da militant-blog
La questione migranti può essere affrontata nei modi più disparati,
ma tutti a loro modo fruttuosi per la politica europeista. Lungi dal
costituire un “problema”, i migranti sono lo strumento perfetto per
aggregare consensi o dissensi, a seconda dei casi. Possono consolidare
una leadership o, all’inverso, essere utilizzati per combattere la linea
politica avversa. E’ la manna dal cielo per le difficoltà in cui
spasima la politica continentale, l’elisir di lunga vita che consente ai
governi (e ai media dipendenti) di spostare l’attenzione dai problemi
reali a quelli indotti, mentre al tempo stesso alimenta il consenso
delle opposizioni populiste e/o direttamente razziste. Oltretutto, da
che mondo è mondo, i migranti fruttano anche e soprattutto
economicamente. Insomma, se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. In
effetti, gli attuali flussi migratori sono stati proprio inventati, nel
senso letterale del termine, con un ventennio di bombardamenti in giro
per il medioriente, di regime change, di guerre umanitarie, di
ingerenze esterne. Sono in tutto e per tutto il frutto avvelenato delle
politiche occidentali nei diversi territori col tempo trasformati in failed states.
Nel giro di qualche giorno, la Germania si è trasformata da “Stato
canaglia”, inviso agli spiriti umanitari in sofferenza per la Grecia, a
Stato illuminato, progressista, in linea con l’umanitarismo cattolico e
la solidarietà internazionale. Un capitale di consenso veicolato dalle
più bizzarre interpretazioni mediatiche, che descrivono in questi giorni
la Germania come faro della civiltà europea. Comprendere perché la
Germania abbia apparentemente aperto il suo territorio ai migranti,
capire perché solo essa abbia attuato tale cambio di passo e non invece
altri paesi, e perché solo per alcuni migranti e altri no, costituisce
il problema che dovremmo affrontare in qualche modo. Già oggi, infatti,
ci troviamo impreparati al consenso indotto verso il modello tedesco. Se
l’unico punto di vista alternativo al “modello Salvini”, cioè al
razzismo xenofobo, è quello cristiano benissimo rappresentato da Papa
Francesco, è chiaro che le attuali scelte politiche tedesche,
riprendendo il modello dell’accoglienza cristiana, risultino convincenti
anche per le sinistre radicali. Ci troviamo stretti tra due narrazioni
velenose: o immaginiamo uno scarto intellettuale capace di costruire un
punto di vista alternativo, o la partita rimarrà giocata tra la reazione
piccolo borghese e il pietismo cristiano. Ecco perché è importante
capire cosa c’è dietro la svolta tedesca.
Partiamo anzitutto dai numeri. Dal 1 gennaio al 31 agosto, i profughi
siriani che hanno chiesto asilo in Italia sono 155
(centocinquantacinque). Il numero è talmente basso da non risultare
neanche statisticamente rilevante. Il paese dove hanno trovato rifugio
in maggior numero è la Germania, dove sono in attesa di risposta 30.000
siriani. Nella sola Turchia trovano asilo circa 2 milioni di siriani, e
nel resto dei paesi limitrofi (Giordania, Libano, Iraq, Iran), circa
altri 2 milioni. Il totale dei siriani emigrati in Europa è oggi di
circa 250.000 persone. I richiedenti asilo nel complesso, invece, sono,
dal 1 gennaio al 30 giugno 2015, 171.000 in Germania e 25 mila in
Italia.
Più in generale, il numero degli immigrati giunti in Italia nel 2014 è
stato di 114.000 unità, mentre nel 2015, a fine agosto, è di 112.000
persone. Un leggero incremento, valutando la proiezione annuale, ma pur
sempre fisiologico e soprattutto che non rimpiazza neanche la
popolazione italiana, che conta 597 mila decessi l’anno in media. Visto
che i nati sono circa 500 mila, ogni anno la popolazione italiana perde
quasi 100 mila unità, rimpiazzate proprio dai circa 100 mila migranti
che decidono di rimanere nel nostro paese.
