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domenica 28 febbraio 2016

“Caro Saviano, ti spiego perché Napoli è cambiata”



Una risposta molto eloquente...



Hanno scatenato una scia di polemiche le parole di Roberto Saviano su Napoli. “La città non è cambiata, Napoli è senza futuro e De Magistris ha fallito”, aveva affermato l’autore di Gomorra. E dopo la durissima risposta del sindaco Luigi De Magistris secondo cui Saviano “fiancheggia chi fa male a Napoli” adesso arriva una lettera […]

Hanno scatenato una scia di polemiche le parole di Roberto Saviano su Napoli. “La città non è cambiata, Napoli è senza futuro e De Magistris ha fallito”, aveva affermato l’autore di Gomorra. E dopo la durissima risposta del sindaco Luigi De Magistris secondo cui Saviano “fiancheggia chi fa male a Napoli” adesso arriva una lettera dello scrittore e regista Luca Delgado diventata subito virale. Eccola:
Caro Roberto Saviano, è giunto il momento che tu venga a conoscenza di un po’ di cose e mi dispiace dover constatare ancora una volta che tu non ti accorga di quanto parziale sia la tua visione delle cose. Hai detto che a Napoli non è cambiato nulla, che la situazione è peggiorata. Ebbene, la prima cosa che devi sapere, della quale forse non ti sei accorto, è che il senso di appartenenza alla nostra città e la nostra identità sono così forti oggi, che non siamo più disposti a tollerare che di noi si parli sempre e solo in modo negativo. E che quindi come napoletani siamo migliorati. Ti spiego il perché, e questo mio messaggio molto lungo ti fornirà degli esempi e delle rfilessioni in ordine sparso.

Ad esempio, lo sai caro Saviano che alcune piazze di spaccio sono diventate piazze della legalità? No, non credo tu lo sappia. Lo sai che al posto di decine di luoghi abbandonati sono nati centri sociali (che forse un tempo ti erano pure graditi), che abbiamo aperto luoghi di aggregazione per i giovani come quello di Pianura e che dopo decenni riaprono luoghi della cultura e del divertimento? No, secondo me non lo sai. Però sai che solo offrendo alternative ai giovani li si allontana dalla criminalità organizzata, non di certo facendogli credere che non ci sia futuro e peggio ancora inviando l’esercito.

Lo sai tu Saviano che siamo l’unica grande città italiana ad aver conservato l’acqua pubblica impedendo che venisse gestita da soggetti discutibili? Te ne sei accorto che siamo gli unici ad aver rispettato la sovranità popolare con il rispetto del referendum?
No, tu queste cose non le sai, non le racconti. Eppure non ti sembra una cosa di cui andare fieri?

Tu lo sai Roberto Saviano che Napoli è la città capoluogo dove c’è il maggior tasso di trasparenza e buona gestione degli appalti, il che significa averli sottratti alla criminalità organizzata, unitamente al traffico dei rifiuti? Ma te la ricordi la questione inceneritori ai quali abbiamo detto no? No tu proprio non lo sai, dici che la situazione è peggiorata. Eppure qui dopo l’emergenza del 2010 siamo arrivati ad avere la raccolta differenziata porta a porta. Sì, hai capito bene.

Lo sai tu Saviano che abbiamo aperto nuovi asili nido comunali e assunto centinaia di maestri e maestre in un tempo di grande recessione economica? Perché è soprattutto partendo dalla scuola che si contrasta la malavita, questo dovresti saperlo Roberto Saviano, eppure non lo sai.

Ti sei accorto che qui a Napoli il cambiamento lo hanno notato gli organizzatori di grandi eventi nazionali e internazionali come il Pizza Village, America’s Cup, Coppa Davis, Giro d’Italia, Beach Volley, Lungomare di Libri, insieme a diversi milioni di turisti che affollano la città durante tutto l’anno? Solo tu non te ne sei accorto Roberto Saviano? Come fai a dire che la situazione è peggiorata?

