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giovedì 20 novembre 2008

Cinema (tra l'altro)

RACCONTA E ANCORA RACCONTA

 obamatubesNanolitografie di Barack Obama (mezzo millimetro) realizzate con nanotubi di carbonio



Essendo tutt'altro che immune agli effluvi di speranza che si levano dall'intero globo, in amorosa e simbolica rispondenza al primo african american insediatosi (a breve) nella Casa Bianca, mi sento quasi colpevole a occuparmi, di nuovo e ancora, di voluttuariaggini come il cinema coreano.

Ma, insomma, la vita va avanti. Assicurazioni e banche intascano i soldi del bailout e li distribuiscono agli azionisti o li ficcano nel materasso, entro il 2011 gli USA lasceranno l'Iraq lasciandovi megafortezze altro che la Bastiani, e Tremonti (davanti alla Commissione Bilancio) contesta chi dice che le iniziative del governo sono solo finanziarie: e il nucleare cos'è, se non economia reale?

Tanto è in arrivo una nuova Grande Depressione (citata, scusate tanto l'autopromozione, nella primissima pagina del nostro romanzo).

Ma veniamo alle cose davvero importanti.

Dubito che, almeno su questo pianeta, ci sia qualcuno che apprezzi la prassi dell'industria cinematografica janqui di riadattare film stranieri per il mercato interno. Tuttavia, di per sé il remake non è maligno. Da che mondo è mondo le storie vengono narrate e ri-narrate (sorvoliamo sull'eterno interrogativo, se esistano storie che non siano il ri-racconto di un racconto). Il fatto che una delle versioni della storia di Medea, per millanta ragioni, passi oggi per quella autentica, non ci autorizza a dimenticare le altre (Christa Wolf docet). E nemmeno siamo costretti a scegliere tra l'Oreste di Eschilo e quello di Euripide, anche se Aristofane ci fa sapere che il dibattito sul tema remake è antichissimo.



Faust



Quindi la questione non è se sia una bella cosa rielaborare un racconto adattandolo all'epoca o al gusto locali: lo si fa e basta. Ma possiamo legittimamente attribuire un valore (più o meno aleatorio) al remake che abbiamo davanti. Certo, con l'avvento della figura dell'autore nella cultura occidentale le cose si sono complicate, tanto da rendere problematico affermare che il Faust di Mann sia una rielaborazione di Goethe, o che l'Ulisse di Joyce racconti di nuovo l'Odissea. Ma, visto che parliamo di remake cinematografici, mettiamo da parte queste difficoltà...

Occorre comunque chiarire l'ovvio: il remake, nel linguaggio corrente, indica un film che trae la sua origine da un altro film. Questo significa che, colloquialmente, non possiamo definire She's the Man un remake della Dodicesima Notte di Shakespeare, così come Cruel Intentions non è un remake delle Relazioni Pericolose di Laclos, o My Fair Lady di Pigmalione, non più di quanto chiameremmo Romeo and Juliet un remake di Matteo Bandello.



shesthemanShe's the Man



Cruel IntentionsCruel Intentions



Nel cinema statunitense il remake non riguarda solo i film stranieri, al contrario. L'intrattenimento di massa non può certo rinunciare a una buona storia, e se il pubblico cambia, così cambiano anche le penne del racconto. Un esempio per tutti: Prima Pagina. Tra la prima versione, del 1931, e quella successiva del 1940 (quella con Cary Grant)) di Howard Hawks, assistiamo a uno spostamento di genere: il giornalista che vuole sposarsi è uomo in Milestone, donna in Hawks. Le due versioni successive del racconto ripetono il cambio: il celebre film di Billy Wilder con Lemmon e Matthau presenta la versione maschile, mentre il remake di Ted Kotcheff (con Kathleen Turner e Burt Reynolds) torna a quella femminile (e infatti non si rifà affatto a Wilder, ma a Hawks).

