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domenica 31 gennaio 2016

Costituzione italiana contro i trattati europei. Il conflitto inevitabile

L’ultimo saggio di Giacchè dimostra che i Trattati esprimono un’idea di società che confligge con la nostra Costituzione, violandone i diritti fondamentali, a partire dal diritto al lavoro. Come uscire dalla gabbia dei mercati e dai vincoli dell’euro? Intervista all’autore.



di Alba Vastano da la Città Futura 

“Nessuno ha il potere di modificare, se non in meglio (cioè se non ampliando i diritti), i primi dodici articoli della nostra Costituzione. Né la Corte, né il Parlamento, né il Governo. Nessuno.” Vladimiro Giacchè

Incontro Vladimiro Giacchè a “Casale Alba2”, uno dei cinque casolari immersi nella  cornice naturale del parco Aguzzano di Roma. È un luogo dove si svolgono attività socio-culturali-didattiche e di ristoro L’occasione è la presentazione del suo ultimo libro “Costituzione italiana contro i Trattati europei”. Un saggio che l’autore, economista d’eccellenza, presenta con maestria.

Il tema è intricatissimo, intrigante (ndr: nell’accezione di affascinante, che incuriosisce, che cattura) ed  è assolutamente attuale. Giacchè, ne argomenta i punti focali: l’attacco alla Costituzione italiana, come uscire dalla gabbia economica, in cui ci hanno rinchiuso i Trattati europei,  riaffermando la validità dell’impianto della Costituzione e la sua priorità sugli stessi Trattati. Si sofferma a lungo l’economista sul nuovo art.81 che prevede l’obbligo del pareggio di bilancio, in conformità delle regole europee del Fiscal compact, e fa un’accurata analisi “dolens” sulla sua incostituzionalità. Offre spunti  per riflettere su come l’inserimento in Costituzione dell’art.81 sia “un vero e proprio cuneo che scardina il sistema dei fondamentali diritti”. Nell’intervista a seguire, concessa da Giacchè in esclusiva per La Città futura, pillole di economia  per i lettori.

Mi permetta una domanda iniziale che non vuole essere una critica al titolo del suo saggio. Ma, con l’occhio europeista, è la Costituzione italiana a essere contro i Trattati europei o viceversa? O c’è, come poi si afferma nel sottotitolo, un’incompatibilità che è diventata conflitto fra le due leggi-principe fondanti, ovvero la Costituzione e i trattati Ue? 

La Sua domanda non è affatto strana. Qualcuno ha criticato il titolo del mio saggio, osservando che sono i Trattati europei a essere contrari alla nostra Costituzione e non viceversa. Il che ovviamente è vero, se non altro perché arrivano dopo. Ma il mio titolo ha un’intenzione polemica e politica: intende alludere al fatto che oggi la Costituzione può essere e deve essere usata come un’arma per demistificare e combattere i Trattati europei nei loro contenuti regressivi.    

Perché? Quali sono, nel suo “Costituzione italiana contro i Trattati europei”, i punti centrali della costruzione politica giuridica europea che lei intende focalizzare e che considera destrutturanti o destabilizzanti per la nostra Costituzione?

Il punto essenziale è la “stabilità dei prezzi” assunta come vero e proprio valore centrale dei Trattati europei, e in particolare quale obiettivo economico che deve avere l’assoluta priorità su tutti gli altri. Nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, ad esempio, si legge che l’“obiettivo principale” dell’Unione è quello di “mantenere la stabilità dei prezzi”, e solo “fatto salvo questo obiettivo”, ossia dopo e solo se esso è conseguito, ci si deve occupare degli altri (art. 119, co.2; concetto ripetuto nell’art. 127, co.1). Ora il problema è che l’obiettivo della “stabilità dei prezzi”, se assunto come prioritario, è contraddittorio rispetto al diritto al lavoro e a una retribuzione decente previsti dalla nostra Costituzione. Nel nome della lotta contro l’inflazione gli aumenti salariali sono sbagliati e le politiche espansive pubbliche finalizzate a creare occupazione vanno addirittura vietate. La Commissione Europea ha usato nella valutazione delle manovre di finanza pubblica italiane il cosiddetto “livello di disoccupazione di equilibrio”; politiche pubbliche dirette a ridurre il livello di disoccupazione al di sotto di questo livello sono “troppo espansive”, non vanno bene perché creano inflazione. E a quanto fissa la Commissione europea questo livello “giusto” di disoccupazione per l’Italia per il 2016? All’11,4%! 

Questo è semplicemente contrario al diritto al lavoro previsto dalla Costituzione italiana come uno dei diritti fondanti della nostra repubblica (e fondante, tra parentesi, per la stessa democrazia – che ovviamente è soltanto formale se le persone sono disoccupate e ricattabili).   

Parliamo di Costituzione italiana. In riferimento ai principi fondamentali che non possono essere modificati neppure dalla Corte costituzionale è palese invece  che siano stati attaccati pesantemente dai Trattati europei. Quali Trattati in particolare, hanno inciso sulla nostra Costituzione?

Questo è un punto centrale. Nessuno ha il potere di modificare, se non in meglio (cioè se non ampliando i diritti), i primi dodici articoli della nostra Costituzione. Né la Corte, né il parlamento, né il governo. Nessuno. 

La torsione liberista e anticostituzionale dei trattati europei comincia con l’Atto unico europeo del 1986 e si afferma con il trattato di Maastricht del 1992 e con la moneta unica. Che, a differenza di quanto qualcuno pensa, non è soltanto una moneta, ma il condensato di un ordine giuridico: che prevede, oltre alla stabilità dei prezzi, la banca centrale indipendente, lo smantellamento dell’economia mista (in cui settore pubblico e privato convivono) e una concorrenza all’interno dell’Unione tutta giocata sul dumping salariale (pago meno i salari) e sul dumping fiscale (faccio pagare di meno le tasse alle imprese). Nulla di tutto questo sarebbe stato accettato dai nostri costituenti. 

E invece il nostro Parlamento ha accettato – alla Camera senza un solo voto contrario – di inserire nella Costituzione quel vero e proprio tarlo del nuovo articolo 81, che costituzionalizzando il pareggio di bilancio impone politiche di austerity anche se esse confliggono con diritti fondamentali: posso chiudere gli ospedali anche se questo va contro il diritto alla salute, posso ridurre stipendi e pensioni anche se questo va contro il diritto a una remunerazione civile, ecc..   

Da quali dinamiche nasce la crisi europea, intesa o fraintesa dai più come crisi del debito pubblico? Ci spieghi le dinamiche che stanno affondando in particolare l’economia dei paesi del sud dell’Europa.

La crisi europea nasce da squilibri della bilancia commerciale tra i paesi membri. Squilibri che vedevano in particolare un paese (la Germania) in forte attivo grazie a una aggressiva politica mercantilistica (attuata – in conformità con i trattati – abbassando salari e tasse alle imprese), altri in passivo per l’impossibilità di reggere la concorrenza senza più la via d’uscita di riaggiustamenti del cambio e con un debito in aumento a causa dei bassi tassi d’interesse. Come ho spiegato tre anni fa nel mio Titanic Europa, il debito pubblico è in gran parte una derivata di questo squilibrio della bilancia commerciale e poi dello scoppio della crisi. 

Interpretare la crisi come crisi del debito pubblico ha avuto due vantaggi per chi oggi guida l’Europa: ha impedito di affrontare alla radice il vero problema (il mercantilismo tedesco, che sfruttava la rigidità introdotta dalla moneta unica) e legittimato politiche di austerity che hanno colpevolizzato le vittime (i cittadini degli “Stati spendaccioni”) e tagliato, guarda caso, proprio i salari indiretti (i servizi sociali) e differiti (le pensioni). Sono stato tra quelli che avevano previsto che questo avrebbe inferto un colpo formidabile alla domanda interna e peggiorato la situazione economica del nostro paese, finendo per appesantire anche il debito pubblico a causa del crollo del prodotto interno lordo. Purtroppo le cose sono andate proprio così. L’Italia ha perso circa un quarto della sua produzione industriale dall’inizio della crisi. I tre quarti della produzione industriale perduta sono stati persi nella fase dell’austerity.  

La resa della Grecia ha dato all’Europa antiliberista e a quel che resta della sinistra il colpo di grazia?

Ha dato il colpo di grazia soprattutto all’illusione che si possa cambiare questa Europa senza affrontare alla radice i problemi. Ossia senza affrontare il tema della moneta unica e di quello che essa implica in concreto. Su questo tema purtroppo la sinistra è più indietro, nella comprensione dei meccanismi in gioco, dello stesso establishment europeo, che pure non brilla per lungimiranza strategica. In un testo della Commissione, ad esempio, si legge tra l’altro quanto segue: 

Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla "svalutazione interna" (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale...” [Il testo citato è scaricabile da internet qui: http://europa.eu/rapid/press-release_IP-14-43_it.htm , N.d.R.].