Tu che hai sempre parlato delle minoranze e denunciato le discriminazioni, ti sei accorto che Napoli ha avuto il coraggio di dare la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen, Capo dello Stato della Palestina, e ad Abdullah Öcalan? Che in tempi di ruspe e di crisi internazionli qui da noi si dà la cittadinanza ai figli degli immigrati? Che abbiamo un registro sulle unioni civili? Che da noi vengono riconosciuti i matrimoni celebrati all’estero di persone dello stesso sesso, che da noi è stata rilasciata la carta d’identità ad un bambino di due donne sposate a Barcellona? E dai, non te ne sei proprio “addonato”? Eppure ne hai raccontate di storie simili, ma quelle belle della tua città perché ti ostini a non raccontarle?

Lo sai Saviano che da noi tutti i servizi sono rimasti pubblici, cioè di tutti noi, mentre altrove si privatizza? E che sicuramente non saremmo perfetti come Lugano né puliti come Monaco, ma vuoi mettere l’orgoglio di poter finalmente andare in giro per l’Italia e dire a testa alta che siamo napoletani?
Vedi Saviano io non ce l’ho con te, nutro profondo rispetto nei tuoi riguardi, per il lavoro che hai svolto, per la tua storia di coraggio e dedizione.

Credo però che tu non disponga più dei mezzi per poter raccontare Napoli, e noi ce la stiamo mettendo tutta affinché si creino i presupposti perché tu possa tornare e verificare di persona: noi qui ce la stiamo mettendo davvero tutta Robe’. Ma fa male vedere che per te noi non esistiamo. Fa male vedere che non capisci che se continuiamo con la retorica che qui le cose vanno sempre e solo male, non solo non si dice la verità, si fa il gioco di chi vuole che le cose non cambino. E ho paura, ma correggimi se sbaglio, che come tanti nostri concittadini, assuefatti e rassegnati da decenni di cattiva amministrazione, tu non riesca e non riuscirai mai a vederlo il cambiamento e che forse tu non disponga neanche del vocabolario necessario a celebrare e raccontare qualcosa di bello. La straordinaria bellezza dei tuoi concittadini che tutti i giorni lottano per migliorarla questa nostra splendida città si chiama ‪#‎Riscetamento. E ho paura che tu non lo racconterai mai.
Viva Napoli e viva i Napoletani.

Luca Delgado

venerdì 18 maggio 2012

"Quello che non ho" e mi guardo bene dall'avere

Non condivido tutto quello che dice Grimaldi, ma per quanto riguarda certi utili idioti, velinari consapevoli o inconsapevoli di una propaganda trasportata via etere da spacciatori di emozioni a buon mercato, ha ragione da vendere.

Fulvio Grimaldi da ComeDonChisciotte  



A proposito di armi di distrazione di massa, non poteva non accorrere alla chiamata a quelle armi la provetta coppia dalla lacrima tossica Fazio-Saviano? Ed è accorsa dotata del migliore armamentario necessario alla distruzione della razionalità con cui l’essere umano provvede alla difesa della sua autonomia di giudizio. Ho visto su La 7 la megakermesse dell’emozione lacrimoso-buonista “Quello che (non) ho”, il parossismo del politicamente corretto, una parata patetico-melò nella quale hanno affogato anche alcune delle personalità più rispettabili, per quanto nell’occasione a loro dispetto strumentalizzate, vedi Scola, Olmi, Elio Germano, Raffaele La Capria, il solipsista Guccini, vedi la partigiana, vedi il maestro di strada Cesare Moreno, mio compagno nella lontana Lotta Continua, messi lì per arruffianarsi e intorpidire la sinistra.

