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martedì 4 settembre 2018

Deutsche Bank Cola a Picco – Tutti Zitti e Muti

di Massimo Bordin (da Micidial.it)


E mentre l’esercito degli antitaliani che quotidianamente sfogano su twitter i loro infantili istinti repressi contro il cattivo paese che non li avrebbe sufficientemente gratificati da piccoli, la tedeschissima Deutsche Bank crolla miseramente in Borsa con un rischio default che supera quello dello stato italiano. Oggi il titolo germanico esce persino dall’indice internazionale Eurostoxx 50.
Come non sapete di che si tratta? E’ solo la più grande banca tedesca, anzi, europea: un mostro che presta soldi potenzialmente a 82 milioni di abitanti, capofila di una nazione che guida la Ue e che ci ordina di fare (a noi…) i compiti a casa. Vi sfido a trovare googlando o sui giornali italiani articoli approfonditi e che mettano in giusto risalto l’incredibile situazione di Deutsche Bank. Se una banchetta con 5 sportelli del credito agricolo di Vergate sul Membro in Brianza ne chiude uno, da Bruxelles a Londra tutti si stracciano le vesti e parlano di un paese fallito, in svendita, sul quale non bisogna investire nemmeno un soldo bucato. Se Deutsche Bank va verso la chiusura, tutti a fare spallucce. Dopo pesanti tagli al personale e trimestri catastrofici sono arrivati gli aumenti di capitale, già bruciati. La banca tedesca sono ben 4 anni che chiude in perdita e la Merkel proverà la fusione con qualche altro colosso tedesco, come Commerzbank, nella speranza di salvare capra e crauti.
Perché succede questo? Cosa hanno fatto di così malvagio gli amministratori del maggior istituto europeo per meritarsi questa fine? Semplice: si sono negli anni trasformati da banca commerciale a banca d’investimento speculativo. Abbandonati i grandi investimenti industriali grazie al clima di deregulation, dagli anni 90 DB ha iniziato coi derivati e le solite menate alla Lehman Brothers ed i risultati arrivano oggi, con una crisi di liquidità senza precedenti. Se l’euro crollasse nell’anno del Signore 2018 – cosa assai improbabile – la causa andrebbe cercata nei tedeschi di Deutsche Bank, e niente altro.

domenica 12 febbraio 2017

La Madre di tutte le menzogne di guerra: le mani mozzate ai bambini in Belgio

Francesco Santoianni - Redazione di Sibialiria
(da cento anni di guerre, via l'antidiplomatico)
Questo articolo è stato redatto dalla Redazione del sito www.sibialiria.org quale contributo istituendo Comitato contro le celebrazioni della Prima guerra mondiale.



Incombe il governativo Centenario della Grande Guerra che già si annuncia all’insegna della esaltazione del sacrificio per la Patria, dell’onore di essere “Italiani brava gente”, al richiamo alla compattezza nazionale contro i nemici interni ed esterni, alla necessità di rafforzare il nostro apparato militare contro le “forze ostili”… Temiamo quindi che la quantità enorme di celebrazioni metterà in secondo piano un aspetto fondamentale di quel conflitto e cioè l’irrompere di una propaganda basata su menzogne che servirono a spingere verso la guerra una opinione pubblica che , fino a quel momento, sembrava riluttante. La più famosa di queste menzogne fu, certamente, la sbalorditiva malvagità esternata dalle truppe tedesche in Belgio, malvagità di cui le mani mozzate ai bambini rappresenta l’apice.
Se Sibialiria si sofferma su questa bufala, vecchia ormai di cento anni, non è certo per velleità enciclopediche o per additare una recente pubblicazione che, incredibilmente, la riprende come vera. Da sempre le guerre sono accompagnate o precedute da accuse al nemico di turno, presentato come un mostro capace di qualsiasi crimine : ma è solo con la Prima guerra mondiale – con l’irrompere dei quotidiani e delle cartoline a colori – che la creazione di falsi di guerra diventa una vera e propria industria che assolda grafici di talento, scrittori famosi, giornalisti… Il primo prodotto di successo di questa industria è stata, appunto, la leggenda dei bambini belgi con le mani mozzate dai tedeschi. Una bufala, una menzogna, che ha avuto un impatto emotivo enorme (il compianto giornalista Alessandro Curzi, ad esempio, ricordava che suo padre, socialista e da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali questa notizia) e che ha contribuito in modo determinante a far precipitare l’umanità in una guerra costata milioni di morti.
E dire che se c’era una nazione che, veramente, faceva mozzare le mani ai bambini, questo era il Belgio.

Il Rapporto Bryce

Tutti le campagne mediatiche per avere successo devono contenere almeno due elementi: una storytelling, – e cioè un episodio di grande impatto emotivo che suggerisce un corpus di credenze – e l’autorevolezza di chi questo episodio narra (che, solitamente dissuade il pubblico dal verificarne la veridicità). Ad esempio, la storytelling dei “neonati strappati alle incubatrici nel Kuwait dai soldati iracheni” raccontata da Nayirah – una infermiera del Kuwait – fu considerata da molti attendibile non già dalla dichiarazione di questa anonima infermiera (che poi si scoprì essere la figlia di Saud Nasir al-Sabah, ambasciatore del Kuwait negli USA, e istruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton,) ma dalla circostanza che nessuno della Commissione senatoriale USA (davanti alla quale fu pronunciata) osò metterla in dubbio. Oggi, generalmente, la veridicità della notizia è garantita dalla televisione e dai suoi ineffabili corrispondenti di guerra che, in qualche caso, dopo aver diffuso evidentissimi falsi – ad esempio, le “Fosse comuni di Gheddafi” – quando questi falsi sono universalmente riconosciuti tali, per garantirsi una verginità, dichiarano di essere stati ingannati.
Cento anni fa l’autorevolezza della notizia fu garantita dal ponderoso Rapporto Bryce, (qui è possibile leggere il documento in originale) – redatto, nel dicembre 1914, dal Comitato per indagare le voci sulle atrocità in Belgio istituito dal primo ministro inglese Herbert Asquith e diretto dal visconte Lord James Bryce – che riportante mostruose atrocità commesse dai soldati tedeschi in Belgio (persone stuprate, crocifisse, impalate, accecate… donne sgozzate e/o con mammelle amputate… e, soprattutto, bambini con mani mozzate) divenne, in poche settimane, un best seller.
Subito tradotto in 30 lingue dal governo inglese, il Rapporto Bryce, (anche grazie a veementi promotori come lo scrittore Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes) conobbe varie versioni. In Italia, ad esempio, sia il Corriere della sera sia Il Messaggero ne stamparono una edizione popolare arricchita con varie illustrazioni. Da qui il libro di Achille De Marco Sangue belga che descriveva, con una fantasia davvero perversa, tutta una serie di mutilazioni tra cui “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale della soldataglia tedesca”. Curiosamente, questo episodio non era riportato nel Rapporto Bryce – che il De Marco assicurava essere la fonte del suo libro – ma fu comunque ampiamente ripreso dalle successive “edizioni popolari” del Rapporto.
Innumerevoli sono state poi le raffigurazioni attestanti le atrocità riportate nel Rapporto. Soprattutto cartoline illustrate a colori; le più famose quelle commissionate dallo Stato maggiore francese al disegnatore Francisque Poulbot: si stima che la serie più famosa delle sue cartoline sia stata stampata in un milione di copie.



