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lunedì 21 settembre 2015

E adesso, povero euro?

E adesso, povero euro? 

Come si vede, le argomentazioni sul discorso euro, se uno ci si impegna un po' possono essere corpose e soprattutto rilevanti e solo la realtà emetterà un giudizio definitivo. 

A prescindere da come la pensiamo, quello che emerge con chiarezza però e  che mi pare lamentevole, è la pochezza delle argomentazioni della sinistra "visibile", cioè quella per capirci dei professori e delle Altre Europe. 

Non voglio ripetermi ma qui il discorso è liquidato con un surplus di ideologia è un minus di logica. 

Il dibattito ...si

di Alberto Bagnai da goofyeconomics 

(da Mimmo Porcaro ricevo e pubblico con immenso piacere, ricordando altresì che questo documento è stato diffuso anche attraverso la newsletter 'rifondazione no-euro' di ieri, 28 novembre 2013. Forse non tutti si spiaggeranno...)
Lasciamolo dire al Sole 24 ore, un giornale che per la sua funzione non può permettersi di raccontare troppe frottole: “Chi si illudeva che il ritorno dei socialdemocratici al governo avrebbe ammorbidito le politiche di rigore di Angela Merkel si ritrova smentito su tutta la linea: niente allentamenti, né mutualizzazione dei debiti, né solidarietà finanziaria Ue nell’unione bancaria se non come ultimissima spiaggia. Silenzio sulla crescita europea (che non c’è). Invece contratti Ue vincolanti sulle riforme degli altri”. Così Adriana Cerretelli, addì 28 novembre.


Capito? Il PD ha sempre saputo che le cose sarebbero andate così, e farà finta che sia ancora possibile ottenere, assieme al rigore, la sospirata crescita. Non si tratta di illusioni, si tratta di fare il proprio mestiere, che è, per il PD, quello di tenere i lavoratori italiani dentro la gabbia del capitalismo euroatlantico. Ma che dire della sinistra sedicente radicale, che ancora continua a coltivare speranze analoghe? “Beh – mi si risponderà – ma noi non speriamo certo nel rinsavimento della Merkel, contiamo piuttosto sulla lotta dei lavoratori europei…” . Appunto: se la Grosse Koalition tra socialdemocratici e conservatori è tirchia sull’Europa, è invece più generosa sul fronte interno. I patti prevedono infatti l’instaurazione di un salario minimo ed un allentamento delle restrizioni in tema di pensioni. Poca cosa, certo: ma cosa rilevantissima perché in assoluta controtendenza rispetto all’andazzo attuale. Insomma, diciamola chiara: con i sovrapprofitti garantiti anche dal poter godere, grazie all’euro, di una permanente svalutazione della propria moneta (quella svalutazione che, chissà perché, per l’Italia dovrebbe essere peccato capitale), la Germania finanzia il rafforzamento dell’adesione dei lavoratori tedeschi al suo modello mercantilista. Cosicché lo “spazio europeo” dimostra ancora una volta di non favorire affatto l’unità dei lavoratori, e quindi la costituzione del fronte sociale che dovrebbe democratizzarlo. Anzi.

Ma che ne è dell’altro paladino della cosiddetta Europa sovranazionale, che ne è di quel Mario Draghi che dovrebbe difendere l’euro (questo presunto “spazio avanzato” della lotta di classe) contro la miopia della Germania? Vediamo, vediamo:... “Mario Draghi non  ha bloccato la proposta di alcuni membri dell’Esbr, l’autorità per i rischi sistemici, di prevedere una valutazione del rischio superiore a zero per i titoli di stato detenuti dalle banche. E, ovviamente, che tali rischi siano ponderati in modo diverso di stato in stato, con i titoli dei paesi virtuosi ad essere valutati più sicuri di quelli dei Piigs.” Se questa scelta venisse confermata – continua Investireoggi, un sito di consulenza finanziaria che, anch’esso, non può raccontare troppe frottole – ciò “equivarrebbe a dire agli investitori che anche per la BCE i BTp ei Bonos non sono così sicuri come i Bund tedeschi. E perché mai dovrebbero acquistarli, se la stessa banca centrale li declassa?”. 

