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giovedì 7 aprile 2016

Lo scontro di civiltà come arma pop di atomizzazione di massa

da orizzonte48 via Ubu Re  
                
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Introduzione - Imperialismo globale, menti elementari e fallacia fallaciana.

«I work for a Government I despise for ends I think criminal» «Lavoro per un Governo che disprezzo per finalità che ritengo criminali»
John Maynard Keynes, a proposito del governo britannico, in una lettera a Duncan Grant del 15 dicembre 1917 


Ricordiamo come – stando con Braudel – le correnti della Storia fluiscano a velocità diverse: ed invece, ci troviamo a constatare come la comune esperienza porti a credere che «geografia, civiltà, razza e struttura sociale» siano un dato di fatto. Oggetti immutabili, come le leggi stesse che li governano.

I motivi sono principalmente due: il primo – come sconsolati dovettero prendere atto Marx ed Engels – è che l'ignoranza della storia è diffusissima [1] anche in gran parte delle classi più istruite; il secondo, invece, lo aveva ben chiaro Adolf Hitler: i dominati con «un cervello illuminato da alcune nozioni di storia, giungerebbe a concepire alcune idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio» [2].

Cioè, i dominanti, per il proprio piacere – nell'accezione orwelliana di ebbrezza del potere – opprimono masse sterminate di persone umane con una serie di strategie più o meno raffinate con cui gestire e coniugare il più ampio divario possibile nella distribuzione di benessere-potere tra classi, e il più ampio divario numerico possibile tra componenti delle classi stesse.

Ovvero, stando con Adam Smith: «Tutto per noi stessi, e niente per gli altri, sembra, in ogni epoca del mondo, essere stata la vile massima dei dominatori del genere umano».



1 Socrate, la manipolazione emotiva e il branco: “lo spillo di Zinoviev” nell'incrinare il delicato equilibrio tra ragione ed emozioni.

«La differenza sostanziale tra emozione e ragione è che l’emozione porta all’azione, la ragione a trarre conclusioni», Donald Calne
 
1.1. La scienza e la tecnica possono permettere – come propongono A.Huxley o B.Russell – di incrementare ulteriormente questi divari, limitati storicamente dalla resistenza dei dominati ad accettare ulteriore sofferenza e dolore senza ribellarsi.
 
Hitler, che altro non è che un ottimo archetipo di “dominatore” – nonostante la storiografia non faccia altro che evidenziare i suoi forti tratti psicotici piuttosto che quelli di legittimato rappresentante di interessi particolari di classe – riflette questo modus cogitandi delle classi dominanti: l'ignoranza – ovvero la creazione massiva di menti elementari – è naturale obiettivo di chi si trova in posizione egemonica.

L'ignoranza più terribile – così come la schiavitù più terribile “è di colui che crede di essere libero” [3] – è quella di coloro che “sanno di sapere”: una più o meno ampia erudizione priva di una naturale struttura logica e valoriale [4], può essere il più grande strumento anti-cognitivo riservato alla classi subalterne più istruite.

1.2. La destrutturazione logica e valoriale delle classi dominate è semplicemente ottenibile tramite il marketing emozionale, ossia quell'evoluzione della manipolazione freudiana delle debolezze inconsce, o dello sfruttamento delle reazioni pavloviane, insistendo particolarmente sulle dinamiche di gruppo come, ad esempio, quelle più irrazionali legate al senso di appartenenza.

I mezzi di comunicazione di massa sono – nella loro naturale struttura del tipo “pochissimi che producono contenuti, una grande maggioranza che li consuma” – lo strumento tramite il quale quel minimo di istruzione dei dominati viene sterilizzata, e l'opinione “pubblica” viene spinta ad identificarsi con quella “privata”: ovvero, il “pensiero-obiettivo” della classe dominante viene iniettato dai media nella coscienza della comunità sociale dominata.

Gli interessi confliggenti delle diverse classi vengono rimossi dalla coscienza stessa degli oppressi.

(Nota: la cultura non si consuma: la si vive)

1.3. Quindi possiamo assumere come archetipo [5] per analizzare il pensiero della classe dominante quello espresso da Hitler che, prima di essere stato figura carismatica esponenziale dell'ideologia nazista, è stato figura paradigmatica in quanto esponente di interessi materiali di classe: quelli – appunto – della classe dominante.

Poiché Hitler rappresentava, ma non apparteneva, né alla classe nobiliare né a quella capitalista, con la sua immagine poteva tendenzialmente manipolare più facilmente le classi subalterne, trasformando i sentimenti revanscisti di classe in aggressività imperialista, trasformando l'identità nazionale in identità razziale: il revanscismo e il patriottismo si trasformavano dialetticamente in un feroce imperialismo, portato alle sue estreme conseguenze per mezzo delle sovrastrutture ideologiche edificate intorno all'eugenetica.

Le classi subalterne – tramite l'ingegneria sociale goebbelsiana – erano soggette ad una collettiva identificazione con l'aggressore, ovvero con la classe dominante, di cui finirono per abbracciare in toto l'etica [Nota: morale come Super-Io “ingegnerizzato”].

1.4.
Questo è il meccanismo che sta alla base tanto del consumismo quanto del razzismo.

È comune a tutta l'esperienza coloniale; da una parte deresponsabilizza le classi dominanti, che identificano a loro volta se stesse [contro-transfert] con l'imbruttimento morale dei dominati: «vedete che voi al posto nostro fareste la stessa cosa?»; dall'altra permette di far accettare il “codice Manu" in versione “occidentale”, per cui al sangue-razza è attribuito valore immutabile, che giustifica l'ipostatizzazione dell'ingiustizia sociale assurta a fondamento ordinamentale costituito: tanto a livello nazionale, quanto a livello internazionale.



2 – Imperialismo angloamericano e nazifascismo: dall'identica struttura alle similitudini sovrastrutturali.

2.1. Come nella tradizione angloamericana e liberale, Hitler – grazie alla narrazione terroristica sulla “sicurezza nazionale” – propaganda che: «la sicurezza dell'Europa non sarà assicurata se non quando avremo ricacciato l'Asia dietro agli Urali» [6], mentre – come è ovvio – cerca nel Lebensraum un'area coloniale in cui imporre trattati di libero scambio: «Lo spazio russo è la nostra India. Come gli inglesi, noi domineremo questo impero con un pugno di uomini» [7].

Il Grossraum è strutturalmente niente altro che una grande area in cui è possibile imporre “liberamente” accordi commerciali: questo è, di converso, il significato di “libero” che può essere assegnato al significante “free” di free trade. [Nota: mercato “libero” di espropriare]

Infatti, seguendo la logica liberoscambista e ricardiana dei vantaggi comparati, Hitler calcola che: «La Romania farebbe bene a rinunciare nei limiti del possibile ad avere un'industria propria. A questo modo dirigerebbe le sue ricchezze del suo suolo e, specialmente il grano, verso il mercato tedesco. In cambio riceverebbe da noi i prodotti manifatturati di cui ha bisogno. La Bessarabia è un vero granaio. Così scomparirebbe quel proletariato romeno che è contaminato dal bolscevismo» [8].

(Prestiamo attenzione al fatto che “bolscevismo” è una sineddoche per intendere “socialismo”, ossia coscienza politica e di classe che si fonda sulla dignità del lavoro: di converso, si nota che sarebbe accorto per il lavoratore e per il produttore del nostro tempo, evitare di chiamare “socialista” o “comunista” la sinistra politica liberale, liberoscambista o – stessa cosa – “federalista”)

2.2. Infatti, sempre sulla falsa riga della politica liberale angloamericana, Hitler esprime il genere di sovrastrutture atte al dominio imperialista [9]:

«Per dominare i popoli che abbiamo sottomesso nei territori a est del Reich, dovremo di conseguenza rispondere nella misura del possibile ai desideri di libertà individuale che essi potranno manifestare, privarli dunque di qualsiasi organizzazione di Stato e mantenerli così a un livello culturale il più basso possibile.»

Ovvero: se sarà possibile, ai popoli sottomessi sarà concesso qualsiasi tipo di “diritto civile”, in quanto diritto individuale ad effetto anestetizzante per il disagio sociale (cfr. “diritti cosmetici”); ma l'ignoranza deve essere il più possibile dilagante in modo che – poiché i diritti sociali sono strettamente connessi ai diritti politici – si potrà contare su comunità sociali atomizzate e incapaci di organizzarsi politicamente per avanzare pretese di carattere economico e sociale.

Il Führer – ben informato sul paradigma liberoscambista dell'imperialismo anglosassone – prosegue:

«Bisogna partire dal concetto che questi popoli non hanno dovere che servirci sul piano economico. Il nostro sforzo deve dunque consistere nel trarre dai territori che essi occupano tutto quanto se ne può trarre. Per impegnarli a consegnarci i loro prodotti agricoli, a lavorare nelle nostre miniere e nelle nostre fabbriche d’armi, li adescheremo aprendo un po’ dappertutto spacci di vendita nei quali potranno procurarsi i prodotti manifatturati dei quali abbisognano».

2.3. Questo, come è stato ampiamente trattato, è la semplice conseguenza di ciò che accade naturalmente alla periferia di un Paese che viene costretto ad entrare in un'area di libero scambio.

Paragrafo 2.4: «Alla polarizzazione della ricchezza tra classi, si affiancherà la polarizzazione di potere politico, economico e militare, tra centro e periferia; la tecnologia fornisce un alto valore aggiunto alla produzione e un vantaggio militare, e le aree che vedono il proprio tessuto industriale irreversibilmente compromesso dovranno esportare tendenzialmente materie prime, nel caso non ne fossero in possesso, dovranno esportare il fattore lavoro: ovvero favorire l'emigrazione.»

Sull'emigrazione ci torniamo nel paragrafo conclusivo.

  

2.4. Ricordiamoci inoltre che l'euro – ovvero la “moneta unica europea” – era già stata progettata dalla Germania nazista. L'inquietante piano Funk.

Infatti, Adolf Hitler prosegue nella versione austriaca dell'anarco-libertarismo, che ricorda tanto l'americano ultra-liberista Rothbard:  

«Se vogliamo preoccuparci del benessere individuale di ognuno, non otterremo alcun risultato imponendo loro un’organizzazione sul modello della nostra amministrazione [cfr. «lo Stato brutto e cattivo che limita la “libertà personale”», “The road to serfdom”, ndr]. In tal modo non faremmo che attirarci il loro odio. Infatti, quanto più gli uomini sono primitivi, tanto più avvertono come una costrizione insopportabile qualsiasi limitazione della loro libertà personale. Dal nostro punto di vista, l’altro difetto di una tale organizzazione sarebbe di fonderli in un blocco unico [cfr. «Stato-nazione brutto, nazionalismo brutto, ecc», ndr], di dar loro una forza di cui si servirebbero contro di noi [ma pensa un po', chi lo avrebbe mai detto..., ndr].
In fatto di organizzazione amministrativa, il massimo che si possa loro concedere è un’amministrazione comunale [cfr. con «evviva il federalismo, partiamo dal basso, dai comuni a cinque stelle, ecc.», ndr], e unicamente nella misura in cui ciò è necessario al mantenimento di un determinato potenziale di lavoro, ossia il potenziale indispensabile ad assicurare i bisogni elementari dell’individuo [quest'ultima definizione corrisponde all'equilibrio malthusiano, e ci si ritornerà in altra occasione, ndr].

2.5. Insomma, Hitler insiste sull'ovvietà per cui l'individualismo metodologico su cui è fondato tutto [10] il liberalismo, non è altro che una narrativa funzionale al controllo sociale: l'atomizzazione della società non permette coscienza di classe, ovvero coscienza politica.

Se a livello sovrastrutturale “l'individualismo metodologico” e il liberalismo sono fondamentali, come ampiamente dimostrato dall'imperialismo anglosassone, la struttura liberoscambista deve veder elevate istituzioni di tipo federale e macroregionale; infatti insiste:

«Ma, nel creare tali comunità di villaggi, dovremo procedere in modo che delle comunità vicine non possano fondersi tra loro. Per esempio, avremo cura di evitare che una chiesa unica serva un ampio territorio. Insomma il nostro interesse sarebbe che ogni villaggio avesse la propria setta, che coltivasse la propria nozione di Dio. E se, come gli indiani e i negri, alcuni avessero a celebrare culti magici, non ci dispiacerebbe affatto. Dobbiamo moltiplicare, nello spazio russo, tutte le cause di divisione».

2.6. Divide et impera: seguendo per filo e per segno le orme della tradizione liberale e federalista angloamericana.

«Solo ai nostri commissari spetterà di sorvegliare e dirigere l’economia dei paesi conquistati – e ciò che ho detto deve applicarsi a tutte le forme di organizzazione. E, soprattutto, che non si veda spuntare la ferula dei nostri pedagoghi, con la loro mania di educare i popoli inferiori e la loro mistica della scuola obbligatoria! Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non fosse altro che a leggere e scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire alcune idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio.»

Insomma, i federalisti europei – finanziati lautamente dall'imperialismo globale a trazione USA – seguono il medesimo modello strutturale della Germania nazista: e, come abbiamo intuito, non è un caso. Il nazismo non aveva fatto altro che portare alle sue estreme conseguenze il modello imperialista britannico.

2.7. Il totalitarismo liberale del progetto dispotico europeista, è cognitivamente anestetizzato dalla propaganda hollywoodiana, dalle tetre morbosità stile Isola Desnuda, al modello Flash Dance; quest'ultimo già teorizzato dal Füher:

«Meglio installare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e soprattutto distrarla [...ma guarda un po' come è evoluta la politologia negli ultimi settant'anni..., ndr]. A che servirebbe darle la possibilità di acquisire cognizione nel campo della politica, dell’economia? [Già, tanto vale avere “comici” e “spaghetti-liberisti” diversamente laureati, ndr] La radio non dovrà impicciarsi di offrire ai popoli sottomessi conversazioni sul loro passato storico [Meglio del sano autorazzismo!, ndr]. No, musica, e ancora musica! La musica leggera provoca l’euforia del lavoro. Forniamo a quella gente l’occasione di ballare molto, e ce ne sarà riconoscente. Da noi, l’esperimento è stato fatto al tempo della Repubblica di Weimar: è dimostrativo […]»

Magari qualcheduno si sarà chiesto come mai la musica “pop” debba essere “leggera”: Adolf Hitler lo aveva ben chiaro.

(Mi raccomando: dopo il lavoro tutti davanti alla televisione a vedere la partita, il sabato sera tutti in discoteca....)

Ma, apparentemente, il Führer si era applicato con più costanza allo studio della storia rispetto ai campioni dell'imperialismo liberoscambista dei giorni nostri, dato che avverte:

«La sciocchezza più grande che potremmo fare sarebbe quella di distribuire armi in quei territori. La storia insegna che tutti i popoli conquistatori sono finiti male per aver dato armi ai popoli che avevano sottomesso.»



3 – Conclusioni: la fallacia fallaciana.