L’attendibilità del Rapporto Bryce

Finita la prima guerra mondiale, i documenti originali delle deposizioni dei presunti testimoni belgi (tutti anonimi) che costituivano il Rapporto Bryce rimasero secretati. Non fu questa l’unica stranezza che insospettì gli storici. Verosimilmente, c’era anche la curiosità di sapere come avessero fatto i membri della commissione di indagine coordinata da Bryce a gironzolare in un Belgio occupato dall’esercito tedesco e a incontrare così tante persone disposte (se pur anonimamente) a testimoniare. Fu per questo che alcuni ricercatori – tra cui Arthur Ponsonby e Fernand van Langenhove – ripercorsero le aree del Belgio (distretto di Liegi, Valle della Meuse, Aarschot,, Mechelen, Louvain…) menzionate nel Rapporto come teatro degli efferati crimini commessi dai tedeschi. Ma non trovarono alcuna conferma di questi supposti episodi. Analogo risultato quando indagarono su un famoso (cinque prime pagine sul Times) evento riportato nel Rapporto Bryce: tredici bambini del villaggio di Sempst violentati e poi finiti con le baionette. Poi passarono in esame l’evento clou: i bambini con le mani mozzate. Da cosa era nata questa leggenda? Sostanzialmente, da due rumors. Nel primo, un anonimo sacerdote del distretto di Termonde, in una predica, avrebbe raccontato di un bambino che lo aveva avvicinato per chiedergli quale preghiera innalzare a Gesù per fargli crescere le mani mozzate dai Tedeschi. Nel secondo, che sarebbe avvenuto in un ospedale del nord del Belgio, una bambina di sei anni con le mani mozzate avrebbe composto questa straziante preghiera (riportata nel periodico Semaine religieuse di l’Ille-et-Vilaine): “Signore non ho più le mani. Un crudele soldato tedesco me le ha prese, dicendo che i bambini belgi e francesi non hanno diritto ad avere le mani; che questo diritto lo hanno solo i bambini dei tedeschi. E me le ha tagliate. E mi ha fatto molto male. Ma il soldato rideva e diceva che i bambini che non sono tedeschi non sanno soffrire. Da quel giorno, Signore, la mamma è diventata pazza ed io sono sola. Il babbo è stato portato via dai soldati tedeschi il primo giorno di guerra. Non ha mai scritto. Certamente, lo avranno fucilato”. Le puntigliose ricerche di van Langenhove e di altri non trovarono alcuna conferma di questi episodi. Analogo risultato ottenuto da Francesco Saverio Nitti, già ministro durante la guerra e in seguito, presidente del Consiglio: “Abbiamo sentito raccontare la storia dei piccoli infanti belgi ai quali gli unni avevano mozzato le mani. Dopo la guerra, un ricco americano, scosso dalla propaganda francese, inviò in Belgio un emissario per provvedere al mantenimento dei bambini cui erano state tagliate le povere manine. Non riuscì ad incontrarne nemmeno uno. Mister Lloyd George e io stesso, quando ero capo del governo italiano, abbiamo fatto eseguire delle minuziose ricerche per verificare la veridicità di queste accuse, nelle quali, in certi casi, si specificavano nomi e luoghi. Fu rilevato che tutti i casi oggetto delle nostre ricerche, erano stati inventati.”
L’inattendibilità del Rapporto Bryce non significa, certo, che non vi furono esecuzioni sommarie, o altri crimini, commessi dalle truppe di occupazione tedesche. Esecuzioni dettate anche dalla psicosi imperante tra le truppe tedesche che vedevano nelle numerose feritoie che costellavano i muri delle case belghe (in realtà “fori in muratura” destinati a fissare le impalcature per gli imbianchini delle facciate) una postazione per cecchini. Psicosi, tra l’altro, istituzionalizzata da autorevoli opinionisti tedeschi come il professore universitario B. Händecke che sul quotidiano Nationale Rundschau spiegava che la crudeltà belga era già iscritta nell’arte fiamminga.

Scudi umani!

I falsi di guerra

La leggenda dei bambini con le mani mozzate, oltre che per il suo enorme impatto nell’opinione pubblica (In Italia, uno dei pochissimi studiosi che ne denunciò la falsità fu Benedetto Croce) merita di essere analizzata perché si basa su un aspetto che caratterizzerà fino ai nostri giorni i falsi di guerra: l’illogicità del gesto.
L’occupazione tedesca del Belgio era finalizzata all’invasione della Francia, non certo all’attuazione di una qualche pulizia etnica, per la quale, cioè, bisogna terrorizzare la popolazione autoctona per costringerla a fuggire. Corollario di questa strategia era l’esigenza per la Germania di garantirsi un Belgio relativamente tranquillo dopo che – già nei primi giorni dell’invasione – era stata neutralizzata gran parte della resistenza. In questo contesto – come fece notare van Langenhove – sarebbe stato del tutto illogico per la Germania non solo organizzare (secondo il Financial Times veniva direttamente dal Kaiser la direttiva di torturare i bambini, specificando – tra l’altro – quali torture dovessero essere eseguite) ma anche permettere ufficialmente il compiersi di tali gratuite atrocità contro la fascia più inerme della popolazione. In altri termini “…(di fronte a queste atrocità)…cosa altro avrebbero fatto gli abitanti dei paesini teatro di tali infamie se non avventarsi, magari con qualche coltello da cucina, sul primo tedesco che passava?” Se questo si fosse verificato, la Germania si sarebbe trovata ad affrontare una resistenza immensamente più feroce di quella che caratterizzo l’invasione del Belgio, durante la guerra franco-prussiana, nel 1870.
Nonostante ciò, innumerevoli, illogiche, menzogne di guerra (basti pensare ai cecchini di Assad che sparano sulle donne incinte), anche oggi, vengono prese per buone da gran parte dell’opinione pubblica. Come è possibile? Tra gli studiosi che si occuparono di questo fenomeno, un posto di rilievo spetta, certamente allo storico Marc Bloch che, nel 1921, pubblicò Riflessioni d’uno storico sulle false notizie della guerra un testo breve ma ancora oggi illuminante per capire su quali meccanismi i creatori di falsi di guerra basino il loro agire. “Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione. – dichiara BlochUna falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; la sua messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.”
Una menzogna di guerra, quindi , serve sostanzialmente a cementare tutto un corpus di credenze già imposte all’opinione pubblica e a trasformare in paranoia il diffuso senso di insicurezza. Paranoia che, quindi, impone di fermare il nemico di turno prima che possa colpire anche l’inerme consumatore della menzogna (oggi, solitamente, un telespettatore). E bisogna agire subito, perché il nemico dispone, nel paese del consumatore, di una quinta colonna (pacifisti, disfattisti, comunità etnico-religiose…) o è dotato di imperscrutabili armi capaci di seminare ovunque distruzione.
Agli albori della Prima guerra mondiale la costruzione di un nemico capace delle più turpi efferatezze, che, se non lo si fosse fermato in tempo sarebbero dilagate dovunque, fu affidata in Italia (fino ai primi mesi del 1915 alleata dell’Impero austro-ungarico) ad una torma di giornalisti i quali furono letteralmente comprati da emissari del governo francese o inglese e/o da gruppi industriali interessati alle commesse militari. E così, in pochi mesi, fu imbastita una gigantesca campagna mediatica – imperniata sullo “stupro del piccolo e pacifico Belgio” – fatta propria da non pochi intellettuali e accompagnata da innumerevoli manifestazioni, culminate nel Maggio radioso, che chiedevano l’entrata in guerra.


Ironia della sorte, anche in quei giorni, “il Belgio”continuava a mozzare le mani ai bambini. Nel Congo, fino al 1909 proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio. Per costringere le popolazioni a raccogliere nelle foreste il Caucciù e consegnarlo agli agenti della Société Générale de Belgique. Un abominio, accompagnato dallo sterminio – in 23 anni – di circa 9 milioni di congolesi, che aspetta ancora di essere ricordato in qualche museo o Giornata della Memoria.


domenica 5 febbraio 2017

Siria – Il Fermento Rivoluzionario che Non Fu

di Stephen Gowans (da what's left, 22 ottobre 2016)
traduzione per doppiocieco di Domenico D'Amico



A quanto pare, la sinistra statunitense si deve ancora rendere conto che Washington non sta cercando di rovesciare i neoliberisti. Se il presidente Bashar al-Assad fosse un seguace del Washington Consensus – come sembra credere Eric Draitser di Counterpunch – il governo degli Stati Uniti non avrebbe brigato per la sua rimozione fin dal 2003. E neanche avrebbe accudito la guerriglia islamica contro il suo governo, al contrario, l'avrebbe protetto.

In alcuni ambienti circola l'idea condivisa che (come pone la questione Eric Draitser in un recente articolo su Counterpunch) l'insurrezione in Siria “è iniziata come risposta alle politiche neoliberiste e alla brutalità del governo siriano,” e che “il nucleo rivoluzionario della ribellione siriana è stato marginalizzato da un coacervo di jihadisti pagati da Arabia Saudita e Qatar,” Questa teoria, per quanto ne so, è basata solo su argomenti assertivi, non su fatti provati.
Una rassegna dei reportage delle settimane che precedono e seguono lo scoppio delle sommosse di Daraa a metà marzo 2011 – considerate in genere l'inizio della ribellione – non fornisce la minima indicazione che la Siria fosse in preda alla stretta di un tumulto rivoluzionario, anti-neoliberista o altro che fosse. Al contrario, i giornalisti inviati da Time e dal New York Times riferivano del largo sostegno goduto dal governo, dei suoi critici che ammettevano la popolarità di Assad, e del fatto che i siriani dedicavano scarsa attenzione a quelle proteste. Nel contempo descrivevano le agitazioni come una sequela di sommosse riguardanti né migliaia né decine di migliaia, ma centinaia di persone, guidate per lo più da una visione di tipo islamista, e che esibivano un atteggiamento violento.
Time riferiva che due formazioni jihadiste che in seguito avrebbero avuto un ruolo di primo piano nella ribellione, Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham, operavano già sul campo nei giorni delle sommosse, e che solo tre mesi prima alcuni leader dei Fratelli Musulmani avevano espresso “la loro speranza in una rivolta pacifica in Siria.” I Fratelli Musulmani, che da decine di anni hanno dichiarato una lotta senza quartiere contro il partito Ba'ath che governa la Siria, violentemente contrari al suo secolarismo, sono invischiati sin dagli anni 60 in uno scontro all'ultimo sangue con i nazionalismi arabi laici, e hanno praticato la guerriglia urbana contro i seguaci del Ba'ath sin dalla fine degli anni 40 (in una di queste battaglie, Hafez al-Assad, padre dell'attuale presidente, al governo dal 1997 al 2000, fu accoltellato da un Fratello Musulmano). I leader dei Fratelli, a cominciare dal 2007, ebbero incontri frequenti col Dipartimento di Stato e il National Security Council statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo statunitense), che aveva ereditato il ruolo di finanziatrice alla luce del sole di organizzazioni golpiste estere, cosa che in precedenza faceva clandestinamente la CIA.
Washington ha tramato per eliminare l'influenza arabo-nazionalista dalla Siria sin dalla metà degli anni 50, quando Kermit Roosevelt, organizzatore del rovesciamento del primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq (che aveva nazionalizzato le risorse petrolifere del suo paese), cospirava insieme all'intelligence britannica per istigare i Fratelli Musulmani a rovesciare il triumvirato siriano di nazionalisti e comunisti, che Washington e Londra vedevano come una minaccia per gli interessi economici occidentali in Medio Oriente.
Negli anni 80 Washington riforniva di armi i mujahedeen della Fratellanza, perché praticassero una strategia di guerriglia urbana contro Hafez al-Assad, che i duri e puri di Washington definivano “arabo comunista.” Suo figlio, Bashar, ha proseguito nella politica arabo-nazionalista di unità (della nazione Araba), indipendenza, e socialismo (arabo). Queste sono state le linee guida dello stato siriano – come pure per altri stati arabo-nazionalisti come la Libia sotto Gheddafi e l'Iraq sotto Saddam. Tutti e tre gli stati sono entrati nel mirino di Washington per la medesima ragione: i loro obbiettivi arabo-nazionalisti erano in grave conflitto con la politica imperialista di egemonia globale degli Stati Uniti.
Il rifiuto da parte di Bashar al-Assad di ripudiare l'ideologia arabo-nazionalista lasciavano sgomenta Washington, che ne denunciava il socialismo, terzo elemento della santa trinità valoriale dei ba'athisti. I piani per rovesciare Assad – legati in parte al suo mancato accoglimento del neoliberismo di Washington – erano già in preparazione negli Stati Uniti sin dal 2003, se non ancora prima. Che Assad fosse un paladino del neoliberismo, come sostengono Draitser e altri, dev'essere una notizia sfuggita all'attenzione di Washington e Wall Street, che stigmatizzavano la Siria “socialista” e la sua politica economica decisamente anti-neoliberista.

