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venerdì 1 settembre 2017

Due cose sul Franco CFA (e sull’euro e l’Africa)

di Giuseppe Masala da contropiano


L’arresto in Senegal del militante panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA, ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.
Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).
Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.
Pensiamo basti questo per chiarire come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di campare con pochi euro.
Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.
Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.
Non basta di certo la carità di alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.

venerdì 12 giugno 2015

Migranti, la grande mistificazione

di Ignazio Masulli dal Il Manifesto
 
Da set­ti­mane si agita lo spet­tro delle per­sone sbar­cate in Ita­lia per cer­care rifu­gio nel nostro o negli altri paesi euro­pei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giu­gno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 regi­strati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di que­sto trend è cal­co­la­bile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giu­sti­fi­cano, allora, le posi­zioni estreme e i toni, talora quasi para­noici, rag­giunti nel dibat­tito su que­sto feno­meno in Ita­lia e in Europa? Dav­vero si vuol far cre­dere che l’arrivo di alcune cen­ti­naia di migliaia di per­sone costi­tui­sca una minac­cia per gli equi­li­bri eco­no­mici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ric­chi del mondo?
In realtà, stiamo assi­stendo a una gros­so­lana mistificazione.
Intanto, sem­bra smar­rito ogni senso delle pro­por­zioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto signi­fi­ca­tivi. I paesi mem­bri dell’Ue, alla fine del 2013, con­ta­vano un numero di immi­grati di prima gene­ra­zione (cioè nati all’estero), rego­lar­mente regi­strati ed attivi nelle rispet­tive eco­no­mie assom­manti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non euro­peo. Que­sti immi­grati, come gli altri che li hanno pre­ce­duti, con­cor­rono diret­ta­mente alla pro­du­zione e alla ric­chezza di quei paesi. E non si vede pro­prio come nuovi flussi che si aggiun­gono a quelli regi­stra­tisi negli anni pre­ce­denti non pos­sono essere assor­biti con van­taggi demo­gra­fici, eco­no­mici e socio-culturali, solo che si adot­tino poli­ti­che appro­priate e posi­tive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di con­tra­stare sen­ti­menti xeno­fobi, che pure alli­gnano in parti della popo­la­zione, li si stru­men­ta­lizza e inco­rag­gia pur di gua­da­gnare con­sensi elet­to­rali nel modo più spre­giu­di­cato. L’esempio più vicino di tale irre­spon­sa­bile com­por­ta­mento viene dalle dichia­ra­zioni dei gover­na­tori di alcune delle regioni più ric­che del paese. Il loro lepe­ni­smo sem­bra igno­rare che pro­prio la van­tata ric­chezza di quelle regioni è dovuta anche al mas­sic­cio sfrut­ta­mento del lavoro degli immi­grati. Sfrut­ta­mento tanto più facile e pesante con i clan­de­stini. E que­sto ci porta dritto alla seconda misti­fi­ca­zione cui stiamo assi­stendo in Ita­lia e in Europa.
Indi­care gli immi­grati come una minac­cia serve a moti­vare misure di con­tra­sto e leggi restrit­tive che in realtà ser­vono a sfrut­tare al mas­simo il loro lavoro, indu­cen­doli a lavo­rare in nero, in impie­ghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chia­mata e simili. Infatti, sono pro­prio le soglie di sbar­ra­mento all’integrazione, poste sem­pre più in basso, e il man­cato o dif­fi­col­toso rico­no­sci­mento dei diritti ai lavo­ra­tori immi­grati che per­met­tono ai gruppi diri­genti eco­no­mici e ai loro alleati poli­tici di sfrut­tare anche l’immigrazione per spin­gere verso la con­cor­renza al ribasso delle con­di­zioni di lavoro. In tal modo, si ren­dono più age­voli le poli­ti­che di restri­zione dei diritti dei lavo­ra­tori e di sman­tel­la­mento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agi­tare lo spet­tro del peri­colo immi­gra­zione occulta altre