di Giuseppe Masala da contropiano
L’arresto in Senegal del militante
panafricano Kemi Seba (nella foto), di nazionalità francese, reo di aver
bruciato, durante una manifestazione, alcune banconote di franchi CFA,
ha riaperto il dibattito su questa moneta considerata da molti lo
strumento principale con il quale la Francia (ma ora tutti i paesi della
zona euro) esercitano il neo colonialismo nell’Africa francofona.
Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli
accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle
Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e
diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per
due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un
cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena
convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro
francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del
65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si
nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il
rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali
nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta
garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei
forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della
corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri
governi).
Come se non bastasse, tutto questo
avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità
del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è
anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia
della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie
riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per
giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai
una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del
sottosviluppo) ad una nazione straniera.
Pensiamo basti questo per chiarire
come il colonialismo sia ancora un fenomeno reale e pervasivo che tarpa
le ali di una qualsiasi opportunità di sviluppo dei paesi africani. Con
buona pace di tanti soloni che parlano senza sapere di cambi e monete, e
che credono che agli africani sia data una grande opportunità nel
venire in Europa (spesso a vendere asciugamani e accendini nelle nostre
piazze) grazie alla possibilità di inviare nei loro paesi, a tasso di
cambio fisso, rimesse che consentono alle loro famiglie in Africa di
campare con pochi euro.
Grazie a questo sistema le nostre
multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a
zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa
Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname
pregiato e derrate alimentari.
Bell’affare per noi, non certamente per gli africani che ci vendono il “coccobello” sulle nostre spiagge.
Non basta di certo la carità di
alcune ONG per sanare questa forma di neocolonialismo monetario, che
azzera le possibilità di sviluppo dei paesi dell’Africa francofona.
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venerdì 1 settembre 2017
venerdì 12 giugno 2015
Migranti, la grande mistificazione
di Ignazio Masulli dal Il Manifesto
Da settimane si agita lo spettro delle persone sbarcate in Italia per cercare rifugio nel nostro o negli altri paesi europei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giugno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di questo trend è calcolabile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giustificano, allora, le posizioni estreme e i toni, talora quasi paranoici, raggiunti nel dibattito su questo fenomeno in Italia e in Europa? Davvero si vuol far credere che l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone costituisca una minaccia per gli equilibri economici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ricchi del mondo?
In realtà, stiamo assistendo a una grossolana mistificazione.
Intanto, sembra smarrito ogni senso delle proporzioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto significativi. I paesi membri dell’Ue, alla fine del 2013, contavano un numero di immigrati di prima generazione (cioè nati all’estero), regolarmente registrati ed attivi nelle rispettive economie assommanti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non europeo. Questi immigrati, come gli altri che li hanno preceduti, concorrono direttamente alla produzione e alla ricchezza di quei paesi. E non si vede proprio come nuovi flussi che si aggiungono a quelli registratisi negli anni precedenti non possono essere assorbiti con vantaggi demografici, economici e socio-culturali, solo che si adottino politiche appropriate e positive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di contrastare sentimenti xenofobi, che pure allignano in parti della popolazione, li si strumentalizza e incoraggia pur di guadagnare consensi elettorali nel modo più spregiudicato. L’esempio più vicino di tale irresponsabile comportamento viene dalle dichiarazioni dei governatori di alcune delle regioni più ricche del paese. Il loro lepenismo sembra ignorare che proprio la vantata ricchezza di quelle regioni è dovuta anche al massiccio sfruttamento del lavoro degli immigrati. Sfruttamento tanto più facile e pesante con i clandestini. E questo ci porta dritto alla seconda mistificazione cui stiamo assistendo in Italia e in Europa.
Indicare gli immigrati come una minaccia serve a motivare misure di contrasto e leggi restrittive che in realtà servono a sfruttare al massimo il loro lavoro, inducendoli a lavorare in nero, in impieghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chiamata e simili. Infatti, sono proprio le soglie di sbarramento all’integrazione, poste sempre più in basso, e il mancato o difficoltoso riconoscimento dei diritti ai lavoratori immigrati che permettono ai gruppi dirigenti economici e ai loro alleati politici di sfruttare anche l’immigrazione per spingere verso la concorrenza al ribasso delle condizioni di lavoro. In tal modo, si rendono più agevoli le politiche di restrizione dei diritti dei lavoratori e di smantellamento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agitare lo spettro del pericolo immigrazione occulta altre responsabilità. Il fatto, cioè, che i maggiori paesi europei, Gran Bretagna e Francia in testa, ma seguiti anche da Germania e Italia si sono fatti promotori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti interventi politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può cominciare dall’interminabile guerra in Afghanistan. Si può proseguire con il supporto dato alla ribellione contro il regime siriano, rinfocolando conflitti civili e religiosi che ora sfuggono ad ogni controllo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risultato di una situazione, se possibile, ancor più confusa e ingovernabile. Si è soffiato sul fuoco di vecchi conflitti tra le popolazioni in Africa Centro-orientale perseguendo obiettivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli interventi in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di profughi che hanno cercato di fuggire da zone di guerra, conflitti civili, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a considerare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di persone che, in quell’anno, si trovavano sotto il diretto mandato dell’Alto commissariato per i rifugiati delle nazioni unite e per i quali disponiamo di dati certi, vediamo che più della metà era costituito da persone che fuggivano dalla guerra in Afghanistan (2,5 milioni), dall’improvvisa deflagrazione del conflitto in Siria (2,4 milioni), dalla recrudescenza degli scontri da tempo in atto in Somalia (1,1 milione). Ad essi seguivano i profughi provenienti dal Sudan, dalla Repubblica democratica del Congo, dal Myanmar, dall’Iraq, dalla Colombia, dal Vietnam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sempre nel solo 2013. Altri richiedenti asilo cercavano di scampare dai «nuovi» conflitti in Mali e nella Repubblica Centrafricana.
La grande maggioranza di queste e altri milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo e sofferenza, sempre nel 2013, non hanno cercato e trovato accoglienza nei paesi più ricchi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dollari l’anno. Infatti, fin dallo scoppio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha trovato rifugio in Pakistan. Il Kenya ha accolto la maggioranza dei somali. Il Ciad molti sudanesi. Mentre altri somali e sudanesi hanno trovato rifugio in Etiopia, insieme a profughi eritrei. I siriani si sono riversati in massima parte in Libano, Giordania e Turchia. Di fronte all’entità di questi flussi, il numero delle persone che, sempre nel 2013, hanno cercato protezione internazionale in 8 dei paesi più ricchi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dollari, assommava a 360mila (pari all’83% dei rifugiati in tutta l’Ue).
Questi dati di fatto dimostrano l’assoluta mancanza di fondamento e la totale strumentalità che caratterizza la discussione in atto tra i paesi membri e le stesse istituzioni dell’Ue. Si discute di pattugliamenti navali, bombardamenti di barconi, per concludere con quello che viene definito un «salto di qualità» nel dibattito e che consisterebbe nella proposta di accogliere nei 28 paesi membri dell’Ue un totale di 40.000 rifugiati in due anni. Mentre, nel 2013, Pakistan, Iran, Libano, Giordania, Turchia, Kenya, Ciad, Etiopia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che significa che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immigrati e rifugiati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono disposti ad accogliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma perfino questa misera proposta viene ora messa in discussione, dato anche l’atteggiamento negativo di paesi come la Gran Bretagna e la Francia, che pure si autodefiniscono grandi e civili. Lo spettacolo di tanta pochezza politica e morale induce a chiedersi se i nostri governanti e i dirigenti di Bruxelles si rendono conto che stanno assestando un altro colpo alla credibilità dell’Unione europea.
Da settimane si agita lo spettro delle persone sbarcate in Italia per cercare rifugio nel nostro o negli altri paesi europei. In realtà, il loro numero dall’inizio dell’anno al 7 giugno è di 52.671. Quindi, poco più dei 47.708 registrati nello stesso periodo dell’anno scorso. Sulla base di questo trend è calcolabile un numero di 190.000 a fine anno (200.000 secondo altri). Come si giustificano, allora, le posizioni estreme e i toni, talora quasi paranoici, raggiunti nel dibattito su questo fenomeno in Italia e in Europa? Davvero si vuol far credere che l’arrivo di alcune centinaia di migliaia di persone costituisca una minaccia per gli equilibri economici e sociali di un gruppo di paesi tra i più ricchi del mondo?
In realtà, stiamo assistendo a una grossolana mistificazione.
Intanto, sembra smarrito ogni senso delle proporzioni e si parla come se s’ignorassero dati di fatto significativi. I paesi membri dell’Ue, alla fine del 2013, contavano un numero di immigrati di prima generazione (cioè nati all’estero), regolarmente registrati ed attivi nelle rispettive economie assommanti a più di 50 milioni, di cui circa 34 milioni nati in un paese non europeo. Questi immigrati, come gli altri che li hanno preceduti, concorrono direttamente alla produzione e alla ricchezza di quei paesi. E non si vede proprio come nuovi flussi che si aggiungono a quelli registratisi negli anni precedenti non possono essere assorbiti con vantaggi demografici, economici e socio-culturali, solo che si adottino politiche appropriate e positive d’inclusione sociale.
In secondo luogo, invece di contrastare sentimenti xenofobi, che pure allignano in parti della popolazione, li si strumentalizza e incoraggia pur di guadagnare consensi elettorali nel modo più spregiudicato. L’esempio più vicino di tale irresponsabile comportamento viene dalle dichiarazioni dei governatori di alcune delle regioni più ricche del paese. Il loro lepenismo sembra ignorare che proprio la vantata ricchezza di quelle regioni è dovuta anche al massiccio sfruttamento del lavoro degli immigrati. Sfruttamento tanto più facile e pesante con i clandestini. E questo ci porta dritto alla seconda mistificazione cui stiamo assistendo in Italia e in Europa.
Indicare gli immigrati come una minaccia serve a motivare misure di contrasto e leggi restrittive che in realtà servono a sfruttare al massimo il loro lavoro, inducendoli a lavorare in nero, in impieghi pesanti e mal pagati, in affitto, a chiamata e simili. Infatti, sono proprio le soglie di sbarramento all’integrazione, poste sempre più in basso, e il mancato o difficoltoso riconoscimento dei diritti ai lavoratori immigrati che permettono ai gruppi dirigenti economici e ai loro alleati politici di sfruttare anche l’immigrazione per spingere verso la concorrenza al ribasso delle condizioni di lavoro. In tal modo, si rendono più agevoli le politiche di restrizione dei diritti dei lavoratori e di smantellamento dello Stato sociale.