Questi i numeri (alcuni di essi rintracciabili qui e qui),
che descrivono una situazione alquanto diversa dall’invasione
raccontata dai media e cavalcata dalla politica. Ma come spiegare
politicamente l’inversione di tendenza tedesca di fronte al problema
migranti? Qui la questione si fa più delicata perché è ancora presto per
tentare spiegazioni articolate e fondate su dati di fatto
riscontrabili. Siamo ancora “dentro” gli eventi, eventi di portata tale
che per analizzarli servirebbe maggiore distacco. Nonostante ciò,
qualche riflessione si può comunque tentare. Da diversi anni la Germania
ha assunto per il continente europeo il ruolo che gli Stati Uniti hanno
svolto (e ancora svolgono), lungo tutto il corso del Novecento su scala
globale. Un territorio dalla crescita costante, bisognoso di mano
d’opera e in fase di spopolamento (o, nel caso statunitense,
notevolmente sotto-popolato). La Germania attira mano d’opera,
qualificata e no, svuotando le competenze dei paesi più o meno
limitrofi. La mano d’opera può essere sia qualificata (la “fuga dei
cervelli”), sia sotto-qualificata, sfruttata per mantenere basso il
costo del lavoro fungendo da strumento per la compressione dei salari.
Proprio nella struttura produttiva tedesca si possono individuare le
cause del suo assorbimento dei flussi migratori. Nonostante la costante
crescita economica, la popolazione lavoratrice tedesca rimane tra le più
povere dell’Europa “ricca”, con una domanda interna bloccata da un
decennio abbondante. L’economia tedesca fonda la propria struttura
sull’export, basato su un livello di produttività interna che riesce a
reggere i livelli dei paesi asiatici. Tutto questo è possibile solo
grazie ad una politica di compressione dei salari, politica possibile
grazie all’enorme quantità di migranti disposti a lavori sottopagati e/o
sottoqualificati. A differenza degli altri paesi simili (Francia,
Spagna, Italia, Inghilterra), in Germania c’è carenza di mano d’opera,
perché il suo livello di produttività impone una costante massa di
“sottosalariati” che mantengano basso il livello medio dei salari in
funzione del livello di produttività.
Questi i dati di fatto. Per comprendere meglio lo scenario politico
di questi ultimi giorni abbiamo chiesto a Vladimiro Giacchè, fra le
altre cose anche importante studioso delle questioni tedesche,
un’opinione in merito all’apparente cambio nella politica tedesca sui
migranti. Una riflessione importante, che contribuisce in maniera
decisiva alla comprensione del fenomeno migratorio e alle differenti
scelte politiche dei governi occidentali. Queste le sue parole.
V.G.: “Il cambiamento è evidente, siamo di fronte a un’inversione di
marcia rispetto a pochi mesi fa. Fino ad agosto la CDU ha di fatto
sostenuto, giustificato con affermazioni abbastanza ambigue e in altri
casi in maniera più esplicita, le proteste contro l’accoglimento dei
rifugiati, non di rado promosse da gruppi neonazisti. Segnalo che ad
agosto sia nei Lander orientali sia in zone molto ricche della
Germania, quali la Baviera e il Wurttemberg , si sono registrati diversi
episodi di assalti a ostelli di rifugiati. Questi avvenimenti sono
stati in larga parte ignorati dalla grande stampa tedesca, fatta
eccezione per i giornali di sinistra. Recentemente sull’onda
dell’indignazione per la famosa foto del bambino siriano morto su una
spiaggia, c’è stato un repentino cambiamento di posizione. Questo
mutamento ha motivazioni economiche e politiche. Una motivazione
economica è molto semplice, e stranamente non l’ho vista molto
considerata: la Germania è il paese più anziano del mondo. Si contende
questo primato con il Giappone, cioè ha un tasso demografico che non
consente la sostituzione della popolazione attuale.
Questo crea problemi di sostenibilità del bilancio pubblico e per il
sistema pensionistico in particolare. Di fatto l’immigrazione,
soprattutto di manodopera qualificata, come nel caso specifico, dove
gran parte dei rifugiati siriani hanno una scolarità media molto
elevata, è in realtà un beneficio economico per la Germania.
Questo è un punto assolutamente fondamentale per capire la questione.