respon­sa­bi­lità. Il fatto, cioè, che i mag­giori paesi euro­pei, Gran Bre­ta­gna e Fran­cia in testa, ma seguiti anche da Ger­ma­nia e Ita­lia si sono fatti pro­mo­tori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti inter­venti politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può comin­ciare dall’interminabile guerra in Afgha­ni­stan. Si può pro­se­guire con il sup­porto dato alla ribel­lione con­tro il regime siriano, rin­fo­co­lando con­flitti civili e reli­giosi che ora sfug­gono ad ogni con­trollo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risul­tato di una situa­zione, se pos­si­bile, ancor più con­fusa e ingo­ver­na­bile. Si è sof­fiato sul fuoco di vec­chi con­flitti tra le popo­la­zioni in Africa Centro-orientale per­se­guendo obiet­tivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli inter­venti in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di pro­fu­ghi che hanno cer­cato di fug­gire da zone di guerra, con­flitti civili, per­se­cu­zioni e vio­la­zioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a con­si­de­rare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di per­sone che, in quell’anno, si tro­va­vano sotto il diretto man­dato dell’Alto com­mis­sa­riato per i rifu­giati delle nazioni unite e per i quali dispo­niamo di dati certi, vediamo che più della metà era costi­tuito da per­sone che fug­gi­vano dalla guerra in Afgha­ni­stan (2,5 milioni), dall’improvvisa defla­gra­zione del con­flitto in Siria (2,4 milioni), dalla recru­de­scenza degli scon­tri da tempo in atto in Soma­lia (1,1 milione). Ad essi segui­vano i pro­fu­ghi pro­ve­nienti dal Sudan, dalla Repub­blica demo­cra­tica del Congo, dal Myan­mar, dall’Iraq, dalla Colom­bia, dal Viet­nam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sem­pre nel solo 2013. Altri richie­denti asilo cer­ca­vano di scam­pare dai «nuovi» con­flitti in Mali e nella Repub­blica Centrafricana.
La grande mag­gio­ranza di que­ste e altri milioni di per­sone fug­gite da situa­zioni di peri­colo e sof­fe­renza, sem­pre nel 2013, non hanno cer­cato e tro­vato acco­glienza nei paesi più ric­chi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dol­lari l’anno. Infatti, fin dallo scop­pio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha tro­vato rifu­gio in Paki­stan. Il Kenya ha accolto la mag­gio­ranza dei somali. Il Ciad molti suda­nesi. Men­tre altri somali e suda­nesi hanno tro­vato rifu­gio in Etio­pia, insieme a pro­fu­ghi eri­trei. I siriani si sono river­sati in mas­sima parte in Libano, Gior­da­nia e Tur­chia. Di fronte all’entità di que­sti flussi, il numero delle per­sone che, sem­pre nel 2013, hanno cer­cato pro­te­zione inter­na­zio­nale in 8 dei paesi più ric­chi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dol­lari, assom­mava a 360mila (pari all’83% dei rifu­giati in tutta l’Ue).
Que­sti dati di fatto dimo­strano l’assoluta man­canza di fon­da­mento e la totale stru­men­ta­lità che carat­te­rizza la discus­sione in atto tra i paesi mem­bri e le stesse isti­tu­zioni dell’Ue. Si discute di pat­tu­glia­menti navali, bom­bar­da­menti di bar­coni, per con­clu­dere con quello che viene defi­nito un «salto di qua­lità» nel dibat­tito e che con­si­ste­rebbe nella pro­po­sta di acco­gliere nei 28 paesi mem­bri dell’Ue un totale di 40.000 rifu­giati in due anni. Men­tre, nel 2013, Paki­stan, Iran, Libano, Gior­da­nia, Tur­chia, Kenya, Ciad, Etio­pia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che signi­fica che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immi­grati e rifu­giati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono dispo­sti ad acco­gliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma per­fino que­sta misera pro­po­sta viene ora messa in discus­sione, dato anche l’atteggiamento nega­tivo di paesi come la Gran Bre­ta­gna e la Fran­cia, che pure si auto­de­fi­ni­scono grandi e civili. Lo spet­ta­colo di tanta pochezza poli­tica e morale induce a chie­dersi se i nostri gover­nanti e i diri­genti di Bru­xel­les si ren­dono conto che stanno asse­stando un altro colpo alla cre­di­bi­lità dell’Unione europea.