In terzo luogo, agitare lo spettro del pericolo immigrazione occulta altre responsabilità. Il fatto, cioè, che i maggiori paesi europei, Gran Bretagna e Francia in testa, ma seguiti anche da Germania e Italia si sono fatti promotori, accanto agli Stati Uniti e insieme ad altri, di pesanti interventi politico-militari in Africa e in Medio Oriente. L’elenco è lungo. Si può cominciare dall’interminabile guerra in Afghanistan. Si può proseguire con il supporto dato alla ribellione contro il regime siriano, rinfocolando conflitti civili e religiosi che ora sfuggono ad ogni controllo. Ancor più diretto è stato l’intervento in Libia, col risultato di una situazione, se possibile, ancor più confusa e ingovernabile. Si è soffiato sul fuoco di vecchi conflitti tra le popolazioni in Africa Centro-orientale perseguendo obiettivi tutt’altro che chiari. E lo stesso può dirsi per gli interventi in Mali e altri paesi.
Nel 2013, il numero di profughi che hanno cercato di fuggire da zone di guerra, conflitti civili, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è stato di 51,2 milioni. Anche a considerare circa un quinto di essi, vale a dire gli 11,7 milioni di persone che, in quell’anno, si trovavano sotto il diretto mandato dell’Alto commissariato per i rifugiati delle nazioni unite e per i quali disponiamo di dati certi, vediamo che più della metà era costituito da persone che fuggivano dalla guerra in Afghanistan (2,5 milioni), dall’improvvisa deflagrazione del conflitto in Siria (2,4 milioni), dalla recrudescenza degli scontri da tempo in atto in Somalia (1,1 milione). Ad essi seguivano i profughi provenienti dal Sudan, dalla Repubblica democratica del Congo, dal Myanmar, dall’Iraq, dalla Colombia, dal Vietnam, dall’Eritrea. Per un totale di altri 3 milioni, sempre nel solo 2013. Altri richiedenti asilo cercavano di scampare dai «nuovi» conflitti in Mali e nella Repubblica Centrafricana.
La grande maggioranza di queste e altri milioni di persone fuggite da situazioni di pericolo e sofferenza, sempre nel 2013, non hanno cercato e trovato accoglienza nei paesi più ricchi d’Europa o negli Usa, bensì nei paesi più vicini. Paesi con un Pil pro capite basso e variante tra i 300 e i 1.500 dollari l’anno. Infatti, fin dallo scoppio della guerra del 2001, il 95% degli afgani ha trovato rifugio in Pakistan. Il Kenya ha accolto la maggioranza dei somali. Il Ciad molti sudanesi. Mentre altri somali e sudanesi hanno trovato rifugio in Etiopia, insieme a profughi eritrei. I siriani si sono riversati in massima parte in Libano, Giordania e Turchia. Di fronte all’entità di questi flussi, il numero delle persone che, sempre nel 2013, hanno cercato protezione internazionale in 8 dei paesi più ricchi dell’Ue, con Pil pro capite dai 33.000 ai 55.000 dollari, assommava a 360mila (pari all’83% dei rifugiati in tutta l’Ue).
Questi dati di fatto dimostrano l’assoluta mancanza di fondamento e la totale strumentalità che caratterizza la discussione in atto tra i paesi membri e le stesse istituzioni dell’Ue. Si discute di pattugliamenti navali, bombardamenti di barconi, per concludere con quello che viene definito un «salto di qualità» nel dibattito e che consisterebbe nella proposta di accogliere nei 28 paesi membri dell’Ue un totale di 40.000 rifugiati in due anni. Mentre, nel 2013, Pakistan, Iran, Libano, Giordania, Turchia, Kenya, Ciad, Etiopia, da soli, ne hanno accolti 5.439.700. Il che significa che un gruppo di paesi, il cui Pil è 1/5 di quello dei paesi dell’Ue, ha accolto in un anno un numero di immigrati e rifugiati che è 136 volte più grande del numero di quelli che sono disposti ad accogliere i paesi della grande Europa in due anni! Ma perfino questa misera proposta viene ora messa in discussione, dato anche l’atteggiamento negativo di paesi come la Gran Bretagna e la Francia, che pure si autodefiniscono grandi e civili. Lo spettacolo di tanta pochezza politica e morale induce a chiedersi se i nostri governanti e i dirigenti di Bruxelles si rendono conto che stanno assestando un altro colpo alla credibilità dell’Unione europea.
lunedì 4 febbraio 2013
La Francia in guerra nel Mali
di Ignacio Ramonet da Informare per Resistere
L’anno 2013 è iniziato, in Francia e nella regione del Sahel, al rombo dei cannoni. Dall’11 gennaio, il presidente François Hollande, senza consultare il Parlamento, ha dispiegato d’urgenza, nel Mali, un corpo di spedizione per fermare una offensiva jihadista che minacciava di arrivare a Bamako. Allo stesso tempo, in Somalia, le forze speciali francesi lanciavano un’operazione per cercare di recuperare un agente segreto tenuto in ostaggio da tre anni dalle milizie islamiste Al Shabab, missione che si sarebbe risolta in un fiasco. Pochi giorni dopo, nei pressi della città algerina di In Amenas, al confine con la Libia, un commando salafita si è impadronito dell’impianto gasiero di Tiguentourine ha ucciso decine di stranieri prima di essere a sua volta annientato dall’esercito algerino.
Da un capo all’altro, il Sahara si è improvvisamente incendiato. Che cosa ha causato questo incendio? In primo luogo, vi è la vecchia rivendicazione nazionalista tuareg. I Tuareg, o “uomini blu”, non sono né arabi né berberi. Sono gli abitanti storici del Sahara di cui controllano, da millenni, le vie carovaniere. Ma le spartizioni tra le potenze coloniali hanno frammentato il loro territorio alla fine del XIX secolo. E al momento delle loro indipendenze, nel 1960, i nuovi Stati sahariani hanno rifiutato di riconoscere loro se non un’autonomia territoriale.
Per questo motivo, soprattutto nel nord del Mali (che i Tuareg chiamano Azawad) e nel Niger, i due paesi in cui si situano le comunità Tuareg principali, dei movimenti armati di rivendicazione nazionale sono apparsi molto presto. Ribellioni tuareg di grandi dimensioni hanno avuto luogo nel 1960-1962, poi nel 1990-1995, nel 2006 e di nuovo nel 2007. Ogni volta, operate dagli eserciti guidati di Mali e Niger, le repressioni sono state feroci. In fuga dai massacri, molti combattenti tuareg si sono allora arruolati, in Libia, nella Legione tuareg del colonnello Muammar Gheddafi…
La seconda causa della situazione attuale si trova nella guerra civile algerina dei primi anni novanta. Dopo l’annullamento delle elezioni del dicembre 1991, virtualmente vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis), questa guerra ha visto affrontarsi le forze armate algerine contro gli insorti del Gruppo islamico armato (Gia). Un’organizzazione molto agguerrita in cui molti combattenti erano di ritorno dall’Afghanistan, dove – definiti da Ronald Reagan “combattenti per la libertà” – avevano combattuto a fianco dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno degli Stati Uniti… Il conflitto algerino è costato la vita a circa 100 mila persone. Si è concluso con la vittoria delle autorità algerine e la resa dei guerriglieri islamisti. Tuttavia, una fazione dissidente, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) decise di continuare la lotta armata. Braccato dalle forze algerine, si rifugiò allora nel vasto Sahara, giurò fedeltà a Osama bin Laden e Al-Qaeda nel 2007 e prese il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim). Le sue azioni principali consistono, da allora, nel sequestrare stranieri, scambiati con grossi riscatti. Il suo terreno di caccia è situato nel Sahel, regione arida e semi-desertica che si estende dal Senegal al Ciad, attraverso Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger. E’ stata una katiba (brigata) di Al Mouwakaoune Bidame (“Coloro che firmano con il loro sangue”), fondata da un dissidente di Aqim, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamato il “Guercio”, ad attaccare l’impianto gasiero di Tiguentourine e uccidere decine di stranieri.
Infine, la terza causa è l’attacco delle forze della Nato contro la Libia nel 2011 e il rovesciamento del colonnello Gheddafi. Per raggiungere questo obiettivo, la Francia e i suoi alleati (in particolare il Qatar) non hanno esitato a armare dei movimenti islamisti ostili a Gheddafi. Movimenti vittoriosi sul campo. Con tre conseguenze: 1) il crollo e la decomposizione dello stato libico in preda ancora oggi a una lotta mortale tra milizie, provincie e clan; 2) la distribuzione dell’arsenale militare di Gheddafi ai movimenti jihadisti in tutto il Sahel; 3) il ritorno verso il Mali di una parte della Legione Tuareg super-armata e ben addestrata.
Si deve anche tener conto dello scenario socio-economico di fondo. Il Mali, come gli altri paesi del Sahel, compare tra gli stati più poveri del mondo. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura. L’istaurazione di un sistema democratico e multipartitico nel 1992 non è stata abbastanza sostenuta da quelli – Francia, Unione Europea, Stati Uniti – che ne avevano fatto una condizione sine qua non per mantenere il loro aiuto. Al contrario. Il Mali è stato particolarmente colpito negli ultimi anni dalla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisi dai paesi ricchi. Il suo prodotto principale, il cotone, è rovinato da politiche di dumping praticate dal più grande esportatore del mondo, gli Stati Uniti. Così come dalle siccità che ora colpiscono regolarmente il Sahel a causa del riscaldamento globale. Inoltre, le politiche neoliberiste e le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno portato a tagli alla spesa sociale per l’istruzione e la salute. Povertà e disagio sociale sono peggiorati. Spingendo in particolare una parte dei giovani a cercare una via di salvezza nell’emigrazione. Mentre altri, di fronte a tante difficoltà sociali, sono più sensibili al richiamo dei salafiti che offrono facilmente armi, potere e denaro.
