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mercoledì 10 febbraio 2010

Avatar e The Hurt Locker: Ecce Homo Yankee

Come tutti sanno, o dovrebbero sapere, Kathryn Bigelow e James Cameron una volta erano marito e moglie (dal 1989 al 1991, ma a giudicare da The Abyss, che è dell'89, Cameron il divorzio se lo aspettava sin dall'inizio), e quest'anno si contenderanno l'Oscar con le loro ultime creazioni, The Hurt Locker e Avatar.
L'accostamento tra questi due film non è dovuto solo alle circostanze, ma a qualcosa di più essenziale.
Bigelow ci descrive ormai da decenni una figura piuttosto sofisticata di “vero uomo”. Tipi che possono buttarsi da un aereo senza paracadute, fare spallucce davanti alla morte, ma anche manifestare lacrime di fragilità. Cameron non è da meno (anche se può capitare che il “vero uomo” in questione sia Sigourney Weaver): addirittura, in personaggi come John Connor, il dubbio e la fragilità interiori assumono un tono da Getsemani.
E sono due veri, anzi verissimi uomini anche i protagonisti di Avatar e The Hurt Locker. Eppure non si direbbero, come dire, molto produttivi.
In Avatar, Sully in effetti è quello che organizza e scatena l'attacco dei nativi contro gli sfruttatori terrestri, ma tutte le sue azioni si rivelerebbero vane, se non fosse per l'intervento diretto della Gaia locale. È questo che distingue Avatar dagli altri film di indiani, vietcong e soldati blu vari. L'unione tra i nativi e la terra non è una concezione religiosa, o culturale, è un dato di fatto. Cameron non da' molto peso a questa differenza esiziale, che porta a far sembrare i nativi di Avatar particolarmente stupidi. A Sully basta manipolare i punti deboli delle loro credenze per riconquistarne la fiducia (se non l'obbedienza). I Na'vi sono talmente integrati nell'ecosistema da essere totalmente incapaci di fronte all'imprevisto, solo l'intervento di un terrestre li può salvare, o almeno metterli nelle condizioni di essere salvati dalla loro Gaia, perché a lasciarli fare...
Il protagonista di The Hurt Locker, dal nome evocativo di William James, disinnesca IED e autobombe in Iraq: palle d'acciaio, sbruffone, temerario fino all'incoscienza eccetera eccetera. Quello che fa lo fa per il gusto di farlo, niente di più. Certo, per lui il cameratismo conta, ma in secondo piano. James, in effetti, non percepisce la guerra, e sembra non dare nemmeno gran peso agli iracheni. Il termine sprezzante hadji viene usato sì, ma in modo spassionato. L'unico momento in cui James sembra avere un interesse al di fuori delle bombe è quando crede che il bambino iracheno che gli vendeva i dvd taroccati sia morto. Ma la sua azione risulta priva di risultati, e alla fine anche di senso (il bambino non è morto).
Sully e James, quindi, risultano protagonisti di un'azione che li vede fondamentalmente fallire, ed entrambi, posti di fronte all'alternativa tra due mondi, tra due esistenze, scelgono di abbandonare quella “normale”, la loro vita nativa, per immergersi totalmente in quella vibratile, iperreale, tridimensionale, che può dar loro un mondo “altro” (Pandora, Iraq).
E per l'ennesima volta l'Io diviso dell'uomo occidentale proietta la sua aspirazione di purezza e di integralità sulle vittime del suo imperialismo (culturale e non). Come facciano giornalisti come quelli del Manifesto a definire The Hurt Locker un film “contro la guerra”, resta al di là della mia comprensione. Qui non abbiamo una giustificazione della guerra, come nei film razzisti alla Chuck Norris, ma a un'esaltazione della guerra quale esperienza spirituale (come avveniva anche in Terrence Malick).
Quanto ad Avatar, certo, Pandora è una vera meraviglia, e mi cascano le braccia a sentire i soliti pietosi luoghi comuni alla Roberto Faenza. Tuttavia, diamine, l'ennesimo yankee che soccorre il buon selvaggio! E dai, un ultimo sforzo, Jim!