lunedì 4 febbraio 2013

La Francia in guerra nel Mali

di Ignacio Ramonet da Informare per Resistere

L’anno 2013 è iniziato, in Francia e nella regione del Sahel, al rombo dei cannoni. Dall’11 gennaio, il presidente François Hollande, senza consultare il Parlamento, ha dispiegato d’urgenza, nel Mali, un corpo di spedizione per fermare una offensiva jihadista che minacciava di arrivare a Bamako. Allo stesso tempo, in Somalia, le forze speciali francesi lanciavano un’operazione per cercare di recuperare un agente segreto tenuto in ostaggio da tre anni dalle milizie islamiste Al Shabab, missione che si sarebbe risolta in un fiasco. Pochi giorni dopo, nei pressi della città algerina di In Amenas, al confine con la Libia, un commando salafita si è impadronito dell’impianto gasiero di Tiguentourine ha ucciso decine di stranieri prima di essere a sua volta annientato dall’esercito algerino.
Da un capo all’altro, il Sahara si è improvvisamente incendiato. Che cosa ha causato questo incendio? In primo luogo, vi è la vecchia rivendicazione nazionalista tuareg. I Tuareg, o “uomini blu”, non sono né arabi né berberi. Sono gli abitanti storici del Sahara di cui controllano, da millenni, le vie carovaniere. Ma le spartizioni tra le potenze coloniali hanno frammentato il loro territorio alla fine del XIX secolo. E al momento delle loro indipendenze, nel 1960, i nuovi Stati sahariani hanno rifiutato di riconoscere loro se non un’autonomia territoriale.
Per questo motivo, soprattutto nel nord del Mali (che i Tuareg chiamano Azawad) e nel Niger, i due paesi in cui si situano le comunità Tuareg principali, dei movimenti armati di rivendicazione nazionale sono apparsi molto presto. Ribellioni tuareg di grandi dimensioni hanno avuto luogo nel 1960-1962, poi nel 1990-1995, nel 2006 e di nuovo nel 2007. Ogni volta, operate dagli eserciti guidati di Mali e Niger, le repressioni sono state feroci. In fuga dai massacri, molti combattenti tuareg si sono allora arruolati, in Libia, nella Legione tuareg del colonnello Muammar Gheddafi…
La seconda causa della situazione attuale si trova nella guerra civile algerina dei primi anni novanta. Dopo l’annullamento delle elezioni del dicembre 1991, virtualmente vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis), questa guerra ha visto affrontarsi le forze armate algerine contro gli insorti del Gruppo islamico armato (Gia). Un’organizzazione molto agguerrita in cui molti combattenti erano di ritorno dall’Afghanistan, dove – definiti da Ronald Reagan “combattenti per la libertà” – avevano combattuto a fianco dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno degli Stati Uniti… Il conflitto algerino è costato la vita a circa 100 mila persone. Si è concluso con la vittoria delle autorità algerine e la resa dei guerriglieri islamisti. Tuttavia, una fazione dissidente, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) decise di continuare la lotta armata. Braccato dalle forze algerine, si rifugiò allora nel vasto Sahara, giurò fedeltà a Osama bin Laden e Al-Qaeda nel 2007 e prese il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim). Le sue azioni principali consistono, da allora, nel sequestrare stranieri, scambiati con grossi riscatti. Il suo terreno di caccia è situato nel Sahel, regione arida e semi-desertica che si estende dal Senegal al Ciad, attraverso Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger. E’ stata una katiba (brigata) di Al Mouwakaoune Bidame (“Coloro che firmano con il loro sangue”), fondata da un dissidente di Aqim, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamato il “Guercio”, ad attaccare l’impianto gasiero di Tiguentourine e uccidere decine di stranieri.
Infine, la terza causa è l’attacco delle forze della Nato contro la Libia nel 2011 e il rovesciamento del colonnello Gheddafi. Per raggiungere questo obiettivo, la Francia e i suoi alleati (in particolare il Qatar) non hanno esitato a armare dei movimenti islamisti ostili a Gheddafi. Movimenti vittoriosi sul campo. Con tre conseguenze: 1) il crollo e la decomposizione dello stato libico in preda ancora oggi a una lotta mortale tra milizie, provincie e clan; 2) la distribuzione dell’arsenale militare di Gheddafi ai movimenti jihadisti in tutto il Sahel; 3) il ritorno verso il Mali di una parte della Legione Tuareg super-armata e ben addestrata.
Si deve anche tener conto dello scenario socio-economico di fondo. Il Mali, come gli altri paesi del Sahel, compare tra gli stati più poveri del mondo. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura. L’istaurazione di un sistema democratico e multipartitico nel 1992 non è stata abbastanza sostenuta da quelli – Francia, Unione Europea, Stati Uniti – che ne avevano fatto una condizione sine qua non per mantenere il loro aiuto. Al contrario. Il Mali è stato particolarmente colpito negli ultimi anni dalla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisi dai paesi ricchi. Il suo prodotto principale, il cotone, è rovinato da politiche di dumping praticate dal più grande esportatore del mondo, gli Stati Uniti. Così come dalle siccità che ora colpiscono regolarmente il Sahel a causa del riscaldamento globale. Inoltre, le politiche neoliberiste e le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno portato a tagli alla spesa sociale per l’istruzione e la salute. Povertà e disagio sociale sono peggiorati. Spingendo in particolare una parte dei giovani a cercare una via di salvezza nell’emigrazione. Mentre altri, di fronte a tante difficoltà sociali, sono più sensibili al richiamo dei salafiti che offrono facilmente armi, potere e denaro.
E’ questo contesto degradato che trovano i Tuareg della ex Legione di Gheddafi al loro arrivo nel nord del Mali provenendo dalla Libia. Anch’essi non trovano difficoltà nel reclutamento. E si incorporano nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla). Da gennaio ad aprile 2012, lanciano attacchi contro le guanigioni maliane nelle principali città della regione (Timbuktu, Gao, Kidal). Mal equipaggiato, l’esercito del Mali si disintegra e batte in ritirata. Umiliati, infuriati per l’incuria del governo, dei giovani ufficiali guidati dal capitano Sanogo si ribellano. Rovesciano il potere a Bamako il 22 marzo 2012. Ma, boicottati dai paesi vicini e dalle principali cancellerie internazionali, questi golpisti sirivelano incapaci di raddrizzare alla situazione. Di fatto, il governo del Mali crolla.
Nel frattempo, nel nord del Mali, il Mnla proclama l’”indipendenza” di Azawad e soi allea a due organizzazioni radicali islamiste – legate a Aqim – che sostengono l’introduzione della sharia: il gruppo salafita Ansar Dine e il Movimento nazionale per l’unicità e la jihad in Africa occidentale (Mujao). Queste due organizzazioni – che hanno molti più soldi grazie all’aiuto che fornisce loro il Qatar [ 1 ], dei riscatti incassati in cambio di ostaggi occidentali e varie forme di traffico (droga, contrabbando) – finiscono per prevalere sui Tuareg del Mnla.
Le Nazioni Unite condannano la secessione di Azawad, ma so mobilitano troppo lentamente. Bisognerà attendere fino al 20 dicembre 2012 perché, su richiesta della Francia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzi finalmente, nella Risoluzione 2085 [ 2 ], il dispiegamento di una forza internazionale africana, nel quasro della missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), affidata ai paesi della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che dovrà“ricostituire la capacità delle forze armate del Mali” per riprendere il controllo del nord del Mali. Questa risoluzione non autorizza un intervento militare della Francia.
Parigi promette di sostenere questo progetto, ma François Hollande si impegna a non inviare truppe: “Dichiaro formalmente – dice il presidente francese- che non invieremo truppe di terra. [ 3 ]. “Da parte loro, i rappresentanti delle forze politiche, sociali e religiose del Mali, riunite all’inizio di dicembre 2012, con gli inviati di Ansar Dine e di Mujao, per dei colloqui di pace di Ouagadougou (Burkina Faso), si oppongono all’intervento militare della Cedeao. Algeri è anch’essa contraria ad ogni offensiva militare.
In ogni caso, un possibile avvio di riconquista militare del nord del Mali è previsto per settembre 2013 …