E’ questo contesto degradato che trovano i Tuareg della ex Legione di Gheddafi al loro arrivo nel nord del Mali provenendo dalla Libia. Anch’essi non trovano difficoltà nel reclutamento. E si incorporano nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla). Da gennaio ad aprile 2012, lanciano attacchi contro le guanigioni maliane nelle principali città della regione (Timbuktu, Gao, Kidal). Mal equipaggiato, l’esercito del Mali si disintegra e batte in ritirata. Umiliati, infuriati per l’incuria del governo, dei giovani ufficiali guidati dal capitano Sanogo si ribellano. Rovesciano il potere a Bamako il 22 marzo 2012. Ma, boicottati dai paesi vicini e dalle principali cancellerie internazionali, questi golpisti sirivelano incapaci di raddrizzare alla situazione. Di fatto, il governo del Mali crolla.
Nel frattempo, nel nord del Mali, il Mnla proclama l’”indipendenza” di Azawad e soi allea a due organizzazioni radicali islamiste – legate a Aqim – che sostengono l’introduzione della sharia: il gruppo salafita Ansar Dine e il Movimento nazionale per l’unicità e la jihad in Africa occidentale (Mujao). Queste due organizzazioni – che hanno molti più soldi grazie all’aiuto che fornisce loro il Qatar [ 1 ], dei riscatti incassati in cambio di ostaggi occidentali e varie forme di traffico (droga, contrabbando) – finiscono per prevalere sui Tuareg del Mnla.
Le Nazioni Unite condannano la secessione di Azawad, ma so mobilitano troppo lentamente. Bisognerà attendere fino al 20 dicembre 2012 perché, su richiesta della Francia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzi finalmente, nella Risoluzione 2085 [ 2 ], il dispiegamento di una forza internazionale africana, nel quasro della missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), affidata ai paesi della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che dovrà“ricostituire la capacità delle forze armate del Mali” per riprendere il controllo del nord del Mali. Questa risoluzione non autorizza un intervento militare della Francia.
Parigi promette di sostenere questo progetto, ma François Hollande si impegna a non inviare truppe: “Dichiaro formalmente – dice il presidente francese- che non invieremo truppe di terra. [ 3 ]. “Da parte loro, i rappresentanti delle forze politiche, sociali e religiose del Mali, riunite all’inizio di dicembre 2012, con gli inviati di Ansar Dine e di Mujao, per dei colloqui di pace di Ouagadougou (Burkina Faso), si oppongono all’intervento militare della Cedeao. Algeri è anch’essa contraria ad ogni offensiva militare.
In ogni caso, un possibile avvio di riconquista militare del nord del Mali è previsto per settembre 2013 …
Queste informazioni non sfuggono ai salafiti di Ansar Dine. Non solo, sul campo, sono i più forti, ma ora hanno la certezza di non essere attaccati prima di nove mesi. Così ne approfittano. In una operazione di audacia temeraria, diverse migliaia di loro pesantemente armati, a bordo di circa 300 pick-up, si lanciano di sorpresa, il 9 gennaio 2013, sulla città Konna, crocevia strategico. Travolgono l’esercito del Mali che si ritira lasciando il campo libero verso la città di Mopti. E soprattutto verso il quartier generale operativo dell’esercito del Mali, che si trova nel perimetro dell’aeroporto di Sévaré, il solo che permetta l’atterraggio dei grossi cargo indispensabili alla riconquista del nord.
E’ allora che la Francia, senza attendere un appello del Presidente facente funzione del Mali, Dioncounda Traoré, va in prima linea. François Hollande non si prende il tempo di consultare il Parlamento francese, ordina alle truppe d’élite dell’esercito francese pre-posizionate in Niger, di intervenire immediatamente attuando un piano elaborato da lungo tempo. Trasportati da aerei Transall C-160 e appoggiate da elicotteri da combattimento queste truppe attaccano immediatamente le colonne islamiste colonne e fermano la loro avanzata verso Mopti e Bamako.
Così inizia l’operazione Serval, con la mobilitazione di circa 4.000 soldati francesi [ 4] che le cui prime unità sul terreno sono accolte calorosamente da una larga parte della popolazione del Mali. Lo scopo dichiarato di questa operazione si è evoluto nel corso dei giorni. Prima del suo avvio, François Hollande dichiarava, lo abbiamo visto, che la Francia non sarebbe intervenuta “in ogni caso da sola” [ 5 ]. Essendo alla fine intervenuta da sola dall’11 gennaio, il presidente minimizzava la portata dell’operazione, spiegando che si trattava “essenzialmente di bloccare l’avanzata verso sud dei criminali terroristi”, fattore determinante, “per proteggere circa 6.000 cittadini francesi nel Mali “. Poi, il 18 gennaio, François Hollande ha ammesso un piano molto più ambizioso: darsi “il tempo necessario per battere il terrorismo in quella parte dell’Africa”. Infine, il 20 gennaio, il ministro francese della difesa ha ammesso: “L’obiettivo è la totale riconquista del Mali [6 ] ”
In realtà, i veri obiettivi della Francia rimangono poco chiari. Parigi ha sì spiegato che l’intervento di Francia non è che una risposta a una richiesta di aiuto di Bamako. Ma il governo del Mali è il risultato di un colpo di stato, la sua legittimità nel chiedere aiuto è discutibile [ 7 ].
L’altro argomento è che i salafiti di Ansar Dine applicano la sharia a Timbuktu, distruggono i monumenti del passato e “tagliano le mani”. E questo è “intollerabile”. E’ vero. Ma, comportadosì così i salafiti non fanno che obbedire alla dottrina wahhabita, che l’Arabia Saudita diffonde, con l’aiuto del Qatar – paese anch’esso wahhabita – in tutto il mondo musulmano, e in particolare nel Sahel, a colpi di milioni di petrodollari. Ora, la Francia mantiene i migliori rapporti del mondo con l’Arabia Saudita e il Qatar, due paesi che sono anche i suoi principali alleati in Siria nel sostenere gli insorti islamisti e salafiti e [ 8 ] …
Parigi non dice nulla su altri due argomenti che hanno vorsimilmente avuto peso al momento del lancio dell’operazione Serval. Uno economico e strategico: il controllo di Azawad da parte di organizzazioni salafite avrebbe comportato, a termine più o meno lungo, una offensiva dei ribelli sul nord del Niger, dove si trovano le principali riserve di uranio sfruttate dalla società francese Areva e da cui dipende l’intero sistema nucleare civile della Francia. Parigi non può permetterlo [ 9 ].
L’altro è geopolitico: in un momento in cui, per la prima volta nella storia, la Germania domina Europa e la dirige con mano di ferro. La Francia, esibendo la sua forza in Mali, vuole dimostrare di restare, a sua volta, la prima potenza militare europea. E che bisogna fare i conti con lei.
Da Le Monde diplomatique en español
Pubblicato in francese nel sito www.medelu.org, tradotto in italiano da DKm0.
Note
[ 1 ] Leggere l’articolo “‘Notre ami du Qatar’ finance les islamistes du Mali” Le Canard enchaîné, Parigi, 6 giugno 2012. Leggere anche Ségolène Allemandou, ” Le Qatar a-t-il des intérêts au Mali?“, France24, Parigi, 21 gennaio 2013 http://www.france24.com/qatar-nord-mali-groupes-islamistes
[ 2 ] Leggere il testo integrale della risoluzione 2085: http://www.un.org/News/CS10870
[ 3 ] Intervista con François Sudan, Jeune Afrique, Parigi, 22 ottobre 2012. http://www.jeuneafrique.com/JA2701p010
[ 4 ] Leggere di Le Canard enchaïné, Parigi, 23 gennaio 2013.
[ 5 ] Cfr. France Info, 13 novembre 2012. http://www.franceinfo.fr/principales-declarations-conference-presse-francois-hollande
[ 6 ] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian il 19 gennaio 2013 nella trasmissione ”C politique” sulla tv France 5.
[ 7 ] Cfr. Le Monde, 23 gennaio 2013.
[ 8 ] L’Arabia Saudita e il Qatar sono i soli due paesi che hanno ufficialmente ammesso di aver fornito armi ai ribelli islamisti in Siria. Quasi un terzo dei membri del Consiglio nazionale siriano (Cns), sono islamisti, i Fratelli Musulmani o ex membri di questa fratellanza. Ma ci sono anche dei jihadisti. Il principale gruppo jihadista sarebbe Jabhat Al-Nosra (Il Fronte della Vittoria), accusato di essere affiliato ad Al-Qaeda in Iraq (Aqi). I suoi membri si sarebbero addestrati al combattimento durante gli anni della lotta contro i soldati americani in Iraq. Determinati, ben armati, dispongono in particolare di artificieri che preparano gli esplosivi utilizzati nei loro attentati, i militanti Jabhat Al-Nosra, per lo più stranieri, sarebberoc onsiderati, sul terreno, come i migliori combattenti contro l’esercito di Bashar Al Assad. Sono anche riusciti a impadronirsi, il 10 dicembre 2012, della grande base militare Sheikh Suleiman, nei pressi di Aleppo, e avrebbero messo le mani su tonnellate di armi di ogni tipo, tra cui missili anti-aerei. Washington ha messo Jabhat Al-Nosra, il 4 dicembre 2012, nella “lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Fonti: Le Point, Parigi, 11 dicembre 2012: http://www.lepoint.fr/syrie-l-influence-croissante-du-groupe-djihadiste-al-nosra e Le Figaro, Parigi, 10 dicembre 2012: http: / / www.lefigaro.fr / syria-di-jihadista-CONTROLLATA-un-militare-base
[ 9 ] La Francia avrebbe inoltre deciso, in data 20 gennaio 2013, di inviare forze speciali per proteggere i siti minerari Areva in Niger (Cfr. Le Point, Parigi, 23 gennaio 2013.)
http://www.lepoint.fr/jean-guisnel/niger-les-forces-speciales-protegeront-les-mines-d-uranium-d-areva
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/03/la-francia-in-guerra-nel-mali/
L’anno 2013 è iniziato, in Francia e nella regione del Sahel, al rombo dei cannoni. Dall’11 gennaio, il presidente François Hollande, senza consultare il Parlamento, ha dispiegato d’urgenza, nel Mali, un corpo di spedizione per fermare una offensiva jihadista che minacciava di arrivare a Bamako. Allo stesso tempo, in Somalia, le forze speciali francesi lanciavano un’operazione per cercare di recuperare un agente segreto tenuto in ostaggio da tre anni dalle milizie islamiste Al Shabab, missione che si sarebbe risolta in un fiasco. Pochi giorni dopo, nei pressi della città algerina di In Amenas, al confine con la Libia, un commando salafita si è impadronito dell’impianto gasiero di Tiguentourine ha ucciso decine di stranieri prima di essere a sua volta annientato dall’esercito algerino.