Quello che ci interessa, visto che stavamo parlando della nostra possibilità di valutare le singole versioni di un racconto, è come sembri “normale”, nel film del 1940, che la giornalista di punta sia una donna, e come sembri altrettanto scontato, nel 1974 di Wilder, che sia un uomo, per arrivare al 1988 di Kotcheff, con una “normalissima” anchorwoman da prima serata. Avrebbe senso parlare di sessismo, se non fosse che sia Wilder sia Hawks sono una delizia per il palato, mentre l'aver recuperato la protagonista femminile non salva Kotcheff dalla mediocrità.



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 His Girl Friday



Ma, anche volendoci andar piano coi giudizi di valore, è indubbio che parecchi remake janqui (adesso parliamo dei film stranieri) facciano gridare l'ottava musa come un Bondi che scoprisse che Silvio non l'ha mai veramente amato.

Non è stato bello vedere un gioiellino di commedia come Certi Piccolissimi Peccati  trasformato in quella deprimente svangata di La Signora in Rosso, una bomba sensuale come Profumo di Donna di Dino Risi impietrito nell'intediato Scent of a Woman (che ha un solo pregio: Giancarlo Giannini che doppia Al Pacino), lo sconnesso ed esagerato Nikita di Luc Besson sbollito nel pateticissimo Nome in Codice: Nina di John Badham, il tenero Tre Uomini e una Culla (Trois Hommes et un Couffin) di Coline Serreau nell'allucinante Tre Scapoli e un Bebè (3 Men and a Baby) di Leonard Nimoy... E via e via (sono solo i primi che mi sono venuti in mente).

Qui le questioni etiche o ideologiche non vengono trascese dall'arte del racconto. Tanto per dire, tanto in Nikita quanto nel remake la protagonista, a un certo punto, ha un assaggio di vita “normale”, può quasi far finta di non essere un sicario del governo, e conosce un bravo ragazzo che, ovvio, si innamora di lei. Ma il rapporto è travagliato, lei porta scritto in faccia “madonna, se sono traumatizzata”, e di certo non gli può spiattellare “senti, tesoro, sono un'ammazza-poliziotti trasformata dai servizi segreti in un killer di stato, passami l'insalata”... Ora, nell'originale francese il ragazzo in questione, di fronte al segreto grondante dolore della ragazza, assume un atteggiamento di totale apertura e accettazione: le offrirà il cuore (e il suo aiuto) senza condizioni o contropartite. Ma nel rifacimento janqui, probabilmente, questo sarà sembrato poco equanime. Il ragazzo in questione rivendica il suo diritto di avere un ruolo nel rapporto. Omme 'e mmerda. Più che il politically correct, qui emerge lo spicciolo pragmatismo dei manuali USA di savoir vivre, emerite merdate del genere “non puoi amare gli altri se prima non ami te stesso”.

Tanto per ridire, nel film di Colin Serrau si giunge a una (utopistica) transvalutazione dei ruoli familiari e di genere, fino alla aggregazione di una sorta di neo-famiglia innervata (ecco, di nuovo) dall'accettazione e dal dono di sé. Gli janqui hanno trovato la cosa talmente inaccettabile da dover girare un seguito in cui la situazione scandalosa della povera bambina (una famigliola con mamma e tre papà, non scherziamo: i compagnucci della parrocchietta resteranno traumatizzati) venisse sistemata da un matrimonio riparatore (per quanto non col genitore biologico dell'infante)!

Non ci posso credere, tutto questo sproloquio solo per arrivare al vero argomento di questo post: il remake statunitense di My Sassy Girl.

Non è colpa mia. La natura mi ha fatto logorroico, e il Dottore (che, ricordiamolo, pratica la psichiatria) non è in grado, o non vuole aiutarmi. O forse gli Illuminati tramano contro di me. Va a sapere.

Dicevamo, il remake di My Sassy Girl.

Io non sono uno di quei fanatici che tirano fuori il sovrapposto quando parlano dei film janqui di derivazione orientale. The Ring? Ti sparo in testa! Dark Water? Ti sparo in faccia! Pulse? Ti sparo in bocca! The Eye? Ti sparo negli occhi! La Casa sul Lago del Tempo? Ti sparo nel culo!

