, in risposta alle domande, la società ha affermato che “ambisce ai più alti livelli di comportamento etico”. In Yemen, Unaoil ha versato milioni su un conto svizzero appartenente al faccendiere e uomo d’affari Haitham Alaini, figlio dell’ex Primo Ministro del paese. In cambio, Alaini avrebbe usato i suoi contatti in Yemen per aiutare Unaoil.
KUWAIT E EMIRATI ARABI UNITI.
In Kuwait Unaoil aveva nel suo libro paga un influente funzionario pubblico, soprannominato “The big Cheese”. Per garantire un contratto ad un suo cliente di lunga data in Medio Oriente, la società americana FMC Technologies, Unaoil esigeva un pagamento di 2,5 milioni di dollari.

In seguito, decise di incaricare un intermediario per trattare con “the big Cheese in Kuwait e decidere quale porzione... assegnare a quell’uomo”. Negli Emirati Arabi Uniti la rete Unaoil includeva un funzionario pubblico con legami con il Principe di Abu Dhabi. I documenti trapelati rivelano che il funzionario intratteneva scambi commerciali con gli Ahsani che, in cambio, chiedevano il suo sostegno sul territorio. Queste azioni includevano l’ingresso in un progetto finanziato dall’ufficio del “Sua Altezza lo Sceicco Mohammed Bin Zayed”. Unaoil ha corrotto un responsabile di una società sussidiaria della Abu Dhabi National Oil Company. Questo insider ha manipolato una giuria di gara per conto di un cliente Unaoil, il conglomerato di aziende indiano Larsen and Toubro. 

venerdì 12 febbraio 2016

La situazione militare in Siria

di Pier Francesco Zarcone da utopiarossa

Si tratta di un argomento praticamente non trattato dai grandi media. Al massimo ogni tanto si comunica il numero di vittime civili a seguito di scontri e bombardamenti, e si dà notizia di successi militari dell'Isis e di altre formazioni jihadiste, magari dilatandone la portata suscitando il classico effetto di Hannibal ante portas, ma senza inquadrarli nelle oggettive proporzioni tattiche e strategiche. Cosa accada davvero sui campi di battaglia resta sconosciuto ai più, e nella presente fase, alquanto negativa per i cosiddetti takfiri (sinonimo dei jihadisti per il loro tacciare di apostasia i musulmani di orientamento diverso), il silenzio è pressoché totale. Eppure in questi circa quattro anni di guerra in Siria sul piano militare (e politico) ci sono stati sviluppi interessanti. 


LE PREMESSE TATTICO-STRATEGICHE

In primo luogo va rimarcata l'opportunità della scelta fin dall'inizio effettuata dal governo di Damasco di fronte a una massiccia e capillare invasione di combattenti stranieri sostenuti (militarmente ed economicamente) dall'esterno. Le opzioni possibili erano due: a) cercare di difendere subito tutto il territorio siriano, con prevedibili esiti disastrosi sul terreno, oppure b) attestarsi nella difesa della capitale e della zona costiera (cioè dell'area con la maggiore concentrazione alawita e sciita in genere). Questa seconda ipotesi implicava il temporaneo abbandono al nemico dei territori orientali – che, seppure in buona parte desertici, presentano risorse energetiche importanti - e poi manovrare da quello "zoccolo duro" territoriale per un'auspicata azione di riconquista. La scelta è caduta sulla seconda opzione.
Al riguardo i grandi media l'hanno generalmente interpretata come segnale o della prossima sconfitta militare dei governativi o di una precisa exit strategy, nel senso che Assad avrebbe fatto della zona costiera il ridotto in cui rifugiarsi e concentrarvi la resistenza dopo il disastro sul campo, dato come inevitabile. La prospettiva strategica alla base di quella decisione era diversa e si basava - in ragione della globale situazione siriana, più complessa e comunque diversa rispetto a quelle di Egitto e Tunisia - sulla vera carta giocabile dal governo damasceno: l'appoggio pratico e concreto da parte di Russia, Iran e Hezbollāh libanese. Era quindi essenziale mantenere aperti i canali aerei, terrestri e marittimi con questi alleati, fornitori di aiuti non solo diplomatici, ma anche militari ed economici. Come infatti è avvenuto.

All'inizio della guerra l'Esercito Arabo Siriano (Eas) disponeva di circa 300.000 uomini (tre Corpi d'armata e un raggruppamento direttamente dipendente dallo Stato maggiore, per tredici divisioni: sei corazzate, quattro meccanizzate, due di Parà/Forze speciali, una meccanizzata di Guardie repubblicane, due brigate di fanteria indipendenti e sei reggimenti di Commandos indipendenti). Struttura portante per ogni comando di divisione, la brigata. La maggiore presenza di truppe (divisioni) all'inizio della guerra si trovava nella parte sudovest della Siria, l'11ª divisione era nella zona di Homs, la 18ª in quella di Aleppo, mentre la 17ª era nella parte est, zona di Deir Ezzour.
Non casualmente gli invasori takfiri avevano concentrato gli attacchi sulle città lontane dai centri con maggiore presenza di truppe governative (Hama, Homs e anche Aleppo), al fine di far concentrare su di esse il più consistente sforzo bellico, lasciando così sguarniti centri vitali; tenuto conto dei continui e abbondanti flussi di militanti jihadisti, questo avrebbe significato esporsi a una vasta manovra di accerchiamento non solo in caso di rovescio militare su quel fronte, ma anche qualora il massiccio concentramento governativo su esso venisse - per così dire - "agganciato" dal nemico, in modo da non poter effettuare manovre di ripiegamento senza incorrere in forti perdite. Tanto più che inizialmente l'Eas non era preparato a condurre una guerra non puramente convenzionale.
La prima fase del conflitto, quindi, fu di sostanziale ripiegamento difensivo e poco impegnata sul piano militare, mentre su quello politico il governo riscosse i suoi successi nel referendum costituzionale del febbraio 2012 e nelle elezioni di primavera: entrambi ignorati dai media e dai governi occidentali, in quanto suscettibili di far argomentare (non foss'altro per l'entità della partecipazione popolare) che tutto sommato l'elettorato siriano preferiva lo statu quo alle scelte auspicate da Washington e dall'Ue. Si trattò di successi politici del tutto ininfluenti sul piano militare, e infatti la stessa Damasco fu direttamente minacciata dai jihadisti, con l'attentato al ministero della Difesa (in cui morirono il ministro, generale Dawoud Rajiha, e furono seriamente feriti vari ufficiali d'alto rango) e combattimenti nella capitale. Poi i jihadisti vennero respinti, fu messo in sicurezza l'Aeroporto internazionale e le residue sacche nel Rif Dimanshq non furono più un reale pericolo.
Prima dell'intervento russo si è rivelata fondamentale, nel gennaio 2013, la decisione governativa di formare i Comitati popolari di difesa (detti anche "Milizia Ndf"), nelle cui fila entrarono veterani, giovani non ancora in età di leva, miliziani di gruppi già formatisi in via spontanea, militari rimasti separati dalle unità di appartenenza o anche disertori pentiti. Non solo furono dotati di armi automatiche, ma anche di lanciarazzi, mortai leggeri e medi, e di artiglierie di piccolo e medio calibro, in modo da far svolgere a questi miliziani gli indispensabili compiti di appoggio all'Eas, o presidiando e pattugliando territori già liberati o effettuando operazioni su scala ridotta. Il fatto di operare essenzialmente nelle zone di origine ha reso queste formazioni maggiormente motivate. Né va trascurata al riguardo l'importanza dell'apporto addestrativo da parte di elementi della Guardia rivoluzionaria iraniana. Poi sono intervenuti i Battaglioni del Partito Baath, unità di profughi palestinesi filosiriani e anche milizie religiose sciite e cristiano-assire. Questi volontari sono "coperti" dal mantenimento dei precedenti posti di lavoro, le loro famiglie ricevono dal governo aiuti alimentari e sovvenzioni, e spetta loro metà della paga dei soldati.
Nell'immediato le cose non sono state tanto semplici, giacché le forze armate di Damasco hanno dovuto subire duri colpi da parte jiahdista, come a Idlib, a Jisr al-Shoughour e a Tadmur-Palmira. Tuttavia il collasso militare non c'è stato. Da notare che l'"informazione" occidentale nulla dice circa la tenace resistenza, da anni, dei centri sciiti di Fouaa e Kafraya, oppure dei villaggi della zona di Aleppo come Nubbul e Zahraa; oppure del lungo assedio sostenuto dai militari nella prigione principale di Aleppo, solo alcuni mesi fa liberati dalla stretta jihadista, o anche dei due anni di assedio alla base di Kuweires o della strenua resistenza dei governativi a Deir Ezzour e Hasakah (difesa, oltre che da soldati dell'Eas e miliziani dell'Ndf, dalle Brigate del Baath e da cristiani assiri e curdi).
 