Domenico D'Amico

giovedì 20 novembre 2008

Cinema (tra l'altro)

RACCONTA E ANCORA RACCONTA

 obamatubesNanolitografie di Barack Obama (mezzo millimetro) realizzate con nanotubi di carbonio



Essendo tutt'altro che immune agli effluvi di speranza che si levano dall'intero globo, in amorosa e simbolica rispondenza al primo african american insediatosi (a breve) nella Casa Bianca, mi sento quasi colpevole a occuparmi, di nuovo e ancora, di voluttuariaggini come il cinema coreano.

Ma, insomma, la vita va avanti. Assicurazioni e banche intascano i soldi del bailout e li distribuiscono agli azionisti o li ficcano nel materasso, entro il 2011 gli USA lasceranno l'Iraq lasciandovi megafortezze altro che la Bastiani, e Tremonti (davanti alla Commissione Bilancio) contesta chi dice che le iniziative del governo sono solo finanziarie: e il nucleare cos'è, se non economia reale?

Tanto è in arrivo una nuova Grande Depressione (citata, scusate tanto l'autopromozione, nella primissima pagina del nostro romanzo).

Ma veniamo alle cose davvero importanti.

Dubito che, almeno su questo pianeta, ci sia qualcuno che apprezzi la prassi dell'industria cinematografica janqui di riadattare film stranieri per il mercato interno. Tuttavia, di per sé il remake non è maligno. Da che mondo è mondo le storie vengono narrate e ri-narrate (sorvoliamo sull'eterno interrogativo, se esistano storie che non siano il ri-racconto di un racconto). Il fatto che una delle versioni della storia di Medea, per millanta ragioni, passi oggi per quella autentica, non ci autorizza a dimenticare le altre (Christa Wolf docet). E nemmeno siamo costretti a scegliere tra l'Oreste di Eschilo e quello di Euripide, anche se Aristofane ci fa sapere che il dibattito sul tema remake è antichissimo.



Faust



Quindi la questione non è se sia una bella cosa rielaborare un racconto adattandolo all'epoca o al gusto locali: lo si fa e basta. Ma possiamo legittimamente attribuire un valore (più o meno aleatorio) al remake che abbiamo davanti. Certo, con l'avvento della figura dell'autore nella cultura occidentale le cose si sono complicate, tanto da rendere problematico affermare che il Faust di Mann sia una rielaborazione di Goethe, o che l'Ulisse di Joyce racconti di nuovo l'Odissea. Ma, visto che parliamo di remake cinematografici, mettiamo da parte queste difficoltà...

Occorre comunque chiarire l'ovvio: il remake, nel linguaggio corrente, indica un film che trae la sua origine da un altro film. Questo significa che, colloquialmente, non possiamo definire She's the Man un remake della Dodicesima Notte di Shakespeare, così come Cruel Intentions non è un remake delle Relazioni Pericolose di Laclos, o My Fair Lady di Pigmalione, non più di quanto chiameremmo Romeo and Juliet un remake di Matteo Bandello.



shesthemanShe's the Man



Cruel IntentionsCruel Intentions



Nel cinema statunitense il remake non riguarda solo i film stranieri, al contrario. L'intrattenimento di massa non può certo rinunciare a una buona storia, e se il pubblico cambia, così cambiano anche le penne del racconto. Un esempio per tutti: Prima Pagina. Tra la prima versione, del 1931, e quella successiva del 1940 (quella con Cary Grant)) di Howard Hawks, assistiamo a uno spostamento di genere: il giornalista che vuole sposarsi è uomo in Milestone, donna in Hawks. Le due versioni successive del racconto ripetono il cambio: il celebre film di Billy Wilder con Lemmon e Matthau presenta la versione maschile, mentre il remake di Ted Kotcheff (con Kathleen Turner e Burt Reynolds) torna a quella femminile (e infatti non si rifà affatto a Wilder, ma a Hawks).

Quello che ci interessa, visto che stavamo parlando della nostra possibilità di valutare le singole versioni di un racconto, è come sembri “normale”, nel film del 1940, che la giornalista di punta sia una donna, e come sembri altrettanto scontato, nel 1974 di Wilder, che sia un uomo, per arrivare al 1988 di Kotcheff, con una “normalissima” anchorwoman da prima serata. Avrebbe senso parlare di sessismo, se non fosse che sia Wilder sia Hawks sono una delizia per il palato, mentre l'aver recuperato la protagonista femminile non salva Kotcheff dalla mediocrità.