Difatti, e so benissimo di rischiare la vita nel dirlo, certi remake possono essere meglio dell'originale. Qui lo dico e qui lo denego, ma, insomma, d'accordo che mettere la bionda Watts al posto di Natsushima sia una limpida metafora del manco tanto velato razzismo che sottende (coesiste e consiste) al protezionismo culturale che genera tanti di questi rifacimenti, ma il Ring rifatto, ammettiamolo, è più impressionante. E direi la stessa cosa per The Grudge, se non fosse che il regista (Takashi Shimizu) è lo stesso, quindi fa categoria a sé.

Con My Sassy Girl USA, invece, sono in una botte di ferro.

Sì, questo film fa pena.



elishacuthbertmysassygiqb5My Sassy Girl



Avevo forse esagerato nel paragonare sfavorevolmente Elisha Cuthbert a Jeon Ji-hyeon (protagoniste delle due Sassy Girl), ma solo in moderazione. L'inerzia, la legnosità che l'attrice janqui sfoggia in questo remake ha del misterioso. Intendo dire che in altre prove, sia televisive sia cinematografiche, l'abbiamo vista recitare passabilmente. Qui no, sembra convinta che una specie di broncio pensieroso sia capace di veicolare le tempeste interiori di una ragazza piuttosto bipolare col cuore parecchio spezzato. Conseguenza, la sua figura perde l'ombra di commossa comicità dell'originale coreano. Ma fosse solo questo. Anche qui, come detto più sopra, si assiste a una insopportabile avarizia sociale da parte degli adattatori statunitensi. Cos'è, era troppo far vomitare la ragazza sul parrucchino di un tizio in metro? Cos'è, mettersi le scarpe di lei, per giunta in pubblico, con la ragazza che corricchia e ridacchia, è troppo degradante per il maschio USA? Non voglio dire che un rifacimento si debba giudicare dagli elementi narrativi che mancano (rispetto alla precedente versione), al contrario, bisognerebbe guardare a ciò che c'è in più e di diverso...

Ma la Sassy Girl USA sembra realizzata sforbiciando pezzi da quella coreana. La deprivazione emotiva, in fin dei conti, rende inspiegabile la storia tra i due protagonisti, lui non è veramente un bamboccione, lei non è veramente instabile... E quello che c'è in più, nella Sassy USA, è un profluvio di spiegazioni psicologiche (del comportamento di lei) che farebbero la gioia di un sociologo da rotocalco.

Accidenti, dico io. Perché, perché lo fate?

E sono in arrivo i remake di A Tale of Two Sisters e Into the Mirror.



mirrors_ver3Mirrors (remake di Into the Mirror)



uninvitedThe Uninvited (remake di A Tale of Two Sisters)



Attendete.

Tremate.

Molla il mio parrucchino!



Domenico D'Amico

domenica 26 ottobre 2008

Cinema coreano 05



PROVACI ANCORA KWAK!
In un'altra occasione ho parlato di quel (ormai) classico della commedia romantica che è My Sassy Girl, ma non del suo regista, Kwak Jae-Yong, e dei film che ha fatto dopo Sassy.
Windstruck (내 여자친구를 소개합니다 2004), pur gradevole, sembrava uno strascico di Sassy, mirante a sfruttare fino all'osso la presenza di Jeon Ji-hyeon, dopodiché (a parte la partecipazione alla sceneggiatura del notevole Daisy, guarda caso pure questo con Jeon Ji-hyeon) abbiamo dovuto aspettare anni per vedere qualcosa di nuovo.
Ci si sono messi di mezzo problemi di produzione, che hanno fatto slittare di ben due anni (!) l'uscita di My Mighty Princess (무림여대생 2007), mentre Kwak, intanto, girava in Giappone. Perché in Giappone? Perché i suoi film (compreso Windstruck e l'opera prima, il commovente The Classic), se avevano fatto il botto in Corea, nelle sale nipponiche avevano fatto sfracelli inauditi. Per cui, a voler spaccare il capello in ventiquattro, l'ultimo film di Kwak non è un film coreano, ma giapponese. Pinzillacchere.