L'INTERVENTO RUSSO E LA SITUAZIONE ATTUALE

Ovviamente l'intervento russo ha fatto sì che le forze armate governative potessero passare a una fase più apertamente offensiva su veri settori, e da qui la riconquista di Homs e Hama, e una sostanziale rimonta ad Aleppo. In questa città i combattimenti continuano, ma ai jihadisti resta solo la parte est con 300.000 abitanti, mentre la parte ovest con 2 milioni di abitanti è sotto il controllo delle forze di Damasco. Innegabilmente senza l'intervento russo - a fronte del non ancora esaurito "serbatoio" di rinforzi umani per i jihadisti - il governo damasceno non avrebbe potuto passare all'attuale fase offensiva. Viene infatti valutata a circa il 70% la perdita del potenziale bellico dei jihadisti a seguito dei bombardamenti russi sui loro magazzini e fabbriche di armi, munizioni, esplosivi e sui depositi di carburante, oltre che sui centri di comando. Anche la loro capacità di manovra e di coordinamento rientra nella predetta percentuale.
Da ciò derivano estreme difficoltà per i jihadisti, dovendosi essi orientare sulla difesa delle posizioni ancora tenute. Proseguire nelle operazioni offensive implicherebbe infatti manovre e concentramenti di uomini e mezzi di una certa entità; cioè qualcosa di non occultabile alla sorveglianza aerea (oggi russo-siriana). E sempre di qui la maggiore capacità di manovra dell'Eas, tanto più che il ritiro dei jihadisti da vari centri abitati rende più agevole l'utilizzazione delle forze corazzate sostenute da un'aviazione che martella le postazioni nemiche prima dell'assalto finale. Superfluo dire che da sempre i conflitti locali servono pure a "testare" i nuovi armamenti, come sta accadendo per i blindati russi 8×8 Bumerang e il nuovo carro T-15.
L'intervento aereo russo conta su vari punti di partenza: la base di Mozdok nell'Ossezia del Nord, con 12 bombardieri pesanti Tu-22M3, in grado di operare in Siria dopo 2 ore e 44 minuti, protetti da una batteria di missili antiaerei S-400 stanziata nella base di Humaymim, Lataqia (è una delle quattro inviate in Siria), e dalla batteria della base di Quwayris, a 30 km a est di Aleppo; circa 64 aerei saranno presto operativi a Humaymim (24 Su-24M2, 12 Su-25, 12 Su-34 e 16 Su-30SM). Infine, una volta terminato il processo di modernizzazione dell'aeronautica militare siriana, entreranno in funzione dai 66 ai 130 aerei siriani (9 MiG-29SMT, 21 Su-24M2, 36 Jak-130 e probabilmente 64 MiG-23-98), in aggiunta ai 112 non modernizzati ma riparati dai russi (MiG-21, Su-22M4 e L-39). Sarebbe folle ritenere che tutto questo costoso materiale riguardi solo un intervento a favore di un alleato sul punto di crollare.
La presenza dell'Isis in Siria è innegabilmente pericolosa, ma non va valutata semplicemente guardando la carta geografica, oppure omologandola a quella in Iraq. Mentre in quest'ultimo paese l'Isis è insediato nella ricca e fertile zona di Ninive, in Siria in realtà controlla solo una piccola parte di "territorio utile", alcune vie di comunicazione e alcuni punti di rilievo strategico, tra cui la città di Raqqa. Le cartine pubblicate dai media in cui si evidenziano i territori siriani in mano all'Isis comprendono enormi estensioni desertiche o rocciose praticamente spopolate, talché non hanno torto quanti le considerano fonte di oggettiva disinformazione, facendo cioè dell'Isis in Siria qualcosa di più incombente e massiccio di quanto non sia.
Il 2 ottobre e il 1° dicembre dello scorso anno, Obama dichiarò che la Russia incontrava in Siria difficoltà di rilievo e che i pochi successi non compensavano gli elevati costi sostenuti e futuri, tanto da parlare di sprofondamento russo in un nuovo Afghanistan. Ma il 28 dicembre la certo non filorussa Reuters ha pubblicato una valutazione fondata su interviste ad analisti del Pentagono, con conclusioni opposte: ottimi risultati già nei primi tre mesi di intervento, scarsi costi operativi (circa 1-2 miliardi di dollari l'anno), e quindi senza sostanziali problemi di bilancio per Mosca. In concreto i predetti analisti avrebbero valutato l'intervento russo come assai flessibile e soft in quanto a materiali e forze, ma rivelando una proficua capacità di coordinamento con le forze di terra. Particolare valenza è stata attribuita a un aspetto sopra accennato: la sperimentazione russa di nuovi armamenti in condizioni di combattimento e della loro capacità operativa immediata. A parte ciò, sembra che dagli analisti del Pentagono pervengano conclusioni non in linea con la tesi ufficiale circa la Siria teatro di guerra civile in cui i russi si sarebbero infilati, trattandosi in realtà di una guerra ibrida e asimmetrica alimentata da aggressori esterni e da competizione fra potenze straniere. Valutazioni del genere inducono a riflessioni critiche circa l'operato statunitense nei recenti teatri del suo intervento bellico. Vale a dire, si profila un dubbio: finora le imprese statunitensi hanno messo in campo mezzi, uomini e risorse economiche infinitamente maggiori, ma dai non esaltanti risultati, del resto sotto gli occhi di tutti. La performance russa in Siria dal canto suo attesterebbe una sorprendente situazione di recupero militare rispetto agli anni '90, con l'ulteriore interrogativo - in prospettiva - circa l'eccesso di congruità del potenziale militare russo rispetto agli odierni conflitti locali. 