Una faida sanguinaria che s'infiamma con l'assistenza degli Stati Uniti
Alla fine del gennaio 2011, venne creata una pagina Facebook intitolata The Syrian Revolution 2011. Annunciava che il 4 e 5 febbraio si sarebbe tenuta una pubblica protesta [Day of Rage, “giornata della collera”]. [1] Come riferisce Time, la protesta “fece cilecca”. La Giornata della Collera si risolse in una una Giornata dell'Indifferenza. In aggiunta, il collegamento con la Siria risultò esile. La maggior parte degli slogan gridati dai pochi contestatori intervenuti riguardavano la Libia, ed esigevano che Muhammar Gheddafi – il cui governo era assediato da insorti islamisti – venisse deposto. Vennero pianificate nuove proteste per il 4 e il 5 di marzo, ma anch'esse ottennero un magro sostegno. [2]
Rania Abouzeid, corrispondente di Time, attribuì il fallimento da parte degli organizzatori nell'ottenere una partecipazione significativa al fatto che la maggior parte dei siriani non era contraria al proprio governo. Assad godeva di una buona reputazione, specialmente per i due terzi della popolazione sotto i trent'anni di età, e le sue politiche erano ampiamente approvate. “Perfino i suoi critici ammettono che Assad è popolare, e considerato gradito dal massiccio strato giovanile del paese, per motivi ideologici, emotivi, e ovviamente cronologici,” riferiva Abouzeid, aggiungendo che a differenza degli “estromessi leader pro-USA di Tunisia ed Egitto, la politica estera aggressiva contro Israele di Assad, il vibrante sostegno verso i palestinesi e le milizie di Hamas ed Hezbollah, sono in linea col sentimento popolare siriano.” Assad, in parole povere, possedeva una legittimazione politica [had legitimacy]. Il corrispondente di Time aggiungeva che il gesto di Assad, che “in febbraio si era recato da solo nella Moschea degli Omayyadi, per partecipare alle preghiere di commemorazione della nascita del Profeta Muhammad, e aveva passeggiato per il souk di Al-Hamidiyah con poche guardie del corpo” lo aveva “aiutato a farsi personalmente benvolere dal pubblico.” [3]
Questa descrizione del presidente siriano – un leader benvoluto dal pubblico, ideologicamente in sintonia col sentimento popolare dei siriani – contrasta violentemente con le tesi che sarebbero emerse subito dopo le violente proteste scoppiate nella città siriana di Daraa meno di due settimane dopo, tesi sposate poi dagli statunitensi di sinistra, incluso Draitser. Eppure, alla vigilia degli eventi di Daraa, ci si meravigliava della peculiare tranquillità della Siria. Nessuno “si aspetta insurrezioni di massa in Siria,” riferiva Abouzeid, “ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, ma sono davvero pochi quelli che vogliono farne parte.” [4] Una giovane siriana riferiva a Time: “Ci sono molti aiuti per i giovani da parte del governo. Ci danno libri gratis, scuole gratis, università gratis.” (Non è proprio lo stato neoliberista che descrive Draitser.) La giovane continuava: “Perché ci dovrebbe essere una rivoluzione? Le probabilità saranno dell'uno per cento.” [5] Il New York Times condivideva questo punto di vista. La Siria, riferiva il giornale, “è sembrata immune all'ondata di rivolta che attraversava il mondo arabo.” [6] In Siria il fermento non attecchiva.
Ma il 17 marzo, a Daraa, ci fu una sommossa violenta. I resoconti su chi l'abbia innescata sono contraddittori. Time riferiva che “la ribellione a Daraa è stata provocata dall'arresto di un gruppo di giovani che avevano imbrattato un muro con graffiti antiregime.” [7] Robert Fisk dell'Indipendent offriva una versione lievemente diversa. Riferiva che “funzionari dell'inteligence governativa hanno picchiato e ucciso un gran numero di ragazzi che avevano scarabocchiato graffiti antigovernativi sui muri della città.” [8] Un altro resoconto sostiene che il fattore scatenante della rivolta a Daraa fosse stato l'estremo e sproporzionato uso della forza da parte delle forze dell'ordine siriane in risposta alle dimostrazioni contro l'arresto di quei giovani. C'erano “dei giovani che facevano graffiti su un muro, e li hanno arrestati, e i genitori li rivolevano indietro, e le forze di sicurezza hanno reagito con molta, molta brutalità.” [9] Il resoconto del governo siriano nega che tutto questo sia accaduto. Cinque anni dopo i fatti, Assad ha detto in un'intervista che “non è mai accaduto. È solo propaganda. Intendo dire, ne abbiamo sentito parlare, ma questi ragazzini messi in galera non li abbiamo mai visti. Era solo un'invenzione [a fallacious narrative].” [10]
Ma se ci sono discordanze su ciò che scatenò la sommossa, non ce ne sono molte sul fatto che fu violenta. Il New York Times riferiva che “i dimostranti hanno incendiato le sedi del partito Ba'ath e altri edifici governativi (…) e si sono scontrati con la polizia. (…) Oltre alle sedi del partito i dimostranti hanno dato fuoco al principale tribunale della città e a una sede della compagnia telefonica SyriaTel.” [11] Time aggiungeva che i dimostranti avevano bruciato l'ufficio del governatore, così come la sede di un'altra compagnia telefonica. [12] L'agenzia governativa SANA postò sul suo sito foto di veicoli dati alle fiamme. [13] Chiaramente non si trattava di una dimostrazione pacifica, come la si sarebbe descritta in seguito. E non si trattava nemmeno di un'insurrezione di massa. Time riferiva che i dimostranti potevano contarsi a centinaia, non a migliaia o decine di migliaia. [14]
Assad reagì immediatamente ai tumulti di Daraa, annunciando “una serie di riforme, incluso un aumento di salario per gli impiegati pubblici, una maggior libertà per media e partiti politici, e una riconsiderazione dello stato d'emergenza,” [15] una restrizione dei diritti civili e politici in tempo di guerra messa in atto perché il paese era ufficialmente in guerra con Israele. Prima della fine di aprile il governo avrebbe abolito “lo stato d'emergenza in vigore da 48 anni” e “la Corte Suprema di Stato per la Sicurezza.” [16]
Perché il governo fece queste concessioni? Perché queste erano le richieste dei dimostranti di Daraa. I dimostranti “si sono radunati dentro e intorno alla moschea Omari di Daraa, scandendo le loro richieste: il rilascio di tutti i prigionieri politici (…) l'abolizione dello stato di emergenza in vigore da 48 anni; maggiori libertà civili; e la fine dell'endemica corruzione.” [17] Simili richieste erano coerenti con l'appello, diffuso ai primi di febbraio sulla pagina Facebook di The Syrian Revolution 2011, per “la fine dello stato d'emergenza in Siria e la fine della corruzione.” [18] Una richiesta per la liberazione dei prigionieri politico venne anche avanzata in una lettera pubblicata su Facebook da alcune personalità religiose. Le loro richieste includevano la revoca “dello stato d'emergenza, il rilascio di tutti i detenuti politici, la fine delle vessazioni da parte delle forze di sicurezza e la lotta alla corruzione.” [19] La liberazione dei detenuti politici sarebbe consistita nel rilascio di jihadisti o, per usare una terminologia in auge in Occidente, di “terroristi.” Il Dipartimento di Stato statunitense ha riconosciuto che in Siria la principale opposizione è quella dell'Islam politico [20]; i jihadisti costituivano il maggior gruppo di opposizione a rischio di arresto. La richiesta di quelle autorità religiose che Damasco liberasse tutti i prigionieri politici in effetti era uguale a un'ipotetica richiesta da parte dello Stato Islamico che Washington, Parigi e Londra rilasciassero tutti gli islamisti accusati di terrorismo rinchiusi nelle prigioni statunitensi, francesi e britanniche. Non si trattava di una richiesta di più posti di lavoro e maggior democrazia, ma la richiesta di far uscire di prigione attivisti che avevano come obbiettivo l'instaurazione in Siria di uno Stato Islamico. La revoca delle leggi d'emergenza, analogamente, sembrava aver poco a che fare con la promozione della democrazia, ma piuttosto con la possibilità per i jihadisti e i loro affiliati di avere più spazio per organizzare la loro opposizione allo stato laico.
Una settimana dopo lo scoppio delle violenze a Daraa, Rania Abouzeid riferiva su Time che “non sembrano esserci una domanda diffusa per la caduta del regime o per la rimozione di un presidente relativamente popolare.” [21] In effetti le richieste avanzate da dimostranti e figure religiose non includevano la deposizione di Assad. E i siriani si mobilitavano a suo favore. “Ci sono state nella capitale delle controdimostrazioni a favore del Presidente,” [22] che, da quanto riferito, superavano di parecchio in numero le centinaia di dimostranti che erano scesi in piazza a Daraa per incendiare edifici e automobili e scontrarsi con la polizia. [23]
Arrivati al 9 aprile – a meno di un mese dagli eventi di Daraa – Time riferiva che una serie di proteste stava divampando, e che l'Islam vi svolgeva un ruolo preminente. Agli occhi di chiunque avesse dimestichezza con la sequela pluridecennale di scioperi, dimostrazioni, sommosse e insurrezioni che i Fratelli Musulmani hanno organizzato contro quello che considerano il governo ba'ahtista “infedele”, sembrava una storia che si ripete. I dimostranti non avevano raggiunto una massa critica. Al contrario, il governo continuava a godere della “lealtà” di “una gran parte della popolazione,” riferiva Time. [24]
Gli islamisti hanno avuto un ruolo portante nella stesura della Dichiarazione di Damasco della metà degli anni 2000, un documento che chiedeva un cambio di regime. [25] Nel 2007 i Fratelli Musulmani, il prototipo dei movimenti politici islamisti sunniti, che avevano ispirato Al-Qaeda e le sue ramificazioni (Jabhat al-Nusra e lo Stato Islamico [Isis]), avviarono una collaborazione con un ex vicepresidente siriano, per fondare il Fronte di Salvezza Nazionale. Il Fronte ebbe ebbe frequenti incontri con il Dipartimento di Stato e con il Consiglio per la Sicurezza Nazionale statunitensi, così come con la Middle East Partnership Initiative (finanziata dal governo USA), [26] la quale faceva alla luce del sole quello che un tempo la CIA faceva in segreto, cioè fornire denaro e know-how a quinte colonne operanti in paesi i cui governi fossero sgraditi a Washington.
Giunti al 2009, appena due anni prima dell'esplosione di disordini per tutto il mondo arabo, i Fratelli Musulmani siriani stigmatizzarono il governo arabo-nazionalista di Bashar al-Assad come un elemento della società siriana estraneo e ostile, che doveva essere eliminato. Nella visione di questo gruppo la comunità alawita, cui apparteneva Assad e che i Fratelli ritenevano eretica, utilizzava l'arabo-nazionalismo laico come copertura per l'avanzamento di un progetto settario mirante alla distruzione della Siria dall'interno, per mezzo dell'oppressione dei “veri” musulmani (cioè i sunniti). Nel nome dell'Islam, era doveroso rovesciare questo regime eretico. [27]
Appena tre mesi prima dello scoppio delle violenze in Siria del 2011, lo studioso Liad Porat redasse un documento per il Crown Center for Middle East Studies della Brandeis University. “I leader del movimento,” concludeva lo studioso, “continuano a manifestare la speranza di un'insurrezione popolare [civil revolt] in Siria, nella quale 'il popolo siriano ottempererà al proprio dovere e libererà la Siria da un regime corrotto e tirannico.'” I Fratelli Musulmani ribadivano di essere impegnati in una lotta all'ultimo sangue contro il governo arabo-nazionalista laico di Bashar al-Assad. Un compromesso [accommodation] politico con il governo era impossibile, perché i suoi dirigenti non facevano parte dei musulmani sunniti siriani. L'appartenenza alla nazione siriana era ristretta ai soli veri musulmani, affermavano i Fratelli, quindi escludeva gli eretici alawiti, che abbracciavano idee estranee e anti-islamiche come il secolarismo arabo-nazionalista. [28]
Che i Fratelli Musulmani avessero avuto un ruolo chiave nelle rivolte scoppiate tre mesi dopo, venne confermato nel 2012 dalla Defence Intelligence Agency statunitense. In un rapporto trapelato dall'agenzia si affermava che la ribellione era di natura settaria ed era guidata dai Fratelli Musulmani e Al Qaeda in Iraq, apripista dello Stato Islamico. Il rapporto proseguiva dicendo che i ribelli erano sostenuti dall'Occidente, dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia. L'analisi prevedeva correttamente l'instaurazione di un “principato salafita,” uno stato islamico, nella parte orientale della Siria, osservando che questo era l'obbiettivo dei sostenitori stranieri dell'insurrezione, vedere gli arabo-nazionalisti laici isolati e tagliati fuori dai legami con l'Iran. [29]
Documenti redatti dai ricercatori del Congresso statunitense rivelarono nel 2005 che il governo era impegnato in un cambio di regime in Siria ben prima dei tumulti della Primavera Araba del 2011, in contrasto con l'idea che il sostegno degli Stati Uniti ai ribelli siriani fosse basato sull'adesione a una “rivolta democratica”, mentre si trattava invece della prosecuzione di una politica di lunga data, mirante al rovesciamento del governo di Damasco. A tutti gli effetti i ricercatori riconoscevano che le ragioni del governo statunitense per rovesciare il governo arabo-nazionalista laico di Damasco non avevano nulla a che fare con la promozione della democrazia in Medio Oriente. In realtà essi osservavano che le preferenze di Washington andavano alle dittature laiche (Egitto) e alle monarchie (Giordania e Arabia Saudita). Ciò che spingeva verso il cambio di regime, secondo i ricercatori, era il desiderio di eliminare un ostacolo che impediva la realizzazione degli obbiettivi statunitensi per il Medio Oriente, cioè il rafforzamento di Israele, il consolidamento del dominio statunitense in Iraq, e la promozione di economie di libero mercato ed economia d'impresa. La democrazia non era mai stata in agenda. [30] Se Assad avesse praticato una politica neoliberista in Siria, come afferma Draitser, rimane difficile da comprendere perché Washington avrebbe citato il rifiuto siriano di abbracciare la politica USA di libero mercato e libera impresa come motivazione per un cambio di governo.
Per sottolineare la questione dello scarso sostegno popolare alle proteste, il 22 aprile, più di un mese dopo la rivolta di Daraa, Anthony Shadid del New York Times riferiva che “le proteste, finora, non sono sembrate paragonabili alle agitazioni rivoluzionarie di Egitto e Tunisia.” In altre parole, più di un mese dopo che centinaia – e non migliaia o decine di migliaia – di contestatori avevano manifestato a Daraa, in Siria non c'era segno di una sollevazione popolare in stile Primavera Araba. La sommossa restava limitata prevalentemente agli islamisti. All'opposto, a Damasco c'erano state massicce dimostrazioni non contro ma a favore del governo, Assad conservava la sua popolarità e, secondo Shadid, il governo riscuoteva la lealtà dei “cristiani e delle sette islamiche eterodosse.” [31]
Shadid non era il solo giornalista occidentale a riferire che gli alawiti, gli ismailiti, i drusi e i cristiani erano decisi sostenitori del governo. Raina Abouzeid di Time osservava che i ba'athisti “potevano contare sull'appoggio delle minoranze più importanti.” [32]
Il fatto che il governo siriano godesse della lealtà dei cristiani e delle sette islamiche eterodosse, come riferiva Shadid sul New York Times, suggeriva che le minoranze religiose siriane avessero intravisto in quelle sommosse qualcosa che la stampa occidentale aveva sottostimato (e di cui i socialisti rivoluzionari statunitensi non si erano accorti), e cioè che esse erano l'espressione di un progetto islamista sunnita di natura settaria che, se portato a termine, avrebbe avuto conseguenze spiacevoli per chiunque non venisse considerato un “vero” musulmano. È questo il motivo per cui alawiti, ismailiti, drusi e cristiani si erano schierati coi ba'ahtisti, che cercavano di ridurre le divisioni settarie nel contesto del loro impegno programmatico di perseguire l'unità araba. Lo slogan “Gli alawiti nella fossa, i cristiani a Beirut!” gridati nelle manifestazioni di quei primi giorni [33] erano la semplice conferma che la sommossa era il proseguimento della lotta all'ultimo sangue condotta dall'Islam politico sunnita contro il governo arabo-nazionalista, e che non si trattava di una sollevazione popolare per la democrazia, o contro il neoliberismo. Se questo fosse stato il caso, come spiegare il fatto che una simile sete di democrazia, una simile opposizione al neoliberismo si manifestassero solo nella comunità sunnita, rimanendo assenti tra gli appartenenti alle minoranze religiose? La mancanza di democrazia e la tirannia neoliberista, se ci fossero state e avessero agito da fattore scatenante per un'ondata rivoluzionaria, di certo sarebbero state trasversali alle appartenenze religiose. La mancata partecipazione di alawiti, ismailiti, drusi e cristiani alle sommosse, che avevano una connotazione sunnita e islamista, è grave indizio che l'insurrezione, sin dall'inizio, costituiva la recrudescenza della lotta di lunga data dei jihadisti sunniti contro il secolarismo ba'ahtista.
Il governo siriano ha affermato sin dal primo momento di essere in lotta contro militanti islamisti.” [34] La lunga storia di ribellioni islamiste contro il Ba'ath precedenti il 2011 suggeriva che le cose stessero proprio così, e il modo in cui in seguito progredì la ribellione, nella forma di una guerra contro lo stato laico capeggiata dagli islamisti, rinforzò ulteriormente questa prospettiva. Altri elementi, sia positivi sia negativi, corroborarono l'affermazione di Assad, che lo stato siriano fosse sotto attacco da parte dei jihadisti (com'era già accaduto molte altre volte in passato). La prova in negativo, cioè che la sollevazione non fosse una rivolta popolare contro un governo impopolare, caratterizzava i reportage dei media occidentali, che mostravano come il governo arabo-nazionalista siriano fosse popolare e riscuotesse la lealtà della popolazione.
All'opposto, le dimostrazioni e le sommosse antigovernative erano di proporzioni ridotte, e avevano radunato molta meno gente di quella che aveva partecipato alle dimostrazioni di Damasco a favore del governo, e in ogni caso non erano state paragonabili alle sollevazioni popolari di Egitto e Tunisia. In aggiunta, le richieste dei dimostranti erano focalizzate sulla liberazione dei prigionieri politici (per lo più jihadisti) e sulla revoca delle restrizioni da tempo di guerra all'espressione di dissenso politico, e non contemplavano il rovesciamento di Assad o un mutamento della politica economica. A provarlo, i resoconti dei media occidentali che mostravano come l'Islam svolgesse nelle rivolte un ruolo preminente. Inoltre, sebbene fosse convinzione comune che gli islamisti armati fossero intervenuti nella lotta solo dopo le rivolte iniziali della primavera del 2011 – e avessero in tal modo “dirottato” una “insurrezione popolare” - in realtà due dei gruppi di jihadisti che avrebbero avuto, dopo il 2011, un ruolo preminente nella rivolta armata contro il secolarismo arabo-nazionalista, cioè Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra, erano in piena attività già all'inizio del 2011. Ahrar al-Sham “ha iniziato a lavorare alla formazione di formazioni armate (…) molto prima della metà di marzo del 2011, quando” si verificarono le rivolte di Daraa, secondo Time. [35] Jahbat al-Nusra, gli affiliati siriani di al-Qaeda, “era un gruppo sconosciuto fino al tardo gennaio del 2012, quando annunciò la sua istituzione (…) [ma] era già attivo nei mesi precedenti.” [36]
Un altro indizio coerente con l'opinione che l'Islam militante abbia partecipato alla rivolta quasi da subito – o, come minimo, che le proteste abbiano avuto un carattere violento sin dall'inizio – è che “ci sono stati segni del coinvolgimento di gruppi armati sin dall'inizio.” Il giornalista e scrittore Robert Fisk ricordava di aver visto un video dei “primissimi giorni della 'rivolta' che mostrava uomini armati di pistole e kalashnikov in una delle dimostrazioni di Daraa,” E ricordava un altro evento (del maggio 2011) in cui “una troupe di AL Jazeera ha filmato degli uomini armati che facevano fuoco contro soldati siriani a solo qualche centinaio di metri di distanza dal confine nord con il Libano, ma il network ha rifiutato di mandare in onda il materiale.” [37] Perfino alcuni funzionari statunitensi, ostili verso il governo siriano, dai quali ci si aspetterebbe che contestassero il punto di vista di Damasco (di essere in lotta contro ribelli armati), “riconoscevano che le dimostrazioni non erano pacifiche e che alcuni dei dimostranti erano armati.” [38] A settembre le autorità siriane riferivano di aver subito la perdita di più di 500 tra funzionari di polizia e soldati, uccisi in azioni di guerriglia. [39] Arrivati a ottobre, il numero era più che raddoppiato. [40] In meno di dodici mesi la rivolta era passata dal dare fuoco agli edifici governativi o del partito Ba'aht e avere scontri con la polizia alla guerriglia, utilizzando metodi che sarebbero stati definiti “terroristici” se diretti contro obbiettivi occidentali.
In seguito, Assad avrebbe così recriminato:
Quello che dicevamo all'inizio della crisi, loro l'hanno detto più tardi. Dicevano che era pacifica, noi dicevamo che non lo era, che stavano uccidendo – questi dimostranti, quelli che chiamavano dimostranti pacifici – avevano ucciso dei poliziotti. Poi si trattò dei militanti. E loro dissero, d'accordo, sono i militanti. Noi dicemmo sono militanti, sono terroristi. E loro, no, non sono terroristi. E quando ammettevano che sì, è terrorismo, noi dicemmo è Al Qaeda, e loro no, non è Al Qaeda. Insomma, quello che noi diciamo prima, loro lo dicono dopo.” [41]
La “rivolta siriana,” scriveva lo specialista di Medio Oriente Patrick Seale, “dovrebbe essere vista semplicemente come l'ultimo, e fin qui il più violento, episodio della lunga guerra tra gli islamisti e i ba'athisti, che dura sin dalla fondazione del laico partito Ba'ath negli anni 40. La lotta tra di essi ormai è poco meno di una faida all'ultimo sangue.” [42] “È impressionante,” continuava Seale, citando Aron Lund, l'autore del documento per lo Swedish Institute of International Affairs sul jihadismo siriano, “che i componenti delle diverse formazioni armate ribelli siano praticamente tutti arabi sunniti; che gli scontri siano per lo più limitati solo alle zone arabo-sunnite, mentre quelle abitate da alawiti, drusi o cristiani siano rimaste inattive o abbiano appoggiato il regime; che le defezioni dal regime riguardino per il cento per cento sunniti; che denaro, armi e volontari fluiscano da stati islamici o da individui e organizzazioni pro-islamiche; e che tra gli insorti la religione sia il denominatore comune più importante.” [43]