«La mancanza cronica di cibo ed acqua, la mancanza d'igiene e di assistenza medica, la trascuratezza nei mezzi di comunicazione, la povertà delle misure educative, l’onnipresente spirito di depressione che vidi di persona, prevalente nei nostri villaggi dopo oltre un secolo di dominio britannico, mi fa perdere ogni illusione sulla loro benevolenza», Radindranath Tagore

«Se la storia del governo britannico dell’India fosse condensata in un singolo fatto, questo sarebbe che in India non vi fu alcun aumento di reddito procapite dal 1757 al 1947» Mike Davis, Late Victorian Holocausts: El Nino Famines and the Making of the Third World, London, Verso Books, 2001.

«Churchill, spiegando perché difendesse l’accumulo di cibo in Gran Bretagna, mentre milioni di persone morivano di fame in Bengala, disse al suo segretario privato che “gli hindu sono una razza sudicia, protetta grazie alla sua continua riproduzione dal destino che merita”» Madhusree Mukerjee, “Churchill’s Secret War”: The British Empire and the Ravaging of India during World War II, New York: Basic Books» [11]

«Se tenete in mano un'arma e mi dite, “Scegli chi è peggio tra i musulmani e i messicani”, avrei un attimo di esitazione. Quindi sceglierei i musulmani, perché hanno rotto i coglioni», Oriana Fallaci

«Ci sono cose che se potessero essere capite, non andrebbero spiegate», “I Legge della Termodidattica”

3.1. L'argomento è serio. Ora: basterebbe rimandare al punto (b) del paragrafo (3) delle conclusioni di questo post per capire che, sul tema dell'imperialismo e dell'immigrazione, dalla contrapposizione della sinistra (?) [12] liberale alla Sabina Guzzanti e della destra (?) [13] liberale all'Oriana Fallaci, non può che sintetizzarsi un'inana contrapposizione utile solo a proteggere la traiettoria neo-[appunto]-liberale seguita da decenni e le riforme strutturali che questa comporta.

Va da sé che, essendo tale dialettica espressione di due prodotti nati da sovrastrutture liberali, quindi vuoti di contenuti culturali strutturalmente diversi, l'unico motivo per cui esistono gruppi sociali che spendono energie a favore di un gruppo e dell'altro, va ricercato nel senso di appartenenza e nelle diverse dinamiche pavloviane sfruttate dalla propaganda e dal marketing emozionale: questi sono gruppi che si complementano.

Cioè, poiché il senso di appartenenza nasce in primis per contrapposizione, un gruppo necessita – per essere legittimato – dell'esistenza dell'altro.

Questa dinamica è – per definizione – inutile agli interessi materiali delle classi subalterne.

3.2. Sulla (più o meno) moderna sinistra liberale ha speso fiumi di inchiostro virtuale Alberto Bagnai (v. alla voce "Piddino"): sulla destra liberale, in cui si può annoverare anche l'amatissima, dallo scrivente, Ida Magli, non è purtroppo possibile trarre conclusioni politicamente troppo dissimili da quelle emerse dalle analisi di quel contenitore culturale che è la sinistra liberale, che, come tutto il paniere di ideologie a disposizione altro non sono è che un prodotto di consumo [14]: cultura-merce.

Dopo il breve stralcio di analisi materialistica della storia, quantomeno nel senso di analisi economica istituzionalista di un periodo storico, dovrebbe essere lampante – se già dapprima non fosse stato autoevidente – che appassionati giornalisti alla Oriana Fallaci, o grandissimi esponenti della cultura come la raffinatissima antropologa Ida Magli, hanno promosso politicamente analisi pop.

Non era il loro mestiere: in particolare non era quello di Oriana Fallaci: la storia della civiltà analizzata con qualche forma di approccio etnico, ha perso – se mai l'ha avuto – qualsiasi presupposto epistemico da almeno due secoli: nella sua variante pseudoscientifica di teoria delle razze, è stato meramente usato a scopo ideologico, per la grande controrivoluzione neoliberale che getta le sue radici nell'ultimo quarto dell'Ottocento [15].
    


3.3. Certo è che gli epifenomeni possono essere dettagliatamente descritti da un preparatissimo antropologo: ed è vero che questi epifenomeni vengono rimossi o attivamente negati dalla sinistra liberale, generalmente impregnata di un “terzomondismo” senza senso che non è altro che una forma di razzismo rovesciato: ma il fatto che già gli antichi fossero consapevoli di quanto fossero gravemente «ridicoli» i politicanti dei regimi democratici nel trattare gli stranieri come se fossero cittadini, e che questa sia un debolezza strutturale degli ordini liberali tanto da essere sfruttata come vulnerabilità tramite strumenti di guerra alternativa (cfr.: Armi di migrazione di massa: deportazione, coercizione e politica estera, Kelly M. Greenhill), dovrebbe rendere chiaro quanto sia stato sostanzialmente inutile il contributo su questi temi della Magli e totalmente inano intellettualmente quello della Fallaci.

La controrivoluzione neoliberale, vinta la battaglia con l'URSS, ha avuto la repentina necessità di sostituire la sovrastruttura ideologica anticomunista con quella dello “Scontro tra civiltà” suggerito da Samuel Huntington e promosso dallo stratega mondialista Zbigniew Brzezinski.

3.4. Così come lascia interdetti, ad un quarto di secolo dalla caduta del socialismo reale, appellare con “comunisti” formazioni politiche che vantano programmi antisociali e liberisti ben più estremi della destra politica post-comunista, non si può non rimanere sbigottiti di fronte a chi – a cospetto del massacro odierno, con tutta la letteratura scientifica e le ammissioni di responsabilità politica che sostengono tesi esattamente opposte – rilancia i pensieri islamofobici di Oriana Fallaci.

Se esiste un neologismo creato dalla propaganda semiofaga liberale che abbia un senso, è proprio “islamofobia”: ovviamente il problema non è tanto se la Fallaci et similia abbiano liberamente in simpatia o meno una certa religione o una certa etnia, o che la ritengano di per sé minacciosa: è un loro sacrosanto diritto.

Islamofobia è un ottimo sostantivo per chiamare quella politica terrorista usata per il divide et impera, tanto volta all'oppressione delle classi subalterne, quanto finalizzata ad obiettivi imperialisti e mondialisti.

Il terrorismo non consiste nell'atto stragista di emarginati sociali creati dall'esclusività sociale teorizzata dal liberalismo stesso. A meno di volersi privare di qualsiasi seria capacità di identificare i meccanismi causa-effetto che agiscono nel concreto tempo della Storia (risalendo la concatenazione degli effetti e senza fermarsi alla prima "concausa-causata" della serie causale; cioè troncando emotivamente il nesso prima dell'esaurirsi di una normale indagine razionale...).
Il terrorismo consiste in una ben nota e teorizzata politica imperialista e di classe che si chiama strategia della tensione.

Bisogna spiegarlo agli Italiani?
E chi potrebbero mai essere questi “strateghi”?

Forse i reietti della segmentazione sociale imposta dalle politiche liberiste e federaliste?

3.5. Ovviamente no: chi ha le basi minime per comprendere i fondamenti delle scienze sociali è perfettamente consapevole che le responsabilità politiche (cioè la "cause" prime, derivanti da decisioni supreme di indirizzo sociale e economico, imposte a tutti coloro che sottostanno alle regole affermate dall'effettiva classe dominante) vanno ricercate in primis nella dialettica di strutture complesse di rapporti di forza che cercano di coordinarsi (per quello storico scopo nobile così ben espresso da Adam Smith nella citazione iniziale).

E questi rapporti di forza si sintetizzano nella struttura sociale e nei rapporti di produzione che si modificano nel tempo.

Questo non significa prendere in simpatia chi è qui per sostituirti (e magari insegnargli il lavoro, come sa bene chi è rimasto disoccupato a causa della globalizzazione e delle conseguenti delocalizzazioni); questo non significa non usare tutti i mezzi machiavellanamente leciti per difendere la propria sovranità.




3.6. Il punto è che i deliri sconclusionati di chi colpevolmente si è prestato a propagandare un'ideologia degna di essere erede dell'antisemitismo nazista come quella dello “Scontro tra civiltà”, sono funzionali alla sconfitta irreversibile, che si manifesta allo stesso modo di un genocidio portato a compimento.

E chi attenterebbe alla nostra sovranità? Chi predica la cessione delle sovranità democratiche come in guerra? Il profeta dell'Islam nel Corano?

3.7. Chi lo scrive nero su bianco – ma, si sa, la lettura porta via tempo alla musica leggera e alla discoteca – sono von Hayek e i filantropi sociopatici che hanno finanziato la Mont Pelerin Society e il Movimento Federalista Europeo.

Che, guarda un po', appartiene alla stessa classe che ha anche manifestamente le mani sporche di sangue per le vicende che riguardano l'ISIS.

Aizzare i conflitti sub-sezionali tra cristiani (non credenti) e musulmani (non praticanti) è la stessa pratica imbecille che fare a botte tra fascisti (tali perché si lavavano e portavano i capelli corti) e comunisti (con il papà che lavorava in banca): divide et impera.

3.8. Questo è il senso ultimo dei deliri visionari del fondatore di Paneuropa.

«Oriana, scusati...»

(Chiaramente il post è per definizione inutile alle menti elementari e ai «grulli», data la kantiana “I legge della termodidattica”)

«Per Giove, preferisco andare fuori strada con Platone, piuttosto che condividere opinioni veritiere con questa gente», Cicerone

«Dalla nolontà o incapacità di scegliere i propri esempi e la propria compagnia, così come dalla nolontà o incapacità di relazionarsi agli altri tramite il giudizio, scaturiscono i veri skandala, le vere pietre d'inciampo che gli uomini non possono rimuovere perché non sono create da motivi umani o umanamente comprensibili. Lì si nasconde l'orrore e al tempo stesso la banalità del male»

Hannah Arendt, le conclusioni morali di una vita di profonde e sofferte riflessioni.



note 

[1] L'ignoranza peggiore – come sappiamo noi Italiani, degni custodi della cultura greca – è quella di “sapere di sapere la Storia”.
[2] “Conversazioni segrete”, Napoli 1954, citazioni selezionate da M.Pasquinelli.
[3] «Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo», Johann Wolfang von Goethe
[4] «Il difetto di Giudizio è propriamente quello che si chiama grulleria, difetto a cui non c'è modo di arrecare rimedio. Una testa ottusa o limitata […] si può ben armare mediante l'insegnamento fino a farne magari un dotto. Ma poiché in tal caso di solito avviene che si sia sempre in difetto di Giudizio, non è punto raro il caso di uomini assai dotti, i quali nell'uso della loro scienza lascino spesso scorgere quel tal difetto, che non si lascia mai correggere» Kant, “Critica alla ragion pura,” cit. in Arendt, “Alcune questioni di filosofia morale”, ET Saggi, pag.103.
[5] Si fa notare che Hitler rappresenta la classe dominante poiché è stato un rappresentante politico di un regime che ha tutelato a livello strutturale un sistema ben determinato di rapporti di produzione, favorendo particolari interessi di classe; ma contestualmente, alimentando falsa coscienza nazionalistica e razziale, è stato anche una figura esponenziale di una sovrastruttura demagogica e populista: populismo rinvenibile già dal significante “socialismo” di nazional-socialismo (alias, nazismo). [O nel significante “sociale”, in economia sociale di mercato, alias ordoliberismo...]: infatti il Führer constatava sussiegoso che: «...l'ultimo degli apprendisti, il più modesto dei carrettieri tedeschi, è più vicino a me che non il più importante dei lord inglesi», Ibid, pag. 155-156
[6] Ibid., pag.44
[7] Ibid., pag.37
[8] Ibid., pag.16
[9] Ibid., pp. 450-453.
[10] La curiosa contraddizione di Keynes (e del liberalismo sociale in genere) per cui viene mostrata una predisposizione etica ad una maggiore giustizia sociale ma un totale rigetto della prospettiva del conflitto tipica del socialismo, può essere ricercata nella profonda influenza esercitata della filosofia morale anglosassone, quella di esponenti quali Adam Smith e William Paleys; questi non concepivano come un concetto ontologico di ordine “superiore” quello di società rispetto a quello di individuo, esclusivo soggetto ad essere dotato di “umanità”.
[11] Cit. da Ramtanu Maitra.
[12] Nel senso di politicamente corretto al limite della querela.
[13] Nel senso di politicamente scorretto nei limiti di un effettivo impegno civile.
[14] Infatti Marx mai si sarebbe sognato di chiamare con il sostantivo “ideologia” (Ideenkleid) gli strumenti culturali e cognitivi messi a disposizione dai suoi studi, magari con l'intenzione di appellare “sistema di idee” ciò che è di fatto un insieme multidisciplinare di dottrine scientifiche: l'ideologia, nella concezione materialistica del divenire storico, è falsa coscienza. (Dottrine scientifiche che sono state tutte riprese da scienziati sociali e filosofi che hanno avuto quasi due secoli di sviluppo... a partire dall'analisi economica!)
[15] Ci sono una serie di motivi che sarebbe interessante approfondire per cui intorno al 1870 circa si può



lunedì 4 gennaio 2016

Everything but the euro: il Prof. Bagnai e la fiera dell'ovvio

Devo ringraziare il prof. Bagnai, che attraverso i suoi scritti: "Il Tramonto dell'euro" e "L'Italia può farcela", mi ha aperto gli occhi su l'ovvio: l'euro come progetto politico volto a fregare il lavoratori e demolire lo stato sociale. La moneta come arma contundente e strumento di vendetta del capitale contro il lavoro insomma, questo dopo qualche decennio di felici conquiste del lavoro stesso. 
Il bello è che come lo stesso Bagnai ammette, i suoi lavori non dicono niente di nuovo, si limitano a constatare l'ovvio e mettere nero su bianco, grafici e dati alla mano, quello che tutti sanno o che dovrebbero sapere, e cioè che una moneta unica senza un'entità nazionale omogenea (l'Europa!), non può funzionare, se non per quei paesi che hanno i numeri dalla loro parte, come la mercantilista Germania, ma solo per loro, non si può essere tutti mercantilisti, altrimenti chei paga il conto?
Le tesi di Bagnai hanno il pregio dell'ovvio (se non hai flessibilità di cambio e non puoi svalutare la tua moneta, l'unica cosa che puoi fare è svalutare i redditi), e dicono senza mezzi termini che si capisce che il capitalismo è un sistema imperfetto e che magari andrebbe anche protetto da se stesso, ma dal momento che non abbiamo un'alternativa credibile, che senso ha farsi fregare le conquiste del lavoro rinunciando a quel po' di margine che il capitalismo ti consente per riequilibrare i conti? Insomma perchè diventare più poveri e farci passare per fessi con la scusa che l'euro è solo una moneta e che noi dobbiamo marciare uniti sotto la bandiera dell'euro con gli altri popoli europei, perchè non possiamo vincere le sfide della modernità ripiegando sulla vecchia sovranità nazionale (ma l'Europa non è una nazione un po' più in grande?), concetto foriero di guerre e disastri incalcolabili. E poi c'è la Cina, le cavallette, le inondazioni,  le pestilenze e chi più ne ha più ne metta. 
Bagnai smonta con chiarezza e con dovizia di cifre tutte le argomentazioni catastrofiste dei "luogocomunisti" riguardo l'uscita dall'euro e alla fine ti senti un imbecille a non convenire con lui, perchè solo la forza dell'ideologia e della fede cieca può competere con l'ovvio, ma se non hai nè l'una nè l'altra ti accontenti dell'ovvio.
Ovvio.