GLI USA

Poiché film e serie televisive made in Usa ci hanno abituati a divaricazioni e conflitti operativi fra Cia, Fbi, Dea e varie altre agenzie di intelligence, quanto segue non sembrerà molto strano o del tutto anomalo. Secondo un articolo di Seymour Hersh, pubblicato alla fine dello scorso anno sulla London Review of Books, vertici del Pentagono avrebbero dato vita a una svolta contraria alla linea finora tenuta da Washington e dalla Cia. La premessa sta nell'inclusione della Turchia nel programma della Cia per armare i "ribelli moderati" in Siria, e nel fatto che il governo turco decise di effettuare un "riorientamento" di questi aiuti statunitensi in favore dei jihadisti, tra cui Jabhat an-Nusra e l'Isis. Al Pentagono, invece, si sarebbero "accorti" della sostanziale inesistenza di questi ribelli moderati, e quindi nell'autunno del 2013 i Joint Chiefs of Staff (Jcs) del generale Martin Dempsey avrebbero deciso di inviare informazioni di intelligence a Germania, Russia e Israele affinché le trasmettessero al governo di Assad. Certo non gratuitamente, ma con la richiesta a Damasco di cercare di mettere un po' di freno a Hezbollāh verso Israele, di tenere aperti i negoziati sulle alture del Golan e di indire le elezioni dopo la fine della guerra. Secondo questa ricostruzione, nell'estate del 2013, in barba alla Cia sarebbero state inviate ai ribelli siriani armi obsolete, quale attestazione di buona fede ad Assad. Il ritiro di Dempsey a settembre avrebbe posto fine al tentativo di intesa.
Nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Nella provincia di Aleppo i governativi hanno già tagliato le maggiori vie di rifornimento dalla Turchia ed è finito il quadriennale assedio di Nubul e al-Zahra, con la liberazione di più di 70.000 abitanti, e la stessa grande città del nord non è lungi dall'essere ripulita dalla presenza takfira, e non c'è da stupirsi se a breve tutto il confine turco sarà di nuovo sotto il controllo di Damasco. Anche la provincia di Lataqia è praticamente ripulita.
Importante, anche in prospettiva, il fatto che nella Siria nordoccidentale la sconfitta jihadista sembra essere più che prossima. Si ha notizia che dal 10 febbraio sono in corso scontri e bombardamenti a nordovest della base aerea di Kuweyres contro militanti dell'Isis che cercano sia di arginarne l'avanzata governativa verso la parte orientale del sobborgo industriale aleppino di Sheikh Najjar (il che preluderebbe alla chiusura di una vasta sacca tra l'aeroporto di Aleppo e Kuweyres), sia di prevenire la riconquista di Al-Sin e Jubb al-Kalb. Il giorno 9 si è avuta notizia dell'arrivo a Damasco e Aleppo di ben 6.000 ufficiali e soldati iraniani: questo dopo un'opera di disinformazione di Teheran per far credere a un suo ritiro militare dalla Siria. 


TORNA IL PROBLEMA CURDO


Ci sono due fatti importanti da ricordare. Il 7 febbraio truppe siriane (appoggiate da miliziani di Hezbollāh e da paramilitari iracheni di Nujaba, Kataeb Hezbollah, Badr) hanno occupato la località di Kiffin, prossima a Ziyarah (sotto controllo di milizie curde) e creato nella zona un centro di coordinamento siriano-curdo, sia in funzione operativa sul campo, sia per non lasciare ai soli occidentali la "carta curda". A ciò si aggiunga che truppe siriane e iraniane hanno l'ordine di non ostacolare l'azione delle milizie curde, ed è chiaro l'intento russo di far valere nei "colloqui di pace" (a prescindere dall'esito che daranno) il peso dell'avanzata delle forze curde verso il confine turco.
E proprio la questione curda potrebbe trovarsi dietro al fatto che, nel quadro della persistente e non ridotta tensione fra Russia e Turchia, si sia parlato da parte russa di un possibile intervento turco in Siria – seguìto dal minaccioso avvertimento che ogni eventuale incursione sarà affrontata con la forza e non con la diplomazia. Che Erdoğan possa compiere qualche colpo di testa non è impossibile: semmai c'è da chiedersi fino a che punto la Nato sarebbe così folle da andargli dietro. E c'è pure da domandarsi se esista un collegamento tra una tale previsione e la messa in allerta - ai primi di febbraio - delle forze aviotrasportate del Distretto militare meridionale russo. Il fatto è che il coordinamento tra i governativi siriani e le milizie curde potrebbe accelerare la completa e forse definitiva chiusura del confine turco ai rifornimenti per i jihadisti. Su Ankara incombe sempre il pericolo di saldature fra i curdi della Siria e quelli della Turchia, cosa suscettibile di complicare le relazioni anche con gli Usa. In precedenza Erdoğan aveva minacciato di bombardare i curdi siriani se avessero superato la linea dell'Eufrate, e quando in estate si prospettò un'operazione curda per prendere Jarabulus e quindi interrompere i rifornimenti all'Isis, la Turchia minacciò l'intervento militare: questione tamponata dagli Stati Uniti annullando quell'operazione. Sta di fatto che a nord di Aleppo i curdi hanno operato sotto la copertura degli aerei russi e si sono comunque avvicinati al confine. In questo pasticcio le possibilità di manovra russe ci sono eccome, facilitate dalla contraddittorietà (ovvero incompatibilità) delle alleanze di Washington. Non è chiaro fino a che punto Bashar al-Assad sia del tutto felice per la prospettiva di un'alleanza con i curdi, ma è certo che - a prescindere dal non potersi opporre alle manovre moscovite in questo senso e dall'utilità militare dell'apporto curdo - nel dopoguerra la questione dovrà essere affronta da Damasco realisticamente, e non certo lasciandola irrisolta alla maniera turca. Vedremo come andrà a finire, ma se davvero Putin riuscisse a sfilare i curdi (Iraq a parte) dall'intesa con gli Stati Uniti farebbe un bel colpaccio.

martedì 26 gennaio 2016

Siria, così CIA e Arabia Saudita hanno armato i jihadisti

di Matteo Carnieletto da Megachip
   
Il New York Times rivela: miliardi di dollari sauditi hanno alimentato il terrorismo in Siria, organizzato dalla gigantesca operazione della CIA


I ribelli siriani sono stati finanziati da Stati Uniti e Arabia Saudita. E questa non è una notizia. La notizia - quella vera - si chiama Timber Sycamore, nome in codice usato dalla CIA per coprire le operazioni di addestramento e finanziamento dei ribelli in cooperazione con l'Arabia Saudita a partire dal 2013.
Già nell'ottobre di quell'anno, il Washington Post scriveva, citando fonti militari, che «la CIA sta aumentando i propri sforzi per addestrare i combattenti dell'opposizione in Siria». I miliziani vengono addestrati in una base in Giordania per poi esser inviati sul fronte siriano. L'addestramento fornito dagli americani ai siriani è ridotto all'osso: tecniche militari di base oltre a ingenti quantità di armi.
All'epoca non si sapeva nulla di Timber Sycamore. Rappresentava un'azione di destabilizzazione come tante. Del resto, come abbiamo spiegato in un altro articolo, il Dipartimento di Stato americano impiega moltissime risorse ogni anno per finanziare movimenti o associazioni che si oppongono a dittatori o politici poco graditi alla Casa Bianca. Pensiamo per esempio all'Angola degli anni '80 o all'Afghanistan, dove il governo americano - come scrive Bruno Ballardini in ISIS, il marketing dell'Apocalisse, «non solo istruì militarmente i talebani (.), ma organizzò anche un piano per rendere durevole nel futuro l'odio della popolazione verso gli 'atei comunisti' con un programma di educazione destinato alle scuole».
Ma in cosa consiste Timber Sycamore? Lo spiega con precisione il New York Times del 23 gennaio 2016. In parole povere, a partire dal 2013, gli USA avrebbero addestrato i ribelli siriani, in particolare avrebbe insegnato loro a utilizzare con precisione gli AK47 e a usare missili anticarro, mentre i Sauditi li avrebbero finanziati e avrebbero fornito loro le armi. Del resto Bashar Al Assad è un nemico comune e casa Saud punta a sradicare l'asse sciita (Iran, Iraq e Libano). Come ha spiegato Mike Rogers, ex deputato repubblicano del Michigan: «Loro hanno capito che hanno bisogno di noi e viceversa».
Impossibile dire con precisione quanto i sauditi spendano per armare i ribelli e far cadere Assad. Il New York Times ipotizza un costo pari ad alcuni miliardi di dollari a partire dal 2013.
I protagonisti principali di questo progetto? Uno è il principe Bandar bin Sultan, che si è premurato di fornire migliaia di AK47 e e milioni di munizioni ai ribelli. Molto probabilmente queste armi sono state fatte arrivare dai Paesi dell'Est Europa grazie alla connivenza americana, spiega il New York Times. Per gli americani invece il protagonista è John O. Brennan, dal 2013 direttore della CIA. I due sono amici fin dagli anni '90. A quell'epoca Brennan era l'uomo dell'Agenzia a Riad. Non si sono mai persi di vista. Secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, sono stati loro a organizzare Timber Sycamore.
I motivi di questa alleanza sono intuibili e sono due: abbattere Assad e isolare l'Iran. Ma America e Arabia Saudita non hanno fatto i conti con quello che ora è il protagonista principale dello scacchiere mediorientale: lo Stato islamico, che ora governa su una terra fatta a brandelli anche da americani e sauditi.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/siria-cosi-cia-e-arabia-hanno-finanziato-i-ribelli/.