Hanno addirittura commesso il sacrilegio di inserire nelle loro turpitudini l’immagine e la parola di Pasolini. Il pubblico, rasserenato dallo sghignazzo per il buffone di corte Littizzetto che elegantemente chiedeva a Fassino se non gradiva farsi Carla Bruni, subiva l’annichilimento di ogni ragione critica nelle suggestioni revival di Elisa, nelle storie di bambini napoletani sputazzoni e sputacchiati, nelle melensaggini bibliche – o quanto praticate! – sull’amore per il prossimo, nell’edificante evoluzione di Rocco Papaleo dal sasso lanciato in faccia al nemico, al sasso riscattato al “costruire”.

Miravano alla pancia e prendevano alle spalle. Con gli spettatori presi per il culo da tutta questa fuffa di sciropposa emotività, nemica, sì, del freddo raziocinio, ma molto amica di un compassionevole autocompiacimento, la traiettoria delle salve autentiche del duo di vivandiere dell’armata dei diritti umani con il pugnale tra i denti partivano dalla pancia (e, nel caso della coprologa Littizzetto, dal basso ventre) e agevolmente arrivavano a colpire cervelli ormai disarmati. Prima, a spazzare il campo da ogni resistenza, le mine anti-comuniste piazzate dagli artificieri della democrazia, Lerner e Gramellini, con il recupero all’etica dell'anticomunismo di Solidarnosc, i prezzolati terminali polacchi di Vaticano e Usa. A dissodare il terreno provvedevano due accorate fanciulle che, rispettivamente, dovevano satanizzare lo Stato canaglia Iran ed esaltare una rivoluzione dei gelsomini tunisina di cui si trascurava la fine tra le fauci dei Fratelli Musulmani, che si sa quanto sono promotori della dignità e felicità delle donne. Indi, messosi sulle vergogne la foglia di fico del fervorino antimafia, arrampicatosi sulla croce della sua periclante vita sotto scorta, Saviano, a prima vista vampiro a corto di sangue, assumeva il ruolo del cannoniere di sfondamento. Riesumando i cadaveri putrefatti della disinformazione imperiale, eseguiva alla perfezione gli ordini dei mandanti dell’operazione. 

Una breve, micidiale, per quanto ormai antistorica bordata contro la Libia, con i ratti Nato-Al Qaida messi sullo stesso piano dei laici rivoluzionari antimperialisti e anti-tirannici delle primavere arabe autentiche, questi ultimi felicemente liquidati da savianei Nato-islamisti in Bahrein, Egitto, Yemen. Consapevole delle benefiche ricadute tra i politically correct, delle primavere, esaltava il ruolo delle donne (che in Libia erano invisibili tra i “ribelli”, se non stuprate e sgozzate, mentre erano in prima fila nella resistenza patriottica). Poi la stoccata strategica contro il nemico assoluto, la Russia di Putin (in sintonia a destra con il terminator Obama e, a “sinistra”, con il rivoluzionario colorato e slavofobo del “manifesto”, Astrit Dakli), rilanciando l’infame falsificazione mediatica della tragedia di Beslan, Ossezia del Nord, 1/9/2004. Sguazzando tra i bambini falcidiati in quella scuola dai terroristi Nato-ceceni, scaricava la responsabilità del massacro sui russi, intervenuti per porre fine al massacro. Avreste dovuto godervi le lacrime di Fabio Fazio al termine della “testimonianza” di una povera complice della fetecchia. Se immaginavo che mai ci avrebbe potuto essere qualcosa di più oscenamente ipocrita del finto pianto della Fornero, mi sbagliavo.

