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martedì 27 dicembre 2016

L'Economia Politica dell'Apartheid di Israele e lo Spettro del Genocidio

di William I. Robinson (da Truthout, 19 settembre 2014)
traduzione per Doppiocieco di Domenico D'Amico



Pochi giorni prima delle sette settimane di assedio di Gaza degli scorsi luglio e agosto, che ha prodotto 2.000 palestinesi morti, 11.000 feriti e 100.000 senza casa, il deputato israeliano Ayelet Shaked, membro di alto livello del Jewish Home Party [HaBayit HaYehudi, La Casa Ebraica], parte della coalizione al governo, ha scritto su Facebook che “il nemico è l'intera popolazione palestinese (…) inclusi vecchi e donne, città e villaggi, edifici e infrastrutture.” Il post prosegue affermando che “dietro ogni terrorista ci sono dozzine di uomini e donne, senza i quali non potrebbe compiere atti di terrorismo. Sono tutti combattenti nemici, e il loro sangue ricadrà su di essi [1]. E questo include anche le madri dei martiri, che li spediscono all'inferno con fiori e baci. Dovrebbero seguire i loro figli, niente sarebbe più giusto. Dovrebbero sparire, insieme al luogo fisico in cui hanno cresciuto quei serpenti. Altrimenti, quella casa farà da nido ad altri piccoli rettili.”
Il post di Shaked è stato condiviso più di mille volte, e ha ricevuto quasi cinquemila like. Qualche settimana dopo, il primo di agosto, The Times of Israel ha pubblicato un editoriale di Yochanan Gordan intitolato “Quando il Genocidio È Ammissibile.” Gordan afferma che “dovrà pur giungere il momento in cui Israele si senta abbastanza minacciato da non aver altra scelta che sfidare i moniti internazionali.” E prosegue così: “In quale altro modo è possibile trattare con un nemico di tale natura, se non eliminandolo totalmente [obliterate them completely]? All'inizio di questa incursione, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha detto chiaramente che il suo obbiettivo è quello di ristabilire un'accettabile tranquillità per i cittadini di Israele. (…) Se politici ed esperti militari giungono alla conclusione che il raggiungimento di questa tranquillità si possa ottenere con un genocidio [is through genocide], non diventa forse ammissibile raggiungere quegli obbiettivi ragionevoli?”

Gli appelli alla pulizia etnica e al genocidio sono sempre più frequenti

Facendo eco a sentimenti analoghi, il vicepresidente del parlamento israeliano Moshe Feiglin, membro del partito Likud di Netanyahu, ha incitato l'esercito israeliano all'uccisione indiscriminata dei palestinesi di Gaza, e all'impiego di ogni mezzo possibile per cacciarli via. “Se ne possono andare, il Sinai non è molto lontano da Gaza. Sarà questo il massimo sforzo umanitario di Israele,” ha affermato Feiglin. “L'IDF [esercito israeliano] conquisterà tutta Gaza, utilizzando ogni mezzo necessario a minimizzare il danno per i nostri soldati, ogni altra considerazione esclusa, (…) La popolazione nemica che non avrà compiuto atti di aggressione [innocent of wrong-doing] e che si sarà separata dai terroristi armati verrà trattata in accordo con il diritto internazionale, e gli sarà permesso di andare via.” [2]
Questi appelli alla pulizia etnica e al genocidio stanno aumentando di frequenza. In questi anni in Israele il clima politico ha continuato a svoltare talmente a destra, che ormai un'atmosfera fascista è percepibile nella vita di tutti i giorni. A tel Aviv, in agosto, alcuni dei dimostranti di destra che hanno picchiato i manifestanti di sinistra contrari all'assedio di Gaza indossavano magliette con simboli e foto neonaziste, incluse alcune con la scritta “Good Night Left Side” [Buonanotte Sinistra], uno slogan neonazista popolare nei concerti europei di band di estrema destra, replica all'originale slogan antifascista “Good Night White Pride” [Buonanotte Orgoglio Bianco]. Quasi metà della popolazione ebraica di Israele approva la politica di pulizia etnica per i palestinesi, e secondo un sondaggio del 2012, ampie parti del pubblico approverebbero l'annessione completa dei territori occupati e l'instaurazione di uno stato di apartheid.
Il timore per un fascismo in ascesa in Israele ha spinto 327 sopravvissuti e discendenti di sopravvissuti al genocidio nazista a pubblicare una lettera aperta sul New York Times del 25 agosto, manifestando allarme per “l'estrema, razzista disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto il parossismo.” Così continua la lettera: “Dobbiamo levare la nostra voce collettiva e usare le nostre forze per porre fine a ogni forma di razzismo, incluso il genocidio in corso del popolo palestinese [the ongoing genocide of Palestinian people].”

Quali sono le radici economiche sottese alla politica economica israeliana che portano a simili tendenze genocide?

Il progetto sionista è probabilmente fondato [may have been founded] – come sappiamo da studi storici emersi di recente – sulla sistematica pulizia etnica e sul terrorismo inferti ai palestinesi. L'articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948 [3] definisce il genocidio come “ciascuno degli atti (...) commessi con l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale.” Non c'è dubbio che stiamo assistendo, in Israele-Palestina, a un'attività che prelude al genocidio [pre-genocidal activity]. Quali sono le radici economiche sottese alla politica economica israeliana che portano a simili tendenze genocide?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un passo indietro di qualche anno, per concentrarci sui mutamenti di più larga scala associati alla globalizzazione capitalista e sull'integrazione di Israele e del Medio Oriente nel nuovo ordine globale. La globalizzazione del Medio Oriente, a partire dalla fine del XX Secolo, ha portato cambiamenti fondamentali nella struttura sociale di Israele e nell'economia politica del suo progetto coloniale. La ristrutturazione causata dalla globalizzazione capitalistica è stata portatrice di un importante cambiamento delle relazioni tra quel progetto e i palestinesi, e ha generato condizioni che rendono più agevole per la destra israeliana evocare lo spettro del genocidio.

Oslo e la Globalizzazione di Israele
La rapida globalizzazione di Israele, iniziata alla fine degli anni 80, coincise con due intifada palestinesi e con gli Accordi di Oslo, dibattuti dal 1991 al 1993 e demoliti negli anni successivi. Mentre la Guerra Fredda esalava l'ultimo respiro, le élite transnazionali ritenevano che l'emergente economia capitalistica globale non si sarebbe potuta stabilizzare, e rendersi sicura per l'accumulazione transnazionale di capitale, in un contesto di violenti conflitti regionali, e iniziarono quindi a fare pressione per una politica di “risoluzione dei conflitti,” o di una composizione negoziale dei conflitti regionali in corso, dall'America Centrale all'Africa meridionale. Sostenuti e persuasi dagli Stati Uniti e dalle élite transnazionali, nonché da potenti gruppi capitalistici israeliani, negli anni 90 i governanti di Israele intrapresero negoziati con le controparti palestinesi soprattutto come reazione alla crescente resistenza palestinese, manifestatasi con la prima intifada (1987-1991). Si possono vedere i negoziati di Oslo come un'importante tessera del puzzle politico dovuto all'integrazione del Medio Oriente nel sistema capitalistico globale emergente (un'integrazione che fa anche da sfondo strutturale alla Primavera Araba, ma è tutta un'altra storia).
Gli Accordi di Oslo, sottoscritti nel 1993, attribuirono all'Autorità Palestinese (PA) un'autonomia in stile bantustan [4] nei territori occupati, per un periodo che sarebbe dovuto essere un interim di cinque anni, durante il quale i negoziati avrebbero continuato a trattare questioni chiave per arrivare a una “situazione definitiva” [final status], questioni come lo stato dei rifugiati (e il loro diritto al ritorno), quello di Gerusalemme, dell'acqua, dei confini e del completo ritiro di Israele dai territori occupati. Eppure, durante gli anni di Oslo (dal 1991 al 1993, quando il processo fallì definitivamente) l'occupazione israeliana della West Bank e di Gaza conobbe una grande intensificazione. Perché il “processo di pace” fallì?