Cyborg She (僕の彼女はサイボーグ' 2008), chiamato anche Cyborg Girl e My Girlfriend Is a Cyborg (traduzione letterale del titolo giapponese) prende gli elementi di Sassy (la ragazza “bizzarra” e i viaggi nel tempo) e li porta alle estreme conseguenze.
La ragazza è più che strana, è un cyborg, e il viaggio nel tempo (che in Sassy, nonostante ci sia chi sostiene il contrario, era una metafora) è una realtà concreta. Incidentalmente, entrambi costituiscono un chiaro omaggio sia al ciclo di Terminator (la sfera di plasma della crononauta, e la citazione della Cyberdine) sia a Manga come Chobit, sia ad anime come Evangelion (la tuta da viaggio della cyborg e il pupazzetto di Rey Ayanami che il protagonista si regala all'inizio della storia).
Difatti, la radice della fabula è un classico: il protagonista (Jiro), vecchio e stroppiato nel futuro, manda nel passato un cyborg di sua fabbricazione, perché salvi il suo se stesso giovane da una sparatoria che lo lascerà menomato. Naturalmente la ragazza sintetica è poco avvezza agli usi umani, nonché piuttosto manesca. Gag in quantità. E naturalmente Jiro si innamora di lei, e lei comincia a sviluppare sentimenti umani.


 A un certo punto il loro rapporto conosce la crisi di prammatica, crisi che si risana proprio in coincidenza di un colossale terremoto che sbriciola Tokyo, durante il quale la cyborg subisce lo spiaccicamento pur di salvare il suo amato. Tutto qui? Ovviamente no. Il protagonista aveva incontrato per la prima volta la ragazza un anno prima che lei apparisse per salvarlo dalla sparatoria, e questa ragazza era completamente diversa dal cyborg di cui lui si innamorerà, era una che rideva, piangeva, si incazzava. Come mai? Naturalmente la spiegazione c'è, e il film termina con tutta una serie di rivelazioni e di svolte temporali (che, per correttezza, non posso riferire). Non è questo il punto. Il fatto che il Jiro non si accorga di questa colossale differenza caratteriale viene lasciato completamente senza spiegazioni. Forse è davvero un idiota.
My Mighty Princess, come detto più sopra, ha avuto un ritardo allucinante in postproduzione, per cui ce lo ritroviamo in contemporanea con Cyborg She.
Senza fare troppo i diacronici, possiamo dire che qui troviamo una variante leggermente più solare dell'accricco Sassy: la solita ragazza poco omologata e manesca è l'erede di una grande tradizione familiare di arti marziali. Il suo “disadattamento” deriva dal fatto che vorrebbe essere una ragazza “normale”, in modo da conquistare il tizio per cui ha una cotta (il titolo originale significa qualcosa come “La Studentessa Maestro di Arti Marziali”).

My Mighty PrincessMy Mighty Princess

Naturalmente le risulta difficile celare le proprie capacità (forza erculea, agilità e velocità straordinarie, capacità di ingurgitare senza danni enormi quantità di soju a 40 gradi, nonché una resistenza ai colpi che sfiora l'invulnerabilità – qualità sfoggiata in demenziali spettacoli da baraccone). Vai con le gag. E bisogna dire che in Mighty la caratura comica è maggiore, rispetto a Cyborg (la variante, rispetto al modello, consiste nel fatto che la figura maschile del “tiranneggiato” si sdoppia).
Ora, nel meccanismo narrativo che Kwak fa e rifà, la comicità ha un ruolo importantissimo, soprattutto perché i suoi film, verso la metà, hanno una svolta di umore piuttosto drastica verso il regno del dramma e del sentimento. E la differenza tra Cyborg e Mighty, in questo, è decisiva.
Cyborg She, rispetto a Sassy, mostra più opulenza scenica (e ti credo: un miliardo di Yen!), ma sono i protagonisti che, secondo il vostro umilissimo, danno un contributo insufficiente alla densità drammatica.
Keisuke Koide (Jiro in Cyborg She) non ha manifesta nemmeno lontanamente le goffaggini e la stupefazione che richiederebbe il suo ruolo di tenero baka. Il confronto con Cha Tae-hyeon (il protagonista maschile di My Sassy Girl – che fa un cameo, dopo quello in Windstruck, anche in Cyborg She) è catastrofico. Va un po' meglio con la ragazza-cyborg: Haruka Ayase, passato da gravure idol (pinup in costume da bagno) e poi da interprete acclamata di serie televisive, come attrice se la cava. Ma, forse per il semplice fatto di interpretare un androide dalla emotività larvata, più che roteare le palle degli occhi non può fare, dal lato comico, mentre la piega sentimentale le si addice molto di più.