Brutalità come fattore scatenante?
È ragionevole credere che l'uso della forza da parte dello stato siriano abbia innescato la guerriglia scoppiata subito dopo?
È poco credibile che una reazione eccessiva da parte dell'apparato di sicurezza a fronte di una sfida all'autorità nella città di Daraa (se poi tale reazione eccessiva ci sia davvero stata) abbia potuto scatenare un conflitto su larga scala, che ha coinvolto diverse nazioni e mobilitato jihadisti di svariata provenienza. Per dare a questa ipotesi anche solo un minimo di credibilità, bisognerebbe ignorare tutta una serie di fatti ad essa contrari.
Per prima cosa, dovremmo sorvolare sul fatto che il governo di Assad fosse popolare e percepito come legittimo. Si potrebbe argomentare che la reazione esagerata, da parte di un governo impopolare, a una trascurabile sfida alla sua autorità, avrebbe potuto generare la scintilla necessaria a scatenare un'insurrezione di massa, ma nonostante l'insistenza del presidente statunitense Obama sulla mancanza di legittimità di Assad, non c'è alcuna prova che la Siria, nel marzo del 2011, fosse una polveriera colma di risentimento antigovernativo pronta a esplodere. Come scriveva Rania Abouzeid di Time all'inizio della rivolta di Daraa, “Perfino i suoi critici ammettono la popolarità di Assad” [44] e “nessuno si aspetta una sollevazione di massa in Siria, e anche se ogni tanto ci sono manifestazioni di dissenso, sono in pochi a volervi partecipare.” [45]
Seconda cosa, dovremmo ignorare il fatto che la rivolta di Daraa aveva visto coinvolte solo alcune centinaia di partecipanti, tutt'altro che una sollevazione di massa, e che nemmeno le proteste che seguirono riuscirono a raggiungere una massa critica, come riferiva Nicholas Blanford di Time. [46] In modo simile, Anthony Shadid del New York Times non trovò la minima prova che in Siria fosse in corso una sommossa popolare, perfino a un mese e più dai disordini di Daraa. [47] Quel che stava succedendo, contrariamente alla retorica propagandistica di Washington sulla Primavera Araba che irrompeva in Siria, era che i jihadisti erano impegnati in una campagna di guerriglia contro le forze di sicurezza siriane, e che, arrivati a ottobre, avevano tolto la vita a più di mille tra poliziotti e soldati.
Terza cosa, dovremmo chiudere entrambi gli occhi davanti al fatto che il governo statunitense, insieme al suo alleato britannico, nel 1956 aveva stilato piani per provocare in Siria una guerra [civile], arruolando i Fratelli Musulmani per istigare sommosse interne. [48] La rivolta di Daraa e i susseguenti scontri armati con polizia ed esercito ricordavano il piano preparato dallo specialista di cambi di regime Kermit Roosevelt. Questo non implica necessariamente che la CIA avesse rispolverato il progetto di Roosevelt, riadattandolo al 2011: è solo che un simile piano dimostrava la capacità, da parte di Washington e Londra, di progettare un'operazione di destabilizzazione che comportasse un'insurrezione guidata dai Fratelli Musulmani, al fine di portare a un cambio di regime in Siria.
Inoltre, dovremmo ignorare gli eventi del febbraio 1982, periodo in cui i Fratelli Musulmani presero il controllo di Hama, per grandezza la quarta città della Siria. Hama era l'epicentro del fondamentalismo sunnita siriano, e base principale delle operazioni dei combattenti jihadisti. Galvanizzati dalla falsa notizia del rovesciamento di Assad, i Fratelli Musulmani si scatenarono in una gioiosa orgia di sangue per tutta la città, attaccando le stazioni di polizia e assassinando i leader ba'athisti e le loro famiglie, insieme a funzionari governativi e soldati. In alcuni casi le vittime vennero decapitate [49], una pratica, questa, che sarebbe stata riportata in auge decenni più tardi dai combattenti dello Stato Islamico. I funzionari del partito Ba'aht di Hama vennero tutti assassinati. [50]
In Occidente gli eventi di Hama del 1982 vengono ricordati (quando succede) non per le atrocità commesse dagli islamisti, ma per la risposta dell'esercito siriano, il quale, come ci si aspetterebbe da qualsiasi esercito, utilizzò la forza per ristabilire il controllo statale sul territorio conquistato dagli insorti. Per strappare Hama ai Fratelli Musulmani vennero dispiegati migliaia di soldati. L'ex funzionario del Dipartimento di Stato statunitense William R. Polk descrisse le conseguenze dell'assalto dell'esercito siriano su Hama come simili a quelle dell'assalto degli Stati Uniti contro la città irachena di Falluja nel 2004, [51] (la differenza, ovviamente, sta nel fatto che l'esercito siriano stava operando legittimamente all'interno del proprio territorio sovrano, mentre l'esercito statunitense operava illegittimamente, come forza di occupazione, per reprimere la resistenza a detta occupazione). Quante furono le vittime nell'assalto su Hama, in ogni modo, resta argomento di discussione. Le cifre variano. “Un primo resoconto di Time affermava che i morti erano stati 1000. La maggior parte degli osservatori stimò il numero delle vittime in 5000. Israele e i Fratelli Musulmani” - nemici giurati dei laici arabo-nazionalisti, e quindi interessati a esagerare il numero delle vittime - “denunciarono un numero di morti superiore ai 20.000.” [52] Robert Dreyfus, che ha scritto sulla collaborazione dell'Occidente con l'Islam politico, sostiene che le fonti occidentali esagerarono deliberatamente sul numero dei morti, allo scopo di demonizzare i ba'athisti, descrivendoli come assassini scatenati, e che i ba'athisti assecondarono l'inganno, allo scopo di incutere timore nei Fratelli Musulmani. [53]
Mentre l'esercito siriano frugava tra le macerie di Hama dopo l'assalto, vennero rinvenute le prove che governi stranieri avevano rifornito gli insorti di Hama di denaro, armamenti e apparati di comunicazione. Ecco cosa scrive Polk:
Assad si accorse che in mezzo al suo popolo c'erano mestatori stranieri. Era questa, dopotutto, l'eredità politica e psicologica del dominio coloniale – un'eredità dolorosamente evidente in gran parte del mondo post-coloniale, che però in Occidente e quasi del tutto ignorata. E questa eredità non è un mito. È una realtà che, evento dopo evento, possiamo verificare con documenti ufficiali. Hafez al-Assad non aveva bisogno di qualche fuga di informazioni: i suoi servizi di intelligence e alcuni giornalisti internazionali avevano portato alla luce dozzine di tentativi di rovesciare il suo governo, da parte di ricchi e conservatori stati arabi, degli Stati Uniti e di Israele. Si trattava per lo più di 'dirty tricks' [sabotaggio politico], propaganda e versamenti in denaro, ma val la pena di sottolineare che nella rivolta di Hama del 1982 vennero catturate più di 15.000 mitra di provenienza estera, insieme a forze paramilitari addestrate dalla Giordania e dalla CIA (molto simili ai jihadisti frequentemente citati nei reportage sulla Siria del 2013). E quello che [Assad] vedeva all'opera in Siria veniva confermato da quello che apprendeva dai cambi di regime realizzati dall'Occidente in altri paesi. Egli era certamente a conoscenza del tentativo della CIA di assassinare il presidente egiziano Nasser e il rovesciamento anglo-americano del governo del primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh.” [54]
Nel suo libro From Beirut to Jerusalem il commentatore del New York Times Thomas Friedman scriveva che “il massacro di Hama può essere inteso come 'la reazione naturale di un politico modernizzatore di uno stato nazione relativamente nuovo che cerca di neutralizzare gli elementi regressivi – in questo caso i fondamentalisti islamici – che minacciano tutto ciò che [il politico] ha realizzato nel costruire una Siria che fosse una repubblica laica del XX secolo. È anche per questo,” continuava Friedman, che “se qualcuno fosse stato in grado di condurre un obbiettivo sondaggio d'opinione dopo il massacro di Hama, il trattamento riservato da Assad ai ribelli avrebbe probabilmente riscosso una sostanziale approvazione, perfino tra i musulmani sunniti.” [55]
Lo scoppio degli attacchi dei jihadisti sunniti contro il governo siriano negli anni 80 contraddice l'opinione che il militante e sunnita Islam del Levante sia un risultato dell'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 e della successiva settaria politica pro-scita delle autorità di occupazione. Questa visione è storicamente miope, dato che ignora l'esistenza pluridecennale dell'Islam politico come elemento significativo della politica del Levante. Sin dal momento in cui la Siria ottenne formalmente l'indipendenza dalla Francia dopo la II Guerra Mondiale, e nel corso dei decenni seguenti del XX Secolo, e ancora nel secolo successivo, le principali forze in conflitto in Siria furono il nazionalismo arabo e l'Islam politico. Come ha scritto il giornalista Patrick Cockburn nel 2016, “l'opposizione armata siriana è dominata dall'Isis, da al-Nusra e Ahrar al-Sham.” La “sola alternativa al governo (laico arabo-nazionalista) è costituita dagli islamisti.” [56] Ed è così da lungo tempo.
Infine, dovremmo anche ignorare il fatto che gli strateghi statunitensi stavano pianificando fin dal 2003, o addirittura dal 2001, di allontanare dal potere Assad e la sua ideologia laica arabo-nazionalista, e dal 2005 stavano finanziando l'opposizione siriana, inclusi i gruppi collegati coi Fratelli Musulmani. Ne consegue che Washington ha spinto verso un rovesciamento del governo Assad con l'obbiettivo di de-ba'athizzare la Siria. Una guerriglia a guida islamista contro il governo siriano laico arabo-nazionalista si sarebbe dispiegata comunque, qualunque fosse, eccessiva o meno, la reazione del governo siriano ai fatti di Daraa. La partita era già iniziata, mancava solo il pretesto. Ed ecco Daraa. Perciò, l'idea che l'arresto di due ragazzi di Daraa che avevano disegnato graffiti antigovernativi potesse scatenare un conflitto su larga scala è credibile quanto il concetto che la I Guerra Mondiale sia stata scatenata da null'altro che l'assassinio dell'Arciduca Francesco Ferdinando.