Fino alla metà degli anni 80, quando la globalizzazione prese il volo, la relazione tra Israele e i palestinesi rifletteva i caratteri del colonialismo classico, nel quale la potenza coloniale sottrae ai colonizzati territorio e risorse, per poi utilizzarli, i colonizzati, come forza lavoro.

Per prima cosa, il processo non era inteso a rimediare al dramma della maggioranza diseredata dei palestinesi, ma all'integrazione nel nuovo ordine globale di un'élite emergente palestinese, offrendo a questa élite una motivazione per mantenere l'ordine e per assumersi l'onere di gestire le masse palestinesi all'interno dei territori occupati. È stato rilevato, infatti, che la formazione delle classi palestinesi in questo periodo coinvolgeva capitalisti palestinesi di orientamento transnazionale, già in sintonia con le capitali del Golfo, speranzosi di fare del nuovo stato palestinese la piattaforma per il proprio consolidamento. La PA avrebbe dovuto gestire l'accumulazione del capitale transnazionale nei territori occupati, e al contempo mantenere il controllo sociale su una popolazione recalcitrante.
Seconda cosa, l'economia israeliana si stava globalizzando tramite un complesso militare-securitario ad alto contenuto tecnologico, la cui importanza chiariremo subito.
La compenetrazione tra il capitale israeliano e il capitale aziendale di America del Nord, Europa, Asia eccetera, è diventata sempre più profonda. Difatti, il capitale israeliano si è inestricabilmente integrato nel circuito del capitale globale. Oslo ha accompagnato il processo, agevolando l'attività dei capitalisti transnazionali israeliani in tutto il Medio Oriente e oltre, in parte permettendo la revoca dei boicottaggi verso Israele da parte dei regimi arabi conservatori, in parte favorendo l'apertura di un negoziato per la creazione di una Middle East Free Trade Area (MEFTA) che ha inserito Israele nella rete economica regionale (inclusi, ad esempio, Egitto, Turchia e Giordania) e ha integrato l'area ancora più profondamente nel capitalismo globale.
Terza cosa, intimamente connessa con le precedenti, negli anni 90 Israele ha conosciuto un grande aumento di immigrazione transnazionale, contando anche un milione circa di immigrati ebrei, che ha diminuito il bisogno di manodopera palestinese, anche se le cose, nel XXI Secolo, sarebbero cambiate. Fino alla metà degli anni 80, quando la globalizzazione prese il volo, la relazione tra Israele e i palestinesi rifletteva i caratteri del colonialismo classico, nel quale la potenza coloniale sottrae ai colonizzati territorio e risorse, per poi utilizzarli, i colonizzati, come forza lavoro. Ma l'integrazione del Medio Oriente nell'economia e società globale, sulle basi di una ristrutturazione economica neoliberista, che includeva la stranota litania di misure (privatizzazioni, liberalizzazione del commercio, austerità gestita dal Fondo Monetario Internazionale e prestiti dalla Banca Mondiale), quest'integrazione contribuì alla diffusione delle istanze di democratizzazione da parte di lavoratori, movimenti sociali e organizzazioni di base, il che portò alle intifada palestinesi, ai movimenti dei lavoratori nel Nord Africa e a crescenti agitazioni sociali – fino alle eclatanti sollevazioni arabe del 2011. Simili ondate di resistenza costrinsero i governanti israeliani e i loro sponsor statunitensi a reagire.

La Globalizzazione Trasforma i Palestinesi in “Umanità in Esubero”
L'economia israeliana, dalla sua integrazione nel capitalismo globale, ha attraversato due fasi di ristrutturazione, come viene mostrato nello studio Nitzan e Bichler, The Global Political Economy of Israel.
La prima, tra gli anni 80 e 90, ha visto la transizione da un'economia tradizionale di tipo agricolo-manifatturiero a una basata su computer e informatica (CIT), telecomunicazioni high-tech, tecnologia della Rete, eccetera. Tel Aviv e Haifa sono diventate gli “avamposti mediorientali” di Silicon Valley. A tutto il 2000, un buon 15% del PIL israeliano e metà delle esportazioni derivavano dal settore dell'alta tecnologia.

Israele si è globalizzata proprio attraverso la militarizzazione tecnologica della sua economia.

In seguito, dal 2001 in poi, e specialmente in seguito allo scoppio della bolla delle società dot-com e a una recessione globale, seguita dagli eventi dell'11 settembre 2001 e dalla rapida militarizzazione della politica mondiale, Israele ha conosciuto un ulteriore spinta verso un “complesso globale di tecnologie militari, securitarie, di intelligence, sorveglianza, antiterrorismo.” Le aziende tecnologiche israeliane sono state all'avanguardia nella cosiddetta industria della sicurezza interna. In effetti, Israele si è globalizzata proprio attraverso la militarizzazione tecnologica della sua economia. Le agenzie di export israeliane stimano che nel 2007 ci fossero 350 aziende transnazionali dedite alla sicurezza, all'intelligence e ai sistemi di controllo sociale, aziende al centro della nuova politica economica israeliana.
Le esportazioni di Israele in prodotti e servizi associati all'antiterrorismo sono aumentate del 15% nel solo 2006, con in prospettiva per il 2007 di un ulteriore aumento del 20%, per un ammontare di 1,2 miliardi di dollari all'anno,” osserva Naomi Klein nel suo studio Shock Doctrine. “Le esportazioni nel settore difesa hanno raggiunto nel 2006 un record di 3,4 miliardi di dollari (in confronto agli 1,6 del 1992), facendo di Israele il quarto commerciante d'armi del mondo, superando anche il Regno Unito. Israele ha molti più titoli tecnologici nel listino Nasdaq di qualsiasi altro paese non statunitense, titoli in larga parte legati alla sicurezza, e ha registrato negli USA più brevetti tecnologici di Cina e India messe insieme. Il suo settore tecnologico, per lo più nel campo della sicurezza, copre oggi il 60% di tutte le esportazioni.”

L'accumulazione militarizzata volta al controllo e contenimento degli oppressi e degli esclusi, volta al mantenimento dell'accumulazione in tempi di crisi, porta con sé tendenze politiche di tipo fascista, o, con termini usati da alcuni di noi, a un “fascismo del XXI Secolo.”

In altri termini, l'economia israeliana è giunta a trarre sostentamento dalla violenza locale, regionale e globale, dai conflitti e le disuguaglianze. Le sue aziende più importanti sono diventate dipendenti dalla guerra e dal conflitto, in Palestina, in Medio Oriente e nel mondo, e favoriscono questi conflitti utilizzando la loro influenza sul sistema politico e sullo stato d'Israele. Si tratta di un'accumulazione militarizzata che riguarda in egual modo gli Stati Uniti e l'intera economia globale.
Viviamo sempre di più in un'economia di guerra globale, e alcuni paesi, come Stati Uniti e Israele, sono componenti fondamentali di questo meccanismo. L'accumulazione militarizzata volta al controllo e al contenimento degli oppressi e degli esclusi, volta al mantenimento dell'accumulazione in tempi di crisi, porta con sé tendenze politiche di tipo fascista, o, con termini usati da alcuni di noi, a un “fascismo del XXI Secolo.”
Fino agli anni 90 la popolazione palestinese dei territori occupati forniva a Israele forza lavoro a basso prezzo. Ma negli ultimi anni, con gli incentivi per l'immigrazione ebraica da ogni parte del mondo e il collasso dell'Unione Sovietica, si è verificato un notevole aumento degli insediamenti ebraici, riguardante anche un milione di ebrei ex-sovietici, spesso essi stessi messi in fuga dalla ristrutturazione neoliberista post-sovietica. Inoltre, l'economia israeliana ha cominciato ad attirare un'immigrazione transnazionale dall'Africa, dall'Asia e altrove, dato che neoliberismo e crisi hanno spinto milioni di persone fuori dai paesi del Terzo Mondo.