lunedì 1 giugno 2015

Il Califfato voluto dagli Usa

di Manlio Dinucci da voltairenet.org 


Mentre l’Isis occupa Ramadi, la seconda città dell’Iraq, e il giorno dopo Palmira nella Siria centrale, uccidendo migliaia di civili e costringendone alla fuga decine di migliaia, la Casa Bianca dichiara «Non ci possiamo strappare i capelli ogni volta che c’è un intoppo nella campagna contro l’Isis» (The New York Times, 20 maggio).
La campagna militare, «Inherent Resolve», è stata lanciata in Iraq e Siria oltre nove mesi fa, l’8 agosto 2014, dagli Usa e loro alleati: Francia, Gran Bretagna, Canada, Australia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e altri. Se avessero usato i loro cacciabombardieri come avevano fatto contro la Libia nel 2011, le forze dell’Isis, muovendosi in spazi aperti, sarebbero state facile bersaglio. Esse hanno invece potuto attaccare Ramadi con colonne di autoblindo cariche di uomini ed esplosivi. Gli Usa sono divenuti militarmente impotenti? No: se l’Isis sta avanzando in Iraq e Siria, è perché a Washington vogliono proprio questo.
Lo conferma un documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012, desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa del gruppo conservatore «Judicial Watch» nella competizione per le presidenziali [1]. Esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione che tentano di controllare le aree orientali, adiacenti alle province irachene occidentali», aiutandole a «creare rifugi sicuri sotto protezione internazionale». C’è «la possibilità di stabilire un principato salafita nella Siria orientale, e ciò è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione, per isolare il regime siriano, retrovia strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)». Il documento del 2012 conferma che l’Isis, i cui primi nuclei vengono dalla guerra di Libia, si è formato in Siria, reclutando soprattutto militanti salafiti sunniti che, finanziati da Arabia Saudita e altre monarchie, sono stati riforniti di armi attraverso una rete della Cia (documentata, oltre che dal New York Times [2], da un rapporto di «Conflict Armament Research»).
Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in missione in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis [3]. Spiega anche perché l’Isis ha scatenato l’offensiva in Iraq nel momento in cui il governo dello sciita al-Maliki prendeva le distanze da Washington, avvicinandosi a Pechino e Mosca.
Washington, scaricando la responsabilità della caduta di Ramadi sull’esercito iracheno, annuncia ora di voler accelerare in Iraq l’addestramento e armamento delle «tribù sunnite». L’Iraq sta andando nella direzione della Jugoslavia, verso la disgregazione, commenta l’ex segretario alla difesa Robert Gates. Lo stesso in Siria, dove Usa e alleati continuano ad addestrare e armare miliziani per rovesciare il governo di Damasco. Con la politica del «divide et impera», Washington continua così ad alimentare la guerra che, in 25 anni, ha provocato stragi, esodi, povertà, tanto che molti giovani hanno fatto delle armi il loro mestiere. Un terreno sociale su cui fanno presa le potenze occidentali, le monarchie loro alleate, i «califfi» che strumentalizzano l’Islam e la divisione tra sunniti e sciiti. Un fronte della guerra, al cui interno vi sono divergenze sulla tattica (ad esempio, su quando e come attaccare l’Iran), non sulla strategia.
Armato dagli Usa, che annunciano la vendita (per 4 miliardi di dollari) all’Arabia Saudita di altri 19 elicotteri, per la guerra nello Yemen, e a Israele di altri 7400 missili e bombe, tra cui quelle anti-bunker per l’attacco all’Iran.

 Fonte Il Manifesto (Italia)

mercoledì 27 maggio 2015

Dobbiamo Fermare gli Stati Canaglia. Tipo l'Iran (Satira)


di Paul Bibeau da Goblinbooks

L'Iran mi preoccupa. No, davvero. E mi fa piacere che almeno qualche nostro governante lo veda per quello che è – una nazione fuorilegge. Una minaccia per la pace. Basta rifletterci un po' per capirlo.
L'Iran, non dimentichiamolo, è stata l'unica nazione che abbia mai utilizzato armi nucleari contro la popolazione civile.
D'accordo, è successo molto tempo fa. Ma loro hanno continuato ogni anno a spendere miliardi per sostenere l'unico paese nella regione in possesso di un arsenale nucleare segreto, un paese colpevole di crimini di guerra, e che ha cercato di condividere le sue armi atomiche con regimi iniqui come il Sud Africa dell'apartheid. È una fedina che parla da sé.
Qui non ci possiamo permettere false equivalenze – fingendo che l'Iran sia come qualsiasi altra nazione che persegua l'autodifesa. L'Iran è una potenza aggressiva di scala globale. Possiede una rete di istallazioni militari in tutto il mondo. Sostiene nazioni autoritarie e sanguinarie per poi usarle per la tortura di prigionieri a scopo di informazione, in un odioso programma di “extraordinary renditions”. Distrugge i governi che non gli piacciono, camuffando le proprie azioni con menzogne e pretesti farlocchi propinati ai suoi stessi cittadini, Questo andazzo di destabilizzare altri paesi per farli crollare e mettere su governi fantoccio va avanti ormai da un secolo. È questo lo schema di comportamento che continua a compromettere i nostri rapporti con l'Iran. Come puoi, in quanto paese, stringere accordi con un governo che dimostra costantemente di volerti rovesciare? Com'è possibile essere in pace con una nazione del genere?
Una nazione che non ha mai svolto un ruolo di responsabilità nella regione. Chi potrà mai dimenticare che gli iraniani hanno sostenuto Saddam Hussein mentre lui commetteva atrocità utilizzando armi chimiche, per poi, molti anni dopo, rovesciare il suo regime col pretesto ridicolo di dare la caccia alle armi di distruzione di massa? Chi potrà mai dimenticare la guerra civile e il terrorismo che seguirono all'occupazione del paese da parte loro? E le torture che avvenivano nelle carceri gestite dagli iraniani? E le continue uccisioni di civili da parte degli iraniani?
Non ci si può fidare dell'Iran, Ha messo in opera una massiccia campagna di sequestri di persona e di uccisioni mirate. Viola i diritti civili dei suoi stessi cittadini; cittadini ormai abituati a una costante sorveglianza da parte dello stato e a un'élite politica che metodicamente tiene loro nascosto quello che combina nel resto del mondo. Sopprime il dissenso e mette in galera le “gole profonde” [whistleblowers]. È un paese violento, autocratico fino all'osso, e nessuna persona responsabile si augurerebbe che il suo potere rimanga incontestato.
Ma quello che in questa nazione fa davvero paura è la sua ideologia religiosa. Avrete sentito sicuramente parlare di quei fautori della linea dura in Medio Oriente, che sperano ardentemente che ci sia una guerra sanguinaria, apocalittica, combattuta in nome della loro fede. Sono fanatici, e detengono posizioni di grande potere all'interno del governo. Ma la cosa ancora più inquietante è che la gran maggioranza dei comuni cittadini di quel paese credono in una sorta di nazionale “eccezionalismo”. È un concetto che li accompagna sin dalla fondazione della loro nazione – li ha portati alla conquista della maggior parte del loro continente, combattendo guerre spietate sia contro i nativi sia contro i loro confinanti. Fa credere loro che i loro valori siano universali, il che gli fornisce un pretesto sempre pronto per una guerra incessante e senza confini. E a tutto questo si unisce la curiosa capacità di razionalizzare i loro molti tradimenti di quegli stessi valori. Abbiamo a che fare con una nazione che finge di avere la missione di liberare a forza l'intero mondo, tralasciando il fatto che siffatta liberazione non è altro che la copertura del pianeta con una rete di basi militari e prigioni segrete. È quel genere di nazione che si ritrova sempre un inesauribile numero di nemici, e non si domanda mai il perché. È quel genere di nazione che idolatra un uomo la cui sola impresa è stata l'uccisione di 200 persone, una nazione che tratta la faccenda girando un film che è interamente basato su come ammazzare tutta quella gente lo ha fatto sentire.
Capite quanta ignoranza e arroganza tutto questo comporta? Capite quanta febbrile certezza di essere il faro che illumina il mondo, unita a un totale disprezzo per le vite di qualunque cittadino di altri paesi? Come si fa a trattare con una nazione del genere?
La cosa migliore da fare è attendere che questo manicomio si crei un tale numero di nemici, insieme a tante guerre, interventi militari, colpi e contro-colpi di stato, da rollare sotto il peso dello sforzo politico ed economico. Ovviamente, è la decisione che hanno preso tutti gli altri.
Non si può ragionare con questa gente. Sono irrecuperabili.