La Siria Socialista
Possiamo definire il socialismo in molti modi, ma se lo associamo al controllo pubblico delle leve dell'economia, insieme a una pianificazione politica della stessa, allora la Siria, secondo le costituzioni del 1973 e del 2012, si caratterizza chiaramente come socialista. Tuttavia, la Repubblica Araba di Siria non fu mai uno stato socialista “dei lavoratori”, non del genere riconoscibile da un marxista. Era invece uno stato socialista arabo ispirato dall'obbiettivo dell'indipendenza politica della nazione araba e del superamento dell'eredità di sottosviluppo che l'affliggeva. I costituenti videro nel socialismo un mezzo per conseguire la liberazione nazionale e lo sviluppo economico. “La marcia verso l'instaurazione di un ordine socialista,” scrivevano i costituenti del 1973, è una “necessità fondamentale per la mobilizzazione delle potenzialità delle masse arabe nella loro lotta contro sionismo e imperialismo.” Il socialismo marxista si interessava alla lotta tra una classe proprietaria sfruttatrice e una classe lavoratrice sfruttata, mentre il socialismo arabo si occupava della lotta tra nazioni sfruttatrici e nazioni sfruttate. Anche se questi distinti generi di socialismo operavano a livelli differenti, simili distinzioni non avevano nessuna importanza per le banche occidentali, per le corporation e per i grandi investitori, tutti alla ricerca globale del profitto. Il socialismo andava contro gli interessi del capitale industriale e finanziario statunitense, sia che avesse come fine la cessazione dello sfruttamento della classe lavoratrice, sia che volesse eliminare l'oppressione imperialistica di un gruppo nazionale.
Il socialismo ba'athista irrita Washington da lungo tempo. Lo stato ba'athista ha esercitato una rimarchevole influenza sull'economia siriana, attraverso la proprietà di imprese, sostegno finanziario a imprese private locali, limitazioni agli investimenti stranieri e restrizioni alle importazioni. I ba'athisti ritenevano simili misure come strumenti indispensabili per uno stato post coloniale che cercasse di sottrarre la sua vita economica dalla stretta delle precedenti potenze coloniali, e realizzare una via allo sviluppo libera da interessi stranieri.
Gli obbiettivi di Washington, però, erano ovviamente l'opposto. Non voleva che la Siria promuovesse la propria industria e proteggesse con zelo la propria indipendenza, ma piuttosto che si piegasse agli interessi di banchieri e grandi investitori (quelli che contavano veramente negli Stati Uniti), aprendo il mercato del lavoro siriano allo sfruttamento e la terra e le risorse naturali all'appropriazione straniera. La nostra agenda, dichiarava l'amministrazione Obama nel 2015, “è focalizzata sull'abbassamento dei dazi sulle merci statunitensi, l'abbattimento delle barriere verso i nostri beni e servizi, e un'elevazione degli standard che assicuri un equo contesto per le imprese americane.” [57] Non era una strategia inedita, ma quella perseguita da decenni da parte della politica estera degli Stati Uniti. Damasco non si stava allineando ai voleri di un governo che insisteva nel potere e volere “essere alla guida dell'economia mondiale.” [58]
I puri e duri di Washington avevano considerato Hafez al-Assad un arabo comunista, [59] e i funzionari statunitensi hanno considerato suo figlio Bashar un ideologo incapace di rinunciare al terzo pilastro del programma del Partito Ba'ath Socialista Arabo [Partito del Risorgimento Arabo Socialista (Ba'ath = Risorgimento)]: il socialismo. Il Dipartimento di Stato statunitense lamentava che la Siria “non è riuscita a integrarsi in un economia globale interconnessa,” sarebbe a dire che aveva mancato di consegnare le imprese statali nelle mani degli investitori privati, che comprendevano i poteri finanziari di Wall Street. Il Dipartimento di Stato dichiarava anche la sua insoddisfazione di fronte alle “ragioni ideologiche” che avevano impedito ad Assad di liberalizzare l'economia siriana, al fatto che “la privatizzazione delle imprese di stato non era ancora molto praticata,” e che l'economia “rimane ancora largamente sotto controllo governativo.” [60] Era evidente che Assad non aveva appreso quella che Washington chiamava “la lezione della storia”, e cioè che “le economie di mercato, e non quelle sotto stretto controllo governativo, sono le migliori.” [61] Stilando una costituzione che imponeva che il governo conservasse un ruolo nella guida dell'economia, in nome degli interessi della Siria, e che detto governo non avrebbe fatto lavorare i siriani per il profitto di banche, corporation e investitori occidentali, Assad proclamava l'indipendenza della Siria dalla politica statunitense di “apertura dei mercati e l'assicurazione di un equo contesto per gli affari americani all'estero.” [62]
Come se non bastasse, Assad ribadiva la sua fedeltà ai valori socialisti a dispetto di quello che Washington aveva chiamato a sua volta “l'imperativo morale” della “libertà economica,” [63] inserendo nella costituzione: salvaguardie in caso di malattia, disabilità ed età avanzata; accesso alle cure mediche; e istruzione gratuita a ogni grado. Questi diritti sarebbero rimasti al di là della facile portata di legislatori e politici che avrebbero potuto sacrificarli sull'altare della creazione di un clima a bassa tassazione favorevole agli investimenti esteri. Ulteriore insulto all'ortodossia affaristica di Washington, la costituzione obbligava lo stato a un sistema fiscale progressivo.
Per finire, il leader ba'athsta incluse nella nuova costituzione una misura introdotta dal padre nel 1973, un passo avanti verso una vera, genuina democrazia – una misura che i decisori di Washington, pesantemente ammanicati col mondo delle banche e delle corporation, non potevano certo tollerare. La costituzione avrebbe prescritto che almeno una metà dell'Assemblea del Popolo provenisse dai ranghi di contadini e operai.
Come neoliberista, Assad sarebbe stato di certo uno dei più strambi seguaci dell'ideologia.