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 His Girl Friday



Ma, anche volendoci andar piano coi giudizi di valore, è indubbio che parecchi remake janqui (adesso parliamo dei film stranieri) facciano gridare l'ottava musa come un Bondi che scoprisse che Silvio non l'ha mai veramente amato.

Non è stato bello vedere un gioiellino di commedia come Certi Piccolissimi Peccati  trasformato in quella deprimente svangata di La Signora in Rosso, una bomba sensuale come Profumo di Donna di Dino Risi impietrito nell'intediato Scent of a Woman (che ha un solo pregio: Giancarlo Giannini che doppia Al Pacino), lo sconnesso ed esagerato Nikita di Luc Besson sbollito nel pateticissimo Nome in Codice: Nina di John Badham, il tenero Tre Uomini e una Culla (Trois Hommes et un Couffin) di Coline Serreau nell'allucinante Tre Scapoli e un Bebè (3 Men and a Baby) di Leonard Nimoy... E via e via (sono solo i primi che mi sono venuti in mente).

Qui le questioni etiche o ideologiche non vengono trascese dall'arte del racconto. Tanto per dire, tanto in Nikita quanto nel remake la protagonista, a un certo punto, ha un assaggio di vita “normale”, può quasi far finta di non essere un sicario del governo, e conosce un bravo ragazzo che, ovvio, si innamora di lei. Ma il rapporto è travagliato, lei porta scritto in faccia “madonna, se sono traumatizzata”, e di certo non gli può spiattellare “senti, tesoro, sono un'ammazza-poliziotti trasformata dai servizi segreti in un killer di stato, passami l'insalata”... Ora, nell'originale francese il ragazzo in questione, di fronte al segreto grondante dolore della ragazza, assume un atteggiamento di totale apertura e accettazione: le offrirà il cuore (e il suo aiuto) senza condizioni o contropartite. Ma nel rifacimento janqui, probabilmente, questo sarà sembrato poco equanime. Il ragazzo in questione rivendica il suo diritto di avere un ruolo nel rapporto. Omme 'e mmerda. Più che il politically correct, qui emerge lo spicciolo pragmatismo dei manuali USA di savoir vivre, emerite merdate del genere “non puoi amare gli altri se prima non ami te stesso”.

Tanto per ridire, nel film di Colin Serrau si giunge a una (utopistica) transvalutazione dei ruoli familiari e di genere, fino alla aggregazione di una sorta di neo-famiglia innervata (ecco, di nuovo) dall'accettazione e dal dono di sé. Gli janqui hanno trovato la cosa talmente inaccettabile da dover girare un seguito in cui la situazione scandalosa della povera bambina (una famigliola con mamma e tre papà, non scherziamo: i compagnucci della parrocchietta resteranno traumatizzati) venisse sistemata da un matrimonio riparatore (per quanto non col genitore biologico dell'infante)!

Non ci posso credere, tutto questo sproloquio solo per arrivare al vero argomento di questo post: il remake statunitense di My Sassy Girl.

Non è colpa mia. La natura mi ha fatto logorroico, e il Dottore (che, ricordiamolo, pratica la psichiatria) non è in grado, o non vuole aiutarmi. O forse gli Illuminati tramano contro di me. Va a sapere.

Dicevamo, il remake di My Sassy Girl.

Io non sono uno di quei fanatici che tirano fuori il sovrapposto quando parlano dei film janqui di derivazione orientale. The Ring? Ti sparo in testa! Dark Water? Ti sparo in faccia! Pulse? Ti sparo in bocca! The Eye? Ti sparo negli occhi! La Casa sul Lago del Tempo? Ti sparo nel culo!

Difatti, e so benissimo di rischiare la vita nel dirlo, certi remake possono essere meglio dell'originale. Qui lo dico e qui lo denego, ma, insomma, d'accordo che mettere la bionda Watts al posto di Natsushima sia una limpida metafora del manco tanto velato razzismo che sottende (coesiste e consiste) al protezionismo culturale che genera tanti di questi rifacimenti, ma il Ring rifatto, ammettiamolo, è più impressionante. E direi la stessa cosa per The Grudge, se non fosse che il regista (Takashi Shimizu) è lo stesso, quindi fa categoria a sé.

Con My Sassy Girl USA, invece, sono in una botte di ferro.