Rispetto a questa considerazione è passato in secondo piano anche il
desiderio, che sino a poche settimane fa era molto chiaro, di
assecondare o non ostacolare le spinte interne xenofobe e paranaziste
presenti in parte dell’elettorato tedesco. Questa è la principale
motivazione economica.
C’è anche una motivazione politica, che sta nel recupero
dell’immagine della Germania, che usciva malissimo dalla vicenda greca,
in cui ha fatto la parte del cattivo in Europa. In larga parte
dell’opinione pubblica di molti paesi europei, per ragioni diverse, non è
ben vista. Questo è un punto molto importante della scelta politica che
sta al fondo del mutamento. C’è anche una demarcazione, sicuramente,
rispetto a Francia e Inghilterra, paesi che sono stati molto meno
disponibili e lo sono tuttora ad accogliere profughi e che sono tra i
principali responsabili di questi stessi profughi.
Per cui con questa mossa la Germania ha una vittoria diplomatica.
Detto questo, la mossa tedesca contiene una dose di ipocrisia molto
notevole che noi dovremmo mettere in rilievo, senza pensare a
improbabili conversioni della Germania oppure dimostrazioni che i
tedeschi non sono poi così cattivi, come vedo pensare nella nostra
sinistra. Perchè i tedeschi non sono nè cattivi nè buoni, hanno
semplicemente una classe dirigente che fa costantemente gli interessi
della grande finanza e della grande industria di quel paese, a scapito
di quelli dei lavoratori del paese.
Va anche detto che tra i responsabili della tragedia siriana e libica
la Germania ha sicuramente responsabilità minori di Francia e
Inghilterra, ma ha pesantissime responsabilità in quanto grande
esportatrice di armi verso tutti i paesi dell’area mediorientale, a
cominciare dall’Arabia Saudita verso le varie parti in conflitto. La
Germania ha ulteriori gravi responsabilità perchè è tra i promotori in
Europa del vergognoso embargo contro la Siria di Assad, nonchè dei
tentativi, almeno in parte riusciti di destabilizzazione di quel paese.
Ha responsabilità, in prima linea superiori ad altri, nella
destabilizzazione dell’Ucraina, ma anche per quanto riguarda il Medio
Oriente non è esente da colpe e coinvolgimenti. Di tutto questo nessuno
parla. Ma questa è l’origine dei rifugiati, che non sono più migranti,
ma rifugiati, gente che scappa dalle bombe dalla guerra.
In sostanza, l’Occidente ha distrutto un paese che è la Libia, sta
distruggendo un altro paese che è la Siria. I risultati sono questi.
Allora è importante farsi carico di questi risultati, ma come sa
chiunque abbia un minimo di impostazione materialistica, tu devi
impedire alla radice che questo avvenga e se questo avviene è per una
precisa e predominante responsabilità dei paesi occidentali e in
particolare di quei paesi che si raccolgono nella Nato.
Ripeto, dal punto di vista dei bombardamenti sulla Libia la Francia e
l’Inghilterra hanno avuto un ruolo centrale, con anche un parziale
contributo dell’Italia e non la Germania. Ma la Germania è nazione
fondamentale del patto atlantico, è l’architrave della Nato e poi è una
delle principali produttrici di armi nel mondo. Questo mi sembra un
punto non secondario che viene costantemente ignorato.
In sintesi il beneficio economico per la Germania è innegabile da
questa vicenda dell’accoglimento dei rifugiati. Da ciò ne consegue anche
una pressione sulla forza lavoro interna, perchè è evidente che questa
massa di rifugiati accetta condizioni di lavoro peggiori dei lavoratori
tedeschi e contribuisce a mantenere la vergogna, in cui in uno dei
paesi a maggiore produttività del lavoro, i salari sono fermi da
quindici anni. Questa dinamica tenderà ad abbassare il costo medio del
lavoro, anzi aiuta a comprimere quella tendenza a un recupero dei salari
che si era avvertita negli ultimi mesi.
Mentre è al momento è poco chiaro quanto la Germania sia intenzionata
a far si che questa manovra (l’accoglimento dei rifugiati) sia un
ulteriore contributo a destabilizzare Assad, cioè se uno dice: noi ci
prendiamo i rifugiati però bisogna a questo punto buttare giù il tiranno
oppure no!
