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sabato 25 dicembre 2010

Basaglia non basta

postato su doppiocieco il 7 Febbraio 2010




Voglio dirlo con franchezza: stimo molto Basaglia, persona che per me è stata e continua a essere un punto di riferimento essenziale per la chiarezza del suo ragionamento e per la fattività del suo agire. La grandezza dell'uomo risiede principalmente nella sua capacità di interpretare con incredibile senso dei tempi il periodo storico in cui è vissuto, utilizzando quella “cassetta degli attrezzi” che la tecnologia sociale e le conoscenze scientifiche del tempo gli fornivano. Con altrettanta chiarezza devo però dire che non mi appassiona per nulla l’evocazione retorica di buoni sentimenti di stampo deamicisiano costruita attorno alla sua figura, e nemmeno la stucchevole rievocazione delle azioni di eroi muti e solitari contro il potere.

Trovo questo miscuglio grottesco di narrativa del cuore e manifesto politico, alquanto irritante, una roba utile a riprodurre dicotomie visionarie, buone a scaldare gli animi di chi ha bisogno di storie di oppressi e oppressori con l’immancabile lieto fine.
Si ignora o si finge di ignorare la complessità di un fenomeno che non può essere scorporato dai suoi aspetti biologici e psicologici e soprattutto da una seria analisi scientifica. Si ignorano altresì gli aspetti politici.
I manicomi andavano chiusi, erano un’aberrazione umana e un controsenso scientifico come lo stesso Basaglia sosteneva, e andavano sostituiti con strutture più idonee a soddisfare i bisogni di una società aperta, attenta e ai diritti delle persone, alla loro dignità e al loro benessere. Se gli strumenti adottati per rimpiazzare i manicomi e soprattutto la cultura che li sorreggeva, si sono rivelati inadatti e insufficienti, la colpa non può essere attribuita solo alla pigrizia intellettuale o alla perseverazione nell’uso di “cassette degli attrezzi” ancora pieni della ruggine manicomiale, ma al rifiuto per anni, di considerare la psichiatria in una visione unitaria, che oltre ad accogliere istanze sociali rispecchiasse un’organizzazione confacente alle sue diverse competenze e attitudini. Tutto ciò ha spesso determinato false dicotomie, come quelle fra psichiatria biologica e sociale, come se la malattia avesse una sola dimensione.
Le malattie psichiatriche hanno peculiarità che non sono paragonabili a quelle di altre malattie, per le loro conseguenze sociali e i loro risvolti psicologici, ma vanno tuttavia considerate in ambito unitario, pena la delega al sociale e a narrative consolatorie e intimistiche di tutto il carico di una sofferenza che non può essere affrontata con la retorica della partecipazione attiva delle comunità (sebbene indispensabile) o della dedizione di medici e operatori.
Questo discorso non vuole gli ignorare gli spetti restrittivi, coercitivi ed anche violenti della psichiatria, ma bisogna sgombrare il campo dalla retorica e dall’ideologia. La contenzione, per dirla in parole povere, il legare il paziente a letto, è una cosa obbrobriosa,...ma dobbiamo ragionare anche dell’aspetto terapeutico della contenzione, altrimenti sembrerà un arbitrio senza senso e una violenza gratuita. La contenzione è considerata una misura terapeutica ed esiste una gradualità basata sulla gravità dello stato di agitazione del malato, con cui va applicata. In altre parole la contenzione non è diversa concettualmente dal fare un’iniezione in caso di agitazione (quella che una volta veniva definita "camicia chimica"), sebbene si diversifichi enormemente da questa nei suoi aspetti simbolici. Non dimentichiamoci che la legge 180 di Basaglia, poi confluita nella legge 833 contemplava un aspetto fortemente coercitivo come il TSO. Se però consideriamo il contesto storico in cui è stato proposto ci accorgiamo che lo stesso costituiva un notevole avanzamento rispetto alla legislazione del tempo e che la sua filosofia ispiratrice era quella di consentire la cura anche di coloro temporaneamente non in grado di decidere per sé.
Il problema vero è come eliminare gli aspetti coercitivi della psichiatra, tenendo conto dell’impianto fragile su cui poggia la maggior parte della psichiatria italiana, dove la coercizione assume spesso un ruolo di supplenza a carenze organizzative, di formazione del personale e insufficienza di mezzi. 
Parlando di coercizione, per scendere nel concreto, allo stato attuale dei fatti è praticamente impossibile non tenere chiuse le porte di un SPDC (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura), perché malgrado i pazienti volontari usufruiscano del diritto di qualsiasi altro paziente ricoverato, compreso quello di uscire dal reparto, sappiamo benissimo che molti dei pazienti volontari di un reparto psichiatrico non sono affatto autonomi a causa del loro stato di angoscia e di dissociazione. La responsabilità dell’allontanamento di questi pazienti dall’Ospedale, con i rischi connessi al loro stato, ricadrebbe inevitabilmente su medici e infermieri, che ne dovrebbero rispondere alle autorità giudiziarie (malgrado l’assenza di qualsiasi reato) e soprattutto ai familiari dei pazienti, spesso molto poco comprensivi riguardo a presunte disattenzioni del personale di cura, quegli stessi familiari che magari in altri contesti si battono per maggiori diritti dei pazienti psichiatrici.
Gli operatori psichiatrici, eccezioni a parte, non sono un branco di aguzzini, ma subiscono anch’essi le contraddizioni di un sistema  in teoria valido, ma ormai cristallizzato in logiche che appaiono lontane dalla dimensione privata dei pazienti. Lo psichiatra si trova inevitabilmente fra incudine e martello, dovendo farsi carico di bilanciare gli aspetti coercitivi con quelli della tutela e del rispetto dell’individuo, sapendo che comunque agirà sarà esposta a critiche da un fronte o dall’altro.