Sì, questo film fa pena.



elishacuthbertmysassygiqb5My Sassy Girl



Avevo forse esagerato nel paragonare sfavorevolmente Elisha Cuthbert a Jeon Ji-hyeon (protagoniste delle due Sassy Girl), ma solo in moderazione. L'inerzia, la legnosità che l'attrice janqui sfoggia in questo remake ha del misterioso. Intendo dire che in altre prove, sia televisive sia cinematografiche, l'abbiamo vista recitare passabilmente. Qui no, sembra convinta che una specie di broncio pensieroso sia capace di veicolare le tempeste interiori di una ragazza piuttosto bipolare col cuore parecchio spezzato. Conseguenza, la sua figura perde l'ombra di commossa comicità dell'originale coreano. Ma fosse solo questo. Anche qui, come detto più sopra, si assiste a una insopportabile avarizia sociale da parte degli adattatori statunitensi. Cos'è, era troppo far vomitare la ragazza sul parrucchino di un tizio in metro? Cos'è, mettersi le scarpe di lei, per giunta in pubblico, con la ragazza che corricchia e ridacchia, è troppo degradante per il maschio USA? Non voglio dire che un rifacimento si debba giudicare dagli elementi narrativi che mancano (rispetto alla precedente versione), al contrario, bisognerebbe guardare a ciò che c'è in più e di diverso...

Ma la Sassy Girl USA sembra realizzata sforbiciando pezzi da quella coreana. La deprivazione emotiva, in fin dei conti, rende inspiegabile la storia tra i due protagonisti, lui non è veramente un bamboccione, lei non è veramente instabile... E quello che c'è in più, nella Sassy USA, è un profluvio di spiegazioni psicologiche (del comportamento di lei) che farebbero la gioia di un sociologo da rotocalco.

Accidenti, dico io. Perché, perché lo fate?

E sono in arrivo i remake di A Tale of Two Sisters e Into the Mirror.



mirrors_ver3Mirrors (remake di Into the Mirror)



uninvitedThe Uninvited (remake di A Tale of Two Sisters)



Attendete.

Tremate.

Molla il mio parrucchino!



Domenico D'Amico

venerdì 1 agosto 2008

The Dark Knight - Batman: forse un dilemma di troppo per il roditore volante -

Batman: forse un dilemma di troppo per il roditore volante

I fedeli più duri e puri di Batman hanno sempre storto il naso di fronte alla ridefinizione estetica che il cinema ha compiuto sulla pelle del loro eroe. In particolare, è sembrato un vero insulto che, sin dal primo film (quello di Tim Burton del 1989) sia stata esclusa dal quadro la calzamaglia grigia caratteristica del fumetto, per lasciar posto a una corazza rivestita di lattice (più in linea con l'estetica gotica di Burton).


Certo, i fedeli hanno le loro ragioni. Ma è una parola riuscire a filmare una cosa del genere.
La cosa non riguarda solo Batman. Avremmo potuto avere un Wolverine in giallo.
A mio modesto avviso, la scelta fu inevitabile. Quanto all'impostazione narrativa, be', indubbiamente l'occhio fiabesco di Burton è impagabile, ma personalmente ho trovato Christopher Nolan più appetibile. Dalla fiaba ottocentesca, scintillante di vetri oscuri e merletti neri, precipitiamo nel tagliente e abbacinante frullato tra saghe millenarie su eroi dal cupo destino di pharmakoi e irriconciliabili dilemmi novecenteschi, morali etici e politici. E molta azione in più.
Stranamente, rispetto a Batman Begins, in questo film l'uomo pipistrello non sembra affatto il super-ninja del primo Nolan (anche dopo l'”alleggerimento” della corazza), richiamando piuttosto l'inesorabile pistonatore dei primi capitoli della saga.
Le lacerazioni etiche, invece, esplodono e si disseminano per tutto il racconto. Anche troppo.
Già l'antitesi caos-ordine (evocata dall'apparizione del Joker) sarebbe bastata a reggere il peso della storia. Ma abbiamo anche il groviglio esistenziale dell'eroe-non eroe e il suo rapporto con la collettività, il senso della giustizia e la morale della plebe (eccola!); di conseguenza il tragico dilemma dell'eroe borghese (Harvey Dent), posto letteralmente di fronte alle due facce del conflitto civile, l'ordine costituito sarà sostanziale o solo l'ingannevole e futile abbellimento di una giungla spietata? Il che ci porta anche all'indignazione di Lucius di fronte al Grande Fratello ideato da Bruce Wayne: a che prezzo la sicurezza, troppo potere per un uomo solo, qui custodiet ipsos custodes, eccetera eccetera...
Troppi arrosticini sulla brace.
Tuttavia, The Dark Night resta un racconto straordinario. Soprattutto, è ovvio, per la figura creata da Heath Ledger. Con la morte di questo attore, abbiamo perso la possibilità di vedere di nuovo, in un prossimo volume della narrazione visiva di Batman, questa mefitica mutazione del briccone divino, questo doloroso agente del caos, questo affabulatore all'arma bianca...
Questo Joker.