Finora i tedeschi hanno sempre avuto una posizione più cauta dei francesi e degli inglesi.
Staremo a vedere.
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giovedì 10 settembre 2015
venerdì 12 giugno 2015
Migranti, la grande mistificazione
di Ignazio Masulli dal Il Manifesto
Da settimane si agita lo spettro delle persone sbarcate in Italia per cercare rifugio nel nostro o negli altri paesi europei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giugno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di questo trend è calcolabile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giustificano, allora, le posizioni estreme e i toni, talora quasi paranoici, raggiunti nel dibattito su questo fenomeno in Italia e in Europa? Davvero si vuol far credere che l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone costituisca una minaccia per gli equilibri economici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ricchi del mondo?
In realtà, stiamo assistendo a una grossolana mistificazione.
Intanto, sembra smarrito ogni senso delle proporzioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto significativi. I paesi membri dell’Ue, alla fine del 2013, contavano un numero di immigrati di prima generazione (cioè nati all’estero), regolarmente registrati ed attivi nelle rispettive economie assommanti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non europeo. Questi immigrati, come gli altri che li hanno preceduti, concorrono direttamente alla produzione e alla ricchezza di quei paesi. E non si vede proprio come nuovi flussi che si aggiungono a quelli registratisi negli anni precedenti non possono essere assorbiti con vantaggi demografici, economici e socio-culturali, solo che si adottino politiche appropriate e positive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di contrastare sentimenti xenofobi, che pure allignano in parti della popolazione, li si strumentalizza e incoraggia pur di guadagnare consensi elettorali nel modo più spregiudicato. L’esempio più vicino di tale irresponsabile comportamento viene dalle dichiarazioni dei governatori di alcune delle regioni più ricche del paese. Il loro lepenismo sembra ignorare che proprio la vantata ricchezza di quelle regioni è dovuta anche al massiccio sfruttamento del lavoro degli immigrati. Sfruttamento tanto più facile e pesante con i clandestini. E questo ci porta dritto alla seconda mistificazione cui stiamo assistendo in Italia e in Europa.
Indicare gli immigrati come una minaccia serve a motivare misure di contrasto e leggi restrittive che in realtà servono a sfruttare al massimo il loro lavoro, inducendoli a lavorare in nero, in impieghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chiamata e simili. Infatti, sono proprio le soglie di sbarramento all’integrazione, poste sempre più in basso, e il mancato o difficoltoso riconoscimento dei diritti ai lavoratori immigrati che permettono ai gruppi dirigenti economici e ai loro alleati politici di sfruttare anche l’immigrazione per spingere verso la concorrenza al ribasso delle condizioni di lavoro. In tal modo, si rendono più agevoli le politiche di restrizione dei diritti dei lavoratori e di smantellamento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agitare lo spettro del pericolo immigrazione occulta altre responsabilità. Il fatto, cioè, che i maggiori paesi europei, Gran Bretagna e Francia in testa, ma seguiti anche da Germania e Italia si sono fatti promotori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti interventi politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può cominciare dall’interminabile guerra in Afghanistan. Si può proseguire con il supporto dato alla ribellione contro il regime siriano, rinfocolando conflitti civili e religiosi che ora sfuggono ad ogni controllo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risultato di una situazione, se possibile, ancor più confusa e ingovernabile. Si è soffiato sul fuoco di vecchi conflitti tra le popolazioni in Africa Centro-orientale perseguendo obiettivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli interventi in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di profughi che hanno cercato di fuggire da zone di guerra, conflitti civili, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a considerare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di persone che, in quell’anno, si trovavano sotto il diretto mandato dell’Alto commissariato per i rifugiati delle nazioni unite e per i quali disponiamo di dati certi, vediamo che più della metà era costituito da persone che fuggivano dalla guerra in Afghanistan (2,5 milioni), dall’improvvisa deflagrazione del conflitto in Siria (2,4 milioni), dalla recrudescenza degli scontri da tempo in atto in Somalia (1,1 milione). Ad essi seguivano i profughi provenienti dal Sudan, dalla Repubblica democratica del Congo, dal Myanmar, dall’Iraq, dalla Colombia, dal Vietnam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sempre nel solo 2013. Altri richiedenti asilo cercavano di scampare dai «nuovi» conflitti in Mali e nella Repubblica Centrafricana.