Queste informazioni non sfuggono ai salafiti di Ansar Dine. Non solo, sul campo, sono i più forti, ma ora hanno la certezza di non essere attaccati prima di nove mesi. Così ne approfittano. In una operazione di audacia temeraria, diverse migliaia di loro pesantemente armati, a bordo di circa 300 pick-up, si lanciano di sorpresa, il 9 gennaio 2013, sulla città Konna, crocevia strategico. Travolgono l’esercito del Mali che si ritira lasciando il campo libero verso la città di Mopti. E soprattutto verso il quartier generale operativo dell’esercito del Mali, che si trova nel perimetro dell’aeroporto di Sévaré, il solo che permetta l’atterraggio dei grossi cargo indispensabili alla riconquista del nord.
E’ allora che la Francia, senza attendere un appello del Presidente facente funzione del Mali, Dioncounda Traoré, va in prima linea. François Hollande non si prende il tempo di consultare il Parlamento francese, ordina alle truppe d’élite dell’esercito francese pre-posizionate in Niger, di intervenire immediatamente attuando un piano elaborato da lungo tempo. Trasportati da aerei Transall C-160 e appoggiate da elicotteri da combattimento queste truppe attaccano immediatamente le colonne islamiste colonne e fermano la loro avanzata verso Mopti e Bamako.
Così inizia l’operazione Serval, con la mobilitazione di circa 4.000 soldati francesi [ 4] che le cui prime unità sul terreno sono accolte calorosamente da una larga parte della popolazione del Mali. Lo scopo dichiarato di questa operazione si è evoluto nel corso dei giorni. Prima del suo avvio, François Hollande dichiarava, lo abbiamo visto, che la Francia non sarebbe intervenuta “in ogni caso da sola” [ 5 ]. Essendo alla fine intervenuta da sola dall’11 gennaio, il presidente minimizzava la portata dell’operazione, spiegando che si trattava “essenzialmente di bloccare l’avanzata verso sud dei criminali terroristi”, fattore determinante, “per proteggere circa 6.000 cittadini francesi nel Mali “. Poi, il 18 gennaio, François Hollande ha ammesso un piano molto più ambizioso: darsi “il tempo necessario per battere il terrorismo in quella parte dell’Africa”. Infine, il 20 gennaio, il ministro francese della difesa ha ammesso: “L’obiettivo è la totale riconquista del Mali [6 ] ”
In realtà, i veri obiettivi della Francia rimangono poco chiari. Parigi ha sì spiegato che l’intervento di Francia non è che una risposta a una richiesta di aiuto di Bamako. Ma il governo del Mali è il risultato di un colpo di stato, la sua legittimità nel chiedere aiuto è discutibile [ 7 ].
L’altro argomento è che i salafiti di Ansar Dine applicano la sharia a Timbuktu, distruggono i monumenti del passato e “tagliano le mani”. E questo è “intollerabile”. E’ vero. Ma, comportadosì così i salafiti non fanno che obbedire alla dottrina wahhabita, che l’Arabia Saudita diffonde, con l’aiuto del Qatar – paese anch’esso wahhabita – in tutto il mondo musulmano, e in particolare nel Sahel, a colpi di milioni di petrodollari. Ora, la Francia mantiene i migliori rapporti del mondo con l’Arabia Saudita e il Qatar, due paesi che sono anche i suoi principali alleati in Siria nel sostenere gli insorti islamisti e salafiti e [ 8 ] …
Parigi non dice nulla su altri due argomenti che hanno vorsimilmente avuto peso al momento del lancio dell’operazione Serval. Uno economico e strategico: il controllo di Azawad da parte di organizzazioni salafite avrebbe comportato, a termine più o meno lungo, una offensiva dei ribelli sul nord del Niger, dove si trovano le principali riserve di uranio sfruttate dalla società francese Areva e da cui dipende l’intero sistema nucleare civile della Francia. Parigi non può permetterlo [ 9 ].
L’altro è geopolitico: in un momento in cui, per la prima volta nella storia, la Germania domina Europa e la dirige con mano di ferro. La Francia, esibendo la sua forza in Mali, vuole dimostrare di restare, a sua volta, la prima potenza militare europea. E che bisogna fare i conti con lei.

Da Le Monde diplomatique en español
Pubblicato in francese nel sito www.medelu.org, tradotto in italiano da DKm0.
Note
[ 1 ] Leggere l’articolo “‘Notre ami du Qatar’ finance les islamistes du Mali” Le Canard enchaîné, Parigi, 6 giugno 2012. Leggere anche Ségolène Allemandou, ” Le Qatar a-t-il des intérêts au Mali?“, France24, Parigi, 21 gennaio 2013 http://www.france24.com/qatar-nord-mali-groupes-islamistes
[ 2 ] Leggere il testo integrale della risoluzione 2085: http://www.un.org/News/CS10870
[ 3 ] Intervista con François Sudan, Jeune Afrique, Parigi, 22 ottobre 2012. http://www.jeuneafrique.com/JA2701p010
[ 4 ] Leggere di Le Canard enchaïné, Parigi, 23 gennaio 2013.
[ 5 ] Cfr. France Info, 13 novembre 2012. http://www.franceinfo.fr/principales-declarations-conference-presse-francois-hollande
[ 6 ] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian il 19 gennaio 2013 nella trasmissione  ”C politique” sulla tv France 5.
[ 7 ] Cfr. Le Monde, 23 gennaio 2013.
[ 8 ] L’Arabia Saudita e il Qatar sono i soli due paesi che hanno ufficialmente ammesso di aver fornito armi ai ribelli islamisti in Siria. Quasi un terzo dei membri del Consiglio nazionale siriano (Cns), sono islamisti, i Fratelli Musulmani o ex membri di questa fratellanza. Ma ci sono anche dei jihadisti. Il principale gruppo jihadista sarebbe Jabhat Al-Nosra (Il Fronte della Vittoria), accusato di essere affiliato ad Al-Qaeda in Iraq (Aqi). I suoi membri si sarebbero addestrati al combattimento durante gli anni della lotta contro i soldati americani in Iraq. Determinati, ben armati, dispongono in particolare di artificieri che preparano gli esplosivi utilizzati nei loro attentati, i militanti Jabhat Al-Nosra, per lo più stranieri, sarebberoc onsiderati, sul terreno, come i migliori combattenti contro l’esercito di Bashar Al Assad. Sono anche riusciti a impadronirsi, il 10 dicembre 2012, della grande base militare Sheikh Suleiman, nei pressi di Aleppo, e avrebbero messo le mani su tonnellate di armi di ogni tipo, tra cui missili anti-aerei. Washington ha messo Jabhat Al-Nosra, il 4 dicembre 2012, nella “lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Fonti: Le Point, Parigi, 11 dicembre 2012: http://www.lepoint.fr/syrie-l-influence-croissante-du-groupe-djihadiste-al-nosra e Le Figaro, Parigi, 10 dicembre 2012: http: / / www.lefigaro.fr / syria-di-jihadista-CONTROLLATA-un-militare-base
[ 9 ] La Francia avrebbe inoltre deciso, in data 20 gennaio 2013, di inviare forze speciali per proteggere i siti minerari Areva in Niger (Cfr. Le Point, Parigi, 23 gennaio 2013.)
http://www.lepoint.fr/jean-guisnel/niger-les-forces-speciales-protegeront-les-mines-d-uranium-d-areva
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/03/la-francia-in-guerra-nel-mali/