Un Dipartimento Psichiatrico si definisce come un insieme di strutture semplici e complesse che in teoria dovrebbero agire in modo sinergico, allo scopo di affrontare la malattia mediante un approccio multidimesionale, dipendente dallo stato della malattia stessa e dalla sua complessità. La realtà dei fatti è che in molti casi gli organismi dei Dipartimenti assumono la forma di un fortino assediato, esposto all'assalto di nuovi conquistatori sul versante esterno e minato sul fronte interno da lotte intestine per il potere. Il rischio è che il malato e la sua sofferenza, contino ben poco. 
Tutta la medicina, psichiatria compresa è una enclosure recintata dalla politica e soggiace alle sue logiche lottizzatorie. È la realtà di tutte le istituzioni pubbliche italiane. Uno spazio di progettualità autonoma, separata dalle logiche della politica e centrata sui bisogni reali delle persone, è una rarissima eccezione. Le cose che si fanno nella pratica quotidiana sono spesso un fare per il fare il fare, buono per le manifestazioni pubbliche, dove ci si profonde in una retorica struggente con discorsi ricolmi di commozione (e di autoincensamento), magari dopo l’ennesima recita teatrale dei matti del proprio piccolo feudo o della mostra dei loro quadri.
Per essere chiari ed evitare possibili (nuove) denunce a questo blog, dirò che il mio discorso è assolutamente astratto e prescinde da realtà particolari.
La riabilitazione è una scienza "morbida" forse, ma non per questo meno seria. In alcuni servizi viene fatta seriamente e con impegno, in altri, chiamano riabilitazione è un misto di intrattenimento e buona volontà condite con pratiche ardimentose come la pet therapy, il torneo di calcetto, l'ippoterapia e la montagnaterapia. Il tutto in maniera totalmente indipendente da qualsiasi progetto individualizzato. I pazienti, a volte entusiasti  a volte annoiati, molto spesso sembrano un gruppo di vacanzieri da villaggi vacanze.
C’è poi alla fine il capitolo sulla terapia farmacologica e sulle terapie somatiche. I farmaci servono? L’ECT e magari la TMS* servono o sono pratiche disumanizzanti? È un argomento che ho già affrontato in un precedente post e non credo sia il caso di ripetermi. Quello che vorrei fosse chiaro è che è indispensabile liberare la psichiatria dal morbo della politica e permettere un discorso serio sul suo ruolo e sui suoi approcci alla malattia in una visione unitaria.
Gli SPDC rappresentano a mio avviso una concezione da superare, sono l'esatta rappresentazione terrena dell'eterno conflitto fra libertà e necessità: necessità di cura e libertà di sottrarsi all'istituzione come dispositivo di controllo "biopolitico". Si può forse immaginare in alternativa all'SPDC una comunità aperta che accolga i malati in fase di acuzie, ma non si può ignorare la componente biologica della malattia e la necessità in taluni casi dell’approccio medico e farmacologico, e al momento l'SPDC appare l'unica soluzione praticabile. La coercizione si può evitare, ma chi glielo dice al manager della ASL che occorrerebbe il quadruplo del personale?
Riguardo poi al reinserimento in ambito sociale ed al recupero delle abilità perdute a causa della malattia, si può e si devono ampliare le risorse per la riabilitazione, ma lo si deve fare seguendo metodologie rigorose, senza lasciare spazio all’improvvisazione e soprattutto curando la formazione del personale.
Si può fare tutto questo senza ignorare che alcune malattie abbisognano di approcci che richiedono competenze diverse, dalla semplice empatia all'uso di presidi strumentali e farmacologici La depressione richiede cure adeguate, farmacologiche e psicoterapiche, auspicandis di non cadere nelle mani del lacaniano o del fagiolino di turno. Taluni sindromi neurologiche o mediche si manifestano con sintomi psichiatrici. Occorrono competenza clinica e capacità di diagnosi differenziale. Occorre infine dare spazio anche alla ricerca di laboratorio e all’epidemiologia per mettere a punto nuovi e più efficaci strumenti di cura. Quando parlo di visione unitaria in definitiva, mi riferisco a un contesto dove sia possibile mettere insieme competenze diverse in una visione laica e rispettosa della scienza.
Non ho affrontato il capitolo costi, ma è ovvio che un “progetto dedicato” per ogni singolo paziente ha dei costi elevatissimi. Se si vuole davvero evitare che l'ospedalizzazioni sia l'unica scelta occorrono investimenti ingenti. Se vogliamo evitare che gli aspetti coercitivi svolgano un ruolo di supplenza, occorre personale preparato e motivato, con un rapporto operatore/paziente di almeno 1 a 1. Laddove si riesca a stabilire una relazione centrata sui bisogni individuali, anche la coercizione, alla volte inevitabile, può assumere un senso.
Mi rendo conto che in poche righe sto cercando di comprimere una realtà difficile da afferrare nella sua interezza, ma è necessario che tutti noi facciamo uno sforzo di comprensione per non lasciare fuori aspetti della psichiatria niente affatto secondari. Il rischio è che sull’onda dell’emotività si privilegi l’aspetto della libertà in modo astratto, senza fare nulla di diverso per liberare realmente il malato psichiatrico dalla sua sofferenza.
Basaglia forse aveva ragione. È inutile interrogarsi sulle cause (spesso inconoscibili) delle malattie psichiatriche, quando abbiamo davanti agli occhi una sofferenza che non può essere curata indossando un camice, ma restituendo rispetto e dignità alle persone. Tuttavia sappiamo benissimo che molte delle persone che vivevano dei manicomi avevano perso anche la capacità di essere liberi e non è bastato aprire le sbarre per restituire loro dignità. 
I manicomi di oggi sono meno visibili e più subdoli, ma non meno rovinosi. Per fare in modo che siano aboliti del tutto dobbiamo aprirci anche a ciò che è apparentemente inconoscibile.   