 traduzione di Domenico D'Amico

mercoledì 8 aprile 2015

La follia israeliana e la pax americana

di Tonino D’Orazio 
 
Che Israele fosse il paese più pericoloso e guerrafondaio del medio oriente non vi era nessun dubbio. Eccetto per i fanatici amici del sionismo.

Che il Mossad, servizio segreto israeliano operasse indisturbato in vari paesi del mondo è più che risaputo, soprattutto dopo una eccellente, storica e mediatica caccia ai nazisti scappati, durante e dopo la seconda guerra mondiale, soprattutto nelle Americhe, anche del nord. Che siano rimasti senza colpevoli svariati assassinii politici nel mondo, compreso probabilmente l’uccisione in Svezia di Olaf Palme, insieme alla Cia, o le motivazioni faciloni e i mandanti dell’ultima strage di Utoya, del nazi-razzista e islamofobo Breiwik, in Norvegia, paese notoriamente “nemico” di Israele perché “troppo multiculturale”, tanto che già allora (2012) stava per riconoscere lo Stato della Palestina, non dovrebbe più stupire.

Che questo potente paese nucleare, che fa il buono e il cattivo tempo in tutta l’area, attacca, occupa, in nome della sua “sicurezza”; che viene lasciato fare, che sostituisce nell’area sia l’Onu che gli americani del nord, che è sempre più la stessa cosa, sulla scia del debito morale e del pentimento tedesco della Shoa esteso a tutti i bianchi; che riceve denaro facile dalla propria diaspora mondiale più per gli armamenti che per il beneficio della sua popolazione; che rifiuta di partecipare al Tribunale Penale Internazionale, e si capisce perché, mentre noi continuiamo a fare finta di niente sui vari genocidi perpetrati, passati e attuali; che tiene prigioniero in un immenso lager l’intera popolazione palestinese, dopo averla massacrata e resa economicamente schiava e dipendente, in modo evidente e diretto la Striscia di Gaza che resiste; che costruisce muri da apartheid più lunghi di quelli di Berlino; che rifiuta i controlli dell’Agenzia nucleare mondiale negando in modo ridicolo il possesso della bomba atomica, nell’ipocrisia totale del mondo occidentale sulle vere armi di distruzione di massa, ma ordinando all’Agenzia stessa di occuparsi dei suoi “nemici”, altrimenti ci pensa lui a bombardarli; che si occupa di pontificare su tutto, come padroni impuniti del mondo (visita senza invito di Netanyahu in qualsiasi paese, vedi addirittura Francia; ultimamente sfottò di Obama al Congresso statunitense, mettendo a nudo quanto conti poco un presidente e quanto contino invece i fascisti repubblicani e le loro lobbie, soprattutto degli armamenti e delle banche …); critica feroce e ironica, ma con velate minacce di ritorsioni, a tutti quei paesi che vogliono riconoscere lo Stato Palestinese, in barba ai pavidi occidentali (parlamento italiano compreso) del famoso “due popoli, due stati” che dura senza sbocco da 50 anni, mentre gli israeliani hanno occupato strutturalmente tutto, compreso pezzi della Siria e prossimamente della Giordania (il Libano gli è riuscito ancora poco); che bombarda chi gli pare e quando gli pare come diritto proveniente direttamente dalla giustizia di Dio che sembra non essere lo stesso di quello musulmano o cristiano; bene, dicevo, mentre si sistema diplomaticamente e apparentemente il cruciale problema del nucleare civile iraniano, il suo primo ministro lancia l’allarme e convoca il proprio “gabinetto di sicurezza”, cioè il consiglio di guerra.

Non si sente più garantito da suoi abituali protettori occidentali. Insomma, l’accordo Usa-Iran (gli altri non contano) “minaccia la sopravvivenza di Israele”. Insomma è appena stato rieletto su questa disseminata paura populista ed ecco che gli altri gli smontano il giocattolo della prepotenza e mettono all’angolo la sua presunzione e il suo paese. Non è solo, addirittura si profila un innaturale accordo con i sauditi. Oltre alla possibilità che i repubblicani non votino l’accordo al Congresso, anche se avrebbero difficoltà con le lobbies-business pronte a invadere il mercato iraniano, se già non ci sono. I fascisti sostengono i fascisti. Meglio, Ted Cruz, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ovviamente repubblicano, propone che Israele annetti la Giudea-Samaria. Un vero amico da far votare dalla lobbie ebraica, anche perché da ispano non potrebbe farcela.

In più il fatto che Teheran manterrà un solo impianto di “basso arricchimento” (per scopi pacifici) e lo stop alle sanzioni, a giudizio di Netanyahu, legittimerebbe il programma nucleare iraniano e aumenterebbe “aggressione e terrore“. Un po’ come il bue che dice cornuto all’asino. Il falco farà sicuramente una richiesta senza contropartita, cioè il riconoscimento dello stato attuale di Israele ignorando giustamente quello della Palestina.

E’ la vendetta di Obama? L’Arabia Saudita, sempre più strano alleato, sta mettendo in ginocchio, con la vendita del petrolio mondiale (da 100 a 45$ al barile in sei mesi), e con la diminuzione delle entrate finanziarie ai petrolieri nord americani e inglesi, venditori, ma anche degli altri paesi produttori.