Insomma: con la moneta unica la via maestra per il recupero di competitività è la riduzione dei salari. 

Io credo che dopo la “capitolazione” del governo greco (la definizione è di Varoufakis) molti a sinistra stiano aprendo gli occhi sull’impossibilità di avere “un’altra Europa” sulla base dei trattati e delle politiche attuali. È molto importante che questa consapevolezza si diffonda.  

Tornando all’art.81: perché questo inchino che l’Italia ha regalato al fiscal compact, e alle politiche neoliberali europee? Era una strada obbligata?

L’inserimento in Costituzione dell’art. 81 è il risultato di un ricatto: i paesi creditori del nord Europa, a cominciare dalla Germania, hanno sostanzialmente detto che senza questo tipo di garanzie avrebbero lasciato l’Italia (e gli altri paesi cosiddetti “periferici” dell’Europa) sulla graticola dei mercati finanziari, che erano tornati a chiedere rendimenti molto elevati per comprare i titoli del nostro debito pubblico. Il primo errore è consistito nell’accettare questo ricatto: l’Italia avrebbe invece dovuto prendere atto del fatto che il patto fondativo dell’euro (perdita della sovranità monetaria contro guadagno di bassi tassi d’interesse) era stato violato (da altri), e trarne le dovute conseguenze. Il secondo errore è consistito nel piegarsi a questo ricatto quasi gioiosamente, senza la minima consapevolezza delle conseguenze reali sulla nostra economia, e anzi credendo nel potere magico delle politiche di austerity. Che sono invece risultate disastrose. Paura e subalternità culturale hanno fatto un disastro.    

E per approfondire  la questione del pareggio di bilancio, Manin Carabba, ex presidente della Corte dei Conti, che lei ha richiamato nel suo saggio, definisce “abnorme e inaccettabile che il principio debba prevalere su ogni diritto dei cittadini costituzionalmente garantito”. Costituzionalizzandolo si è dato quindi il via ad un’economia nemica dello stato e dei diritti dei cittadini? 

Si è inserito nella Costituzione un tarlo che la rode, mangiandosi valori e diritti. Determinati diritti già oggi non sono considerati più esigibili a fronte dei vincoli del pareggio di bilancio. Qui però c’è un errore di prospettiva che va sottolineato: infatti l’articolo 81 in nessun modo può prevalere sui diritti fondamentali tracciati nei primi 12 articoli della Costituzione. Chi afferma qualcosa del genere non sa nulla della Costituzione e della gerarchia che esiste tra la prima sua parte e le altre. Precisamente per questo Manin Carabba parla di qualcosa di “abnorme e inaccettabile”. E ha ragione.

E per tornare all’Europa e ai trattati, oggi per il nostro Paese è conveniente più Europa o meno Europa? E se “più”, quale Europa?

Chi oggi vuole davvero un futuro con più Europa, dovrebbe volere meno Europa adesso. Mi spiego. Il percorso di integrazione che si è intrapreso, mettendo la moneta davanti alle politiche e – soprattutto – alla convergenza economica tra i paesi membri, sta distruggendo l’Europa, ponendo le basi dell’implosione dell’Unione e di conflitti disastrosi. Ha già creato forti rancori, assenza di solidarietà e recriminazioni reciproche a non finire. Si tratta di capire che questa integrazione non è “insufficiente” – come spesso si dice (come se bastasse mettere un cappello politico alla moneta unica), ma che essa ha preso una strada sbagliata. Si tratta di tornare indietro e di eliminare ciò che fa da ostacolo alla convergenza economica tra i paesi dell’Unione. A cominciare dalla moneta unica. Solo quando si sarà dato vita a un reale percorso di convergenza si potrà parlare di un’integrazione più stretta. Altrimenti, quello che si chiama “integrazione” è un abbraccio mortale. Dal quale prima o poi uno o più paesi – giustamente – si divincoleranno. 

Vuole spiegare quali sarebbero i vantaggi per l’Italia da una exit monetaria? Come verrebbero trattati i debiti e i crediti italiani dopo una exit? Nel periodo di transizione cosa accadrebbe all’economia italiana, già provatissima e quanto tempo occorrerebbe  per risalire la china? 

Come dicevo, il vincolo monetario è stato centrale nel determinare il peggioramento delle nostre dinamiche economiche. Ormai questo è il segreto di Pulcinella. Ecco cos’ha twittato giorni fa Jonathan Tepper, l’autore assieme a John Mauldin di alcuni ottimi libri sugli scenari economici: 
 
Mi sembra che ogni commento sia superfluo. È evidente che la nostra priorità è uscire da questa situazione prima che sia troppo tardi: ossia prima che la deindustrializzazione del nostro paese abbia raggiunto il punto di non ritorno. 

Riappropriarsi della sovranità monetaria consentirebbe di riattivare il meccanismo di riequilibrio basato sui riallineamenti del cambio (svalutazione esterna), in assenza del quale si deve far ricorso all’abbassamento dei salari reali e nominali (svalutazione interna). Inoltre, se chi produce ricomincia a vendere le proprie merci, sarà anche incentivato a ricominciare a investire (mentre gli investimenti in questi anni sono crollati del 25%). 

Ovviamente a tale riappropriazione dovrebbero accompagnarsi misure quali la fine dell’indipendenza della banca centrale e controlli sui movimenti di capitale. 

Quanto al resto della Sua domanda, cercherò di rispondere limitando al minimo i tecnicismi (che servono eccome, ma in altre sedi).

I debiti e crediti dovranno essere trattati in base alla legislazione e alla moneta del paese in cui i contratti sono stati stipulati. Questo significa che, nell’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica, i debiti sarebbero pagati nella nuova moneta nazionale e non in euro. Da questo punto di vista non si avrà quello che qualcuno (disinformato o in malafede) paventa, ossia un’enorme crescita del debito pubblico. Lo stock di debito non conoscerà questo aumento, né il fatto di ripagare il debito pubblico nella nuova moneta costituirà uno svantaggio per i detentori italiani di titoli di Stato. Sicuramente gli interessi sul nuovo debito aumenteranno nel breve periodo, per poi tornare a scendere a situazione stabilizzata e in presenza della ripresa economica.

Non si avrà alcuna fiammata inflattiva, come non si è avuta dopo le svalutazioni del 1992-1995: all’epoca si svalutò complessivamente di oltre il 50% sul marco e di oltre il 30% sul dollaro, e l’inflazione scese (dallo 6,4% del 1992 al 5,4% del 1995). Oltretutto, se il timore è la crescita del prezzo delle materie prime (pagate in dollari), vale la pena di notare due cose: in primo luogo, che nei confronti degli Stati Uniti svaluteremmo molto meno che nei confronti del neo-marco (già, perché la nostra non sarebbe l’uscita di un paese, ma la fine della moneta unica); e in secondo luogo con il petrolio ai minimi attuali la prospettiva di un suo rincaro non è davvero fonte di particolare preoccupazione.

Quanto al resto, succederà quello che è successo allora: una forte ripresa della produzione, dell’occupazione e delle esportazioni (e questo fornirà la base materiale per la ripresa di rivendicazioni salariali, oggi impensabili). 

Ovviamente, ogni fine di un ordine monetario comporta turbolenze e instabilità anche forti sui mercati. Non sarà un pranzo di gala, ma sono fenomeni che si possono governare, come si è sempre fatto dacché esistono le monete. E comunque l’alternativa – questo dovremmo ormai averlo capito – è peggiore. 