mercoledì 30 settembre 2015

Il saggio di Bagnai, l’intervista di Fassina, significati di ri-evoluzione

di Stefano Santachiara da stefanosantachiara2.wordpress.com

“Pratica il dubbio ogni volta che l’agire collettivo contrasta col tuo sforzo di essere libero”. Le parole di Pietro Ingrao, ad oggi, mi suscitano riflessioni sul valore dell’evoluzione personale. Nell’introdurre l’intervista di Stefano Fassina su Left Avvenimenti del 19 settembre 2015 vorrei premettere che non sono un economista, quindi ho cercato di snodare il percorso cognitivo secondo una logica etimologicamente essenzialista, laicamente scettica. Con colpevole ritardo, sto studiando gli scritti del professor Alberto Bagnai, l’econometrista che da anni sta cercando di spiegare agli italiani la nocività dell’Unione monetaria europea. “L’Italia può farcela”, secondo saggio di successo dopo Il Tramonto dell’euro, è un compendio di dati statistici, rigorose analisi, aneddoti che limitando al necessario il tecnicismo chiariscono i passaggi chiave. In sostanza avvalorano convinzioni maturate anche in coloro i quali per lavoro si occupano d’altro (dalle inchieste giudiziarie alla geopolitica) favorendo la comprensione delle dinamiche della struttura macroeconomica. Ad esempio Bagnai rende intellegibili i meccanismi con cui la gabbia dell’aggancio valutario fornisce al capitalismo finanziario una serie di strumenti per massimizzare i profitti e riprodursi al Potere, accrescendo le disuguaglianze. Nella fattispecie l’Euro favorisce le esportazioni tedesche impedendo la rivalutazione del marco a fronte di un surplus commerciale della Germania e, simmetricamente, penalizza i paesi con deficit di partite correnti che in un sistema di tasso di cambio variabile avrebbero beneficiato della svalutazione competitiva. La Bce, affidata a tecnocrati indipendenti, è perno di un’architettura istituzionale che assieme agli organi esecutivi (Consiglio d’Europa e Commissione) ha svuotato le facoltà decisionali dei popoli nell’interesse delle elitè finanziarie. Bagnai spiega in che modo la massa monetaria, causa o effetto dell’inflazione a seconda delle teorie economiche, venga comunque determinata dalle banche private che prestano a imprese e cittadini il denaro ricevuto dalla Centrale in ragione della domanda (e dalle garanzie) dei clienti. Ragion per cui non c’è Quantitative Easing che possa incidere se manca la fiducia e la spirale di recessione non si arresta. Il mandato della Bce a mantenere costante l’inflazione, che secondo l’autore è anche lo scopo della Uem, ha ragioni opposte alla presunta ossessione storica della Germania per il rincaro dei prezzi. Scorrendo il testo, colpisce il parallelo inquietante con l’avvento del nazismo, che attecchì su masse di lavoratori disoccupati e impoveriti non per l’eccesso di inflazione ma per via delle politiche di austerity con cui la Repubblica di Weimar rispose alla crisi di Wall Street del 1929. Cosa vi ricorda?

In breve. L’inflazione è legata alla domanda aggregata e dunque alla buona salute delle fasce medio-basse (piccole partite Iva, salariati, pensionati e fruitori del welfare state) mentre è temuta dal capitalismo finanziario (istituti di credito, shadow banking, imprese quotate) che desidera mantenere stabile il valore del denaro investito in mutui, obbligazioni, prestiti a lungo termine. Per smontare l’argomento secondo cui pensionati e lavoratori dipendenti avrebbero lo stesso problema delle grandi banche, a parte l’evidente sproporzione delle somme, Bagnai esemplifica una situazione sempre più comune, quella di genitori che adoperano i rimborsi previdenziali per sostenere i figli rimasti senza lavoro per la perdurante recessione legata alla carenza di domanda.

La lettura di “L’Italia può farcela”, di cui condivido le principali analisi geopolitiche, è consigliata anche a chi appone il pregiudizio di filoleghismo sull’autore, oggetto della fatwa del sistema e del provincialismo piccolo borghese che non consegna mai, neppure per sbaglio, “una goccia di vita e di bellezza” (Camillo Langone, collega cattolico liberale, dunque ai miei antipodi). Il significante incide nell’evoluzione collettiva non in base al complesso di idee di chi lo esprime ma al significato che fa emergere in trasparenza e all’utilità sociale. In altre parole, si può essere in disaccordo su molte questioni ma se l’interlocutore ti arricchisce su un tema cruciale, non va ignorato. L’unica precondizione è il rispetto umano e ambientale. Primum vivere, deinde philosophari: si prenda per metonimia la vexata quaestio di vantaggi e limiti del linguaggio e della comunicazione nell’èra digitale, asettico involucro di un dato momento del progresso. La dialettica sterile su aspetti nozionistici e superflui distrae i lettori dallo studio di fenomeni e relative gerarchie (Romàn Jakobson) secondo priorità e principi proporzionali volti al confronto inclusivo.

La perdita di potere operativo e di democrazia degli Stati dell’Eurozona è ultratrentennale. In Italia nel 1981 si consuma il divorzio fra ministero del Tesoro e Bankitalia, sancito da uno scambio epistolare privato tra il ministro Beniamino Andreatta e il governatore Carlo Azeglio Ciampi. Da quel momento la banca centrale italiana non fu più tenuta a finanziare lo Stato sottoscrivendo titoli pubblici non allocati sul mercato, ciò ha consentito ai prestatori privati di esercitare una crescente pressione al rialzo di tasso di interesse di Bot e Cct incrementando il debito pubblico ben più dei famigerati livelli di corruzione e sprechi. Ma il punto è che andrebbe stimato come problema cruciale il debito privato verso l’estero e non quello pubblico. Il secondo, dopo la crisi finanziaria legata al crac Lehman Brothers, è stato elevato dalle sovrastrutture a incubo assoluto perchè i creditori, in particolare le banche di Germania e Scandinavia, dovevano rientrare delle esposizioni nei confronti di imprese e famiglie. La troika ha permesso il salvataggio di istituti di credito del nord Europa e di Mps ma si guarda bene dal valutare una ristrutturazione del debito pubblico della Grecia nei confronti di Bce, Fmi e delle banche, benchè sia stato dichiarato insostenibile da Premi Nobel e dirigenti del Fondo monetario. La mobilitazione per il referendum ellenico contro il memorandum e l’evidenza di una recessione europea che dura da 8 anni e sta investendo i tedeschi, ha almeno acceso i fari sull’inganno dei trattati. Da tempo Usa e Giappone, per citare due potenze, si portano dietro debiti pubblici notevoli per sviluppare policy espansive che in Eurozona sono off limits, salvo per la Germania che nel 1993 violò il rapporto del 3% previsto da Maastrich continuando a garantire sussidi ai lavoratori colpiti dalla politica dei mini-job del governo Spd di Schoreder.

Il debito privato, di cui nessuno si occupa, in Italia è cresciuto in particolare dal 1996 al 2007 a causa del deficit nella bilancia dei pagamenti e alla svalutazione del lavoro dovuta alla moneta unica e corroborata dalle leggi Treu e Biagi. Il concetto si comprende bene osservando Stato e cittadini alla stregua di vasi comunicanti: il deficit statuale equivale a risorse versate a persone fisiche sotto forma di stipendi, welfare, sussidi, consulenze professionali e a quelle giuridiche in appalti, investimenti, incentivi e detassazioni. L’iniezione di domanda, e non di offerta bancaria, rappresenta una virtuosa politica anticiclica rispetto alla pratiche organiche deflattive. Naturalmente sarebbe deleterio se la spesa pubblica fosse destinata soprattutto al capitalismo finanziario, come avvenuto anche di recente col salvataggio di svariate banche secondo il principio del “too big to fail”. Al contrario, coniugando le teorie postkeynesiane ad una tassazione progressiva (periodica patrimoniale secondo la proposta di Thomas Piketty) si porrebbero le basi per un’azione di vera redistribuzione sociale. Ogni proposta però va a cozzare nella gabbia dei non-Stati della zona Euro che impedisce policy di crescita e/o progresso, provocando il calo di import e export, quindi accresce l’indebitamento dei ceti medio-bassi attraverso la disoccupazione e il precariato, reso permanente in Italia dalla contestuale approvazione del Jobs Act. E cosa provoca il disagio sociale, con la complicità di un circuito politico-comunicativo che fomenta le guerre tra poveri e penalizza ogni eventuale rinascita di autentica Sinistra, se non la crescita di movimenti populisti e xenofobi?

L’escatologia del potere economico che governa il mondo attraverso le proprie sovrastrutture istituzionali, tecnologiche, culturali e mediatiche (il concetto di governamentalità neoliberale da “La ragione del mondo” di Pierre Dardot e Christian Laval) è sempre la medesima: sfuggire alla sovrapproduzione trovando nuovi sbocchi per occupare risorse, mercati e sfruttare lavoratori con meno diritti. Ma c’è una nuova chiave del successo che connota il capitalismo finanziario rispetto a quello industriale: la trasformazione dei cittadini (salariati/consumatori) in debitori. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacchè, Emiliano Brancaccio, lo storico dell’economia Alessio Ferraro (autore de “L’Europa tradita dall’euroliberismo”) sono stati emarginati dal dibattito generalista per aver sfidato il monismo euroliberista, edificato più di un trentennio orsono. Da quando si sono accavallati eventi storici centrali come la crisi dell’Unione Sovietica, l’avvento di Thatcher e Reagan e l’integrazione monetaria nello Sme, i centri di diffusione del sapere hanno negato spazi a economisti eterodossi come Federico Caffè e Augusto Graziani. Gli ultimi baluardi politici furono il Psf fino alla retromarcia di Mitterrand e il Pci, contrario per bocca di Napolitano alle condizioni di ingresso nello sistema monetario europeo https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/943548042358270

Ora neppure il fallimento dell’austerity, stanti gli attuali rapporti di forza, porterà al mutamento dei trattati che auspica la “sinistra europea” di Fassina, Varoufakis e Lafontaine. Secondo Massimo D’Alema, che ha denunciato la mancanza di proposta del Pse, si dovrebbe andare nella direzione di un’integrazione politica in vista di “un’armonizzazione delle politiche fiscali e sociali, una mutualizzazione del debito”. Tuttavia il progetto, se mai dovesse superare la ferma opposizione di Germania e paesi scandinavi, potrebbe essere il grimaldello dei conservatori per deprivare ulteriormente gli Stati dell’area Euro e implementare le “riforme”, intese nel mistificante significato attuale di tagli pubblici e del lavoro, opposte dunque al modello sociale europeo delle trente glorieuses. Considerati tecniche e scopi della governamentalità neoliberale, se si vuole radicare un’alternativa forse occorre ripartire dall’analisi della società e dei conflitti sociali, tenendo in considerazione il contributo di economisti capaci di riprendere il filo dello sviluppo di una teoria socialista di governo. Rossana Rossanda (Quando si pensava in grande, 2013) ricorda un concetto caduto nell’oblio e su cui convergevano le diagnosi di Marx e Keynes: “La totale divergenza di interessi fra capitale e lavoro”. Per citare l’esempio più lampante, gli Stati Uniti, che mai si sono dotati di dottrine rigoriste, hanno visto crescere dagli anni ’70 la disuguaglianza sociale senza soluzione di continuità (L”Italia può farcela”, tabella di statistica 27, pag.201). Un altro mito da sfatare pertiene al carattere salvifico dell’afflusso dei capitali internazionali, che la nostra stampa invoca dolgendosi di burocrazia, lentezza dei processi, corruzione e mafia. Eppure i fondi di investimento e le multinazionali, che nel mondo vanno trovando dumping salariale e fiscale, puntano ai rami d’azienda pubblici e privati poiché recepiscono know-how e brand di qualità. A prescindere dal fatto che i posti di lavoro ereditati dalle international companies non di rado si riducono o sono esposti a ricatti come nel caso di Electrolux, il Prodotto nazionale lordo italiano cala per il trasferimento dei profitti all’estero. Bagnai sostiene che tali investimenti hanno una logica in un paese povero alla ricerca di finanziamenti e competenze, come fu la Cina negli anni ’80, il cui Pil valeva come il nord Italia. Fra l’altro la Repubblica popolare sin dai tempi di Mao seppe valorizzare settori diversi per aree e innovazione, a differenza della pianificazione dell’Unione sovietica che somiglia ai rigidi vincoli comuni dell’Eurozona.

Un punto di rottura nei confronti della sinistra ancillare al pensiero neoliberale è rappresentato da Jeremy Corbyn (http://www.left.it/2015/09/11/jeremy-corbyn-labour/). E’ interessante osservare come gli attacchi contro il nuovo segretario del Labour si stiano diradando negli altri paesi. Il Potere sa brandire l’arma del silenzio per evitare contraccolpi in una fase in cui l’energia propositiva di Corbyn potrebbe favorire la rinascita internazionale della Sinistra. Intanto spuntano gli esegeti, cowboy democratici che vantano collaborazioni con Aspen Italia e interpretano in chiave moderata il suo punto di vista.

Le tecniche di persuasione sono molteplici. I paladini della moralità pubblica, sedicenti progressisti, sono adusi a mescolare allarmi per i diritti acquisiti e messaggi in cui invitano a riformarli. Si pensi alle campagne del Fatto Quotidiano in difesa dei sindacati che però sono da cambiare (Landini dixit), o al botta e risposta tutto in famiglia (renziana) fra il finanziere Davide Serra che vorrebbe abolire diritto di sciopero e Oscar Farinetti che ne fa un problema di tempistica. Il circuito politico-mediatico-finanziario apre di continuo varchi alle “riforme” su pensioni, scuola, sanità. Pensate che Eugenio Scalfari, come poi Walter Veltroni, si sia speso casualmente per appiattire la figura di Enrico Berlinguer alla sola questione morale, dimenticando che il segretario del Pci era un comunista in lotta contro l’ingiustizia sociale? Nel tempo il fondatore di Repubblica si è confermato un fedele sostenitore dei tecnocrati (da Ciampi a Padoa Schioppa per finire a Monti e Draghi) che in questi anni hanno contribuito a ridurre gli spazi di politica e democrazia.