I nuovi sistemi di mobilità e reclutamento del lavoro hanno permesso ai gruppi dominanti di tutto il mondo di riorganizzare il mercato del lavoro e ingaggiare lavoratori migranti privi di diritti e facili da controllare.

È un fenomeno globale, ma particolarmente appetibile per Israele, perché gli permette di fare a meno della forza lavoro palestinese, politicamente problematica. Oggi sono i più di 300.000 lavoratori immigrati da Tailandia, Cina, Nepal e Sri Lanka a costituire la maggior parte della forza lavoro impiegata nell'agricoltura israeliana, allo stesso modo con cui vengono utilizzati gli immigrati messicani o centro-americani nel settore agricolo statunitense, e nelle medesime condizioni di precariato, sfruttamento intensivo e discriminazione. Il razzismo che molti israeliani manifestavano nei confronti dei palestinesi – prodotto specifico della condizione coloniale – si è adesso mutata in una crescente ostilità verso gli immigrati in generale, favorendo l'evoluzione verso una società diffusamente razzista.
Dato che l'immigrazione ha eliminato il bisogno da parte di Israele di forza lavoro palestinese a basso prezzo, i palestinesi sono diventati una popolazione marginalizzata, in eccedenza. “Prima dell'arrivo dei rifugiati sovietici, Israele non avrebbe mai potuto recidere a lungo i rapporti con la popolazione palestinese di Gaza o della West Bank, perché la sua economia non sarebbe sopravvissuta senza di loro, non più di quanto quella californiana reggerebbe senza messicani,” come scrive Klein. “Circa 130.000 palestinesi lasciavano le loro case di Gaza o della West Bank e si recavano in Israele per costruire strade o fare gli spazzini, mentre altri palestinesi, contadini e commercianti, riempivano i camion di merci da vendere in Israele o in altre parti dei territori occupati.”

Dal punto di vista dei settori dominanti del capitale militarizzato, radicati nell'economia israeliana e internazionale, una simile situazione non costituisce la tragica perdita di opportunità per la risoluzione dei conflitti, ma piuttosto un'occasione d'oro per espandere l'accumulazione capitalistica – di sviluppare un mercato mondiale per armi e sistemi di sicurezza, tramite l'utilizzo dell'occupazione e della popolazione palestinese soggetta come terreno di prova e bersagli.

Non c'è da meravigliarsi, perciò, che esattamente nel 1993 – l'anno in cui gli accordi di Oslo sono stati firmati e attuati – Israele abbia imposto la sua nuova politica, nota con il nome di “closure” [chiusura], cioè il confinamento dei palestinesi dentro i territori occupati, la pulizia etnica e un forte incremento degli insediamenti coloniali. Nel 1993, l'anno d'inizio della politica di “closure”, la percentuale pro capite di Prodotto Nazionale Lordo dei territori occupati è diminuita del 30%. Arrivati al 2007, i tassi di povertà e disoccupazione arrivavano al 70%. Dal 1993 al 2000 – gli anni in cui veniva implementato un accordo “di pace” che avrebbe dovuto porre fine all'occupazione israeliana e vedere la nascita di uno stato palestinese – i coloni israeliani nella West Bank sono raddoppiati, arrivando a quota 400.000, a quota mezzo milione nel 2009, e il numero continua a crescere. Il tasso di grave malnutrizione a Gaza è simile a quello di alcune delle nazioni più povere del mondo, con più di metà delle famiglie che consuma solo un pasto al giorno. Mentre da una parte i palestinesi venivano espulsi dall'economia israeliana, dall'altra parte la politica di chiusura e di espansione dell'occupazione distruggeva la loro economia.
Il fallimento degli accordi di Oslo e la farsa di trattative “di pace” che vanno avanti mentre l'occupazione israeliana non conosce soste, potrebbe costituire un dilemma politico per le élite transnazionali (e alcune loro controparti israeliane) desiderose di coltivare e cooptare le élite palestinesi e altre entità capitalistiche. Tuttavia, dal punto di vista dei settori dominanti del capitale militarizzato, radicati nell'economia israeliana e internazionale, una simile situazione non costituisce la tragica perdita di opportunità per la risoluzione dei conflitti, ma piuttosto un'occasione d'oro per espandere l'accumulazione capitalistica – di sviluppare un mercato mondiale per armi e sistemi di sicurezza, tramite l'utilizzo dell'occupazione e della popolazione palestinese soggetta come terreno di prova e poligono di tiro.
Una volta dissipata la cortina fumogena di ideologia e retorica, sono questi i potenti interessi economici che sono giunti ad avere un'influenza decisiva sulla politica statale di Israele. “La rapida espansione di un'economia basata sull'alta tecnologia securitaria ha generato tra gli israeliani più ricchi e potenti un forte desiderio di accantonare la pace e intraprendere invece una 'guerra al terrore' in continua espansione,” osservava Klein vari anni fa, “insieme a una netta strategia volta a ridefinire il proprio conflitto con i palestinesi, non come una battaglia contro un movimento nazionalista con obbiettivi territoriali e sociali, ma come parte di una guerra globale contro il terrorismo – cioè contro forze fanatiche e irrazionali dedite solo alla distruzione.”
In un editoriale del 2009 intitolato “Israel Knows that Peace Just Doesn't Pay” [Israele Sa che la Pace Proprio Non Paga], pubblicato su Haaretz, autorevole quotidiano israeliano, Amira Hass – una delle poche, coraggiose voci critiche nei media israeliani, osservava che “l'industria della sicurezza costituisce un settore importante per le esportazioni – armi, munizioni e migliorie che vengono testate quotidianamente a Gaza e nella West Bank. (…) La protezione degli insediamenti necessita di un continuo sviluppo di tecnologie di sicurezza, sorveglianza e strutture di deterrenza quali recinzioni, posti di blocco, video sorveglianza e droni.” Inoltre, “Nel mondo industrializzato, si tratta delle tecnologie di massima eccellenza, offerte a banche, industrie e quartieri di lusso che sorgono accanto a baraccopoli ed enclave etniche dove la ribellione dev'essere soppressa,”

La Sociologia di Razzismo e Genocidio: da Ferguson ai Territori Occupati
La sociologia delle relazioni etnico-razziali identifica tre generi distinti di strutture razziste, vale a dire, di relazioni strutturali tra gruppi dominanti e gruppi minoritari. Una è quella che prende nome dalle “minoranze intermediarie” [middle men minorities]. In questo tipo di struttura, il gruppo minoritario riveste un ruolo di mediazione tra il gruppo dominante e gli altri gruppi subordinati. Questa è l'esperienza storica dei commercianti cinesi d'oltremare nel Sud Est Asiatico, dei libanesi e siriani nell'Africa Occidentale, degli indiani in Africa Orientale, dei meticci in Sud Africa, e degli ebrei in Europa. Quando le “minoranze intermediarie” perdono il loro ruolo col mutamento della struttura, esse possono essere assorbite nel nuovo ordine, oppure ritrovarsi nel ruolo di capri espiatori, se non addirittura essere vittime di genocidio.