*La Stimolazione magnetica transcranica (TMS) è una tecnica non invasiva di stimolazione elettromagnetica del tessuto cerebrale. Mediante questa tecnica, è possibile studiare il funzionamento dei circuiti e delle connessioni neuronali all'interno del cervello, provocando uno squilibrio piuttosto ridotto e transitorio. È possibile adottare anche questa tecnica in modo ripetuto, ciclicamente, per trattare disturbi psichiatrici e neurologici quali la depressione, le allucinazioni, il morbo di Parkinson etc.; gli studi su questi presunti effetti terapeutici sono stati tuttavia condotti, finora, sono su scala ridotta ed hanno dato risultati contrastanti

mercoledì 10 febbraio 2010

Viva Basaglia, abbasso i basagliani

postato da oniat alle ore 13:04 mercoledì, 10 febbraio 2010
Non sopporto la retorica basagliana, non sopporto chi fa vilipendio della scienza contrapposta alla libertà e alla dignità, non sopporto gli operatori di strada che mancano di umiltà e credono che il fare e l’ascoltare renda la gente più libera. Non sopporto tutto questo allo stesso modo in cui non sopporto chi nega libertà e dignità ai malati di mente, i riduzionisti, che riducono solo la loro capacità di ragionare, i camici inamidati che sanno solo di medicine e di trattati e niente di quel tanto di poesia che ammorbidisce la scienza e la rende più terrena.
Più di chiunque altro non sopporto gli ipocriti, quelli che nel nome di Basaglia costruiscono le loro fortune e speculano sulla speranza dei matti che la propria mansuetudine li renda meno vulnerabili e più degni di attenzione.