E non è sufficiente, a energizzare la commedia, il piccolo ruolo di Naoto Takenaka (mitico interprete di quella pietra miliare di Swing Girls).
Invece Sin Min-ah (la protagonista di My Mighty Princess) riesce ad essere addirittura esilarante.


Non mi voglio sbilanciare, comunque, e non dirò che l'un film sia migliore dell'altro, ma visto che Kwak Jae-Yong sembra deciso (nulla di male) a narrare sempre la medesima storia, la mia impressione è che debba ancora trovare la miscela giusta per cucinare un'altra Sassy Girl, o magari qualcosa di ancora meglio.
Prova e riprova, Kwak. Hai visto mai.

Domenico D'Amico

giovedì 18 settembre 2008

Cinema coreano 04

TI AMO, TI SQUARTO, TI MANGIO
Non l'avevo detto? Lo dico adesso: viva il cinema coreano! Anche se, ultimamente (mi dicono) conosce un tantino di crisi produttiva e creativa.
Ma chi non la conosce, oggidì?
Quindi, aspettando serenamente che l'intera economia mondiale dissemini le nostre cervella sull'asfalto, e che il behemoth schiumante del capitalismo ci estragga uno o più organi interni da destinare alle fameliche mascelle di un suo aedo olezzante di urina, godiamoci qualche cupezza coreana.

someone behind you
Someone Behind You

Someone Behind You ci offre scene di violenza truculenta che sfiorano l'onirico, utilizzando il modulo narrativo della minaccia che ci può rovinare addosso dalle direzioni più inaspettate: e se tua sorella improvvisamente prova l'impulso di accoltellarti? E tua madre? Magari dopo non se lo ricordano nemmeno, magari è all'opera qualcuno a metà strada tra un demone e un trickster. Una storia di rancore personale e un'inevitabile colpo di scena sono aggiunte apprezzabili, pur non essendo vitali.

someone behind you 2Someone Behind You

gp506
GP506

Ancora rapporti umani nell'horror GP506. Uno dei labirintici, claustrofobici avamposti della massiccia linea di difesa tra nord e sud, angoscioso e colossale monumento alla Guerra Fredda, vede dispiegarsi, nelle condizioni più estreme, le qualità relazionali come l'amicizia, la paura, l'autorità, l'odio e la menzogna. E anche qui chi commette atti di efferata violenza ne perde subito la memoria. Colpa dell'inedita patologia che colpisce i soldati del posto di guardia, un morbo sfigurante che è una fin troppo trasparente metafora della disintegrazione dei legami umani in un quadro che vede uomini armati fino ai denti continuare un presidio divenuto, più che inutile, assurdo. Classificato come un film di zombi (che in realtà hanno un ruolo minore), GP506 è fondamentalmente una storia sulla menzogna e sulla falsa identità (pur senza arrivare ai capovolgimenti eccessivi del genere di Epitaph - 기담 Jeong Beom-sik 2007).