Il sistema dominante ha bisogno della manodopera dei gruppi subordinati – in pratica i loro corpi, la loro esistenza – anche se questi gruppi subiscono una marginalizzazione sociale e culturale, e la privazione dei diritti civili.

Storicamente, a svolgere questo ruolo di “minoranza intermediaria” nell'Europa feudale e protocapitalista erano gli ebrei. La struttura dell'Europa feudale affidava agli ebrei determinati ruoli vitali per la riproduzione della società feudale europea. Ciò includeva il commercio a lunga distanza e il prestito di denaro. Simili attività erano proibite dalla Chiesa Cattolica e non avevano un ruolo prestabilito all'interno del rapporto servo-signore, cardine del feudalesimo, eppure erano indispensabili al mantenimento del sistema. Con lo sviluppo capitalistico di XIX e XX Secolo, le nuove classi capitaliste si appropriarono delle funzioni commerciali e bancarie, rendendo così il ruolo degli ebrei irrilevante per gli interessi della nuova classe dominante. Come conseguenza, mentre il capitalismo si sviluppava la pressione sugli ebrei d'Europa aumentava, finché si giunse al genocidio, per via di una serie nefasta di condizioni: gli ebrei che fanno da capro espiatorio per le privazioni causate dal capitalismo, la perdita del loro indispensabile ruolo economico, la crisi degli anni 30 e l'ideologia e i programmi dei nazisti.
Un secondo genere di struttura razzista è quella che chiamiamo “supersfruttamento/divisione [super-exploitation/disorganization] della classe lavoratrice.” Ciò si verifica quando, all'interno di un'economia o società che ha una classe di lavoratori stratificata razzialmente o etnicamente, un gruppo oppresso che fa parte della classe lavoratrice sfruttata si ritrova a occuparne il gradino più basso. L'essenziale qui è che la manodopera di questo gruppo subordinato – cioè corpi ed esistenze – è indispensabile al sistema dominante perfino se esso subisce la marginalizzazione sociale e la privazione dei diritti civili. Questa è stata l'esperienza degli degli africani-americani negli Stati Uniti dopo lo schiavismo, come quella degli irlandesi in Gran Bretagna, quella attuale dei latinos negli Stati Uniti, degli indios maya in Guatemala, degli africani durante l'apartheid in Sud Africa, eccetera. Questi gruppi sono spesso subordinati socialmente, culturalmente e politicamente, o de facto o de iure. Essi rappresentano il settore supersfruttato e discriminato delle classi popolari e lavoratrici divise etnicamente e razzialmente. Questa è stata l'esperienza dei palestinesi nell'economia politica israeliana fino ad anni recenti, e nel contesto unico di Israele e Palestina nel XX Secolo.

È la situazione in cui il sistema dominante ha bisogno delle risorse del gruppo subordinato, ma non della sua forza lavoro – non ha bisogno dei corpi dei suoi membri, della loro esistenza fisica. Questa è la struttura razzista che ha maggior probabilità di arrivare al genocidio.

L'ultima struttura razzista comporta l'esclusione e l'appropriazione delle risorse naturali. È la situazione in cui il sistema dominante ha bisogno delle risorse del gruppo subordinato, ma non della sua forza lavoro – non ha bisogno dei corpi dei suoi membri, della loro esistenza fisica. Questa è la struttura razzista che ha maggior probabilità di arrivare al genocidio. È quello che hanno subito i Nativi Americani nell'America del Nord. I gruppi dominanti avevano bisogno della terra dei nativi, ma non della loro forza lavoro o dei loro corpi – dato che gli schiavi africani e gli immigrati europei fornivano la manodopera necessaria al nuovo sistema – di conseguenza i nativi subirono un genocidio. È stata anche l'esperienza dei gruppi indigeni dell'Amazzonia – vaste riserve minerali ed energetiche sono state scoperte nelle loro terre, ma i loro corpi ostacolano letteralmente l'accesso a queste risorse da parte del capitale transnazionale, e di questi corpi non c'è bisogno, di conseguenza oggi in Amazzonia sono in atto spinte verso il genocidio [there are today genocidal pressures in Amazonia].
Si tratta della condizione recente degli africani-americani negli Stati Uniti. Molti africani-americani sono caduti dalla condizione di settore supersfruttato della classe lavoratrice a quella di marginali, dato che i datori di lavoro sono passati dalla manodopera dei neri a quella degli immigrati latinos, a loro volta divenuti manodopera supersfruttata. Diventati strutturalmente marginali in grande quantità, gli africani-americani subiscono un aggravamento del processo di perdita dei diritti civili, la criminalizzazione, una spuria “guerra alla droga,” l'incarcerazione di massa e un terrorismo statale e poliziesco, visti dal sistema come mezzi necessari per controllare una popolazione superflua e potenzialmente ribelle.

I sionisti e i difensori dello stato di Israele si mostrano mortalmente offesi da ogni accostamento tra il nazismo e le azioni dello stato israeliano, inclusa l'accusa di genocidio, in parte perché l'Olocausto ebraico viene utilizzato dallo stato d'Israele e dal progetto politico sionista come un meccanismo di legittimazione, di modo che evocare simili analogie significa mettere in discussione il discorso di legittimazione di Israele.

Oggi, come con i nativi americani prima di loro – e a differenza dei Sudafricani neri – i corpi dei palestinesi non servono più, sono solo ostacoli sul percorso dello stato sionista, delle classi dominanti, dei coloni e aspiranti tali, che hanno bisogno delle risorse palestinesi, in particolare della terra, ma non dei palestinesi. A onor del vero, anche se i lavoratori palestinesi vengono gradualmente espulsi dall'economia israeliana, migliaia di palestinesi della West Bank lavorano ancora in Israele. I russi e gli altri immigrati ebrei che hanno rimpiazzato i lavoratori palestinesi negli anni 90, negli anni successivi hanno continuato a contare sul loro privilegio razziale per essere cooptati nella classe media israeliana, dato che non volevano lavorare insieme agli arabi. Ma mentre accadeva tutto questo, immigrati asiatici, africani (e in genere del sud del mondo) hanno continuato ad arrivare in Israele. Questo passaggio verso la condizione di “umanità in esubero” è in uno stadio più avanzato per gli abitanti di Gaza, che rimangono imprigionati e relegati in quel campo di concentramento che è ormai diventata Gaza. I palestinesi di Gaza sembrano essere il primo gruppo ad affrontare azioni genocide. I sionisti e i difensori dello stato di Israele si mostrano mortalmente offesi da ogni accostamento tra il nazismo e le azioni dello stato israeliano, inclusa l'accusa di genocidio, in parte perché l'Olocausto ebraico viene utilizzato dallo stato d'Israele e dal progetto politico sionista come un meccanismo di legittimazione, di modo che evocare simili analogie significa mettere in discussione il discorso di legittimazione di Israele. Sottolinearlo è cruciale, perché quel discorso è giunto a legittimare politiche di Israele, già in atto o allo stato di proposta, che manifestano una sempre maggiore somiglianza con altri storici esempi di genocidio.
Il noto storico israeliano Benny Morris, professore all'Università Ben Gurion del Negev, il quale si identifica fortemente con Israele, nel 2004 ha rilasciato una lunga intervista ad Haaretz, nella quale ha fatto riferimento al genocidio dei nativi americani allo scopo di suggerire la possibilità che il genocidio sia accettabile. Nell'intervista afferma che “perfino la grande democrazia americana non si sarebbe potuta creare senza la distruzione degli Indiani. Ci sono casi in cui il bene generale ottenuto alla fine giustifica gli atti duri e crudeli che vengono commessi nel corso della storia.” [ There are cases in which the overall, final good justifies harsh and cruel acts that are committed in the course of history] Egli poi prosegue reclamando la pulizia etnica per i palestinesi, affermando che “bisogna pur costruire per loro un qualche tipo di gabbia. So che suona orribile. È davvero crudele. Ma non c'è altra scelta. Lì c'è un animale selvaggio che bisogna rinchiudere, in un modo o nell'altro.”
Le opinioni di Morris non sono generalmente accettate in Israele, men che meno a livello internazionale, e ci sono molte divergenze, contraddizioni e motivi di tensione tra Israele e le élite transnazionali. Esiste anche un crescente movimento globale che chiede il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni [boycott, divestiment and sanctions] (BDS), per esercitare una pressione che spinga le classi dominanti a raggiungere un compromesso in difesa dei loro stessi interessi economici. I futuri sviluppi sono imprevedibili. Che la pressione strutturale a favore di un genocidio si materializzi davvero in un progetto del genere, questo dipenderà dalla congiuntura storica dei momenti di crisi, da condizioni politiche e ideologiche che rendano il genocidio una possibilità, e da un soggetto statale con i mezzi e la volontà di metterlo in atto. Un genocidio al rallentatore sembra già in corso a Gaza, dove, a intervalli di qualche anno, ci sono già stati assedi israeliani della durata di mesi, che hanno causato molte migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, centinaia di migliaia di sfollati e un'intera popolazione privata del minimo necessario per vivere, con uno stupefacente consenso del pubblico israeliano per queste campagne. Le condizioni generali per l'avvio di un progetto di genocidio sono lontane dall'essersi manifestate, ma di certo al presente stanno lentamente emergendo [they are certainly percolating at this time]. Sta alla comunità internazionale intraprendere una lotta al fianco dei palestinesi e degli israeliani per bene [5] per prevenire una simile eventualità.