Dottor Nicodemo

domenica 7 febbraio 2010

L'Europa ha bisogno di Basaglia

Alessia De Stefano da CARTA

Contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e normali, nel vecchio continente. L'Oms però guarda al «modello italiano»: perché l'unico criterio di intervento, per la legge 180, è il bisogno di cura del paziente e non la sua pericolosità sociale

Da tempo in Europa si lavora alla definizione di leggi e norme che proteggano dignità e diritti dei pazienti psichiatrici: già nel 2000, la Commissione europea sulla psichiatria ha presentato un Libro bianco che annunciava le linee guida per un nuovo strumento legale del Consiglio di Europa sul trattamento sanitario obbligatorio [tso]. Cinque anni dopo, il Rapporto della Conferenza ministeriale europea dell’Organizzazione mondiale della sanità [Oms], in un allegato dal titolo «Salute mentale: affrontare le sfide, costruire le soluzioni», ribadiva la necessità di promuovere trattamento e accesso volontari ai servizi psichiatrici. L’Oms auspicava dunque che il consenso libero e informato costituisse la base del trattamento e della riabilitazione per la maggior parte delle persone con disturbi mentali, lasciando alle misure coercitive uno spazio limitato a circostanze molto specifiche. Sottolineava inoltre come la legge italiana cosiddetta «180» fosse un vero e proprio modello, a partire dalla rete di servizi territoriali e istituzioni sanitarie integrate, in alternativa ai vecchi istituti psichiatrici. Secondo l’Oms, questa via garantisce ai pazienti la possibilità di reintegrarsi nella società. Pochi mesi dopo, una nuova pubblicazione della Commissione europea [«Migliorare la salute mentale della popolazione. Verso una strategia sulla salute mentale per l’Unione europea»] esplicitava il proposito di lanciare un dibattito su scala continentale.
Una progressiva armonizzazione legislativa dell’Europa sulla salute mentale sembra dunque inevitabile, ma per il momento le differenze prevalgono sui tratti comuni. Ovunque, però, continua a esistere l’ospedale psichiatrico, luogo separato dove trattare un grande numero di pazienti acuti. Spesso, certo non sempre, si tratta di un ospedale psichiatrico «umanizzato» e «moderno». Ma nella civile Europa del nord, ad esempio, contenzione, stanze di isolamento o letti a forma di gabbia sono diffusi e «normali». Ovunque meno che in Italia, dove a legge 180, che il mondo ci invidia e che qualcuno vorrebbe cancellare, impone che i reparti di psichiatria [con non più di quindici letti] facciano parte dei normali ospedali.

venerdì 12 settembre 2008

Basaglia in Cile

L'articolo che segue offre spunti interessanti, senza dubbio, sebbene  quel "fabbricare concetti"  mi stia un po' stretto. Il problema è proprio quello, ed è un problema che investe gran parte del pensiero post-moderno: l'idea che le analisi si "fabbrichino", attraverso un puro assemblaggio di concetti. Sarà che mi sto autoeducando al metodo scientifico e alla semplicità del ragionamento, ma non concepisco l'idea che la realtà possa essere la proiezione di un pensiero, seppure elaborato e carico di suggestioni. Mi sa di idealismo, e credo di non sbagliare se dico che è un'eredità, quella dell'idealismo, di cui non riusciamo a liberarci malgrado ci dichiariamo materialisti.
Una cosa è la fredda analisi di un fenomeno, supportata da dati materiali, quantitativi (brutta cosa la statistica) e verifiche fatte sul campo, altra cosa è descrivere fenomeni a colpo d'occhio e con l'ausilio dell'immaginazione (o dell'immaginario), o in forza di una coerenza che è solo coerenza di ragionamento e non di dati.
Mi rendo conto che è troppo pretendere che i nostri filosofi si trasformino in ragionieri, troppo sterile, troppo freddo il discorso. Chi li ascolterebbe? Le analisi però non si possono fare a cuor leggero, con la penna che scrive le note di un racconto. Le analisi sono strumenti del mestiere, che in quanto tali possono essere affilati o spuntati, ma in ogni caso devono servire a qualcosa. Finora le analisi dei post-moderni non mi pare siano servite a gran che.