the cut 01
The Cut

The Cut (해부학교실 Son Tae-woong 2007), anche noto col titolo Cadaver è un buon horror classico: uno spettro vendicativo, sgradevolissimi decessi, terribili colpe passate, e l'obbligatoria svolta narrativa. Che tutto si svolga tra i cadaveri di una sala di dissezione mi manda in sollucchero, ma non più di tanto (era più inquietante il tedesco Anatomy, per restare tra studenti di medicina e notomie in vivo): il soggetto del cadavere, con quel che di sacro e terribile si trascina dietro, merita più immaginazione. Come succedeva nel giapponese Vital (Shinya Tsukamoto 2004) in cui lo studente senza memoria Atanobu Asano si ritrova davanti il corpo della donna che ama, e riesce, incredibile a dirsi, a trasformare la sua escavazione in una catarsi sentimentale, o in un altro film giapponese che è un peana all'arte dell'imbalsamazione, Embalming (Shinji Aoyama 1999).

the cut 02The Cut

the cut 03The Cut

hansel gretel 01Hansel and Gretel

Hansel and Gretel (헨젤과 그레텔 Lim Pil-seong 2007), invece, più che un horror è una fiaba... Ma che sto dicendo? È una fiaba, quindi è un horror. Ma del racconto dei Grimm qui non c'è praticamente nulla. Niente di strano: ad esempio, della fonte d'ispirazione di Two Sisters (장화, 홍련 Kim Ji-woon 2003) [1], la fiaba coreana Janghwa Hongreyon jeon, resta ben poco, a parte la tematica della matrigna che maltratta le due figliastre, molto simile a quella di Cenerentola; e d'altro canto, il film coreano intitolato Cinderella (신데렐라 Bong Man-dae 2006) non parla certo di scarpette e principi: la Cenerentola, in questo caso, sarebbe la sfortunata bambina a cui la “matrigna”, chirurgo plastico, preleva la faccia per impiantarla alla figlia sfigurata.
O meglio, proprio nulla no. C'è una casa in mezzo a un bosco, una casa e un bosco da cui, una volta entrati, non si può più fuggire, una casa in cui vivono tre strani bambini continuamente alla ricerca di un surrogato parentale, bambini disposti a tutto pur di mantenere unita la famiglia, utilizzando anche poteri dal potente sentore sulfureo...
Ma non si tratta di una storia di orchi, anche se incantesimi e cannibalismo fanno la loro parte. Il fatto è che gli orchi accanto e prima degli orchi sono tanti: la parte finale del film, che racconta l'origine del terribile incanto che regna nel bosco e nella casa, colpisce lo spettatore con la terrificante violenza della realtà “vera”, quella dei mostri orrendi che imperversano appena al di sotto della vernice della civiltà.

hansel gretel02Hansel and Gretel

 [1] In arrivo per il 2009 il remake janqui, con Emily Browning e Arielle Kebber nella parte delle due sorelle. Il titolo sarà The Uninvited, il che è quantomeno bizzarro, dato che è identico a quello di un altro horror coreano del 2003 (che però non c'entra niente), uno dei film meno fortunati della sublime Jeon Ji-hyeon (di cui parlo in un altro post).

Domenico D'Amico

venerdì 29 agosto 2008

Cinema coreano 03

OUR TOWN

Eva bene, di horror parleremo più in là...
Our Town (우리 동네 Jeong Gil-yeong 2007) è un'altra opera prima, un noir nero come una tavoletta di cioccolato al 97% di cacao. Basti dire che l'eroe della storia è un'assassino, uno scrittore con le pezze al culo che fa fuori in un impeto di rabbia la sua padrona di casa (che lo vuole sfrattare) e poi dispone il cadavere in modo che il delitto venga attribuito a un serial killer che in quel momento imperversa per la cittadina. Ma il serial killer lo conosce (scopriremo in seguito come e perché), e glielo fa sapere. Anche lo scrittore, in breve, conoscerà l'identità del killer, che sta operando una sorta di bizzarro piano di vendetta. Tenuto conto che un poliziotto della squadra che indaga sui delitti è anche amico d'infanzia dello scrittore, e a un certo punto scopre il suo crimine, si capisce che le cose non possono assolutamente finire bene. Perché anche il poliziotto è tutt'altro che innocente...
Forse è esagerato dire che Our Town “disegni un profilo nuovo di thriller”, ma di certo è un film spiazzante... E anche qui, come in The Chaser, torna il martello di Old Boy. Ma non serve a niente.