Vorrei ringraziare Yousef Baker e Maryam Griffin per i suggerimenti e i commenti a una precedente stesura di quest'articolo.

William I. Robinson è professore di Sociology, Global Studies and Latin American Studies presso la University of California, Santa Barbara. La sua opera più recente è Global Capitalism and the Crisis of Humanity.


note del traduttore
[1] È una frase ricorrente in Levitico 20, come formula che conchiude il decreto di messa a morte di chi maltratta i genitori, commette adulterio, va a letto con la matrigna, con la nuora, con la zia, fa sesso con animali, fa sesso con un uomo (se uomo), eccetera eccetera. Le lesbiche non erano contemplate, perché vennero inventate molti secoli dopo dalle femministe.
[2] Trovo ammirevole il coup de maître logico-legale che permette di operare una pulizia etnica “in accordance with international law”.
[3] Più precisamente, si tratta della “Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio” (New York, 9 dicembre 1948).
[4] “Il termine bantustan si riferisce ai territori del Sudafrica e della Namibia assegnati alle etnie nere dal governo sudafricano nell'epoca dell'apartheid. (...) Negli anni del regime dell'apartheid voluto dal National Party allora al governo, le diverse etnie nere furono costrette a trasferirsi nei bantustan loro assegnati, e le loro possibilità di spostarsi sul territorio sudafricano furono fortemente limitate. I bantustan erano ufficialmente regioni autogovernate, ma di fatto erano dipendenti dall'autorità del governo sudafricano bianco.” [Wikipedia]
[5] Traduco così “decent”, che indica (più che il corrispettivo italiano “decente”) ciò che è corretto, accettabile, in breve ciò che raggiunge un minimo di rispettabilità.

martedì 15 novembre 2016

La Risoluzione UNESCO e la propaganda

Risoluzione UNESCO (Sessione 200, oggetto 25 “Palestina occupata”)



da Io Non Sto Con Oriana

Nell'ottobre 2016 una risoluzione dell'UNESCO condanna le politiche coloniali e violente dello stato sionista contro i siti sacri islamici a Gerusalemme e in Cisgiordania. La propaganda sionista ha immediatamente iniziato a scagnare di mostruosità senza precedenti contro i legami ebraici con il cosiddetto Monte del Tempio, come se il testo della risoluzione li negasse. Dal momento che in tutto il mainstream nessuno si è preso la briga di dare una guardata a cinque miserabili foglietti in inglese, la cagnara sionista ha avuto campo libero come al solito. Le argomentazioni sono sempre le stesse, sempre più autoreferenziali e sempre più ridicole nel loro prescindere da qualunque contatto con la realtà dei fatti: chiunque osi contraddire la הַסְבָּרָה non può che essere un nostalgico dei campi di sterminio, e tanto basti.
La politica istituzionale ed il mainstream si sono immediatamente adeguati all'imperativo dei propagandisti; non resterebbe che assolvere al facilissimo compito di schierarsi dalla parte opposta, senza neppure curarsi troppo di indagare la natura della questione.
Le persone serie tuttavia non amano i sistemi tipici della feccia da pallonaio; è meglio dunque soffermarsi sul testo della risoluzione, qui riproposto, ed arrivare poi con tutta calma alle relative conclusioni.
L'utilizzo delle espressioni "Israele" e "Stato d'Israele" al posto di quella - usuale in questa sede - di "stato sionista" è nel testo originale.


Traduzione da http://www.globalist.it/world/articolo/207146/unesco-ecco-il-testo-integrale-della-risoluzione-quot-palestina-occupata-quot.html [con alcune modifiche e correzione dei refusi da parte dei redattori di Zeitun].

Testo originale : http://unesdoc.unesco.org/images/0024/002462/246215e.pdf

Di seguito il testo della risoluzione “Palestina Occupata”, approvata dalla commissione dell’Unesco con 24 voti favorevoli, 6 contrari e 26 astensioni

Voti a favore: Algeria, Bangladesh, Brasile, Chad, Cina, Repubblica Domenicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Marocco, Mauritius, Messico, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa, Sudan e Vietnam.

Voti contrari: Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti.

Astenuti: Albania, Argentina, Cameron, El Salvador, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Haiti, India, Italia, Costa d’Avorio, Giappone, Kenya, Nepal, Paraguay, Saint Vincent e Nevis, Slovenia, Korea del Sud, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Togo, Trinidad e Tobago, Uganda e Ucraina.

Assenti: Serbia e Turkmenistan.