Inoltre Weidmann, il presidente della Banca centrale tedesca, “avverte Draghi che se intende andare avanti sulla strada della supervisione bancaria unica e centrale, non sarà lui a guidarla. La Germania uscirà dal cilindro [chiedo scusa per il pessimo italiano, ma io non c’entro… M.P.] l’ennesimo organismo sovranazionale e ufficialmente super-partes, per evitare che i bilanci delle sue banche siano giudicati dal board della BCE, dove ormai i tedeschi sono finiti in minoranza, come ha dimostrato l’ultimo voto di novembre con il taglio dei tassi avversato dalla Bundesbank e da pochi altri. E la BCE potrà anche scordarsi nuove misure di stimolo monetario, perché il discorso del governatore tedesco era tutto improntato ad evidenziare i difetti di simili provvedimenti, che non sarebbero tollerati da Berlino, dopo il taglio dei tassi di meno di venti giorni fa”.

Capito l’aria che tira? Mario Draghi preferirebbe tenere in piedi la zona euro, forse per evitare che una sua disgregazione ostacoli il prossimo – e per noi micidiale – trattato di partnership euro-americana. Ma Berlino, nonostante possa lucrare molto dalla moneta unica, non le sacrificherà mai la propria autonomia strategica.

Non c’è niente da fare, dunque: la sinistra radicale (se davvero vuole essere sinistra e se davvero vuole essere radicale) deve rassegnarsi a deporre la vetusta retorica dell’Europa sociale, dei movimenti, della lotta di classe continentale, per affrontare con coraggio i propri compiti storici. Ossia la ridefinizione della posizione internazionale del Paese. L’elaborazione di un nazionalismo difensivo e democratico-costituzionale come base di un’alleanza del Sud, e poi di un’Europa confederale. La riscoperta dei pregi dell’economia pubblica contro le illusioni privatistiche (comuni anche a tanto “privato sociale”, a tanta “economia alternativa”). La costruzione di  un’alleanza trai lavoratori che oggi seguono il PD e quelli che oggi seguono il centrodestra, su un programma che mescoli pianificazione per i grandi gruppi e (vero) mercato per le PMI, innovazione scientifico-tecnologica e democrazia industriale, valorizzazione dell’immenso patrimonio paesistico-culturale dell’Italia ed espansione razionale del lavoro pubblico.

Capiamolo una buona volta: lo rompano i Piigs o lo rompa la Germania l’euro finirà. Saremo allora costretti a riscoprire la serietà, la difficoltà, la durezza di una effettiva posizione di sinistra, dunque socialista.



(standing ovation!)



(sono in corrispondenza con Mimmo Porcaro da alcuni mesi. Prima di pubblicare l'insulsa articolessa che ricorderete, Riccardo Bellofiore mi aveva segnalato che Porcaro, ai seminari di Rifondazione, era stato l'unico economista "di area" a non esprimersi con risolini sprezzanti nei vostri riguardi - e in subordine nei miei. Ora, a me se qualche demente finge di non capire per tatticismo politico, sinceramente non fa né caldo né freddo. Ma che irridendo me il demente di turno irrida anche lui, o lui, o lui, o tanti altri, ecco, questo un po' mi infastidisce. Faremo tutto un conto. Un giorno saranno in tanti a volere il proprio nome iscritto sul muro dei giusti, cioè su questo blog, ma non tutti se lo saranno meritato. Mimmo sì, perché ci ha difeso in tempi non sospetti e rischiando l'ostracismo del suo partito. Me lo ero però dimenticato. Poi, il 15 settembre, mandai a Stefano Pezzotti, il compagno che aveva organizzato l'incontro di Casal Bertone, questo sms:

Te lo dico con affetto e disperazione: mi tocca veramente diventare fascista per tirare fuori l'Italia da 'sta merda? Qui chiamano tutti, il più a sinistra è Crosetto. Ma che aspettano/ate?