Domenico D'Amico


Nota a margine – A suo tempo desistetti dalla visione della serie Dawson's Creek per due ragioni: primo, si collocava nel filone dei telefilm che, piuttosto che narrare, vogliono insegnare come si vive (soprattutto, è ovvio, ai ggiovani); secondo, le protagoniste femminili (Katie Holmes e Michelle Williams) sembravano reduci da una rissa che avesse provocato loro terribili lesioni, rigonfiamenti e deformità a cranio e faccia.
Detto questo, Katie Holmes (che ha tutta la mia comprensione per la sua attuale, miserevole situazione) in Batman Begins faceva comunque la sua porca figura.
E invece, in The Dark Night, abbiamo grandinate di erotismo incandescente (o gelido) eruttate dalle figure maschili, e una Rachel che irradia l'aura sensuale di un estintore non revisionato (no, non ho dimenticato Secretary).
Whatever.

martedì 8 luglio 2008

Racconti, racconti

di Domenico D'Amico

Tempo fa rimasi parecchio incuriosito da una dichiarazione (all'interno di un'intervista) di Tonino Guerra: a suo avviso film come The Matrix erano senza trama. Quando una cosa del genere l'afferma l'autore di sceneggiature come quelle di Uomini Contro e Blowup, Zabriskie Point e Amarcord, la si prende sul serio. Mi sono detto: apparentemente The Matrix mette in opera una fabula che più fabula non si può, che a dispiegarla si arrossisce, tutta la storia di un popolo in schiavitù che attende l'arrivo di un messia che lo liberi e lo conduca a Zion (cioè Sion), e il messia naturalmente deve intraprendere un percorso iniziatico che lo porta a dubitare della sua elezione, fino alla morte e rinascita che ne avverano il destino escatologico... Certo, è l'ennesima rinarrazione biblica che da sempre ossessiona la cultura (alta e bassa) statunitense, ma in ogni caso il racconto c'è, eccome. Probabilmente Guerra si era un po' fatto trasportare dal luogo comune (tutt'altro che infondato) americanate-tutte-effetti-speciali = storia-colabrodo. Ma credo che ci fosse anche un elemento di base, un elemento culturale che gli faceva percepire quella di Matrix come una non-storia. Il cinema di Guerra (ovviamente, non solo il suo) è il cinema della psicologia dei personaggi: anche le figure visionarie dei film di Fellini hanno un'interiorità, quando non addirittura una caratura psicoanalitica. Quello di Matrix, invece, è un racconto mitico, e i personaggi dei miti non hanno psicologia, o se ce l'hanno non è la psicologia come l'intendiamo almeno dall`800 in poi. Forse è questo che ha reso invisibile la fabula di Matrix agli occhi di un grande uomo di cinema.
Certo, è paradossale che il paese dei grandi poemi cavallereschi, il paese della Commedia di Dante, il paese della Commedia dell'Arte e delle Laudi, sia tutt'oggi pervicacemente attaccato a una concezione mimetica della narrazione.
Eppure, se pensiamo a film come La Corona di Ferro di Blasetti, ci viene una grande nostalgia del futuro, e scuotiamo la testa...
E parlando di miti, mi torna in mente quando vidi, quasi in contemporanea, due film che più diversi non si potrebbe: Terminator 2-Il Giorno del Giudizio di James Cameron e Decalogo I di Krzysztof Kieślowski. Notevole la maestria del regista polacco nello squadernamento degli elementi del racconto (il padre, la sua lezione, i calcoli sullo spessore del ghiaccio, il punto di vista della zia, la creazione di affezione per il bambino, il barbone angelo della morte, l'acqua santa congelata, il computer, eccetera), ma al servizio di un apologo talmente brutale da sfiorare la parodia.
Chi è il realtà questo dio che per attirare a sé un uomo gli fa morire il figlio unigenito? È il doppio della figura dello stesso regista, che per uno scopo triviale (la parabola didattica) distrugge qualcosa di molto più prezioso (il racconto). Nessun incendio mistico, nessuna spiritualità, con Kieślowski non sprofondiamo negli oceani di Zanussi o Tarkovskij, ci infanghiamo le scarpe nell'acquitrino maleodorante di una cantina allagata. Che piccineria, che pochezza, che meschinità: corrispondenza totale tra l'opera e il dio che l'opera descrive. Niente mito, in Kieślowski, niente dinamismo tragico, nessuna universalità.
Al contrario di quello che succede nel film di Cameron.
Innanzitutto, Terminator 2-Il Giorno del Giudizio mette in opera un notevole espediente metanarrativo. Se racconto una storia che dice che il mondo finirà nel 1997, e il 1997 passa e il mondo è ancora lì che gira, che faccio? Potrei fare come fanno i seguaci dei profeti appassionati di scadenze: faccio finta di niente, mi invento una spiegazione per la mancata apocalisse e stabilisco una nuova scadenza. O posso imitare gli altri narratori (in particolare sceneggiatori e autori di fumetti): fare finta di niente e sperare che il pubblico sorvoli.
Cameron risolve il problema, ma la soluzione non è un deus ex machina, è parte fondante della stessa narrazione. Il topos del viaggio nel tempo gli permette di mantenere intatta la coerenza interna della saga: il fatto che un evento si situi nel passato non significa che tale evento non possa essere modificato o annullato.
Il mito, in Terminator 2 (in tutto il ciclo, in effetti, nonostante la "cagata pazzesca" del terzo capitolo), si spande a piene mani: visione profetica, il drago che vuole mangiare il figlio della donna vestita di sole (insomma, il cattivo, che è la creazione più mirabile della mente umana, Skynet, da vero angelo caduto si ribella al suo creatore, e cerca di uccidere il messia bambino che dovrà liberare il suo popolo dalla schiavitù), l'elemento tragico di un fato che è contemporaneamente ineluttabile e frutto di libera scelta.
Naturalmente ci sono gli effetti speciali, le sparatorie, il governatore della California. Perché i miti non si illustrano, si raccontano. Per l'ennesima volta.