Comitato Esecutivo

Sessione n. 200

Commissione programma e relazioni esterne (PX)

Oggetto 25: PALESTINA OCCUPATA

Discussione

Proposta da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

IA Gerusalemme

Il comitato esecutivo,

1. Avendo esaminato il documento 200EX/25,

2. Richiamandosi alle quattro disposizioni della convenzione di Ginevra (1949) ed ai relativi protocolli (1977), alle regolamentazioni del Tribunale dell’Aia in territori di guerra, alla convenzione dell’Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954) ed ai relativi protocolli, alla Convenzione sui mezzi per proibire ed impedire l’importazione, l’esportazione ed il trasferimento illegale di beni culturali (1970) e alla Convenzione per la protezione del Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale (1972), all’inserimento della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura tra i siti Patrimonio Culturale dell’Umanità (1972) e tra i siti del Patrimonio a Rischio (1982), oltre che alle raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale, così come alle risoluzioni e decisioni dell’UNESCO in riferimento a Gerusalemme, richiamandosi anche alle precedenti risoluzioni UNESCO in materia di ricostruzione e sviluppo di Gaza ed alle risoluzioni UNESCO relative ai siti palestinesi di Al-Kahlil/Hebron e Betlemme,

3, Affermando l’importanza che Gerusalemme e le sue mura rappresentano per le tre religioni monoteiste, affermando anche che in nessun modo la presente risoluzione, che intende salvaguardare il patrimonio culturale della Palestina e di Gerusalemme Est, riguarderà le risoluzioni prese in considerazione dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e le risoluzioni relative allo status legale di Palestina e Gerusalemme,

4, Condanna fermamente il rifiuto di Israele di implementare le precedenti decisioni UNESCO riguardanti Gerusalemme, in particolare il punto 185 EX/Ris. 14, sottolineando come non sia stata rispettata la propria richiesta al Direttore Generale di nominare, il prima possibile, un rappresentate permanente di stanza a Gerusalemme Est per riferire regolarmente quanto riguarda ogni aspetto di competenza UNESCO, né lo siano state le reiterate richieste successive in tal senso;

5. Condanna fortemente il mancato rispetto da parte di Israele, potenza occupante, della cessazione dei continui scavi e lavori a Gerusalemme Est ed in particolare all’interno e nei dintorni della Città Vecchia, e rinnova la richiesta ad Israele, la potenza occupante, di proibire tutti questi lavori in base ai propri obblighi disposti da precedenti convenzioni e risoluzioni UNESCO;

6. Ringrazia il Direttore Generale per gli sforzi compiuti nel cercare di rendere effettive le precedenti risoluzioni UNESCO per Gerusalemme e nel cercare di mantenere e rinnovare tali sforzi;

IB Al-Aqsa Mosque/Al-Ḥaram Al-Sharif e dintorni

IB1 Al-Aqsa Mosque/Al-Ḥaram Al-Sharif

7. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di ripristinare lo status quo precedente al settembre 2000, in base al quale il dipartimento giordano “Awqaf ” (Fondazione religiosa) esercitava senza impedimenti autorità esclusiva sulla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif ed il cui mandato si estendeva a tutte le questioni riguardanti l’amministrazione della moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, inclusi il mantenimento, il restauro e la regolamentazione degli accessi;

8. Condanna fortemente le sempre maggiori aggresioni israeliane e le misure illegali nei confronti dell’ Awqaf e del suo personale, e nei confronti della libertà di culto e dell’accesso dei musulmani alla loro moschea santa Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di rispettare lo status quo storico e di porre fine immediatamente a dette misure;

9. Deplora fermamente le continue irruzioni di estremisti israeliani di destra e delle forze armate alla moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a mettere in atto le misure necessarie a prevenire violazioni provocatorie che non rispettino la santità e l’integrità della Moschea Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif;

10. Denuncia fermamente le continue aggressioni israeliane nei confronti dei civili, tra cui figure religiose e sacerdoti islamici, denuncia l’ingresso con la forza nelle varie moschee ed edifici storici del complesso Al-Aqsa/Al-Haram Al-Sharif da parte di funzionari israeliani, compresi quelli delle cosiddette “Antichità Israeliane” [IAA, l’autorità israeliana delle antichità, che dipende dal ministero della Cultura. Ndtr], l’arresto ed il ferimento di musulmani in preghiera e di guardie dell’Awqaf, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a queste aggressioni ed agli abusi che alimentano le tensioni sul terreno e tra le religioni;

11. Disapprova le limitazioni imposte da Israele all’accesso alla Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif durante l’Eid Al-Adha del 2015 e le conseguenti violenze, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di cessare ogni sorta di abusi contro la Moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

12. Condanna fermamente il rifiuto di Israele di concedere visti agli esperti UNESCO incaricati del progetto UNESCO presso il “Centro per i Manoscritti Islamici” di Al-Aqsa /Al-Ḥaram Al-Sharif, e chiede ad Israele di concedere il visto agli esperti UNESCO senza alcuna restrizione;

13. Condanna i danni provocati dalle forze di sicurezza israeliane, specialmente a partire dall’agosto 2015, alle porte e finestre della Moschea al-Qibli all’interno del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e a tale proposito riafferma l’obbligo da parte di Israele di rispettare l’integrità, l’autenticità ed il patrimonio culturale della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, come stabilito dallo status quo tradizionale, in quanto sito islamico di preghiera e parte del patrimonio culturale mondiale;

14. Esprime la propria profonda preoccupazione per il blocco israeliano ed il divieto di ristrutturare l’edificio della porta di “Al-Rahma”, una delle porte della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e sollecita Israele, la potenza occupante, a riaprire tale porta e porre fine agli ostacoli posti per la realizzazione dei necessari lavori di restauro, per poter riparare i danni apportati dalle condizioni meteorologiche, specialmente dalle infiltrazioni d’acqua all’interno delle stanze dell’edificio.

15. Chiede inoltre ad Israele, la potenza occupante, di consentire la messa in opera immediata di tutti i 18 progetti hashemiti [del re di Giordania. Ndtr.] di ristrutturazione di Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

16. Deplora la decisione israeliana di costruire una funivia a doppio cavo a Gerusalemme Est ed il cosiddetto progetto “Liba House” nella Città Vecchia, cosi come la costruzione del cosiddetto “Kedem Center”, un centro per visitatori nei pressi del lato sud della moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif, la costruzione dell’edificio “Strauss” ed il progetto di un ascensore nella Piazza Al-Buraq “Plaza del Muro occidentale”, e invita Israele, la potenza occupante, a rinunciare ai progetti sopra citati e a fermare i lavori in conformità con i propri obblighi in base alle convenzioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO;

IB2 La salita alla scalinata “Mughrabi” nella moschea Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif

17. Ribadisce che la scalinata “Mughrabi” è parte integrante ed inseparabile del complesso Al-Aqsa/Al-Ḥaram Al-Sharif;

18. Prende atto del sedicesimo verbale di monitoraggio e di tutti i verbali precedenti, insieme alle relative aggiunte preparate dal World Heritage Center, e dei verbali sullo stato di conservazione inoltrati al World Heritage Center dal regno di Giordania e dallo Stato di Palestina;

1. 19. Deplora le continue misure e decisioni unilaterali da parte israeliana in merito alla scalinata, inclusi gli ultimi lavori realizzati alla porta “Mughrabi” nel febbraio 2015, l’installazione di una copertura all’entrata e la creazione di una tribuna di preghiera ebraica a sud della scalinata nella piazza “Al-Buraq, o “piazza del Muro occidentale”, e la rimozione dei resti islamici del sito, e riafferma che nessuna misura unilaterale israeliana dovrà essere presa, conformemente al proprio status e agli obblighi derivanti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati.