Stefano mi chiamò e mi disse che c'era un intellettuale "d'area" che si stava dando da fare per ricondurre alla ragione er Nutella. Io pensai: "Be', se c'è un'area, magari non ci sarà una grande base, ma potrebbe esserci una certa altezza...", e chiesi a Stefano di metterci in contatto. Lo scritto qua sopra dimostra che la geometria politica in effetti ha le sue regole, che però possono ammettere eccezioni: sono sicuro che nei tempi molto oscuri che si aprono riuscirà ad avere una grande base solo chi avrà dimostrato una certa altezza. Astenersi infimi.)

(...ah, ovviamente un plauso a Mimmo anche per essersi esposto sul blog di quel fascista di Bagnai. O ero un sellino? O un monarchico? O  un grillino? O un leghista? O un leccaculo di Fassina?... Non lo so. Una cosa la so, e la dico una volta sola. Avviso agli escrementi: non ho tempo per schiacciarvi tutti su questo blog, che merita contenuti più alti. Finora avete ragliato in pace. Ora ho un avvocato. Il prossimo che se ne esce con "Bagnai fascista", soprattutto se è un piddino da quattro soldi, cioè un difensore del più spietato progetto liberista portato avanti nella terza globalizzazione, mi darà tanti, ma tanti, bei soldini, che darò in beneficenza a me stesso per tutto il lavoro che ho fatto e che merita rispetto, come merita rispetto Mimmo per il lavoro che sta facendo e che mi restituisce un barlume di speranza. Chiaro?)

(...p.s.: l'uso del verbo uscire in senso transitivo è ammesso in alcune circostanze, vero Ro?)

(last but not least: Cerretelli forever...)

(anche se in effetti non è così strano che i giornali dei padroni dicano la verità più spesso di quelli dei servi. E a questi ultimi affettuosamente ricordo che da servi a schiavi è un attimo, ed è irreversibile... Non come l'euro!)

domenica 20 settembre 2015

L'euro preso sul serio

Euro si Euro no, continua il confronto tra Bagnai, Bellofiore Garibaldo e Porcaro  
Dopo l'articolo di Bellofiore e Garibaldo a commento critico del libro di Alberto Bagnai "il tramonto dell'euro", pubblichiamo l'intervento di Mimmo Porcaro.
Qui di seguito il suo articolo, buona lettura

L'Euro preso sul serio 


di Mimmo Porcaro da controlacrisi

La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro, né dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.

Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili. A nulla serve quindi che Bagnai ci tranquillizzi mostrando (ed in maniera non convincente, secondo i due critici) come le svalutazioni di ieri non siano affatto state catastrofiche: quelle di oggi lo potrebbero essere.
Bagnai, se crede, saprà senz’altro rispondere molto meglio di noi a queste critiche. Qui ci limitiamo a dire che, da punto di vista di chi propende per l’uscita dall’euro, esse non sembrano risolutive. E’ infatti ben probabile che la crisi europea, nei suoi peggiori aspetti, sia un effetto di quella statunitense: ma il punto è che l’Unione europea – nata anche, nelle illusioni di qualcuno, per temperare il potere di Washington e quello dei mercati finanziari – non è riuscita a far muro contro l’onda lunga della crisi atlantica (ed anzi alla fine l’ha usata per disciplinare i paesi del sud). Il punto è che sono stati proprio gli squilibri trai paesi europei (lasciati volutamente irrisolti dai vertici dell’Unione) ad aggravare gli effetti della crisi esponendo la parte debole del continente alla speculazione. Essendo una “moneta senza stato”, ossia non essendo l’espressione di un vero stato unitario, l’euro ha infatti lasciato sguarniti gli stati più deboli: è servito a suo tempo a togliere sovranità monetaria (e quindi strumenti di manovra) a quegli stati ma non è servito, al momento del bisogno, a sostituirla con la garanzia dell’appartenenza ad una forte comunità economica.
Inoltre, se è certamente vero che la sovranità monetaria e la possibilità di svalutare possono tranquillamente essere messe al servizio di politiche che fanno aumentare le esportazioni e i profitti senza indurre investimenti (e quindi senza creare lavoro, domanda interna, ecc.) è altrettanto vero che nella situazione attuale entrambe si presentano ormai come condizione necessaria, anche se certamente non sufficiente, per qualunque tipo di politica economica che voglia anche solo moderatamente intervenire sui meccanismi di formazione del capitale, e poi sulla sua destinazione. Per quanto male si possa dire della svalutazione (ma Bagnai ci ha spiegato con sufficiente chiarezza in che senso essa possa essere considerata un meccanismo fisiologico, e non un atto criminale) è evidente a tutti che un paese che è ormai in deficit commerciale permanente, come il nostro, non può essere condannato in eterno ad avere la stessa moneta di un paese in surplus. Anche perché, corrispettivamente, il paese in surplus ha la stessa moneta di un paese in deficit: insomma l’euro è sopravvalutato rispetto all’economia italiana e sottovalutato rispetto a quella tedesca, e così inibisce le esportazioni di chi dovrebbe aumentarle e favorisce quelle di chi già esporta. Se a ciò si aggiunge che gli squilibri commerciali sono anche e soprattutto squilibri tra crediti e debiti (cosa essenziale, a cui Bellofiore e Garibaldo non danno qui sufficiente risalto) e che questi implicano che il denaro costi di più nei paesi più deboli, appare chiarissimo anche a chi economista non è che l’euro funziona come un meccanismo che fa star peggio chi sta male e fa star meglio chi sta bene, rendendo impossibile ai primi di accumulare capitale da investire e consentendo ai secondi di attrarre capitale nei propri confini. Funziona come un vantaggio competitivo permanente per le economie già forti, aumenta necessariamente gli squilibri, rende molto difficile saldare i debiti e quindi condanna alcuni paesi alla subordinazione costante. Ed in questi paesi condanna soprattutto i lavoratori: perché se non si svaluta la moneta e se la carenza di domanda e di capitali deprime l’innovazione, la competitività può essere cercata solo svalutando i salari.

L’uscita dall’euro si presenta quindi non certo come la salvezza, ma come la condizione preliminare di ogni tipo di politica economica e di ripresa produttiva. Bellofiore e Garibaldo insistono sul fatto che la bilancia commerciale non fa che registrare i rapporti tra le imprese, e che i problemi di questi rapporti non si risolvono agendo sulla bilancia stessa, ma intervenendo direttamente sulla produzione industriale, sull’innovazione ecc. . In tal modo si connettono a quel particolare modo di eludere la questione dell’euro che consiste nel dire, con Marx, che la moneta è frutto dei rapporti sociali, e che quindi prima si devono trasformare tali rapporti e solo dopo, semmai, si parlerà della forma monetaria che ne è espressione. Ma in tal modo non si capisce, a differenza di Marx, che la moneta non è soltanto espressione, bensì anche forma concreta di funzionamento di determinati rapporti sociali: rapporti che non possono essere modificati se non si modifica anche la moneta stessa. Cosicché, intervenendo sull’euro, in realtà si interviene direttamente (anche se non conclusivamente) sulle relazioni tra classi e tra Stati di cui l’euro è espressione e modalità di esistenza. E, nel nostro caso, si offre alla nostra economia quel po’ di respiro che consente di intervenire sui nodi effettivamente cruciali della formazione del capitale (che oggi deve tornare ad essere in buona misura pubblico), dell’innovazione (che richiede un forte e centralizzato intervento statale), del salario (che deve crescere grazie a nuova occupazione e grazie al riconoscimento del ruolo imprescindibile del lavoro nella gestione dell’innovazione stessa). Tutte cose impossibili se non c’è (o se non si può creare) denaro.