Sponda Corriere della Sera. Gian Antonio Stella, altro simbolo dell’anticastismo militante, scrive nell’incipit dell’articolo del 24 settembre dedicato all’eccesso di procedimenti contro ospedali e operatori, che i “medici più battaglieri contro l’andazzo della cause giudiziarie agli ospedali” sono favorevoli alla decisione della ministra Lorenzin di “porre limiti all’abuso dilagante di prestazioni, radiografie, analisi e farmaci”. Il soggetto è autorevole, noto per scrupolosità e moderazione, dunque sdogana meglio di chiunque altro l’accettazione dei tagli alla sanità. Lo stesso vale per le strutture e le aziende pubbliche sfiorate da inchieste della magistratura, che i cultori dell’austerity puritana vorrebbero privatizzare in nome del Dio mercato, riequilibratore e purificatore. Peccato che gli interessi del funzionario corrotto e del corruttore siano privati e che gli introiti delle cessioni siano risibili, sottolinea Stefano Fassina, a fronte di una “perdita di capacità industriali e di dividendi preziosi per il bilancio dello Stato”.


Trasferiamoci ora alle discipline giuridiche e investigative, per le quali vige analoga unità di misura della materia economica: correttezza delle fonti e dei dati di verità sperimentale. Nel sistema non sono rare le condotte al confine tra la sciatteria deduttiva, l’omissione e il depistaggio. Inoltre sarebbe bene distinguere i professionisti dell’antimafia e dell’antiterrorismo (da Saviano in giù: https://www.facebook.com/Santachiarra/posts/929078330471908 ) da quei colleghi che associano al metodo del riscontro il coraggio della ricerca abduttiva, scoprendo tasselli sulle pagine oscure italiane pur non lavorando per i principali giornali italiani: da Simona Zecchi a Paolo Cucchiarelli e Stefania Limiti, da Andrea Carancini a Luca Rinaldi, Enrico Ruffino e Ines Macchiarola.

Ai pionieri che contribuiscono a rovesciare la prospettiva multi o unidisciplinare (economica, politica, culturale, investigativa, quest’ultima naturalmente più rischiosa), sono riservate intimidazioni anonime e accuse di “complottismo” prive di fondamento, mentre il mainstream interviene rapidamente con atti e analisi per anticipare o almeno affiancare chi sta proponendo all’opinione pubblica una formulazione sgradita. I rapidi riposizionamenti rispetto a inchieste importanti, o contro l’euroliberismo, vanno dunque soppesati, annotando quando e dove. Aderendo a interessi privati forti, i mezzi di comunicazione di massa non lasciano al caso la rottura di un tabù importante, senza calcolare pro e contro.

L’interrogativo centrale dovrebbe riguardare il come, quando e perchè si trascende. E’ una buona cartina di tornasole, non per stabilire chi taglia prima il traguardo dello scoop né per additare erronee valutazioni (chi non ne fa?), ma per comprendere la presenza o l’assenza della qualità fondamentale in ogni campo dell’esistenza: l’onestà intellettuale. Ciascuno segue un percorso di predisposizioni genotipiche, interiorizzazione ambientale, possibilità economiche, studi ed esperienze. Allora come si concepisce l’elemento più importante, risalendo alle direttrici che dal background conducono l’individuo ad una data espansione culturale? Mettendo in relazione scritti e azioni, mutamenti e crescita, e verificando se essa sia votata alla ricerca e alla diffusione delle priorità conoscitive o si sperda su elementi distraenti. Quale credibilità può avere, ad esempio, chi si indigna periodicamente paventando la fine della democrazia per un voto contingentato in Parlamento e non ha mai speso un titolo contro il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione? Ieri ho dialogato con un agricoltore sulla peculiarità della vite nei periodi di secca, sul fatto che lo sviluppo del vino eccellente è garantito da un’adeguata azione collettiva di difesa dei chicchi. Lo ritengo più interessante di tanti esperti eno-politologi: (https://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/09/29/scanzi-il-filo-renziano-che-processa-moretti/).

Per decostruire l’egemonia subculturale e risalire alla sorgente è sufficiente un collage di vecchi articoli e dichiarazioni. Se in prima e nelle pagine economiche si detta una linea a favore del governo Monti e della cancelliera Merkel non ci può lavare la coscienza ospitando qualche articolo interno contro l’austerity e giustificandosi ex post con l’ignoranza in materia. Un bel tacer, non fu mai scritto. Se si attaccano idee e partiti progressisti palesando sostegno a Matteo Renzi come se fosse sceso dalla Luna, è possibile poi contestarlo dal minuto dopo che è asceso al governo? Le inchieste sul Pd sono sacrosante, quando fatte per tempo: ne “I panni sporchi della Sinistra” (Chiarelettere, 2013) inserii un capitolo dedicato ai legami opachi fra l’allora sindaco fiorentino al gotha della finanza che ne appoggiava l’imminente scalata a Pd e governo.

Dopo il quando, il perchè. Quali ragioni spingono un soggetto al rovesciamento di prospettiva? Che non si debba mai smettere di studiare è un dato acquisito, ma diventa più difficile dispiegare il processo cognitivo in presenza di una rimessa in discussione dei propri convincimenti. Chi cambia parametri e idee lo fa per convenienza o segue coerentemente la propria evoluzione? Inutile dire che i primi casi sono la stragrande maggioranza: la Storia è scritta dai vincitori e dagli opportunisti, ma le donne (soprattutto) e gli uomini che hanno contribuito al progresso umano e ambientale si sono superati senza tema di fallire, nel microcosmo quotidiano e nelle leggi scientifiche. Oggi come ieri la governamentalità neoliberale teme la rinascita della Sinistra autentica, quel luogo di idee e prassi che può germogliare quando si è in grado di riconoscere “l’ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” (lettera di Ernesto Che Guevara alle figlie). Nihil novum sub sole, così come la dinamica dell’infiltrazione che il Potere attua ogni qualvolta si affaccia il rischio di una lotta vera contro l’ingiustizia sociale. Occorre chiedersi però la ragione per cui statisti come Boldrini e D’Alema, sindaci come Marino e alcune forze come Sel finiscano nel mirino di campagne e di attenzioni di stampo poliziesco. Lo stesso vale per economisti, intellettuali, giornalisti. Il Potere censura e, ove non può incidere direttamente e stima che la misura sia colma, attua condizionamenti di vario genere. Metafora militare: se si intende resistere all’”invasione della Polonia” (Woody Allen), rectius alle truppe di Bismark a Parigi nel 1870, occorre audacia, chiarezza e unità comunarda, interna ed esterna. Solo in tal caso il Potere sarà fermato alla Baia dei Porci. Prima di lasciarvi all’articolo di Left, rimetto in fila i sassolini lasciati sul mio scalcagnato blog a euro 0: prima e dopo “la morte di Dio”, per adoperare l’allegoria della psicanalista russa Lou Salomè nella quale “i credenti” suscitavano pena e simpatia, e i falsi ripugnanza. Ciascuno può applicarla alla propria esperienza, che ha un ante, nel mio caso Gazzetta di Modena e di Reggio, Modenaradiocity, le battaglie su L’Informazione di Modena e il caso Mascaro per il quale inizio a subire minacce, le inchieste su corruzione e mafia per Il Fatto Quotidiano; e un un post: il self publishing di Calcio, carogne e gattopardi, la partecipazione al Festival delle Storie di Vittorio Macioce, l’appassionante collaborazione con Left che va dallo Speciale ‘Ndrangheta in Emilia all’eterno patriarcato, dalla funzione storica di Rosy Bindi e quella di mister Goldman Claudio Costamagna, dal ritratto della direttrice del Fmi Christine Lagarde all’ intervista a Jamie Galbraith, dal ruolo cruciale di Spd e Martin Schulz al ritorno al futuro del Labour. Infine il network “sabaudo-ulivista” che ruota attorno a Farinetti: https://www.facebook.com/Santachiarra/photos/a.622957324417345.1073741830.578084708904607/950316641681410/?type=3&permPage=1

E ora l’intervista a Stefano Fassina

E’ la rottura di un tabù nella famiglia politica progressista. Forze alla sinistra del Pse ma con esperienza di governo progettano alla luce del sole un’alternativa all’euro. E mentre nel Regno Unito Jeremy Corbyn vinceva le primarie del Labour mettendo in soffitta la Terza Via, uno accanto all’altro di questo discutevano Stefano Fassina, Yanis Varoufakis, il leader del Front de Gauche Jean Luc Mélenchon, il fondatore della Die Linke Oscar Lafontaine.

Fassina, partiamo da Corbyn. A suo avviso può contribuire alla rinascita della sinistra dopo un trentennio di subalternità alla dottrina neoliberale?

Non guardiamo a Corbyn come un potenziale Papa straniero ma la sua vittoria indica un risveglio culturale e politico. Con una coincidenza straordinaria è emerso mentre a Parigi parti significative della sinistra europea per la prima volta prospettano un’alternativa all’euro. Con Corbyn, che ha la fortuna di non stare nell’Eurozona, dobbiamo ricostruire insieme le condizioni di un protagonismo politico del Lavoro.

Chi si pone in modo autentico in lotta contro le disugliaglianze subisce attacchi pesanti da parte del capitalismo finanziario e delle sue sovrastrutture…

La guerra che è stata fatta alla Grecia ne è la conferma. L’obbiettivo è quello di dimostrare che non esiste alternativa, l’offensiva è stata a livello mediatico, accademico, politico e sociale.

Cosa rappresenta la vostra sinistra europea?

Il nostro progetto non è l’embrione di un altro soggetto politico ma l’avvio di una discussione che comprende la Linke, il Fronte de Gauche, Podemos, la sinistra greca. Ora, con Mélenchon, già al fianco di Mitterrand e ministro, gli ex ministri Varoufakis e Lafontaine, mettiamo sul tavolo un nodo decisivo per una sinistra di governo nel segno dell’alternativa al liberismo.

Lafontaine uscì dal governo Schoreder in dissenso con la Spd che si stava piegando all’austerity insita nell’Eurozona. Perchè lei non ha rotto col Pd ai tempi del Fiscal Compact?

Dissi che era un errore sul piano economico. Ma era prima delle elezioni (francesi, tedesche, italiane e infine europee) e con la vittoria nostra e delle forze socialiste. puntavamo a recuperare in un vero bilancio europeo i margini di manovra persi a livello nazionale. Poi abbiamo visto com’è andata a finire: l’inesistenza delle condizioni politiche per correggere in modo radicale i trattati. Non a caso la proposta di lavorare a un Piano B arriva ora anche per Lafontaine, Varoufakis e Melanchon dopo le sconfitte e, da ultimo il vertice europeo del 13 luglio: il golpe finanziario della troika in Grecia.

Nel piano A vi prefiggete una modifica radicale dei patti di stabilità che hanno impoverito i popoli dell’area euro. In che modo, coi rapporti di forza attuali, potrete incidere sui governi?

Alla luce dei clamorosi fallimenti dell’agenda liberista e dei trattati. Dopo 8 anni di svalutazione del lavoro e pesante austerity, l’Eurozona è l’unica area al mondo che ancora non ha recuperato il livello del Pil del 2007 mentre i debiti pubblici sono aumentati dal 65 al 95%. Di fronte all’oggettivo fallimento del mercantilismo liberista imposto dalla Germania è dovuta intervenire in modo emergenziale la Bce. C’è una sofferenza economica e sociale che si traduce in adesione sempre più ampia a movimenti nazionalisti e xenofobi. In questo contesto è ridicolo continuare con la retorica degli Stati Uniti d’Europa. Mettere in campo un piano B vuol dire provare a incidere su quei rapporti di forza.

In cosa consiste tecnicamente il piano B per l’Eurexit?

Varoufakis in Grecia ideò un sistema di pagamento attraverso i debiti-crediti fiscali dei cittadini ma il piano B può essere articolato in modalità diverse a seconda delle situazioni: moneta parallela, accordo monetario analogo allo Sme, moneta comune che si affianca alle monete nazionali, uscita dall’euro, ma in primo luogo ricostruzione di un controllo democratico sulla Banca centrale. Gli aspetti tecnici sono rilevanti e saranno discussi ma il dato politico è che per la prima volta forze di sinistra che non vengono dal minoritarismo hanno messo sul tavolo un’alternativa all’euro, in totale discontinuità rispetto agli ultimi trent’anni della sinistra subalterna al neoliberismo.

La battaglia per la modifica dei trattati si fa anche attraverso il piano B: consente ad un governo nelle condizioni di ricatto cui è stato sottoposto l’esecutivo di Tsipras, di avere un’altra strada difficile, accidentata, ma percorribile.

D’Alema ha denunciato l’involuzione della socialdemocrazia europea. E’ possibile un rovesciamento di prospettiva nel Pse?

Soltanto se c’è competizione con una sinistra alternativa al liberismo. Ad esempio la presenza di Podemos in Spagna ha portato il Psoe su posizioni meno subalterne ai conservatori. Bisogna affermare un’altra linea mettendo in campo un’opzione che raccoglie consenso. Ma è improbabile un cambiamento visti i segni profondi di subalternità nella famiglia socialista, da Hollande alla Spd al Pd.

Il suo giudizio negativo su Jobs Act, Buona Scuola, privatizzazioni, tagli pubblici è noto. Cosa salva del governo Renzi?

La nuova legge sugli ecoreati. Altro, di rilevante, non mi viene in mente

I progressisti italiani sono frammentati per sigle e contenuti. Si costituirà mai un grande partito della sinistra?

Vedo uno spazio potenziale molto ampio. Quando in Emilia Romagna vota il 37% degli elettori, in Toscana il 48% e cresce il M5Stelle, significa che una parte rilevante del popolo Pd ha abbandonato il Pd ma non trova risposte. Serve dunque una proposta di governo, credibile, una prospettiva alternativa come il piano B.

Se foste al governo, quali priorità nelle policy? 


Un rilancio di investimenti pubblici innovativi su una strategia politica industriale per rivalutare il lavoro, per uno sviluppo sostenibile. Eviteremmo di firmare trattati che aggraveranno le condizioni di lavoratori e consumatori come il Tttp, lavoreremmo per inserire regola al movimento dei capitali.

domenica 20 settembre 2015

L'euro preso sul serio

Euro si Euro no, continua il confronto tra Bagnai, Bellofiore Garibaldo e Porcaro  
Dopo l'articolo di Bellofiore e Garibaldo a commento critico del libro di Alberto Bagnai "il tramonto dell'euro", pubblichiamo l'intervento di Mimmo Porcaro.
Qui di seguito il suo articolo, buona lettura

L'Euro preso sul serio 


di Mimmo Porcaro da controlacrisi

La questione dell’uscita dall’euro non può più essere esorcizzata. E così, opportunamente, Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo (due studiosi delle cui analisi ci siamo sempre giovati) hanno discusso in un denso articolo le tesi di Alberto Bagnai, che della moneta unica è lucido e tenace avversario. L’hanno fatto senza esorcismi, appunto, e senza eccessive semplificazioni (anche se, per dirne una, né dal libro, né dal blog di Bagnai si può dedurre che questi creda che la svalutazione risolve tutto o quasi), ma anche senza convincere chi, come noi, vede nelle tesi di Bagnai un importante contributo alla definizione di una strategia che liberi i lavoratori ed il paese dal giogo che da tempo è stato loro imposto. Vediamo meglio.