La grande maggioranza di queste e altri milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo e sofferenza, sempre nel 2013, non hanno cercato e trovato accoglienza nei paesi più ricchi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dollari l’anno. Infatti, fin dallo scoppio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha trovato rifugio in Pakistan. Il Kenya ha accolto la maggioranza dei somali. Il Ciad molti sudanesi. Mentre altri somali e sudanesi hanno trovato rifugio in Etiopia, insieme a profughi eritrei. I siriani si sono riversati in massima parte in Libano, Giordania e Turchia. Di fronte all’entità di questi flussi, il numero delle persone che, sempre nel 2013, hanno cercato protezione internazionale in 8 dei paesi più ricchi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dollari, assommava a 360mila (pari all’83% dei rifugiati in tutta l’Ue).
Questi dati di fatto dimostrano l’assoluta mancanza di fondamento e la totale strumentalità che caratterizza la discussione in atto tra i paesi membri e le stesse istituzioni dell’Ue. Si discute di pattugliamenti navali, bombardamenti di barconi, per concludere con quello che viene definito un «salto di qualità» nel dibattito e che consisterebbe nella proposta di accogliere nei 28 paesi membri dell’Ue un totale di 40.000 rifugiati in due anni. Mentre, nel 2013, Pakistan, Iran, Libano, Giordania, Turchia, Kenya, Ciad, Etiopia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che significa che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immigrati e rifugiati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono disposti ad accogliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma perfino questa misera proposta viene ora messa in discussione, dato anche l’atteggiamento negativo di paesi come la Gran Bretagna e la Francia, che pure si autodefiniscono grandi e civili. Lo spettacolo di tanta pochezza politica e morale induce a chiedersi se i nostri governanti e i dirigenti di Bruxelles si rendono conto che stanno assestando un altro colpo alla credibilità dell’Unione europea.
Da settimane si agita lo spettro delle persone sbarcate in Italia per cercare rifugio nel nostro o negli altri paesi europei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giugno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di questo trend è calcolabile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giustificano, allora, le posizioni estreme e i toni, talora quasi paranoici, raggiunti nel dibattito su questo fenomeno in Italia e in Europa? Davvero si vuol far credere che l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone costituisca una minaccia per gli equilibri economici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ricchi del mondo?
In realtà, stiamo assistendo a una grossolana mistificazione.
Intanto, sembra smarrito ogni senso delle proporzioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto significativi. I paesi membri dell’Ue, alla fine del 2013, contavano un numero di immigrati di prima generazione (cioè nati all’estero), regolarmente registrati ed attivi nelle rispettive economie assommanti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non europeo. Questi immigrati, come gli altri che li hanno preceduti, concorrono direttamente alla produzione e alla ricchezza di quei paesi. E non si vede proprio come nuovi flussi che si aggiungono a quelli registratisi negli anni precedenti non possono essere assorbiti con vantaggi demografici, economici e socio-culturali, solo che si adottino politiche appropriate e positive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di contrastare sentimenti xenofobi, che pure allignano in parti della popolazione, li si strumentalizza e incoraggia pur di guadagnare consensi elettorali nel modo più spregiudicato. L’esempio più vicino di tale irresponsabile comportamento viene dalle dichiarazioni dei governatori di alcune delle regioni più ricche del paese. Il loro lepenismo sembra ignorare che proprio la vantata ricchezza di quelle regioni è dovuta anche al massiccio sfruttamento del lavoro degli immigrati. Sfruttamento tanto più facile e pesante con i clandestini. E questo ci porta dritto alla seconda mistificazione cui stiamo assistendo in Italia e in Europa.