Siccità?
Un ultima osservazione sulle origini della rivolta violenta del 2011: alcuni sociologi e analisti hanno elaborato uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences [Atti dell'Accademia Nazionale delle Scienze (degli Stati Uniti)] che suggerisce che “la siccità ha svolto un ruolo nei disordini siriani.” Secondo questa linea interpretativa la siccità “ha provocato cattivi raccolti che hanno provocato la migrazione di almeno un milione e mezzo di persone dalle zone rurali a quelle urbane.” Tutto ciò, combinato col flusso di rifugiati provenienti dall'Iraq, intensificò la competizione per i posti di lavoro, già scarsi, nelle aree urbane, facendo della Siria un calderone di tensioni economiche e sociali pronto a traboccare. [64] Sembra una tesi ragionevole, anzi, “scientifica,” ma il fenomeno che tenta di spiegare – una sollevazione di massa in Siria – non si è mai verificato. Come abbiamo osservato, una rassegna della copertura da parte della stampa occidentale non ha trovato alcun riferimento a una sollevazione di massa. Al contrario, i giornalisti che si aspettavano un quadro del genere rimasero stupiti dinanzi alla sua assenza. I giornalisti occidentali, invece, si trovarono di fronte una Siria sorprendentemente tranquilla. Le dimostrazioni indette dagli organizzatori della pagina Facebook Syrian Revolution 2011 fecero fiasco. Gli oppositori ammisero la popolarità di Assad. I reporter non riuscirono a trovare qualcuno che ritenesse imminente una rivolta. Perfino a un mese dai fatti di Daraa – che coinvolse solo alcune centinaia di manifesdtanti, eclissati dalle decine di migliaia che sfilarono a Damasco a sostegno del governo – il giornalista del New York Times sul posto, Anthony Shadid, non vide alcun segno in Siria delle sollevazioni di massa di Tunisia ed Egitto. All'inizio del febbraio del 2011 “Omar Nashabe, da lungo tempo osservatore e corrispondente dalla Siria per il quotidiano arabo di Beirut Al-Ahkbar” riferì a Time che “i siriani possono essere afflitti da una tasso di povertà del 14 per cento, inseme a un tasso stimato di disoccupazione del 20 per cento, ma Assad mantiene la sua credibilità.” [65]
Che il governo riscuotesse il sostegno popolare venne confermato quando la società di ricerca britannica YouGov alla fine del 2011 pubblicò un sondaggio che mostrava come il 55 per cento dei siriani fosse a favore della permanenza di Assad al potere. Il sondaggio non ebbe quasi eco tra i media occidentali, la qual cosa spinse il giornalista britannico Jonathan Steel a chiedersi: “Ipotizziamo che un attendibile sondaggio d'opinione riveli che la maggior parte dei siriani sia favorevole a che Bashar al-Assad rimanga presidente, sarebbe uno scoop, no?” Steele descriveva i risultati del sondaggio come “fatti scomodi” che venivano “eliminati” perché i reportage dei media occidentali sugli eventi in Siria avevano smesso di “essere equilibrati” e si erano trasformati in “un'arma propagandistica.” [66]