lunedì 25 agosto 2008

Cinema coreano 02


THE CHASER

Avevo in progetto di segnalare qualche horror coreano, ma, dopo averlo visto, spenderò qualche parola su The Chaser (추격자 - regia di Na Hong-jin, 2008).
È giusto rimproverare al regista il paragone sfavorevole con Memories of Murder, ma è il suo primo film, diamine!
Il protagonista, udite udite, è un ex poliziotto cacciato per corruzione (ma non è che i suoi vecchi colleghi siano poi tanto migliori di lui) che fa il pappone per un piccolo gruppo di prostitute. In questo non c'è niente di grandioso, né in positivo né in negativo: Eom Joong-ho é un protettore di mezza tacca, che manda il suo assistente mezzo scemo a decorare automobili e cabine telefoniche coi "santini" delle sue ragazze. È solo ai soldi che pensa, ma con lo stile di un traffichino che non riesce ad arrivare alla fine del mese.

Il mondo in cui vive, una Seul sciatta e spesso deserta, è squallido, senza speranza; più che malvagio e corrotto, torpido, insensibile, ottuso, senza qualità.

Il fatto che Eom Joong-ho vada a incocciare con un serial killer di prostitute (che all'inizio scambia per uno che gli ruba le ragazze per rivenderle), e che prenda con sé la bambina di una di esse (mentre la cerca in lungo e in largo), non lo trasforma in un eroe. Rimane fondamentalmente un cialtrone, una merda d'uomo. Ma il dolore della ragazza e della figlia gli provocano una risposta umana quasi, direi, fisiologica...
A parte tutto, poi, le scene d'azione sono straordinarie: corpi martirizzati che caracollano e confliggono, rovinano a terra come mucchi di stracci e bramiscono esausti.
Ah già, sì. Il martello di Old Boy.

Domenico D'Amico

venerdì 8 agosto 2008

Cinema coreano 01

GIANNA CHI?

Guardando un film tutto sommato gradevole come Two Faces of My Girlfriend, mi sono venute in mente, a catena, altre opere.
two faces of my girlfriend
Two Faces of My Girlfriend

Two Faces narra dell'incontro di un giovane disoccupato con una ragazza dalla doppia (anzi, come si scoprirà in seguito, tripla) personalià. Gu-chang, il disoccupato, vive a casa della sorella divorziata, è al settimo anno di università, fallisce miseramente ai colloqui di lavoro, cerca di spillare soldi perfino al nipotino, e oltretutto non è nemmeno un bel ragazzo: a quasi trent'anni è ancora vergine. A questo punto incontra una ragazza in metropolitana. Lei è truccata da tipico spettro orientale, pallore cadaverico e scarpe rosse in mano - una citazione dall'horror Red Shoes - perché sta facendo la comparsa in un film, e oltretutto, nel vagone deserto, dormicchia coi lunghi capelli neri che le coprono il volto. Quando si sveglia e lo fissa, Gu-chang se la da' a gambe, terrorizzato, e lascia cadere il cellulare. L'indomani, la ragazza viene svegliata dalla produttrice (sua sorella), che la rimprovera di essersene andata senza aver interpretato il suo ruolo di Fantasma numero 17. Quando Gu-chang (su suggerimento del nipotino), chiama il proprio cellulare per capire se qualcuno lo ha trovato, la ragazza, assonnata, prende l'apparecchio (che ha raccolto senza pensarci) e risponde: “Pronto, qui è il Fantasma 17...” Gu-chang sussulta dallo spavento e da' per perso il telefonino. Quando conosce Anni, una ragazza dolce e sensibile, che, stranamente, sembra trovarlo di suo gusto, Gu-chan crede di incontrarla per la prima volta. I problemi sorgono quando Anni cede il posto ad Hanni, violenta e prepotente, nonché fumatrice, bevitrice e divoratrice di cibo. Seguono equivoci, risse e momenti teneri.