Testi recenti dell’autore:

-“La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea” (2011)
 “Titanic Europa. La crisi che non ci hanno raccontato” (2012)
-“Anschluss-L’annessione L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (2013)


lunedì 21 dicembre 2015

"E' attacco ai risparmi degli italiani". Giacchè teme il peggio

di Roberto Santilli da Abruzzoweb



L'AQUILA - "È un attacco ai risparmi degli italiani".
Lo schema di garanzia europea dei depositi bancari scompare dalle conclusioni dell'ultimo vertice Ue dei capi di Stato e di governo.
E adesso la situazione per le banche italiane si complica ulteriormente.
A fare il punto è l'economista Vladimiro Giacchè, autore, tra l'altro, di due testi molto conosciuti e apprezzati come "Anschluss - L'Annessione", e il recente "Costituzione italiana contro Trattati europei, il conflitto inevitabile".
Giacchè è presidente del Centro Europa Ricerche di Roma e collaboratore di Micromega e il Fatto Quotidiano.
"Ancora una volta - dice Giacché ad AbruzzoWeb - è stata data vinta al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, il quale aveva affermato che non avrebbe fatto passare la mutua garanzia dei depositi fra le banche europee. Questa è la ciliegina sulla torta di una unione bancaria che è stata costruita in un modo tale che non riduce, ma enfatizza le asimmetrie tra i sistemi bancari nazionali dell’Eurozona".
Il tutto mentre ancora non si placano le polemiche sul crack delle quattro piccole banche - Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara e Cassa di Risparmio di Chieti - da anni in grave difficoltà ma "miracolate" grazie al decreto "salva-banche" del governo italiano "aggrappato" alle regole europee.
"L'unione bancaria - spiega Giacchè - si fonda su tre pilastri: il primo è la sorveglianza della Banca centrale europea sulle banche europee, il secondo è il Resolution Mechanism, il sistema accentrato per la gestione delle crisi bancarie nei paesi aderenti all’area euro, e il terzo quello che avrebbe dovuto essere la mutua garanzia tra le banche a livello europee. E che, a quanto sembra, almeno per il momento non ci sarà".
Il primo pilastro, secondo l’economista di La Spezia, è stato negoziato dalla Germania "per sottrarre alla sorveglianza europea gran parte del suo sistema bancario. Prendiamo le casse di risparmio, le cosiddette Sparkassen, che in Germania sono 417 e fanno crediti per mille miliardi di euro: soltanto una di esse sarà controllata da Bruxelles grazie al fatto che il livello minimo di attivi necessari per essere vigilati da Bruxelles ammonterà a ben 30 miliardi di euro. Visto che il sistema bancario tedesco è meno concentrato rispetto a quelli italiano e francese, ad esempio, aver posto la soglia minima per essere vigilati da Bruxelles a un livello così alto è stato un ingiustificato privilegio per la Germania".
Il secondo, invece, "prevede che siano sostanzialmente impediti gli aiuti di Stato alle banche in crisi".
Le banche in difficoltà, infatti, dovranno in primo luogo chiedere i soldi ai loro azionisti, ai loro obbligazionisti e anche ai loro depositanti, il cosiddetto bail-in.
Ma qui, avverte Giacchè, sorge un ‘piccolo’ problema, poiché “dal 2008 in poi gli Stati europei hanno versato un fiume di denaro per salvare le loro banche, una cifra di 1.616 miliardi di euro che, se si includono le garanzie, supera il muro dei 5 mila miliardi”.
Ma, precisa l’economista, “a fronte di quella cifra citata prima, gli aiuti italiani alle banche in crisi ammontano ad appena 15 miliardi di euro, tra l’altro prestiti a titolo oneroso alle banche e non finanziamenti a fondo perduto. Quindi la situazione è questa: tutti i grandi sistemi bancari europei a parte il nostro sono stati salvati con enormi flussi di denaro pubblico, parliamo di cifre superiori a quelle sborsate negli Usa, riportando in vita sistemi bancari che erano in sostanza falliti nel loro insieme e quindi alterando gravemente la concorrenza tra le banche in Europa".
"Ma l'Italia non ha fatto nulla di tutto ciò: quindi, negoziare una restrizione degli aiuti di Stato generalizzata e valida per tutti allo stesso modo in realtà congela il vantaggio concorrenziale acquisito da alcuni sistemi bancari grazie al denaro dei contribuenti. Si tratta di una misura solo apparentemente equa, che in realtà è gravemente iniqua a danno dell’unico Paese che non aveva impegnato il bilancio pubblico per i salvataggi. Si sarebbe potuto pensare che alla luce di tutto questo l’Italia avrebbe potuto almeno godere di un occhio di riguardo da parte di Bruxelles in relazione alla recente richiesta di creare una bad bank, ossia un veicolo societario in cui far confluire gli asset ‘tossici’ delle banche, o anche soltanto il via libera all’utilizzo del fondo interbancario di tutela dei depositi per risolvere la crisi delle quattro banche italiane. Ma nulla di tutto questo è accaduto, l’atteggiamento di Bruxelles, in entrambi i casi, è stato di ingiustificata chiusura".
Dunque, per i primi due pilastri, il "riassunto" di Giacchè è semplice: il primo ha delle regole con effetto asimmetrico sui diversi sistemi bancari, il secondo costituisce un ingiustificato privilegio nei confronti di chi ha speso soldi enormi per salvare banche decotte.
"Due a zero contro l’Italia e il suo sistema bancario", commenta con gergo calcistico il direttore del Centro Europa Ricerche di Roma.
E il terzo pilastro?
"Non ci sarà - commenta lapidario l’economista - anche se un meccanismo di mutua garanzia tra le banche europee, non più nazionale ma europeo, avrebbe rappresentato la vera alternativa agli aiuti di Stato. Apparentemente, questa è la scusa ufficiale, perché Schaeuble teme di dover pagare per altri sistemi bancari in crisi, crede cioè che il famoso risparmio tedesco venga impiegato per salvare altri sistemi bancari. Questo è quello che racconta e che purtroppo anche i nostri giornali ripetono. Qui però vanno fatte notare due cose. Per ora è il risparmio degli altri Paesi che ha salvato le banche tedesche, e non viceversa. In effetti il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), ossia il cosiddetto Fondo ‘salvastati’, è servito prima a mettere in sicurezza i cattivi crediti delle banche tedesche e francesi alla Grecia, ossia a trasferire il rischio sui contribuenti europei, poi a salvare le banche spagnole. Dunque, il risparmio degli italiani è già servito più volte in questi anni a risolvere i problemi dei sistemi bancari altrui".
"Insomma - dice ancora Giacchè - volendo buttarla in battuta si potrebbe tradurre così le parole del ministro delle finanze tedesco: 'vogliamo evitare che in futuro capiti ai risparmiatori tedeschi ciò che grazie a noi tedeschi è capitato ai risparmiatori italiani'. Ma anche questa traduzione sarebbe troppo benevola. Perché il vero motivo della ferma opposizione di Schaeuble è la paura che rientri dalla finestra ciò che lui ha tenuto fuori buttandolo fuori dalla porta: ossia che qualcuno in Europa possa finalmente guardare dentro il sistema bancario tedesco, che è e deve rimanere ‘opaco’. La posizione di Schaeuble sarebbe una difesa della poca trasparenza del sistema bancario tedesco".
"E il perché molto semplice da spiegare. Per partecipare a un sistema di mutua garanzia, ovviamente, l’intervento delle singole banche è misurato dalla rischiosità che esprimono: in parole povere vuol dire che se io sono in ottime condizioni pagherò di meno questa sorta di assicurazione europea di quanto dovrà fare chi è messo peggio di me. Ma come si fa a sapere quale banca sta bene e quale meno bene? Deve essere di fatto sottoposta a forme di vigilanza europea ogni banca, cioè anche quelle che il ministro delle Finanze tedesco ha tenuto fuori. Schaeuble sta continuando a difendere strenuamente gli interessi del sistema bancario tedesco, e soprattutto delle casse di risparmio, storicamente vicine alla Cdu, l’Unione cristiano-democratica, che attualmente 'esprimono" il 24 per cento dei prestiti alle imprese tedesche".
Insomma, "abbiamo costruito un altro Frankenstein normativo in Europa, ma attenzione, questo mostro non è aggressivo allo stesso modo nei confronti di chiunque, perché è evidente che chi ha rimesso a posto i bilanci delle sue banche con enorme iniezione di denaro pubblico, oggi è una posizione più sicura. Chi non lo ha fatto e negoziando male si è precluso la possibilità di farlo, oggi può avere problemi seri visibili nella percezione, da parte dei mercati, di una maggiore debolezza del sistema bancario italiano. Questa debolezza è oggettiva: il sistema bancario italiano è oggi in acque meno buone di 5 anni fa, essenzialmente a causa della crisi, la peggiore crisi economica in tempo di pace vissuta dal nostro paese dai tempi dell’Unità d’Italia, e della conseguente crescita notevolissima delle sofferenza bancarie. E tale percezione dei mercati, in assenza di meccanismi di garanzia non soltanto italiani, ma europei, può oggettivamente creare una ondata di vendita di titoli bancari e, su alcune banche particolarmente esposte, anche fenomeni di fuga dei depositanti. Per il semplice motivo che questi ultimi, grazie alle nuove regole europee come il bail-in, ossia il fatto che nei salvataggi bancari devono essere coinvolti anche i depositanti, possono vedere effettivamente a rischio i risparmi depositati in banca o almeno la quota che eccede i 100 mila euro. E si faccia molta attenzione, perché questo tipo di fenomeni avviene secondo il meccanismo, ben noto a chi opera sui mercati, delle previsioni che si autoavverano: la mia paura che la mia banca sia insolvente, se spinge me e tutti quelli che la pensano allo stesso modo a ritirare i risparmi depositati in banca può effettivamente creare l’effetto di cui ha paura, cioè l’insolvenza della mia banca. Va da se che questo può facilmente creare reazioni a catena e originare una crisi a carattere sistemico".
"Al di là di questo rischio - afferma poi - cito un ultimo dettaglio: le norme del bail-in, che coinvolgono i risparmiatori delle banche in crisi, sono anche incostituzionali per noi. Infatti, l’articolo 47 della nostra Costituzione ci dice che è tutelato il risparmio in tutte le sue forme".
Giacché sinora non ha invece fatto alcun riferimento agli scandali trattati dai media in questo periodo, come il caso del coinvolgimento del papà e del fratello del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, nel caso della Banca Etruria, una delle quattro salvate dal governo. Perché?
"Perché si tratta in buona parte di un falso bersaglio. I fenomeni di cattiva gestione bancaria ci sono in tutto il mondo da quando esiste il sistema bancario. Ritenere che questi fenomeni siano determinanti oggi, significa non capire quello che sta succedendo: l’attacco, l’impossessamento dei risparmi degli italiani da parte di banche straniere, che tra l’altro sin dall’inizio della crisi hanno dimostrato ampiamente di fare un uso della finanza molto più spericolato delle banche italiane, e di essere gestite in modo che eufemisticamente possiamo definire molto opinabile".
Per Giacchè, "la conclusione generale da trarre, se si vuole, è indiretta. Io mi continuo a imbattere in politici e in parte della cosiddetta élite che chiede di avere ‘più Europa’. Se l’Europa consiste in queste regole zoppicanti e asimmetriche, punitive nei nostri confronti mentre favoriscono altri, io di Europa ne voglio di meno. E sopratutto pretendo che chi negozia le regole per questo Paese sia all’altezza del suo compito. E che se ha negoziato delle normative che ci danneggiano e che oltretutto vanno contro la nostra carta fondamentale, ne paghi le conseguenze politici. L’irresponsabilità a questi livelli non può essere ulteriormente tollerata".