Si sta vendicando della disfatta subita da lui e dai democratici alle ultime elezioni del midterm? Sta rendendo pan per focaccia allo strafottente Netanyahu e alle lobbies repubblicane? Sta recuperando i musulmani Usa? Si sta giocando le ultime carte da diplomatico-pacifista dopo essere stato il presidente americano della storia che ha più morti sulla coscienza, che ha innestato più guerre, anche economiche (vedi ancora Argentina e Venezuela, petroliferi recalcitranti), nel suo mandato pur essendo Nobel della pace? Vedi disgelo con Cuba e ora con lo storico nemico Iran? Sta rilanciando il business americano nelle due area? Sta tagliando l’Iran dall’amicizia, mai veramente dismessa, con la Russia, continuando ad assediare quest’ultima a sud? Sta interrompendo il flusso di petrolio verso la Cina, vera potenza dilagante e nemica economica? Sta bloccando la nascita di una nuova Banca Mondiale dei paesi Brics, senza la moneta dollaro, pronta dal 1° luglio? Alla quale potrebbe approvvigionarsi, dopo la Spagna, anche la Grecia o quei paesi renitenti alla ideologia feroce e massonica dell’austerità della Troika di Bruxelles o del Fmi?

E’ un accordo enorme per le strategie nord americane, visto che in fondo le sanzioni non sono servite a molto in verità. Il problema è capire come la follia di Israele possa interrompere la strategia imperiale nord americana in quell’area, già resa nevralgica e in guerra civile da loro stessi. Il Pakistan (frontiera della nuova potenza economica ed autonoma indiana inserita nei Brics,) con 200 mln di abitanti, atomico e domato, l’Afganistan (32 mln di ab.) domato, l’Irak (34 mln di ab; alcuni sono spariti nello slancio di democratizzazione americana) occupato per sempre, la Siria (24 mln. Di ab.) volutamente inguaiata con gli amici dell’Isis e che non resisterà molto ad implodere, i paesi ex Unione Sovietica confinanti con la Russia, grandi amici. Mancava l’Iran (75 mln di ab), da inondare adesso di dollari, vista la gioia mediatica della popolazione che sembra bloccare la rigidità degli Ayatolla al potere, oltre che per interrompere la nuova strategia di Putin rivolta ad est dopo quella bloccata a ovest, con l’Europa, con chiave di volta l’Ukraina. Insomma un’area di più di quattrocento milioni di “consumatori” che nuotano sul petrolio, dopo aver già sistemato il nord Africa, basta vedere l’acquisto di centinaia di nuovi F-16 da parte di quest’ultimi, per “difendersi” dall’Isis disseminato dappertutto, come le metastasi. Se questi ultimi sono pilotati dall’Iran, come ci si dice, dovrebbero “rallentare” le “conquiste saladiniane, se non sparire. Invece è presumibile che una volta creata l’utile tempesta questa continui per moto proprio con qualche mecenate interessato e pilota.

Insomma l’accordo è strategico per l’impero nord americano, basta tacitare Israele con un po’ di soldi in più, e bloccare velleitari tentativi di bombardamenti. Un capolavoro diplomatico sotto l’insegna della pace, dimenticando che sull’area vi sono centinaia di bombe atomiche amiche. 


giovedì 29 agosto 2013

La Siria e la terza guerra mondiale

 