RIVALUTAZIONE DEL MOVIMENTO ANTIMANICOMIALE DI BISAGLIA

La traiettoria vitale di Franco Basaglia si intreccia con il movimento degli anni 60/70 in Italia e nel mondo. Se pensiamo oggi alle forme di quel movimento dobbiamo innanzitutto collocarci per rendere conto del punto di vista da cui provengono le nostre osservazioni.
 Siamo, o per lo meno io sono, su navi irregolari, forse corsare, che attraversano un piano di consistenza caratterizzato dalla circolazione di merci ma non di soggetti e ci poniamo,mi pongo ,come nodo della rete,punto di incontro e reclutamento per difendere ed allargare questo spazio libero dove i soggetti non devono trasformarsi in merci per circolare. Infatti se non si è merce, forza lavoro richiesta, si può essere catturati e rinchiusi in luoghi appositi chiamati centri di detenzione temporanea o con altra terminologia, che altro non sono se non campi di internamento, solamente perché siamo dove non siamo richiesti come merce o dove un qualche potere dice che non dovremmo essere: siamo clandestini.
La condizione umana di essere in un luogo dove per qualcuno non dovremmo essere diviene priva di diritto: il soggetto non è titolare di habeas corpus, è ,come dice Giorgio Agamben, una nuda vita e sul suo corpo si esercita il controllo biopolitico.
Noi combattiamo questo controllo siamo out of control.
 In questo mondo ci sono pochi oppositori alla costituzione dei dispositivi totalitari di controllo, dispositivi che si costituiscono ovunque e privano i soggetti del diritto.
Ad esempio nel mondo del lavoro gli strumenti contrattuali sono sempre più "flessibili" cioè parcellizzati, individualizzati: la contrattazione collettiva è fortemente combattuta in nome della ideologia individualista che spezza e frantuma la forza della classe distruggendone la coscienza collettiva.
 La lotta di classe ha assunto nuove forme perché la classe operaia è stata sconfitta ed ha perso perfino la coscienza di essere, non è più presente a se e non si sa dove sia.
L´opposizione sociale si presenta con forme di ribellione che raramente superano l´orizzonte di una singola questione:in italia ad esempio, c’è il problema dei rifiuti a Napoli, la galleria nella val di Susa in Piemonte per il treno ad alta velocità,l´opposizione all´allargamento della base NATO a Vicenza,ma è molto difficile la riunificazione di questi "fronti di lotta" attorno ad una comune prospettiva di cambiamento.
 In buona sostanza c´è stato un cambiamento della forma di produzione capitalistica, ormai viviamo in una era che vede il dominio della produzione immateriale, cioè la merce che è prodotta non vale,come giustamente diceva Marx per il lato dell´uso, per la sua componente materiale, ma per il lato del valore di scambio, cioè per la sua componente immateriale.
Abbiamo raggiunto un livello produttivo in cui il feticismo della merce esprime il suo dominio sul pianeta tramite un vero sex appeal dell´inorganico come diceva Walter Benjamin.
Questo significa che non si produce tanto la cosa quanto il modo di consumarla ed il modo di consumarla determina una abitudine: un abito come direbbe Peirce. Per dirla in breve  la produzione attuale produce il consumatore, la sua soggettività e se vogliamo la sua coscienza o meglio la sua coscienza falsa,ci avrebbe detto Lukács,.
Così ci troviamo di fronte ad un apparato produttivo che si dispiega su vari piani, forse i millepiani di cui parlano Deleuze e Guattari e che ci si presenta come una macchina, cioè un apparato composto di parti biologiche e meccaniche che producono incessantemente modi di attribuzione di significati a significanti, cioè i macchinari contemporanei producono incessantemente ideologia di cui W.Reich ci ha mostrato la "forza materiale".
Questa è l’epoca del semiocapitalismo,una epoca in cui le varie province di significato, per dirla alla Schutz si riunificato sotto l´egida di una forma che cerca di tenere unite le varie semiotiche particolari: la produzione di segni e di significati determina gli abiti comportamentali e dunque le relazioni sociali contemporanee.
Parla più di noi un romanzo di Pilip Dick che un trattato di sociologia accademica.
Questa organizzazione sociale contemporanea sta producendo, ha prodotto, una mutazione antropologica.
Innanzi tutto pensiamo al tempo ed al ritmo del vivere:
da quando la popolazione delle città del mondo ha superato quella delle campagne,siamo entrati in un punto di non ritorno, l´equilibrio del pianeta si è definitivamente spezzato in favore delle zone antropizzate, le risorse mondiali vengono monopolizzate e distribuite per mantenere gli squilibri, la forma delle megalopoli è sempre più caotica imprevedibile e dominata dagli slum. La vita nello slum,come dimostra Mike Davis è il paradigma della vita contemporanea.
Lo slum non è solo Delhi è Los Angeles, le città non sono più organizzate secondo la logica centro,periferia, quartieri residenziali,quartieri popolari di operai, ma secondo recinzioni e barriere che distinguono stili di vita, mondi paralleli che non dovrebbero incontrarsi, piani e livelli di metropoli tipo la Los Angeles di Blade Runner.
Per questo abbiamo zone libere da prostituzione,quartieri a luci rosse,piccoli villaggi turistici dove si dovrebbe vivere la vita del Truman Show circondati da muri al di la dei quali vivono in riserve esseri deprivati da controllare perché pericolosi in se, violenti senza motivo e dunque tutti da rinchiudere in carcere come ha dimostrato Loic Wacquant.