Per ottundere la visione degli orrori in corso ad opera dei suoi mandanti tra Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Messico, Honduras, e di quelli strutturali degli alleati qatarioti, bahreiniti, sauditi, turchi, Usa, contro la propria popolazione, e per lubrificare i futuri lanciamissili contro Stati e popoli non normalizzati, l’uomo di Casal di Principe riesumava veline Cia-Mossad intrise del sangue della verità. La magnifica serata ha evidenziato il suo significato di presa per il culo dei narcotizzati dalla commozione, con un omaggio diretto alla Nato e ai suoi eroi: un certo ufficiale di marina in sfolgorante uniforme rievocava come, con la sua corvetta, avesse salvato bambini e donne alla deriva sul barcone al largo di Lampedusa. Gloria e onore alla nostra marina che in un solo anno ha salvato ben 32mila migranti dall’atroce fine in fondo al mare. Stupefatti, muti come pesci e bianchi come merluzzi, da quel fondo del mare seguivano la trasmissione decine di migliaia di non salvati dal nostro eroico capitano di corvetta. E neanche dalla corvetta Sibilla quando speronò la Kater i Rades per mandare sott’acqua 81 albanesi. E neanche dalle tante navi da guerra italiane che, per la Nato, guardavano e cannoneggiavano i libici e se ne fottevano altamente dei fuggiaschi da quelle granate mentre annegavano lì intorno. Effetti collaterali che non turbavano i buoni sentimenti, né degli artefici di questo Kolossal imperiale, né dei loro consapevoli o inconsapevoli complici, né di un pubblico che se ne tornava a casa in brodo di giuggiole per aver fatto e visto una cosa buona.

Per la terza puntata, l’uomo dagli occhi da morto vivente si era riservato il bersaglio grosso. Personaggio nerissimo,con le radici sprofondate nell’estrema destra, lettore appassionato di Julius Evola, sostenitore dello Stato criminale per eccellenza, Israele, non poteva non dare il suo contributo a quello a cui gli psicopatici nichilisti dell’armageddon biblico puntano come alla “battaglia finale”. Tutta la parata di stelle della più dignitosa intellettualità italiana, il panteon dei martiri di mafia e industria, le tempeste emotive suscitate dai vari “casi umani” (tipo “l’ansia della mamma con il figlio in missione di pace”, cioè professionista del killeraggio colonialista), le ruffianerie musicali collegate agli anni in cui “eravamo giovani e belli”, costituivano i preliminari in vista della penetrazione. Non servivano ad altro che a montare attenzioni, ascolti e consensi verso l’obiettivo vero di tutta l’operazione: la Cina. In un copione che poteva essere scritto a molte mani da Cia, Mossad, Amnesty, Human Rights Watch, Avaaz e Hillary Clinton, cioè dalla créme de la créme della sodomizzazione planetaria, ma che portava la firma dell’immancabile dissidente, Saviano incartava un pubblico ormai spogliato di ogni resistenza razionale. Non aveva mai messo il becco in Cina, Stato quanto mai discutibile nel suo paradossale capital-comunismo, ma incomparabilmente meno efferato rispetto a Stati divoratori e desertificatori di paesi e popoli, quali quelli a cui questo pifferaio del male assoluto presta i suoi servigi. Né sapeva citare alcunché di analisti seri e obiettivi. Gliene bastava la conoscenza, in tutti i suoi orrori, fornitagli dal dissidente Liu Xiao, uno che nei Laogai cinesi, campi di lavoro per detenuti, ma campi di sterminio per Saviano, aveva speso alcuni anni.

Saviano combina il piglio del fustigatore morale con quello del giustiziere. E il pubblico, inconsapevole del waterboarding psicoemotivo cui è sottoposto, applaude a ogni passaggio, sentendosi spostato sempre più dalla parte del bene assoluto: processi farsa, lavaggio del cervello, torture, confessioni estorte, fame, prigionieri ischeletriti. “Pare”, dice Fazio, dai 3 ai 5 milioni attualmente nei Laogai, 40 dai tempi di Mao, mica qualche ladro, rapinatore, omicida, corrotto, spia, macchè, tutta gente che si limitava a “pensarla diversamente”. Su un tavolino erano sparsi alcuni dei prodotti cinesi che invadono i nostri mercati, belli o brutti, ma anche loro travolti dall’esecrazione savianea, giacchè “del regime comunista” e, dunque, ontologicamente nefasti. Oltreché perniciosi per il monopolio mercataro delle multinazionali. Avesse un briciolo di onestà, questa sordida invettiva anticinese su cose che in Occidente si fanno meglio e su più vasta scala, avrebbe potuto prendersela con i portachiavi cinesi con, in un sacchetto, tartarughine vive. Vive per un mese, per poi morire soffocate. Ma ci pensate quanto gliene fotte al sicario e ai suoi mandanti? Mica si tratta di “diritti umani”. 