20. Esprime inoltre la propria forte preoccupazione riguardo alla demolizione illegale di resti omayyadi, ottomani e mamelucchi, così come per altri lavori e scavi intrusivi attorno al percorso della porta “Mughrabi” e inoltre chiede ad Israele, la potenza occupante, di fermare tali demolizioni, scavi e lavori e di attenersi ai propri obblighi in base alle disposizioni dell’UNESCO menzionate nel paragrafo precedente;

21. Rinnova i propri ringraziamenti alla Giordania per la sua cooperazione e sollecita Israele, la potenza occupante, a cooperare con il servizio giordano dell'”Awqaf”, in conformità con gli obblighi imposti dalla convenzione dell’Aia del 1954 per la protezione dei beni culturali in presenza di conflitti armati, e di agevolare l’accesso al sito da parte degli esperti giordani con i propri strumenti e materiali per permettere l’esecuzione del progetto giordano per la scalinata della porta “Mughrabi” in base alle disposizioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale”, in particolare del 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4 and 39 COM/7A.27;

22. Ringrazia il direttore generale per l’attenzione riservata alla delicata situazione in oggetto, e le chiede di intraprendere le adeguate misure per permettere la messa in pratica del progetto giordano;

IC Missione di monitoraggio attivo dell’UNESCO nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura ed incontro degli esperti UNESCO in merito alla scalinata “Mughrabi”

23. Sottolinea ancora una volta l’urgenza della messa in pratica della missione di monitoraggio attivo nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;

24. A questo proposito ricorda la disposizione 196 EX/Dec. 26 che ha deciso, in caso di mancata realizzazione, di prendere in considerazione altri mezzi per garantirne la messa in pratica in conformità con le leggi internazionali;

25. Sottolinea con forte preoccupazione che Israele, la potenza occupante, non ha rispettato nessuna delle 12 risoluzioni del comitato esecutivo né le 6 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , che richiedono la realizzazione della missione di monitoraggio nella Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura.

26. Segnala il continuo rifiuto da parte di Israele di agire in accordo con le decisioni dell’UNESCO e del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” che chiedono un incontro con gli esperti UNESCO in merito alla missione di monitoraggio della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura;

27. Invita il Direttore Generale ad intraprendere le misure necessarie per mettere in pratica il succitato monitoraggio in base alla disposizione 34 COM/7A.20 del “Comitato per il Patrimonio Mondiale” , prima della prossima riunione del comitato esecutivo, ed invita tutte le parti in causa ad adoperarsi per agevolare la missione e l’incontro con gli esperti;

28. Chiede che il verbale e le raccomandazioni evidenziate dalla missione di monitoraggio ed il verbale dell’incontro tecnico riguardante la scalinata “Mughrabi” siano presentati a tutte le parti coinvolte;

29. Ringrazia il direttore generale per i continui sforzi a sostegno della succitata missione di monitoraggio congiunto dell’UNESCO e delle decisioni e risoluzioni dell’UNESCO in merito;

II RICOSTRUZIONE E SVILUPPO DI GAZA

30. Condanna gli scontri militari all’interno ed intorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili da essi provocati, compresi l’uccisione ed il ferimento di migliaia di civili palestinesi, tra cui bambini, ed il continuo impatto negativo nel campo di competenza dell’ UNESCO, gli attacchi contro scuole ed altri edifici culturali ed educativi, incluse le trasgressioni all’inviolabilità delle scuole dell’ “United Nations Relief” [UNRRA, organizzazione ONU per il soccorso alle popolazioni vittime di conflitti. Ndtr.] e della “Works Agency for Palestine Refugees” in Medio Oriente (UNRWA) [organizzazione dell’ONU che si occupa dei profughi palestinesi. Ndtr.];

31. Condanna fortemente il continuo blocco israeliano della Striscia di Gaza, che condiziona pesantemente il libero flusso di personale e degli aiuti umanitari, così come l’intollerabile numero di vittime tra i bambini palestinesi, gli attacchi alle scuole e ad altri edifici educativi e culturali, e la negazione del diritto all’istruzione, e chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre immediatamente fine al blocco;

32. Rinnova la richiesta al direttore generale di ripristinare, il prima possibile, la presenza dell’UNESCO a Gaza per poter assicurare la rapida ricostruzione di scuole, università, siti culturali, istituzioni, centri di comunicazione e luoghi di culto che sono stati distrutti o danneggiati nelle successive guerre contro Gaza;

33. Ringrazia il direttore generale per l’incontro informativo tenutosi nel marzo 2015 sull’attuale situazione a Gaza riguardo alle competenze dell’UNESCO e per il risultato dei progetti condotti dall’UNESCO nella Striscia di Gaza-Palestina, e la invita ad organizzare, al più presto, un nuovo incontro informativo sulle stesse questioni;

34. Ringrazia inoltre il direttore generale per le iniziative che sono già state portate avanti a Gaza nel campo dell’educazione, della cultura, dei giovani e per la sicurezza dei reporter, ed auspica che continui il coinvolgimento attivo nella ricostruzione dei siti culturali ed educativi di Gaza;

III I DUE SITI PALESTINESI DI AL-ḤARAM AL IBRĀHĪMĪ/TOMBA DEI PATRIARCHI AD AL-KHALĪL/HEBRON E DELLA MOSCHEA BILĀL IBN RABĀḤ /TOMBA DI RACHELE A BETLEMME

35. Riafferma che i due siti in oggetto, situati ad Al-Khalil/Hebron ed a Betlemme sono parte integrante della Palestina;

36. Condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono importanti dal punto di vista religioso per ebraismo, cristianesimo e islam;

37. Disapprova fortemente l’attuale prosecuzione di scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni da parte di Israele e di un muro di separazione all’interno della città vecchia di Al-Khalil/Hebron, che danneggia l’integrità del sito, e condanna il conseguente impedimento alla libertà di movimento e di accesso a luoghi di preghiera. Chiede ad Israele, la potenza occupante, di porre fine a tali violazioni in base alle disposizioni delle importanti convenzioni, decisioni e risoluzioni dell’UNESCO.

38. Deplora profondamente il nuovo ciclo di violenza, iniziato nell’ottobre 2015, nel contesto di una costante aggressione da parte dei coloni israeliani e di altri gruppi estremisti verso i residenti palestinesi, inclusi studenti, e chiede ad Israele di impedire tali aggressioni;

39. Denuncia l’impatto visivo del muro di separazione nel sito della Moschea Bilal Ibn Rabaḥ Mosque/Tomba di Rachele a Betlemme, così come l’assoluto divieto di accesso per i fedeli cristiani e musulmani palestinesi al sito, e chiede alle autorità israeliane di riportare il paesaggio all’aspetto originale e rimuovere il divieto di accesso;

40. Condanna decisamente il rifiuto da parte di Israele di dare compimento alla disposizione 185 EX/Dec. 15, che impone ad Israele di rimuovere i due siti palestinesi dal proprio patrimonio nazionale e chiede alle autorità israeliane di agire in base a tale decisione;

IV

41. Decide di includere questi argomenti di discussione sotto il titolo di “Palestina Occupata” nell’agenda della 201° sessione, ed invita il direttore generale a sottoporre ad essa un rapporto aggiornato sulla situazione a riguardo.


domenica 24 aprile 2016

Israele copia la Turchia – Come operano le oligarchie globali

di Eric Zuesse (da Strategic Culture)