sabato 26 gennaio 2013

Alla conquista del deserto: le guerre del Mali

di Alessandra Corrado da Uninomade

Il Mali è oggi al centro delle cronache internazionali per le crisi e le dinamiche complesse che sta vivendo, e per la nuova “guerra mondiale” che potrebbe preparasi. Dal 2009 i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad (MNLA) tornano a reclamare l’indipendenza delle tre regioni del Nord (Gao, Tombouctou e Kidal) e di parte della regione di Mopti, e progressivamente ne realizzano l’occupazione; gruppi integralisti religiosi – Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haram – si uniscono alla ribellione rivendicando l’applicazione della charia su tutto il territorio nazionale; nel marzo 2011 un colpo di stato militare, nella capitale Bamako, ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré (ATT).
Al Nord le violenze e i saccheggi hanno determinato lo sfollamento e la fuga verso il Sud (Segou, Sikasso) e attraverso le frontiere (verso Burkina Faso, Niger, Mauritania) di centinaia di migliaia di persone, e in tutto il Paese regna lo scompiglio più totale, in virtù di una crisi politica e istituzionale che sembra non trovare soluzione al proprio interno e di una crisi militare che ha cercato soluzione già all’esterno, invocando l’intervento dell’ex madrepatria, la Francia.
Se alcune cronache, generalizzando in modo azzardato e miope, vedono la possibilità di una “somalizzazione” del Mali, ovvero di una guerra a bassa intensità permanente tra tribù e gruppi etnici diversi per il controllo del potere e delle risorse, altre invece parlano del rischio di una “afghanizzazione” del Paese, ossia di una internazionalizzazione della crisi, con un progressivo contagio ad altri paesi limitrofi e di una destabilizzazione continua.
Calchi Novati (su il Manifesto) scrive che «non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito», considerando che il 60% dello spazio territoriale è occupato da ribelli e organizzazioni fondamentaliste e nella capitale governativa vige una precaria convivenza tra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito stesso.
Al-Qaida ha rappresentato molto di più che un pretesto per rafforzare l’ingerenza straniera nelle questioni di casa e nell’intera area. Tuttavia, il presidio militare messo in atto da Stati Uniti e alleati in un ambiente che è soprattutto uno “spazio di movimento”, riproduce e alimenta in maniera aggressiva gli stessi fenomeni che vorrebbe scongiurare, e rischia di compattare ribellismi e organizzazioni diverse.
L’area Sahelo-sahariana è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere, tradizionalmente nomadi ma sempre più costrette alla sedentarizzazione, in primis dalle frontiere statuali. Si tratta di un’area caratterizzata dal nomadismo, lungo antiche linee carovaniere, e da traffici, leciti e illeciti: prodotti, bestiame, sigarette, armi, droga, esseri umani (migranti e sotaggi). Il fondamentalismo islamico vi è presente da più tempo ma solo di recente ha assunto una valenza anti-occidentale. Il pretesto del terrorismo ha fatto sì che il Mali divenisse sede di Africom, il comando militare unificato per l’Africa costituito nel 2007 da Bush e consolidato da Obama. Gli Stati Uniti da anni formano e armano l’esercito locale, al fine di sostenerlo nella battaglia al terrorismo appunto, quello stesso esercito che ha messo a segno il putsch militare e da cui si sono sfilate componenti che si sono poi unite alle organizzazioni ribelli.
Per comprendere dunque la crisi aperta in Mali e nell’intera area Sahelo-sahariana, è importante conoscere la storia coloniale e postcoloniale nella quale si sono prodotte e riprodotte periodicamente le ribellioni delle popolazioni del Nord, nonché aver chiaro il quadro geopolitico ridisegnato nel post 11 settembre 2001 e dominato da imprese transtatali, con la loro capacità di penetrazione delle strutture statali e interstatali.
Mai in passato le popolazioni berbere (Tamasheq o Touaregs) hanno cercato di costituire un potere politico unitario. Le differenti tribù hanno perseguito la riproduzione della vita comunitaria e la sopravvivenza garantendosi soprattutto l’accesso alle risorse economiche. L’indipendenza oggi rivendicata dai ribelli del Nord è un progetto vecchio sessant’anni. La loro rivendicazione ricorda infatti il progetto Organisation commune des régions sahariennes (OCRS), con il quale la Francia, negli anni ’50, sul finire della dominazione coloniale, aveva tentato di recuperare le regioni sahariane di diversi Stati (Niger, Mali, Algérie, Soudan) e di mettere insieme le diverse tribù Tuareg, al fine di mantenere il controllo sulle risorse minerarie dell’area. Tuttavia, a partire dal 1958 i capi tribù e comunità, Tamasheq, Tuareg e arabe, hanno scelto di aderire alla causa indipendentista del Mali, preferendo l’opzione dello stato unitario alla dominazione straniera.