Indicare gli immigrati come una minaccia serve a motivare misure di contrasto e leggi restrittive che in realtà servono a sfruttare al massimo il loro lavoro, inducendoli a lavorare in nero, in impieghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chiamata e simili. Infatti, sono proprio le soglie di sbarramento all’integrazione, poste sempre più in basso, e il mancato o difficoltoso riconoscimento dei diritti ai lavoratori immigrati che permettono ai gruppi dirigenti economici e ai loro alleati politici di sfruttare anche l’immigrazione per spingere verso la concorrenza al ribasso delle condizioni di lavoro. In tal modo, si rendono più agevoli le politiche di restrizione dei diritti dei lavoratori e di smantellamento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agitare lo spettro del pericolo immigrazione occulta altre responsabilità. Il fatto, cioè, che i maggiori paesi europei, Gran Bretagna e Francia in testa, ma seguiti anche da Germania e Italia si sono fatti promotori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti interventi politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può cominciare dall’interminabile guerra in Afghanistan. Si può proseguire con il supporto dato alla ribellione contro il regime siriano, rinfocolando conflitti civili e religiosi che ora sfuggono ad ogni controllo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risultato di una situazione, se possibile, ancor più confusa e ingovernabile. Si è soffiato sul fuoco di vecchi conflitti tra le popolazioni in Africa Centro-orientale perseguendo obiettivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli interventi in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di profughi che hanno cercato di fuggire da zone di guerra, conflitti civili, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a considerare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di persone che, in quell’anno, si trovavano sotto il diretto mandato dell’Alto commissariato per i rifugiati delle nazioni unite e per i quali disponiamo di dati certi, vediamo che più della metà era costituito da persone che fuggivano dalla guerra in Afghanistan (2,5 milioni), dall’improvvisa deflagrazione del conflitto in Siria (2,4 milioni), dalla recrudescenza degli scontri da tempo in atto in Somalia (1,1 milione). Ad essi seguivano i profughi provenienti dal Sudan, dalla Repubblica democratica del Congo, dal Myanmar, dall’Iraq, dalla Colombia, dal Vietnam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sempre nel solo 2013. Altri richiedenti asilo cercavano di scampare dai «nuovi» conflitti in Mali e nella Repubblica Centrafricana.
La grande maggioranza di queste e altri milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo e sofferenza, sempre nel 2013, non hanno cercato e trovato accoglienza nei paesi più ricchi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dollari l’anno. Infatti, fin dallo scoppio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha trovato rifugio in Pakistan. Il Kenya ha accolto la maggioranza dei somali. Il Ciad molti sudanesi. Mentre altri somali e sudanesi hanno trovato rifugio in Etiopia, insieme a profughi eritrei. I siriani si sono riversati in massima parte in Libano, Giordania e Turchia. Di fronte all’entità di questi flussi, il numero delle persone che, sempre nel 2013, hanno cercato protezione internazionale in 8 dei paesi più ricchi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dollari, assommava a 360mila (pari all’83% dei rifugiati in tutta l’Ue).
Questi dati di fatto dimostrano l’assoluta mancanza di fondamento e la totale strumentalità che caratterizza la discussione in atto tra i paesi membri e le stesse istituzioni dell’Ue. Si discute di pattugliamenti navali, bombardamenti di barconi, per concludere con quello che viene definito un «salto di qualità» nel dibattito e che consisterebbe nella proposta di accogliere nei 28 paesi membri dell’Ue un totale di 40.000 rifugiati in due anni. Mentre, nel 2013, Pakistan, Iran, Libano, Giordania, Turchia, Kenya, Ciad, Etiopia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che significa che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immigrati e rifugiati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono disposti ad accogliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma perfino questa misera proposta viene ora messa in discussione, dato anche l’atteggiamento negativo di paesi come la Gran Bretagna e la Francia, che pure si autodefiniscono grandi e civili. Lo spettacolo di tanta pochezza politica e morale induce a chiedersi se i nostri governanti e i dirigenti di Bruxelles si rendono conto che stanno assestando un altro colpo alla credibilità dell’Unione europea.
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Il Diario di Spinoza: DoppioCieco: A me gli occhi : DoppioCieco: A me gli occhi : di Tonino D’Orazio 3 ottobre 2016. Incredibile. Tutto...