two faces of my girlfriend
Two Faces of My Girlfriend

Quando Gu-chang è arrivato a una sorta di accordo di non belligeranza con la personalità più aggressiva della sua ragazza, scopre (è la sorella di Anni a dirglielo) che sia Anni sia Hanni sono il prodotto del profondo dolore e senso di colpa che Yuri (ecco il suo vero nome) nutre dopo la morte dell'uomo che amava. Gu-chan, col cuore spezzato, accetta di collaborare alla guarigione di Yuri, sapendo che così Anni e Hanni scompariranno, e lui verrà dimenticato...
Ma il cellulare di Gu-chan, rimasto tutto il tempo in casa di Yuri, sarà l'occasione di un nuovo incontro tra i due. Si conoscono per la prima volta, di nuovo, e con ottimi auspici.
Naturalmente, non ho potuto fare a meno di pensare a My Sassy Girl. Two Faces arriva a farne una citazione (la scena del faro umano). Sarebbe ingiusto però paragonare un'opera tutt'al più accettabile come Two Faces a un capolavoro come My Sassy Girl.

my sassy girl
My Sassy Girl

Non si può però non notare la vena di misoginia che percorre questi racconti (e altri dello stesso genere, ad esempio Mr. Handy, generati dall'esplosione coreana di commedie romantiche seguita a My Sassy): il maschio bonaccione sopporta con pazienza la femmina bizzosa, consapevole che, in fondo, un loser come lui dove l'andrebbe ad agganciare una gnocca del genere (in fondo è la storia della Serva Padrona di Pergolesi)?. Tuttavia, sia in Two Faces sia in My Sassy i due protagonisti non riescono a rendere compiuto il loro amore finquando non riescono, ognuno a suo modo, a dare un nuovo senso alla propria esistenza (nel caso degli uomini si tratta di mettere la testa a posto e di fare qualcosa della loro vita, nel caso delle donne di superare il dolore di una perdita e ricominciare a vivere).

my sassy girl
My Sassy Girl

È un po' quello che accade (ovviamente in termini diversi) in molti film di Luc Besson (tipo Nikita, Leon, Il Quinto Elemento): un uomo e una donna, entrambi umanamente incompleti (perché disadattati, troppo giovani, alieni o dall'emotività negata) si incontrano, e insieme evolvono verso un'esistenza più piena e reale.
My Sassy Girl, ovviamente, è ben più di questo, mettendo in campo un sofisticatissimo gioco di piani temporali (che non scade mai in un tedioso, oulipiano, schemetto metanarrativo) che fa risplendere i sentimenti e i pensieri dei protagonisti come alberi luminescenti.
Purtroppo è in arrivo un remake janqui, con Elisha Cuthbert. Non voglio credere che sarà un orrore come La Casa sul Lago del Tempo (remake USA del coreano Il Mare), ma c'è poco da sperare. Innanzitutto la storia sembra inserirsi nel filone “uomo troppo serio e inquadrato incontra ragazza pazzerella che gli mette un po' di friccico nella vita” (da Something Wild ad Along Came Polly), e poi... Elisha Cuthbert.

my sassy girl usa
My Sassy Girl (USA)

Sono un suo estimatore, intendiamoci, fin dalla sua apparizione in 24, ma paragonarla a Jeon Ji-hyeon [1], l'interprete, oltre che dell'originale My Sassy Girl, anche di Il Mare, Windstruck e Daisy, sarebbe un po' come far gareggiare un ghepardo e un gatto štruppiato.

Jeon Ji-hyeon
Jeon Ji-hyeon

windstruck
Windstruck

daisy
Daisy

[1] Ah, questi nomi orientali! Jeon Ji-hyeon (전지현) viene chiamata, in occidente, Jeon Ji-hyun, Jun Ji-hyun, Jun Ji-hyeon... E allora, in occasione del suo primo film girato negli States (un versione live action di Blood the Last Vampire), hanno tagliato la testa al polipo e scelto il suo nome occidentale ufficiale: Gianna Jun.
Ehi, ma che è quello?
Niente. Ho solo vomitato il pancreas...

Domenico D'Amico