Slogan al posto dell'analisi politica
Draitser è in difetto, non solo perché porta avanti, senza alcuna prova, un ragionamento che non ha riscontri se non in se stesso, ma soprattutto perché sostituisce alla politica e all'analisi gli slogan. Nel suo articolo del 20 ottobre su Counterpunch, Syria and the Left: Time to Break the Silence, egli sostiene che gli obbiettivi caratterizzanti la Sinistra dovrebbero essere il perseguimento di pace e giustizia, come se si trattasse di entità indivisibili che mai possono opporsi l'un l'altra. Che pace e giustizia possano, in certi casi, essere antitetiche, lo si illustra nella seguente conversazione tra il giornalista australiano Richard Carleton e Ghassan Kanafani, scrittore e rivoluzionario palestinese. [67]

C: Come mai la vostra organizzazione non si impegna in colloqui di pace con gli israeliani?
K: Lei non intende realmente “colloqui di pace”. Lei intende capitolazione. Resa.
C: Ma perché non parlare?
K: Parlare con chi?
C: Parlare coi leader israeliani.
K: Sarebbe un po' una conversazione tra la spada e il collo, quella.
C: Be', se non ci sono spade o fucili in vista, si può parlare.
K: No. Non ho mai visto un colloquio tra un colonizzatore e un movimento di liberazione nazionale.
C: Ma nonostante questo, perché non parlare?
K: Parlare di cosa?
C: Parlare della possibilità di non combattere.
K: Non combattere per cosa?
C: Non combattere e basta. Non importa il motivo.
K; Di solito si combatte per qualcosa. E si smette per qualcosa. Per cui lei non riesce nemmeno a dirmi perché dovremmo parlare, e di cosa. Perché dovremmo parlare della cessazione dei combattimenti?
C: Parlare di cessare i combattimenti per porre fine alla morte e alla sofferenza, la distruzione e il dolore.
K: La sofferenza, la distruzione, il dolore e la morte di chi?
C: Dei palestinesi, degli israeliani, degli arabi.
K: Del popolo palestinese che viene scacciato, confinato nei campi di rifugiati, che viene affamato e ucciso da vent'anni, a cui è proibito perfino l'uso del nome “palestinesi”?
C: In ogni caso, meglio così che morti.
K: Forse per lei. Per noi, no: Per noi, la liberazione del nostro paese, avere dignità, rispetto, avere i nostri semplici diritti umani è qualcosa di essenziale come la stessa vita.