Ma, avvertono i due critici, uscire dall’euro e svalutare ci esporrebbe, oggi, ad incertezze e rischi molto maggiori di quelli di ieri, e di quelli che Bagnai sembra immaginare. Questo è un punto di analisi importante, su cui concordiamo: nell’attuale situazione di turbolenza mondiale un’operazione di riconquista, anche parziale, della sovranità monetaria, comporta conseguenze e controeffetti che devono essere assolutamente presi in considerazione. Vuol questo dire che si debba perciò rinunciare all’exit? No: vuol dire che la cosa deve essere affrontata sapendo che l’uscita non è la soluzione definitiva ma l’apertura di nuovi problemi, problemi che potranno essere affrontati solo grazie ad un programma economico e politico assai serio, capace di attrare a sé un forte consenso popolare. E che essa implica, per avere un significato di sinistra, misure radicali quali: indicizzazione dei salari, controllo dei prezzi e del movimento dei capitali, nazionalizzazioni, forte politica industriale, e – last but not least – sganciamento del nostro paese dal riferimento preferenziale al capitalismo atlantico e conseguente apertura al sud europeo, al mediterraneo, ai Brics. Non quindi, come temono Bellofiore e Garibaldo, un semplice ritorno alla nazione, ma la creazione di un nuovo spazio internazionale. Un passaggio molto radicale, certo, che proprio per questo fatica ad essere proposto e tentato. Un passaggio ricco di incognite, nel quale ci impegneremo solo quando la situazione sociale diverrà insopportabile. Ma nel restare fermi non ci sono incognite: c’è piuttosto la certezza di andare verso il completo impoverimento del paese.

Qual è, invece, la soluzione proposta da Bellofiore e Garibaldo? Essi riconoscono, e non è poco che “la sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari, senza per altro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi, fuori dalla tempesta, su base stabile”. Prevedono però che, grazie alle OMT di Draghi (le misure che consentono – in forme limitate ed in cambio di duri sacrifici – l’acquisto di titoli di stati in difficoltà da parte della Bce) non vi sarà nessuna precipitazione della crisi della moneta unica. E propongono di puntare non già allo smantellamento dell’euro, ma ad una sua radicale riforma, oppure alla sua sostituzione con una moneta comune, come risultato di una lotta di classe non rinchiusa negli spazi nazionali, ma finalmente dispiegata su scala sovranazionale.
Possiamo parzialmente concordare sul fatto che non sia alle viste alcun crollo imminente dell’euro. Non tanto perché le misure di Draghi abbiano finalmente dato (come pensano i nostri due interlocutori) una dimensione almeno parzialmente sovranazionale alle scelte economiche europee: in realtà gli stati in difficoltà possono ottenere gli acquisti di bond da parte della Bce solo se tutti gli altri stati sono d’accordo sulle loro intenzioni di “risanamento”. Piuttosto conta il fatto che al momento nessuna frazione delle classi dominanti europee ha veramente interesse a rompere la macchina: non la Germania, che ci guadagna, non le classi dirigenti italiane e sudeuropee, che grazie al ”vincolo esterno” sono ormai felicemente dispensate dal render conto ai propri elettori, non i nostri grandi capitalisti, che in Europa trovano se non altro uno spazio consono alle politiche di privatizzazione che li hanno rimpinguati. Nella situazione attuale, e a meno di particolari shock economici, la fine dell’euro può essere provocata solo da una ribellione sociale dei popoli europei e da una direzione politica che sappia indicare con chiarezza sia gli obiettivi che le forme dell’azione.

Quanto agli obiettivi, diciamo subito che l’idea di una “moneta comune” europea non ci convince affatto. Non soltanto perché è difficilmente comprensibile e comunicabile, laddove un secco “no euro” sarebbe molto più efficace. Ma perché questa idea, che nasce per risolvere il problema degli squilibri fra le diverse economie nazionali, presuppone, per essere attuata, che quegli squilibri siano già stati magicamente superati. Nella versione più diffusa (che è quella di Frédéric Lordon) l’euro sarebbe una vera e propria moneta-merce solo nelle relazioni tra economie europee ed estero. All’interno varrebbero le monete nazionali – inconvertibili tra di loro e con la valuta extraeuropea – e l’euro sarebbe solo una moneta scritturale che regolerebbe i rapporti trai diversi paesi europei, rapporti che prevedono la negoziazione continua di svalutazioni e rivalutazioni e/o (ma ciò è più chiaro in altre versioni) meccanismi che impongano il risparmio a chi è in deficit ma anche la spesa a chi è in surplus. Ora, a parte il fatto che, restando intatte le attuali gerarchie tra economie europee, l’obbligo formale alla negoziazione delle svalutazioni favorirebbe inevitabilmente le arre più forti, c’è il fatto macroscopico che, essendo la moneta comune una valuta puramente scritturale e quindi non una merce, essa non è tesaurizzabile e quindi cozza inevitabilmente contro gli interessi del creditore, il quale vive proprio dell’essere il detentore di una merce particolare: il denaro. E creditori sono, in Europa, lo stato più forte e la frazione più significativa del capitalismo, quella bancaria. “Fare” la moneta comune significherebbe quindi aver messo in un angolo Germania e banche, e quindi aver già distrutto l’Unione per quel che oggi è.