Siamo di fronte di nuovo ad una situazione di "grande internamento" come all´inizio dell´era moderna, analizzata da Foucault ,quando i vagabondi, i non regolari, i non "borghesi"(che erano gli abitanti del borgo a cui si contrapponevano i villani o contadini e i vagabondi) dovevano essere controllati e rinchiusi perché considerati pericolosi per le proprietà del nuovo ordine sociale della borghesia nascente..
E di nuovo tornano gli appositi spazi che la biopolitica ha approntato per controllare e disciplinare i corpi,che trovano giustificazioni "scientifiche"per abolire l'habeas corpus e impedire la libera circolazione, si tratta di una applicazione su larga scala del riduzionismo biologico
.Ancora negli anni 70 del secolo scorso è incominciata l'offensiva del neoliberalismo e del riduzionismo con il Manhattan Institute e con libri come
 "The Bell Curve:Intelligence and Class Structures in American Life"
di Richard Herrnstein e Charles Murray, nel quale si sostiene che negli Stati uniti le ineguaglianze razziali e di classe rifletterebbero differenze individuali di "capacità cognitive". in questo testo si sostiene che:
 «Molti pensano che i criminali provengano dai'quartieri malfamati' delle città. Da un certo punto di vista hanno ragione, in quanto è proprio in quei quartieri che in larga parte risiedono le persone a bassa capacità cognitiva».
Per questi autori si diviene criminali non a causa delle privazioni materiali ["deprived"] caratteristiche di una società ineguale, ma per carenze mentali e morali ["depraved"].
Con questi principi si reintroduce l'idea che esistono delle persone "pericolose" in se,per basso quoziente cognitivo,in questo caso,non più per caratteristiche razziali, come dicevano dei nord africani  gli psichiatri francesi degli anni 50, duramente criticati da Franz Fanon.
Fanon diceva che si faceva dell'aggressività una caratteristica essenziale di una etnia e non l'effetto del colonialismo.
Così gli autori di "The bell curve" collegano l'aggressività e la pericolosità sociale al basso quoziente cognitivo e non relazionano questo quoziente alle caratteristiche sociali,all'accesso alla istruzione e così via...
Queste teorie hanno portato ad un aumento esponenziale dei reclusi nelle carceri degli USA.
Ma il grande internamento contemporaneo non è solo nelle carceri e nei centri di identificazione e detenzione temporanea per i migranti, sono sorti anche veri e propri campi di concentramento come Guantanamo dove non esiste nessuna graranzia di nessun tipo per le persone li rinchiuse.
Dunque siamo in presenza di una nuova riorganizzazione dello spazio nel pianeta,con la riduzione,fino alla scomparsa delle zone vergini,una mutazione del rapporto fra città e campagna in favore della città che diventa sempre più megalopoli ed una progressiva stratificazione degli spazi urbani in livelli differenziati che concretizzano la paura dell’altro da se in tentativi di controllare qualsiasi comportamento “deviante” con la biotecnologia: sistemi di telecamere onnipresenti,schedature del DNA selettive,banche dati di ogni tipo, controlli delle comunicazioni telefoniche e così via.
L’aumento della velocità di trasporto e comunicazione, come ha mostrato Virilio,ha altresì provocato una ulteriore mutazione delle abitudini della vita quotidiana,spostamenti individuali e di massa da una città all’altra, da una paese all’altro, da un continente all’altro hanno realizzato una mescolanza di abitudini di vita,comportamenti,credenze religiose che non ha riscontro in nessuna era passata. I vincoli sociali di tipo comunitario si sono affievoliti, le comunità intese come isole o province di significati sono scomparse.
Gli stessi stati nazionali si presentano come anacronistiche barriere di resistenza al flusso sempre più  veloce di comunicazione reale e virtuale ed  alla circolazione dei corpi e delle informazioni. Questa situazione di cambiamento si accompagna con l’ansia,come ha dimostrato Pichon Riviere, il cambiamento produce innanzi tutto una ansia depressiva,la paura di perdere le sicurezze acquisite,la paura di “perdere la presenza” se usiamo il linguaggio di Ernesto De Martino,quando estende all’analisi delle “apocalissi culturali” la sua ricerca sulla crisi della morte e sul lutto.
A questa paura si può reagire con una ansia confusionale, una perdita dei confini dell’identità che ritroviamo facilmente in molti migranti ma anche in molti abitanti delle metropoli che sono coinvolti in questi processi di cambiamento.
E’ uno stato di sofferenza psichica che non può essere negato. Qui è importante la lezione di Franco Basaglia che non ci ha mai detto che la malatta mentale non esisteva, ci diceva che non esisteva o meglio che era una sovrastruttura ideologica la nosografia psichiatrica,ci diceva che la categorizzazione della sofferenza era una reificazione che produceva come effetto la riduzione del soggetto alla propria definizione diagnostica,ci diceva che il manicomio, in quanto istituzione, non era solamente l’edificio in cui erano contenuti i folli ma il dispositivo ideologico che lo rendeva possibile e quindi tutto l’apparato nosografico catalogatore e distanziatore che produceva la malattia che diceva di curare.