di Massimo Fini dal blog di Beppe Grillo 

"La politica di potenza imperiale che gli Stati Uniti stanno esercitando a tamburo battente da quando non c’è più il contraltare dell’Unione Sovietica, e hanno quindi le mani libere, si maschera dietro questioni morali. La Siria è un Paese che dà fastidio, perché legata all’Iran, che è l’arcinemico, non si capisce poi bene il perché, degli Stati Uniti e di Israele. Tra l’altro non si sa affatto se Assad ha usato armi chimiche, ci sono gli ispettori ONU per questo, o l’ONU non conta nulla? Evidentemente non conta nulla perché quando serve c’è il cappello ONU, se non c’è il cappello ONU si aggredisce lo stesso. Questo è avvenuto in Serbia nel '99, in Iraq nel 2003 e in Libia recentemente. Tutte azioni e aggressioni senza nessuna copertura ONU. Si dovrebbe per lo meno aspettare la relazione degli ispettori. C’è un precedente che dovrebbe consigliare prudenza, non dico agli Stati Uniti che non ne hanno, ma ai suoi alleati, ed è quello dell’Iraq, dove sostenevano che Saddam Hussein avesse le armi chimiche, di distruzione di massa, e poi non le aveva. Certo, lo sostenevano perché gliele avevano date loro a suo tempo, gli Stati Uniti, in funzione anti sciita e anti curda, però non le aveva più perché le aveva usate ad Halabja, gasando cinquemila curdi.
Chi sta combattendo in Siria?
Da una parte c’è il governo di Assad che, fino a prova contraria, è un governo legittimo, rappresentato all’ONU, e dall’altra parte c’è un coacervo di forze tra le più disparate, è difficile anche per gli analisti più attenti capire chi sono, sono tanti segmenti. Non Al Qaeda, che non esiste, ma ci sono gli jihadisti che sostengono una guerra totale all’Occidente, per esempio. Quindi l’intervento sarebbe controproducente, ma siccome gli americani si sono erti a poliziotti del mondo, che decidono chi ha torto e chi ragione, questo li spinge a intervenire comunque. Tra l’altro questa superiorità morale degli americani... John Kerry ha detto che quello che avviene in Siria è una oscenità morale, beh, l’oscenità morale secondo me è degli Stati Uniti. Chi ha usato veramente le armi di distruzione di massa? Parliamo del '900 e di adesso: gli Americani a Hiroshima e Nagasaki. C’è da tenere presente che Nagasaki, cosa che non si sa, fu bombardata tre giorni dopo Hiroshima, per cui si sapeva che strage si faceva con la bomba atomica. Questo diritto morale degli americani di intervenire ovunque, non è una storia che nasce oggi, nasce per lo meno dalla Serbia, cioè dal '99, continua con l’Iraq, con la Libia, senza contare le due aggressioni alla Somalia, una nel 2002 e l’altra attraverso l’Etiopia nel 2008 – 2009.
Chi finanzia i ribelli?
Li finanziano l'Arabia Saudita, la Francia, gli stessi Stati Uniti. Siccome utilizzano la loro potenza dietro lo schermo della moralità, il fatto che sia possibile che Assad abbia usato armi chimiche li costringe a intervenire, Obama aveva tracciato una linea rossa, ma chi lo autorizza a tracciare linee rosse in altri paesi? Gli americani hanno sfondato un principio di diritto internazionale che era valso fino a qualche decennio fa, della non ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano. I diritti umani sono il grimaldello con cui in realtà intervengono dove vogliono e quando vogliono, anche perché non hanno più contraltare, la Russia non è più una superpotenza. Siamo costretti a rimpiangere tutto, anche la vecchia e cara Unione Sovietica, perché almeno faceva da muro alla poi potenza di costoro. La cosa curiosa, che in questa diciamo compagnia di gente molto morale, molto democratica, c’è l’Arabia Saudita che è nota per essere un Paese rispettoso dei diritti umani, soprattutto quelli delle donne, quindi già questo dice quale sia la vera situazione?
Gli inglesi hanno responsabilità enormi in Medio Oriente, se tu vai, per esempio, a Teheran senti dire morte agli inglesi, comprendono anche gli americani, ma in particolare gli inglesi, perché? Perché hanno fatto il bello e cattivo tempo per un secolo in quella regione, potenza coloniale come erano. Mi ricordo che il sindaco di Londra, Livingstone, molto amato dai sui cittadini, dopo gli attentati londinesi, di qualche anno fa (attribuiti a Al Qaeda, in realtà erano terroristi locali) disse "Sì, certo, gli attentati terroristi sono inaccettabili, però se gli arabi avessero fatto in Gran Bretagna quello che abbiamo fatto noi per un secolo nel mondo arabo io sarei un terrorista inglese". Gli inglesi marciano di conserva con gli americani, si può anche capire per i legami, quello che non si capisce è la Francia, con queste sue idee di grandeur che abbiamo visto quanto valessero durante la seconda guerra mondiale, la linea Maginot aggirata in cinque giorni. Adesso che può agire liberamente siano socialisti, come Hollande, o conservatori come Sarkozy fa una politica di potenza.
In Libia è stata soprattutto la spinta francese a combinare il disastro, perché sparito Gheddafi si sono scatenate faide interne di tutti i tipi. Le armi di Gheddafi sono finite ovunque, poi i francesi sono intervenuti in Mali perché gli islamisti stavano conquistando il Mali e questo non gli andava bene perché il dittatore maliano era un loro alleato.
La superiorità tecnologica occidentale permette di tutto. Lo scandalo maggiore (non è argomento di questa conversazione) è l’Afghanistan, dove da 12 anni il segretario di stato americano John Kerry ha detto che dopo questa vicenda di Damasco, di questo quartiere, vedendo il padre che cercava di salvare i figli si è messo a piangere. Perché non piange per le migliaia di bambini e bambine uccisi in Afghanistan per a bombardamento dissennati della Nato, americani in testa, di cui noi peraltro italiani siamo complici!
Possibili sviluppi?
Se intervengono militarmente il rischio è che si scateni la terza guerra mondiale, perché credo che l’Iran, alleato della Siria, non resterà inerte, e anche la Russia non potrà rimanere ferma e comunque si incendia tutta la regione. Tutti questi interventi si sono sempre risolti in altri massacri, prendiamo l’Iraq, l’intervento americano ha causato direttamente o indirettamente tra i 650 mila e 750 mila morti! Il calcolo è stato fatto molto semplicemente da una rivista medica inglese che è andata a vedere i decessi durante l’epoca Saddam e i decessi durante il periodo dell’occupazione americana e quindi la cifra più o meno è questa. Quello che è peggio è che avendo squinternato questo paese si è scatenata una guerra tra sunniti e sciiti che causa centinaia di morti la settimana, di cui nessuno parla, perché intanto chi se ne frega! Ormai gli occupanti americani non ci sono più.
Quindi ogni intervento cosiddetto umanitario si risolve in una strage umanitaria. E' quello che è successo quando intervennero gli americani e parte degli europei nella guerra Iraq - Iran. Gli iraniani stavano per conquistare Bassora che avrebbe voluto dire la caduta immediata di Saddam Hussen. Si disse che non si poteva permettere alle orde iraniane di entrare a Bassora, perché quelle degli altri sono sempre orde, che cosa ha causato questo intervento? La guerra che sarebbe finita nell’85 con un bilancio di mezzo milione di morti è finita tre anni dopo con un bilancio di un milione e mezzo di morti. Saddam Hussein che sarebbe caduto all’istante con la conquista di Bassora è rimasto in piedi pieno di armi fornite dagli Stati Uniti e dagli occidentali. Che cosa fa una rana con un grattacielo di armi sopra? La rovescia nel primo posto che gli capita, quindi Kuwait e quindi Prima Guerra del Golfo.
La storia dei missili intelligenti è grottesca. La prima volta che comparvero questi bombe chirurgiche, missili intelligenti, fu nella Prima Guerra del Golfo, nel '90, ebbene questi missili intelligenti e bombe chirurgiche hanno fatto 166 mila morti civili, di 33 mila bambini, che non sono meno bambini dei nostri bambini. E' un dato che continuo a ripetere, quando posso, è un dato accertato, perché è uscito da una fonte insospettabile, che è il Pentagono. E questi sono i missili intelligenti e gli interventi mirati? Non si può credere agli americani né sulle armi chimiche, perché c’è il precedente Iraq, e non si può credere ai missili mirati perché mirati non sono affatto.
L’intervento è illegittimo da tutti i punti di vista. C’è sempre la storia dei due pesi e due misure. In Egitto un governo eletto democraticamente è stato abbattuto dall’esercito finanziato dagli Stati Uniti da sempre, per cui c’è stato un colpo di Stato, ma lì si sta zitti, perché i Fratelli Musulmani non sono nostri amici, anche se non sono affatto estremisti. Secondo me nelle guerre civili bisognerebbe che fosse il verdetto del campo a decidere, a un certo punto se Assad è effettivamente detestato dalla sua popolazione prima o poi cade, deve essere il campo a decidere, ma qualunque intervento esterno in realtà non fa che aggravare e complicare la situazione. Perché poi gli uni portano le armi a quelli, gli altri a quelli altri e così via e la cosa si prolunga invece di finire in tempi ragionevoli.
Le uniche soluzioni lecite sono quelle diplomatiche, quando si possono fare, se non ci sono le due parti hanno diritto di battersi.Adesso non c’è neanche più il diritto di battersi. Io non so se in Siria abbia più ragione Assad a difendere il suo potere o gli altri a volerlo abbattere, è il campo che deve decidere, perché sennò si creano sempre situazioni totalmente provvisorie. È come la Bosnia, appunto, che può esplodere in ogni momento, perché è stata una soluzione totalmente artificiale, anche se questo è un altro discorso."