Da un capo all’altro, il Sahara si è improvvisamente incendiato. Che cosa ha causato questo incendio? In primo luogo, vi è la vecchia rivendicazione nazionalista tuareg. I Tuareg, o “uomini blu”, non sono né arabi né berberi. Sono gli abitanti storici del Sahara di cui controllano, da millenni, le vie carovaniere. Ma le spartizioni tra le potenze coloniali hanno frammentato il loro territorio alla fine del XIX secolo. E al momento delle loro indipendenze, nel 1960, i nuovi Stati sahariani hanno rifiutato di riconoscere loro se non un’autonomia territoriale.
Per questo motivo, soprattutto nel nord del Mali (che i Tuareg chiamano Azawad) e nel Niger, i due paesi in cui si situano le comunità Tuareg principali, dei movimenti armati di rivendicazione nazionale sono apparsi molto presto. Ribellioni tuareg di grandi dimensioni hanno avuto luogo nel 1960-1962, poi nel 1990-1995, nel 2006 e di nuovo nel 2007. Ogni volta, operate dagli eserciti guidati di Mali e Niger, le repressioni sono state feroci. In fuga dai massacri, molti combattenti tuareg si sono allora arruolati, in Libia, nella Legione tuareg del colonnello Muammar Gheddafi…
La seconda causa della situazione attuale si trova nella guerra civile algerina dei primi anni novanta. Dopo l’annullamento delle elezioni del dicembre 1991, virtualmente vinte dal Fronte islamico di salvezza (Fis), questa guerra ha visto affrontarsi le forze armate algerine contro gli insorti del Gruppo islamico armato (Gia). Un’organizzazione molto agguerrita in cui molti combattenti erano di ritorno dall’Afghanistan, dove – definiti da Ronald Reagan “combattenti per la libertà” – avevano combattuto a fianco dei mujaheddin contro i sovietici, con il sostegno degli Stati Uniti… Il conflitto algerino è costato la vita a circa 100 mila persone. Si è concluso con la vittoria delle autorità algerine e la resa dei guerriglieri islamisti. Tuttavia, una fazione dissidente, il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc) decise di continuare la lotta armata. Braccato dalle forze algerine, si rifugiò allora nel vasto Sahara, giurò fedeltà a Osama bin Laden e Al-Qaeda nel 2007 e prese il nome di Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim). Le sue azioni principali consistono, da allora, nel sequestrare stranieri, scambiati con grossi riscatti. Il suo terreno di caccia è situato nel Sahel, regione arida e semi-desertica che si estende dal Senegal al Ciad, attraverso Mauritania, Mali, Burkina Faso e Niger. E’ stata una katiba (brigata) di Al Mouwakaoune Bidame (“Coloro che firmano con il loro sangue”), fondata da un dissidente di Aqim, l’algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamato il “Guercio”, ad attaccare l’impianto gasiero di Tiguentourine e uccidere decine di stranieri.
Infine, la terza causa è l’attacco delle forze della Nato contro la Libia nel 2011 e il rovesciamento del colonnello Gheddafi. Per raggiungere questo obiettivo, la Francia e i suoi alleati (in particolare il Qatar) non hanno esitato a armare dei movimenti islamisti ostili a Gheddafi. Movimenti vittoriosi sul campo. Con tre conseguenze: 1) il crollo e la decomposizione dello stato libico in preda ancora oggi a una lotta mortale tra milizie, provincie e clan; 2) la distribuzione dell’arsenale militare di Gheddafi ai movimenti jihadisti in tutto il Sahel; 3) il ritorno verso il Mali di una parte della Legione Tuareg super-armata e ben addestrata.
Si deve anche tener conto dello scenario socio-economico di fondo. Il Mali, come gli altri paesi del Sahel, compare tra gli stati più poveri del mondo. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura. L’istaurazione di un sistema democratico e multipartitico nel 1992 non è stata abbastanza sostenuta da quelli – Francia, Unione Europea, Stati Uniti – che ne avevano fatto una condizione sine qua non per mantenere il loro aiuto. Al contrario. Il Mali è stato particolarmente colpito negli ultimi anni dalla riduzione degli aiuti allo sviluppo decisi dai paesi ricchi. Il suo prodotto principale, il cotone, è rovinato da politiche di dumping praticate dal più grande esportatore del mondo, gli Stati Uniti. Così come dalle siccità che ora colpiscono regolarmente il Sahel a causa del riscaldamento globale. Inoltre, le politiche neoliberiste e le privatizzazioni imposte dal Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno portato a tagli alla spesa sociale per l’istruzione e la salute. Povertà e disagio sociale sono peggiorati. Spingendo in particolare una parte dei giovani a cercare una via di salvezza nell’emigrazione. Mentre altri, di fronte a tante difficoltà sociali, sono più sensibili al richiamo dei salafiti che offrono facilmente armi, potere e denaro.
E’ questo contesto degradato che trovano i Tuareg della ex Legione di Gheddafi al loro arrivo nel nord del Mali provenendo dalla Libia. Anch’essi non trovano difficoltà nel reclutamento. E si incorporano nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad (Mnla). Da gennaio ad aprile 2012, lanciano attacchi contro le guanigioni maliane nelle principali città della regione (Timbuktu, Gao, Kidal). Mal equipaggiato, l’esercito del Mali si disintegra e batte in ritirata. Umiliati, infuriati per l’incuria del governo, dei giovani ufficiali guidati dal capitano Sanogo si ribellano. Rovesciano il potere a Bamako il 22 marzo 2012. Ma, boicottati dai paesi vicini e dalle principali cancellerie internazionali, questi golpisti sirivelano incapaci di raddrizzare alla situazione. Di fatto, il governo del Mali crolla.
Nel frattempo, nel nord del Mali, il Mnla proclama l’”indipendenza” di Azawad e soi allea a due organizzazioni radicali islamiste – legate a Aqim – che sostengono l’introduzione della sharia: il gruppo salafita Ansar Dine e il Movimento nazionale per l’unicità e la jihad in Africa occidentale (Mujao). Queste due organizzazioni – che hanno molti più soldi grazie all’aiuto che fornisce loro il Qatar [ 1 ], dei riscatti incassati in cambio di ostaggi occidentali e varie forme di traffico (droga, contrabbando) – finiscono per prevalere sui Tuareg del Mnla.
Le Nazioni Unite condannano la secessione di Azawad, ma so mobilitano troppo lentamente. Bisognerà attendere fino al 20 dicembre 2012 perché, su richiesta della Francia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzi finalmente, nella Risoluzione 2085 [ 2 ], il dispiegamento di una forza internazionale africana, nel quasro della missione internazionale di sostegno al Mali (Misma), affidata ai paesi della Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), che dovrà“ricostituire la capacità delle forze armate del Mali” per riprendere il controllo del nord del Mali. Questa risoluzione non autorizza un intervento militare della Francia.
Parigi promette di sostenere questo progetto, ma François Hollande si impegna a non inviare truppe: “Dichiaro formalmente – dice il presidente francese- che non invieremo truppe di terra. [ 3 ]. “Da parte loro, i rappresentanti delle forze politiche, sociali e religiose del Mali, riunite all’inizio di dicembre 2012, con gli inviati di Ansar Dine e di Mujao, per dei colloqui di pace di Ouagadougou (Burkina Faso), si oppongono all’intervento militare della Cedeao. Algeri è anch’essa contraria ad ogni offensiva militare.
In ogni caso, un possibile avvio di riconquista militare del nord del Mali è previsto per settembre 2013 …
Queste informazioni non sfuggono ai salafiti di Ansar Dine. Non solo, sul campo, sono i più forti, ma ora hanno la certezza di non essere attaccati prima di nove mesi. Così ne approfittano. In una operazione di audacia temeraria, diverse migliaia di loro pesantemente armati, a bordo di circa 300 pick-up, si lanciano di sorpresa, il 9 gennaio 2013, sulla città Konna, crocevia strategico. Travolgono l’esercito del Mali che si ritira lasciando il campo libero verso la città di Mopti. E soprattutto verso il quartier generale operativo dell’esercito del Mali, che si trova nel perimetro dell’aeroporto di Sévaré, il solo che permetta l’atterraggio dei grossi cargo indispensabili alla riconquista del nord.
E’ allora che la Francia, senza attendere un appello del Presidente facente funzione del Mali, Dioncounda Traoré, va in prima linea. François Hollande non si prende il tempo di consultare il Parlamento francese, ordina alle truppe d’élite dell’esercito francese pre-posizionate in Niger, di intervenire immediatamente attuando un piano elaborato da lungo tempo. Trasportati da aerei Transall C-160 e appoggiate da elicotteri da combattimento queste truppe attaccano immediatamente le colonne islamiste colonne e fermano la loro avanzata verso Mopti e Bamako.
Così inizia l’operazione Serval, con la mobilitazione di circa 4.000 soldati francesi [ 4] che le cui prime unità sul terreno sono accolte calorosamente da una larga parte della popolazione del Mali. Lo scopo dichiarato di questa operazione si è evoluto nel corso dei giorni. Prima del suo avvio, François Hollande dichiarava, lo abbiamo visto, che la Francia non sarebbe intervenuta “in ogni caso da sola” [ 5 ]. Essendo alla fine intervenuta da sola dall’11 gennaio, il presidente minimizzava la portata dell’operazione, spiegando che si trattava “essenzialmente di bloccare l’avanzata verso sud dei criminali terroristi”, fattore determinante, “per proteggere circa 6.000 cittadini francesi nel Mali “. Poi, il 18 gennaio, François Hollande ha ammesso un piano molto più ambizioso: darsi “il tempo necessario per battere il terrorismo in quella parte dell’Africa”. Infine, il 20 gennaio, il ministro francese della difesa ha ammesso: “L’obiettivo è la totale riconquista del Mali [6 ] ”
In realtà, i veri obiettivi della Francia rimangono poco chiari. Parigi ha sì spiegato che l’intervento di Francia non è che una risposta a una richiesta di aiuto di Bamako. Ma il governo del Mali è il risultato di un colpo di stato, la sua legittimità nel chiedere aiuto è discutibile [ 7 ].