Bellofiore e Garibaldo ritengono che Bagnai ben descriva gli squilibri tra le economie dell’Unione europea ed il ruolo in essi giocato dalle bilance dei pagamenti, ma non credono che siano questi squilibri ad aver generato la crisi europea – che è piuttosto una conseguenza della crisi del capitalismo anglosassone e quindi del modello neoliberista in quanto tale – né credono che il recupero della sovranità monetaria e dunque della possibilità di svalutare possano risolvere i problemi dell’innovazione produttiva e della redistribuzione del reddito. Anzi: come l’esperienza italiana dimostra la sovranità monetaria e la svalutazione possono ben essere compatibili con politiche economiche pro-business; ed in più le svalutazioni di oggi (in un ambiente mondiale assai turbolento, conflittuale e segnato dalle incognite derivanti dalla crisi di un intero modello economico) possono avere esiti del tutto imprevedibili. A nulla serve quindi che Bagnai ci tranquillizzi mostrando (ed in maniera non convincente, secondo i due critici) come le svalutazioni di ieri non siano affatto state catastrofiche: quelle di oggi lo potrebbero essere.
Bagnai, se crede, saprà senz’altro rispondere molto meglio di noi a queste critiche. Qui ci limitiamo a dire che, da punto di vista di chi propende per l’uscita dall’euro, esse non sembrano risolutive. E’ infatti ben probabile che la crisi europea, nei suoi peggiori aspetti, sia un effetto di quella statunitense: ma il punto è che l’Unione europea – nata anche, nelle illusioni di qualcuno, per temperare il potere di Washington e quello dei mercati finanziari – non è riuscita a far muro contro l’onda lunga della crisi atlantica (ed anzi alla fine l’ha usata per disciplinare i paesi del sud). Il punto è che sono stati proprio gli squilibri trai paesi europei (lasciati volutamente irrisolti dai vertici dell’Unione) ad aggravare gli effetti della crisi esponendo la parte debole del continente alla speculazione. Essendo una “moneta senza stato”, ossia non essendo l’espressione di un vero stato unitario, l’euro ha infatti lasciato sguarniti gli stati più deboli: è servito a suo tempo a togliere sovranità monetaria (e quindi strumenti di manovra) a quegli stati ma non è servito, al momento del bisogno, a sostituirla con la garanzia dell’appartenenza ad una forte comunità economica.
Inoltre, se è certamente vero che la sovranità monetaria e la possibilità di svalutare possono tranquillamente essere messe al servizio di politiche che fanno aumentare le esportazioni e i profitti senza indurre investimenti (e quindi senza creare lavoro, domanda interna, ecc.) è altrettanto vero che nella situazione attuale entrambe si presentano ormai come condizione necessaria, anche se certamente non sufficiente, per qualunque tipo di politica economica che voglia anche solo moderatamente intervenire sui meccanismi di formazione del capitale, e poi sulla sua destinazione. Per quanto male si possa dire della svalutazione (ma Bagnai ci ha spiegato con sufficiente chiarezza in che senso essa possa essere considerata un meccanismo fisiologico, e non un atto criminale) è evidente a tutti che un paese che è ormai in deficit commerciale permanente, come il nostro, non può essere condannato in eterno ad avere la stessa moneta di un paese in surplus. Anche perché, corrispettivamente, il paese in surplus ha la stessa moneta di un paese in deficit: insomma l’euro è sopravvalutato rispetto all’economia italiana e sottovalutato rispetto a quella tedesca, e così inibisce le esportazioni di chi dovrebbe aumentarle e favorisce quelle di chi già esporta. Se a ciò si aggiunge che gli squilibri commerciali sono anche e soprattutto squilibri tra crediti e debiti (cosa essenziale, a cui Bellofiore e Garibaldo non danno qui sufficiente risalto) e che questi implicano che il denaro costi di più nei paesi più deboli, appare chiarissimo anche a chi economista non è che l’euro funziona come un meccanismo che fa star peggio chi sta male e fa star meglio chi sta bene, rendendo impossibile ai primi di accumulare capitale da investire e consentendo ai secondi di attrarre capitale nei propri confini. Funziona come un vantaggio competitivo permanente per le economie già forti, aumenta necessariamente gli squilibri, rende molto difficile saldare i debiti e quindi condanna alcuni paesi alla subordinazione costante. Ed in questi paesi condanna soprattutto i lavoratori: perché se non si svaluta la moneta e se la carenza di domanda e di capitali deprime l’innovazione, la competitività può essere cercata solo svalutando i salari.

L’uscita dall’euro si presenta quindi non certo come la salvezza, ma come la condizione preliminare di ogni tipo di politica economica e di ripresa produttiva. Bellofiore e Garibaldo insistono sul fatto che la bilancia commerciale non fa che registrare i rapporti tra le imprese, e che i problemi di questi rapporti non si risolvono agendo sulla bilancia stessa, ma intervenendo direttamente sulla produzione industriale, sull’innovazione ecc. . In tal modo si connettono a quel particolare modo di eludere la questione dell’euro che consiste nel dire, con Marx, che la moneta è frutto dei rapporti sociali, e che quindi prima si devono trasformare tali rapporti e solo dopo, semmai, si parlerà della forma monetaria che ne è espressione. Ma in tal modo non si capisce, a differenza di Marx, che la moneta non è soltanto espressione, bensì anche forma concreta di funzionamento di determinati rapporti sociali: rapporti che non possono essere modificati se non si modifica anche la moneta stessa. Cosicché, intervenendo sull’euro, in realtà si interviene direttamente (anche se non conclusivamente) sulle relazioni tra classi e tra Stati di cui l’euro è espressione e modalità di esistenza. E, nel nostro caso, si offre alla nostra economia quel po’ di respiro che consente di intervenire sui nodi effettivamente cruciali della formazione del capitale (che oggi deve tornare ad essere in buona misura pubblico), dell’innovazione (che richiede un forte e centralizzato intervento statale), del salario (che deve crescere grazie a nuova occupazione e grazie al riconoscimento del ruolo imprescindibile del lavoro nella gestione dell’innovazione stessa). Tutte cose impossibili se non c’è (o se non si può creare) denaro.

Ma, avvertono i due critici, uscire dall’euro e svalutare ci esporrebbe, oggi, ad incertezze e rischi molto maggiori di quelli di ieri, e di quelli che Bagnai sembra immaginare. Questo è un punto di analisi importante, su cui concordiamo: nell’attuale situazione di turbolenza mondiale un’operazione di riconquista, anche parziale, della sovranità monetaria, comporta conseguenze e controeffetti che devono essere assolutamente presi in considerazione. Vuol questo dire che si debba perciò rinunciare all’exit? No: vuol dire che la cosa deve essere affrontata sapendo che l’uscita non è la soluzione definitiva ma l’apertura di nuovi problemi, problemi che potranno essere affrontati solo grazie ad un programma economico e politico assai serio, capace di attrare a sé un forte consenso popolare. E che essa implica, per avere un significato di sinistra, misure radicali quali: indicizzazione dei salari, controllo dei prezzi e del movimento dei capitali, nazionalizzazioni, forte politica industriale, e – last but not least – sganciamento del nostro paese dal riferimento preferenziale al capitalismo atlantico e conseguente apertura al sud europeo, al mediterraneo, ai Brics. Non quindi, come temono Bellofiore e Garibaldo, un semplice ritorno alla nazione, ma la creazione di un nuovo spazio internazionale. Un passaggio molto radicale, certo, che proprio per questo fatica ad essere proposto e tentato. Un passaggio ricco di incognite, nel quale ci impegneremo solo quando la situazione sociale diverrà insopportabile. Ma nel restare fermi non ci sono incognite: c’è piuttosto la certezza di andare verso il completo impoverimento del paese.

Qual è, invece, la soluzione proposta da Bellofiore e Garibaldo? Essi riconoscono, e non è poco che “la sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari, senza per altro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi, fuori dalla tempesta, su base stabile”. Prevedono però che, grazie alle OMT di Draghi (le misure che consentono – in forme limitate ed in cambio di duri sacrifici – l’acquisto di titoli di stati in difficoltà da parte della Bce) non vi sarà nessuna precipitazione della crisi della moneta unica. E propongono di puntare non già allo smantellamento dell’euro, ma ad una sua radicale riforma, oppure alla sua sostituzione con una moneta comune, come risultato di una lotta di classe non rinchiusa negli spazi nazionali, ma finalmente dispiegata su scala sovranazionale.
Possiamo parzialmente concordare sul fatto che non sia alle viste alcun crollo imminente dell’euro. Non tanto perché le misure di Draghi abbiano finalmente dato (come pensano i nostri due interlocutori) una dimensione almeno parzialmente sovranazionale alle scelte economiche europee: in realtà gli stati in difficoltà possono ottenere gli acquisti di bond da parte della Bce solo se tutti gli altri stati sono d’accordo sulle loro intenzioni di “risanamento”. Piuttosto conta il fatto che al momento nessuna frazione delle classi dominanti europee ha veramente interesse a rompere la macchina: non la Germania, che ci guadagna, non le classi dirigenti italiane e sudeuropee, che grazie al ”vincolo esterno” sono ormai felicemente dispensate dal render conto ai propri elettori, non i nostri grandi capitalisti, che in Europa trovano se non altro uno spazio consono alle politiche di privatizzazione che li hanno rimpinguati. Nella situazione attuale, e a meno di particolari shock economici, la fine dell’euro può essere provocata solo da una ribellione sociale dei popoli europei e da una direzione politica che sappia indicare con chiarezza sia gli obiettivi che le forme dell’azione.

Quanto agli obiettivi, diciamo subito che l’idea di una “moneta comune” europea non ci convince affatto. Non soltanto perché è difficilmente comprensibile e comunicabile, laddove un secco “no euro” sarebbe molto più efficace. Ma perché questa idea, che nasce per risolvere il problema degli squilibri fra le diverse economie nazionali, presuppone, per essere attuata, che quegli squilibri siano già stati magicamente superati. Nella versione più diffusa (che è quella di Frédéric Lordon) l’euro sarebbe una vera e propria moneta-merce solo nelle relazioni tra economie europee ed estero. All’interno varrebbero le monete nazionali – inconvertibili tra di loro e con la valuta extraeuropea – e l’euro sarebbe solo una moneta scritturale che regolerebbe i rapporti trai diversi paesi europei, rapporti che prevedono la negoziazione continua di svalutazioni e rivalutazioni e/o (ma ciò è più chiaro in altre versioni) meccanismi che impongano il risparmio a chi è in deficit ma anche la spesa a chi è in surplus. Ora, a parte il fatto che, restando intatte le attuali gerarchie tra economie europee, l’obbligo formale alla negoziazione delle svalutazioni favorirebbe inevitabilmente le arre più forti, c’è il fatto macroscopico che, essendo la moneta comune una valuta puramente scritturale e quindi non una merce, essa non è tesaurizzabile e quindi cozza inevitabilmente contro gli interessi del creditore, il quale vive proprio dell’essere il detentore di una merce particolare: il denaro. E creditori sono, in Europa, lo stato più forte e la frazione più significativa del capitalismo, quella bancaria. “Fare” la moneta comune significherebbe quindi aver messo in un angolo Germania e banche, e quindi aver già distrutto l’Unione per quel che oggi è.

Quanto alle forme d’azione, infine, qui si manifesta una delle più grandi illusioni ancora accarezzate dalla sinistra radicale: quella secondo cui uno spazio “più grande” sia necessariamente uno spazio più favorevole alla lotta dei lavoratori e dei movimenti civili. Per cui, se c’è la globalizzazione, viva la globalizzazione: tanto la democratizzeremo “dal basso”. E se c’è l’Europa, viva l’Europa: tanto la trasformeremo in Europa “sociale”. Peccato che sia l’una che l’altra abbiano messo in competizione i lavoratori di tutto il mondo, e che l’Europa, lungi dall’essere semplicemente uno spazio “più ampio” e quindi per ciò stesso (chissà perché) migliore, abbia mostrato di essere piuttosto un meccanismo che più funziona più rende impossibile la propria democratizzazione, perché frantuma il soggetto che dovrebbe “migliorarla”. Lo squilibrio, santificato dall’euro, fra economie e stati europei si traduce infatti in una divisione dei lavoratori: tra chi dal mercantilismo ossessivo ottiene almeno qualche briciola e chi paga solo dazio. E tutto ciò non può che aggravarsi.
Vogliamo dire che siamo contro le lotte su scala europea? Tutt’altro. Si facciano, si organizzino. Anzi: i gruppi dirigenti della “sinistra-sinistra” si abituino a passare il 70% del loro tempo in Europa o comunque a dedicarlo all’organizzazione di movimenti continentali. Dimostrino così che il richiamo all’Europa ed al mondo non è più, come a volte è stato per tutti noi, un trucco per non impegnarsi in cose concrete. Si faccia tutto ciò: ma il risultato positivo di questa azione sarà, con le inevitabili eccezioni, un movimento soprattutto sudeuropeo, che sarà infine inevitabilmente indotto a proporre quantomeno un’uscita regolata e consensuale dalla moneta unica, pur nel quadro di permanenti accordi cooperativi.

E si faccia comunque presto, perché altre minacce incombono, forse peggiori dello stesso euro. Fra poco tutta la costruzione europea mostrerà di essere stata solo la preparazione di un’area atlantica di libero scambio, un’area che imporrà alle nostre produzioni gli standard statunitensi, imporrà definitivamente ai nostri stati di privatizzare praticamente tutto, renderà più acuta la concorrenza tra lavoratori. L’esistenza di un’area europea come spazio già predisposto al libero afflusso dei capitali è lo scivolo che ci porta dritti alla TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), e non è escluso che l’insistenza di Draghi a tenere in piedi l’euro ricorrendo addirittura a misure “non convenzionali” sia dovuta anche al desiderio di non far fallire questo grande progetto che, pietra tombale sulla globalizzazione, coinvolgerebbe definitivamente il nostro Paese, ridotto a misera periferia, in un conflitto con quei Brics che invece dovremmo imitare quantomeno sul punto del controllo dei capitali.
Ogni giorno, ogni secondo in più di sopravvivenza dell’euro ci avvicina irreversibilmente alla TTIPP, e quindi alla distruzione integrale delle basi sociali ed istituzionali per l’azione efficace di una qualunque vera sinistra: è bene che gli “amici” dell’euro tengano conto anche di questo.

venerdì 18 settembre 2015

Euro al capolinea?

di Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo da leparoleelecose
 

[Qualche tempo fa LPLC ha pubblicato il video della presentazione palermitana del saggio di Alberto Bagnai, Il tramonto dell’euro (Imprimatur Editore, 2012). Alberto Bagnai è diventato negli ultimi anni il punto di riferimento teorico di un vasto movimento politico trasversale che chiede l’immediata uscita dell’Italia dall’Euro. Pubblichiamo una recensione critica di Riccardo Bellofiore e Francesco Garibaldo al libro di Bagnai. In poche pagine, Bellofiore e Garibaldo propongono un’interpretazione rigorosa delle cause della crisi economica italiana, collocandola in una prospettiva di lungo periodo e dentro il contesto internazionale. L’intervento è uscito su www.inchiestaonline.it. Nel 2011 Le parole e le cose ha pubblicato un articolo di Riccardo Bellofiore sulla crisi: potete leggerlo qua. L’articolo che segue, invece, è uscito il 28 ottobre 2013].