A Saviano, al confronto con la cui indignazione contro i “regimi comunisti” (tutti, non risparmia neppure Ungheria, Bulgaria, Romania, buonanime e cita, en passant, gli irrinunciabili Castro e Chavez), quella del popolo di Occupy, della Puerta del Sol, o delle moglie dei suicidati da Monti-Fornero, risulta una banale irritazione, succede, piagnucoloso quanto serve, il dissidente Liu Xiao, appropriatamente Premio Nobel. Proprio come Kissinger, Begin e Obama. Ha fatto qualche anno di Laogai, accusato di corruzione. Liberato, in quale paese immaginate che si sia precipitato? In quello di tutte le libertà, santuario dell’habeas corpus, esportatore di diritti umani, equo ridistributore di ricchezze. Direttamente a Washington: “Sono stato fortunato, finalmente la libertà mi sorrideva”. Dagli Usa, alcuni anni dopo, premiato con cittadinanza statunitense, omaggiato dal Senato a maggioranza repubblicano-bellicista, assoldato e addestrato dalle centrali di spionaggio e destabilizzazione (quelle delle “rivoluzioni colorate”), veniva rispedito in Cina. Si dotò dell’immancabile copertura con una Fondazione Liu Xiao, fu quasi subito scoperto da chi ben conosceva i suoi polli, arrestato e, visto che gli Usa gli avevano fornito lo scudo della cittadinanza, rispedito a casa sua. 