L’altro argomento è che i salafiti di Ansar Dine applicano la sharia a Timbuktu, distruggono i monumenti del passato e “tagliano le mani”. E questo è “intollerabile”. E’ vero. Ma, comportadosì così i salafiti non fanno che obbedire alla dottrina wahhabita, che l’Arabia Saudita diffonde, con l’aiuto del Qatar – paese anch’esso wahhabita – in tutto il mondo musulmano, e in particolare nel Sahel, a colpi di milioni di petrodollari. Ora, la Francia mantiene i migliori rapporti del mondo con l’Arabia Saudita e il Qatar, due paesi che sono anche i suoi principali alleati in Siria nel sostenere gli insorti islamisti e salafiti e [ 8 ] …
Parigi non dice nulla su altri due argomenti che hanno vorsimilmente avuto peso al momento del lancio dell’operazione Serval. Uno economico e strategico: il controllo di Azawad da parte di organizzazioni salafite avrebbe comportato, a termine più o meno lungo, una offensiva dei ribelli sul nord del Niger, dove si trovano le principali riserve di uranio sfruttate dalla società francese Areva e da cui dipende l’intero sistema nucleare civile della Francia. Parigi non può permetterlo [ 9 ].
L’altro è geopolitico: in un momento in cui, per la prima volta nella storia, la Germania domina Europa e la dirige con mano di ferro. La Francia, esibendo la sua forza in Mali, vuole dimostrare di restare, a sua volta, la prima potenza militare europea. E che bisogna fare i conti con lei.
Da Le Monde diplomatique en español
Pubblicato in francese nel sito www.medelu.org, tradotto in italiano da DKm0.
Note
[ 1 ] Leggere l’articolo “‘Notre ami du Qatar’ finance les islamistes du Mali” Le Canard enchaîné, Parigi, 6 giugno 2012. Leggere anche Ségolène Allemandou, ” Le Qatar a-t-il des intérêts au Mali?“, France24, Parigi, 21 gennaio 2013 http://www.france24.com/qatar-nord-mali-groupes-islamistes
[ 2 ] Leggere il testo integrale della risoluzione 2085: http://www.un.org/News/CS10870
[ 3 ] Intervista con François Sudan, Jeune Afrique, Parigi, 22 ottobre 2012. http://www.jeuneafrique.com/JA2701p010
[ 4 ] Leggere di Le Canard enchaïné, Parigi, 23 gennaio 2013.
[ 5 ] Cfr. France Info, 13 novembre 2012. http://www.franceinfo.fr/principales-declarations-conference-presse-francois-hollande
[ 6 ] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian il 19 gennaio 2013 nella trasmissione ”C politique” sulla tv France 5.
[ 7 ] Cfr. Le Monde, 23 gennaio 2013.
[ 8 ] L’Arabia Saudita e il Qatar sono i soli due paesi che hanno ufficialmente ammesso di aver fornito armi ai ribelli islamisti in Siria. Quasi un terzo dei membri del Consiglio nazionale siriano (Cns), sono islamisti, i Fratelli Musulmani o ex membri di questa fratellanza. Ma ci sono anche dei jihadisti. Il principale gruppo jihadista sarebbe Jabhat Al-Nosra (Il Fronte della Vittoria), accusato di essere affiliato ad Al-Qaeda in Iraq (Aqi). I suoi membri si sarebbero addestrati al combattimento durante gli anni della lotta contro i soldati americani in Iraq. Determinati, ben armati, dispongono in particolare di artificieri che preparano gli esplosivi utilizzati nei loro attentati, i militanti Jabhat Al-Nosra, per lo più stranieri, sarebberoc onsiderati, sul terreno, come i migliori combattenti contro l’esercito di Bashar Al Assad. Sono anche riusciti a impadronirsi, il 10 dicembre 2012, della grande base militare Sheikh Suleiman, nei pressi di Aleppo, e avrebbero messo le mani su tonnellate di armi di ogni tipo, tra cui missili anti-aerei. Washington ha messo Jabhat Al-Nosra, il 4 dicembre 2012, nella “lista delle organizzazioni terroristiche straniere”. Fonti: Le Point, Parigi, 11 dicembre 2012: http://www.lepoint.fr/syrie-l-influence-croissante-du-groupe-djihadiste-al-nosra e Le Figaro, Parigi, 10 dicembre 2012: http: / / www.lefigaro.fr / syria-di-jihadista-CONTROLLATA-un-militare-base
[ 9 ] La Francia avrebbe inoltre deciso, in data 20 gennaio 2013, di inviare forze speciali per proteggere i siti minerari Areva in Niger (Cfr. Le Point, Parigi, 23 gennaio 2013.)
http://www.lepoint.fr/jean-guisnel/niger-les-forces-speciales-protegeront-les-mines-d-uranium-d-areva
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/03/la-francia-in-guerra-nel-mali/
sabato 26 gennaio 2013
Alla conquista del deserto: le guerre del Mali
di Alessandra Corrado da Uninomade
Il Mali è oggi al centro delle cronache internazionali per le crisi e le dinamiche complesse che sta vivendo, e per la nuova “guerra mondiale” che potrebbe preparasi. Dal 2009 i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad (MNLA) tornano a reclamare l’indipendenza delle tre regioni del Nord (Gao, Tombouctou e Kidal) e di parte della regione di Mopti, e progressivamente ne realizzano l’occupazione; gruppi integralisti religiosi – Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haram – si uniscono alla ribellione rivendicando l’applicazione della charia su tutto il territorio nazionale; nel marzo 2011 un colpo di stato militare, nella capitale Bamako, ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré (ATT).
Al Nord le violenze e i saccheggi hanno determinato lo sfollamento e la fuga verso il Sud (Segou, Sikasso) e attraverso le frontiere (verso Burkina Faso, Niger, Mauritania) di centinaia di migliaia di persone, e in tutto il Paese regna lo scompiglio più totale, in virtù di una crisi politica e istituzionale che sembra non trovare soluzione al proprio interno e di una crisi militare che ha cercato soluzione già all’esterno, invocando l’intervento dell’ex madrepatria, la Francia.
Se alcune cronache, generalizzando in modo azzardato e miope, vedono la possibilità di una “somalizzazione” del Mali, ovvero di una guerra a bassa intensità permanente tra tribù e gruppi etnici diversi per il controllo del potere e delle risorse, altre invece parlano del rischio di una “afghanizzazione” del Paese, ossia di una internazionalizzazione della crisi, con un progressivo contagio ad altri paesi limitrofi e di una destabilizzazione continua.
Calchi Novati (su il Manifesto) scrive che «non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito», considerando che il 60% dello spazio territoriale è occupato da ribelli e organizzazioni fondamentaliste e nella capitale governativa vige una precaria convivenza tra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito stesso.
Al-Qaida ha rappresentato molto di più che un pretesto per rafforzare l’ingerenza straniera nelle questioni di casa e nell’intera area. Tuttavia, il presidio militare messo in atto da Stati Uniti e alleati in un ambiente che è soprattutto uno “spazio di movimento”, riproduce e alimenta in maniera aggressiva gli stessi fenomeni che vorrebbe scongiurare, e rischia di compattare ribellismi e organizzazioni diverse.
L’area Sahelo-sahariana è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere, tradizionalmente nomadi ma sempre più costrette alla sedentarizzazione, in primis dalle frontiere statuali. Si tratta di un’area caratterizzata dal nomadismo, lungo antiche linee carovaniere, e da traffici, leciti e illeciti: prodotti, bestiame, sigarette, armi, droga, esseri umani (migranti e sotaggi). Il fondamentalismo islamico vi è presente da più tempo ma solo di recente ha assunto una valenza anti-occidentale. Il pretesto del terrorismo ha fatto sì che il Mali divenisse sede di Africom, il comando militare unificato per l’Africa costituito nel 2007 da Bush e consolidato da Obama. Gli Stati Uniti da anni formano e armano l’esercito locale, al fine di sostenerlo nella battaglia al terrorismo appunto, quello stesso esercito che ha messo a segno il putsch militare e da cui si sono sfilate componenti che si sono poi unite alle organizzazioni ribelli.
Per comprendere dunque la crisi aperta in Mali e nell’intera area Sahelo-sahariana, è importante conoscere la storia coloniale e postcoloniale nella quale si sono prodotte e riprodotte periodicamente le ribellioni delle popolazioni del Nord, nonché aver chiaro il quadro geopolitico ridisegnato nel post 11 settembre 2001 e dominato da imprese transtatali, con la loro capacità di penetrazione delle strutture statali e interstatali.
Mai in passato le popolazioni berbere (Tamasheq o Touaregs) hanno cercato di costituire un potere politico unitario. Le differenti tribù hanno perseguito la riproduzione della vita comunitaria e la sopravvivenza garantendosi soprattutto l’accesso alle risorse economiche. L’indipendenza oggi rivendicata dai ribelli del Nord è un progetto vecchio sessant’anni. La loro rivendicazione ricorda infatti il progetto Organisation commune des régions sahariennes (OCRS), con il quale la Francia, negli anni ’50, sul finire della dominazione coloniale, aveva tentato di recuperare le regioni sahariane di diversi Stati (Niger, Mali, Algérie, Soudan) e di mettere insieme le diverse tribù Tuareg, al fine di mantenere il controllo sulle risorse minerarie dell’area. Tuttavia, a partire dal 1958 i capi tribù e comunità, Tamasheq, Tuareg e arabe, hanno scelto di aderire alla causa indipendentista del Mali, preferendo l’opzione dello stato unitario alla dominazione straniera.
Le ribellioni Tuareg prodotte a più riprese (1963-64, 1989-1991, 2003-2009, e oggi) possono in parte essere analizzate in termini di lotta per il riconoscimento e per l’indigenizzazione dello Stato moderno. Se al principio, quasi certamente contestavano soprattutto la messa in discussione delle proprie forme di potere ed organizzazione di tipo tradizionale, progressivamente il problema della distribuzione delle risorse e dell’accesso ai servizi di base è stato associato a quello del riconoscimento identitario. Tuttavia, la ribellione armata è servita anche a produrre una élite politica, attraverso il reinserimento e la promozione nelle cariche istituzionali di capi che si sono così trasformati in “imprenditori politici”, barattando la destabilizzazione politica e armata con concessioni diverse e con il potere.