Le ribellioni Tuareg prodotte a più riprese (1963-64, 1989-1991, 2003-2009, e oggi) possono in parte essere analizzate in termini di lotta per il riconoscimento e per l’indigenizzazione dello Stato moderno. Se al principio, quasi certamente contestavano soprattutto la messa in discussione delle proprie forme di potere ed organizzazione di tipo tradizionale, progressivamente il problema della distribuzione delle risorse e dell’accesso ai servizi di base è stato associato a quello del riconoscimento identitario. Tuttavia, la ribellione armata è servita anche a produrre una élite politica, attraverso il reinserimento e la promozione nelle cariche istituzionali di capi che si sono così trasformati in “imprenditori politici”, barattando la destabilizzazione politica e armata con concessioni diverse e con il potere.
Bisogna comunque sottolineare la matrice socio-economica di povertà e miseria, su cui si attivano le continue mobilitazioni sociali e che alimenta il reclutamento nelle organizzazioni armate, in un’area che ancor più terribilmente di altre ha sofferto, per le condizioni climatiche e i ricorrenti periodi di siccità, la pochezza ventennale di un intervento pubblico in grado di assicurare finanche i servizi di base (acqua, salute, elettricità, istruzione) e un avvenire a giovani, spesso analfabeti, così costretti a migrare o a nutrire le fila delle milizie.
Ancora una volta ci si ritova così ad assistere ad una mobilitazione quasi corale degli eserciti di forze alleate straniere nella guerra al terrorismo e a supporto della democrazia. C’è da dire quasi perché l’iniziativa è stata presa per prima dalla Francia, che da sola ha interpretato come un nullaosta all’offensiva bellica la risoluzione 2085 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso 22 dicembre, che autorizzava – dietro sollecitazione dell’Unione Africana (UA) e della Communauté économique des Etats d’Afrique de l’Ouest (CEDEAO) – un negoziato politico (distinguendo la questione Tuareg dalla costituzione di poli jihadisti) e l’avvio di una “missione internazionale di sostegno al Mali affidata a forze africane” (MISMA), affiancate da quelle occidentali. La sollecitudine francese è da ricondurre all’ansia di una perdita di controllo in un’area che sì ha il proprio marchio coloniale ma che, insieme alle penetrazioni del fondamentalismo islamico, ha progressivamente visto anche quelle americane, ovvero del “fondamentalismo del libero mercato”, per dirla con Harvey. La Francia, come tutta l’Europa, non può rischiare la destabilizzazione del Paese e l’effetto domino in tutta l’area, in ragione delle attività estrattive in essa concentrate e delle immense risorse ancora non sfruttate, che fanno gola a molti.
Tuttavia, la guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.
I problemi con cui adesso il Mali deve confrontarsi non sono solo il jihadismo e la guerra, ma anche i rapporti politici e sociali interni e la riorganizzazione democratica.
Abbiamo raccolto a distanza la testimonianza di un giornalista maliano.
Come può essere letto e interpretato il colpo di stato?
«Qui a parte i governanti, il colpo di stato non ha sorpreso nessuno. Perché l’ imputridimento della situazione aveva raggiunto il parossismo, anche se in fondo non lo si desiderava, perché nel ventunesimo secolo un colpo di stato militare non dovrebbe essere considerato l’ultima soluzione. Se ne parlava già a voce bassa quasi dappertuttuto, soprattutto dopo l’attacco di Menaka il 17 gennaio 2012 da pare del MNLA. Poi sono state le mogli dei militari a Kati che si sono mobilitate in seguito alla tragedia di Aghelhoc per denunciare la gestione di questa crisi da parte di ATT, al punto di fomentare i militari di questo campo.
In realtà il colpo di stato è stato un male necessario, ma sono anche certo che non si sarebbe prodotto senza questa crisi del Nord, crisi che del resto è un corollario del modo di gestire il Paese: cupidigia, sperpero del denaro pubblico, condiscendenza, incapacità di analisi della situazione e incoscienza, quando i vicini si attivavano per gestire al meglio le loro frontiere. Tuttavia, poiché ciò procura del denaro, alcuni governanti si erano anche specializzati in “negoziatori-liberatori” di ostaggi, ovvero in trafficanti, attraverso degli elementi che sono oggi alla testa di alcuni gruppi jihadisti. E peggio, l’esercito ufficiale – questi poveri soldati senza braccia lunghe come hanno detto – è stato emarginato, mal equipaggiato e senza motivazioni, nelle diverse guarnigioni: e come in complicità, i governanti hanno anche accolto dei gruppi armati fino ai denti, offrendogli del denaro (50.000.000 de francs CFA), viveri, e lasciandoli con armi che superavano l’arsenale dell’esercito nazionale. Se i nostri militari non volevano lasciarsi uccidere come topi, bisognava che se la prendessero con il capo delle forze armate! Inoltre, il colpo di stato è stato salutare non solo per il paese che viveva una modalità di gestione tra le più ignobili – con persone che si sono arricchite attraverso le casse del paese, che andavano come sempre tranquillamente comprando voti di scambio elettorale per restare al comando – ma anche e soprattutto per l’esercito che era già sconfitto: i jihadisti li sgozzavano tutti, uno per uno, al fronte!».