Ma non ci ha mai detto che non esisteva la sofferenza psichica, ci ha detto invece che la psichiatria manicomiale a vocazione custodialistica si poneva dalla parte del controllo sociale e negava l’aspetto terapeutico, la cura della sofferenza dell’altro e che il nostro compito era la negazione dell’istituzione manicomiale attraverso l’analisi del nostro mandato sociale , il rifiuto di un mandato sociale custodialistico e l’accettazione di quello terapeutico. Questo significa che la nostra ideologia,si perché noi abbiamo una ideologia,  è quella sintetizzata in una scritta sul muro del manicomio di Trieste: la libertà è terapeutica. Questa idea si contrappone totalmente all’idea del controllo che sta dilagando nel pianeta è una idea che continua a dirci “do not panic” niente paura.
In questa confusione noi entriamo dalla parte di chi costruisce strumenti per pensare, per fabbricare concetti,ancora una volta Deleuze e Guattari che definiscono l’attività filosofica come la fabbricazione di concetti, ma anche Antonio Gramsci che ci ha insegnato a lavorare sul senso comune e ci ha detto che il senso comune è la sedimentazione nella vita quotidiana delle grandi filosofie e che il cambiamento del senso comune è la strategia per quella “riforma intellettuale e morale” che secondo lui era necessaria non solo in Italia ma nel mondo intero.
 Au contraire, esistono industriali della paura che diffondono attraverso i media mainstream la peste psichica di reichiana memoria. Questa peste non è altro che l’elaborazione paranoica del lutto,come diceva Franco Fornari quando ha analizzato i moventi inconsci della guerra. Anche per Pichon Riviere l’ansia paranoidea è una reazione al cambiamento, è una delle resistenze più potenti. Si individua nella novità,nella situazione nuova un pericolo: lo straniero, lo sconosciuto è potenzialmente pericoloso e quindi si apprestano sistemi di difesa per diminuirne la supposta pericolosità: esercito nelle strade, controllo dei campi nomadi, rilevazione delle impronte ai bimbi rom,perché così i “cittadini” si possono sentire più sicuri. Queste sono alcune azioni del nuovo governo di destra italiano debolmente contrastate da una evanescente opposizione. Ma  azioni analoghe avvengono ovunque nel pianeta.
Si tratta della continua ed incessante creazione di muri:muri che vorrebbero difendere e separare e allontanare l’altro, il pericoloso, il nemico. Il prototipo di questi muri sono i muri del manicomio che Franco Basaglia in Italia ha abbattuto. Ma, ci ha sempre ricordato Armando Bauleo esistono anche i manicomi mentali su cui si appoggia la resistenza al cambiamento.
 La resistenza al cambiamento si arrocca sul  bastione della identità, tutti hanno paura di confondersi, di perdere l’identità, per questo c’è un richiamo costante alla identità di etnia, di religione di comunità e così via e dunque si costruiscono  di muri e muraglie per striare e controllare lo spazio liscio della moltitudine nomade.
Ma Amartya  Sen ha dimostrato molto bene come  questo richiamo all’identità dell’identico si  accompagni alla violenza contro l’altro che non è me.
Questo altro,è pericoloso è minaccioso:non è me,ed in questo universo paranoico tutto ciò che non è me mi è nemico e deve essere annichilito.
E’ questo il vocabolo attualmente usato dai militari in guerra:” annichiliscili!
Noi lavoriamo su altro, contrastiamo l’ossessione dell’identità perché crediamo che l’altro sia costitutivo del me,perché sappiamo che non può esserci un io senza altro.
Siamo con Rimbaud: io è un altro.
Per questo in questo trentennale della legge 180 o legge Basaglia dobbiamo lanciare una controffensiva all’ideologia dominante della psichiatria nosografia classificatoria del DSM Questa è l’ideologia che permette il controllo e il contenimento dei comportamenti delle moltitudini migranti da parte di funzionari che tramite dei test applicano delle diagnosi stigmatizzanti che trasformano soggetti confusi e sofferenti dall’identità molteplice in individui ad una sola dimensione,come avrebbe detto Marcuse,quella psicopatologica. Siamo anche noi i replicanti di Blade Runner sottoposti al test per essere scoperti,ma siamo anche i funzionari che sottopongono il test.
 Proprio Franco Basaglia ci ha insegnato ad interrogarci su quello che facciamo, lui che aveva consuetudine con Sartre sapeva che ciascuno di noi non è uno psichiatra ma fa lo psichiatra,quindi deve interrogarsi su cosa sta facendo perché il suo essere non si esaurisce con il suo fare. E dunque così come il borderline è moltitudine e non solo borderline anche lo psichiatra che lo diagnostica è moltitudine per questo l’analisi sul mandato sociale è per noi psichiatri Basagliani ineludibile.
Franco Basaglia con la scoperta che si poteva e si doveva fare l’analisi del proprio mandato sociale  e trarne le conseguenze pratiche ci ha condannato. Non possiamo fare finta che non si possa fare, è come quando il dott.Semmelweis  ha scoperto che la febbre puerperale derivava dai chirurghi che non si lavavano le mani. C’è voluto molto tempo e molte battaglie per fare diventare senso comune questa scoperta, ma chi lo sapeva non poteva rendersi causa di sofferenza e morte anche se andava contro le leggi e le disposizioni del tempo.
Così la scoperta che il manicomio è una istituzione totale che produce la malattia che vorrebbe curare ci spinge ad una battaglia abolizionista e la consapevolezza che l’abolizione della libertà che si attua in qualsiasi istituzione totale è fonte di sofferenza e morte estende questo movimento ad una visione più ampia verso una autogoverno delle moltitudini desideranti che abitano questa contemporaneità e vogliono viverla fuori da ogni controllo paranoico perché sentono come compito comune come avrebbe detto Armando Bauleo la costruzione di una comunità a venire.