Bisogna comunque sottolineare la matrice socio-economica di povertà e miseria, su cui si attivano le continue mobilitazioni sociali e che alimenta il reclutamento nelle organizzazioni armate, in un’area che ancor più terribilmente di altre ha sofferto, per le condizioni climatiche e i ricorrenti periodi di siccità, la pochezza ventennale di un intervento pubblico in grado di assicurare finanche i servizi di base (acqua, salute, elettricità, istruzione) e un avvenire a giovani, spesso analfabeti, così costretti a migrare o a nutrire le fila delle milizie.
Ancora una volta ci si ritova così ad assistere ad una mobilitazione quasi corale degli eserciti di forze alleate straniere nella guerra al terrorismo e a supporto della democrazia. C’è da dire quasi perché l’iniziativa è stata presa per prima dalla Francia, che da sola ha interpretato come un nullaosta all’offensiva bellica la risoluzione 2085 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso 22 dicembre, che autorizzava – dietro sollecitazione dell’Unione Africana (UA) e della Communauté économique des Etats d’Afrique de l’Ouest (CEDEAO) – un negoziato politico (distinguendo la questione Tuareg dalla costituzione di poli jihadisti) e l’avvio di una “missione internazionale di sostegno al Mali affidata a forze africane” (MISMA), affiancate da quelle occidentali. La sollecitudine francese è da ricondurre all’ansia di una perdita di controllo in un’area che sì ha il proprio marchio coloniale ma che, insieme alle penetrazioni del fondamentalismo islamico, ha progressivamente visto anche quelle americane, ovvero del “fondamentalismo del libero mercato”, per dirla con Harvey. La Francia, come tutta l’Europa, non può rischiare la destabilizzazione del Paese e l’effetto domino in tutta l’area, in ragione delle attività estrattive in essa concentrate e delle immense risorse ancora non sfruttate, che fanno gola a molti.
Tuttavia, la guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.
I problemi con cui adesso il Mali deve confrontarsi non sono solo il jihadismo e la guerra, ma anche i rapporti politici e sociali interni e la riorganizzazione democratica.
Abbiamo raccolto a distanza la testimonianza di un giornalista maliano.
Come può essere letto e interpretato il colpo di stato?
«Qui a parte i governanti, il colpo di stato non ha sorpreso nessuno. Perché l’ imputridimento della situazione aveva raggiunto il parossismo, anche se in fondo non lo si desiderava, perché nel ventunesimo secolo un colpo di stato militare non dovrebbe essere considerato l’ultima soluzione. Se ne parlava già a voce bassa quasi dappertuttuto, soprattutto dopo l’attacco di Menaka il 17 gennaio 2012 da pare del MNLA. Poi sono state le mogli dei militari a Kati che si sono mobilitate in seguito alla tragedia di Aghelhoc per denunciare la gestione di questa crisi da parte di ATT, al punto di fomentare i militari di questo campo.
In realtà il colpo di stato è stato un male necessario, ma sono anche certo che non si sarebbe prodotto senza questa crisi del Nord, crisi che del resto è un corollario del modo di gestire il Paese: cupidigia, sperpero del denaro pubblico, condiscendenza, incapacità di analisi della situazione e incoscienza, quando i vicini si attivavano per gestire al meglio le loro frontiere. Tuttavia, poiché ciò procura del denaro, alcuni governanti si erano anche specializzati in “negoziatori-liberatori” di ostaggi, ovvero in trafficanti, attraverso degli elementi che sono oggi alla testa di alcuni gruppi jihadisti. E peggio, l’esercito ufficiale – questi poveri soldati senza braccia lunghe come hanno detto – è stato emarginato, mal equipaggiato e senza motivazioni, nelle diverse guarnigioni: e come in complicità, i governanti hanno anche accolto dei gruppi armati fino ai denti, offrendogli del denaro (50.000.000 de francs CFA), viveri, e lasciandoli con armi che superavano l’arsenale dell’esercito nazionale. Se i nostri militari non volevano lasciarsi uccidere come topi, bisognava che se la prendessero con il capo delle forze armate! Inoltre, il colpo di stato è stato salutare non solo per il paese che viveva una modalità di gestione tra le più ignobili – con persone che si sono arricchite attraverso le casse del paese, che andavano come sempre tranquillamente comprando voti di scambio elettorale per restare al comando – ma anche e soprattutto per l’esercito che era già sconfitto: i jihadisti li sgozzavano tutti, uno per uno, al fronte!».
Secondo te, quale relazione vi è stata tra il cambiamento al potere e le manovre degli islamisti?
«Evidentemente questo cambiamento è stato favorevole ai jihadisti, poichè dopo il copo di stato, invece di affrontare subito gli occupanti, la classe politica, con delle complicità esterne, si è lanciata e persa in una lotta ridicola per il potere di gestione di un paese che quasi non esisteva più poichè diviso in due. Certo il colpo di stato militare è inimmaginabile e inaccettabile in democrazia, ma poiché la democrazia si esercita in un paese, lo si può fare normalmente in un paese che sta già bruciando? Una marcata incoscienza da parte degli uni e degli altri a non comprendere che ciò veniva dopo il lavoro più urgente da sbrigare! I jihadisti hanno così avuto tutto il piacere e il tempo di armarsi e di ingrossare i loro ranghi e, se la Francia non fosse venuta così velocemente in soccorso, sarebbe stata la fine per tutto il paese, compresi i cosiddetti “politici”».
L’opinione pubblica è divisa riguardo all’intervento straniero, occidentale e africano. Il movimento popolare del 22 Marzo (MP22), nato all’indomani del colpo di stato richiamandosi ai valori della rivoluzione del 26 marzo 1991 contro il regime di Moussa Traoré, lo giudica con sospetto. Membro della Coordination des organisations patriotiques (COPAM), MP22 racchiude un insieme di partiti e movimenti politici, associazioni e organizzazioni della società civile e soggetti indipendenti. Ha dichiarato da subito il proprio sostegno al Comité National de Redressement de la Démocratie et de la Restauration de l’Etat, organo guidato da Amadou Sanogo, capo della rivolta, e opera per sostenere e promuovere la riorganizzazione democratica del Paese.
Riportiamo alcune parti di una intervista rilasciata dalla sua portavoce Rokia Sanogo.
Come giudicate l’intervento delle truppe straniere, francesi e africane?
«La nostra posizione è chiara: sì al rafforzamento dell’esercito maliano per la liberazione del Mali. Durante questi 9 mesi tutte le nostre azioni hano contribuito al rafforzamento materiale e al sostegno morale all’esercito maliano. Faccio presente la nostra forte mobilitazione contro l’ingiustificato blocco al rifornimento di armi all’esercito maliano, che è durato circa sei mesi. (…)
Pertanto, oggi diciamo sì a tutti gli aiuti e supporti (logistica, copertura aerea e consigli) di cui l’esercito maliano ha bisogno per rafforzarsi e poter liberare in maniera efficace le regioni del Nord.
Ma non siamo d’accordo con l’intervento delle truppe straniere al posto dell’esercito maliano. Non siamo d’accordo con coloro che ancora oggi, all’interno e all’esterno del Mali, continuano ad affermare che l’esecito maliano non esiste, per giustificare così l’intervento straniero».
Riguardo alle divergenze tra i diversi raggruppamenti e alle orientamenti politici sulla questione, si potrà arrivare ad una unione per far fronte alla minaccia securitaria?
«É il consenso sulla base delle menzogne che ci ha portato tutti questi problemi. Non si può dunque oggi fare una unione per uscire dalla crisi sulla base della stessa mensogna. Noi rifiutiamo l’utilizzo strumentale della minaccia securitaria per evitare ogni concertazione. Non si può realizzare un’unione senza avere gli stessi obiettivi. Non si può fare un’unione senza parlarsi.
(…) Non si può fare un’unione con i nemici del Mali, che hanno venduto il nord del Mali ai rapitori di ostaggi e ai narcotrafficanti e che sono alleati del MNLA.
Noi siamo per la mobilitazione patriottica del poplo maliano al fianco del suo esercito sulla base della verità!»
Pensa che bisognerebbe ancora realizzare una consultazione nazionale in un Mali in piena guerra?
«La realizzazione di una consultazione nazionale poteva evitare al Mali di essere in piena guerra. Anche oggi, una consultazione nazionale è più che mai necessaria per assicurare una buona gestione della guerra in corso, per trovare delle risposte efficaci alla crisi e per dare più mezzi all’esercito maliano. Ci sono state numerose consultazioni sul Mali senza il Mali e senza il popolo maliano. Anche in piena guerra la CEDEAO si consulta sul Mali e perchè noi maliani non possiamo confrontarci?».
Per scongiurare un nuova guerra senza fine è dunque necessario che le forze sociali del Mali si riorganizzino, contrastando le ingerenze e strumentalizzazioni internazionali e rispondendo ai bisogni e problemi socio-economici che sono alla base di questa complessa crisi.
Il Mali è oggi al centro delle cronache internazionali per le crisi e le dinamiche complesse che sta vivendo, e per la nuova “guerra mondiale” che potrebbe preparasi. Dal 2009 i ribelli Touaregs del Mouvement National de Libération de l’Azawad (MNLA) tornano a reclamare l’indipendenza delle tre regioni del Nord (Gao, Tombouctou e Kidal) e di parte della regione di Mopti, e progressivamente ne realizzano l’occupazione; gruppi integralisti religiosi – Ansar Dine, il Mouvement pour l’Unicité et le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), Al-Qaïda au Maghreb Islamique (AQMI) e Boko Haram – si uniscono alla ribellione rivendicando l’applicazione della charia su tutto il territorio nazionale; nel marzo 2011 un colpo di stato militare, nella capitale Bamako, ha deposto il presidente Amadou Toumani Touré (ATT).
Al Nord le violenze e i saccheggi hanno determinato lo sfollamento e la fuga verso il Sud (Segou, Sikasso) e attraverso le frontiere (verso Burkina Faso, Niger, Mauritania) di centinaia di migliaia di persone, e in tutto il Paese regna lo scompiglio più totale, in virtù di una crisi politica e istituzionale che sembra non trovare soluzione al proprio interno e di una crisi militare che ha cercato soluzione già all’esterno, invocando l’intervento dell’ex madrepatria, la Francia.