lunedì 1 novembre 2010

Le luci di Tel Aviv e l'abbaglio di Saviano

di Franco Cilli
Lo confesso, sono rimasto deluso da Saviano, come molti del resto. Ho ascoltato il suo discorso alla manifestazioneee: “Verità per Israele”(potete ascoltare un'ampia parte del discorso di Saviano nel video di Arrigoni da Gaza), promosso da Fiamma Nirestein e ho provato un senso di sconforto, non tanto e non solo per l'atroce banalità delle sue parole, che con un'espressività elementare e quasi naive, riusciva a velare le terribili verità dell'oppressione israeliana verso un intero popolo, ma quanto per la sensazione di avere perso una risorsa che mi sembrava importantere per questo paese. Come può rappresentare una risorsa, mi sono chiesto, uno che vive una dissociazione così netta con la realtà? Non è l'unico d'altronde a vivere questo genere di dissociazione, anche Travaglio è affetto dalla stessa sindrome, che io vedo apparentata col fenomeno della religione. Anche lì si è preda di un fenomeno che tende a scindere l'elemento storico da quello del mito, sull'onda dell'emotività e e dell'emersione di un'identità inoculata come un virus.
Rimane il dubbio della cattiva fede e della cattiva coscienza, ma voglio persuadermi che Saviano sia in buona fede e che sia solo vittima di un allentamento delle sue capacità di riuscire a selezionare i fenomeni in base ad un criterio uniforme. Non si comprenderebbe altrimenti perché riesce ad analizzare così finemente il fenomeno della camorra, dissezionandolo in tutte le sue parti e sondandolo fin nei minimi recessi e a ignorare allo stesso tempo parti altrettanto importanti di realtà. Una forma di provincialismo percettivo? Difficile però a credersi in un mondo così disponibile ad essere svelato solo a volerlo.
Saviano cita più volte in maniera quasi cantilenante “ le luci di Tel Aviv”. Sono l'elemento che più di ogni altra cosa ha suscitato in lui emozione. Appunto, emozione e rischiaramento, un effetto artificiale di una luce artificiale. Le luci, la percezione di un'atmosfera calda, tollerate e accogliente sono gli elementi di un caleidoscopio ipnotico che hanno forse hanno indotto in Saviano un giudizio fondato sull'emotività piuttosto che sulla fredda considerazione dei fatti, quasi se con Gomorra lui avesse già dato, se la ragione fosse ormai consunta e abusata e volesse aprirsi a frontiere inesplorate della realtà, quella realtà che si coglie dilatando al massimo la percezione e identificando l'apparire dei fenomeni percettivi con la realtà stessa. Questo “illuminismo romantico” di Saviano è davvero pericoloso e induce in chi ascolta la paranoia del complotto.
Qual'è la causa che rende possibile questa dissociazione? La risposta come spesso avviene la troviamo nella storia, in quella storia che si intreccia con la natura e con il “destino dell'uomo”. La nostra stessa società e vittima di una dissociazione delle sue parti, una scissione intrinseca al sistema stesso. La civiltà occidentale si è evoluta grazie alla spinta della borghesia che nel rivendicare i propri diritti di classe in conflitto con l'aristocrazia, ha aperto le porte a rivendicazioni universali, che fondevano le libertà economiche con le libertà individuali e portavano all'emersione verso l'esterno della libertà di coscienza, una libertà fino ad allora relegata a forza nella sfera privata. Quando tale libertà è divenuta l'elemento propulsivo dei diritti delle moltitudini, con la lotta e con il sangue si sono conseguite conquiste storiche che paradossalmente mentre recavano più libertà e maggiori diritti per gli sfruttati, portavano allo stesso tempo ad una razionalizzazione del sistema capitalistico stesso, che utilizzava l'accresciuta libertà degli individui per incrementare il suo potenziale espansivo e il saggio di profitto, contraddicendo in questo le previsioni di Marx. Ecco spiegata la dissociazione, non è solo un puro elemento dispercettivo, ma è un fattore costitutivo della società capitalistica stessa, che da una parte conserva intatto il potere spietato del capitalismo, dall'altro genera inevitabilmente quelle “sovrastrutture” destinate teoricamente a soppiantarla, e che durante i secoli sono state portatrici di istanze di “progresso”, oscillando fra rivoluzione e riformismo.