Leonardo Montecchi
Cile 30/08/2008
Da "Rekombinant"


Bibliografia


Franco Basaglia            L’istituzione negata                             Einaudi
                                    Che cosa è la Psichiatria                     Einaudi
                                     Scritti                                                Einaudi

Giorgio Agamben          Homo sacer                                       Einaudi
                                     La comunità che viene                        Einaudi

Karl Marx                     Il capitale                                           Editori Riuniti

Walter Benjamin           Angelus Novus                                    Einaudi

C. Peirce                      Scritti                                                   Bompiani

G. Lukács                     Storia e coscienza di classe                  Sugar

Deleuze e Guattari         Millepiani                                             Castelvecchi

W. Reich                      Psicologia di Massa del fascismo           Mondadori

A. Schutz                      Don Chisciotte e il problema della realtà  Armando Editore

Philip Dick                    Un oscuro Scrutare                                Fanucci
                                     Ubik                                                      Fanucci

Mike Davis                    Slum                                                     Feltrinelli

Loic Wacquant              Parola d’ordine tolleranza zero               Feltrinelli

Michel Foucault              Storia della follia                                    Rizzoli

Richard Herrnstein e Charles Murray    The Bell Curve: Intelligence and Class Structures in American Life
                                                                         A Free Press Paperbacks Book

Paul Virilio            Velocità e politica: saggio di dromologia              Milthipla

Pichon Riviere       Il processo gruppale                                           Lauretana

Armando Bauleo    Note di Psicologia  e Psichiatria Sociale
                              Psicanalisi e gruppalità                                       Borla

Amartya  Sen          Identità e violenza                                             Laterza

Artur Rimbaud        Opere                                                               Mondadori