domenica 22 novembre 2015

Lezioni tedesche per la sinistra italiana


di Vladimiro Giacché da Micromega

Il nuovo libro di Alessandro Somma - “L’altra faccia della Germania. Sinistra e democrazia economica nelle maglie del neoliberalismo”, DeriveApprodi, Roma, 2015, pp. 192, 13 euro - appartiene al genere decisamente raro dei libri che mantengono più di quanto promettano.

Stando al titolo, si potrebbe pensare a un testo dedicato esclusivamente alla sinistra tedesca. E questo tema nel libro, come vedremo, è approfondito a dovere. Ma, al tempo stesso, c’è un’analisi molto precisa dell’evoluzione della Germania neoliberale dai tempi di Schröder in poi. E ci sono, infine, gli insegnamenti che l’autore ritiene la sinistra italiana farebbe bene a trarre dalle vicende di quella tedesca.
Cercherò di dar conto di tutti e tre questi aspetti del libro di Somma. Partendo dal secondo, che rappresenta in verità lo sfondo da cui si stacca l’evoluzione della sinistra tedesca, politica e sindacale, negli ultimi 15 anni. Il punto di partenza di questa storia è rappresentato dalla decisione del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder – teorizzata nel manifesto per la “terza via” da lui firmato nel 1999 assieme a Tony Blair – di abbracciare le politiche neoliberali, mandando in soffitta come superata e viziata da "presupposti ideologici" l'idea, tipica della tradizione socialdemocratica, che lo Stato debba correggere i “fallimenti del mercato". Anche la priorità tradizionalmente attribuita alla "giustizia sociale" deve cedere il passo alla necessità di "creare le condizioni per la prosperità delle imprese". I lavoratori, per parte loro, sono chiamati ad abbandonare la tradizionale conflittualità (a dire il vero mai troppo accentuata nella Germania Ovest del dopoguerra), accettando la "cooperazione con il datore di lavoro", e soprattutto mettendo da parte il mito del posto fisso. La traduzione pratica di queste posizioni fu evidente in particolare con le cosiddette riforme Hartz I-IV promosse dal secondo esecutivo guidato da Schröder.

Le pagine dedicate da Somma a queste riforme e alle loro conseguenze sono tra le migliori pubblicate in Italia su questo argomento, del quale dalle nostre parti troppo spesso si parla a vanvera. L'autore ci mostra con grande precisione come estensione del lavoro interinale, minijob (lavori a tempo parziale pagati 400 euro al mese), riforma dell'agenzia federale del lavoro e riduzione sostanziale del sussidio di disoccupazione rappresentassero un insieme organico di misure. E come esse abbiano contribuito in modo decisivo alla diminuzione della quota-lavoro all'interno del pil tedesco e, per converso, al rilancio dei profitti d'impresa (rilancio che Schröder favori anche riducendo in misura sostanziale le tasse alle imprese e alla parte più ricca della popolazione).

È nelle “riforme” Hartz che va in gran parte rintracciata l’origine non soltanto della crescita delle disuguaglianze e della precarizzazione del lavoro in Germania, ma della vera e propria deflazione salariale che si è avuta in quel Paese. Una situazione che emerge con chiarezza dal confronto tra andamento della produttività e andamento dei salari: confronto da cui risulta che degli aumenti di produttività realizzati dalle imprese tedesche tra il 1999 e il 2012 (+14%) nulla è stato trasferito ai salari (che infatti nello stesso arco di tempo sono addirittura scesi in termini reali: -1%). È una storia che riguarda da vicino anche noi, perché questo processo – avvenuto in un contesto in cui la moneta unica impedisce recuperi di competitività legati a riaggiustamenti del cambio - rappresenta uno dei motivi fondamentali per cui la divergenza economica tra centro e periferia in Europa si è accresciuta sino a condurre a una vera e propria deindustrializzazione di quest'ultima.

Essa ha però riguardato in primo luogo i lavoratori tedeschi, una parte dei quali ha cominciato a voltare le spalle alla SPD e a cercare di costruire forme di rappresentanza al di fuori di essa. Somma segue passo passo il conseguente processo di aggregazione: un processo in cui movimenti sociali e quadri sindacali prima si uniscono ad Ovest nel raggruppamento "Alternativa elettorale lavoro e giustizia sociale" (WASG, 2004), poi, nel 2007, si fondono con il Partito del socialismo democratico (PDS), nato dalle ceneri della SED (l'ex "partito-guida" della Germania Est) e radicato nell'Est della Germania. Il risultato è la Linke: il partito che - anche grazie alla capacità dei suoi due esponenti di maggior spicco (Oskar Lafontaine e Gregor Gysi) - ha dato rappresentanza parlamentare, per la prima volta dall'illegalizzazione del partito comunista tedesco nel 1956 (una delle pagine buie della Germania Ovest postbellica), a quella parte dell’opinione pubblica a sinistra della SPD più sensibile ai problemi del lavoro.

Oggi il partito della Linke gode del consenso di circa un decimo dei votanti (e in un Land dell'est, la Turingia, sfiora il 30 per cento dei voti ed esprime il presidente di regione), anche se periodicamente è attraversato da conflitti interni che oppongono una destra interna, che considera una priorità strategica il conseguimento di accordi con SPD e Verdi per governare, a una sinistra che ritiene pregiudiziale a ogni accordo il veto a interventi militari all’estero e lo smantellamento dell’impianto economico neoliberale costruito negli ultimi anni, a cominciare proprio dalle “riforme” Hartz. 

Nel raccontare le vicende di questo raggruppamento politico, Somma entra nel merito anche delle sue molteplici componenti, offrendo in tal modo al lettore italiano lo sguardo più completo oggi disponibile sull’argomento (l'unico contributo in qualche modo paragonabile risale al 2010 ed è un lungo saggio di Costantino Avanzi uscito sulla rivista "Marxismo oggi"). Lo sguardo di Somma sulle vicende della Linke non è mai apologetico. Al contrario, l’autore ritiene che lo stesso costituirsi in partito della Linke abbia in parte deviato dal percorso ipotizzato inizialmente, quando si pensava più a dar voce ai movimenti sociali e forza alle componenti più avanzate del sindacato che a creare un vero e proprio partito politico.

L’autore ritiene che una “coalizione sociale” aperta ai movimenti, ma al tempo in grado di giovarsi della continuità di azione e della forza organizzativa dei sindacati, sia una forma politica più avanzata dei partiti tradizionali. La rappresentanza, questa la tesi di fondo, va costruita nei territori e nei luoghi di lavoro, e non inseguita a partire dalle assemblee elettive (Bundestag, Länder e Comuni). Da questo punto di vista anche l’esperienza della Linke tedesca ha manifestato limiti evidenti, a cominciare da un’attività politica troppo incentrata sulle scadenze elettorali.

Detto questo, va aggiunto che si tratta pur sempre di una situazione molto più avanzata di quella in cui si trova oggi la sinistra italiana. E non si può negare che le parole d’ordine della Linke siano state in qualche caso in grado di condizionare la stessa agenda politica dell’attuale governo di Grande Coalizione. Valga per tutti il caso del salario minimo: una proposta originariamente formulata dalla Linke, e successivamente entrata nel programma del governo per iniziativa della SPD (anche se fissandone la cifra a un livello inferiore rispetto a quello originariamente proposto). 

Il migliore insegnamento che in Italia si può trarre dalle recenti vicende della sinistra tedesca consiste secondo Alessandro Somma nel concetto di “mosaico della sinistra”, espressione coniata nel 2008 da Hans-Jürgen Urban, dirigente della IG-Metall (la Fiom tedesca). Essa sta a indicare un “attore collettivo eterogeneo”, ossia la coalizione di un insieme di forze di orientamento antiliberistico tra loro diverse: parte dei sindacati, movimenti no global, organizzazioni non governative, parte delle chiese, organizzazioni mutualistiche, militanti e intellettuali. Perché il termine “mosaico”? Perché, spiega Somma, “le forze chiamate a comporlo avrebbero conservato la loro identità, come le tessere di un mosaico appunto, ma avrebbero nel contempo concorso a definire un disegno comune e a determinarne la possibilità di successo”. Nell’ipotesi di Urban, la stessa Linke avrebbe dovuto porsi al servizio di questa coalizione di forze, evitando così di farsi assorbire dalla logica autoreferenziale dei parlamenti.

Il giudizio di Somma al riguardo appare ambivalente: da un lato la Linke ha saputo effettivamente giovarsi di un rapporto sia con i movimenti, sia col sindacato, dall’altro la sua stessa struttura di partito l’ha fatta cadere in logiche parlamentaristiche e le ha impedito di cogliere appieno le sue stesse potenzialità di espansione. Si tratta di un giudizio forse un po’ troppo severo: chiunque abbia partecipato ai congressi della Linke (a chi scrive è capitato in due occasioni: a Erfurt nel 2011 e a Dresda nel 2013) ha potuto osservare un apporto reale di associazioni di base e delle varie componenti del partito alla stessa costruzione del programma; il dibattito interno è autentico, spesso aspro, ci si confronta apertamente e si vota sui vari punti del programma e sui relativi emendamenti.

Il tema del “mosaico della sinistra” è stato recentemente ripreso da Somma in un contributo di grande interesse uscito in relazione a Sinistra Italiana e ai lavori in corso per costruire la cosiddetta “cosa rossa”. In questo testo, di cui consiglio la lettura, Somma insiste in particolare sulla “pari dignità” che deve essere attribuita alla diverse tessere del mosaico, e il carattere di “coordinamento delle forze di opposizione al neoliberalismo” che la “cosa rossa” dovrebbe assumere, ma con il vincolo che essa non dovrebbe essere un partito.

Qui il mio punto di vista differisce da quello dell’autore. Sono convinto che il concetto del “mosaico” sia molto utile a chi voglia oggi creare una coalizione di forze di sinistra (a sinistra del PD, per intendersi), e che in particolare la tutela delle identità specifiche, sia pure all’interno di una coalizione il più possibile ampia di realtà, sia assolutamente indispensabile in una fase come l’attuale, in cui le macerie stesse che ingombrano il campo della sinistra impediscono una ricomposizione semplice e rapida delle forze.

Credo però che il tema essenziale qui sia non tanto la forma (coalizione di movimenti contro partito organizzato), quanto il contenuto: ossia gli obiettivi che ci si prefigge. Da questo punto di vista preoccupa la compresenza, all’interno della “cosa rossa” in formazione, di opinioni seriamente critiche nei confronti degli assetti attuali dell’Unione Europea, e della stessa unione monetaria, come quelle ormai proprie di Fassina e D’Attorre, e di posizioni di europeismo sostanzialmente acritico, presenti soprattutto in Sel (si pensi alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che ritiene addirittura desiderabili gli Stati Uniti d’Europa).

Tra questi due orientamenti si dovrà scegliere, e in fretta, pena la perdita di credibilità dello stesso progetto. Del resto, dopo le vicende greche, la riflessione sulla riformabilità o meno dell’Unione Europea e sulla concreta praticabilità di politiche di sinistra entro l’angusto perimetro tracciato dai trattati europei, sta attraversando l’intera sinistra europea, non esclusa la Linke. Sciogliere, e nel modo giusto, questo nodo è di vitale importanza per non lasciare fuori dal mosaico tasselli essenziali e per restituire un futuro alla sinistra in Italia. Come si vede, la lettura del libro di Somma ci riporta dalla Germania all’Italia. Non è il suo pregio minore. 

domenica 1 novembre 2015

Parlate chiaro (e chiedete scusa): la tabellina del due. Intervento di Alberto Bagnai al seminario Euro ed Unione Europea


da goofynomics
 
(...che rispetto all'antefatto, quella dello zero, è comunque un progresso...)
(...ormai la situazione è paradossale. Da Meloni a Cremaschi, passando per Cisnetto - e molti altri - il numero e la qualità di chi ha capito che le cose così non vanno cresce di giorno in giorno. Non si tratta di "opinioni". Il dato è oggettivo, risalta agli occhi, e non dipende dalle intenzioni mie, o vostre, o della Merkel, o di Obama. Semplicemente, questa cosa non funziona, e quindi sarebbe il caso di cominciare a parlarne e di capire come tirarsene fuori - dato che sul perché mi pare che dubbi non ne abbia più nessuno, e che comunque che la cosa possa durare per sempre nessuno lo crede sul serio. In questa situazione, chi sono i nemici? Chi sono quelli che lottano attivamente per impedire che si costituisca un movimento trasversale di resistenza a difesa dell'interesse e dei valori della costituzione nazionale? Ma è semplice! Quelli che sanno meglio e da prima di tutti quale sia la cosa giusta, ma sanno anche che chiunque - tranne loro - la farà nel modo sbagliato, ed è quindi meglio che nessuno faccia niente. Sì, ci siamo capiti: quelli dell'uscita a sinistra. Abbiamo avuto la fase "se usciamo ci saranno i fire sales" - e infatti si è visto - ora abbiamo la fase "se usciamo sospenderemo Schengen" - e infatti si è rivisto. Che poi, su, invece di inventarsi tanti giri di parole, uno potrebbe anche avere un minimo di coraggio e dirla come la pensa: "Non ascoltate Bagnai perché è leghista e xenofobo!". Faremmo prima, no? Al convegno di oggi, visibilmente seccato dall'intervento di un uscista da sinistra, un giovane in platea mi guarda e mi fa: "Praticamente quello lì sta dicendo che dobbiamo scegliere fra l'euro o Salvini!". E un meno giovane (scusa, però eri meno giovane): "Esatto. E così facendo senza capirlo fa campagna per Salvini, pensando di farla per se stesso".

Allora, vogliamo parlare di Schengen? Perché questa è l'ultima frontiera degli "uscisti da sinistra": "se uscissimo sospenderemmo Schengen....".
Posso dire sommessamente una cosa?
















































































E STI GRAN CAZZI NON CE LI METTI? 




























































Perché?



































Perché gli "uscisti da sinistra" ultimamente insistono così tanto su Schengen? Credo che sia perché è l'ultima cosa cui pensano di potersi attaccare. Hanno provato con i fire sales (e abbiamo visto com'è andata: si dovrebbero vergognare, glielo avevo detto tre anni or sono, ora non so con che faccia possano andare in giro a dire che l'euro ci protegge, visto che ogni giorno pezzi di aziende più o meno importanti passano in mano straniera); hanno provato col libberismo di Bagnai, ma anche lì, poracci, figure demmerda a raffica: tutto quello che pensavano di insegnarmi era già nel mio libro, ma proprio tutto, e anche di più, perché loro, gli uscisti da sinistra, di controlli dei movimenti di capitali ne parlano solo con tono minaccioso e apocalittico - mentre per me è normale che questi movimenti li si dovrebbe disciplinare, e l'euro è servito proprio a non farlo - e di riportare la banca centrale sotto il controllo del governo non ne parlano proprio - il che rende un po' debole la loro proposta.
E ora Schengen.
"Parliamo di Schengen, che Bagnai nel libro non ne parla, e così lo facciamo passare per leghista, e ci diamo una scialbatina di rosso...". Ma vogliamo ragionare un momento su Schengen? Cos'è Schengen? Siamo sicuri che sia una cosa tanto di sinistra? Nei suoi termini essenziali, è un accordo che facilita la circolazione del fattore lavoro all'interno del mercato unico. Nota bene: ciò che definisce un mercato unico è proprio la libera circolazione dei fattori di produzione - la libera circolazione delle sole merci definirebbe un'area di libero scambio. Ora, l'Atto Unico Europeo - che instaura il Mercato Unico - è del 1986, con entrata in vigore nel 1987, e obiettivo di compimento del mercato unico entro il 1992. Peraltro, ad oggi, come ricorda Majone, il mercato unico ancora non è realizzato, ad esempio per quanto riguarda i servizi - che sono circa il 70% del PIL. Non sto dicendo che sia un bene o un male: sto dicendo che anche qui si è andati avanti alla spicciolata e vendendo come successi e dati acquisiti cose che - come il mercato unico - erano nella migliore delle ipotesi in fieri, e nella peggiore impossibili da realizzare. In ogni caso, gli accordi di Schengen sono dell'anno precedente all'Atto Unico - il 1985 - e le loro disposizioni sono incorporate oggi nel Trattato di Lisbona, fanno parte dell'acquis communautaire, che in italiano si traduce: "o così, o Pomì!". Chi entra se le becca come stanno (e peraltro alcuni paesi sono Schengen senza essere UE, mentre altri sono UE con opt-out - ancora una volta)!
La domanda che mi pongo è: ma la libera circolazione dei fattori di produzione, e più in generale il mercato unico, è una cosa di sinistra? Questo Schengen-fetishism mi sembra sinceramente un pochino inquietante. Va bene, ne abbiamo viste di ogni, ma non pensavo che saremmo arrivati a veder elogiare "da sinistra" le virtù della libera circolazione dei fattori, e del fattore lavoro, e per di più da parte di economisti che per provenienza geografica dovrebbero sapere come si chiama, nel capitalismo, la libera circolazione del lavoro: si chiama emigrazione. Siamo sicuri che sia una cosa "di sinistra" favorire la libera circolazione del lavoro in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata, nella quale le barriere culturali rendono i flussi migratori interni necessariamente selettivi (perché a lavorare nei paesi del Nord ci andranno solo i migliori, quelli sufficientemente istruiti da poterselo permettere)? Siamo sicuri che questo tipo di movimenti siano stabilizzanti, servano ad assorbire gli shock, e non ad ampliarli? E, di converso: quando mai dover fare un visto - posto che sia questo il problema - ha impedito a chi voleva andare a lavorare altrove di farlo? Cioè, fatemi capire: chi viene da aree che hanno visto drenate le loro energie migliori verso gli Stati Uniti (dove il visto occorre ancora oggi), chi parla - secondo me a ragione - dei pericoli di mezzogiornificazione dell'Europa meridionale che l'attuale assetto delle regole europee comporta, poi elogia Schengen, cioè il meccanismo che consente al Nord di drenare senza barriere linfa dal Sud? E questa bella prova di keynesismo a intermittenza a cosa serve? A dire a me che sono leghista? Ma allora ditemi che sono leghista, cazzo, se ne avete il coraggio, e dite meno stronzate, però! Se vogliamo metterla sul personale, facciamolo, non ci sono mica problemi: voi dite "Bagnai leghista!", io mi ci faccio una risata sopra (facendo anche notare che personalmente non lo considero un insulto: chi vota Lega avrà i suoi buoni motivi per farlo e io alla democrazia ci credo: semplicemente, non mi rispecchio in quel movimento politico), e passiamo avanti senza inquinare il dibattito con argomenti che non stanno in piedi, fuorvianti, pericolosi. Perché come l'insistenza sui fire sales di fatto offuscava il vero meccanismo attraverso il quale il capitale estero sta predando il nostro paese e distruggendo valore e posti di lavoro, ovvero la compressione della redditività delle nostre aziende sotto un cambio sopravvalutato, così l'enfasi su Schengen in chiave antiliberista sinceramente è dadaismo puro! Cosa c'è di più liberista del provvedimento che ha consentito al capitalismo tedesco di trasformare i PECO nel suo esercito industriale di riserva? Me lo dite voi? E col dadaismo dove si va? Io un'idea ce l'avrei, ma la tengo per me. I miei lettori mi avranno capito...
Sed de hoc satis.
Segue il testo del mio intervento di oggi al seminario Euro e Unione Europea... I lavori sono stati filmati, qualcuno li ha ripresi in diretta Periscope, ma c'erano anche riprese con telecamere fisse, che verranno forse messe su Youtube. A differenza da quanto ho sempre fatto, questa volta il discorso me l'ero scritto, e l'ho praticamente letto, con minimi adattamenti per rimarcare alcuni punti di contatto coi relatori che mi avevano preceduto. Ve lo offro com'è sul mio hard disk. Potrete divertirvi a trovare le differenze - minime - con quanto ho effettivamente detto. Ma il succo è nel titolo del post. E per favore, ora basta con l'uscismo da sinistra: è il cancro di questo dibattito. Le terapie ci sono...)




Ringrazio gli organizzatori per questo invito, che mi ha fatto molto piacere, temperato da altrettanta amarezza. Non ho infatti capito esattamente perché sono stato invitato, e invitato oggi, ma ho accettato l’invito perché esso mi poneva due sfide importanti, una intellettuale, e l’altra emotiva.

Cominciamo dalla sfida intellettuale.

Voi siete, in varie sfumature, eredi di una tradizione comunista, di sinistra, chiamatela come volete (non interessa molto precisarla in questa sede, e credo che interessi sempre meno agli elettori). Vi collocate comunque in quella parte dello spettro visibile (si fa per dire) che va dai 590 ai 750 nanometri di lunghezza d’onda, dall’arancione al rosso.

E allora, cosa posso io dirvi che voi non sappiate già?

Fu Vladimiro Giacché, che avete ascoltato, a segnalare a me, del tutto ignaro e fondamentalmente indifferente alla storia politica di questo paese, anzi, di questa colonia, che c’era stato un tempo nel quale il PCI aveva ben chiare le dinamiche che l’integrazione finanziaria avrebbe attivato in Europa. Basta pensare alla frase lapidaria di Luciano Barca, messa a verbale di una direzione del PCI svoltasi il 12 dicembre 1978: “Europa o non Europa questa resta la mascheratura di una politica di deflazione e recessione antioperaia”.

Ora credo tutti vedano che Barca aveva ragione. Ma chi ha riportato alla luce questa frase, pronunciata in una sede riservata? Perché ce la ricordiamo, oggi?

Perché Vladimiro mi citò, la prima volta che lo incontrai, la dichiarazione di voto di Napolitano contro l’entrata dall’Italia nel Sistema Monetario Europeo (pubblicata sull’Unità, il 14 dicembre del 1978, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci che il 14 novembre 2011 applaudì l’arrivo di Monti). Dal mio punto di vista, il punto culminante di questa dichiarazione è quello in cui Napolitano afferma che l’idea secondo cui l’Italia “potrebbe evitare sviluppi catastrofici solo con l’intervento di un vincolo esterno nella forma di un rigoroso meccanismo di cambio” fa “un grave torto a tutte le forze democratiche italiane”.

Quando nell’agosto 2011 denunciai sul Manifesto l’antidemocraticità dell’euro, che non credo qui oggi qualcuno voglia contestare, dopo gli esempi di Grecia e Portogallo, non sapevo come questa antidemocraticità fosse già perfettamente chiara (sub specie SME) a Napolitano 33 anni prima. Con me lo ignoravano molti italiani che a differenza di Vladimiro lo avevano dimenticato o, come me, non l’avevano mai saputo. Lo hanno poi appreso nel 2012 grazie al mio libro, in cui riportavo questo discorso. Giornalisti come Marco Palombi, letto il Tramonto dell’euro, sono andati a rivedersi archivi e atti parlamentari, e così ora sappiamo cosa diceva Barca, o Spaventa, che, sempre alla Camera, chiariva ilproblema nodale, quello dei rapporti di forza. Diceva, Spaventa, che l’area monetaria europea rischiava di “configurarsi come un'area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell'occupazione e del reddito”, e questo perché “non sembra mutato l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna.”

Il paragrafo del mio libro nel quale cito Napolitano ha un titolo molto sintetico: “Sapevano”. E se sapevano loro allora, sarebbe strano che oggi voi non sapeste più, quando quelle che Barca, Napolitano, Spaventa prospettavano come rischiose eventualità sono diventate cronaca quotidiana.

Questo anche perché Barca, Napolitano, Spaventa, con tutto il rispetto per chi non c’è più, davano in quella circostanza prova di onestà intellettuale, ma certo non di particolare genialità, né in ambito politico né in ambito economico. Il loro discorso era una minestra riscaldata. Gli argomenti di Spaventa (il compagno Spaventa del 1978, non il compagno di articoli di Giavazzi) provengono pari pari da un lavoro dell’economista laburista James Meade scritto nel 1957, mentre quelli di Napolitano da un lavoro dell’economista laburista NicholasKaldor, scritto nel 1971. E attenzione! Non sto dicendo che fosse plagio: sto dicendo che, come dimostro nel mio ultimo lavoro, in corso di pubblicazione, queste riflessioni erano (e sono) materiale assolutamente standard nel pensiero progressista europeo: erano cose che nessuno si sarebbe mai sognato di contestare. Era stato Meade a dire, quando ancora il sistema monetario internazionale si basava sui cambi fissi, che “se un paese in surplus come la Germania avesse voluto fare politiche deflazionistiche”, allora in Europa “si sarebbe dovuto usare l’arma difensiva del riallineamento di cambio”, soprattutto “nelle fasi iniziali del processo di integrazione economica”.

Ora, i rapporti di forza che queste analisi delineano non sono mutati, anzi, si sono rafforzati (in peggio). Peraltro, a me sembra stano che studiosi di estrazione marxista non capiscano che istituzioni e regole riflettono i rapporti di forza prevalenti. In questo senso, pensare a un’Europa a trazione tedesca le cui regole “imbriglino” la Germania è una solenne imbecillità, come lo è l’idea che il nazionalismo si combatta con una supernazione europea.

Come abbiamo fatto a ridurci così?

Va detto che oltre a quello che Barca, Napolitano, Spaventa vedevano, c’era anche quello che non potevano vedere, ma che per noi dovrebbe ormai essere evidente: l’integrazione monetaria finanziaria non solo richiede che agli squilibri si risponda con deflazione e recessione a danno delle classi subalterne (questo loro lo vedevano), ma:

[1] esaltando la mobilità del capitale, aumenta il potere di ricatto di quest’ultimo nei riguardi del lavoro (“non accetti un taglio dei salari? E io me ne vado all’estero…”); e:

[2] promuovendo la finanziarizzazione dell’economia, è al tempo stesso causa ed effetto dello smantellamento dello Stato sociale.

Il capitale vuole meno Stato non perché aborra moralisticamente gli sprechi, ma perché vuole prosaicamente appropriarsi del risparmio che nelle socialdemocrazie europee è (era?) intermediato dallo Stato, cioè perché vuole lucrare su sanità, previdenza, istruzione. Fa male constatare che anche la sinistra sia caduta nell’equivoco diattribuire la crisi alla finanza pubblica, quando sappiamo che la radice della crisi era ed è nella finanza privata. Un equivoco che è servito a legittimare posizioni di austerità “punitiva” nei riguardi dello Stato a vantaggio del capitale, e a corroborare i negazionisti dell’euro.

Perché a sinistra abbiamo un serio, e del tutto aberrante, problema di negazionismo.

Nel suo ultimo articolo “Perché l’euro divide l’Europa?”, Wolfgang Streeck chiarisce in modo mirabile che i sistemi monetari sono istituzioni. L’idea che la moneta sia un dispositivo tecnico neutrale appartiene alla tradizione liberale, smithiana. Quindi, in buona sostanza, chi a sinistra dice “l’euro è solo una moneta” ragiona come Oscar Giannino. E chi non capisce che una cosa come la moneta unica, fatta per far circolare meglio i capitali, fa comodo al capitale, e quindi meno decisamente comodo al lavoro, chi non capisce questo non ragiona nemmeno come Giannino: non ragiona e basta.

Ma voi queste cose le sapete, le avete sempre sapute: se siete “di sinistra” fanno parte del vostro DNA, come vi ho appena ricordato. E allora, dichiaro persa la mia sfida intellettuale. Cosa potrei dire di nuovo a chi, per il suo percorso politico, sa già tutto, perché lo ha appreso in tempi non sospetti dai propri padri nobili?

Niente.

Resta allora la sfida emotiva.

Quanto seguirà potrà non piacervi, potrà sembrarvi eccessivamente personalistico. Ma io sono cresciuto sentendo dire che “il personale è politico”, e ci credo. Se sono qui è perché il successo della mia divulgazione è legato all’aver adottato un metodo di comunicazione estremamente personale. Molto spassionatamente, vedete, la mia sensazione è questa: che voi non mi abbiate invitato perché volevate farlo, ma perché in qualche modo avete dovuto farlo.

Il dato è che tutti gli snodi ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni, dalla sostituzione di Berlusconi con un governo tecnico, al fallimento di questo governo, all’avanzata delle destre (compreso il PD), all’implosione della Germania, erano stati da me anticipati il 23 agosto 2011 sul Manifesto. Non era difficile arrivarci. La lettera della BCE era sufficientemente inquietante: “avete un problema di finanza pubblica, riformate il mercato del lavoro!”. Un messaggio apparentemente incoerente: che c’entrano le regole di contrattazione collettiva nel comparto privato con un eventuale eccesso di spesa pubblica? Ma era chiaro, per chi avesse un minimo di cognizioni di economia, che in questa follia c’era del metodo, e ne abbiamo parlato.

Da allora, i miei libri, i miei interventi, il mio blog, sono serviti ad aprire gli occhi anche a persone molto più addentro di me alla storia politica ed economica di questo paese come Vladimiro (che, bontà sua, lo riconosce). Ma quando il 13 dicembre 2012, dopo un anno e mezzo di tentativi di apertura a sinistra, organizzai un incontro con esponenti di Rifondazione e SEL a Roma, gli argomenti (tuttora visibili nel mio blog, nel post “La tabellina dello zero”) erano ancora di una povertà culturale sconcertante, e, soprattutto, erano quelli della destra neoliberale più becera! “Non si può rimettere il dentifricio dentro al tubetto” (Ferrero e Boldrin), “la svalutazione colpirebbe i lavoratori” (Gianni, e Giannino, e Giannini). Non mancai di farlo notare, e quindi, ovviamente, quando poi, a maggio 2013, Rifondazione organizzò un suo seminario su “La crisi economica e il ruolo dell’Europa”, io non c’ero, con un certo sconcerto in Bellofiore e Porcaro (per citare due intellettuali “di area”), i quali non capivano perché la sinistra non coinvolgesse chi da parte sua aveva cercato così strenuamente di coinvolgerla.

Ma la sinistra era impegnata in altro: era impegnata a liquidare come nazionalista, fascista, leghista, monarchico, liberista, e chi più ne ha più ne metta, chi stava facendo maturare negli italiani la percezione di quali rapporti di classe si estrinsecassero nella costruzione europea. Quante volte mi sono sentito dire “tu sei solo un economista, ma la politica è sogno, si nutre di simboli” e via delirando! Questo negazionismo del ruolo dei rapporti sociali di produzione (alias: economia) nel determinare i percorsi storici e politici non fa molto onore a chi lo propugna da sinistra. Siamo sicuri che sminuire il ruolo dell’economia sia marxismo?

Ma il punto è un altro: cosa dicevo io effettivamente nel mio libro? Forse è il caso di ricordarlo, oggi:

“Se anche fuori dall’euro ci fosse un baratro economico, sarebbe comunque dovere morale e civile di ogni italiano opporsi al simbolo di un regime che ha fatto della crisi economica un metodo di governo, che ha eletto a propria bandiera la deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico [nota: quello che pensava Napo nel 1978]. Se accettiamo questo metodo, non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto. E l’unico modo per opporci è rifiutare l’euro, il segno più tangibile di questa politica e dei suoi fallimenti.”


Non c'è male, vero, per uno che ragiona in termini riduttivamente economicistici?


Non ci sono limiti significa che non ci sono limiti, e lo abbiamo visto. Oggi qualcuno ha detto "non potevamo immaginare"! Scusate, sono in conflitto di interessi, ma devo dirlo: non vi veniva chiesto di immaginare.

Sarebbe bastato leggere.

Credo che ora si veda come poiché la sinistra non si è opposta al simbolo del capitalismo trionfante, cioè all’euro, questo capitalismo abbia perso qualsiasi freno inibitore. Non basta l’esempio della Grecia? Non basta l’esempio del Portogallo? Vogliamo aspettare che anche qui, a casa nostra, l’eversione veicolata dai Trattati europei, che Vladimiro denuncia con tanta chiarezza, si manifesti in tutta la sua violenza? Lo capite che allora sarà troppo tardi?

E allora, avviamoci a concludere. Se, come do per scontato, qui abbiamo tutti capito come stanno le cose, se non abbiamo dimenticato quello che era chiaro a Barca e Spaventa nel 1978, due snodi sono assolutamente essenziali perché questa consapevolezza si trasformi in un’azione politica efficace:

[1] chiedere scusa;

[2] dare un messaggio chiaro.

Parto dalla seconda. È inutile, insensato, regressivo, baloccarsi oggi con l’idea che “però un’altra Europa – o un altro euro – avrebbe potuto essere possibile”. Anni di ricerche sulle basi ideologiche e sul processo storico che hanno condotto alla moneta unica ci dicono che questa è stato un assoluto e totale successo: il suo scopo era sbriciolare Stato sociale e diritti dei lavoratori (per motivi chiari ai comunisti negli anni ’70 e dati per scontati dalla letteratura scientifica), ed è stato raggiunto. Se anche questo non fosse chiaro qui, è chiaro, sempre più chiaro, fuori da qui, anche per merito (o colpa, dipende dai punti di vista) mio. Quindi se non volete parlare solo “ai vostri” (cosa che, per definizione, già fate, ma che alla prova dei numeri evidentemente non basta), se volete recuperare spazi politici, non potete ignorarlo. Il messaggio deve essere chiaro e inequivocabile: l’euro non è una “solo una moneta” (come direbbero Smith o Giannino o altri). L’euro è, ed è sempre stato, fin dall’inizio un confine: il confine fra democrazia e oligarchia finanziaria. Si può legittimamente stare da una parte o dall’altra, ma illudersi e illudere che esista un euro “democratico”, cioè che un’Europa le cui regole sono state scritte dal capitale finanziario e a misura di capitale finanziario possa condurre a assetti sociali più equilibrati, significa compiere un’operazione di ottundimento delle coscienze reazionaria e controproducente.

Perché si continua a fare questa operazione?

Lo sappiamo tutti.

Se si fosse svolto nel novembre 2011, quando ho aperto il mio blog, questo incontro si sarebbe comunque svolto troppo tardi. Questa è la fonte della mia amarezza. È stato perso tempo prezioso, per tanti motivi. Chi lo ha perso deve in qualche modo giustificarsi. E da questo tentativo, un po’ goffo, è nata in Italia, e sta nascendo in Francia, la mistica dell’uscita “da sinistra”.

Vi risparmio gli aspetti comici di questa mistica (trovo ridicolo che mi si venga a insegnare nel 2015 quello che ho scritto nel 2012, per farsi perdonare di non averlo detto nel 1999, ma lasciamo stare).

L'uscismo da sinistra non è un cancro solo italiano. Jacques Sapir, un economista marxista che con i suoi studi sul costo del federalismo europeo, ripresi da Streeck nel suo libro (e da me nel mio, peraltro), è riuscito a convincere qui da noi Fassina e D'Attorre (e all'estero molti altri) dell'impossibilità che euro e sinistra possano convivere, bene: lo stesso Jacques, a casa sua, è persona non grata per la sinistra, e questo perché? Perché in diversi dibattiti televisivi ha cercato di spronare Mélenchon a prendere posizione, ma così facendo ne ha pubblicamente certificato il ritardo sulla storia. Ora quello Mélenchon, come altri "leader" europei, "non potevano immaginare", ma che nel mio libro era scritto, si è palesato senza margini di dubbio. Ma Mélenchon non può ammettere di aver perso tempo, e quindi, per giustificarsi, sta animando anche in Francia un farsesco dibattito sull'uscita a sinistra, demonizzando chi, pur di mandare le cose avanti, ha fatto quello che deve fare qualsiasi intellettuale veda in pericolo gli interessi del proprio paese e delle sue clasi subalterne: parlare a tutti.

Niente di nuovo sotto il sole.

Vorrei però portare la vostra attenzione su un altro aspetto, cruciale: arrampicarsi sullo specchio dell’uscita da sinistra è il modo sbagliato per scaricare le proprie responsabilità. Quello giusto, come ho cercato di chiarire fin dall’inizio nel mio blog, è chiedere scusa. Voi qui rappresentate tante anime della sinistra, tanti sigle: qualcuno è un po’ più fucsia, qualcuno un po’ più scarlatto, ecc. Sono tanti percorsi che hanno le loro motivazioni, tutte rispettabili. Voi conoscete i motivi della vostra alterità rispetto al PD (col quale comunque avete condiviso e condividete significative esperienze di governo), e probabilmente riterreste ingiusto che vi venissero accollati i costi politici di scelte compiute da Prodi o da Visco, per citarne due.

Il danno l’hanno fatto loro: perché dovreste scusarvi voi?

Fondamentalmente per due motivi: perché avete perso tempo (quello lo avete perso voi, e l'ostracismo al quale sono stato soggetto, a dire il vero battendomene abbastanza, ne è comunque prova), e perché per quelli che non sono “vostri” la distinzione fra voi e Prodi o Renzi è molto sfuocata: voi siete “sinistra”, e la “sinistra” ha rivendicato l’euro come un successo (salvo intendersi su cosa sia, questo successo), e per questo è odiata, anche perché il paese ha capito quello che D'Attorre lucidamente confessa: l'amore della sinistra per l'Europa è stato la manifestazione più estrema dell'odio della sinistra verso l'Italia, verso un paese del quale si sentiva migliore, senza che questa convinzione fosse supportata da particolari motivi.

Non è possibile portare avanti una battaglia politica efficace e su scala nazionale senza dare un messaggio chiaro, e non è possibile dare un messaggio chiaro senza una precisa assunzione di responsabilità, senza un minimo di autocritica. Quando nel febbraio 2012 scrissi “Eurodelitto ed eurocastigo”, esortando la sinistra a fidarsi della capacità di comprensione della sua base, a chiederle scusa, e a girare pagina, i tempi erano senz’altro prematuri, era troppo presto perché un discorso simile venisse recepito. Ma oggi, carissimi, dovrebbe essere molto più evidente: guardate cosa ha fatto Tony Blair, in un contesto totalmente diverso, e con ovvie finalità opportunistiche. La corda è stata tirata troppo: non ci si può rivolgere in modo credibile agli elettori altrui senza spiegare perché si è difeso un progetto così delirante, anche se non lo si è difeso (perché da fuori certe distinzioni sfuggono).

Non si tratta di andare con la corda al collo e il capo cosparso di cenere sulle scale del Campidoglio.

Si tratta di dire chiaro e tondo che è stato fatto un errore di valutazione, e (per chi avesse bisogno di salvare la faccia), che un progetto che poteva avere senso negli anni ’70, quando c’era la cortina di ferro e l’inflazione a due cifre, non ha evidentemente più senso oggi, in deflazione e con assetti geopolitici del tutto diversi, tanto più che esso ha fallito rispetto ai due obiettivi che si proponeva esplicitamente: spostare a occidente l’asse dell’influenza tedesca (e l’allargamento a Est dell’UE è stato propugnato dalla Germania con effetti devastanti per noi) e accelerare il processo di integrazione europea (che grazie all’euro è ormai irrimediabilmente compromesso); mentre è fin troppo ovvio che i veri obiettivi erano altri, e sono stati raggiunti (con la complicità di chi ha taciuto). Siamo nella crisi più grave dell'ultimo secolo, e la gente ormai lo ha capito e ne ha i coglioni pieni di trovarsi davanti politici che dicono che tutto va bene e che loro non hanno nulla da rimproverarsi.

Questa responsabilità politica, ripeto, dovete avere il coraggio di assumervela. Chiedere scusa diventerà un modulo di comunicazione politica, l’unico efficace (talvolta anche nella sua ipocrisia).

Non fatevi scippare anche le forme dalla destra, dopo esservi fatti scippare i contenuti.

Tanto vi dovevo, e vi ringrazio per avermi ascoltato.



(...e la sfida emotiva? Bè, ho perso anche quella. Perché quando alla fine è arrivato uno che ha esordito con "non sono un economista ma" e ha proseguito con "m'ha detto micuggino che la svalutazione sarebbe del 30%" ho sclerato e me ne sono andato. La disonestà intellettuale non si può spingere fino a dire "non ci sono analisi". Ci sono. Chi dice il contrario certifica come minimo la sua ignoranza - e oggi chi esprime opinioni non informate oggettivamente contribuisce a un progetto criminale - e nel peggiore dei casi un grado inaccettabile di pessima fede. E io, sinceramente, ne ho i coglioni pieni. Tuttavia mi dispiace di essermi indignato. La platea era sufficientemente satura di certe idiozie, e forse avrei fatto meglio a starmene cheto e godermi il risentimento che montava verso tanta inconsistente e boriosa supponenza - "non ci sono analisi? Sai cosa ti dice non ci sono analisi?" - parte italiana e parte nopea. Ha provato a consolarmi Vlad, dicendo che anche Lenin non era esattamente un campione di bon ton. E anche in questo aveva illustri precedenti - Lenin, non Vlad...