“C’è una linea sottile tra l’avere torto ed essere dei visionari.
Sfortunatamente per vederla si deve essere dei visionari”
(Sheldon Cooper, The Big Bang Theory)

Il libro di Alberto Bagnai (Il tramonto dell’euro. Come e perchè la fine della moneta unica salverebbe salverebbe democrazia e benessere in Europa, Imprimatur , Roma 2012) è un libro utile sia lo si condivida nelle sue tesi di fondo sia, come nel nostro caso, pur apprezzandone i meriti, si abbiano su punti chiave opinioni diverse.

Il libro è utile in primo luogo perché rappresenta uno sforzo divulgativo di alto livello; ciò consente a molti di potere comprendere il merito di complesse questioni economiche e di potere quindi partecipare a una discussione, sulle sorti dell’Italia, che si vuole ristretta a minoranze tecnocratiche.

In secondo luogo perché è tra i primi, e altrettanto sicuramente lo fa con massima radicalità, che da noi pone la questione della dissoluzione dell’unione monetaria, e propone seccamente l’uscita dall’euro: una posizione che in varia forma ha preso il largo, e oggi molti, in un modo o nell’altro, vi aderiscono, senza avere forse il coraggio dell’estremismo della tesi di Bagnai. Tesi discussa, da almeno due – tre anni, da altri economisti non ortodossi italiani (tra gli altri, Bellofiore, 2010), e comunque ben presente nel dibattito tra gli economisti a livello internazionale. I dubbi sulla sostenibilità dell’euro risalgono per altro alla sua stessa nascita. (Gaffard, 1992; Grahl, 1997; in tempi più recenti Vianello, 2013, e per un inquadramento generale Toporowski 2010 e Wray 2012).

Non era difficile, in verità, predirlo. Durante la fase del cosiddetto SME credibile (dal 1987 agli inizi del 1992), con cambi fissi fra le valute aderenti, situazione allora vista come una sorta di antipasto della moneta unica, le contraddizioni si andarono accumulando sino all’esplosione.

Prima di passare alle nostre osservazioni critiche vanno messi nella dovuta evidenza i punti importanti che il libro mette in luce.

Dice innanzi tutto una cosa sacrosanta. Ogni economia vive di debito. Può essere il debito che l’imprenditore schumpeteriano ottiene dall’autentico banchiere che scommette su di lui, e che si vede ormai poco in giro. Anche il debito pubblico ha i suoi meriti. Basta vedere come nella crisi, benché tutti parlino male del debito pubblico, anche quando la crisi si dice provenga dalla crisi della finanza pubblica, nell’incertezza la caccia è innanzi tutto ai titoli di debito pubblico. Dopo di che giustamente Bagnai dice, attenzione che il debito privato è più rischioso e pericoloso del debito pubblico, e aggiunge, ancora a ragione, il vero problema è il debito estero.

E’ evidente che se c’è un debito c’è un credito. I bilanci dei macro-operatori – il settore privato, il settore pubblico ed il settore estero – sono connessi tra di loro, e tutti e tre insieme danno un saldo nullo. Se, per esempio, il settore estero fosse in pareggio, e se ci fosse un surplus del settore privato, ci deve essere un corrispondente deficit del settore pubblico. Se l’area dell’eurozona avesse un bilancio con l’estero pari a zero (ed è stato grosso modo così fino a un paio d’anni fa, ora il saldo è in leggero attivo), allora, perché ci sia un avanzo del settore privato, questo richiederebbe un bilancio negativo dell’operatore pubblico. Da questo punto di vista, si deve dire, i movimenti per il non pagamento del debito commettono spesso un errore elementare, si dimenticano che non pagare il debito vuol dire non pagare il creditore, ed è rilevantissimo a questo punto chi sia il creditore, e se sia possibile discriminare i creditori; tra i creditori dello stato vi sono spesso famiglie di classe media, non particolarmente ricche. La crisi dell’Europa, come altrove, non è affatto una crisi del debito pubblico ma è semmai una crisi del debito privato scaricata sulle finanze dei governi.

Il terzo punto importante – ed è questo, a noi pare, il fuoco del discorso di Alberto Bagnai – è l’attenzione prevalente, qualche volta addirittura esclusiva, al bilancio con l’estero, cioè alla bilancia dei pagamenti, ma forse più ancora alla bilancia delle partite correnti, e forse più ancora alla bilancia commerciale.

Indubbiamente, si tratta di un punto di vista importante per capire cosa sta succedendo in Europa, e nell’eurozona. Alcuni di noi – Bellofiore, assieme a Joseph Halevi – lo sostennero nel 2005 per un convegno di economisti italiani eterodossi, i quali ritenevano all’epoca che il problema cruciale fosse il Patto di Stabilità e la proposta da farsi la stabilizzazione del disavanzo dello stato. Noi lo vedevamo piuttosto come un’imposizione di natura prettamente politica, tant’è che fu infranto a ripetizione senza che ne subissero conseguenze paesi come la Germania e la Francia, e ritenevamo che i problemi strutturali richiedessero nel medio-termine di concordare, o imporre, un aumento del rapporto disavanzo/PIL in una logica di piano del lavoro. La questione dei disavanzi di partite correnti è sicuramente cruciale per comprendere come si configurano le relazioni tra nazioni e aree regionali in questo continente. Dopo un paio d’anni il tema degli squilibri commerciali interni all’eurozona è entrato nell’orizzonte degli economisti critici prendendosi la rivincita, perché quegli squilibri sono a questo punto diventati per loro il problema, attribuito per di più sic et simpliciter alla moneta unica; come più avanti argomenteremo meglio, questa tesi, che sembra condivisa da Bagnai, a noi pare una semplificazione eccessiva, come hanno ben messo in evidenza, in un loro recente saggio, Simonazzi (et al. 2013)1.

Alberto Bagnai nel suo libro disegna molto bene la situazione squilibrata dell’economia europea, per cui c’è un’area, grosso modo il Centro Nord, in attivo sistematico, difeso ferreamente, e c’è l’area dei PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia), il Sud Europa più l’Irlanda, che invece è in passivo. Bagnai quasi identifica la prima area con la Germania, si tratta invece della Germania con i suoi “satelliti”, una cosa un po’ diversa ora che anche quel blocco sta disgregandosi. E’ vero comunque che ereditiamo una divisione dell’Europa in due blocchi, da un lato quelli che esportano più di quanto importano, non solo all’esterno ma anche all’interno dell’area, e dall’altro quelli che importano più di quanto esportano. Tra i satelliti vi erano, almeno fino a poco tempo fa, l’Olanda, il Belgio, cui si aggiungevano la Svizzera e la Danimarca, che però stanno fuori dall’euro, vi erano poi l’Austria, la Finlandia, e ancora la Svezia che è fuori dall’euro. Bagnai chiarisce gli effetti devastanti di questa frattura, come questa divisione in due esistesse prima della nascita dell’euro, come sia stata aggravata dalla moneta unica.

Un quarto punto, infine, è il giusto rilievo dato da Bagnai al divorzio Tesoro-Banca Centrale del 1981, come un vero e proprio spartiacque nella storia italiana recente. Tale decisione – il divieto per la Banca centrale di garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti dal Tesoro e il ricorso quindi, senza salvagenti, al mercato finanziario per finanziare lo Stato, con il conseguente aumento vertiginoso dei tassi d’interesse – è, infatti, assimilabile alla controrivoluzione reaganiana e thatcheriana. Un evento catastrofico nelle sue conseguenze, all’origine dell’esplosione del debito pubblico, un segno del cambio di regime, assieme alla sconfitta alla Fiat nel settembre-ottobre 1980, che sanzionò la svolta nei rapporti di forza tra le classi, nel senso che “chiuse” i primi conti di una strategia di normalizzazione iniziata a metà degli anni Settanta, aprendo così la nuova fase.

Le nostre osservazioni critiche riguardano in primo luogo la storia dell’esperienza dell’euro come è ricostruita da Bagnai. Prima è utile ricordare che nell’analisi e nella proposta di Bagnai un concetto cardine, assieme all’indipendenza o meno della Banca Centrale, è la sovranità monetaria ed è per lui il criterio con cui analizzare le diverse fasi della storia economica italiana recente: prima e dopo la perdita della sovranità monetaria, a causa dell’adesione all’euro, e, durante le diverse fasi della partecipazione allo SME.

La differenza di valutazione nasce da una diversa idea dell’unità d’analisi necessaria a comprendere quanto è accaduto. Il discorso di Bagnai è spesso troppo rinchiuso nel contesto dell’eurozona, per di più con una opposizione troppo secca tra la Germania e il resto dei paesi. L’Europa sta nel mondo.

La storia dell’esperienza dell’euro, che va divisa tra il periodo degli albori (1999-2002) e poi la fase di realizzazione (2003 – 2013), appare in questa prospettiva alquanto diversa. Il disegno della moneta unica è un progetto francese, non tedesco. E’ un progetto costruito nel mondo di prima, non la risposta alla caduta del muro. L’idea dietro il trattato di Maastricht la superiorità del capitalismo europeo- continentale contro quello USA, salta in aria tra il 1992 e il 1993 proprio a causa della caduta del muro. Come l’Araba Fenice, è risorta dalle sue ceneri qualche anno dopo per più motivi, tra i quali la relativa debolezza (allora) della Germania e il grande rilancio egemonico del capitalismo USA2. Ciò che bisogna capire è che gli anni Novanta sono un decennio in cui la Germania è rivolta al suo interno, e patisce una qualche debolezza verso l’esterno, e ha dovuto accettare una moneta unica “larga” e non “stretta”, come probabilmente nelle sue intenzioni, cioè comprendente soltanto i suoi satelliti, ed eventualmente la Francia. Costretta a cedere, la Germania ha agito come sempre, dal Trattato di Maastricht alla crisi più recente: “scambiando” ogni passo in avanti verso una unione monetaria più integrata, con la previa imposizione di vincoli stretti sulla finanza pubblica (allora furono, prima i parametri sulla finanza pubblica, poi il Patto di Stabilità, negli anni a noi più vicini il Fiscal Compact). Salvo essere lei stessa, sinora, a infrangerli – non si dimentichi che la stessa ripresa ormai evanescente dell’economia tedesca degli anni più recenti è dovuta in primis a (intelligenti) politiche attive di disavanzo keynesiano in risposta alla crisi del 2008.

Perché andò in questo modo? L’euro riparte perché negli anni Novanta gli Stati Uniti diventano di nuovo un traino dell’economia mondiale, nelle forme contraddittorie della new economy. Sono anni in cui i tassi di interesse, oltre che l’inflazione, declinano, mentre i tassi di crescita degli Stati Uniti forniscono sbocchi alle economie neomercantiliste, come quella tedesca e italiana. In occasione del primo decennio della moneta unica, un attimo prima che la crisi investisse l’Europa, nel 2008, si sono sprecate le iniziative e gli articoli che ne celebravano il successo. Al di là di crederci o non crederci va spiegato per quale motivo la moneta unica è parsa, fino alla crisi, un modello di successo, e per quale ragione l’area europea sia poi sprofondata nella crisi. La nostra tesi, a differenza di quella di Bagnai, è che l’elemento scatenante non sia affatto riconducibile alla bizzarra costruzione dell’euro, per le sue contraddizioni (che ci sono). Non sono stati gli squilibri commerciali, e neanche quelli della finanza pubblica. E’ stata una crisi importata dall’esterno, un rimbalzo violento della crisi globale nata negli Stati Uniti. Una grande crisi del capitalismo. Questo segna una novità enorme. Noi parliamo di una crisi dell’Europa e dell’euro dentro una crisi finale del neoliberismo, cioè dentro una crisi lunga, di quelle che segnano uno spartiacque tra una fase e l’altra del capitalismo: e noi siamo nel bel mezzo della transizione, senza poter intravedere lo sbocco. Ogni parallelo tra un’eventuale uscita dall’euro e svalutazioni precedenti, che è l’argomento centrale di Bagnai sul perché e sul come bisogna uscire dall’euro, è inficiato anche solo per questa considerazione.

La crisi europea non nasce dall’interno, nasce dal crollo del modello di capitalismo anglosassone, il cui centro sono stati gli USA, basato sul consumo a debito e su un certo tipo di finanza. E’ quel modello che ha consentito ai modelli neomercantilisti, che fanno profitti dalle esportazioni nette, di prosperare, trovando sbocchi alle proprie merci. Le due cose vanno in qualche modo legate, e qui il libro ha un buco, non lo fa, ed è un limite non da poco. Non si può replicare che è un’obiezione illegittima, un parlare d’altro. Si parla della cosa stessa.

Infatti, il progetto dell’euro e il suo concreto svolgimento, contraddizioni comprese, sono difficilmente comprensibili senza riferirsi all‘economia reale, all’obiettivo cioè, prima francese, coi campioni settoriali governati politicamente, poi tedesco, con la selezione naturale per via di mercato e di capacità innovativa, di costruzione di un unico capitalismo europeo industriale e manifatturiero che privilegiasse le esportazioni. L’assunto implicito di tale scelta era che la globalizzazione in concreto significasse l’inizio di una guerra commerciale globale per conquistare i nuovi mercati emergenti, nel mentre si doveva consolidare il mercato interno europeo come il “cortile di casa” di questo nuovo capitalismo europeo. Un cortile di casa il cui obiettivo strategico era quello di posporre ogni altra considerazione alla competitività delle sue industrie con una discriminazione interna, verificata sia dalla capacità di ciascuna impresa di occupare il mercato interno che quello globale. In questa prospettiva le bilance commerciali sono sì un indicatore chiave, ma un indicatore, appunto, di una gigantesca e continua ristrutturazione industriale e di ridefinizione del potere di mercato delle singole imprese, non solo in Europa ma a livello globale. In questa prospettiva neomercantilistica e di forzatura sulla competitività si capisce meglio come il destino dell’euro sia fortemente dipendente dall’economia globale, più specificatamente dal livello di sovrapproduzione relativa sia a livello globale sia tra le aree geopolitiche; in questa partita le scelte politiche e istituzionali delle autorità nazionali e sovranazionali hanno un peso rilevante.