Se alcune cronache, generalizzando in modo azzardato e miope, vedono la possibilità di una “somalizzazione” del Mali, ovvero di una guerra a bassa intensità permanente tra tribù e gruppi etnici diversi per il controllo del potere e delle risorse, altre invece parlano del rischio di una “afghanizzazione” del Paese, ossia di una internazionalizzazione della crisi, con un progressivo contagio ad altri paesi limitrofi e di una destabilizzazione continua.
Calchi Novati (su il Manifesto) scrive che «non è il caso di gridare all’usurpazione perché il Mali è di fatto uno stato fallito», considerando che il 60% dello spazio territoriale è occupato da ribelli e organizzazioni fondamentaliste e nella capitale governativa vige una precaria convivenza tra una giunta militare e un governo civile provvisorio insediato dall’esercito stesso.
Al-Qaida ha rappresentato molto di più che un pretesto per rafforzare l’ingerenza straniera nelle questioni di casa e nell’intera area. Tuttavia, il presidio militare messo in atto da Stati Uniti e alleati in un ambiente che è soprattutto uno “spazio di movimento”, riproduce e alimenta in maniera aggressiva gli stessi fenomeni che vorrebbe scongiurare, e rischia di compattare ribellismi e organizzazioni diverse.
L’area Sahelo-sahariana è il regno dei tuareg e più in generale delle popolazioni berbere, tradizionalmente nomadi ma sempre più costrette alla sedentarizzazione, in primis dalle frontiere statuali. Si tratta di un’area caratterizzata dal nomadismo, lungo antiche linee carovaniere, e da traffici, leciti e illeciti: prodotti, bestiame, sigarette, armi, droga, esseri umani (migranti e sotaggi). Il fondamentalismo islamico vi è presente da più tempo ma solo di recente ha assunto una valenza anti-occidentale. Il pretesto del terrorismo ha fatto sì che il Mali divenisse sede di Africom, il comando militare unificato per l’Africa costituito nel 2007 da Bush e consolidato da Obama. Gli Stati Uniti da anni formano e armano l’esercito locale, al fine di sostenerlo nella battaglia al terrorismo appunto, quello stesso esercito che ha messo a segno il putsch militare e da cui si sono sfilate componenti che si sono poi unite alle organizzazioni ribelli.
Per comprendere dunque la crisi aperta in Mali e nell’intera area Sahelo-sahariana, è importante conoscere la storia coloniale e postcoloniale nella quale si sono prodotte e riprodotte periodicamente le ribellioni delle popolazioni del Nord, nonché aver chiaro il quadro geopolitico ridisegnato nel post 11 settembre 2001 e dominato da imprese transtatali, con la loro capacità di penetrazione delle strutture statali e interstatali.
Mai in passato le popolazioni berbere (Tamasheq o Touaregs) hanno cercato di costituire un potere politico unitario. Le differenti tribù hanno perseguito la riproduzione della vita comunitaria e la sopravvivenza garantendosi soprattutto l’accesso alle risorse economiche. L’indipendenza oggi rivendicata dai ribelli del Nord è un progetto vecchio sessant’anni. La loro rivendicazione ricorda infatti il progetto Organisation commune des régions sahariennes (OCRS), con il quale la Francia, negli anni ’50, sul finire della dominazione coloniale, aveva tentato di recuperare le regioni sahariane di diversi Stati (Niger, Mali, Algérie, Soudan) e di mettere insieme le diverse tribù Tuareg, al fine di mantenere il controllo sulle risorse minerarie dell’area. Tuttavia, a partire dal 1958 i capi tribù e comunità, Tamasheq, Tuareg e arabe, hanno scelto di aderire alla causa indipendentista del Mali, preferendo l’opzione dello stato unitario alla dominazione straniera.
Le ribellioni Tuareg prodotte a più riprese (1963-64, 1989-1991, 2003-2009, e oggi) possono in parte essere analizzate in termini di lotta per il riconoscimento e per l’indigenizzazione dello Stato moderno. Se al principio, quasi certamente contestavano soprattutto la messa in discussione delle proprie forme di potere ed organizzazione di tipo tradizionale, progressivamente il problema della distribuzione delle risorse e dell’accesso ai servizi di base è stato associato a quello del riconoscimento identitario. Tuttavia, la ribellione armata è servita anche a produrre una élite politica, attraverso il reinserimento e la promozione nelle cariche istituzionali di capi che si sono così trasformati in “imprenditori politici”, barattando la destabilizzazione politica e armata con concessioni diverse e con il potere.
Bisogna comunque sottolineare la matrice socio-economica di povertà e miseria, su cui si attivano le continue mobilitazioni sociali e che alimenta il reclutamento nelle organizzazioni armate, in un’area che ancor più terribilmente di altre ha sofferto, per le condizioni climatiche e i ricorrenti periodi di siccità, la pochezza ventennale di un intervento pubblico in grado di assicurare finanche i servizi di base (acqua, salute, elettricità, istruzione) e un avvenire a giovani, spesso analfabeti, così costretti a migrare o a nutrire le fila delle milizie.
Ancora una volta ci si ritova così ad assistere ad una mobilitazione quasi corale degli eserciti di forze alleate straniere nella guerra al terrorismo e a supporto della democrazia. C’è da dire quasi perché l’iniziativa è stata presa per prima dalla Francia, che da sola ha interpretato come un nullaosta all’offensiva bellica la risoluzione 2085 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dello scorso 22 dicembre, che autorizzava – dietro sollecitazione dell’Unione Africana (UA) e della Communauté économique des Etats d’Afrique de l’Ouest (CEDEAO) – un negoziato politico (distinguendo la questione Tuareg dalla costituzione di poli jihadisti) e l’avvio di una “missione internazionale di sostegno al Mali affidata a forze africane” (MISMA), affiancate da quelle occidentali. La sollecitudine francese è da ricondurre all’ansia di una perdita di controllo in un’area che sì ha il proprio marchio coloniale ma che, insieme alle penetrazioni del fondamentalismo islamico, ha progressivamente visto anche quelle americane, ovvero del “fondamentalismo del libero mercato”, per dirla con Harvey. La Francia, come tutta l’Europa, non può rischiare la destabilizzazione del Paese e l’effetto domino in tutta l’area, in ragione delle attività estrattive in essa concentrate e delle immense risorse ancora non sfruttate, che fanno gola a molti.
Tuttavia, la guerra senza fine mossa dall’Occidente contro il terrorismo sta avendo l’effetto paradossale di rafforzare e unire le organizzazioni fondamentaliste, producendo come si legge su Le Monde diplomatique una «autostrada dell’internazionale sovversiva», che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak e la Somalia e attraverso la quale circolano combattenti, idee, tecniche di lotta, armi, in una guerra contro le “nuove crociate”. Si rileva infatti che dal 2001 queste nuove guerre hanno avuto luogo in paesi musulmani – Afghanistan, Irak, Somalia, Libano, Mali, e non dimenticando Gaza. Ma individuando solo nella motivazione cultural-religiosa l’elemento di scontro e lotta si occultano quelli che sono i veri interessi in gioco fra le parti – quelli di una economia mineraria ed espropriatrice – e le strategie di mobilitazione sociale attivate, anti-occidentali da un parte e securitarie e islamofobiche dall’altra.
I problemi con cui adesso il Mali deve confrontarsi non sono solo il jihadismo e la guerra, ma anche i rapporti politici e sociali interni e la riorganizzazione democratica.
Abbiamo raccolto a distanza la testimonianza di un giornalista maliano.
Come può essere letto e interpretato il colpo di stato?
«Qui a parte i governanti, il colpo di stato non ha sorpreso nessuno. Perché l’ imputridimento della situazione aveva raggiunto il parossismo, anche se in fondo non lo si desiderava, perché nel ventunesimo secolo un colpo di stato militare non dovrebbe essere considerato l’ultima soluzione. Se ne parlava già a voce bassa quasi dappertuttuto, soprattutto dopo l’attacco di Menaka il 17 gennaio 2012 da pare del MNLA. Poi sono state le mogli dei militari a Kati che si sono mobilitate in seguito alla tragedia di Aghelhoc per denunciare la gestione di questa crisi da parte di ATT, al punto di fomentare i militari di questo campo.
In realtà il colpo di stato è stato un male necessario, ma sono anche certo che non si sarebbe prodotto senza questa crisi del Nord, crisi che del resto è un corollario del modo di gestire il Paese: cupidigia, sperpero del denaro pubblico, condiscendenza, incapacità di analisi della situazione e incoscienza, quando i vicini si attivavano per gestire al meglio le loro frontiere. Tuttavia, poiché ciò procura del denaro, alcuni governanti si erano anche specializzati in “negoziatori-liberatori” di ostaggi, ovvero in trafficanti, attraverso degli elementi che sono oggi alla testa di alcuni gruppi jihadisti. E peggio, l’esercito ufficiale – questi poveri soldati senza braccia lunghe come hanno detto – è stato emarginato, mal equipaggiato e senza motivazioni, nelle diverse guarnigioni: e come in complicità, i governanti hanno anche accolto dei gruppi armati fino ai denti, offrendogli del denaro (50.000.000 de francs CFA), viveri, e lasciandoli con armi che superavano l’arsenale dell’esercito nazionale. Se i nostri militari non volevano lasciarsi uccidere come topi, bisognava che se la prendessero con il capo delle forze armate! Inoltre, il colpo di stato è stato salutare non solo per il paese che viveva una modalità di gestione tra le più ignobili – con persone che si sono arricchite attraverso le casse del paese, che andavano come sempre tranquillamente comprando voti di scambio elettorale per restare al comando – ma anche e soprattutto per l’esercito che era già sconfitto: i jihadisti li sgozzavano tutti, uno per uno, al fronte!».
Secondo te, quale relazione vi è stata tra il cambiamento al potere e le manovre degli islamisti?
«Evidentemente questo cambiamento è stato favorevole ai jihadisti, poichè dopo il copo di stato, invece di affrontare subito gli occupanti, la classe politica, con delle complicità esterne, si è lanciata e persa in una lotta ridicola per il potere di gestione di un paese che quasi non esisteva più poichè diviso in due. Certo il colpo di stato militare è inimmaginabile e inaccettabile in democrazia, ma poiché la democrazia si esercita in un paese, lo si può fare normalmente in un paese che sta già bruciando? Una marcata incoscienza da parte degli uni e degli altri a non comprendere che ciò veniva dopo il lavoro più urgente da sbrigare! I jihadisti hanno così avuto tutto il piacere e il tempo di armarsi e di ingrossare i loro ranghi e, se la Francia non fosse venuta così velocemente in soccorso, sarebbe stata la fine per tutto il paese, compresi i cosiddetti “politici”».