A quali valori dovrebbe dedicarsi la Sinistra statunitense in caso di conflitto tra pace e giustizia, questo Draitser non lo dice. L'evocazione dello slogan “pace e giustizia” come auspicata missione della Sinistra USA sembra essere nulla più che un invito alle persone di sinistra perché abbandonino la politica imbarcandosi invece nella missione di diventare anime belle, che volano alto sopra i sordidi conflitti che affliggono l'umanità – senza mai schierarsi, se non dalla parte degli angeli. La sua affermazione che “nessuno stato o gruppo ha a cuore il miglior interesse dei siriani” e quasi troppo sciocco per meritare un commento. Come fa a saperlo, lui? Non si può evitare l'impressione che egli ritenga che solo lui e la Sinistra statunitense, solitari in mezzo a gruppi e nazioni di tutto il mondo, sappiano cosa sia meglio per il “popolo siriano.” Forse è per questo che ritiene che la responsabilità della Sinistra sia “nei confronti del popolo siriano,” quasi che il popolo siriano fosse una massa indistinta con interessi e obbiettivi politici in comune. Considerati come un unico insieme, i siriani includono sia i laici sia gli islamisti, che hanno visioni incompatibili sull'organizzazione dello stato, che sono impegnati in una lotta feroce da più di mezzo secolo – una lotta alimentata, in favore degli islamisti, dal suo stesso governo [di Draitser, cioè]. I siriani come massa includono quelli favorevoli all'integrazione con l'impero statunitense e quelli che la rifiutano. Sotto questa prospettiva cosa mai vuol dire che la Sinistra statunitense ha una responsabilità nei confronti del popolo siriano? Quale popolo siriano?
A me sarebbe venuto in mente che la responsabilità della Sinistra USA sia nei confronti dei lavoratori statunitensi, non nei confronti del popolo siriano. E avrei anche immaginato che la Sinistra avrebbe considerato fra le proprie responsabilità la diffusione di una rigorosa, fattuale analisi politica su come le élite economiche statunitensi utilizzano l'apparato statale per tutelare i loro interessi a discapito del popolo, sia in patria sia all'estero. Qual è l'effetto della lunga guerra di Washington contro la Siria sui lavoratori statunitensi? È di questo che Draitser dovrebbe occuparsi.


Note

1 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
2 Rania Abouzeid, “The Syrian style of repression: Thugs and lectures,” Time, 27 febbraio 2011
3 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
4 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011.
5 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
6 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
7 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?,” Time, 9 aprile 2011
8 Robert Fisk, “Welcome to Dera’a, Syria’s graveyard of terrorists,” The Independent, 6 luglio 2016
9 President Assad to ARD TV: Terrorists breached cessation of hostilities agreement from the very first hour, Syrian Army refrained from retaliating,” SANA, 1 marzo 2016
10 Ibid
11 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
12 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?” Time, 20 marzo 2011; Rania Abouzeid, “Syria’s revolt: How graffiti stirred an uprising,” Time, 22 marzo, 2011
13 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
14 Rania Abouzeid, “Arab Spring: Is a revolution starting up in Syria?,” Time, 20 marzo 2011
15 “Thousands march to protest Syria killings”, The New York Times, 24 marzo 2011
16 Rania Abouzeid, “Assad and reform: Damned if he does, doomed if he doesn’t,” Time, 22 aprile 2011
17 “Officers fire on crowd as Syrian protests grow,” The New York Times, 20 marzo 2011
18 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
19 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011.
20 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005
21 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
22 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
23 “Syrie: un autre eclarage du conflict qui dure depuis 5 ans, BeCuriousTV ,” 23 marzo 2016, http://www.globalresearch.ca/syria-aleppo-doctor-demolishes-imperialist-propaganda-and-media-warmongering/5531157
24 Nicholas Blanford, “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
25 Jay Solomon, “To check Syria, U.S. explores bond with Muslim Brothers,” The Wall Street Journal, 25 luglio 2007
26 Ibid
27 Liad Porat, “The Syrian Muslim Brotherhood and the Asad Regime,” Crown Center for Middle East Studies, Brandeis University, December 2010, No. 47
28 Ibid

30 Alfred B. Prados and Jeremy M. Sharp, “Syria: Political Conditions and Relations with the United States After the Iraq War,” Congressional Research Service, 28 febbraio 2005.
31 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
32 Rania Abouzeid, “Syria’s Friday of dignity becomes a day of death,” Time, 25 marzo 2011
33 Fabrice Balanche, “The Alawi Community and the Syria Crisis Middle East Institute, 14 maggio 2015
34 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
35 Rania Abouzeid, “Meet the Islamist militants fighting alongside Syria’s rebels,” Time, 26 luglio 2012
36 Rania Abouzeid, “Interview with official of Jabhat al-Nusra, Syria’s Islamist militia group,” Time, 25 dicembre 2015
37 Robert Fisk, “Syrian civil war: West failed to factor in Bashar al-Assad’s Iranian backers as the conflict developed,” The Independent, 13 marzo 2016
38 Anthony Shadid, “Syria broadens deadly crackdown on protesters”, The New York Times, 8 maggio 2011
39 Nada Bakri, “Syria allows Red Cross officials to visit prison”, The New York Times, 5 settembre 2011
40 Nada Bakri, “Syrian opposition calls for protection from crackdown”, The New York Times, 25 ottobre 2011
41 President al-Assad to Portuguese State TV: International system failed to accomplish its duty… Western officials have no desire to combat terrorism, SANA, 5 marzo 2015
42 Patrick Seale, “Syria’s long war,” Middle East Online, 26 settembre 2012
43 Ibid
44 Rania Abouzeid, “Sitting pretty in Syria: Why few go backing Bashar,” Time, 6 marzo 2011
45 Rania Abouzeid, “The youth of Syria: the rebels are on pause,” Time, 6 marzo 2011
46 “Can the Syrian regime divide and conquer its opposition?” Time, 9 aprile 2011
47 Anthony Shadid, “Security forces kill dozens in uprisings around Syria”, The New York Times, 22 aprile 2011
48 Ben Fenton, “Macmillan backed Syria assassination plot,” The Guardian, 27 settembre 2003
49 Robert Fisk, “Conspiracy of silence in the Arab world,” The Independent, 9 febbraio 2007
50 Robert Dreyfus, Devil’s Game: How the United States Helped Fundamentalist Islam, Holt, 2005, p. 205
51 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
52 Dreyfus
53 Dreyfus
54 William R. Polk, “Understanding Syria: From pre-civil war to post-Assad,” The Atlantic, 10 dicembre 2013
55 Quoted in Nikolas Van Dam, The Struggle for Power in Syria: Politics and Society under Asad and the Ba’ath Party, I.B. Taurus, 2011
56 Patrick Cockburn, “Confused about the US response to Isis in Syria? Look to the CIA’s relationship with Saudi Arabia,” The Independent, 17 giugno, 2016
57 National Security Strategy, febbraio 2015
58 Ibid
59 Robert Baer, Sleeping with the Devil: How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude, Three Rivers Press, 2003, p. 123
60 Sito del Dipartimento di Stato. http://www.state.gov/r/pa/ei/bgn/3580.htm#econ. Consultato l'8 febbraio 2012

61 The National Security Strategy of the United States of America, settembre 2002
62 National Security Strategy, febbraio 2015
63 The National Security Strategy of the United States of America, marzo 2006
64 Henry Fountain, “Researchers link Syrian conflict to drought made worse by climate change,” The New York Times, 2 marzo 2015
65 Aryn Baker, “Syria is not Egypt, but might it one day be Tunisia?,” Time, 4 febbraio 2011
66 Jonathan Steele, “Most Syrians back President Assad, but you’d never know from western media,” The Guardian, 17 gennaio 2012

67 “Full transcript: Classic video interview with Comrade Ghassan Kanafani re-surfaces,” PFLP, 17 ottobre 2016 [trascrizione in inglese], http://pflp.ps/english/2016/10/17/full-transcript-classic-video-interview-with-comrade-ghassan-kanafani-re-surfaces/