Il 4 marzo il governo turco di Tayyip Erdogan ha chiuso i giornali di opposizione più importanti e più letti, Zaman e Today's Zaman [la versione in inglese di Zaman – ndt], oltre alla maggiore agenzia giornalistica (l'equivalente dell'americana Associated Press), e ha imprigionato la loro dirigenza sotto l'accusa di tradimento, per poi rimpiazzarla e riaprire dopo qualche giorno le suddette attività sotto la nuova gestione.
Ancora prima, i due principali dirigenti dell'altro giornale indipendente turco, Cumhuriyet, sono stati arrestati e accusati di tradimento, dato che avevano riferito che il governo turco stava rifornendo di armi i jihadisti in Siria.
L'11 marzo, Israele ha fatto chiudere la Palestine Today TV e arrestato i suoi dirigenti, ma dato che l'emittente ha sedi non solo a Ramallah (nella West Bank) ma anche in Libano, essa continua a trasmettere nonostante gli sforzi del regime israeliano.
I giornalisti vengono assunti dai membri dell'aristocrazia (nel concreto dai manager dell'industria dell'informazione), per cui questo genere di repressione viene messa in atto quando una fazione minoritaria dell'aristocrazia sfida quella maggioritaria, con in palio il controllo del pubblico. I mezzi di informazione sono gli occhi e le orecchie del pubblico, perciò ogni volta che il regime agisce per eliminare le organizzazioni giornalistiche dissidenti (come Zaman o Palestine Today TV), questo è il riflesso di una guerra civile all'interno dell'aristocrazia.
Al contrario, nei periodi in cui le varie aristocrazie restano unite – come lo erano, ad esempio, negli Stati Uniti a ridosso degli attacchi dell'11 settembre – i media dissidenti praticamente non esistono, e il regime non conosce alcuna reale opposizione interna: quando l'aristocrazia è unita, il paese può funzionare come una dittatura e la stampa ci andrà d'amore e d'accordo, lo considererà suo “dovere patriottico”, il che è naturalmente falso, in realtà significa tradimento nei confronti del pubblico; ma quando l'aristocrazia è unita, è il governo stesso a praticare il tradimento – è la dittatura chiamata talvolta “guerra perpetua per la pace perpetua” o, più precisamente, il proseguimento americano della Guerra Fredda, anche dopo il 1991 e la fine dell'Unione Sovietica, del suo comunismo e del Patto di Varsavia.
Nel corso della Storia, aristocrazie in lotta tra loro hanno trovato nella guerra il miglior mezzo per determinare i loro rapporti di dominio e sudditanza; è quello che fanno le aristocrazie, da sempre; è nel DNA di ogni aristocrazia di ogni nazione. Se l'aristocrazia di una nazione insiste nel volersi indipendente dalle aristocrazie di altre nazioni, l'aristocrazia dominante cercherà di soggiogarla a tutti i costi. Dato che oggi l'aristocrazia dominante è quella dell'America, l'America pratica invasioni, rovesciamenti e colpi di stato in più paesi di chiunque altro. Non è caratteristico dell'America, è caratteristico di qualunque aristocrazia dominante di qualunque epoca: in ogni periodo storico, l'aristocrazia dominante si proclama “l'unica nazione indispensabile” - e per essa le altre nazioni diventano “dispensabili”. Il messaggio rivolto alle altre aristocrazie è sempre uguale: sottomettetevi o sarete conquistati. L'eccezionalismo dell'America fu un tempo quello dell'Impero Britannico, e ancora prima quello di Roma. Quello che davvero è sempre eistito è il DNA dell'aristocrazia dominante. L'aristocrazia dominante è sempre la peggiore di tutte, quella che provoca, più di tutte le altre aristocrazie, maggior sofferenza e spargimento di sangue. E sempre con simili, ipocriti proclami:

Siamo il fulcro di un'alleanza di dimensioni mai viste nella storia. L'America continua ad attrarre immigrati pieni di buona volontà. I nostri valori fondamentali ispirano i leader politici e i movimenti di piazza di tutto il mondo. E quando un tifone colpisce le Filippine, o delle studentesse vengono sequestrate in Nigeria, o uomini mascherati occupano un edificio in Ucraina [che sono stati in realtà ingaggiati dal regime di Obama, quegli uomini mascherati erano agenti ingaggiati dagli Stati Uniti, e i diplomatici europei, scoprendolo, sono restati di stucco, ma, del resto, il golpe era stato preparato con un anno di anticipo], e all'America che ci si rivolge per avere aiuto. (Applausi). Per questo gli Stati Uniti sono e rimangono l'unica e sola nazione indispensabile. È stato vero nel secolo passato e continuerà ad esserlo nel secolo che verrà.”

La Turchia, come anche Israele, fa parte di questa alleanza. Lo stesso vale per l'Arabia Saudita. E il Qatar. E gli Emirati Arabi Uniti. E il Kuwait. E anche l'Unione Europea.
Il conflitto interno all'aristocrazia turca è quello tra la fazione di Tayyip Erdogan e quella di Fethullah Gulen; quest'ultima è a favore della separazione stato-chiesa, mentre la prima è favorevole al controllo dello Stato da parte del clero della maggioranza sunnita fondamentalista, alleato con i Sauditi, la famiglia sunnita fondamentalista che possiede l?Arabia Saudita, e con la famiglia Thani, cioè i sunniti fondamentalisti che possiedono il Qatar, e queste due nazioni sono i maggiori produttori di petrolio e gas del mondo. Il quotidiano Zeman è di proprietà di Gulen, un particolare che l'articolo relativo di Wikipedia (curato dalla CIA) evita perfino di menzionare. (In quello su Gulen, tuttavia, Wikipedia nasconde il suo rapporto con Zaman nella sezione “influenze”, che dice: “il suo movimento controlla il diffuso quotidiano islamico-conservatore Zaman, la banca privata Bank Asya, la stazione televisiva Samanyolu TV, e molti altri media e organizzazioni imprenditoriali, inclusa la Confindustria turca”.
Questo è falso; Zaman in realtà è islamico-liberale, non “islamico-conservatore”: Gulen rappresenta quella parte del clero che che favorisce la separazione tra stato e chiesa di Kemal Ataturk – la Turchia del passato, quella di Ataturk, è stata quella con le caratteristiche che l'hanno fatta entrare nella NATO nel 1952, e in seguito considerare candidata per l'ingresso nell'UE. Erdogan auspica la restaurazione dell'Impero Ottomano a guida turca, in cui, con Ataturk di là da venire, chiesa e stato erano uniti.
Il conflitto interno all'aristocrazia israeliana e tra la fazione di origine inglese e tedesca, in maggioranza non religiosa, che ha fondato lo stato d'Israele tra gli anni 40 e i 50, e la nuova fazione, in maggioranza di fondamentalisti ebraici (dominata da aristocratici americani e immigrati est-europei visceralmente anti-russi), tra cui si contano Sheldon e Miriam Adelson (proprietari di numerosi media israeliani che fiancheggiano con vigore il teocratico Benjamin Netanyahu.
Gli Stati Uniti di oggi (sin da quando nel 1990 il presidente George Herbert Walker Bush turlupinò il presidente sovietico Mikhail Gorbachev) vedono la propria aristocrazia unita, di conseguenza non c'è nessun bisogno di chiudere giornali o rimpiazzarne la direzione; questi media rappresentano fazioni diverse dell'aristocrazia, ma tutte sostengono l'agenda che GHW Bush ha messo in opera dopo la fine dell'Unione Sovietica, tra il 1990 e il '91.
È per questo che, mentre in Turchia e in Israele una fasulla “democrazia” ritiene necessario che il governo prenda il controllo dei mezzi di cosiddetta informazione (per informare sulla “democrazia”), in America i mezzi di “informazione” non hanno bisogno di tale controllo, perché i media sono invece sotto il controllo di un'aristocrazia unificata, ed è essa a controllare il governo. È vero che esistono sia aristocratici Democratici sia aristocratici Repubblicani, tuttavia entrambi i partiti condividono il medesimo programma di base, che trascende certi minuscoli disaccordi o dissensi. In un tale contesto, il termine “bipartisan” definisce un governo che assicura piena soddisfazione a tutte le fazioni dell'aristocrazia. È il governo del compromesso, anche se non del popolo e per il popolo. È invece il governo sul popolo, per conto e a beneficio dell'aristocrazia. Anche se al suo interno sono presenti fazioni in forte competizione, una dittatura non è una democrazia. E, almeno dal 1980, l'America non lo è. Nessun regime imperiale lo è, e nemmeno potrebbe. Può però praticare l'ipocrisia – è normale. Ma non può essere democratico. Un regime imperiale è di necessità dittatoriale: è quello il suo DNA.

Traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico