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martedì 4 settembre 2018

Deutsche Bank Cola a Picco – Tutti Zitti e Muti

di Massimo Bordin (da Micidial.it)


E mentre l’esercito degli antitaliani che quotidianamente sfogano su twitter i loro infantili istinti repressi contro il cattivo paese che non li avrebbe sufficientemente gratificati da piccoli, la tedeschissima Deutsche Bank crolla miseramente in Borsa con un rischio default che supera quello dello stato italiano. Oggi il titolo germanico esce persino dall’indice internazionale Eurostoxx 50.
Come non sapete di che si tratta? E’ solo la più grande banca tedesca, anzi, europea: un mostro che presta soldi potenzialmente a 82 milioni di abitanti, capofila di una nazione che guida la Ue e che ci ordina di fare (a noi…) i compiti a casa. Vi sfido a trovare googlando o sui giornali italiani articoli approfonditi e che mettano in giusto risalto l’incredibile situazione di Deutsche Bank. Se una banchetta con 5 sportelli del credito agricolo di Vergate sul Membro in Brianza ne chiude uno, da Bruxelles a Londra tutti si stracciano le vesti e parlano di un paese fallito, in svendita, sul quale non bisogna investire nemmeno un soldo bucato. Se Deutsche Bank va verso la chiusura, tutti a fare spallucce. Dopo pesanti tagli al personale e trimestri catastrofici sono arrivati gli aumenti di capitale, già bruciati. La banca tedesca sono ben 4 anni che chiude in perdita e la Merkel proverà la fusione con qualche altro colosso tedesco, come Commerzbank, nella speranza di salvare capra e crauti.
Perché succede questo? Cosa hanno fatto di così malvagio gli amministratori del maggior istituto europeo per meritarsi questa fine? Semplice: si sono negli anni trasformati da banca commerciale a banca d’investimento speculativo. Abbandonati i grandi investimenti industriali grazie al clima di deregulation, dagli anni 90 DB ha iniziato coi derivati e le solite menate alla Lehman Brothers ed i risultati arrivano oggi, con una crisi di liquidità senza precedenti. Se l’euro crollasse nell’anno del Signore 2018 – cosa assai improbabile – la causa andrebbe cercata nei tedeschi di Deutsche Bank, e niente altro.

giovedì 5 ottobre 2017

Il voto tedesco accelera la crisi europea. Recuperiamo la sovranità nazionale per difendere la democrazia



Dopo le elezioni in Germania si corre verso una nuova crisi dell'eurozona: per contrastare da una parte le suicide imposizioni autoritarie delle istituzioni europee e l'austerità imposta dai mercati finanziari, e dall'altra la montante onda dei nazionalismi xenofobi, l'unica possibilità di riscossa democratica è quella di difendere strenuamente gli interessi nazionali ripristinando la sovranità delle istituzioni elette dai cittadini.
 

di Enrico Grazzini da Micromega

Le elezioni tedesche e la fine delle illusioni europeiste

Nonostante i roboanti discorsi dell'ex banchiere Rothschild ed attuale presidente francese, Emmanuel Macron, e del premier italiano Paolo Gentiloni sulla “rifondazione europea”, il destino dell'eurozona appare sempre più cupo. Macron e Gentiloni possono declamare finché vogliono le magnifiche e progressive sorti dell'Europa vendendo illusioni europeiste con l'intento di distrarre i loro popoli dalla distruzione dello stato sociale e dalle controriforme del mercato del lavoro che i due leader stanno imponendo ai loro paesi.

Tuttavia, a parte i proclami franco-italiani, non la Francia e tanto meno l'Italia saranno determinanti per l'avvenire dell'Europa e della moneta unica: sarà sempre e solo la Germania a decidere del futuro dell'Unione Europea e dell'euro. E gli ultimi risultati elettorali indicano chiaramente una volta di più che – dopo lo spietato assoggettamento della Grecia – la Germania punterà a sganciarsi da qualsiasi vincolo europeo e a soddisfare esclusivamente i suoi interessi nazionalistici a scapito delle altre nazioni dell'eurozona.

La sorpresa che ha guastato le pur ostinate illusioni europeiste viene dalla Germania, proprio dal centro di gravità dell'Europa. Quasi tutti gli osservatori politici questa volta sono d'accordo: il nuovo probabile governo “giamaica” formato dai popolari, dai liberali e dai verdi, e guidato dalla inossidabile (anche se indebolita) Merkel, sarà ancora più inflessibile e duro di quello precedente verso le prospettive europeiste e in particolare verso i paesi mediterranei. Non avrà alcuna volontà di perseguire politiche europee di ampio respiro e di attuare politiche espansive. Non vorrà assolutamente mai mutualizzare i debiti e correre il rischio di trasferire risorse verso i “pigri e indolenti” paesi bagnati dal Mediterraneo. In una parola: nessuna volontà di cooperazione.

La Germania continuerà senza alcun dubbio ad avere record mondiali di avanzo commerciale, continuerà a fare una politica economica ultrarestrittiva che porta ad attivi di bilancio pubblico, e continuerà così ad esportare deflazione e disoccupazione in tutta Europa e nel mondo. Non ci sarà alcun accordo con Macron sulle sue richieste di una Europa più espansiva e più unita anche sul piano fiscale e politico: al massimo il nuovo governo Merkel riuscirà (forse) ad accordarsi con Macron per nominare un ministro del Tesoro europeo guardiano delle finanze dei paesi debitori, e soprattutto per condividere i costi del nucleare francese e delle avventure militari all'estero, e limitare drasticamente i flussi migratori dall'Africa e dall'Asia.

La nuova Germania che esce da queste elezioni è sempre più spostata a destra – grazie all'affermazione del partito AFD – e dichiaratamente nazionalista e anti-europea: nel nuovo probabile governo giamaica solo i verdi sono dichiaratamente pro-Europa. Però saranno costretti a puntare più sull'ecologia e sulle auto elettriche che sull'Europa unita. Tuttavia è dubbio che la prevedibile crescente durezza teutonica darà dei frutti: sarà difficile per il nuovo governo tedesco proseguire ancora più tenacemente nel soffocamento dei paesi debitori senza provocare nuove e più accese rivolte.

La moneta unica è stata fin dall'inizio basata sul dogma della libera e incontrollata circolazione dei capitali finanziari globali che mirano a sfruttare come parassiti le risorse economiche nazionali sfruttando i debiti dei Paesi più deboli. In questo contesto l'eurozona è diventata l'unione tra paesi creditori e paesi debitori. Un'unione monetaria snaturata e impossibile, gestita attraverso politiche neo coloniali di austerità che hanno come obiettivo la resa completa dei debitori, la svalutazione del lavoro e dei capitali produttivi nazionali, la spoliazione dei contribuenti, il depauperamento dei ceti medi dei paesi periferici. In una parola, questa eurozona serve ormai gli interessi puramente finanziari ed è molto utile ai paesi più forti per sottomettere quelli più deboli e impossessarsi delle loro risorse. A causa del risultato delle elezioni in Germania l'eurozona diventerà una camicia di forza ancora più stretta.

La convergenza dei paesi europei è diventata divergenza. Le diseguaglianze aumentano.

L'Unione Europea e l'eurozona sono nate per fare convergere le economia dei diversi paesi europei. Ma le diseguaglianze dentro e tra i Paesi dell'eurozona aumentano e non si riducono, come ha riconosciuto a chiare lettere e con dati statistici alla mano perfino Benoît Cœuré, membro dell'Executive Board della BCE.

Cœuré ha affermato “che non esiste quasi alcuna convergenza - misurata in termini di PIL pro capite - sin dai primi anni '90 tra i 12 Stati membri dell'area dell'euro che si sono uniti prima del 2002. E di recente abbiamo anche visto una vera e propria divergenza - certamente uno sviluppo preoccupante per una moneta unione. ...Le differenze nei livelli di reddito reale rimangono elevati e possono anche crescere... Senza prospettive credibili di recuperare i paesi con reddito più elevato, alcuni potrebbero mettere in discussione i vantaggi dell'appartenenza all'unione monetaria. In altre parole, senza una reale convergenza, non potremmo garantire la promessa che abbiamo fatto quando l'euro è stato introdotto, cioè che avrebbe portato prosperità e opportunità”. 1

Per salvare l'euro e il sistema finanziario europeo la BCE ha inondato di liquidità le grandi banche con il suo programma di Quantitative Easing da 2 triliardi (migliaia di miliardi) di euro. La BCE sta comprando i titoli di debito degli stati europei e le obbligazioni delle maggiori corporations europee (come in Italia ENEL, ENI, Telecom). La BCE sta in effetti creando una bolla finanziaria che arricchisce solo gli operatori finanziari che scommettono in borsa e negli altri mercati finanziari e valutari; tuttavia la BCE non è riuscita a risollevare l'economia reale, cioè a rilanciare consumi e investimenti. Ora si lamenta perfino che (proprio a causa della sua politica) i salari non sono cresciuti abbastanza da rilanciare la domanda! La bolla finanziaria creata dal Q.E. prima o poi è destinata a scoppiare coinvolgendo nella crisi anche gli stati creditori.

L'architettura della moneta unica impedisce alla BCE di intervenire per monetizzare direttamente il debito degli stati in difficoltà e sottrarli così alla speculazione finanziaria; inoltre impedisce alla BCE di finanziare direttamente l'economia reale. Così, quando – prevedibilmente entro il prossimo anno – finirà il programma di espansione monetaria della BCE di Mario Draghi, ovvero quando Draghi smetterà di acquistare i titoli di stato dell'eurozona, la grande finanza internazionale potrà speculare senza più limiti sui debiti nazionali e colpire gli stati più esposti. Il problema è che, come ha scritto a chiare lettere Joseph Stiglitz, l'euro è una moneta insostenibile – a meno che, ha aggiunto lui, non ci sia la volontà politica di riformare strutturalmente l'eurosistema; ma questa volontà manifestamente manca del tutto -2.

Sindacati e Confindustria favorevoli all'euro che però soffoca le attività produttive e il lavoro.

E' paradossale ma, nonostante la palese crisi strutturale dell'eurozona, gran parte degli intellettuali e delle istituzioni della produzione e del lavoro continuano a rimanere ancora testardamente fedeli alle illusioni sulla moneta unica. Sindacati e Confindustria sembrano essere afflitti dalla sindrome di Stoccolma verso quel sistema dell'euro che in pochi anni ha tolto all'Italia il 25% della sua capacità produttiva e ha portato la disoccupazione ai livelli massimi. Con il Fiscal Compact l'economia italiana verrebbe poi distrutta.

Non si comprende perciò perché quasi tutta l'intelligenza italiana - come, per fare dei nomi, Sergio Fabbrini, docente della LUISS, l'università della Confindustria, che vorrebbe una Europa più sovranazionale e meno intergovernativa (ovvero una Europa che non esisterà mai) o come Alberto Quadrio Curzio, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, che vorrebbe l'espansione degli investimenti europei (quando la Germania invece punta a contrarli) - continuino a illudersi e a illudere sulla possibilità di creare un'Europa più ricca ed equilibrata, mentre essa è invece egemonizzata dai concorrenti tedeschi e francesi.

Non si comprende come la confindustria e i sindacati, ma anche e soprattutto la sinistra, continuino a santificare l'Europa e l'euro, a illudersi di riuscire a farli diventare benevoli fattori di sviluppo e di crescita. Sindacati e Confindustria, in quanto rispettivamente rappresentanti (nel bene e nel male) del lavoro e del capitale industriale, dovrebbero invece difendere con vigore l'economia nazionale, le forze produttive, l'occupazione, senza subordinarsi agli interessi della finanza predatoria e al nazionalismo tedesco e francese.

I crediti germanici del Target 2 e il debito italiano

Il paradosso è che l'euro rischia di crollare addosso anche alla ricca Germania. Il Target 2 – il sistema dei pagamenti e di compensazione utilizzato dalle banche dell'eurozona – vede la Germania in credito (crescente) verso le altre nazioni dell'euro di ben 835 miliardi di euro – l'Italia ha invece un debito di 430 miliardi, anch'esso in crescita –. La Bundesbank ha il timore (peraltro in parte giustificato) di finanziare attraverso il Target 2 i deficit degli altri paesi europei, e, nel caso di una nuova probabile crisi, di non recuperare mai più centinaia di miliardi.

L'euro è intrinsecamente fragile e alla lunga si rivelerà controproducente per gli stessi creditori, Germania in primis.

Non a caso il tabù della moneta unica irreversibile – come scudo per i Paesi europei di fronte alle crisi – sta crollando. Il liberale Christian Wolfgang Lindner, ministro in pectore delle finanze tedesche, ha già affermato che non è più disposto a finanziare con fondi europei la Grecia e gli altri paesi debitori, e che è piuttosto preferibile che questi escano dall'euro. Probabilmente molti del costituendo governo tedesco preferirebbero perfino concordare lo scioglimento dell'euro – e questo non sarebbe male, anzi! – pur di non accollarsi il peso di una nuova crisi.

La fine dell'euro “strutturalmente insostenibile” – già preconizzata da Joseph Stiglitz nel suo libro sull'euro – potrebbe essere vicina. 3
E' per questo motivo che Mario Draghi ritarda continuamente la fine del Q.E.

La situazione è confusa e incerta. Ma un fatto è certo. Di fronte all'irrigidimento nazionalistico di Germania e Francia, di fronte alla caduta delle illusioni europeiste, occorre riconoscere finalmente che bisogna innanzitutto salvaguardare con grande vigore e forza i nostri interessi nazionali. Recuperare la sovranità (che è potere decisionale autonomo) significa recuperare anche la democrazia, ovvero il potere dei cittadini di decidere, senza delegare a istituzioni sovranazionali e intergovernative (incontrollabili e incontrollate) il proprio destino.

La legge di bilancio di Padoan: l'Italia corre il pericolo di fare la fine della Grecia

I conti sono semplici ma spietati. La crescita reale del PIL italiano è attualmente di 1,5%, l'aumento dell'inflazione è pari a 0,8%, quindi noi cresciamo nominalmente del 2,3%, mentre il tasso di interesse che paghiamo ai mercati finanziari è del 3%. Questo significa che la nostra crescita reale e il tasso di inflazione non bastano a ripagare l'interesse sul debito pubblico e che dobbiamo indebitarci sempre di più per ripagare una posizione debitoria che continua a crescere.

Una situazione disastrosa che il grande economista americano Hyman Minsky descriveva come “la condizione Ponzi”, che porta dritto al crack finanziario. Una condizione ancora più grave se si considera che, come ha dimostrato Marcello Minenna in un recente articolo sul Financial Times, dal marzo 2015 al giugno 2017 circa 250 miliardi hanno lasciato l'Italia per essere investiti all'estero4. Ovvero gli investitori italiani e stranieri fuggono dall'Italia temendo il crollo. La fuga di capitali verso l'estero vale molto di più del saldo positivo della bilancia commerciale (50 miliardi). Quindi l'economia nazionale continua a perdere euro.

Per diminuire il debito pubblico il nostro ineffabile ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, nel Documento di economia e finanza (DEF) che prepara la prossima (assolutamente invotabile) legge di bilancio, ha programmato per i prossimi anni un saldo positivo tra entrate e spese pubbliche (il cosiddetto avanzo primario) pari al 3,5 % del PIL. Si tratta di un gigantesco e insopportabile salasso. Da due decenni ormai l'avanzo primario italiano – che segnala il fatto gravissimo che i contribuenti pagano più tasse di quanto lo stato spende per i servizi ai cittadini, cioè che lo stato depreda i cittadini per pagare il sistema finanziario – vale circa l'1-2% del PIL (dai 20 ai 30 miliardi circa). Questi avanzi non sono però sufficienti a coprire il debito dello stato e quindi lo stato è stato costretto a chiedere soldi al mercato finanziario per coprire gli oneri del debito stesso (circa 60-80 miliardi all'anno).

Per rompere il circolo vizioso, l'ineffabile Padoan intende fare crescere l'avanzo primario dal 1,7% del 2017 al 3,5% circa del PIL del 2020. Ovvero: più entrate e meno spese, cioè più tagli alla spesa sociale, più privatizzazioni dei beni comuni e anche più tasse! In questo modo i contribuenti dovrebbero pagare ogni anno ai creditori dello stato circa 67 miliardi all'anno per servire il debito pubblico e fare in modo che non aumenti. Una somma enorme che deriverebbe da ulteriori riduzioni selvagge a sanità, istruzione, pensioni, ecc e, certamente, dall'aumento della pressione fiscale.

Ma anche questo piano suicida è destinato a fallire miseramente dal momento che ogni taglio alla spesa pubblica comporta anche una più che proporzionale diminuzione del PIL (moltiplicatore keynesiano negativo). Vale a dire che i tagli peggiorano la situazione economica. E' così assolutamente prevedibile che il debito pubblico sul PIL continuerà a crescere, e che l'Italia dovrà sopportare una nuova condizione di grave crisi finanziaria (e sociale).

Non a caso anche il segretario del PD Matteo Renzi è entrato in conflitto con la politica di Padoan e con il suo furore europeista: Renzi, da politico consumato, ha compreso che i progetti di Padoan sono un suicidio economico compiuto sull'altare della servile subordinazione all'Europa, e che per cercare di conquistare l'elettorato e tentare di mantenersi in sella al governo occorre al contrario fare politiche espansive e cominciare a contestare le politiche europee.

Sovranità nazionale e sovranità monetaria
Nel mondo si assiste al contrasto sempre più acceso tra la globalizzazione incontrollata guidata dai capitali speculativi e il nazionalismo più bieco e sciovinista. Non si può ovviamente approvare né la globalizzazione finanziaria né lo sciovinismo commerciale e culturale. Ma occorre prendere atto che la grande finanza è per sua natura cosmopolita e “internazionalista”, mentre il lavoro ha forti radici nazionali: è un dato di fatto imprescindibile che le lotte del lavoro per la democrazia e per i diritti sociali si svolgono quasi esclusivamente dentro i confini dello stato nazionale. E' inoltre un dato di fatto che la neo-colonizzazione monetaria non solo attacca il lavoro ma svalorizza anche il capitale produttivo nazionale. La lotta per la democrazia e il progresso non può quindi che fondarsi innanzitutto sulla difesa dell'interesse nazionale sia sul piano economico che politico.

La difesa della sovranità nazionale dovrebbe essere il primo obiettivo delle forze progressiste e della sinistra democratica, mentre al contrario sembra che esse da tempo abbiano rinunciato alla salvaguardia degli interessi nazionali, forse per paura di confondersi con la destra sciovinista e razzista. Ma questo timore è assurdo: per esempio, destra e sinistra hanno entrambi votato contro la controriforma della Costituzione di Renzi, ma a nessuno è saltato in mente di pensare che le loro politiche convergano. La difesa dell'interesse nazionale dalle imposizioni di istituzioni europee non elette e dalle scorrerie del capitalismo speculativo non dovrebbe essere appannaggio della destra ma della sinistra. Senza riconquistare sovranità a livello nazionale è impossibile ricominciare a costruire una Europa cooperativa.

Con la svolta a destra della Germania, è possibile fare una previsione: tutti i grandi riformatori idealisti di sinistra, da Tsipras a Varoufakis, alla sinistra spinelliana, ai verdi europei, dovranno ben presto rinunciare a ogni bel sogno di riformare … tutto il continente! Le forze progressiste non sono riuscite a sconfiggere l'austerità nel loro Paese e hanno lasciato le classi più svantaggiate in mano alle retoriche nazionaliste delle destre scioviniste e xenofobe, dichiaratamente anti-europee. L'ondata di destra è pericolosa e crescente. E' ora che le forze progressiste riprendano a difendere gli interessi nazionali e popolari, altrimenti le destre domineranno definitivamente la scena politica.

Senza l'intervento deciso e massiccio dello stato, senza forme di moneta nazionale, senza una banca pubblica di sviluppo, senza investimenti pubblici, senza un Piano del Lavoro, senza politica industriale, non si esce dalla crisi. Se vogliamo risolvere la crisi occorre che le questioni della sovranità nazionale, della sovranità monetaria, della democrazia e della finanza – tutte strettamente collegate tra loro – tornino a essere centrali per realizzare a livello nazionale una politica di sviluppo sostenibile. In quest'ambito la sovranità monetaria gioca un ruolo fondamentale che non si può sottostimare. Per sostenere questa tesi vorrei qui citare alcune fonti autorevoli e autorevolissime.

Abramo Lincoln: «Il governo […] non ha necessità né deve prendere a prestito capitale pagando interessi come mezzo per finanziare lavori governativi e imprese pubbliche. Il governo dovrebbe creare, emettere e far circolare tutta la valuta e il credito necessari per soddisfare il potere di spesa del governo e il potere d’acquisto dei consumatori. Il privilegio di creare ed emettere moneta non è solamente una prerogativa suprema del governo, ma rappresenta anche la maggiore opportunità creativa del governo stesso. […] La moneta cesserà di essere la padrona e diventerà la serva dell’umanità. La democrazia diventerà superiore al potere dei soldi»5,

Mayer Amschel Rothschild: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi.6

W. L. Mackenzie King, primo ministro canadese 1935-1948. "Se una nazione perde il controllo della moneta e del credito, non importa poi nulla chi fa le leggi. Fino a quando il controllo della moneta e del credito non viene recuperato dal governo e riconosciuto come la sua responsabilità più sacra, tutti i bei discorsi sulla sovranità del parlamento e della democrazia sono assolutamente inutili”7.

Luciano Gallino: “Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro . Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. … Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili. Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE”8.

Ricordo che Luciano Gallino ha promosso insieme a un gruppo di intellettuali ed economisti – me compreso – il progetto di moneta fiscale che costituisce un primo ma decisivo passo verso la ripresa della sovranità monetaria. Per dirla con le parole di Gallino: “La questione centrale è che questa proposta di moneta fiscale rappresenta nella UE il primo tentativo concreto di togliere alle banche il potere esclusivo di creare denaro in varie forme, per restituirlo almeno in parte allo stato. E’ una delle maggiori questioni politiche della nostra epoca”.

Infine in un libro appena pubblicato “Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World” William Mitchell e Thomas Fazi si propongono di dimostrare che la sovranità nazionale è indispensabile per contrastare la globalizzazione che arricchisce l'1% e impoverisce i popoli9.

“La lotta per difendere la sovranità e la democrazia dall'attacco della globalizzazione neoliberale è l'unica base sulla quale può essere rifondata la sinistra (e può anche venire contrastata con successo la destra nazionalista). Considerando la guerra costante che il neoliberismo conduce contro la sovranità, non dovrebbe sorprenderci il fatto che la questione della sovranità sia diventata il problema principale e il quadro di contesto della politica contemporanea... Lo svuotamento della sovranità nazionale e la compressione dei meccanismi di democrazia popolare – ovvero il processo definito spesso come “depoliticizzazione” – sono elementi essenziali del progetto neoliberista, finalizzato ad isolare le politiche macroeconomiche dalla critica popolare e a rimuovere qualsiasi ostacolo ai flussi commerciali e finanziari... Il fatto che la richiesta di sovranità nazionale sia stata al centro delle campagne di di Donald Trump e della Brexit, e che attualmente domini il discorso pubblico, che abbia un carattere reazionario e quasi-fascista – dal momento che la sovranità è definita in gran parte lungo linee etniche, xenofobe e autoritarie – non dovrebbe impedirci di rivendicare la sovranità nazionale in quanto tale. La storia dimostra che la sovranità nazionale e l'autodeterminazione nazionale non sono concetti intrinsecamente reazionari e necessariamente collegati a una ideologia di patriottismo guerrafondaio: in effetti sovranità nazionale e autodeterminazione nazionale sono state le parole d'ordine dei socialisti del diciannovesimo e ventesimo secolo e dei movimenti di liberazione di sinistra … Sarebbe un errore grave cercare di comprendere come Trump abbia sedotto i lavoratori considerando solo che questi siano imbevuti di ideologia di estrema destra. In realtà le classi lavoratrici si sono semplicemente rivolte agli unici movimenti e ai partiti che (finora) hanno promesso di proteggerli dai brutali processi di globalizzazione neoliberista (anche se ovviamente è assai discutibile che questi partiti possano o vogliano veramente mantenere la promessa)”.

Secondo Mitchell e Fazi per riconquistare la sovranità politica e la democrazia è indispensabile recuperare anche e soprattutto la sovranità monetaria.

NOTE


1 “Convergence matters for monetary policy” Speech by Benoît Cœuré, Member of the Executive Board of the ECB, at the Competitiveness Research Network (CompNet) conference on "Innovation, firm size, productivity and imbalances in the age of de-globalization" in Brussels, 30 June 2017
2 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” Einaudi, 2017
3 Joseph Stiglitz “L'euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell'Europa” già citato
4 Marcello Minenna “The ECB’s story on Target2 doesn’t add up” Financial Times, 14 settembre 2017
5 A. Lincoln, in R.L. Owen, «National Economy and the Banking System of the United States», 76th Cong., 1st sess. Senate Doc. 23, United States Govt. Print. Off., Washington D.C. 1939.
6 Frase attribuita a Rothschild e citata in Monetarists Anonymous, Economist.com, 29 settembre 2012.
7 Citato da Sergio Cesaratto “Sovranità monetaria e democrazia” Economia e politica, 11 giugno 2011
8 Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.
9 William Mitchell e Thomas Fazi ““Reclaiming the State. A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World”, Pluto Press 2017. La traduzione in italiano delle frasi citate è responsabilità mia.

mercoledì 19 ottobre 2016

Viva il nazionalismo democratico. Contro l'ideologia dello stato federale europeo

di Enrico Grazzini da Micromega
 

Ebbene sì, lo confesso: sono un convinto nazionalista! La grande maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca più Europa per uscire dalla crisi in cui l'Unione Europea è precipitata: chiede una Europa federale perché teme il ritorno dei nazionalismi nel vecchio continente. Per combattere il risorgere degli spettri del nazionalismo molti (soprattutto a sinistra) chiedono più UE e più federalismo. A mio parere la rottura dell'eurozona prima o poi è inevitabile e la UE dell'euro è entrata in coma politico. Occorre allora innanzitutto difendere decisamente l'interesse nazionale. E introdurre anche forme di autonomia monetaria.

La battaglia contro lo sciovinismo e la xenofobia è sacrosanta e la minaccia è purtroppo tanto reale quanto pericolosa. Credo però che siano proprio le politiche liberiste e neo-colonialiste della UE ad alimentare il peggior nazionalismo, a gettare benzina sul fuoco del populismo. E' la feroce e inutile austerità dell'euro che genera, per reazione difensiva, il nazionalismo esasperato. E quindi penso che occorra contrastare apertamente l'Unione Europea, la moneta unica per 19 diversi Paesi, e l'ideologia federalista che legittima la UE e l'eurozona, la sostiene e la promuove.

Il sogno federalista degli Stati Uniti d'Europa è condiviso in Italia da un ampio schieramento, che va dalla Confindustria ai sindacati, da settori del centro-destra al centro-sinistra e alla sinistra: ma è una fantasticheria del tutto irrealistica. Germania e Francia non rinunceranno assolutamente mai (e insisto: proprio mai!!!) alla loro sovranità per condividerla con altri paesi, e non si sobbarcheranno mai i debiti dell'Europa del sud! Inoltre l'Europa federata sarebbe anti-democratica: infatti comporterebbe una centralizzazione estrema del potere statale. La guida sarebbe inevitabilmente tedesca. L'utopia degli Stati Uniti d'Europa è quindi, oltre che fantastica, intrinsecamente autoritaria.

Gli Stati Uniti d'Europa sono un sogno ma, se questo per assurdo si avverasse, diventerebbe un incubo: l'Europa unita sarebbe dominata dalla Germania. Per contrastare questa UE e il suo fanatico programma di attacco ai diritti sociali e alla spesa pubblica, occorre promuovere con forza il nazionalismo democratico, il nazionalismo partecipativo, l'unico realmente rispettoso della sovranità popolare. Infatti la sovranità del popolo non si esercita mai al di fuori delle frontiere territoriali, linguistiche e culturali degli stati nazionali.

Susan Strange, l'economista donna che per prima denunciò il casinò capitalism, aveva già indicato che tutte le strutture sovranazionali nate dai governi (anche quelle più necessarie e utili, come l'ONU) non sono mai realmente al di sopra delle nazioni, ma sono sempre lo schermo dell'egemonia delle nazioni più forti[1]. L'ONU è dominata da Usa, Russia e Cina mentre la UE dalla Germania riunificata, con l'alleanza complice e subalterna della Francia di Francois Hollande.

La Strange aveva già previsto anche l'insostenibilità dell'euro. Una moneta unica – che impone a 19 diversissimi paesi europei un unico tasso di interesse, un unico tasso di cambio, e una unica politica di regolazione della massa monetaria e del credito bancario – è infatti palesemente assurda. Da qui la necessità di recuperare forme sostanziali di sovranità nazionale, e anche di sovranità monetaria, grazie (come vedremo) alla moneta complementare.

La sovranità popolare non si esprime mai al di fuori delle istituzioni che gli stessi popoli si sono dati, e non si esercita certamente nelle istituzioni intergovernative. La storia non può essere scavalcata: le nazioni sono state costruite in secoli di lotte e di compromessi sociali; e dentro i confini nazionali sono nate le democrazie e il welfare. L'Unione Europea si propone proprio di cancellare le autonomie nazionali, le sovranità statali, in nome della libertà dei capitali e della deregulation.

Il progetto di un'Europa federale vorrebbe sorpassare la sovranità dei singoli stati per trasferirla a istituzioni centralizzate a livello europeo. Questa UE dimostra chiaramente di essere il “comitato d'affari della borghesia”, anzi della grande finanza parassitaria. Perché volerla rafforzare?

Il neo-colonialismo non si esprime più, in Europa come in altre parti del mondo, a livello militare e politico, e con l'occupazione territoriale, ma si afferma utilizzando strumenti monetari e finanziari. Il neo-colonialismo toglie moneta ai paesi subalterni e specula sul loro debito. Il nuovo capitalismo speculativo non produce niente, ma come un vero e proprio parassita si alimenta delle attività produttive e del lavoro altrui. Chi non si sottomette viene tagliato fuori dal mercato mondiale dei capitali, non ha più accesso ai mercato finanziari (ricordate l'Argentina e la crisi del 2001?). Chi tenta di ribellarsi è privato della moneta (ricordate la Grecia, quando la BCE chiuse il rubinetto dei bancomat una settimana prima del referendum?).

Il progetto di un'Europa politicamente omogenea e federata non solo è impraticabile e anti-storico ma è anche intrinsecamente autoritario. Mi sfugge come lo stato federale europeo potrebbe decidere con giustizia ed efficacia contemporaneamente sull'agricoltura finlandese, l'industria francese, l'energia atomica in Germania e quella a carbone in Polonia. Mi sfugge come e perché i cittadini italiani, per esempio, dovrebbero essere coinvolti nelle decisioni relative alle politiche portoghesi; e come 28 Paesi potrebbero decidere a maggioranza quale politica estera avviare con la Russia.

Il coordinamento a livello europeo è indispensabile, forme flessibili e confederate di partnership europea sono necessarie, ma le democrazie possono vivere solo in un ambito nazionale. La democrazia non può essere esportata nelle istituzioni intergovernative come la UE.

L'Europa è un insieme di situazioni, di istituzioni, di popoli, di storie e di interessi troppo diversi per essere rigidamente ricondotti a un unico fattore comune. L'Europa è oggi, oltre che un'espressione geografica, un unico grande mercato. Non esistono sindacati e partiti europei, non c'è un'opinione pubblica europea, non ci sono neppure lotte sindacali o politiche che unificano l'Europa.

Le due forze che oggi maggiormente unificano il vecchio continente sono la Nato e il consumismo: ma ambedue fanno capo agli USA. Non a caso per comunicare in Europa si usa la lingua americana- inglese. Nessuna forza sociale europea – nonostante i desideri di Yanis Varoufakis di democratizzare l'intero continente – è davvero in grado di incidere sulla UE. L’europeismo “internazionalista” è una astrazione velleitaria, vuota retorica astratta coltivata da una sinistra ingenua, impotente e talvolta collusa.

Purtroppo anche il sindacato italiano è europeista, certamente per generoso idealismo: ma l'europeismo è controproducente dal momento che l'euro è stato creato proprio per indebolire il movimento dei lavoratori e la sinistra. L'adesione dell'Italia all'euro è avvenuta proprio per battere la forza dei sindacati e dei lavoratori. E la UE e la BCE vogliono tuttora imporre politiche liberiste pro deregulation, di deregolamentazione del mercato del lavoro contro i sindacati e la partecipazione dei lavoratori.

Occorre opporsi all'Unione Europea e alla moneta unica. Anche in Italia occorre ristabilire la sovranità nazionale (per quanto possibile nel quadro attuale): una sovranità democratica, partecipata e conflittuale. Bisogna reclamare con forza l'intervento pubblico a favore degli interessi del nostro Paese, della nostra industria, dell'occupazione dei giovani e dei lavoratori. Per rivendicare la legittimità e la necessità del nazionalismo democratico non dovrebbe essere necessario evocare figure come Enrico Mattei e Raffaele Mattioli, o i partigiani che si battevano per l'Italia liberata dal nazi-fascismo.
La libera circolazione dei capitali è il fondamento della UE

La UE nata a Maastricht e guidata da Berlino si fonda sulla libera circolazione dei capitali (Articoli da 63 a 66 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea (TFUE), integrati dagli articoli 75 e 215 del TFUE). Alla base delle istituzioni e della politica dell'Unione Europea c'è la piena e completa libertà del capitale finanziario. Chiedere la limitazione alla libertà di movimento dei capitali significa quindi chiedere anche l'abolizione di Maastricht. Un obiettivo legittimo, ma astratto, ovvero politicamente attualmente irraggiungibile.

La UE non incoraggia gli investimenti produttivi e la piena occupazione ma tutela innanzitutto la finanza speculativa che vive e prospera come un parassita sui debiti delle nazioni, sulle attività produttive e le famiglie. La UE favorisce sfacciatamente gli stati creditori (in primis la Germania) e penalizza quelli debitori (a cui le banche di Germania e Francia hanno prestato irresponsabilmente troppi soldi).

Questa Unione Europea, nata con la riunificazione della Grande Germania sotto il segno dell'euro, è in crisi praticamente irreversibile perché è la forma continentale della globalizzazione del capitale, e perché impone alle nazioni più deboli, forme insopportabili di sfruttamento finanziario, di subordinazione neo-coloniale, di impoverimento. Il caso della Grecia è assolutamente esemplare.

L'economia europea è dissanguata e i Paesi sono sempre più disuniti: quelli del nord Europa contro quelli del sud, quelli dell'est contro quelli dell'ovest. In nome dell'illusione disastrosa degli Stati Uniti d'Europa, i cittadini italiani sono costretti ad accettare di diventare più poveri. Sull'altare dell'utopia lontana e impossibile di una Europa federata viene sacrificata un'intera generazione di giovani senza lavoro e senza prospettive!

La UE, agli occhi del mondo, per il governo americano, quello cinese, quello russo, è ormai diventata uno zombie, un morto vivente che cammina nella nebbia senza più alcuna direzione precisa. Gli unici che credono testardamente all'Europa unita sono gli ingenui della sinistra e qualche romantico idealista. La UE si sta disintegrando ma mantiene un unico orientamento: l'Unione Europea a guida tedesca attua volontariamente e coscientemente una politica di strangolamento deflattivo dell'economia! Lo strumento principale di questa politica è l'euro.

Riformare l'Europa, cioè rivedere i trattati europei e spostarli a sinistra, è pura utopia. Dovrebbe essere chiaro che solo lottando innanzitutto e soprattutto a livello nazionale si può tentare di battere l'austerità europea, l'attacco europeo ai diritti e ai servizi sociali. Lo stato nazionale è e rimane la principale arena della lotta politica e sociale. Ed è l'unico che può opporre alla moneta unica europea forme di moneta complementare come la moneta fiscale.

Purtroppo la sinistra italiana, dopo il crollo del comunismo, ha adottato acriticamente la generosa ideologia europeista di Altiero Spinelli, che considerava gli stati nazionali un relitto della storia da superare con gli Stati Uniti d'Europa. L'utopia di Spinelli nasceva da nobili esigenze di pace e solidarietà ma è ingenuo, irrealistico e sbagliato cancellare gli stati nazionali, cioè i luoghi storici della democrazia e dei conflitti sociali.

Se vogliamo assicurarci la democrazia e limitare i danni della globalizzazione, cogliendo invece i frutti positivi dell'apertura dei mercati, dobbiamo quindi recuperare innanzitutto sovranità nazionale. E poi trovare i punti di incontro con gli altri paesi europei, in direzione di una Confederazione europea assai più flessibile dell'Unione Europea attuale.
La crisi italiana e le timide trattative sulla flessibilità

La UE doveva procurare benessere, sviluppo e solidarietà, e doveva farci diventare più competitivi nell'economia globalizzata. Non ha mantenuto nessuna promessa. Secondo il Fondo Monetario Internazionale l'eurozona è il pericolo principale per l'economia mondiale! La moneta unica impone austerità ma resta fragilissima: molti continuano a dubitare che sopravviverà alla prossima crisi. La Banca Centrale Europea non potrà sostenerla per sempre.

L'economia italiana, dopo venti anni di stagnazione, grazie alla cura europea si avvia al disastro: il Fondo Monetario Internazionale indica che, continuando con l'austerità, l'Italia ritornerà alla situazione pre-crisi solo tra 20 anni. Ma non è detto che l'economia nazionale non inciampi prima. Occorre una svolta. Il governo di Matteo Renzi comincia a mostrare qualche timida insofferenza verso la UE, ma si sforza inutilmente di rispettare i vincoli europei e continua a implorare più flessibilità.

Se l'Italia continuerà a seguire le politiche dettate da Bruxelles e Berlino diventerà la prima vittima della prossima crisi europea e globale! Parlano da soli i drammatici dati (dati ISTAT a prezzi costanti 2015, miliardi di euro) della recessione italiana, cominciata nel 2008 con la crisi dei subprime, mal gestita dai governi italiani, ma aggravata pesantemente dalla politica europea di austerità.
2007 2015

PIL 1.783 1.642 Disoccupati (mni) 1,151 2, 965 Consumi 1.385 1.313 Investimenti 386 273 Esportazioni 478 494 Importazioni 475 442

Il PIL reale è inferiore di oltre 140 miliardi di euro rispetto ai livelli del 2007; e i disoccupati sono aumentati di quasi due milioni. Mentre i paesi fuori dall'eurozona sono riusciti a risalire la china, l'Italia con l'austerità dell'euro non esce dalla crisi. Se fosse possibile il governo italiano dovrebbe staccare subito la spina allo zombie UE. Ma non è così facile uscire dall'imbuto in cui l'europeismo servile dei governi italiani (di centrosinistra soprattutto) ci hanno cacciato.

Il ministro delle Finanze, l'europeista Padoan, si confronta con timore ed ossequio con istituzioni nominate dagli altri governi. La nostra principale legge di bilancio, la legge finanziaria, può passare solo se approvata da politici europei nominati da altri governi, come il lussemburghese Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione UE. Ma il Lussemburgo è un piccolo stato di poco più di 500 mila abitanti (nemmeno la metà degli abitanti di Milano) noto solo per essere uno dei maggiori paradisi fiscali del mondo.

Tuttavia è proprio Juncker che comanda sul nostro bilancio, ovvero sulle nostre tasse e sulle spese pubbliche nazionali. E non basta: più di lui conta il ministro tedesco delle finanze Wolfgang Schaeuble: è lui che decide davvero sul nostro bilancio pubblico. Schaeuble conta certamente più di Renzi, di Padoan, di Juncker e forse anche più del premier tedesco Angela Merkel.. Mi chiedo dove stia la democrazia in tutto questo! Il Parlamento e perfino il governo Renzi sono esautorati. Contano come il due di picche. Senza democrazia (e senza una moneta nazionale) l'economia, l'occupazione e il lavoro italiano non ripartiranno mai.

L'Europa vuole infilarci in un tunnel senza uscita. Diventa infatti sempre più difficile ripagare i debiti se la UE ci impone una politica deflattiva e quindi il PIL ovvero il reddito nazionale con cui pagare il debito si riduce o stagna. Anche la crisi bancaria italiana è di difficile soluzione senza l'intervento dello stato, che però è proibito dalla UE per volontà della Germania. Il sogno segreto di buona parte dell'establishment tedesco è evidentemente di costringerci a chiedere l' “aiuto europeo”, cioè di farci commissariare dalla Troika, come la Grecia.

L'Italia è considerata il punto debole dell'eurozona. La politica dell'austerità avvicina pericolosamente il nostro Paese al cosiddetto “Minsky moment”, il momento del default. Se non ci fosse la BCE ad acquistare (ma per quanto?) i titoli italiani e dei paesi mediterranei, i rendimenti del debito pubblico sarebbero già saliti alle stelle e l'Italia quasi certamente dovrebbe chiedere la ristrutturazione dei debiti o dichiarare fallimento. Ma se fallisse l'Italia, la moneta unica crollerebbe come un castello di carta.
Nazionalismo democratico versus nazionalismo tedesco

L'euro, con la sua architettura deflattiva, non penalizza però tutti gli stati europei. Grazie all'euro la Germania e i paesi forti, quelli della cosiddetta (ex) area del marco, acquistano sostanziali vantaggi competitivi. La Germania mercantilista – e il mercantilismo in economia è l'equivalente dello sciovinismo in campo politico – esporta contro le regole UE il 9% del suo PIL, esportando anche deflazione e disoccupazione nei paesi europei. In questo modo “fotte i suoi vicini”.

La Germania chiede agli altri paesi di fare i compiti a casa ma in casa sua non applica le regole europee. Quando ha voluto ha sforato il tetto del deficit pubblico e ha salvato le sue banche con 250 miliardi di aiuti statali. Tuttavia impedisce agli altri paesi di intervenire nelle crisi bancarie, mettendoli in crisi perenne. E rifiuta qualsiasi momento di cooperazione – come la realizzazione di un fondo federale europeo, gli eurobond, forme iniziali di mutualizzazione dei debiti, ecc - ponendo come pre-condizione agli altri paesi il pareggio di bilancio, ovvero il soffocamento della loro economia mediante il taglio della spesa pubblica. Come Reagan, la UE di Berlino si propone di “affamare la bestia”, lo stato sociale.

In Italia dovremmo allora diventare “nazionalisti” e difendere la nostra industria, le nostre banche (magari nazionalizzandone alcune e buttando fuori i manager incapaci e corrotti), la nostra democrazia parlamentare, il nostro lavoro, il nostro welfare, la nostra Costituzione che le grandi banche d'affari internazionali e le istituzioni europee vorrebbero fosse abbattuta e stravolta in senso autoritario e decisionista.

Occorre rivalutare il nazionalismo democratico, anche contro quella parte di grande borghesia cosmopolita e “senza patria” (vedi per esempio la Fiat, la maggiore industria ex nazionale che ha abbandonato l'Italia) che promuove le politiche liberiste e antipopolari delle istituzioni sovranazionali. Se le forze progressiste e nazionali – quelle che pretendono di rappresentare i lavoratori, il ceto medio produttivo, l'imprenditoria sana, non venduta alla grande finanza – non difenderanno il loro Paese, allora i popoli si rivolgeranno inevitabilmente alle formazioni populiste di destra, e al peggior nazionalismo xenofobo.

Questo è purtroppo quanto sta già accadendo in molti paesi europei. Ma la responsabilità è anche e soprattutto della sinistra e dei verdi europeisti. In questo senso per fortuna che in Italia c'è Grillo, il quale fin dall'inizio ha denunciato l'imperialismo economico e finanziario della UE. Tuttavia c'è da chiedersi come i 5 stelle vogliono concretamente portare avanti la battaglia per uscire dalla crisi. La durissima sconfitta di Tsipras in Grecia ha in effetti avuto ricadute negative in tutto il continente, e ha mostrato che non è facile sganciarsi dall'eurozona.
Superare l'euro con la Moneta Fiscale

La moneta unica non è neutra, ha un'architettura depressiva, costituisce il principale strumento dell'egemonia tedesca ed è l'arma più efficace in mano al capitale finanziario. Non per caso l'economista Robert Mundell, considerato il padre della moneta unica, è stato anche uno degli artefici principali della Reaganomics.

La moneta unica ha tre difetti congeniti: 1) impedisce politiche espansive a causa dei vincoli automatici sul debito e sul deficit; 2) impedisce le svalutazioni, ovvero il riallineamento dei prezzi da parte delle nazioni meno competitive; 3) obbliga i singoli stati a pagare i loro debiti in una moneta straniera (l'euro, appunto) sulla quale non hanno alcun controllo. Alla BCE è proibito finanziare i deficit pubblici dei paesi dell'euro. Così i Paesi europei corrono il rischio di non potere pagare i loro debiti in valuta estera, in euro. Il default è sempre possibile.

Non esiste ormai più alcun motivo di seguire le regole dell'eurozona, se non l'estrema difficoltà a uscire dalla stretta gabbia costruita su queste regole. Uscire oggi unilateralmente dall'euro sarebbe un'avventura rischiosissima. Provocherebbe un'altra crisi difficilmente sopportabile per i lavoratori e il ceto medio, già stremati dalla recessione. Spaccherebbe il Paese.

Nonostante quello che predica l'economista Alberto Bagnai, uscire dall'euro non è facile[2]. E' stato relativamente semplice uscire dallo SME, dal sistema monetario europeo, un sistema di cambi semi-fissi tra le valute europee. Allora l'Italia aveva ancora la lira, la sua moneta, e una banca centrale autonoma. Bastava non difendere la lira per tornare a un sistema flessibile di cambio. Oggi invece noi non abbiamo una moneta e dovremmo crearne una nazionale per uscire dall'eurozona. L'euro cesserebbe di esistere e l'uscita unilaterale dall'eurozona provocherebbe sconquassi a livello globale anche e soprattutto sul piano geopolitico. Avremmo contro USA, Cina e Russia. I risultati finali sarebbero probabilmente estremamente pesanti. Anche l'alleanza con la Francia per rovesciare l'austerità teutonica è improbabile perché la Francia teme la rottura con la Germania, il suo più potente partner. Inoltre concordare uno scioglimento equilibrato dell'euro con la Germania è una pura illusione.

Che fare allora? Non dovremmo rassegnarci alla passività e alla rassegnazione. Pur restando nel quadro dell'euro, l'unica soluzione viabile e concreta è affiancare all'euro forme di moneta nazionale, come la Moneta Fiscale proposta tra gli altri dal compianto Luciano Gallino[3]. Solo così si potrà finanziare una politica espansiva a favore del lavoro e dell'occupazione.

La Moneta Fiscale è un titolo denominato in euro e convertibile in euro utilizzabile per pagare le tasse dopo due anni dall'emissione. E' del tutto compatibile con i trattati e le norme europee, perché in campo fiscale lo stato italiano è ancora sovrano e perché l'emissione di questi titoli di credito non crea debito pubblico. La moneta fiscale si autofinanzia grazie alla crescita del PIL.

Il governo italiano potrebbe e dovrebbe emetterli in piena autonomia per rilanciare l'economia e l'occupazione in Italia, sfuggendo alla terribile morsa di Bruxelles e Berlino. Grazie alla moneta fiscale si potrebbero finanziare le famiglie (soprattutto quelle a basso reddito) e le imprese. Si potrebbero alimentare i consumi e gli investimenti.

Con la moneta fiscale si potrebbero finalmente effettuare investimenti pubblici per istruzione, ricerca, sanità, riassetto idrogeologico, ecc, fare politica industriale e mantenere le industrie strategiche sotto il controllo nazionale. Sarebbe possibile incentivare uno sviluppo economico sano, fondato sulla conoscenza e sulle energie pulite. L'ossigeno monetario ci farebbe uscire dalla trappola della liquidità, e grazie al moltiplicatore keynesiano, il debito pubblico non aumenterebbe: con la crescita del PIL, diminuirebbe il rapporto debito/PIL. La moneta complementare potrebbe poi essere adottata dagli altri paesi europei.

Un fatto è certo: se gli stati europei continueranno a seguire passivamente e docilmente le politiche suicide dell'Unione Europea, la crisi continuerà fino a precipitare. E, senza opposizione efficace e proposte concrete da parte delle forze progressiste, senza politiche di riscossa nazionale, le destre scioviniste e xenofobe domineranno minacciosamente la rivolta contro questa Europa della finanza speculativa.
Enrico Grazzini

NOTE

[1] Susan Strange “Denaro impazzito. I mercati finanziari: presente e futuro”, edito da Einaudi, 1999; e “Chi governa l'economia mondiale? Crisi dello Stato e dispersione del potere”, edito da Il Mulino, 1998
[2] “Alberto Bagnai “Il tramonto dell'euro” Imprimatur Editore, 2012
[3] Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”, 2015, a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

(19 ottobre 2016)

lunedì 26 settembre 2016

Fesserie di un economista



A proposito di un incredibile articolo di Giorgio Lunghini

di Leonardo Mazzei da Sollevazione

 
Poi c'è chi si chiede come mai, davanti al disastro dell'euro, la sinistra brancoli nel buio più della destra. Certo, c'è il problema della direzione politica e non è poco. Ma ci sono anche economisti che sparano immani stupidaggini spacciandole per verità. Il bello è che le loro improbabili certezze neppure provano a spiegarle. Le buttano lì come fossero indiscutibili, tanto per quella mercanzia un Manifesto che le pubblica si trova sempre, così come è sicuro che un anemico sito come quello del Prc le rilancerà con gioia.

E' questo il caso di un articolo di Giorgio Lunghini, uscito venerdì scorso. L'articolo è talmente maldestro che ce occupiamo solo per l'indiscussa fama dell'autore. Il fatto che certe cose vengano dette da un illustre cattedratico, già presidente della Società italiana degli economisti, è infatti la migliore dimostrazione di come l'ideologia (in questo caso quella eurista) prevalga quasi sempre su cultura, conoscenza, esperienza e capacità d'analisi che certo al Nostro non mancano.

Vediamo di cosa si tratta.
Nel breve testo intitolato "Le conseguenze di un'uscita dall'euro", Lunghini giunge a vette davvero ineguagliate. La sua non è un'analisi più o meno pacata, ma un elenco di traumi economici che colpirebbero il Paese al determinarsi del temuto evento. Il fatto è che neppure gli euristi più sfegatati, i liberisti più accaniti, gli indefessi adoratori della moneta unica a prescindere, sono mai giunti a sparare certe cifre.

Non siamo tra quelli che pensano che l'uscita dall'euro sarà una passeggiata. Non lo sarà di certo, ma i ceti popolari da molti anni non "passeggiano". Non siamo comunque tra coloro che si nascondono i problemi di una scelta pure necessaria. Ma che a sinistra circolino ancora "ragionamenti" terroristici come quello di Lunghini è di una gravità inaudita.

Esageriamo a parlare di terrorismo? Giudichino i lettori.
Prendiamo due previsioni contenute nel suo articolo, quella sul livello di inflazione e quella sulla caduta del Pil che si determinerebbe con l'uscita dall'euro.

Partiamo dall'inflazione, che secondo l'economista salirebbe al 20% annuo, non si sa - bontà sua - per quanti anni. Alla base di questa previsione ce n'è un'altra concernente la percentuale di svalutazione, che egli stima al 30% nei confronti della Germania.

Ora, a parte il fatto che il 30% sulla Germania (calcolato sulla base della perdita di competitività verso quel paese) non è un 30% applicabile all'intera area euro, qui il punto è un altro. Ed è che non si capisce da cosa spunti fuori il 20% di inflazione, se non dal manifesto desiderio di terrorizzare i lettori.

In proposito è sufficiente ricordare due eventi, uno di un quarto di secolo fa, ed un altro invece recentissimo.

Il primo è quello della famosa svalutazione della lira rispetto al marco (anche qui, si badi, rispetto al marco, non ad un indistinto paniere di monete) del settembre 1992. Quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui ci parla oggi Lunghini. Bene. Quale fu l'effetto sull'inflazione di quella svalutazione? L'inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma l'inflazione media del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) - era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po' diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l'esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all'1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi uscendo dall'euro), per poi scendere all'1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi.

Lungo sarebbe il discorso sulle ragioni di tutto ciò, e magari uno come Lunghini potrebbe utilizzare la sua scienza per illuminarci un po' su questo, ma due dati balzano agli occhi di chiunque: primo, non ci fu alcun vero effetto inflattivo determinato dalla svalutazione del 1992; secondo, siamo comunque nel campo dei decimali, non certo dei rotondi 20% messi lì solo per incutere terrore. Che l'andamento dell'inflazione dipenda da numerose altre variabili, oltre che dalla variazione dei cambi, ci pare comunque cosa assai evidente.

Questa osservazione è in realtà piuttosto banale, anche se così non sembra all'illustre economista. C'è però un fatto recente che dimostra quanto egli abbia torto. Negli ultimi due anni l'euro si è svalutato di circa il 20% sul dollaro, eppure abbiamo l'inflazione a zero. Se il Nostro avesse ragione, e tenendo conto della maggiore importanza della valuta americana, con la quale si effettuano i pagamenti delle principali materie prime importate, dovremmo avere un'inflazione a due cifre. E invece siamo a zero. Perché Lunghini omette questo piccolo particolare? Anche qui, giudichino i lettori.

Veniamo ora al disastro annunciato del Pil. Se sull'inflazione Lunghini ha sparato a caso giusto per impressionare, è sul Pil che dà il meglio di se. Citiamo:
«Come conseguenza di tutto ciò(degli effetti dell'uscita dall'euro, ndr), la caduta del Pil dell’Italia sarebbe pari a circa il 40% nel primo anno e al 15% negli anni successivi per almeno un triennio».
Avete letto bene: meno quaranta per cento, così per iniziare; poi un bel meno quindici per cento per almeno un triennio. Insomma l'azzeramento dell'economia italiana. Ma si può!!!???

Ora, ricordandoci che la pazienza è una virtù, andiamo a vedere il precedente di un autentico disastro: quello dell'Argentina. Quando uno dice Argentina sa di dire una cosa paurosa, che evoca i peggiori timori, l'esperienza peggiore che possa capitare all'economia di una nazione. E allora andiamo a vedere i dati di quell'inferno.

Nel 2002, anno in cui (a gennaio) viene abbandonato il cambio fisso con il dollaro, ed il pesoinizia a fluttuare, il Pil cala del 14,7%. Un calo drammatico e con gravissime conseguenze sociali, prima tra tutte la disoccupazione. Il calo, peraltro, fu anche il frutto del precipitare di una recessione già iniziata (proprio a causa del cambio fisso) nel 1999. In ogni caso drammatico, ma parliamo di un 14,7% in un paese con un'economia assai più debole di quella italiana, non certo dell'assurdo 40% che spara Lunghini per il nostro paese.

Questo per il primo anno. E negli anni seguenti? Per l'Italia il Nostro ha già parlato: meno quindici per cento all'anno, almeno per tre anni. E in Argentina, cosa successe al Pil negli anni successivi al divorzio con il dollaro? E' presto detto: +8,7% nel 2003, +8,3% nel 2004, +9,2% nel 2005, +8,5% nel 2006, +8,7% nel 2007. Detto in altri termini: in due anni si è più che recuperata la perdita del 2002, mentre nei cinque anni successivi allo sganciamento dal dollaro la crescita cumulata è stata del 51,6%. Dobbiamo aggiungere altro?

In Italia invece, rimanendo nell'euro, abbiamo un Pil inferiore dell'8% a quello dei livelli pre-crisi del 2007. Ecco le virtù della moneta unica! Ma i drammi sociali prodotti da questa situazione non preoccupano Lunghini quanto quelli ipotetici che seguirebbero l'uscita dall'euro.

Ad ogni modo, la cosa che grida vendetta è che il Nostro prevede per l'Italia —non si sa come, ma lasciamo perdere— un'Argentina moltiplicato tre per il primo anno post-euro, mentre per gli anni successivi il disastro continuerebbe, contraddicendo —ed anche qui non si sa perché— quanto avvenuto nel caso argentino.

Ora, la sparata è talmente colossale che conviene lasciare da parte ogni dettaglio tecnico. E' evidente che qui siamo davanti ad una religione, quella dell'euro, di fronte alla quale chi vi aderisce perde il lume della ragione. Che oggi, nell'anno 2016, si debbano leggere ancora robe di questo tipo fa però un certo effetto. Non che gli argomenti del Nostro siano nuovi. Al contrario, sono vecchissimi. Ma mentre nel campo degli economisti mainstream si evita ormai il ricorso a cifre così insensate, a sinistra invece non si riesce proprio a farne a meno.

"Sinistra"?
Ecco, forse su questo ci sarebbe da discutere. Un tempo "sinistra" significava anche, tra le altre cose, volontà di cambiamento, coraggio nell'affrontare il difficile compito della trasformazione dell'esistente. Oggi, ecco cosa ci propone invece Lunghini nella sua conclusione: «In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'«Hotel California nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire».

Eccoci così arrivati al decisivo inno alla conservazione! Peggio: alla conservazione non per un supposto bene (come fanno da sempre gli "onesti" conservatori), ma per l'impossibilità anche solo di pensare ad un'alternativa al male presente.

E' sicuramente anche per questo male dell'anima che si vanno poi a sparare certe cifre. Ma in questo modo non ci si salva di certo né l'anima né la reputazione. 

giovedì 12 maggio 2016

Il terrore del Brexit



di Tonino D’Orazio

Non c’entra l’Europa storica dei popoli, della Comunità che la compongono e che vorremmo, ma si tratta solo di pura economia mercantile, come sempre. Tralasciando il terrorismo popolar-nazionale, introdotto da un intervento a gamba tesa di Obama con velate minacce (sicuramente stupide conoscendo l’orgoglio dei britannici verso la ex-colonia); tralasciando anche il “al lupo, al lupo” su una vicinissima terza guerra mondiale, (Cameron: “Europa a rischio di guerra”) che non si sa ancora con chi, ma si può pensare alle ricorrenze secolari con la Germania, essendo l’ultima ancora impressa nella memoria dei più anziani, oppure al solito “blocco economico” (sempre sfociato in guerre) questa volta alla Russia, cosa resta veramente?
A meno che si riferiscono al fatto che due paesi guerrafondai come Israele e gli Emirati arabi hanno appena aderito (4 maggio) all’organizzazione Nato, che sposta sempre più ad est il proprio “impegno” democratico in compagnia di veri e propri stati canaglia.
I britannici, a suo tempo, si erano già opportunamente sganciati dalla predominanza europea €uro-Germania, rimane ora un semplice passo per sganciarsi da una Unione che comunque si sta sfaldando sia nei principi che nella ormai stanziale economia dell’austerità, con in appendice un rigurgito nazifascista impressionante, che inizia a lambire anche il Regno tramite gli euroscettici.
Lo scontro, e non poteva essere da meno, si sviluppa sull’economia e quindi sul futuro del Regno Unito. Sui soldi.
Due recenti valutazioni di economia di Brexit, dal Tesoro e da un nuovo Gruppo che si autodefinisce “economisti per Brexit”, si sono scontrate e arrivano a conclusioni diametralmente opposte, ammettendo in effetti come l’economia non sia una scienza esatta. Cioè abbastanza aleatoria e adattabile in autoconservazione di volta in volta. Molte rivendicazioni vengono pubblicate con previsioni quasi meteorologiche, con sottili differenze che rendono difficile il confronto diretto, per cui gli elettori, ormai confusi, si chiedono a chi credere. Se nemmeno i numeri portano certezza, allora che fare?
Infatti gli economisti utilizzano sofisticati modelli per generare le proiezioni di futuri sviluppi dell'economia. In genere, questi modelli si basano su una serie di ipotesi fisse su ciò che potrebbe accadere in assenza di qualsiasi cambiamento. Vi inseriscono poi, di volta in volta, un elemento per valutare come la modifica potrebbe influenzare l'economia, incrociando successivamente altri elementi ipotetici.
Salvaguardando le debite proporzioni penso sia la stessa tecnica utilizzata dalla cartomante dell’angolo, che ricade successivamente sempre in piedi sulle previsioni anche se sballate.
Lo studio del Tesoro rappresenta il punto di vista del governo. George Osborne, il Cancelliere dello Scacchiere, dice che a lungo termine, (2030), se si lascia l’Unione, una famiglia media ci rimetterebbe circa 7.000€/annui. Il dato rappresenta una serie di stime basate su diversi scenari su come il rapporto commerciale del Regno Unito con l'UE si evolverebbe dopo un Brexit. La proiezione di fondo è che il PIL sarebbe 6,2 per cento più basso di quello attuale, da cui la perdita delle famiglie. Insomma una buona iniezione di paura individuale, tenuto conto del già dimagrimento dei redditi famigliari di questi ultimi 20 anni, (dalla Thatcher e Blair in poi) oltre ovviamente la guerra.
Il Cancelliere è nettamente contraddetto dal nuovo Gruppo di economisti che sostengono che Brexit si tradurrà in un risultato economico migliore che rimanere nell'Unione europea, visti anche i risultati economici positivi dei paesi fuori dall’€uro. Non forniscono lo stesso tipo di dati come quelli del  Cancelliere, ma uno dei suoi membri, Patrick Minford, calcola il 3,5/3,7 % di perdita del PIL in “costi correnti” continuando invece l'adesione all'UE. Essi sottolineano altresì, nel rimaneerci, effetti molto negativi a lungo termine sul PIL del Regno Unito, derivanti da impegni pensionistici a ripartizione in molti Paesi dell'Unione Europea, una volta che i comunitari saranno rientrati nei loro paesi, con la sterlina come moneta forte. Un po’ quello che paventa in prospettiva l’Inps da noi per gli immigrati.
Nell'esercizio del Tesoro, l'obiettivo principale è su come il commercio aumenterà il PIL e parte dal concetto abbastanza fondato che il commercio è sempre più intenso tra paesi geograficamente vicini l'uno all'altro. Cioè che comunque il Regno Unito manterrà il suo accesso ai mercati dei paesi terzi, anche se diminuisce l'accesso diretto alla UE. Il rischio è che vi sia una riduzione degli investimenti esteri diretti nel Regno Unito e una diminuzione della produttività che rallenterebbe la sua crescita e un nuovo concetto ritrovato di dazi. Rischio inesistente invece per il Gruppo, vista la forza mondiale, la ricchezza e le capacità storiche della Borsa di Londra.
Gli otto economisti del Gruppo Brexit valutano una serie di effetti positivi sulle prospettive economiche del Regno Unito, tra cui la deregolamentazione, il regime commerciale, l'immigrazione, la posizione comunque sempre mondialmente preminente della City di Londra e le finanze pubbliche. Gli assunti di base sono che i prezzi scenderanno, a vantaggio dei consumatori, vi sarà un guadagno enorme svincolandosi dalle regolamentazioni UE (-2% in tasse) e vi sarà, inoltre, un guadagno immediato per le finanze pubbliche nel non dover più contribuire al bilancio dell'UE. Ipotesi ritenuta discutibile poiché il bilancio dell’Unione è un dare e un avere, pari per i britannici, se non con qualche beneficio, al contrario degli italiani che ci rimettono miliardi.
Anche sulla eventuale perdita di reddito delle famiglie i dati non concordano, perché se si intende il “procapite”, invece che il “nucleo famigliare”, potrebbe essere di appena 2.000€, sempre considerando il Brexit un peggioramento e non un vantaggio. In quest’ultimo caso il rischio verrebbe annullato e ci sarebbe invece maggiore redistribuzione.
In sintesi, le due relazioni sono solo ipotesi e gli elettori si pongono la domanda se questi presupposti sono credibili o sono un sacco di sciocchezze. E chissà quante ce ne saranno fino al 23 giugno.
Intanto la paura del Brexit si sta estendendo a tutti gli altri paesi dell’Unione, anche se pochi ne parlano per scaramanzia. IPSOS Mori è la più grande società di ricerche politiche e sociali in Gran Bretagna, ed una delle prime al mondo. Dice, per esempio, che sugli effetti traumatici dell' Unione monetaria per l'Italia, quasi in fallimento bancario, Roma determinerà il destino dell'euro. Il sondaggio MORI mostra che il 58% dei francesi vogliono il referendum ed il 41% dicono che voterebbero per lasciare l'U€. Il sentimento Swexit in Svezia è al 39%. la metà degli intervistati nei paesi che compongono l'80% della popolazione europea pensa che il Brexit scatenerebbe un effetto domino; il 51% ha detto che il Brexit avrebbe un impatto negativo sull'economia europea, rispetto al 36% che pensa che sarebbe un male per l'economia della Gran Bretagna.
Non si sa ancora cosa pensa il popolo olandese, dopo che Bruxelles lo prende in giro già per tre referendum.
Ma gli effetti non farebbero che confermare la diaspora e le diatribe profonde attuali, e forse irreversibili visti i partiti nazionalisti alla riscossa, tra i vari paesi che  compongono la stanca, disastrata e dissanguata Unione. E non più solo di soldi si tratta se ormai viene meno la fiducia e la democrazia.