Gli aspetti di democrazia interna e di libera circolazione, unitamente all'accesso ai consumi delle democrazie occidentali contribuiscono a creare un milieu dove una buona parte dei cittadini, borghesi o proletari, si trova a proprio agio. Siamo  così portati, se non teniamo ben desto il nostro spirito critico, a vivere gli elementi sovrastrutturali di una società come indipendenti dalla sua struttura economica e sociale. Questa è l'essenza delle democrazie occidentali: elementi di libertà (fatto salvo lo sfruttamento del lavoro) al proprio interno, con un sufficiente grado di soddisfazione di bisogni acquisiti della quasi maggioranza della popolazione, grazie all'abbondanza di plusvalore prodotto, e una politica estera affidata al realismo amorale della politica, una sfera autonoma e meno soggetta a condizionamenti e a normative giuridiche o etiche. Forse è una specie di istinto egoistico di conservazione che induce molti di noi a rimuovere la presenza di quelle istituzioni sovranazionali che servono e si servono delle democrazie o se preferite dell'impero, per mantenere un sistema di distribuzione delle risorse ineguale e che dettano le politiche verso i cosiddetti paesi emergenti.
Ha ragione Giuliano Ferrara quando afferma con l'agghiacciante cinismo del liberale che si è strappato la maschera: “volete i frigoriferi, le televisioni e le automobili? Questo è il prezzo”. Il prezzo è una competizione spietata per la conquista a tutti i costi delle risorse del pianeta, ci volesse una guerra con motivazioni inventate di sana pianta. Per alcuni sedicenti liberali non ha nessuna importanza la politica estera di una "grande democrazia", l'importante è che questa si conformi a determinati canoni, stabiliti non si sa da chi e che danno per scontato ad esempio che il bipolarismo delle democrazie anglosassoni sia l'unico vero modello di democrazia. Che importa poi una guerra e qualche milione di civili massacrati, vivaddio la democrazia non può essere perfetta, solo praticata e canonizzata, è una realtà che sfugge al desiderio e si conforma solo al volere della storia. Tutti gli stati che il mondo civilizzato esclude dall'albo dei paesi democratici, sono stati canaglia, perché è il canone quello che conta, comodo alibi per le porcherie del liberismo.
Forse sotto sotto nell'atteggiamento di quelli come Saviano c'è anche una sorta di malcelato storicismo, che vede nella politica coloniale un passaggio obbligato verso il progresso dell'umanità, un ponte fra la barbarie dello stato di natura e la civiltà. L'indigeno va represso e se necessario annientato, perché rappresenta forme residuali di società morenti e destinate ad essere soppiantate dal nuovo. L'ansia di compiere una missione storica induce i liberali di tutte le fatte a sorvolare anche su quegli aspetti negativi che si manifestano all'interno delle società capitalistiche stesse, considerati endemici di una democrazia e frutto di una dialettica sociale che richiede l'esistenza di una classe povera, di un ceto medio e di una classe borghese agiata,  quali elementi di un dinamismo sociale necessario e vitale. Nel caso di Israele poi questi aspetti solo a non voler chiudere gli occhi sono eclatanti: l'apartheid e le ingiustizie verso le popolazioni arabe sono tremendi, ma la luce delle vetrine, la libera circolazione delle merci e con esse della “cultura”, ci abbaglia e ci persuade che non c'è nulla di meglio delle democrazia borghese, anche quando questa smentisce se stessa.
Persino personaggi come Grillo sono vittime della stessa dissociazione. Grillo racconta un'Inghilterra delle meraviglie, dove lui, un comico, viene ricevuto e ascoltato nientemeno che dal Ministro della cultura in persona e dove i delfini nuotano del Tamigi. Gli aspetti di efficienza della macchina statale secondo i canoni di un concetto di civiltà che si misura con il rispetto delle leggi, il funzionamento delle metropolitane e la snellezza delle burocrazia, prevalgono sulle considerazioni in merito alla natura feroce della politica coloniale e guerriera di uno Stato “democratico”. Che importa se l'Africa è sotto il loro giogo e se l'Iraq è una groviera insanguinata?
Torna nuovamente l'inquietante interrogativo: la democrazia ha un prezzo? Se si chi lo paga?
È possibile separare ad esempio il benessere della Svizzera e la sua libertà interna dal riciclo di capitali da parte delle sue banche, derivanti dai proventi della mafia e dal traffico di droga? È possibile separare la politica coloniale dell'Inghilterra e della Francia dal loro modello di democrazia e dal loro livello di reddito pro capite?
Io credo di si, credo sia possibile ridurre i costi di una democrazia e soddisfare adeguatamente i nostri bisogni, basterebbe che ci mettessimo d'accordo su un prezzo equo da pagare, facessimo qualche rinuncia e non dessimo più credito a fantocci che urlano :”lo standard di vita del mio paese non si tocca”, o recitano litanie del tipo: “occorre rilanciare i consumi, aumentare la crescita, la produttività” ecc. ecc . Non sarebbe più necessario affamare un miliardo e mezzo di persone e distruggere l'ecosistema. Che ci vorrà mai, basterebbe ripensare integralmente il nostro sistema economico, abolendo per decreto il pensiero unico in economia. Ma questo è un discorso lungo.
Sono convinto che anche nel Tevere potrebbero nuotare i delfini, sarebbe sufficiente eliminare gli squali.