Il wallpaper dedicato al telefilm Terminator-The Sarah Connor Chronicles mi permette di elogiare i layer style di Photoshop e anche di parlare del serial.
La prima stagione delle Chronicles, come succede sempre, si conclude con eventi in corso e tragedie in sospeso, soprattutto per quel che riguarda il destino del personaggio interpretato da Summer Glau. Ah, Summer Glau, con quell'incredibile fronte bombata e gli occhi da pazzoide! Probabilmente è per questo che in ben due serie (Firefly e 4400) interpreta personaggi con profondi scompensi psichici, così come in Chronicles: un terminator ha una personalità, dal punto di vista umano, decisamente psicopatica, anche quando è schierato dalla parte dei buoni. A questo va aggiunto l'elemento “bambola meccanica” del balletto classico: Summer Glau (che originariamente praticava davvero il balletto) esordisce interpretando una prima ballerina bloccata in un incubo stregonesco di un episodio di Angel (lo spinoff di Buffy). Joss Whedon, creatore di entrambi i telefilm, le da' una parte importante in Firefly, un western fantascientifico durato una sola stagione, parte che produce fuochi d'artificio nell'epilogo cinematografico Serenity (anche in Chronicles, Summer trova l'occasione di sfoggiare le sue doti di étoile, facendo l'infiltrata in un'accademia di danza).
Personalmente, questa prima stagione mi è piaciuta parecchio, nonostante certi guasti di sceneggiatura: Summer Glau è l'estraneo che non conosce (o interpreta troppo letteralmente) i costumi della società a cui appartengono gli altri personaggi e il pubblico, creando i classici effetti di comicità, straniamento e, tendenzialmente, di satira sociale, eppure all'inizio ci viene mostrata come perfettamente mimetizzata nel contesto umano...
Veniale.