Secondo te, quale relazione vi è stata tra il cambiamento al potere e le manovre degli islamisti?
«Evidentemente questo cambiamento è stato favorevole ai jihadisti, poichè dopo il copo di stato, invece di affrontare subito gli occupanti, la classe politica, con delle complicità esterne, si è lanciata e persa in una lotta ridicola per il potere di gestione di un paese che quasi non esisteva più poichè diviso in due. Certo il colpo di stato militare è inimmaginabile e inaccettabile in democrazia, ma poiché la democrazia si esercita in un paese, lo si può fare normalmente in un paese che sta già bruciando? Una marcata incoscienza da parte degli uni e degli altri a non comprendere che ciò veniva dopo il lavoro più urgente da sbrigare! I jihadisti hanno così avuto tutto il piacere e il tempo di armarsi e di ingrossare i loro ranghi e, se la Francia non fosse venuta così velocemente in soccorso, sarebbe stata la fine per tutto il paese, compresi i cosiddetti “politici”».
L’opinione pubblica è divisa riguardo all’intervento straniero, occidentale e africano. Il movimento popolare del 22 Marzo (MP22), nato all’indomani del colpo di stato richiamandosi ai valori della rivoluzione del 26 marzo 1991 contro il regime di Moussa Traoré, lo giudica con sospetto. Membro della Coordination des organisations patriotiques (COPAM), MP22 racchiude un insieme di partiti e movimenti politici, associazioni e organizzazioni della società civile e soggetti indipendenti. Ha dichiarato da subito il proprio sostegno al Comité National de Redressement de la Démocratie et de la Restauration de l’Etat, organo guidato da Amadou Sanogo, capo della rivolta, e opera per sostenere e promuovere la riorganizzazione democratica del Paese.
Riportiamo alcune parti di una intervista rilasciata dalla sua portavoce Rokia Sanogo.
Come giudicate l’intervento delle truppe straniere, francesi e africane?
«La nostra posizione è chiara: sì al rafforzamento dell’esercito maliano per la liberazione del Mali. Durante questi 9 mesi tutte le nostre azioni hano contribuito al rafforzamento materiale e al sostegno morale all’esercito maliano. Faccio presente la nostra forte mobilitazione contro l’ingiustificato blocco al rifornimento di armi all’esercito maliano, che è durato circa sei mesi. (…)
Pertanto, oggi diciamo sì a tutti gli aiuti e supporti (logistica, copertura aerea e consigli) di cui l’esercito maliano ha bisogno per rafforzarsi e poter liberare in maniera efficace le regioni del Nord.
Ma non siamo d’accordo con l’intervento delle truppe straniere al posto dell’esercito maliano. Non siamo d’accordo con coloro che ancora oggi, all’interno e all’esterno del Mali, continuano ad affermare che l’esecito maliano non esiste, per giustificare così l’intervento straniero».
Riguardo alle divergenze tra i diversi raggruppamenti e alle orientamenti politici sulla questione, si potrà arrivare ad una unione per far fronte alla minaccia securitaria?
«É il consenso sulla base delle menzogne che ci ha portato tutti questi problemi. Non si può dunque oggi fare una unione per uscire dalla crisi sulla base della stessa mensogna. Noi rifiutiamo l’utilizzo strumentale della minaccia securitaria per evitare ogni concertazione. Non si può realizzare un’unione senza avere gli stessi obiettivi. Non si può fare un’unione senza parlarsi.
(…) Non si può fare un’unione con i nemici del Mali, che hanno venduto il nord del Mali ai rapitori di ostaggi e ai narcotrafficanti e che sono alleati del MNLA.
Noi siamo per la mobilitazione patriottica del poplo maliano al fianco del suo esercito sulla base della verità!»
Pensa che bisognerebbe ancora realizzare una consultazione nazionale in un Mali in piena guerra?
«La realizzazione di una consultazione nazionale poteva evitare al Mali di essere in piena guerra. Anche oggi, una consultazione nazionale è più che mai necessaria per assicurare una buona gestione della guerra in corso, per trovare delle risposte efficaci alla crisi e per dare più mezzi all’esercito maliano. Ci sono state numerose consultazioni sul Mali senza il Mali e senza il popolo maliano. Anche in piena guerra la CEDEAO si consulta sul Mali e perchè noi maliani non possiamo confrontarci?».
Per scongiurare un nuova guerra senza fine è dunque necessario che le forze sociali del Mali si riorganizzino, contrastando le ingerenze e strumentalizzazioni internazionali e rispondendo ai bisogni e problemi socio-economici che sono alla base di questa complessa crisi.