L’opinione pubblica è divisa riguardo all’intervento straniero, occidentale e africano. Il movimento popolare del 22 Marzo (MP22), nato all’indomani del colpo di stato richiamandosi ai valori della rivoluzione del 26 marzo 1991 contro il regime di Moussa Traoré, lo giudica con sospetto. Membro della Coordination des organisations patriotiques (COPAM), MP22 racchiude un insieme di partiti e movimenti politici, associazioni e organizzazioni della società civile e soggetti indipendenti. Ha dichiarato da subito il proprio sostegno al Comité National de Redressement de la Démocratie et de la Restauration de l’Etat, organo guidato da Amadou Sanogo, capo della rivolta, e opera per sostenere e promuovere la riorganizzazione democratica del Paese.
Riportiamo alcune parti di una intervista rilasciata dalla sua portavoce Rokia Sanogo.
Come giudicate l’intervento delle truppe straniere, francesi e africane?
«La nostra posizione è chiara: sì al rafforzamento dell’esercito maliano per la liberazione del Mali. Durante questi 9 mesi tutte le nostre azioni hano contribuito al rafforzamento materiale e al sostegno morale all’esercito maliano. Faccio presente la nostra forte mobilitazione contro l’ingiustificato blocco al rifornimento di armi all’esercito maliano, che è durato circa sei mesi. (…)
Pertanto, oggi diciamo sì a tutti gli aiuti e supporti (logistica, copertura aerea e consigli) di cui l’esercito maliano ha bisogno per rafforzarsi e poter liberare in maniera efficace le regioni del Nord.
Ma non siamo d’accordo con l’intervento delle truppe straniere al posto dell’esercito maliano. Non siamo d’accordo con coloro che ancora oggi, all’interno e all’esterno del Mali, continuano ad affermare che l’esecito maliano non esiste, per giustificare così l’intervento straniero».
Riguardo alle divergenze tra i diversi raggruppamenti e alle orientamenti politici sulla questione, si potrà arrivare ad una unione per far fronte alla minaccia securitaria?
«É il consenso sulla base delle menzogne che ci ha portato tutti questi problemi. Non si può dunque oggi fare una unione per uscire dalla crisi sulla base della stessa mensogna. Noi rifiutiamo l’utilizzo strumentale della minaccia securitaria per evitare ogni concertazione. Non si può realizzare un’unione senza avere gli stessi obiettivi. Non si può fare un’unione senza parlarsi.
(…) Non si può fare un’unione con i nemici del Mali, che hanno venduto il nord del Mali ai rapitori di ostaggi e ai narcotrafficanti e che sono alleati del MNLA.
Noi siamo per la mobilitazione patriottica del poplo maliano al fianco del suo esercito sulla base della verità!»
Pensa che bisognerebbe ancora realizzare una consultazione nazionale in un Mali in piena guerra?
«La realizzazione di una consultazione nazionale poteva evitare al Mali di essere in piena guerra. Anche oggi, una consultazione nazionale è più che mai necessaria per assicurare una buona gestione della guerra in corso, per trovare delle risposte efficaci alla crisi e per dare più mezzi all’esercito maliano. Ci sono state numerose consultazioni sul Mali senza il Mali e senza il popolo maliano. Anche in piena guerra la CEDEAO si consulta sul Mali e perchè noi maliani non possiamo confrontarci?».
Per scongiurare un nuova guerra senza fine è dunque necessario che le forze sociali del Mali si riorganizzino, contrastando le ingerenze e strumentalizzazioni internazionali e rispondendo ai bisogni e problemi socio-economici che sono alla base di questa complessa crisi.
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venerdì 18 gennaio 2013
La stupida guerra
di Tonino D'Orazio
Ci risiamo, si ricomincia
con i “terroristi” da massacrare a casa loro. Il Mali, area sub
sahariana. I Touareg e le altre popolazioni nomade dell’area non
hanno mai accettato le frontiere geometriche a grandi linee imposte
dai colonialisti francesi e dagli inglesi per il resto dell’Africa.
La guerra di religione,
utile alla sottrazione del petrolio alle popolazioni indigene,
continua tramite l’assalto all’islam. Ormai esiste una autostrada
di questa guerra che va dal Pakistan al Sahel, passando per l’Irak
e la Somalia. Su questa autostrada circolano combattenti, idee,
tecniche di guerra e armi per tutti quelli che vogliono lottare
contro “i nuovi crociati”. Si rafforzano culturalmente proprio
gli elementi che alla rinfusa ci fanno considerare tutti
“terroristi” di Al-Qaida, mentre man mano perdiamo tutte le
guerre.
Gli islamisti, spesso
quelli più intransigenti, si sono fortemente rafforzati. In Pakistan
sono al governo. In Afganistan dove la partenza delle democratiche
truppe occidentali, in zona da più di 12 anni, porterà il ritorno
dei “talebani” (termine nostro. Contro l’occupazione sovietica
si chiamavano “mudjaidin del popolo”). Per non dire che i
talebani che hanno vinto li chiameranno “pastun”. Missione
compiuta?
Poi c’è l’Irak, dove
regna la migliore democrazia del mondo dopo quella americana
s’intende. Però ci sono voluti due milioni di morti, un paese
completamente distrutto, un governo fantoccio nascosto nei bunker,
una situazione di povertà da periodo di guerra e dopo-guerra senza
ricostruzione. Anche qui, 12 anni. Difficile andare via senza
garantirsi, anche militarmente, i pozzi di petrolio. Mai gli
islamisti schiiti sono così vicino al consenso popolare. Prima non
c’erano.
Su questa autostrada c’è
un primo intoppo difficile da digerire, l’Iran (che speriamo si
doti presto della dissuasiva bomba atomica, come i suoi vicini) e un
altro che forse presto verrà rimosso, la Siria. Nel primo, islamisti
di ferro, nel secondo sono messi in difficoltà dalla sovversione
occidentale i sunniti, islamisti moderati e crescono gli schiiti.
A fianco c’è il
Libano, in guerra civile latente, a volte attiva a volte sotterranea,
da 40 anni. Vi sono cristiani maroniti, musulmani sunniti e schiiti.
Paese dove si scontrano anche influenze occidentali come quella
francese (seconda lingua del paese) e quella onnipresente
anglo-americana. Da un po’ anche turca.
Poi c’è Gaza. Qui la
guerra di religione ha caratteristiche assolutamente naziste.
Espansione della propria razza e religione e eliminazione degli
occupanti. Come mai si rafforza sempre di più Hamas?
Qualcuno ricorda la
Somalia? Con molti cristiani (retaggio coloniale italo-vaticano) in
diminuzione e con islamisti (“signori della guerra”) agguerriti
(magari con armi italiane. Ilaria Alpi?) e padroni di parte del paese
e di varie città. Lì mi sembra che siamo fuggiti insieme agli
americani. La storia è in atto.
Tralascio tutta la parte
della penisola arabica e dei vari paesi insiti. Tutti islamici, ma
per fortuna senza parlamenti e nostri carissimi amici. Il velo e il
burqa regnano sovrani. Sono islamici non pericolosi.
L’Egitto. Qui comincia
il nuovo. Era uno stato abbastanza laico. Non parlo del governo
caduto e del dittatore. Non stupisce nessuno che tutti questi paesi
islamici, in un modo o in un altro sono gestiti da dittatori, da re o
da emiri? Quelli amici sono buoni, quelli recalcitranti sono cattivi,
quindi terroristici, quindi di Al-Qaida, quindi eliminabili, anche
fisicamente. La vittoria democratica dei fratelli musulmani, eroica
resistenza alla dittatura, modifica la costituzione rivoluzionaria e
riporta il paese nelle mani degli islamisti intransigenti. Di quale
primavera si trattava? Cosa volevano ottenere i servizi segreti
anglo-americani dalla partenza di Mubarak fomentando le piazze da
mesi?
Vale la pena parlare
della Libia? È ancora un paese interessante? Hanno vinto le tre più
grandi tribù islamiche che si stanno dividendo il paese bombardato.
A noi cosa importa? Noi italiani abbiamo addirittura salvato una
piccola percentuale di petrolio con così poco impegno.
La primavera tunisina.
Ancora in atto e senza sbocca da più di un anno. Anche lì si sono
ricompattati i Fratelli musulmani. E’ un paese democraticamente nel
caos, situazione delle migliori per lo sviluppo delle religioni
radicali.
A fianco c’è
l’Algeria, un “protettorato” economico francese. La rivolta non
è mai sopita da anni e resistenze religiose e politiche continuano
massacri indicibili. Un po’ di più nelle aree sahariane.
Il Marocco è tranquillo,
se non fosse per una sua sotterranea guerra al popolo Sawali. Popolo
che ritiene il Sahara più occidentale la propria patria
storico-etnica. La religione musulmana e il re regnano sovrani. C’è
stato un piccolo accenno ad aperture politico-sociali per
eventualmente calmare le acque delle primavere nord africane. Nulla
di più.
A sud di questi paesi ci
sono i nomadi, in gran parte Touareg che ritengono il Sahara intero
la loro patria e sono quindi trasversali e senza frontiere. Sono
musulmani della prima ora nella storia e non hanno mai accettato le
occupazioni.
Tralascio la guerra dei
Balcani, la situazione nigeriana e del centro africa. Non sono solo
scontri economici. Troppo facile.
Qual è la sintesi di
questa riflessione, se non il concetto che, paradossalmente, tutte le
guerre e le spedizioni militari che l’occidente ha prodotto contro
il “terrorismo”, in tutti i paesi islamici, hanno rafforzato
semplicemente le organizzazioni che volevano distruggere. E sono
sempre dovuti scappare, certo tentando di “salvare la faccia”.
Tutto quello che ci hanno raccontato, stabilizzare la situazione, la
democratizzazione erano false e tali si sono rivelate. Anzi possiamo
notare che tutte queste spedizioni coloniali ci hanno portati ad una
maggiore insicurezza, a più controlli, più sorveglianza e perciò a
meno libertà fondamentali.
Vale anche per la guerra
in Mali e la prossima che verrà. Tanto noi siamo sempre meglio
equipaggiati e in buona compagnia.
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