Alberto Bagnai propone, con molta coerenza e con molta chiarezza, che è bene uscire dall’euro, senza se e senza ma. Il sottotitolo del suo libro recita: “come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”. Per rispondere alle critiche a questa prospettiva, che non può non dar luogo a una subitanea svalutazione, per valutarne conseguenze e dimensioni, Bagnai ripercorre alcuni degli episodi passati di svalutazione del nostro paese. Lo fa però, di nuovo, quasi come se il quadro storico, il contesto generale e le scelte politiche e istituzionali non contassero. Non è così. La vicenda del cambio del nostro paese è più articolata, e piena di insegnamenti.

E’ utile partire da una crisi in cui la svalutazione non ci fu, la crisi del 1963-1964. Vigeva allora il sistema dei cambi fissi (benché aggiustabili) pattuito a Bretton Woods. Le lotte salariali, conseguenza del pieno impiego nel triangolo industriale seguita agli anni ruggenti del miracolo economico di fine Cinquanta-primissimi Sessanta, rovesciarono in un anno solo il rapporto salario-produttività dal 1950. Eravamo uno stato-nazione indipendente, con sovranità monetaria, e una Banca Centrale non autonoma dal Tesoro, condizioni ottimali nell’ipotesi di Bagnai. Il Governatore della Banca Centrale, malgrado ciò optò per una difesa strenua dei margini di profitto delle imprese per il tramite di una strategia inflazionistica, sostenendola con la tesi che alti profitti significavano alti investimenti, e per questo andavano ristabiliti. L’esito fu un passivo della bilancia commerciale (in verità erano andati in rosso anche i movimenti di capitale, per fughe illegali), che fu assunta come motivazione di una svolta a 180 gradi, verso una deflazione della quantità di moneta, e quindi una caduta degli investimenti, del reddito, dell’occupazione. I capitalisti italiani – questa purtroppo è una storia di lungo periodo e a nostro parere (che qui seguiamo Marcello De Cecco) all’origine delle traversie del nostro paese – hanno avuto un’incapacità di reagire a quel conflitto distributivo in un’ottica di qualche respiro.

A conferma di quanto dice De Cecco, è bene ricordare che, caduto il fascismo, la scuola liberale, sfruttando anche la scelta delle sinistre di lavorare per la ricostruzione del paese senza porre problemi di controllo statale dell’economia, attuò una politica liberista pura, unico paese del dopoguerra, senza porsi un problema di transizione, anzi “volendo consolidare i vecchi rapporti economico-finanziari, all’interno dei gruppi privati e fra tali gruppi e l’apparato statale” (Daneo 1975:155). L’Italia, infatti, spicca, tra i paesi europei destinatari del piano Marshall, per una politica economica a tal punto di rigorosa cautela da provocare le critiche dell’amministrazione americana dei fondi ERP (European Recovery Program). Insomma, nel mentre in Europa si sviluppava il piano Beveridge, in Inghilterra e il piano Monet in Francia, in Italia si attuava un riaggiustamento selvaggio secondo principi liberisti – un ritirarsi dello Stato – motivato dal fatto che la presenza dello Stato in assenza del controllo poliziesco sui lavoratori ed il sindacato era potenzialmente pericoloso. Si determina così un intreccio perverso tra liberismo, proclamato in chiave di controllo sociale, e politiche di freno alla crescita della base produttiva (nel 1946 la produzione industriale fu pari ad un terzo delle possibilità tecniche, Daneo, 1975: 155). La situazione divenne a tal punto ingovernabile – una iperinflazione fuori controllo – che nel ’46 si ebbe un parziale sblocco dei licenziamenti ed una tregua salariale la tregua salariale che aprì la strada, nel ’47, alla svolta deflattiva: la così detta stabilizzazione che si tradusse in una stagnazione produttiva rotta solo negli anni ’50 (Daneo, 1975).

Ciò che si vuole metter in luce è che l’uscita dal fascismo, riaprendo una sia pur timida, ipercentralizzata e fortemente controllata dalla convenienza politica, dinamica tra capitale e lavoro, spinge i gruppi dirigenti a respingere l’idea, affacciata da Togliatti, di un patto di solidarietà nazionale, cioè di una uscita lunga e regolata dalle distruzioni della guerra – come in Inghilterra e Francia -e dalla ingessatura fascista della società e dell’economia italiana. Liberismo significa liquidare l’ingerenza statale fascista e lasciare che il mercato si autoregoli ma, quando l’ipotesi naufraga nella iperinflazione, allora si dà inizio ad una ristrutturazione finanziata dallo Stato e dai fondi ERP (Daneo , 1975), in una ipotesi di rigorosa cautela, sfruttando la moderazione rivendicativa e salariale offerta per favorire la ripresa. L’idea che la rottura con lo stato fascista significasse introdurre i diritti sociali, in corso di affermazione in Inghilterra, veniva esplicitamente scartata; impressionante in uno scritto di Einaudi (1942), il brano riportata da Daneo (1975: 109):

anche là dove la macchina comanda, dove la concorrenza impone al massimo la divisione del lavoro, importa porre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento (…) ponendo un limite al crescere delle città industriali.(…) Se anche ne andrà di mezzo una parte, forse grande, della moderna legislazione sociale di tutela universale e sulle assicurazioni in caso di malattie, disoccupazione, vecchiaia, invalidità, se anche ne usciranno stremate le organizzazioni coattive in cui oggi i lavoratori sono classificati [i sindacati], poco male. Anzi, molto bene, se così avremo ridato agli uomini il senso della vita morale, della indipendenza materiale e spirituale.i

Questo pensiero einaudiano ricorda niente?

Alla metà degli anni Sessanta vivemmo dunque una ristrutturazione senza investimenti. La ripresa dell’accumulazione della fine degli anni Sessanta fu dovuta in primo luogo ad un aumento selvaggio dell’intensità di lavoro, ben rappresentato in film come La classe operaia va in Paradiso. E’ da allora che si è imboccata la via della crisi della grande industria, e dello smantellamento di buona parte della nostra base industriale.

Il secondo grande episodio inflazionistico, in condizioni non poco diverse, è quello degli anni Settanta. Il sistema di Bretton Woods collassa tra il 1971 e il 1972, e l’Italia entra nel mondo dei cambi flessibili tra il 1972 e il 1973, dopo una presenza fugace nel serpente monetario. Gli aumenti di salario superiori agli aumenti di produttività furono accompagnati da una serie di svalutazioni tra il 1973 e il 1979. Quello che, con riferimento al 1974-1975, fu chiamato il processo di disinflazione dell’economia mondiale non fu un processo neutrale rispetto alle classi e non può essere letto solo in termini di economia nazionale. Si poteva scegliere tra diverse modalità e si scelse di fare precipitare ciò che in teoria (con i cambi fluttuanti, in particolare) avrebbe dovuto evitare, una prova di forza interna verso il movimento operaio e sindacale. (Biasco, 1979: 120-123)

Alberto Bagnai ne parla, ma a noi pare non ne chiarisca gli aspetti più significativi: importanti, perché il “successo” di quella manovra, se così lo si vuole chiamare, venne dal tipo particolare di svalutazione che fu praticata, e dal particolare contesto internazionale che la rendevano possibile. Il contesto internazionale era quello di un dollaro che tendeva alla svalutazione rispetto al marco. La scelta politica delle autorità di politica economica fu di agganciarci al dollaro, e dunque di svalutarci rispetto al marco, riducendo l’impatto negativo dal lato delle importazioni (dove la valuta significativa era per noi quella statunitense), massimizzando l’impatto positivo sull’esportazione (la nostra area principale di sbocco essendo al contrario l’area del marco).Ciò consentì di dare una mano alle imprese nel conflitto distributivo con i salari. Una svalutazione “differenziata” e non socialmente neutrale.

L’altra cosa di rilievo che ci pare assente nel libro di Alberto Bagnai è che le svalutazioni degli anni Settanta furono svalutazioni eccedenti quella che era stata l’inflazione passata, e la cosa non si ripeté successivamente. Per questa ragione negli anni Settanta le svalutazioni offrivano subito un vantaggio competitivo alle industrie italiane, cosa che non accadde più in seguito. Per Bagnai la possibilità di un rilancio produttivo a seguito di una inflazione guidata, come secondo lui, sarebbe possibile nel caso di un abbandono unilaterale dell’euro da parte dell’Italia, è un dato incontestabile. Non fu così allora.

Le imprese italiane, infatti, cosa fecero nella loro grande maggioranza? Fecero, mutatis mutandis, come negli anni Sessanta rispetto alla manovra prima inflazionistica e poi deflazionistica: accolsero con gratitudine l’aiuto, alzarono i prezzi, e si guardarono bene da un impiego del vantaggio competitivo che così era loro temporaneamente concesso per migliorare in modo strutturale e permanente sui mercati esteri, a differenza di ciò che fece ad esempio la Germania. E’ chiaro che una risposta di lungo periodo al conflitto distributivo sarebbe stata l’aumento della produttività attraverso una strategia di investimenti. Negli anni Settanta l’industria italiana usò invece la svalutazione non per aumentare le quote di mercato, ma per aumentare i prezzi, dissolvendone rapidamente i vantaggi senza lasciare un sedimento positivo permanente.

Nel 1976 ci fu un altro picco di svalutazione. Eravamo anche qui uno stato sovrano, con la propria Banca Centrale, non divorziata dal Tesoro. Non di meno dovemmo ricorrere all’FMI, che ci impose (a noi come alla Gran Bretagna) delle condizioni dure. La storia degli anni successivi fu dovuta anche a ciò, oltre alla circostanza che il Partito Comunista Italiano aderì alla politica di solidarietà nazionale. La svalutazione fu, da molti punti di vista, un’occasione persa. E un episodio della normalizzazione e ristrutturazione del “caso” italiano: per quello disegnata, per quello agita.

Gli anni Ottanta sono tutta un’altra storia, divisa per di più in due fasi, se non tre. Il periodo dal 1980 al 1987 è caratterizzato dal fatto che l’Italia, che è entrata nel Sistema Monetario Europeo, vive sì altre svalutazioni, ma queste ultime sono sempre inferiori all’inflazione passata, non consentono perciò alcun recupero del guadagno competitivo, e non permettono di conseguenza alle imprese di proseguire nella strategia accomodante sul terreno del salario. Secondo autori come Giavazzi e Pagano vi sarebbero dei vantaggi nel “legarsi le mani”. Si può così razionalizzare la scelta di aderire allo SME. La Banca d’Italia, in accordo con il Tesoro, era convinta che impedire svalutazioni “competitive” avrebbe imposto la ristrutturazione del sistema produttivo italiano (il che fu vero, ma in termini di puro adeguamento tecnologico, non di autentica innovazione, come sostiene a ragione Graziani, 2000). E si era per di più convinti, del tutto a torto, come Bagnai dimostra e come tutti dovremmo sapere, che in questo modo si costringeva lo Stato a spendere meno. La spesa sociale corrente iniziava a venire compressa, è vero, ma, al suo posto, cresceva la spesa per interessi, dato il forzato ricorso del governo al finanziamento sul mercato dei titoli, a causa del divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro avvenuta nel 1981, in un decennio di alto costo del denaro. L’aumento del rapporto debito pubblico/PIL è poi da attribuire in larga misura all’andamento del denominatore.

Un’altra cosa che va detta è che in questi anni la situazione del cambio marco-dollaro si è totalmente invertita nella prima metà degli anni Ottanta: è il dollaro che tende a rivalutare, mentre il marco tende corrispettivamente a svalutarsi. La politica della svalutazione differenziata non era più praticabile. C’è un interludio, 1985-87 (un interludio in cui cambia di nuovo la situazione globale sul terreno dei cambi). Dal 1980 al 1985 la lira godeva di una banda di oscillazione più larga di quella concessa agli altri aderenti all’accordo valutario, dal 1985 al 1987 rientra nella fascia ristretta. Si arriva così al periodo dello SME credibile, 1987-1992. Una cosa che va detta, e lo stesso Bagnai a un certo punto del suo libro la ricorda, è che non esiste il mercato libero dei cambi. I cambi sono sempre sporchi, la loro fluttuazione sempre manovrata. Francesco Farina, Adriano Giannola e Ugo Marani all’epoca sostennero, a ragione, che in quel periodo la lira fosse una valuta forte (tanto che premeva sulla fascia superiore, non quella inferiore della banda di oscillazione) perché la Banca Centrale manteneva il tasso d’interesse più alto di quanto sarebbe stato richiesto dalle altre condizioni dell’economia, incluso lo stato della finanza pubblica3. La ratio era, ancora una volta, quella di premere sulla ristrutturazione interna delle imprese e sulla compressione del disavanzo pubblico di parte corrente al netto degli interessi. E così dall’inizio degli anni ’90 che noi viviamo in un universo di avanzi primari del settore pubblico che si accumulano, senza sollievo alcuno della situazione.

In queste vicende ebbe un ruolo significativo l’accordo sulla scala mobile del dicembre del 1975 che tutelava il salario lordo della gran parte dei lavoratori al 100%. Ottima cosa, si dirà. Peccato che era entrato in vigore, da pochissimo, un sistema fiscale progressivo, per cui quando aumentavano i redditi monetari (per esempio i salari, causa l’inflazione elevata, a sua volta favorita dalla svalutazione), aumentava il prelievo fiscale, e dunque il salario reale al netto delle tasse cadeva anche se era tutelato al lordo. Quei soldi cosa sono andati a finanziare? Sono andati a finanziare la ristrutturazione dell’impresa privata, dentro il nuovo quadro di rapporti di forza che si andava delineando. A questo era servita la svalutazione di uno stato sovrano monetariamente.

Insomma, la storia della svalutazione, è una storia complicata: sempre segnata dal rapporto capitale-lavoro, dalle vicende dell’industria e delle banche, dalle scelte autonome di politica economica. E quando non c’era l’euro, l’imposizione si chiamava comunque vincolo esterno.

Arriva il 1992. Non fu una catastrofe, ci dice Bagnai. No, la svalutazione del 1992 non fu una catastrofe: se non per un soggetto. Non che si stesse bene prima (il declino dell’autonomia sindacale data dalla seconda metà degli anni Settanta, e aveva vissuto già gravi colpi come la Fiat o il referendum della scala mobile). Ma certo la pietra tombale sulla scala mobile, per quel poco che ne era rimasto, e l’inizio di una lunga lotta di svuotamento della contrattazione nazionale collettiva, hanno nel 1992 un anno di realizzazione e drammatica accelerazione.