venerdì 18 gennaio 2013

La stupida guerra

di Tonino D'Orazio

Ci risiamo, si ricomincia con i “terroristi” da massacrare a casa loro. Il Mali, area sub sahariana. I Touareg e le altre popolazioni nomade dell’area non hanno mai accettato le frontiere geometriche a grandi linee imposte dai colonialisti francesi e dagli inglesi per il resto dell’Africa.
La guerra di religione, utile alla sottrazione del petrolio alle popolazioni indigene, continua tramite l’assalto all’islam. Ormai esiste una autostrada di questa guerra che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia. Su questa autostrada circolano combattenti, idee, tecniche di guerra e armi per tutti quelli che vogliono lottare contro “i nuovi crociati”. Si rafforzano culturalmente proprio gli elementi che alla rinfusa ci fanno considerare tutti “terroristi” di Al-Qaida, mentre man mano perdiamo tutte le guerre.
Gli islamisti, spesso quelli più intransigenti, si sono fortemente rafforzati. In Pakistan sono al governo. In Afganistan dove la partenza delle democratiche truppe occidentali, in zona da più di 12 anni, porterà il ritorno dei “talebani” (termine nostro. Contro l’occupazione sovietica si chiamavano “mudjaidin del popolo”). Per non dire che i talebani che hanno vinto li chiameranno “pastun”. Missione compiuta?
Poi c’è l’Irak, dove regna la migliore democrazia del mondo dopo quella americana s’intende. Però ci sono voluti due milioni di morti, un paese completamente distrutto, un governo fantoccio nascosto nei bunker, una situazione di povertà da periodo di guerra e dopo-guerra senza ricostruzione. Anche qui, 12 anni. Difficile andare via senza garantirsi, anche militarmente, i pozzi di petrolio. Mai gli islamisti schiiti sono così vicino al consenso popolare. Prima non c’erano.
Su questa autostrada c’è un primo intoppo difficile da digerire, l’Iran (che speriamo si doti presto della dissuasiva bomba atomica, come i suoi vicini) e un altro che forse presto verrà rimosso, la Siria. Nel primo, islamisti di ferro, nel secondo sono messi in difficoltà dalla sovversione occidentale i sunniti, islamisti moderati e crescono gli schiiti.
A fianco c’è il Libano, in guerra civile latente, a volte attiva a volte sotterranea, da 40 anni. Vi sono cristiani maroniti, musulmani sunniti e schiiti. Paese dove si scontrano anche influenze occidentali come quella francese (seconda lingua del paese) e quella onnipresente anglo-americana. Da un po’ anche turca.
Poi c’è Gaza. Qui la guerra di religione ha caratteristiche assolutamente naziste. Espansione della propria razza e religione e eliminazione degli occupanti. Come mai si rafforza sempre di più Hamas?
Qualcuno ricorda la Somalia? Con molti cristiani (retaggio coloniale italo-vaticano) in diminuzione e con islamisti (“signori della guerra”) agguerriti (magari con armi italiane. Ilaria Alpi?) e padroni di parte del paese e di varie città. Lì mi sembra che siamo fuggiti insieme agli americani. La storia è in atto.
Tralascio tutta la parte della penisola arabica e dei vari paesi insiti. Tutti islamici, ma per fortuna senza parlamenti e nostri carissimi amici. Il velo e il burqa regnano sovrani. Sono islamici non pericolosi.
L’Egitto. Qui comincia il nuovo. Era uno stato abbastanza laico. Non parlo del governo caduto e del dittatore. Non stupisce nessuno che tutti questi paesi islamici, in un modo o in un altro sono gestiti da dittatori, da re o da emiri? Quelli amici sono buoni, quelli recalcitranti sono cattivi, quindi terroristici, quindi di Al-Qaida, quindi eliminabili, anche fisicamente. La vittoria democratica dei fratelli musulmani, eroica resistenza alla dittatura, modifica la costituzione rivoluzionaria e riporta il paese nelle mani degli islamisti intransigenti. Di quale primavera si trattava? Cosa volevano ottenere i servizi segreti anglo-americani dalla partenza di Mubarak fomentando le piazze da mesi?
Vale la pena parlare della Libia? È ancora un paese interessante? Hanno vinto le tre più grandi tribù islamiche che si stanno dividendo il paese bombardato. A noi cosa importa? Noi italiani abbiamo addirittura salvato una piccola percentuale di petrolio con così poco impegno.
La primavera tunisina. Ancora in atto e senza sbocca da più di un anno. Anche lì si sono ricompattati i Fratelli musulmani. E’ un paese democraticamente nel caos, situazione delle migliori per lo sviluppo delle religioni radicali.
A fianco c’è l’Algeria, un “protettorato” economico francese. La rivolta non è mai sopita da anni e resistenze religiose e politiche continuano massacri indicibili. Un po’ di più nelle aree sahariane.
Il Marocco è tranquillo, se non fosse per una sua sotterranea guerra al popolo Sawali. Popolo che ritiene il Sahara più occidentale la propria patria storico-etnica. La religione musulmana e il re regnano sovrani. C’è stato un piccolo accenno ad aperture politico-sociali per eventualmente calmare le acque delle primavere nord africane. Nulla di più.
A sud di questi paesi ci sono i nomadi, in gran parte Touareg che ritengono il Sahara intero la loro patria e sono quindi trasversali e senza frontiere. Sono musulmani della prima ora nella storia e non hanno mai accettato le occupazioni.
Tralascio la guerra dei Balcani, la situazione nigeriana e del centro africa. Non sono solo scontri economici. Troppo facile.
Qual è la sintesi di questa riflessione, se non il concetto che, paradossalmente, tutte le guerre e le spedizioni militari che l’occidente ha prodotto contro il “terrorismo”, in tutti i paesi islamici, hanno rafforzato semplicemente le organizzazioni che volevano distruggere. E sono sempre dovuti scappare, certo tentando di “salvare la faccia”. Tutto quello che ci hanno raccontato, stabilizzare la situazione, la democratizzazione erano false e tali si sono rivelate. Anzi possiamo notare che tutte queste spedizioni coloniali ci hanno portati ad una maggiore insicurezza, a più controlli, più sorveglianza e perciò a meno libertà fondamentali.
Vale anche per la guerra in Mali e la prossima che verrà. Tanto noi siamo sempre meglio equipaggiati e in buona compagnia.