Quanto alle forme d’azione, infine, qui si manifesta una delle più grandi illusioni ancora accarezzate dalla sinistra radicale: quella secondo cui uno spazio “più grande” sia necessariamente uno spazio più favorevole alla lotta dei lavoratori e dei movimenti civili. Per cui, se c’è la globalizzazione, viva la globalizzazione: tanto la democratizzeremo “dal basso”. E se c’è l’Europa, viva l’Europa: tanto la trasformeremo in Europa “sociale”. Peccato che sia l’una che l’altra abbiano messo in competizione i lavoratori di tutto il mondo, e che l’Europa, lungi dall’essere semplicemente uno spazio “più ampio” e quindi per ciò stesso (chissà perché) migliore, abbia mostrato di essere piuttosto un meccanismo che più funziona più rende impossibile la propria democratizzazione, perché frantuma il soggetto che dovrebbe “migliorarla”. Lo squilibrio, santificato dall’euro, fra economie e stati europei si traduce infatti in una divisione dei lavoratori: tra chi dal mercantilismo ossessivo ottiene almeno qualche briciola e chi paga solo dazio. E tutto ciò non può che aggravarsi.
Vogliamo dire che siamo contro le lotte su scala europea? Tutt’altro. Si facciano, si organizzino. Anzi: i gruppi dirigenti della “sinistra-sinistra” si abituino a passare il 70% del loro tempo in Europa o comunque a dedicarlo all’organizzazione di movimenti continentali. Dimostrino così che il richiamo all’Europa ed al mondo non è più, come a volte è stato per tutti noi, un trucco per non impegnarsi in cose concrete. Si faccia tutto ciò: ma il risultato positivo di questa azione sarà, con le inevitabili eccezioni, un movimento soprattutto sudeuropeo, che sarà infine inevitabilmente indotto a proporre quantomeno un’uscita regolata e consensuale dalla moneta unica, pur nel quadro di permanenti accordi cooperativi.

E si faccia comunque presto, perché altre minacce incombono, forse peggiori dello stesso euro. Fra poco tutta la costruzione europea mostrerà di essere stata solo la preparazione di un’area atlantica di libero scambio, un’area che imporrà alle nostre produzioni gli standard statunitensi, imporrà definitivamente ai nostri stati di privatizzare praticamente tutto, renderà più acuta la concorrenza tra lavoratori. L’esistenza di un’area europea come spazio già predisposto al libero afflusso dei capitali è lo scivolo che ci porta dritti alla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e non è escluso che l’insistenza di Draghi a tenere in piedi l’euro ricorrendo addirittura a misure “non convenzionali” sia dovuta anche al desiderio di non far fallire questo grande progetto che, pietra tombale sulla globalizzazione, coinvolgerebbe definitivamente il nostro Paese, ridotto a misera periferia, in un conflitto con quei Brics che invece dovremmo imitare quantomeno sul punto del controllo dei capitali.
Ogni giorno, ogni secondo in più di sopravvivenza dell’euro ci avvicina irreversibilmente alla TTIPP, e quindi alla distruzione integrale delle basi sociali ed istituzionali per l’azione efficace di una qualunque vera sinistra: è bene che gli “amici” dell’euro tengano conto anche di questo.