Lamberto Dini, allora Direttore Generale della Banca d’Italia, al convegno dell’AIOTE (associazione degli operatori in titoli esteri) nel Giugno del 1993, invitò le imprese “a trasformare il margine offerto dal più basso valore della lira in un duraturo guadagno di competitività e di quote di mercato, piuttosto che in un effimero recupero di profitti” e definì la manovra come il raggiungimento di “una dinamica del costo unitario del lavoro che seguiti ad essere allineata a quella dei principali paesi concorrenti“, costruendo così i “capisaldi di un circolo virtuoso, che potrà coniugare aggiustamento della bilancia dei pagamenti, rientro dell’ inflazione e stimolo allo sviluppo. Ne conseguirà per l’economia la possibilità di beneficiare anche di una sostenibile tendenza al ribasso dei tassi di interesse reali e di un cambio stabile“. Se l’economia italiana “procederà lungo la strada intrapresa – disse Dini – quella del risanamento della finanza pubblica della moderazione nella dinamica dei redditi, potrà trasformare il trauma della svalutazione in una rinnovata occasione di crescita del prodotto e dell’occupazione”. Su questa base fu costruito l’accordo di concertazione del 1993, ma del circolo virtuoso non ci fu traccia e, dopo due anni, fonti sindacali4 già denunciavano la deriva di quell’accordo nella direzione di una riduzione drastica del peso del monte salari nel reddito nazionale.

“Noi” riacquistammo allora la sovranità monetaria, dice Bagnai. Ma chi è quel “noi”. Il popolo italiano? Lo stato italiano? La svalutazione fece ripartire la piccola impresa (la grande impresa privata entrava in una crisi con pochi margini di respiro, quella pubblica venne di fatto svenduta), e certe regioni del paese. L’inflazione, è vero, non ripartì, perché i salari vennero compressi, complice la concertazione, e perché la torsione verso l’austerità divenne ora sistematica. Il riaggancio all’euro fu comunque dovuto alla ripresa della new economy, alla caduta esogena dei tassi d’interesse, al rallentamento dell’inflazione importata, e così via.

Non sapremmo trovare parole migliori su quella esperienza quelle che pronunciò Augusto Graziani nel 1994 ad un convegno sullo SME – parole che sono di monito a chi veda nell’uscita dall’euro e nella conseguente svalutazione una sorta di “salvezza”:

c’è un altro problema, cioè che questo ritorno a una politica della svalutazione come protezione delle esportazioni e della politica di sviluppo guidata dalle esportazioni è una politica che, da un lato, ha degli effetti diseguali dal punto di vista territoriale sullo sviluppo del nostro paese perché avvantaggia largamente le regioni della piccola e media impresa esportatrici, mentre penalizza tutte le altre regioni che non sono in grado di trarre vantaggio dalla svalutazione. E poi è, ancora una volta, una politica di sostegno all’industria, attraverso la svalutazione e non attraverso l’avanzamento tecnologico. 5

Nel libro di Bagnai, non a caso, vi è un’assenza assoluta di analisi della struttura industriale ed economica europea, prima e dopo l’Unione Europea e la creazione dell’Euro, e delle ragioni geopolitiche, oltre che economiche, del modificarsi dei rapporti interni all’area dei paesi aderenti all’Unione Europea. Analisi, queste, che sono essenziali per spiegare il perché del successo della politica neomercatilista tedesca e la direzione dei processi di ristrutturazione messi in moto dalla nascita dell’Unione Europea e dell’Unione Monetaria Europea (Bellofiore, 2013; Simonazzi, et al, 2013, Bellofiore e Garibaldo, 2011, Garibaldo et al., 2012). In questa prospettiva analitica gli aspetti qualitativi della produzione e il posizionamento relativo dei settori chiave dei singoli paesi nella divisione del lavoro globale e interna all’Unione Europea acquistano un carattere discriminante nel giudicare i margini odierni di una classica manovra di inflazione/svalutazione; di qui i dubbi espressi da Simonazzi (et al, 2013: 670-673) sul fatto che manovrando solo le leve macroeconomiche senza mettere mano a scelte di politica industriale e di politica sociale e del lavoro si possa uscire dalla drammatica situazione attuale.

Il secondo gruppo di obiezioni che facciamo al libro di Bagnai riguarda il ruolo delle tecnocrazie sovranazionali, la BCE in Europa ad esempio, e nazionali, la FED negli USA e quello delle autorità politiche, ad esempio il governo Abe in Giappone. Queste autorità hanno un mandato manifesto, definito per legge, ma anche spesso un’agenda non manifesta, una strategia che discende non solo da una valutazione della realtà ma da un progetto d’intervento trasformativo della realtà.

Proviamo, per esempio, a prendere sul serio Mario Draghi quando dice – in un discorso a Londra del luglio dell’anno scorso – che lui farà whatever it takes per evitare la dissoluzione della moneta unica – al che fa seguire, un po’ come in un film di Scorsese, la battuta “e vi assicuro, sarà abbastanza”. Una cosa a cui nel libro non si presta adeguata attenzione è l’entità del cambiamento istituzionale nell’eurozona, a partire dalla Banca Centrale Europea, almeno dopo Lehman Brothers, cioè dopo il settembre 2008, già con Trichet e poi ancor di più con Draghi. Gli economisti e gli analisti sociali critici, come noi, sono bravissimi a rivelare la massa di contraddizioni delle istituzioni europee in un momento dato, e a dedurne (prendendo a questo punto quel contesto istituzionale come un dato) le catastrofi prossime venture. Solo che quelle contraddizioni medesime, con le crisi che esse stesse provocano, impongono, come dice Soros con la teoria della riflessività, il cambiamento, e quel cambiamento sospende per un po’ la crisi, e la catastrofe viene rimandata. Non succede per caso, o reattivamente. E’ parte della strategia di Draghi, e non solo.

Il meccanismo che Mario Draghi ha costruito tra luglio e settembre dell’anno passato la Outright Monetary Transaction – la promessa di un acquisto illimitato di titoli di stato sul mercato secondario, condizionata alla richiesta esplicita degli stati e, in buona misura, alla loro accettazione di un controllo esterno sulle loro politiche – non sta in piedi. Infatti, nessuno l’ha chiesta (anche se non crediamo che il punto di Draghi fosse allora chiedere più austerità, semmai mettere in sicurezza quanto già gli stati andavano decidendo: come sempre, un gioco sulle aspettative). Se mai venisse davvero messa in opera, se ne rivelerebbero tutte le pecche e i problemi che essa comporterebbe6, come mette in evidenza Stark, uno dei due membri tedeschi dimessisi della BCE a causa della scelta di Draghi. Fino ad adesso è bastato l’annuncio perché la situazione di drammatizzazione sulle sorti dell’euro di un anno fa rientrasse, e gli spread si sgonfiassero rispetto ai livelli di allora. La riflessività degli agenti istituzionali, ma anche privati e le scelte non ortodosse che ne conseguono cambiano la situazione e per esempio può succedere che l’euro, invece di esplodere subito, abbia la possibilità di sopravvivere.

Dal nostro punto di vista questo non rappresenta necessariamente un miglioramento della situazione; Hans-Werner Sinn7 dice che l’unica strada è “muddling through”, cioè tirare a campare, avrebbe detto Andreotti. Tirare a campare in questa situazione vuol dire condannare milioni di persone a una situazione sociale intollerabile.

Draghi utilizza un approccio che può non piacerci, quello secondo cui in Europa le cose cambiano solo grazie alla crisi, e lo gioca all’interno di un sapiente progetto politico volto a favorire la costituzione di un capitale tendenzialmente unificato su scala europea, che impone regole non soltanto ai lavoratori, ma anche alle varie frazioni della finanza e dell’industria dell’area. La Merkel si è alleata a Draghi: ha praticamente licenziato, o accettato il licenziamento (che è la stessa cosa), di due membri tedeschi della BCE provenienti dalla Bundesbank, tra cui Stark. Ci sono forze e idee che si stanno dislocando direttamente su un contesto sovranazionale, europeo. Per questo progetto l’euro è essenziale, e verrà difeso con determinazione. Tale difesa interagisce, e interagirà, con i calcoli strategici della FED, così come con la scelta aggressiva del governo Abe, in Giappone, e la scelta di riequilibrio tra mercato interno e strategia esportatrice del governo cinese, mettendo così in moto nuovi circuiti di riflessività. Questi circuiti interagenti devono fare i conti con una situazione inedita della crisi globale, una situazione nella quale ogni attore rilevante, con un ridimensionamento cinese volto al suo sistema economico, sembra volere ripartire dalla produzione manifatturiera come fattore guida di una strategia espansiva di tipo neomercantile.

La sopravvivenza dell’euro nel breve e nel medio termine, in questo quadro, non può che danneggiare il lavoro e le classi popolari. Senza peraltro che vi sia garanzia alcuna che la moneta unica sia davvero in grado di costituirsi su base stabile, fuori dalla tempesta, nel lungo termine. Per quanti siano gli sforzi, l’euro non potrà che rimandare la sua fine, se non cambia pelle e natura, o passare, più che attraverso crisi, attraverso catastrofi (basta ricordarsi come si sono costituite le unioni monetarie dollaro e lira: non ne sappiamo abbastanza, ma sospettiamo che non sia troppo diverso per l’unione monetaria marco). La tendenza deflazionistica implicita non solo nella struttura istituzionale della moneta unica come fu disegnata al suo parto, ma anche insita nel disegno di Draghi per spingere ristrutturazione del lavoro, regolazione delle frazioni del capitale, transizione da una visione sostanzialmente confederale a una autenticamente federale, non può reggere a meno che lo sviluppo capitalistico non riparta altrove. Non si vede però oggi chi sia l’acquirente finale di una strategia neomercantile, tanto più che gli Stati Uniti vorrebbero essi stessi tornare a far parte degli esportatori netti. Non si vede delinearsi la forma del nuovo capitalismo. E’ un quadro aperto, e fosco.

Ma il “tempo comprato” – qui vale più l’inglese, buying time, che il nostro tempo guadagnato – da Draghi a favore del progetto dell’euro significa due cose importanti. Ci rammenta che il problema del soggetto su una scala immediatamente europea non può non porsi anche dal lato del lavoro e dei movimenti. Davvero non si capisce perché la sinistra, sia sindacale sia politica, italiana predichi un internazionalismo astratto, parli così tanto di globalizzazione, ma stia chiusa in un recinto di analisi e proposte così strettamente nazionale. Lo stesso è vero per l’atteggiamento degli economisti e degli analisti sociali critici sull’euro: se si cancella l’unione monetaria all’inizio di un ragionamento, non è strano che alla fine un’unione monetaria non esista più nel proprio discorso, e che non si vedano neanche le forze che la perpetuano. Se la categoria chiave del discorso sulla moneta o l’industria o la banca è la nazione, se si pensa che non sia comunque possibile una transfer union, una banking union e così via, è ovvio che l’euro non può sopravvivere. Draghi tutte queste cose le sa benissimo (la sua tesi di laurea con Federico Caffè era critica del progetto di moneta unica!), tant’è che ha definito la moneta unica come un calabrone: non dovrebbe volare ma vola, ha volato. Se vogliamo che continui a volare – l’ha detto, evidentemente, dal suo lato della barricata – si deve produrre un cambiamento strutturale di portata enorme, perché il capitalismo è cambiato, vive una nuova fase, e questo cambiamento avverrà spinto dalle crisi. Una coscienza della sfida analoga latita dal lato del lavoro, dei soggetti sociali, dei movimenti sociali, come ha osservato recentemente anche Brancaccio (2013), anche se il suo ragionamento continua a restare nell’ambito di una prospettiva ancora una volta sostanzialmente nazionale. Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale è di questa natura, ed è sostanzialmente consolatorio.

Se dunque l’euro è difficile che alla lunga possa vivere, così com’è, per le sue contraddizioni interne e se è vero che la determinazione a farlo vivere è nondimeno potente, allora quello che ci attende – per citare una poesia famosa di T.S. Eliot – non è che questo mondo finisca con un bang, cioè con una esplosione, ma con un whimper, con un gemito.

C’era una alternativa alla moneta unica negli anni Novanta? E c’è oggi, nella crisi, qualcosa che non sia il puro semplice ritorno al passato? A metà degli anni Novanta vi era, tra gli economisti, già chi pensava che ci fosse un’alternativa alle monete nazionali, e alla forbice deflazione competitiva (tedesca) versus svalutazioni (italiane), un’alternativa che non fosse la moneta unica. Tutti i limiti dell’euro erano noti ante litteram, basta andarsi a leggere un economista non certo radicalissimo come Jean Luc Gaffard, su Le Monde Diplomatique del 1992. L’alternativa possibile alla moneta unica è quella che i francesi, che sono bravissimi nelle distinzioni, chiamano moneta comune. La differenza tra moneta unica e moneta comune un qualche interesse ce l’ha. La moneta unica è anche circolante tra i cittadini dell’area. La moneta comune è invece soltanto mezzo di pagamento tra le banche centrali aderenti all’unione. Ogni nazione mantiene la sua moneta, i vari aderenti mantengono cambi fissi ma esistono alla bisogna margini di flessibilità. Se c’è uno squilibrio grave che nel medio periodo non possa essere aggiustato dall’espansione dei paesi in avanzo, viene consentita una svalutazione, mentre intanto la Banca Centrale Europea ha il potere di far credito alle aree in crisi, come anche ai governi. Non è un’idea di un’originalità devastante, è l’applicazione all’Europa di un’idea di Keynes del 1944, è il progetto di una qualche Bretton Woods europea. In questo orizzonte aveva scritto cose di grande interesse una marxista solida come Suzanne de Brunhoff (1997).

La nostra convinzione è che una pura e semplice uscita dall’euro non sia la soluzione, che anzi gli effetti domino possono essere gravi, e la pressione per l’austerità che ne risulterebbe più e non meno elevata. Ma non crediamo che cambi il segno di questa uscita dalla moneta unica la pura difesa del lavoro su scala nazionale, o di un’area particolare d’Europa (detto tra parentesi, le contraddizioni dell’euro si ripeterebbero su una scala minore, come se per esempio si volesse costruire l’Europa del Sud). Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica, o della transizione alla moneta comune. L’alternativa vera che abbiamo davanti non ci pare essere quella tra esplosione a breve dell’area dell’euro o ritorno alle valute nazionali in Europa, ma semmai quella tra stagnazione prolungata (funzionale alla ristrutturazione contro il lavoro, contro le donne, contro i soggetti sociali) o lotte transnazionali in grado di imporre un vincolo sociale e un cambio di rotta. La questione autentica non è euro sì euro no, ma come si devono configurare la lotta di classe e le lotte sociali per poter riaprire quegli spazi che oggi non possono non apparire, allo stato delle cose, inesorabilmente chiusi, come in una cappa d’acciaio.

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Note

1 Si veda anche De Cecco 2012

2 Per uno sviluppo di queste tesi cfr. Riccardo Bellofiore 2013

3 Rimandiamo a Farina 1990, e più in generale al volume di cui quel saggio è parte Giannola-Marani 1990.

4 Si veda Sabattini (1995)

5 Il riferimento è a Graziani (1994)

6 Cfr. De Cecco (2013)

7 Cfr. Sinn (2013)