martedì 18 dicembre 2012

Pronti a bombardare Siria e Iran

di Tonino D'Orazio  

Non tanto per le provocazioni occidentali con l’aiuto di Erdogan, il turco, ma perché si sta ripetendo per la terza volta un copione già conosciuto. Prima arrivano i servizi segreti e militari americani, inglesi e francesi, poi l’armamento pesante e le bombe per una nuova “rivoluzione“ o primavera islamica.
Un furto ben organizzato e mediaticamente spianato per la condivisione.
Appena Saddam chiese che il suo petrolio fosse pagato in euro e non più in dollari, il paese fu distrutto, occupato e il petrolio sequestrato.
Appena Ghedaffi ha chiesto che il suo petrolio fosse pagato in euro il suo paese è stato distrutto e occupato in nome delle nostre libertà estremamente democratiche e popolari di libero mercato che permette l’arricchimento di tutti. Popolo libero e petrolio sequestrato. Non si può avere tutto.
Ora il problema diventa più complicato.
In ogni continente sono nati dei giganti. Il Brasile in America del sud, insieme all'UNASUR (Unione delle Nazioni dell'America del Sud); la Cina e l’India in Asia, la Russia e i suoi satelliti (che cerchiamo di strappare alle nostre meravigliose ideologie liberiste) in Europa, il Sud Africa e la Cina in Africa.
Da alcuni mesi i famosi paesi del Brics (Brasile,Russia,India,Cina e Sud Africa) hanno costituito un loro “serpente monetario” per gli scambi commerciali tra loro, non utilizzando quindi il dollaro.
La guerra del dollaro contro i paesi emergenti e in forte sviluppo, non sfugge più a nessuno almeno a chi vuole capire veramente, passa attraverso la riduzione del forte potere attrattivo dell’euro. La borghesia europea medio alta ha scelto: meglio abbassare l’euro, terzo potente incomodo, e schierarsi con un dollaro e una politica neoliberista per il momento vincente e male che vada militarmente forte. La colonia europea, con in bocca sempre roboanti parole sulla democrazia, retta dalle destre in 23 paesi su 27, ha scelto il velenoso ombrello del grande fratello americano. Si è schierato con il dollaro perdente a breve termine.
Però adesso è successo il terzo fatto grave: la Cina snobba il dollaro e paga il petrolio iraniano in yuan, approfittando tra l’altro dello stupido, commercialmente parlando, embargo europeo (più che americano) sull’Iran.
Si può dire che è l’inizio di un nuovo ordine mondiale. Se Bretton Woods è stata per circa 30 anni (dal 1944 al 1971) il simbolo del nuovo ordine mondiale al termine della seconda guerra mondiale, dopo il 1971 il presidente Richard Nixon decise di interrompere la convertibilità del dollaro in oro, rimanendo il dollaro unica misura internazionale.
Oggi l'attuale isola di Kish. (situata a sud dell'Iran, nel Golfo Persico) potrebbe divenire il simbolo di un nuovo ordine mondiale.
Nel luglio 2011 il ministro del Petrolio ad interim iraniano ha inaugurato in questa piccola isola (20.000 abitanti) la prima Borsa al mondo dove è possibile acquistare e vendere petrolio senza avere un dollaro.
Di fatto, la prima superpotenza del pianeta, (ormai solo militare), questo nonostante un debito pubblico e un deficit elevatissimi, rischiano di perdere il metro di misura che allungavano e restringevano a piacimento: il dollaro. Perdere questo non se lo possono permettere nemmeno loro. Il loro stesso strapotere finanziario in fondo è di carta.
Non c’è due senza tre, rimane la guerra. I muscoli. Ma ormai i “nemici” sono troppo potenti.
La Cina ha comunicato che dal 6 settembre ha iniziato a compravendere petrolio in yuan (senza passare dal dollaro) per le forniture provenienti dalla Russia, e ciò in base a scambi nuovi con relativa certezza negli accordi del loro nuovo “serpente monetario”. Già da giugno alcune forniture giapponesi sono state pagate in yuan dalla Cina, sgretolando il potente accordo commerciale tra Stati Uniti e Giappone, quest’ultimo in gravi difficoltà economiche e strutturali di produzione, con un debito pubblico altissimo e alle prese con i disastri e le ultime difficoltà energetiche.
E’ ormai la Cina è il più grande acquirente di materie prime al mondo e potrebbe quindi in contropartita pagare in yuan, o in beni e servizi come sta avvenendo in tutta l’Africa. Tanto che il Sud Africa è stato quasi costretto ad aderire al Brics, pena l’essere soppiantato nel suo continente dove la faceva da padrone.
Non è finita, ma gli Stati Uniti, forti del cappio del FMI, sottovalutano l'ALBA, l’Alleanza Boliviana per le Americhe, che possiede anche una sua propria valuta, il SUCRE, che permette un commercio tra gli stati membri indipendentemente dal dollaro americano.
La miccia della prossima guerra potrebbe quindi essere la Siria. Israele, poverino, potenza nucleare fuori controllo internazionale, genocida e spesso fuori di testa, sta riscaldando i muscoli da parecchi mesi. Meno male che i possedimenti biblici non arrivavano fino al Tigri, all’Eufrate o al Tevere. Grave pecca nella loro motivazione politica espansionistica.
Erdogan non vede l’ora di avere la copertura della Nato, quell’organizzazione atlantica che ormai scorazza geograficamente dove gli pare, e comunque la Siria è un paese Mediterraneo.
E noi non potremo non dare loro man forte come per l’ex Iugoslavia e la Libia. Manca ancora l’appoggio della servile ONU, ma vedrete che non troveranno difficoltà sui cavilli.
Siamo pronti alla guerra, con un ministro della “Difesa”, un generale bombardarolo? Ci sarà la benedizione del garante costituzionale dell’art. 11 il grigio Napolitano? Ma certamente, non siamo più un paese di pace, e, se ricordo bene, da quando gli ex comunisti sono andati al governo.

mercoledì 26 settembre 2012

Mosca e Tehran rompono il monopolio Usa negli scambi sulle materie prime

Una decisione che avrà conseguenze non da poco sui rapporti diplomatici (e non solo) tra le grandi potenze. Un nuovo passaggio verso un mondo sempre più multi-polare.

di  Tommaso De Berlanga (il Manifesto)

La «guerra delle monete», denunciata dal ministro delle finanze brasiliano, Diego Mantega, una settimana fa, dopo i quantitative easing decisi quasi in contemporanea dalle principali banche centrali del pianeta (Europa, Usa, Giappone, Inghilterra) si arricchisce di una battaglia potenzialmente decisiva. La Cina ha reso noto che dal 6 settembre sta pagando in yuan il petrolio che compra da Iran e Russia.

Che c’è di male? Nulla. Solo che la moneta regina degli scambi nel mercato delle materie prime è da oltre 60 anni il dollaro. Non basta. La materia prima più scambiata a mondo è ovviamente il petrolio. Conseguenza logica (storica, politica, geostrategica): del dollaro si può fare a meno, se c’è un’alternativa. Che non è l’euro, ed anche questo ha la sua sporca importanza.
I dirigenti del Pcc cinese sono proverbiali per la loro prudenza. Non solo perché non è loro intenzione irritare oltre misura gli Stati uniti, notoriamente fumantini quando si mette in discussione con i fatti il loro dominio globale. C’è la ragione molto più prosaica che la Cina è anche il primo creditore degli Usa, e non le conviene affatto far «deprezzare» violentemente la moneta di cui detiene quantità immense nei propri forzieri. Eppure, hanno messo in essere il primo gesto esplicito che conduce dritto al taglio di una delle gambe su cui si fonda il potere globale Usa: il dollaro. L’altra è la potenza militare, con tanto di supremazia tecnologica. La prudenza, perciò, è un obbligo.
Cos’ha di particolare il dollaro? È l’unica moneta al mondo che può essere stampata in quantità arbitrarie senza intaccare più di tanto il suo valore. È così dall’estate del 1971, quando Richard Nixon «il bugiardo» revocò la convertibilità tra dollaro e oro su cui si reggevano gli accordi di Bretton Woods, del ’44. Da allora l’America scarica sul resto del mondo tutti i propri problemi: stampa dollari e gli altri paesi se li prendono come se fossero una «moneta rifugio». Un surrogato dell’oro, ma «creabile» in tipografia, senza i fastidiosi limiti della natura fisica.
Sull’isola di Kish, nel Golfo Persico, a pochi chilometri dalla costa iraniana, gli ayatollah hanno creato oltre un anno fa la prima borsa petrolifera con le quotazioni non espresse in dollari, Chi ha sottovalutato la portata del gesto ha fatto male i conti. Che il mercato delle materie prime diventi un luogo in cui «più monete gareggiano» – ci scusi Mao Zedong per la parafrasi – è qualcosa di più di un gesto simbolico. È la creazione di una circolazione alternativa, di una «via di fuga» per monete nazionali – o continentali – che rischiano sempre di essere strozzate dalle oscillazioni «politiche» del dollaro.
Non è difficile immaginare che molto presto – questione di settimane, non di mesi – per altre materie prime minerali, estratte da altri paesi in altri continenti, si potrà fare una scelta simile. Vale per l’America Latina che da tempo ha scelto di «autonomizzarsi» dall’invadente e invasore vicino del Nord. Vale per l’Africa, che da altrettanto tempo si vede attraversare da guerre per delega, in territori ricchi nel sottosuolo, senza mai vedersi restituire alcunché in termini di infrastrutture stabili. Quelle infrastrutture che i cinesi costruiscono oggi quasi come un omaggio, che diventerà un vincolo nel prossimo futuro.
Qualcosa si sta rompendo nell’ordine globale. E non era previsto, quando la globalizzazione era ancora saldamente nelle mani dell’Occidente.